Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Oltre le sbarre… dalle detenute del carcere di Lecce

Questo testo è stato spedito più di due settimane fa, ma è giunto con un notevole ritardo. Lo pubblico oggi.

Si tratta di una lettera collettiva delle detenute del carcere di Lecce che parlano del progetto “Oltre le sbarre”, svoltosi il 18 agosto, attraverso la partecipazione di un gruppo di musicisti.

Undici detenute in particolare, sono state coinvolte attivamente nel progetto, attraverso il racconto del proprio vissuto, la scrittura di brani, la registrazione di canzoni.

Alla fine della lettera collettiva ci sono quattro brani scritti dalle alcune di queste detenute.

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Oggi, 13-08-12, abbiamo avuto un bellissimo momento ricreativo.

Questo è il 2° anno che un gruppo di musicisti americani, in collaborazione con la sig.ra Luciana Delle Donne, titolare di Officina Creativa – Made in carcere, vengono a trovarci in carcere per realizzare qualcosa di bello e costruttivo.

Ma la cosa più gratificante è che queste persone, nonostante il periodo estivo, ed in particolare la settimana di ferragosto, anziché stare in spiaggia a godersi il mare, vengono a stare qui con noi e insieme realizzare qualcosa di bello.

Abbiamo in questi giorni, attraverso i nostri pensieri ed i nostri vissuti, scritto dei brani, elaborato delle idee, registrato canzoni.

Oggi abbiamo avuto  il nostro spettacolo. E’ stata un’ora  di evasione dalla triste routine quotidiana. Sembrava che fossimo in discoteca. Era veramente bello ascoltare giù nel cortile così tanta buona musica.

A questo spettacolo abbiamo partecipato in 11 compagne, ma tutte le compagne detenute della sezione ci hanno accompagnato con la loro presenza, dandoci sostegno e coraggio

Eravamo: Zampilli Lucia Domenica, Bartolomeo Lucia, Stoica Elena, Lapadat Loredana, Cosimo Agata, Greco Maria Grazia, Granillo Anna, Baldassarre Eleonora, Forte Agnese, Gomorticeano Gilda, Leroy Letizia, Castaneda Angela.

Un gruppo molto motivato  e affiatato, la cui parola, che ci accomuna in maniera particolare, è quella  così speciale che è “figlio” e ai nostri figli abbiamo dedicato i nostri pensieri. 

Grazie da parte nostra al gruppo musicale americano “Sound Res”.

E ora i nostri scritti: 

Un giorno in queste mura

Intanto c’è chi crede, ama come noi, vive, pensa in maniera diversa, allora mi domando come sia possibile tutto questo. Forse le delusioni, le gioie, ti portano ad una realtà di cui sapevo l’esistenza, ma che avevo consapevolmente evitato.  Poi, quando ti ritrovi sola… in un immenso deserto, capisci che devi ricominciare da zero. C’è chi lo chiama “fato”, destino o provvidenza e… in effetti è soltanto un bizzarro gioco della vita. Penso ala vita che avrei voluto e che con tutte le mie forze “avrò”. Penso ai miei figli, alla mia famiglia, che realmente è la cosa più bella che la vita mi ha dato. Gli anni passano, le delusioni sono state tante, ed è per questo che mi chiedo delle domande alle quali so di non potere mai dare delle risposte. Forse le conosco, ma non riesco a riconoscerle, perché i brutti colpi sono difficili alla nostra età da incassare, ma con forza e coraggio supereremo tutto. Purtroppo la vita che dei reclusi è nell’essere  coscienti che tutto è un percorso fatto di attese per ogni insignificante cosa. Il tempo passa, passa con l’idea fissa di un arrivo, come una gara dove tutti gli sforzi ti portano in ogni modo possibile e immaginabile a quel traguardo.. la libertà. Traguardo che arriva! Perciò, quando sei qui rinchiuso, in queste quattro mura, hai tutto il tempo di riflettere, di pensare ai sogni che non hai realizzato e che avresti voluto realizzare, anche inseguendo un difficile percorso, perché al giorno d’oggi si cerca, non di vivere, ma di sopravvivere. Anche perché  la società non crede al reinserimento della maggior parte di persone come me, che vogliono una vita normale… “la libertà”.  

Forte Agnese

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A MIA FIGLIA

Questo è un  pensiero… rivolto ad una persona speciale, “mia figlia”, che oggi è la mia stella! La sera, quando alzo gli occhi al cielo, guardo quelle stelle, ma una in particolare brilla più di tutte e mi perdo nell’immensità del sul splendore. La stella della mia piccola Alessia. Non ci sarà mai una notte così lunga da impedire al sole di sorgere. Cara figlia, attraverso il tuo sguardo la mia anima trema! Sei la mia vita.     Bartolomeo Lucia

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Nella vita mai dire mai. Nella mia disperazione, l’unico motivo perché cerco di combattere e sperare in un domani, e l’amore di mia figlia e di mio padre. Sono loro la mia vita.  

Greco Maria Grazia

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La speranza di un giorno non troppo lontano, il ricongiungerci con le nostre famiglie ci rende forti e rischiara i nostri cuori, i questo luogo, sovrastato dalla sofferenza e dalla penombra. Spero che un giorno torni a risplendere il sole, la luna, le stelle, la pioggia. Che tutto parli di felicità e che i nostri sorrisi risplendano ovunque.    

Cosimo Agata

Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

E tu chi sei?…. di Giovanni Zito

Giovanni farina alcune volte è carico di una malinconia che è densa, la senti tutta, oltre la stessa rabbia, come se fosse lontana, trascendente..  come chi parlando si innalza e diventa portatore di un messaggio profondo, di una spinta colletiva…

E’ comunque un testo molto amaro..

Voglio solo fare una citazione prima di lasciarvi alla sua lettura integrale..

L’art. 4bis forma fosse comuni, dove si possono ammassare persone, o deternuti. Oggi questa sepoltura emerge, esce dal proprio guscio, con tutte le sue energie.  Anche se si portano i traumi provocati da un sistema di cecità arbitraria. Lo stile di vita ormai svuotato.. Ma la mente è la cosa più complessa che esista.. ed è difficile da misurare”.

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Fiume denso di pensieri,

le urla dal silenzio di chi non ascolta,

corpi di uomini martoriati…

E tu chi sei?

E’ la domanda fondamentale su cui ogni persona si è interrogata. Chi sono io? Che cos’è questa cabina che racchiude la mia esistenza?

Col il tempo ci accorgiamo che gli altri sono entità separate da noi. Che, come noi pensano e si emozionanto. Impariamo anche che apparteniamo a un genere indefinito. Questa consapevolezza circola nel nostro corpo e influenzerà profondamente il nostro modo di essere ergastolani.

Spesso nella vita ci capiterà di rinforzarci o di indebolirci. A volte ho l’impressione di non essere all’altezza della situazione in cui oggi vivo, o di essere stupido. Proprio quando mi sento così, scrivo il mio stato d’animo.

Ci potrà capitare di non perderci, o di nn capire più chi siamo veramente. Questo affascinante territorio, l’inconscio, il cervello, le emozioni.. La vita è bella come diceva Roberto Benigni.. proprio perché non sta mai ferma e ci sorprende con le sue continue rivoluzioni, i suoi mutmenti. Una capriola l’ho fatto anche io, cambiando radicalmente.

Questo tracciato murario.. un episodio drammatico di cui faccio parte attiva.. di questa battaglia, dove l’ergastolano ostativo cerca la sopravvivenza.

Racconti, descrizioni, testimonianze.. di un quotidiano vivere estatico.

L’art. 4bis forma fosse comuni, dove si possono ammassare persone, o detenuti. Oggi questa sepoltura emerge, esce dal proprio guscio, con tutte le sue energie.  Anche se si portano i traumi provocati da un sistema di cecità arbitraria. Lo stile di vita ormai svuotato.. Ma la mente è la cosa più complessa che esista.. ed è difficile da misurare.

20 ANNI DI CARCERE NON BASTANO! Vogliono di più. E intanto si continua a morire nelle carceri italiane, perché così sono le leggi oggi. Si deve morire ogni singolo giorno per dire basta.. perché oltre alla tortura del fisico, si prendono quanche quelle mentali. Ogni sforzo è inutile, e le speranze di un uomo si spengono.

L’ergastolano ostativo fa parte di un sistema prepotente e distruttivo rispetto ai fini dell’art. 27 della nostra Costituzione. Possono cambiare i politici, i partiti, ma non il sistema repressivo nei confronti di chi ha scontato 20 anni di carcere duro e sofferto unitamente alle proprie famiglie.

Giovanni Zito

Il caso giudiziario di Cosimo Commisso- PRIMA PARTE

Questa di oggi è una novità per il blog…

Per la prima volta pubblichiamo la descrizione delle vicende relative un vero e proprio caso giudiziario, che l’autore, imputato e condannato in tali vicende, Cosimo Commisso, detenuto attualmente a Carinola, considera un obbrobrio investigativo giuridico e un palese caso di condanna di innocente senza una impalcatura probatoria davvero efficace.

Ha deciso di raccontare tutta la vicenda perché venga pubblicata, con citazioni di documenti, escussioni dibattimentali, sentenze, ecc.

Essendo comunque una lettura non facile, pubblicherò la sua vicenda a puntate. Lo stesso Cosimo, del resto, me la sta inviando volta per volta.

Io ritengo che a prescindere è importante che certi atti e vicende processuali siano rese pubbliche e conservate nel patrimonio del WEB. Poi, chi vorrà potra leggerle; e resteranno comunque rintracciabili e utilizzabili per tesi, iniziative, contestazioni, ricerche, battaglie.

Prevenendo le polemiche che mi giungeranno inevitabilmente (e non lo dico con rammarico, anzi con le polemiche e le critiche si cresce..), qui non si sta dicendo che Cosimo Commisso è innocente. Qui non vi stiamo dicendo cosa dovete pensare. Semplicemente si pensa che è giusto che gli atti relativi a una vicenda giudiziaria siano resi pubblici così che, chi legga, possa farsi una idea, con la pienezza della sua libertà mentale.

Vi lascio alla lettera di accompagnamento inviatami da Cosimo.. e dalla prima parte del suo.. potremmo chiamarlo.. “memoriale”..

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Caro Alfredo,

come ti accennavo nella nostra precedente corrispondenza, ho scritto la prima parte di quanto vorrei far pubblicare sul blog, come tu stesso mi hai consigliato, che ti invio.

A mio parere l’argomento è di attualità, come apprendiamo continuamente non siamo pochi i casi di mala giustizia in Italia.

Il dramma che viviamo, noi detenuti innocenti, non esce fuori dalle mura del carcere perché non avevamo voce. Oggi grazie a voi abbiamo voce. La tua iniziativa di pubblicare la voce dei detenuti è una bellissima iniziativa che può dare un grosso contributo per costruire una società migliore.

Ti garantisco che quanto riportato è tutto provato da documenti, come riportato nello scritto.

….

Resto in attesa di notizie, con un tuo  parere.

Carinola, 20.agosto.2010

Ti abbraccio

Cosimo Commisso

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COME SI DIVENTA ERGASTOLANI IN ITALIA

Cosimo Commisso

n. a Siderno (Reggio Calabria) il 06.02.1950

ergastolano innocente

 

PARTE PRIMA

LA CALABRIA COLPITA DAL CANCRO DELLA NDRANGHETA E DA UNA GIUSTIZIA SOMMARIA

 

Cosimo Commisso, classe 1950, era un imprenditore che ha subito prima le conseguenze del “cancro della ndrangheta” e successivamente di una Giustizia sommaria come risulta da documentazione e da varie denunce da lui presentate alle forze dell’ordine:

1-       Ha denunciato quanto gli hanno incendiato l’autocarro sul cantiere di Siderno nelle vicinanze della stazione ferroviaria.

2-       Ha denunciato quando gli hanno danneggiato mandando in frantumi le vetrine dell’esposizione di materiale edile sul lungomare di Siderno presso la società C.M.I. s.n.c., di cui era socio.

3-      Ha denunciato quando alla società temporanea di imprese di cui lui era socio, sul cantiere di Roccella Jonica, di recupero del centro storico, gli hanno incendiato un compressore.

4-      Ha denunciato, il 25 dicembre 1986, un furto subito a casa nell’immediatezza. La denuncia è stata formalizzata due giorni dopo, in quanto l’addetto della polizia di Stato di Siderno ha riferito al Commisso di ritornare il primo giorno feriale per formalizzare la denuncia, in quanto i giorni 25 e 26 erano giorni festivi. Per tali motivi la denuncia è stata formalizzata giorno 27.12.1986.

Cosimo Commisso, cl. 06.02.1950 era conosciuto dalle forze di polizia, come imprenditore, al quale era stato rilasciato regolare porto di fucile e l’autorizzazione per la detenzione di una pistola, che solo dopo che gli è stata applicata la misura di prevenzione personale nel dicembre 1992, lui stesso, prendendo visione delle prescrizioni notificategli, che indicavano il divieto di detenere armi, si recava negli uffici di Polizia, informandoli che era in possesso di una pistola che non poteva più tenere, di provvedere al ritiro avvenuto qualche giorno dopo.

Nel sistema giudiziario italiano le Sentenze vengono emesse a nome del popolo italiano, sebbene il popolo, preso dai suoi impegni quotidiani, poco sa di come il potere giudiziario amministra la giustizia in un paese come l’Italia di cui si dice che sia la culla del diritto.

Chi scrive fa riferimento ad atti processuali, con l’indicazione di verbali di udienza di testi qualificati, in modo da dare atto alla veridicità delle sue affermazioni.

Con  questo scritto, chi scrive ritiene mettere a conoscenza il popolo italiano e i cittadini  italiani nel mondo, del pericolo che possono incorrere i cittadini italiani di finire sotto le maglie stritolatrici del potere investigativo e giudiziario.

Lo scrivente si assume la piena responsabilità morale e giuridica di quanto scrive: “Un cittadino può dire io non ho colpa quando ha fatto tutto quello che è nelle sue possibilità per costruire una società migliore”.

Con dati documentali, partendo da attività investigative, si ricostruisce la grottesca e amara vicenda che vede condannato il cittadino italiano Cosimo Commisso nato a Siderno (RC) il 06.02.1950, alla pena dell’ergastolo.

Egli continua la sua battaglia pur essendo convinto che nel sistema giudiziario attuale (forse a causa dell’emergenza criminalità o per mancanza di coraggio morale da parte degli operatori della giustizia) non si cerca la verità sostanziale; ma spesso ci si accontenta della verità formale (aprire un processo definito con una sentenza di condanna all’ergastolo può diventare impopolare), anche se la condanna “accertata” con sentenza viene smentita da prove documentali, sia esistenti all’epoca del processo e non valutate dalla Corte, che con prove nuove che smentiscono la sentenza esecutiva. Lo scrivente usa il termine esecutiva e non definitiva, in quanto, a suo giudizio, definitive nel sistema giudiziario vigente in Italia, sono le sentenze di assoluzione. Per le sentenze di condanna si può chiedere, in ogni tempo, la revisione, se emergono prove non valutate o prove nuove che dimostrano l’innocenza del condannato. Come previsto dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

CHI ERA COSIMO COMMISSO FINO ALL’11 GENNAIO 1993

Era una persona incensurata. Non ha mai frequentato persone, anche se parenti, coinvolte in contrapposizioni criminali. In buona sostanza conduceva una vita regolare, assolvendo, continuativamente e tranquillamente, tutte le proprie incombenze quotidiane.

Tutto ciò è dimostrato da dati di fatto inconfutabili.

Egli, in modo continuo, nel tempo relativo alle accuse, aveva rapporti di natura commerciale con le famiglie Costa, Curciarello, De Maria e Montalto, nonché con D’Agostino Cosimo, i quali erano considerati suoi rivali. Tutto ciò è ampiamente dimostrato attraverso una serie di assegni, fatture, bolle di accompagnamento , documenti contabili, in tutto il periodo in cui l’accusa ha ritenuto ci fosse uno scontro.

Persino nel periodo più cruento e addirittura prossimo ad attentati, che gli stessi soggetti o i loro prossimi congiunti hanno subito. Addirittura gli stessi inquirenti e vari funzionari di polizia, che per anni hanno diretto le attività d’indagine, escussi in serie dibattimentale, hanno escluso di avere mai avuto dei sospetti che il Cosimo Commisso, classe 06.02.1950, fosse un associato per delinquere e men che meno che lo stesso fosse a capo di una associazione mafiosa.

 

 

COME SEGUE SONO INIZIATE LE ATTIVITA’ INVESTIGATIVE

 

Nel verbale di udienza dell’11 aprile 1995, nel procedimento contro Archinà Carlo, viene escusso il teste brigadiere Juliano, il quale, incaricato di investigare sui reati omicidi ari che si verificavano sul territorio di Siderno, dichiarava, su domanda del pubblico ministero, Dott. Pennisi : “Allora, intanto noi siamo partiti da una ipotesi investigativa scaturita, è chiaro, a seguito dei primi omicidi o tentati omicidi che ci sono stati, e dei primi attentati avvenuti, anche a mezzo di ordigni esplosivi. Pertanto abbiamo cercato di cercare il movente e comunque ricercare un’indirizzo, poi successivamente ai vari omicidi, può solo avvenire, riuscendo a scomporre le famiglie, cioè inserire in un ambito determinate famiglie e……. determinate famiglie. E questo in effetti è divenuto anche abbastanza semplice, volendo parlare con un po’ di cattiveria, perché a volte c’era subito il botta e risposta, cioè c’erano dei morti da un lato, e dei morti dall’altro. La correlazione principale è stata, è stata una cosa molto semplice da fare per cercarla, c’è stata una cosa molto semplice; è bastato comunque cominciare a schedare tutti i familiari aventi pertanto lo stesso cognome o comunque riconducibili ad un determinato gruppo per parentele, anche se lontane, e mi riferisco a parentele e matrimoni, tutte ste cose qua. Dopo di che, le persone che erano vicino a questi gruppi, o per attività lavorative, o per comunque rapporti di frequentazione, e quindi è divenuta cosa abbastanza semplice riuscire a schierare due famiglie, cioè quella dei Costa e quella dei Commisso. E eravamo giunti alla conclusione, sto parlando sempre per ipotesi investigative, che il… soggetto di spicco della, anche perché d’altronde era colui che disponeva del, del, di poter finanziare qualsiasi cosa, cioè disponeva di soldi, di tutto, essendo anche proprietario di un’azienda era Cosimo Commisso, classe 1950, il quale era altro che  benestante.”

Appare grottesco l’inizio delle indagini investigative, che non sono partite da ipotesi di reato o indizi per individuare i protagonisti dei reati omicidiari, ma, seguendo le parentele delle vittime, e soprattutto dalla condizione economica dei parenti di questi. Appare molto strano che siano le condizioni economiche a determinare la posizione apicale all’interno di un gruppo criminale.

E’ assurdo individuare in Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, il capo promotore di un’associazione, soltanto perché, come viene riferito dal brigadiere Juliano, che sin dall’inizio conduceva le indagini, unicamente per la posizione economica. Non si capisce come le indagini siano confluite nella persona del succitato Commisso, anche perché non ha mai frequentato personaggi, di cui si sospettasse fossero gli autori di presunte attività illecite, o degli omicidi commessi in Siderno.

Con l’avvento della D.D.A., come testimoniato dal su scritto brigadiere Juliano, per usare il suo stesso termine “con un po’ di cattiveria” tutte le attività investigative svolte in precedenza vengono messe in discussione, anche le sentenze emesse nei confronti del su scritto Commisso non hanno avuto valenza giuridica, nella stessa ordinanza di custodia cautelare riporta tutte le imputazioni dalle quali il Commisso era stato assolto:

dal reato di favoreggiamento, per avere negato di aver subito un attentato alla propria vita il o3.05.1987 la sentenza emessa dal Tribunale di Locri il 06.06.90 che lo assolveva del reato attribuitogli perché il fatto non sussiste.

Da ciò si evince che, non avendo tenuto conto della su scritta sentenza di assoluzione, l’ipotesi investigativa ha portato ad includere Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, nella presunta llotta che vi era in Siderno, ovvero il presunto attentato subito è privo di fondamento:

“dopo un dibattimento corposo, e dove erano stati esclusi tutti i testi dell’accusa e della difesa che hanno portato alla assoluzione ampia di Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, perché il fatto non sussiste in quanto soggetto non presente in data 3 maggio 1987 sull’autovettura Alfa 75 attentata”.

Il Commisso su scritto, arrestato (03.05.1987) per il favoreggiamento di cui è emersa l’insussistenza probatoria, è stato colpito, dopo quattro gi orni, da un’altra ordinanza di custodia cautelare per l’omicidio di Costa Giuliano.

In tale provvedimento l’accusa sosteneva che il Commisso, per vendicarsi di un furto subito a casa propria, ha ucciso il mandante del furto: anche da questa accusa il Commisso veniva assolto e scarcerato  il 18 gennaio del 1988.

Tuttavia, veniva rinviato a giudizio per il solo reato di favoreggiamento, da cui veniva assolto, anche da quest’ultima accusa di reato, il 06.06.90.

Quindi l’ipotesi investigativa era errata, sia perché Commisso non ha mai subito un attentato, sia perché non si può evidentemente addurre –o meglio- basare le colpe del Commisso Cosimo n. 06.02.1950, unicamente dalla posizione economica.

Dopo di che è stato denunciato per associazione mafiosa, reato di cui all’art. 416 c.p., sia per gli stessi reati succitati che per altri reati, commessi, secondo l’accusa, fino al 26.09.1987. Anche da queste accuse è stato assolto con sentenza del 06 dicembre 1991: perché il fatto non sussiste.

A pag. 7 della sentenza d’assoluzione emergeva che, su richiesta del Giudice Istruttore, che per avere chiarimenti sui capi di imputazione si rivolse al Pubblico Ministero, il quale chiariva in data 17 dicembre 1988, che i capi di imputazione degli imputati erano quelli rappresentati nel provvedimento, e che non vi erano ulteriori fatti annessi.

Dalle nuove attività investigative, con la metodologia descritta dal brigadiere Juliano, quanto meno assurde, il Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, veniva raggiunto incredibilmente da una nuova ordinanza di custodia cautelare (per gli stessi fatti), emessa dal Tribunale di Reggio Calabria (n°  24/92 RGNE DDA) nella quale si sosteneva che egli era a capo di un’associazione di stampo mafioso, quale promotore e organizzatore, all’interno di una faida familiare. Essendo, sempre dalle ipotesi poc’anzi dette, ritenuto il capo di questa presunta associazione criminale, gli venivano contestati una serie di omicidi commessi negli anni che partono dal 1987 fino al 1992.

Nella motivazione della custodia cautelare veniva riportato a pagg. 10  e ss “…La sera del 20 gennaio 1975, a Siderno, veniva ucciso, a copi di arma da fuoco, Macrì Antonio. Nella stessa circostanza rimaneva gravemente ferito, riportando lesioni permanenti, il menzionato Commisso Francesco, divenuto il braccio destro del boss. Le redini dell’organizzazione venivano prese dal nipote di quest’ultimo, Macrì Vincenzo, quale reggente del Commisso, impedito alla successione a causa delle gravi menomazioni subite. Secondo fonti non molto accreditate, il vertice dell’organizzazione, poiché Macrì Vincenzo non avrebbe dimostrato di possedere le necessarie capacità, decise di sostituirlo con Commisso Cosimo, classe 1950, che, nel frattempo, aveva operato con successo in Canada e negli Stati Uniti. “

La parte che riguarda Commisso Cosimo è assurda per i seguenti motivi:

Innanzitutto, come risulta dall’informativa dell’Interpol inviata alla Corte d’Assise di Locri, che si riporta integralmente, è smentita l’ordinanza di custodia cautelare:

 

(123/c. 2/502950/2-2/58/cer.Interpol)

 

fa riferimento alla nota n° 2/94 del 29.06.96 ritrasmessa, data 12.07.96 relativi accertamenti negli USA e in Canada confronti Cosimo Commisso nato 06.02.1950 Siderno/Reggio Calabria. Comunicas aver interessato con massima urgenza nel senso richiesto collaterali uffici interpol degl Usa e del Canada.

At citati uffici est stat rappresentata la grande urgenza di questo caso, atteso che 13.07.96 avrà termine istruttoria dibattimentale.

Riservandosi far seguito appena perverranno elementi risposta.

Rappresentarsi, ad ogni buon fine, che analogo accertamento fu svolto negli Usa nel novembre 1995 su richiesta del Tribunale-Cancelleria penale-Locri, in tale occasione collaterale organismo statunitense comunicò  quanto segue… oggetto Commisso Cosimo, nato a Siderno/Italia, passaporto italiano n. 912412 e, in possesso visto ingresso per gli Stati Uniti n. 040489 rilasciato a Napoli.

Nominativo Commisso risulta aver fatto ingresso, via terra, negli Stati Uniti per turismo in data 16.11.1992 a Lewiston/New York. Medesimo venne autorizzato a soggiornare negli Stati Uniti fino al 15.05.1993. Nella relativa documentazione non compare l’indirizzo dell’interessato e non esiste registrazione della sua partenza.

Lo stesso, sotto le Generalità indicate, non risulta avere precedenti”.

Direttore supplente servizio Interpol Vito Rizzo.

Si evince dal su scritto telex inviato dall’ INTERPOL, che Commisso Cosimo, classe 06.02.1950, è stato negli Stati Uniti, come risulta dal visto d’ingresso unicamente  e soltanto il 16 novembre 1992 a Lewiston (New York)”.

Il  telex dell’INTERPOL smentisce quanto riportato nel rapporto dei ROS del 29.02.1992, a firma del Col. Pellegrini (e poi travisato nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, secondo fonti molto accreditate, il vertice dell’organizzazione, poiché Macrì Vincenzo non avrebbe dimostrato di possedere le necessarie qualità decise di sostituirlo con Commisso Cosimo, classe 1950, il quale, nel frattempo, aveva operato con successo in Canada e negli Stati Uniti.”).

Nell’ordinanza di custodia cautelare (N° 24/92 RGNR DDA) eseguita l’11.01.93, da cui è scaturita la condanna all’ergastolo del Commisso Cosimo c.l. 06.02.1950, viene riportata “una missiva datata 1.5.1983, redatta da Costa Giuseppe, all’epoca detenuto presso il carcere di Spoleto, ed inviata al fratello Luciano… che lo invitava a mettersi in contatto con “i Quaglia” per procurarsi del “materiale edile” del tipo già “usato per gli americani”. Gli investigatori interpretavano che la lettera faceva riferimento a stupefacenti e che i “Quaglia”.. e non v’è dubbio che la missiva in questione rappresenti una prova schiacciante dell’attività illecita nel campo degli stupefacenti svolta dai “Quaglia”, appellativo con cui vengono indicati in Siderno i f.lli Commisso, figli di Francesco…

Quanto sostenuto sull’ordinanza su scritta sull’attribuzione del nomignolo “Quaglia” è un’ulteriore falsità. E’ importante chiarire che con l’appellativo “Quaglia” vengono indicati tutti i Commisso di Siderno e non solamente, come affermato dall’ordinanza di custodia cautelare “f.lli Commisso figli di Francesco cl 13” padre di Cosimo, in quanto quest’ultimo è stato indicato come il destinatario di una serie di “conseguenze dannose”, solo perché si è ritenuto, in modo arbitrario che, con tale nomignolo ci si possa riferire esclusivamente alla sua persona ed a quella dei suoi fratelli.

A conferma dell’assunto appena esposto si censura l’omessa valutazione di quanto sostenuto dal Colonnello dei Carabinieri Giovanazzo, nella sua informativa che comprendeva i reati fino al 26.09.1987. L’informativa indica che, quando si usa il soprannome “i           Quaglia”, si intendono tutti i Commisso imparentati.

Circostanza confermata dallo stesso Col. Giovanazzo, all’udienza del 24.02.96 dinanzi al Tribunale di Locri, su domanda della difesa di Commisso Cosimo, tendente a specificare a chi ci si riferisce quando si usa il soprannome “i quaglia”, rispose:

<<L’aggettivo si riferiva a tutta la famiglia… quando noi riteniamo la famiglia, si intende famiglia come la si intendeva, come ritengo che la si intenda ancora qui, in queste zone,  la famiglia, imparentati>>.

Nel rapporto da cui scaturiva il procedimento definito con  sentenza del 06 dicembre 1991 dal Giudice Istruttore presso il Tribunale di Locri, l’informativa da cui scaturiva il procedimento, a firma del Colonnello Giovanazzo, riportava la stessa lettera, e la sentenza, sull’attribuzione del nomignolo “Quaglia” confermava quanto dichiarato, cioè non solo i Commisso figli di Francesco venivano indicati con il nomignolo “Quaglia”. Si ribadisce il COmmisso Cosimo n. 06.02.50 assolto perché il fatto non sussiste.

Ma, se non bastasse, illuminante in tal senso è la deposizione dell’Ispettore Giuseppe Cavallo, dinanzi alla Corte d’Assise, in data 14.06.1995. Infatti, a pag. 69 si legge:

<<Intendo dire che non è che chiamano “Quaglia” a Cosimo Commisso e ai suoi fratelli. Chiamano così anche suo padre, i suoi zii e forse anche il nonno. Il perché li chiamano “Quaglia” ho voluto chiedere, ho voluto domandare, mi sono informato, e so che risale addirittura, penso, ai nonni. Comunque non è Commisso Cosimo 50 che viene chiamato “u quaglia” lui personalmente, ma tutti, tutta la sua parentela, la sua discendenza>>.

Ancora nel verbale d’udienza del 04.07.1995, la Corte d’Assise di Locri, contenente le dichiarazioni della teste Maria Galea, la quale, su domanda del P.M., tesa a comprendere se Antonio Commisso cl 25, fratello di Francesco Commisso, padre di Cosimo, a pag. 48 “la difesa ha molto insistito nei motivi di impugnazione circa la questione della certa identificazione dell’appellante, evidenziando che la frequente menzione del nome “Ntoni” (Antonio) nel corso delle conversazioni intercettate, non veniva mai accompagnata dall’appellativo “i bbcatu” con il quale l’appellante  è notoriamente conosciuto.”

ERGASTOLANI E SESSUALITA’

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Ci sono anche degli uomini che forse non usciranno mai dal carcere.. o con estrema difficoltà.
Sono uomini comunque.. vorrebbero poter mantenere un contatto con chi amano. Vorrebbero poter vedere di più i figli. Vorrebbero solo qualche attimo di intimità in più con la moglie e con la compagna. Godersele un pò di più.. condividere un pò di più.
Passano gli anni e i decenni.. con una disperata fame di amore.
Noi quesa battaglia per aumentare le occasioni di contatto e di intimità anche per i condannati con ergastolo “ostativo”.
E voglio dirlo a voce alta. Facilitare il contatto amoroso e sessuale contribuirebbe alla umanizzazione e alla voglia di trasformarsi e
vivere del condannato, invece di lasciarsi andare in uno stato di progressiva atonia e abbrutimento. Sarebbe sicuramente un guadagno sociale ai fini della risocializzazione.
Ma per me è qualcosa che vale al di là dell’utilità sociale. Vale al di là di qualunque vantaggio tangibile (che comunque c’è) per la comunità. Vale perché lo avverto intrinsecamente giusto. Vale prima di tutto per quella singola persona, per quel singolo e concreto essere. Perché la Chiamata all’amore non è un surplus del primum vivere. E’ nel Vivere. Non è un privilegio eventualmente concesso. Ma indissolubile del nostro essere umani. Costitutiva quindi della nostra esistenza.  Dobbiamo avere il coraggio di dire che certe cose hanno senso non solo per il guadagno sociale, ma per il bene intangibile di quel uomo, che mi trovo adesso davanti.  Vale perchè un uomo, anche ferito, colpevole e condannato.. non deve essere privato di tutto ciò che più lo rende umano.. come un contatto, anche minimo con coloro che ama,
Una persona che potrebbe non uscire mai dal carcere o uscirci morto..deve poter almeno amare ed essere amata. Questo lo sosterrò contro i forcaioli di ogni categoria e risma.

Questo testo che leggerete di sotto è tratto dalla tesi di laurea di Carmelo Musumeci, “Vivere l’ergastolo”. L’intera tesi è un documento impagabile. Perché trabocca di gente che parla del carcere senza aver passato “un” giorno in carcere. Carmelo per la sua esperienza sa cosa dice, e può dare uno spaccato unico e reale. Queste sulla sessualità sono parole che non dimentichi. Come non dimentichi le voci ospitate, dato che Carmelo (come in altri settori della tesi) fa “parlare” anche altri detenuti. La consapevolezza di quello che stanno perdendo è fortissima, come acuta la capacità di descrivere le loro sensazioni, emozioni, esigenze perennemente coartate.

Non è solo il bisogno, è anche la paura. Loro sanno che l’ergastolo li allontanerà dalle loro compagne. Che all’inizio si è sempre “affiatati”, ma (quasi) inesorabilmente nessuno, “da fuori”, resisterà. Che la donna (o l’uomo in caso di detenute femmine) sentirà progressivamente e inarrestabilmente il desiderio di coccole, abbracci, odori, complicità, sesso. E che loro diventeranno, malinconicamente, degli X. Riceveranno sempre visite, ma qualcosa si sarà rotto. Ci sarà ancora molto affetto, ma la donna all’esterno non li vedrà più come uomini “integrali”, il desiderio sarà smorzato, anche la capacità “sentirsi” e “viversi” drasticamente offuscata. Questo a volte non avviene con i detenuti non condannati all’ergastolo ostativo. Ma con l’ergastolo ostativo hai la concreta possibilità di non uscire mai. Lì, a meno di amori straordinariamente rari, amori da romanzo.. quasi sempre il distacco avverrà. E di questo i detenuti non fanno una colpa alla donna. A volte sono loro stessi a spingerla a vivere, provare gioia, avere figli. Ma loro muoiono dentro con ferite che sfregiano l’anima a sangue. C’è anche questo in gioco, c’è anche questo dolore inesorabile da mettere in conto. C’è anche questo di feroce nel nostro sistema penitenziario. Un sovraggiunto di pena, la stilettata nel cuore, perdere la persona che si ama, essere “rapinati” dei propri sogni di condivisione.

E poi in più generale, andando anche al di là del concreto rapporto con quella persona concreta (che poi è il cuore di tutta la questione) è la mancanza di nutrimento che emerge. Una carezza, un bacio, un abbraccio sono NUTRIMENTO. Molti bambini deperiscono e si ammalano perché non sentono il “contatto”. Persone adulte sviluppano malattie degenerative dopo grandi traumi affettivi e potrei dire ancora tanto. Il contatto fisico è inseparabilmente intrecciato con la salute del corpo e dell’anima. Questo sistema penitenziario è invece specializzato nel far “ammalare” i suoi detenuti.
C’è chi storce il naso e raglia astioso verso quelli che non avrebbero diritto ad amare e “che stiano in cella e non facciano tante storie”. Ma sono proprio i più disprezzati e coartati, quelli dimenticati dietro a un muro, con la chiave buttata nel cesso.. proprio quelli con cui è più facile accanirsi.. che hanno più bisogno di amare.
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Tratto da
“Vivere l’ergastolo”
di Carmelo Musumeci

-l’ergastolano non ha sesso… come gli angeli.

L’amore in carcere è misterioso per necessità. Gli affetti e le relazioni erotiche, il rapporto stesso di un individuo con le persone
amate con la propria vitalità e con i desideri viene sepolto. Di fronte alla impossibilità di coltivare i sentimenti se non in forme frammentare ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione, i permessi che durano pochi giorni) spesso i detenuti e le detenute cancellano l’idea stessa di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore.
Mentre il corpo viene abbandonato come un cadavere nel fiume, oppure, al contrario, imbalsamato nella cura ripetitiva degli esercizi di palestra, fino a raggiungere una forma perfetta quanto inservibile…”
Premesso che l’art. 27 comma terzo della Costituzione prevede “Le pene non possano consistere in trattamenti carcerari contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, a tal proposito credo che fare l’amore con la donna che si ama è rieducativo e sfido chiunque a dire l’incontrario, il recluso, già impoverito dallo stato di detenzione si trova come “simbolicamente castrato dal suo celibato involontario” “L’accanimento contro la sessualità, peraltro, peraltro tipico delle più feroci torture, non muove forse dall’inconfessato desiderio di sterilizzare chi contravviene alla norma sociale, di impedire al recluso ogni attività riproduttiva della specie, di decretarne l’espulsione dalla specie umana?” L’art. 15 dell’ordinamento penitenziario (“Elementi di trattamento”) prescrive “agevolando opportuni contatti con il mondo esterno ed i rapporti con la famiglia”. Con la legge n. 354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sulle misure privative e limitative della libertà”: il detenuto viene considerato per la prima volta come “persona” dotata di bisogni ed esigenze specifiche come quello di dare e ricevere baci, carezze, di avere momenti d’intimità con la compagna della vita.
L’art. 28 ord. penit. (Rapporti con la famiglia), stabilisce che particolare cura sia “dedicata a mantenere, migliorare o stabilire le relazioni dei detenuti e degli internati con le famiglie” ma com’è possibile se ci è vietato persino dare un bacio sulle labbra alla propria donna? “La mancanza per anni, di rapporti ma anche di semplici baci, carezze e abbracci porta forzatamente alla perdita di intimità della coppia, tale perdita di confidenza tende ad estraniare i partner: non si conoscono più gli odori, le reazioni spontanee, si annulla la capacità di gioco, si abbatte la complicità…”

Nelle “regole minime” nel trattamento dei detenuti emanato dal Consiglio d’Europa nel 1973 e aggiornato nel 1987 con il titolo “Regole penitenziarie europee” all’art. 65 si prevede “mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e
con la comunità estera, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie”. Bel modo di mantenere e rafforzare il legame affettivo se nelle carceri italiani l’amore fisico è proibito come il peggiore dei peccati, cosa che invece negli altri paesi è già
da tempo possibile. Esempio “In Croazia sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari. In Olanda, Norvegia e Danimarca vi sono miniappartamenti, immersi nel verde, forniti di camera matrimoniale, servizi e cucina con diritto di visite senza esclusioni relative alla posizione giuridica dei reclusi; in Finlandia ciò vale per coloro che non possono usufruire di permessi. In Albania, una volta alla settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati”. “In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità all’interno di prefabbricati, siti nel perimetro degli istituti di pena, per 3 giorni consecutivi.
In Francia, come in Belgio, sono in corso sperimentazioni analoghe: la famiglia può far visita al detenuto in un appartamento di tre stanze con servizi, anche per la durata di 48 ore consecutive; il costo dell’iniziativa è a carico dei parenti.” “In Canton Ticino (Svizzera), chi non fruisce di congedi esterni può contare su una serie articolata di colloqui anche intimi in un’apposita casetta – “La
Silva” – per gli incontri affettivi. In Catalogna (Spagna) si distinguono i “Vis a vis”, incontri in apposite strutture attrezzate per accogliere familiari e amici; nell’ospedale penitenziario di Madrid, un progetto prevede l’istituzione di tre camere “per le relazioni affettive” fornite di servizi. Pur rigidamente regolata da norme, la possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Paesi degli U.S.A., precisamente in Mississippi, New York, Califomia, Washington e New Mexico. Tra gli anni ’70 e ’80, negli istituti di pena sono stati introdotti i cd. “Coniugal Familiy Visitation Programs”: i detenuti possono incontrare ogni due settimane il coniuge e ogni mese tutta la famiglia, in una casa mobile sita all’interno del carcere, per tre giorni consecutivi”.
“Persino in realtà molto lontane e disastrate l’affettività è considerata una componente ineliminabile della vita del detenuto: in Brasile, ove le condizioni detentive sono spaventose, ogni recluso ha diritto, ogni settimana, ad un incontro affettivo di un’ora con chi desidera, indipendentemente da precedenti rapporti di convivenza riconosciuti dallo Stato.
Nel carcere femminile di Caracas in Venezuela, dove manca praticamente tutto, vi sono cinque piccole camere con servizi dove le detenute possono ricevere, ogni 15/30 giorni, il marito o il fidanzato.”
L’ergastolo c’è ma non c’è il sesso: molti animali vivendo in cattività non riescono più a produrre e questo dovrebbe fare capire le
difficoltà che incontra un uomo (e una donna ) ad avere una relazione sessuale normale dopo che si è masturbato per 30 anni. L’ergastolano più degli altri detenuti è colpito dalla diminuzione dei legami e delle relazioni affettive. La sua condanna peggiore non è la perdita della libertà ma quello della totale separazione dalla famiglia e dalla donna che ama. Che l’esperienza del carcere piombi violentemente nella vita di una famiglia e distrugga ogni equilibrio è forse inevitabile. Che poi le famiglie non abbiano nessuna possibilità di ricostruire, pezzo su pezzo, i rapporti lacerati con i loro cari detenuti sarebbe invece, forse ampiamente evitabile, se come in tanti altri paesi anche in Italia ci fosse il rispetto per gli incolpevoli parenti delle persone detenute e la volontà di dare loro degli spazi per coltivare gli affetti in galera e nonostante la galera. Mi hanno raccontato molti giovani ergastolani che la prima cosa che hanno pensato quando hanno sentito di essere condannati all’ergastolo e quello che non avrebbero più fatto l’amore. Spesso, questa constatazione è più dolorosa della perdita della stessa libertà.
Effettivamente il valore dell’amore e del sesso sono sinonimi di libertà, a parte rari casi, senza l’uno non ci può essere l’altro. Il divieto di non poter dare un bacio passionale per 10, 20, 30 anni, forse per sempre, alla compagna che si ama è devastante. Stare in una cella piena di foto di femmine nude, è un bombardamento ormonale dalla mattina alla sera, a colazione, a pranzo, a cena, dover mangiare con davanti tutti i culi appesi al muro… Vedere alla televisione, persino nella pubblicità lo scambio di carezze di baci e sentirsi esclusi per sempre o per una parte della propria vita ci si rende conto che non si fa più parte di questo mondo. Molti detenuti usano il palliativo della masturbazione, questa diventa uno sfogo fisico, un’abitudine senza nessun desiderio, senza arte né parte. Ci si masturba per aiutare il sonno, per noia. Molti non facevano l’amore in libertà tutti i giorni con le proprie compagne ed invece in carcere si masturbano tutte le sere probabilmente perché il divieto aumenta il desiderio. Alcuni detenuti, gli ergastolani più degli altri, sia perché i ricordi sono lontano nel tempo e sia perché sono consapevoli che hanno buone probabilità di non fare più l’amore con una donna,
alla lunga, sotto un certo aspetto, diventano vergini e non si ricordano più come fare l’amore con una donna. Dopo tanti anni, con
una condanna a vita sulle spalle, si dimenticano delle loro esperienze passate, delle loro tenerezze e dell’amore e si aiutano con i giornali pornografici. “Secondo il III° Rapporto Eurispes sulla pornografia” (1992), il forte consumo di materiale pornografico si verifica, in particolare, nel caso di persone che vivono condizioni di isolamento, con scarse possibilità di rapportarsi con l’altro sesso”. Molti di noi alla notte fanno le ore piccole per vedere alla televisione qualche film spinto dove si può vedere tette, culi, baci passionali ed ognuno si immedesima nei protagonisti. I detenuti hanno non solo un “forte desiderio per il rapporto sessuale, ma anche per la voce, il riso e le lacrime di una donna; un forte desiderio per la donna in sé stessa”. Ho sentito da fonte diretta che molti ex detenuti, una volta  fuori non riescono a fare l’amore se non hanno l’aiuto di un pornografico perché ormai sono abituati ad eccitarsi con gli occhi e non riescono più a farlo con il resto del corpo anzi rimangono delusi dalla fisicità del rapporto. “I problemi comunque sono tanti: qualcuno raccontava di non riuscire a raggiungere l’orgasmo. Ma c’è anche chi ha il problema opposto e ha l’eiaculazione precoce, perciò la delusione non è che la dai solo alla donna, ma anche tu sei deluso da questo fatto, perché le aspettative che ti sei costruito si infrangono prima che finisci di spogliarla” Succede che fra noi ergastolani ci scambiamo delle battute: “ieri mi sono fatto una sega meglio di unascopata”; “ si fa meno fatica a masturbarsi che a farsi una scopata”.
D’altronde quando la volpe non arriva all’uva dice che è acerba! Nel gergo carcerario i giornali pornografici vengono chiamate “famiglie cristiane”. Un mio conoscente teneva con sé da ben 5 anni una rivista pornografica che raffigurava le performance erotiche di una donna alla quale si era particolarmente affezionato; ne era sessualmente stimolato come nessun altra protagonista riusciva a fare, e con lei nel tempo aveva stabilito “un rapporto” tale per cui se ne considerava e se ne diceva innamorato e perfino “geloso” infatti non prestava mai a nessuno quel suo porno del cuore. Normalmente questi giornali ce li scambiamo, ma in particolare modo i detenuti del sud si vergognano che gli altri sanno che leggono questi tipi di giornali ed usano molta riservatezza, evitano di acquistarli alla spesa affinché la direzione del carcere non lo sappia (per non fare brutta figura con l’aerea educativa). Capita spesso che certi detenuti che sono più “arrapati” degli altri, mandino di nascosto un bigliettino per chiedere un giornale pornografico. E noi di mentalità più aperta li prendiamo in giro facendo sentire a tutta la sezione e gridando al lavorante: “passa questo pornografico a tizio”. Molti ergastolani sono consapevoli che hanno buone probabilità di non avere più contatti ravvicinati con il sesso femminile almeno in età funzionale, i più giovani ne fanno una tragedia, i più anziani sperano invece nel viagra. “Se esci dal carcere dopo dodici anni, vorrei vedere chi ti aspetta … Ad un mio amico, che era uscito, ho chiesto com’era andata e la risposta è stata che aveva speso 50 mila lire per una scopata e 100 mila per il viagra!” L’ergastolano cominciando a credere che non potrà avere più un rapporto sessuale con una donna, almeno con amore, si fa due conti: “mi hanno arrestato a quaranta\cianquant’anni, se ho l’ergastolo ostativo non farò più l’amore, in caso contrario ho la speranza e non la certezza di uscire a sessanta\settant’anni quando non mi si raddrizzerà più … Quando passa un ergastolano i detenuti con pena temporanea gli dicono dietro “quello non la vedrà mai più.”
Il sesso in carcere è un argomento che fa paura agli stessi detenuti invece “Se la sessualità è repressa, cioè destinata alla proibizione,
all’insistenza e al mutismo, il solo fatto di parlarne, e di parlare della sua repressione, ha un tono di trasgressione deliberata. Colui
che adopera questo linguaggio si mette in una certa misura al di fuori del potere; attacca la legge: anticipa, foss’anche di poco, la libertà futura” . “Si ha la pretesa di insegnare al detenuto il modo di vivere e di comportarsi nel libero e allo stesso tempo lo si costringe a vivere nel carcere che di quel mondo è l’antitesi” Un mondo senza donne, senza sesso, senza amore, un mondo in bianco e nero, un mondo alla rovescia. A mio parere, il reinserimento del deviante deve iniziare dall’amore e quindi dal sesso perché sono due cose che hanno la stessa anima, infatti, la “scopata” più bella è quella che fai con la donna che ami. Anche le donne hanno le nostre stesse esigenze,
Cristine dice: “Ah! il sesso!Ecco il punto dolente per noi recluse, credo sia una parte integrante dell’affettività, uno stimolo umano, un desiderio legittimo, ma proprio nel momento in cui, forse avremmo più bisogno di essere rassicurante anche questo ci viene negato” Ecco alcune testimonianze sul sesso da uno Ospedale Psichiatrico Giudiziario a dimostrazione che i matti sono più normali dei legislatori che siedono in parlamento. “Per me il sesso in carcere sarebbe una cosa giusta perché di seghe manuali si può anche morire …
E.Z.” “Per me il sesso nelle carceri è molto importante, sia per il rinchiuso che per la moglie anche perché si evita tanta depravazione e si sta anche meno nervosi e poi siamo logici il sesso è la cosa più bella del mondo. Nel mio caso non ho né moglie né fidanzata spero che mi sia permesso, tramite domandina, di far entrare qualche donna di piacere… magari in una struttura adatta così non si vergogna V.D.B.”
“Sesso significa amore… ma se qualcuno sta male è difficile che si innamori A.M.R. ”
La cosa buffa che gli stessi detenuti non sanno è che masturbarsi in carcere è reato perché questo è un luogo pubblico e puoi essere
denunciato per atti osceni o punito con la perdita di un semestre della liberazione anticipata e sono 45 giorni di galera in più. Senza
contare che spesso avere un attimo di intimità in carcere è più difficile che fare una rapina: devi pianificare tutto, l’orario è importante, devi calcolare il tempo che la guardia passa a controllare se ci sei o se ti sei impiccato, e se è passata l’infermiera con la terapia; poi con passo leggero, oserei dire astuto, ti guardi intorno ed entri in bagno, ti chiudi la porta per modo di dire, perché lo spioncino del bagno deve rimanere aperto per i controlli, ti sbottoni i pantaloni ed inizia la dedicata operazione ma sempre con un orecchio nel corridoio e così inizia la lotta titanica fra la voglia di concentrarsi e la paura che la guardia ti becca in flagranza … Ci sono delle guardie che sono dei sadici nel prenderti in castagna, se vedo che c’è la guardia che passa ogni cinque minuti “rinuncio” e mi faccio una camomilla o una diecina di flessioni. Se tutto va bene non devi tirare l’acqua perché in una cella accanto all’altra si sente tutto ed il tuo compagno a lato, dal tempo passato che ha sentito chiudersi la porta del bagno e da quando hai tirato lo sciacquone, si può immaginare che ti sei masturbato. E dà fastidio il pensiero che un compagno possa immaginare quando ti “fai una sega”. Insomma l’amore in carcere è difficile in tutti i sensi: se sei allocato in una cella singola, se sei una persona intelligente, sveglia, se hai esperienza, coraggio e tenacia ce la puoi fare con un minimo di riservatezza ma se sei in cella in compagnia persino con tre quattro persone praticamente è impossibile, ti senti osservato da tutte le parti sia dalla parte delle guardie che dai tuoi compagni. E’ esperienza comune che gli attimi migliori d’amore sono quando sei in punizione in isolamento.
Ecco sull’argomento alcune testimonianze
Italo: a volte il sesso si desidera più della libertà stessa. Forse non è l’atto in sé, a fare nascere questo irrefrenabile desiderio ma la magia di quel momento, la voglia di dare e di ricevere amore, il cercarsi, il trovarsi, insomma la voglia di vivere. Spesso per eccitarmi uso i pornografici, le copie processuali come li chiamiamo noi a Napoli, ma dopo c’è una grande desolazione…
Perché oltre la libertà toglierci anche il diritto di amare? A voi! Si proprio a voi, uomini colti, uomini delle istituzioni, a voi teste di
cazzo, questo è diritto? E diritto condannare due persone a fronte diun sole colpevole? Avevo una ragazza ma ci siamo lasciati perché non sono più un essere umano… Avevo venti anni quando sono stato arrestato, ora ne ho ventisette e penso sempre che la vita è uno schifo. In sette anni sono stato represso non recuperato e non fare l’amore con la mia ex fidanzata non mi ha certo aiutato.
Cosimo: scrivere qualcosa in merito al sesso in carcere; liquidare il tutto con due parole è un compito alquanto arduo; ci provo! È più corretto dire due parole sulla mancanza di sesso in carcere, sia bene inteso: la mancanza della donna. A dirla breve, per un vero uomo questa privazione è un vero e proprio oltraggio all’anima perché trattandosi di un esigenza puramente fisiologica, non dà la morte fisica ma la morte psicologica. Tanto è stato scritto, tanto è stato detto da illustri pensatori e politici ma poiché i proverbi restano pur sempre il sale della vita ne cito uno: “La pancia piena non crede  al digiuno”. E’ puramente retorico e ripetitivo ribadire che in tanti stati questa esigenza del detenuto viene concessa … Siamo un paese barbaro!
Alessandro: il sesso in carcere potrebbe essere la salvezza di numerose persone: chi soprattutto è condannato all’ergastolo è ossessionato dal solo pensiero di non poter più amare la propria compagna. La mancanza di sesso in carcere è una delle tante cause che porta due persone alla separazione, quando una delle due è detenuta.
Come per esempio la donna desidera diventare mamma o viceversa l’uomo desidera diventare padre. Senza il sesso questo desiderio viene a mancare e si finisce di andare più in fondo al baratro.
Sebastiano: la mancanza di sesso in carcere a lungo andare credo diventi un chiodo fisso per tutti noi che abbiamo lunghe pene detentive. Per chi scrive, per esempio dopo appena dieci anni di detenzione non vi è ora del giorno e tante volte anche della notte in
cui il “testosterone”, non reclama il “desiderio” di una donna.
Causando dolori fisici che credo si avvicinano molto alle torture. Molte volte con la pratica dell’onanismo si dà sfogo a questi desideri, ma “dopo” invece del naturale sollievo che avviene a conclusione di un normale rapporto affettivo ti senti addosso un senso di frustrazione e di ,“ come definirlo”, incompletezza
Vincenzo: sono un ergastolano attualmente in carcere da 14 anni, vale a dire 14 anni senza fare l’amore, vale a dire 14 anni senza sapere se le donne ce l’hanno ancora verticale oppure adesso è in posizione orizzontale… Si è fatta una trasmissione televisiva a “Porta a Porta”per parlare di un mese senza sesso che i nostri calciatori della nazionale dovevano sostenere per i mondiali di Corea/Giappone e non mancavano in trasmissione emeriti Psicanalisti, Psichiatri e sessuologhe per un solo mese di astinenza mentre per alcuni detenuti si tratta di una vita.
Mosè: sono un ragazzo di 41 anni, forse “ragazzo” è una parola grossa però mi sento ancora un giovanotto… Da quando sono recluso la prima cosa che mi manca oltre la libertà e i familiari è il contatto femminile con l’altro sesso. Dapprima non ci fai caso poi man mano che passano i mesi diventa una cosa prioritaria, un po’ perché alla televisione vedi certe donne che prima non ci facevi caso, un po’ perché cerchi di stimolarti con qualche rivista sex, oppure lavorando di fantasia cercando di far riemergere dei ricordi migliori memorizzati in precedenza a accantonati nella mente e quindi praticando l’onanismo! Punto fermo di tutte le persone normali si sa che la masturbazione è l’unico modo che un recluso può praticare (sempre che lo stesso sia solo in camera e ci siano le condizioni adatte)… Il sesso è come il mangiare … verrebbero meno tanti problemi. Fare l’amore con la donna amata che male c’è? a noi cambia qualcosa ma agli altri che disturbo crea?
Catello: ho due figlie, una avuta quando ero fuori, nata 16/7/1995, ed è il dono più bello che il Signore mi ha dato da libero, e poi ho
una figlia di due anni e nove mesi, esattamente è nata il 18/3/02 quando già ero detenuto da cinque anni, concepita nell’Aria verde di Rebibbia … Sono riuscito a beffare tutti (anche la morte) dando la vita ad un angelo… è stata la gioia più grande … potete immaginare se sia contrario o favorevole all’amore in carcere…
Giulia: E forse alla fine si sublima tutto, lo fanno gli uomini, con gli innamoramenti di fantasia, ma anche le donne fanno questo: perché si scrivono con il mondo intero, ti amo, ti voglio, sono solo tua?
Cosa vuoi che scrivono nelle lettere : ti faccio questo, ti farei quello, ti prendo ti smonto e poi ti rimonto, naturalmente è solo un rapporto virtuale che però ti riempie la vita. Adesso vi racconto una cosa di tanto tempo fa , ho conosciuto una donna in carcere che aveva un rapporto epistolare con un uomo conosciuto tramite lettera, bene questa persona è uscita e non riescono ancora ad incontrarsi davvero, scopano per telefono, cioè questa persona non è riuscita ad avere un rapporto normale dopo che ha fatto tanti e tanti anni di carcere. Spero che ci riuscirà con il tempo. Ma il danno psicologico resta, lo shock del carcere è stato grosso e ha provocato una difficoltà forte a interagire con gli altri. Secondo me questa persona è ancora legata al carcere, è stata istituzionalizzata fino in fondo. Guarda che non sono le persone che si fanno istituzionalizzare, sono tantissime, parlo a livello psicologico naturalmente… Quello che però non capisco è perché qui continuano a fingere che ci interessano solo gli affetti, la famiglia e simili. Mi dispiace dirlo ma qui dentro dicono tutte che hanno sempre scopato solo per amore, a me però no sembra credibile questa cosa. Io sono stata innamorata una volta nella vita e agli altri con cui ho avuto rapporti posso avergli voluto bene, ma innamorata è un’altra cosa. Quante volte, noi che abbiamo avuto una vita piuttosto libera, siamo andate a letto con uno così, una volta e poi basta? Andava bene tutte e due, e il giorno dopo ciao. Cosa ti sei scambiata, ti sei scambiata delle sensazioni delle emozioni nell’arco del rapporto sessuale, questo sicuramente. Tutto il resto non c’entra. Io rimango esterrefatta qui dentro quando facciamo così le pudiche, non lo capisco questo. Non capisco perché ci sia questo timore a parlare liberamente e a dire che “stanze dell’affettività” ci interessano anche per la possibilità di fare finalmente sesso.
Nicola. La prima volta che sono uscito da carcere, dopo quasi dodici anni, premetto che quando sono entrato ero ancora un ragazzo, ne avevo diciannove e quando sono uscito ne avevo trentuno. Avevo fatto l’amore per un breve periodo prima del mio arresto, e poi mi sono “astenuto forzatamente “ per dodici anni, dunque la prima volta che sono uscito un amico mi ha detto cosa volevo da mangiare… la mia risposta è stata di portarmi a donne e così è stato, e però in un certo modo sono rimasto con l’amaro in bocca… quella prima esperienza aveva in pratica “smitizzato” la mia attesa, deluso ogni aspettativa, annullato tante illusioni che mi ero fatto prima.

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