Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il silenzio scrive i propri sentimenti… di Giovanni Zito

silenzio-nuvole

Di Giovanni Zito -detenuto a Carinola- troverete caterve di materiale in archivio. Negli anni è stato forse l’autore più prolifico.

A volte è molto ironico, altre molto malinconico, spesso surreale e simbolico.

E sa volare alto, come fa oggi con questo testo che è come una matrioska.

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Il silenzio scrive i propri sentimenti in ragione del peso dell’abitudine, attraverso il suo. Vorrei ma non posso. Anche se io sono vivo in una comoda anestesia dove nessun uomo sa niente di ciò che lascia, emergendo un coraggio di una maturità dell’anima.

Saper trasmettere questo Pathos scritto dal silenzio che misura tutte le cose, secondo misura. Quando solo l’occhio della vita  può dare la giusta lontananza. Anche perché diventa presbite. Scrivendo le piccole cose racconto spicchi di momenti, frammenti della vita.

Se poi li vuoi degustare uno per volta, scopri sempre un attimo diverso, il volto, in questo sogno, il magico momento dentro la scena comica o fragile, un sospetto ingiusto, oppure un sospetto giusto di un pezzo di colore. Guardandosi meglio, riconosci spigoli imprevisti di personalità, debolezze umane.

L’uomo, quest’uomo riconosce quel tocco di verità vissuta, o almeno osservata sicuramente, di un cieco che si finge di non vedere. Sembra il vento quando si insinua tra i capelli. Per un attimo tutto si confonde, perché oggi sicuramente le come ieri, scrivere con la punta della penna, in modo che si legga in punta di piedi, qui dove il campo di nessuno , usando il diserbante della responsabilità.

Non c’è tutta questa uguaglianza sociale, per chi vive sulle rive della distesa di sterpi. Trovi costantemente un ciglio di carenza, trovi l’ultimo anello della catena spezzata. Provo a spiaggiarmi nei deboli affanni. Nella vita si piglia chi ti somiglia, perché sono le somiglianze che creano simpatie. Tanto più qualcuno ci somiglia, tanto più ci attrae. E’ l’altra metà del cielo. Disegnando un pensiero che cammina, un’immagine accompagnata dalla mano, così cambia un passaggio della domanda. Lo faccio spesso dentro di me!

Da oltre vent’anni aspetto il mio tempo, travolgendo le forme sociologiche, quei numeri, quelle tabelle. Non c’è nulla di più arido quando si fa l’elenco del fine pena, aspettando il miracolo impossibile. Quell’aggressione che procura lo strano disagio. Scopri così che anche questi luoghi dell’anima sono silenziosi, contaminabili, perché si fanno certe escursioni tra la perdita d’innocenza dell’avatar dell’uomo.

Certo non è così. Semplice uscire dal cliché dello smocking, dall’approccio ingessato, svegliando questo festival  della mente, prendendo forma senza nome. Senza passato. Un tipico week end invernale, misterioso. Questa innata nostalgia che scompare sulla superficie, dove la terra rimane solo un sogno sognato su questo universale mondo di cui faccio parte, arrivando nel cuore di nessuno.

La musica ondeggia nella mia cella, portandomi piccoli sprazzi di euforia, facendo scalpitare l’irrequietezza della sensualità, perché sono segreti da coltivare nelle mani di una notte o forse dell’uomo senza giorno. Il silenzio serpeggiante si deve affrontare  con razionalità, anche se qualche volta cerco di barare, non avendo più un orologio da consultare. Il carcere toglie quelle ore, ti strappa ogni ricordo, cancella attimo dopo attimo ciò che rimane del tuo silenzio.

Lettera di un’Odissea (prima parte)… di Davide Emanuello

tortura

Davide Emmanuello,

Alcune storie sembrano prese da un film dell’errore o da uno di quei libri dell’assurdo, che ti facevano precipitare in un delirio senza fine, per ritornare poi, alla fine della lettura, nel mondo di tutti i giorni.

Ma questo non è un film e non è un libro.

Piuttosto sembra a tutti gli effetti, la storia di un accanimento senza precedenti.

Il 23 agosto raccontammo per la prima volta la vicenda di Davide Emmanuello (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/23/unodissea-nel-41-bis-la-vicenda-di-davide-emmanuello/).

Nella struggente lettera che inviava alla madre -pubblicata il 29 novembre- feci poi una sintesi dello stato dei fatti e dell’incombente ricaduta.. (vai al link.. 

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/11/29/mia-amatissima-mamma-di-davide-emmanuello/)

Venti anni di carcere, di cui quindici sottoposto al regime di tortura del 41bis. Tre revoche disposte da tre diversi tribunali di Sorveglianza, per tre volte disattese da tre Ministri della giustizia. 

Nel primo testo di cui ho segnalato prima il link troverete tutta una serie di altri particolari. Ma a noi basterebbe già questo riferimento di tre righe per farci qualche domanda.

Tre revoche del 41 bis.. dopo, ricordiamolo, venti anni di carcere, di cui 15 al 41 bis. Tre revoche… il ministero ridisponeva la misura e i Tribunali di Sorveglianza la revocavano.. Attenzione, Davide Emmanuello non faceva altro nel frattempo. Non emergevano nuovi fatti. Non avrebbe potuto fare alcunché. Era sempre lì in carcere. E dato che la maggior parte dei suoi anni carcerari li ha trascorsi al 41 bis, anche volendo ogni comunicazione era sostanzialmente impossibile.

Qualcuno di voi potrà mai immaginare la devastazione non solo di 15 anni i tortura al 41 bis, ma anche di questo mai visto ottovolante, di questa roulette russa, che non ti dà il tempo di respirare una carcerazione normale, per farti ripiombare con accanimento incessante nel territorio dei sepolti vivi?

Parlavo di incombente ricaduta….

Perché  la D.N.A. fece ricorso contro l’ultimo provvedimento di revoca del 41 bis presso la Corte di Cassazione, che, per questioni di diritto, ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza.

La nuova udienza per discutere sulla persistenza o meno del 41 bis nei confronti di Davide Emmanuello venne stabilita il 23 novembre. 

Molti speravano che il diritto stavolta, almeno stavolta, avesse una chance.

Invece Davide è stato sottoposto per l’ennesima volta al 41 bis.

Quindi tre revoche e tre… ritorni tra i sepolti vivi.

Destinazione Ascoli Piceno.. una delle peggiori.

Ci ha scritto questa intensa lettera, che, per l’importanza che ha, ho diviso in due parti, di cui oggi pubblico la prima.

Quanto può reggere mentalmente un uomo? Quanto è allungabile la corda dell’ingiutizia?

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Ciao Alfredo,

ho atteso (in compagnia dei tuoi scritti) che le ricorrenze esaurissero quella carica illusoria che certe sane speranze alimentano, e ne approfitto adesso che sono terminate per ritornare alla disillusione di queste speranze senza fondamento, e rivivere la realtà in tutta la sua drammatica verità. Dai “sepolcri imbiancati romani”, giorno 23 novembre in anticipo di 4 settimane e 5 giorni, il “sinedrio” ha deliberato per la celebrazione del mio Venerdì…

Le “vestali” di Nemesi, cieche mute e sorde rispetto alla Temi di ancestrale memoria, in ossequiosa riverenza, a ben noti professionisti sciasciani, ormai al timore del ministero orwelliano, hanno rigettato ogni evidente prova dell’insostenibilità del provvedimento del 41 bis di tortura, e accolto la richiesta manifestamente infondata del ripristino del decreto che era stato revocato già per tre volte…

Obbedienti al tribunale politico della Prima sezione di Cassazione, territorio occupato dalla DNA, che come ho già scritto nell” Odissea che hai già letto, ritiene legittima l’illazione che alla morte di mio fratello il clan si è indebolito, rafforzandosi al suo interno il mio ruolo di comando.

Questo è amico mio il paradosso che il TdS romano, in composizione sapientemente studiata per non offendere quegli gnomi del diritto, è arrivato a sostenere, compiendo un disastro logico, con un argomento così contraddittorio, d rendere palese la scelta repressiva. Una scelta ingiustificabile poiché lede la legge: abusando del loro mandato compiono un vero e proprio falso ideologico, cioè non si attengono ad atti processuali assolutori la cui rilevanza è inconfutabile. Un comportamento tale da poter sostenere che non di un un tribunale della Repubblica si tratti, ma di un presidio di illegalità.

Non meravigliarti, pensa che nel 1992 la Corte di Cassazione dovette piegarsi alle c.d. “procure in trincea”, come amano definirsi quanti continuano ad utilizzare la legge a fini esclusivamente “militari”, che i procedimenti di natura mafiosa dovevano essere sottoposti ad una turnazione tra le diverse sezioni della Cassazione per evitare che una sezione e giudici ben individuati potessero favorire qualcuno con sentenze addomesticate.

E guarda caso, oggi la DNA è riuscita a realizzare un sistema giudiziario parallelo in materia di regime speciale, così che ogni decreto ministeriale è “controllato” attraverso l’unico tribunale di sorveglianza di Roma e la Prima sezione di Cassazione, laddove si dovrebbe discutere il ricorso avverso la decisione del primo tribunale. E non è finita.

Questa stessa sezione della Cassazione, piegata ai voleri della DNA, che eufemisticamente chiamo tribunale politico, produce quella stessa giurisprudenza che la DNA propone, in barba all’autonomia  e imparzialità del giudice terzo.

Ciò sono riusciti ad ottenere con la legge del 2009, realizzare un sistema di tribunali speciali (TdS di Roma e Prima sezione Cassazione) e così gli echi di mussoliniana memoria inondano e si fissano con segni d’inchiostro sulle pagine delle varie decisioni che condannano uomini come me a una non vita, ad ammuffire in sezione mortori.

Naturalmente quelle probe “procure in trincea” di nulla si accorgono, di nulla sospettano, nulla dicono dell’occupazione militare di quegli organi di garanzia, Cassazione e tribunale, che con la formula del sospetto hanno espugnato prima, e senza sospetto sic! controllano adesso.

Questo ti farà comprendere il perché nei casi di reclami al tribunale e dei ricorsi in Cassazione le regole possono essere violate impunemente, senza lasciarti possibilità di difesa alcuna, lasciandoti senza la possibilità di vedere valutata la tua posizione da un organo di controllo terzo e indipendente.

Nel mio caso ti ho spiegato che al TdS ho prodotto le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, le stesse di cui è in possesso anche la DNA e non le ha mai prodotte, con le quali è provata la mia estraneità al gruppo, oltre  a smentire che sia divenuto il capo dopo la morte di mio fratello. D’altra parte se ero a regime di 41 bis?

E’ chiaro amico mio? Gli stessi che si autoaccusano di essere i responsabili ed i nuovi capi del gruppo escludono quei postulati investigativi che, se fossero supportati da un minimo elemento logico, avrebbero comportato come conseguenza diretta l’emissione di un mandato d’arresto o un’indagine nei miei confronti. Sono questi fatti che pongono la parola fine a qualunque deduzione che il tribunale politico della Cassazione ha potuto fare.

Quest’illazione, perché di questo si tratta, che quegli gnomi del diritto hanno tentato di trasformare alchemicamente in un fatto penale preziosissimo, l’ho smentita documentalmente. Ciononostante il tribunale, divenuto presidio di illegalità, senza nemmeno considerare la rilevanza “morale” dell’innocenza, evitando un errore alla giustizia, conclude a favore di tale illazione, commettendo però un falso ideologico, così come ha fatto la DNA con le stesse omissioni e alterazioni.

Nella sana prospettiva di chi non è un giacobino della repressione, un episodio luttuoso è da considerare un dramma umano, da rispettare, niente di eroico o di divino. Invece il TdS dell’illegalità arriva a farne strazio con argomentazioni che appaiono più acrobazie di logica, della quale non sfugge l’errore sia “semantico” che “logico”.

Se prendono atto che da venti anni, cioè da quando sono in carcere, non sono raggiunto da ordinanze di custodia cautelare, perché sottoposto al 41 bis, come possono affermare allo stesso tempo che sono a capo di un sodalizio votato al delitto? Se loro stessi confermano che l’isolamento relativo al regime speciale è efficace, come posso diventare capo di un sodalizio che è all’esterno? Un sodalizio che per ammissione degli stessi componenti, poi collaboratori di giustizia, si è sfaldato?.

Dunque cosa sono? Un capo posto in isolamento che guida un gruppo dissolto?

Come vedi siamo di fronte ad un ginepraio logico che si sarebbe potuto evitare, semplicemente se ci si fosse attenuti alla documentazione prodotto da me e celata dalla DNA, invece di emettere una decisione degna di una nuova colonna manzoniana.

Purtroppo i parametri di valutazione dei decreti del regime speciale non esigono garanzie di carattere penale, essendo gli stessi di natura amministrativa, non configurandosi come reato il 41 bis sfugge alle maglie strette imposte dal diritto, permettendo in sede di verifica un accertamento in termini di plausibilità, senza una necessaria dimostrazione in termini di certezza.

Eppure quest’atteggiamento di tolleranza del legislatore e di una giurisprudenza giacobina (favorevole all’allargamento probatorio) non sarebbe stato sufficiente all’atto amministrativo per aggirare il diritto. Così, con sapienza, gli stessi in trincea, ottenendo l’accentrazione giurisdizionale ad un unico TdS, utilizzano quei parametri di verifica, sottraendo a più fonti del diritto, cioè a tutti i TdS della nazione, l’esercizio del loro mandato, e saggiamente lascia la valutazione di legittimità ad un unico tribunale politico rappresentato dalla Prima sezione di Cassazione, il quale in merito alla coerenza delle deduzioni potrebbe ridare simmetria fra la tolleranza eccessiva, regalata, e la necessità probatoria.

All’udienza-farsa del 23 il TdS dell’illegalità sostiene che essendo uno scopo del regimi de 41 bis impedire a chi vi è sottoposto la continuità con il delitto, l’assenza di provvedimenti in tal senso nei miei confronti non è un elemento valido a mia discolpa.

Proprio perché appare plausibile quest’argomento dimostra la mala fede di chi lo adopera. A mia difesa produssi le revoche del regime di tortura, dimostrando che, in quei periodi di libertà dalle attenzioni orwelliane, l’assenza di provvedimenti dipendevano dalla volontà del sottoscritto a vivere condotte ineccepibili.

Fatto questo integrato delle dichiarazioni di quanti autoaccusandosi, come ti ho scritto, mi escludono totalmente dal contesto.

Riscontro che dovrebbe essere messo in relazione fra la condotta e dato di fatto, ed essere utilizzato per raggiungere quella deduzione logica e coerente richiesta.

Invece, ricorrendo al concetto di possibilità, ed evitando gli elementi di certezza, i servi della repressione aggiungono un mattone della vergogna a quella colonna infame manzoniana che già hanno innalzato con l’ultima decisione, arrivando a quella verticalmente superiore storica e  meritevole di Traiano che di Roma ne celebra i fasti anziché le infamie.

L’atto amministrativo del regime 41 bis di tortura nasce come esercizio del potere per “gabbare” il diritto. Disattende le timide garanzie costituzionali, istituzionalizza l’esercizio illegale di alcuni apparati dello Stato, i quali, realizzato un progetto eversivo dell’ordine costituzionale, che in assenza di un giusto equilibrio tra poteri, si sottrae alle forze democratiche.

(FINE PRIMA PARTE)

Stupida adesso la libertà… di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- è una delle presenze storiche di questo Blog.

In archivio, di lui, troverete, una infinità di testi.

A volte si “assenta” per qualche periodo, ma poi ritorna sempre.

Giovanni è uno che si muove attraverso molti registri, che vanno da una ironia incontenibile.. a viaggi surreali della mente e del cuore, come avviene col testo che pubblico oggi.

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Non ci sarà mai libertà nelle tue notti, perché non vedrai mai la mia luce stupida.

Volevo camminarti nel cuore come i primi sguardi che nascono a nuova vita.

Non  è stato possibile.

Credevo di essere rinchiuso dentro un  bacio di vetro stupido.

Adesso la notte non troverà mai più la tua libertà.

L’uomo si domanda aspramente chi vive dentro di me. Uno di noi due sarà sorretto dal domani, con le proprie mani.

Mentre la luna esce da dietro la nube, gettando temporaneamente la luce pallida alla speranza.

Strana la vita che prima porta doni, poi li devi scartare come regali di gioventù. Il silenzio porta con sé al tramonto questa fantasia che si chiama donna.

Volevo eternamente un viaggio attorno al tuo respiro. Quel bacio universale che fa tenerezza, come la tua carezza… stupida.

La fame rimane sospesa nell’aria, negli occhi, mentre il corpo  zoppica.. stupida.

Credevo di essere importante, invece sono solo un battitore.. un batti cuore.

Il bello è che ciò che colgo mentre sta passando tra il momento e la mia scomparsa…

Forse vivo proprio per andare alla ricerca degli istanti che muoiono.

Stupida adesso la libertà e nelle tue notti bella e provocante come un brivido in questa oscurità appartengo a te, notte dopo notte, percorrendo la via, come si percorre l’ultimo amore. Ma la colpa è darwiniana di una evoluzione scomposta come la miseria che diventa una falce.

Volevo e credevo nelle cose più giuste, mentre adesso apprendo solamente questi nudi e spogli pensieri.

Solo così posso tollerare il presente nei meandri radicati.

Ma i fatti sopravvivono sempre nella gerarchia della mia mente, diventando clandestino dell’invisibile.

Stupido che sognava, una mattina dopo l’altro, accanto a te.. solitudine.

Sto bene, anche se adesso mi godo lo spavento di questa quotidiana via per l’inferno.

Ma dove inizia l’amore….

e dove finisce.. chi lo sa?

Dopo la caduta, come si rinasce in questo luogo come sempre nel mai…

Gianni

L’angelo nero… di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- è uno dei protagonisti storici di questo Blog. Nell’archivio c’è una quantità enorme di suo materiale, inviatoci nel corso degli anni.

A volte, come nel testo che pubblico oggi, si accende in lui una lampada surreale, e ai limiti della visione, dove la malinconia ascende in immagini, che sono metafora ma anche eco e richiamo di cicatrici e desideri incisi sulla carne.

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Gentilissimi lettori del Blog,

scusate se busso a quest’ora del giorno alla vostra porta.

Ma io sono fatto così, compaio e scompaio all’improvviso perché spesso vado al luna-park nella giostra e cerco di scivolare intorno a me, 

parlando con il mio silenzio

ascoltando il mio silenzio.

Spero che questo pezzo sia buono.

Lo affido alla vostra bontà perché mi fido di chi legge le cose che scriviamo.

Quindi, buona lettura, ma non sono un angelo nero.

Vi ricordo sempre con affetto.

Giovanni

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L’angelo nero

Sono un angelo nero.

E questa storia che scrivo pesa ancora sulle mie ali.

Tutto accadde per caso in quella domenica.

Un fiore cade alla fermata del temo.

Così conobbi il purgatorio davanti ai miei occhi, l’impressionante struttura dei dannati, le anime perdute. Io sono stato posto in quel luogo. Adesso tutte le cose intorno a me sono fredde, trovi solo la determinazione perché non c’è altra soluzione. Polverizzato, spento, sparso nel vuoto convivi con questi gelidi silenzi, da troppo tempo piombando nell’abisso di questa vita cristallizzata. A distanza di anni, questa vita fitta acuta sembra attenuarsi in un dolore sobrio e sopportabile.

Eppure quest’angelo nero si ricorda il sapore agrodolce della gioventù. L’unico paradiso perduto nella terra di nessuno. Ho fatto molte miglia da allora, e sono consumato sotto lo strato del mio corpo, non provo più un sentimento particolare. Lascio ogni cosa al suo tempo, perché non crescono più fiori poetici e il purgatorio è così per un angelo nero.

La commedia del dramma che si trasforma in memoria, come una scena seducente. Ma tuttavia infliggere nuove ferite può sembrare strano, ma non in questo posto.

Qui le cicatrici servono  anche se porto un fardello greve di assenza prolungate di giorni insanabili.

L’errore umano non può generarne un altro, penso proprio di no. Adesso mi lascio guidare dalla ragione e solo dalla ragione cresce la scelta primaria assopita.

Al momento rimango seduto, meravigliato perché questa fiamma censura l’angelo nero.

Forse troverò tutte le rispose. Lo so, è un tono ironico. Certe volte vibro come un’arpa, osservando stupidamente questi sentieri rugosi, l’emozione sanguinante fino alla fine. Eppure, nonostante l’apparente indifferenza, sono sempre in lotta o forse, è solo sopravvivenza, essendo precipitato, strappato dal terreno sotto i piedi, quando avverti il nodo in gola e non sai il perché.

Non c’è un come né una regola. Solo io, sempre io. Nel male, nel bene, senza il riflesso incondizionato, perché sono un angelo nero, come queste fantasie agonizzanti, frammenti di desiderio.

Mi respiro in queste mura che celano il mio essere, volando nel cielo grigio con lo sguardo perso nella caduta libera della notte.

Come il vento.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- ha scritto valanghe di testi per questo Blog. Troverete molto nell’archivio.

Per diversi mesi poi è quasi scomparso, ma negli ultimi tempi sta ritornando a inviarci i suoi pezzi.

Ed ecco un testo malinconico e surreale al tempo stesso, gravido di nostalgia, e di sospensione temporale, dolcemente teso, come un’aquilone verso il sole.

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Sono andato via di casa tantissimi anni fa.

Da quel famelico giorno sono digiuno.

La vita solitaria a lungo andare mi ha cambiato.

Non so in quale direzione….

Fatto sta che sono in questa corsia d’emergenza.

Aspettando chissà cosa.

Frugo tra la memoria  per trovare quel passo in più, il caffé non ha più lo stesso sapore.

Anche l’aroma si mescola nel vuoto, cosa c’è che non va?

Io sono sia prima, sia adesso, sia poi.

Cresco in tutte le direzioni.

Anche se la mia lacerazione con la vita è stata un’operazione chirurgica effettuata senza anestesia. Il dolore si attenuta a volte, altre volte è insopportabile, mentre il sole timidamente riscalda il cortile, io cerco l’angolo migliore per scaldarmi un po’ il viso.

Sono andato via di casa con il sorriso nel cuore perché non immaginavo minimamente cosa mi attendeva fuori da casa mia… la via del non ritorno.

Quanti sono i giorni ‘inverno, quelli freddi, intensi, la pioggia battente, la neve costante.

Remare contro corrente senza mai arrivarre ad un appiglio, non esiste terra ferma per me.

Al massimo trovo qualche angolo di riposo momentaneo. Tutte le cose che vedo, che sento, non hanno senso perché non m’appartengono, sono posti di schiavitù , sono luoghi desolati, sono corsie spente  e controllate da un sistema caotico. Tutto si svolge in orari stabili. Vivo la mia vita. Come le lancette di un orologio giro sempre nello stesso cerchio. L’unica fantasia è questa penna che in qualche modo si sforza d’evadere dal pozzo in cui sono stato innestato con forza con catene.

Sono andato via di casa credendo di ritornare,

e invece! Adesso scrivo per farmi ascoltare.

Sempre se verrà letto questo mio breve vivere.

Così adesso la mia realtà sembra una partita a ping pong. Eppure io appartengo alla specie Homo  Sapiens, che è un discendente diretto dell’ Homo Erectus, che a sua volta proviene dall’Astralopitecus.

E il mio pianeta ha 4,6 miliardi di anni. Ma sono così vecchio. Possibile.. mi ricordo benissimo casa mia.. la mia gioventù ribelle e la libertà dei giorni.

Sembro ET, il marziano che diceva sempre “telefono casa”. E con il dito all’insù indicava il cielo. Come corre la fantasia. Sto scherzando, so chi sono.. “forse”.

Qui la vita è talmente noiosa e pesante, che sono gli aneddoti del cuore fanno ridere. La colpa non è mai. Il fatto che io scriva così è perché io prendo sempre appunti sulle cose che lego e sento alla TV. Alcune cose le metto in evidenza, altre le cestino. E ci sono cose che non si possono scrivere o dire. Rimangono dove sono sempre state, nell’anima…

Bene.. non avendo altro da raccontarvi, vi lascio con il sapore ineffabile della nostalgia.

Perché ogni cosa passa in fretta come il tempo.

Passa come il vento.

Da Carinola Beach

TUTTO QUELLO CHE HO.. di Emidio Paolucci

Emidio Paolucci -detenuto a Pescara- è un Vero Poeta. Furibondo, malinconico, surreale, carnale e viscerale.

Scrive dal ventre e scrive impennando la penna, non componendo frasi, sublimando parole, raccogliendo cristalli frantumati..

Oggi inserisco queste due poesie. Notevole.. davvero notevole.. la conclusione della prima.

“odio e dignità è quel che ho

il resto è vostro- tutto vostro”.

L’opera – dal titolo “Oltre” – che accompagna le poesie -d è della bravissima pittrice Milla Nuzzuoli, che ringraziamo.

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TUTTO QUELLO CHE HO 

Per un istante riscatto pezzi di vita impossibili

in questi mesi che si riempiono di anni

tra aperture e chiusure cerco

cerco d’incontrare i tuoi sentimenti

vai a pensare- vai a sapere dove si perdono i pensieri

a quanta vita resta a un desiderio

al senso di un giorno infinito

a cinquemila giorni vuoti

è un’aritmetica intollerabile

su quest’odore indelebile-eterno

che ti sacchetta la vita- l’amore…

Guardo quel pezzo di cielo disponibile- consentito

ancora un giorno- un giorno ancora

tentando di non perdere tutto quello che vogliono-

farmi dimenticare.

Mi siedo

cercando di procurarmi il ricordo di un sorriso

di una carezza

della forma dei sentimenti

del loro aspetto

della vita

di un pezzo di vita al di là di tutto questo

penso e non smetto di pensare fino alla fine

fino a perderci la vita

Avete preso tutto,

fin’anche la verità- l’innocenza restano strette-

nei vostri ceppi

solo dignità e odio

odio e dignità è quel che ho

il resto è vostro- tutto vostro.

MI PERDO

Mi perdo così

tra questi colori che fanno a meno del tuo orizzonte,

mentre tu ne cogli solo l’ombra,

dedicandomi un tempo a cui vorrei rinunciare,

mi perdo resuscitando ricordi che hai dimenticato,

mi perdo  nelle attese silenziose,

facendo a meno di un tanto

nel niente in cui mi hai abituato.

Mi perdo innamorandomi del passato,

allontanandomi dal futuro.

Io mi perdo

in sguardi assassinati da spazi sconosciuti, 

e ancora 

riscoprendoti seduta

mentre ti cerco senz’incontrarti,

mi perdo raccogliendo parole

che mi lasciano distanze,

che io rifiuto tacendo,

così mi perdo

restando ai margini dell’oblio,

immaginandomi la vita,

così nell’indifferenza,

senza volerlo,

poco a poco,

perdendo tutto,

mi perdo.

Intervista a Carmine De Feo

Pubblico oggi una intervista a Carmine De Feo.. Attenzione a non confondersi. Non il nostro Pasquale De Feo detenuto a Catanzaro, ma Carmine De Feo detenuto a Favignana.

Questa intervista c’è stata mandata da Carmelo Musumeci, che già a suo tempo ci aveva inviata quella effettuata a Giuseppe Diaccioli, detenuto a Carinola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/11/intervista-a-giuseppe-diaccioli/). Le domande sono le stesse che vennero fatte a Giuseppe Diaccioli. Credo che sia uno “schema di intervista” che è stato appllicato a vari detenuti.

Come nella premessa all’intervista a Giuseppe Diaccioli, anche qui sottolineo l’apparente stupidità di alcune domande, che in realtà, credo, vogliano creare un effetto “ironico” di straniamento, quasi un paradosso nella comunicazione, che faccia percepire ancora più alienante la apparente “quotidianità” di un detenuto. Basti pensare a domande come.. “Come apri la porta per uscire?” (domanda n.18). Solo un mentecatto potrebbe fare questa domanda ad una intervista ad un detenuto.. a meno che.. il senso è quello appunto di creare questa disarmonica atmosfera, questa surreale visione del quotidiano.

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1)Da quanto abiti qui?P

Anche se ho cambiato varie ‘‘case“, mi trovo in questi posti da 20 anni.

2) A che ora ti svegli e cosa ti sveglia?

Mi sveglio quasi sempre verso le sette, anche se spesso inizio prima a rigirarmi nel letto, capita quando vi sono rumore di “porte” che si aprono, perché qualcuno viene trasferito o per altro… Di regola mi sveglio al rumore dell’ascensore e del carrello del latte.

3) A che ora ti alzi?

Come sento il carrello mi alzo.

4) Come sai che ora è?

Il latte e il pane vengono portati quasi subito allo stesso orario.

5) Cos’è la prima cosa che vedi?

Vedo la cuccetta sopra di me e poi il mio amico Donato che essendo più mattiniero ha già preparato il caffè ed il tavolo per fare tutti e quattro la colazione (tanti siamo in cella).

6) A cosa pensi e cosa fai quando ti alzi?

I pensieri sono condizionati da ciò che vivi, di solito penso subito a come affrontare questo nuovo giorno. Se non lavoro mi organizzo con lo sport ed altro. Poi mi lavo e mi preparo.

7) Sogni spesso? Cosa?

I miei amici si meravigliano di quanti sogni faccio. Ma io credo che me li ricordo perché  mi sveglio quasi sempre  e ci rifletto. Sono sempre sogni che mi collegano al mio vissuto e si proiettano su desideri.. aspettative!

8) Come ti vesti?

Anche se oramai ho 50 anni, vesto quasi sempre tute ginniche, oppure jeans, ed uso scarpette da ginnastica.

9) Dove ti specchi? Cosa vedi? Cosa guardi?

Nel bagno vi è uno specchio. Vedo una persona diversa da come mi sento. Sarà perché negli ultimi veni anni non ho “vissuto” appieno. Ma mi sento più giovane dell’uomo che vedo riflesso, anche se a volte mi sento  un vecchio alla fine dei suoi giorni. Poi, guardo i capelli che si stanno diradando, la barba bianca. Però non indugio troppo in questi pensieri. Mi do’ subito una scossa.

10) Cosa mangi a colazione?

A colazione mangio un panino con la marmellata che mi preparo da solo, oppure con nutella, prima bevevo anche un bicchiere di caffè con cacao. Adesso uno di the. In alcuni periodi aggiungo uno yogurt.

11) Come fai la spesa per la colazione?

Una volta alla settimana consegnano una lista di generi di acquistare. Non tutto è consentito.

12) Sei solo o in compagnia?

Come ho già detto siamo in quattro.

13) Cosa vedi dalla finestra?

Vedo altre celle. In un angolo  si vedono dei tetti di case del paese di Favignana.

14) Com’ è arredata la tua stanza?

Vi sono due coppie di letti a castello, 4 armadietti piccoli e 4 grandi, 4 sgabelli, 2 tavolini, 1 scrittoio fissato al muro, un piccolo televisore senza telecomando ed un stendino. Dimenticavo: 3 cestini portafrutta.

15) Quanti passi è lunga e larga la tua stanza?

E’ lunga circa 6 passi e larga altrettanto, anche se in questo spazio bisogna inserire il “bagno”.

16) Quante stanze hai a tua disposizione?

Stanza già descritta e piccolissimo bagno.

17) A che ora esci e perché?

Alle 9:30 vado al passeggio, un’ora di corsa e poi un po’ di ginnastica fino alle 13:30. Di nuovo alle 13:30 fino alle 15:30, ma stavolta solo un po’ di passeggio  e quattro chiacchiere… Quando lavoro, come adesso, che faccio il cuoco, allora mi organizzo in modo diverso. Questo per cercare di fare un po’ di sport, almeno 2-3 volte la settimana.

18) Come apri la porta per uscire.

Non sono io ad aprire la porta… Qui è tutto elettronico e c’è un agente che preme un bottone. Questo per tutti i cancelli  da attraversare prima di giungere al passaggio, oppure al posto di lavoro.

19) Dove vai e con chi?

Ho già risposto: passeggio, in cucina  a lavorare. Ma potrei anche andare nella saletta artigianale: sto provando a costruire una nave.

 

Tra le pieghe del tempo.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito -attualmente detenuto a Carinola- è uno degli autori storici del Blog. In archivio c’è una quantità i suoi pezzi impressionante. E’ in assoluto uno di coloro che hanno scritto di più. Negli ultimi mesi è comparso invece sempre più raramente.

Adesso ci ha inviato questo su pezzo abbastanza corposo.

C’è un respiro teatrale, l’atmosfera di chi si pone dinanzi allo specchio del tempo e vede riflessi sé e i propri passi,e  con carta e penna rende testimonianze. E c’è l’ironia, la raffinatezza, il gusto surreale di Giovanni.  E alla fine della fiera c’è il senso alto dell’amicizia.. e l’aspirazione, insopprimibile ad un’altra vita.

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8-01-2012

Buon giorno a tutti i lettori del Blog,

sono di nuovo presente,

scusatemi per il ritardo,

con queste feste sono stato molto occupato e parenti che hanno affollato la mia mente.

Ormai il nuovo anno c’è. Non possiamo farne a meno. Il governo le sue manovre le ha fatte.

Quindi tutto tranquillo, che adesso stiamo peggio di prima, con tutti questi tagli e rincari che ci hanno imposto.

Come di consueto, ho scritto, per quello che posso, alcune cose. Spero, come sempre, d’essere gradito.

Vi abbraccio con l’affetto costante.

Buona lettura, amici miei.

 

Giovanni Zito

 

Quella mattina mi svegliai presto, come tutte le giornate. Mi alzai dalla mia branda, feci il caffè con calma, mi lavai quasi tutto il corpo. Alle spalle avevo la solita finestra con le sbarre….

Oltre le sbarre, pure la rete metallica. Di fronte lo stesso scenario di vita, con cancelletto e porta blindata chiuse. Le porte vengono aperte solo alle ore 1:30.

Così inizia la mia giornata da ergastolano.

Niente di più, niente di meno.

… Off limits…

 

Questo mercato, un po’ particolare, di corpi umani messi in conservazione, come se il tempo potesse congelare la vita stessa.

Pagando un prezzo così alto si crede di comprare una persona, incluso il suo cuore, la mente, la passione. Ma io ho sempre un tarlo  della nostra società esterna, eliminando il confine della mia vita, essiccando il pozzo del mio essere da cui attingo energia.

Queste macerie di parole dei prezzi, in realtà le qualità più importanti di un ergastolano si nutrono, crescono anche se si è soli.

Tutti quanti pensano  e credono nella pericolosità del singolo detenuto. Lo so, l’argomento è scottante per voi della società, ed anche controverso perché mina il sonno degli ipocriti. Tocca tanti nervi scoperti. Adesso sono gli stessi ergastolani che vogliono il cambiamento.

Per questo io definisco il carcere come un mercato aggiunto di solo dolore. Ovunque prevale l’amarezza. Nessuno di voi lettori, si chiede qual è sarà la fine, l’ultimo tassello, di un lungo e sofferto percorso.. cosa rispondervi?

Come sapete io posso scrivervi.. vi metto davanti tante parole, che in un certo senso vi creeranno un dilemma.. giusto..sbagliato. Come si stabilisce il mio vivere? Andando a scuola.. studiando.. e poi?

Sono finito inopinatamente nel tritacarne. Ogni avvenimento è un caso a sé. Ogni radiografia è diversa dal singolo ergastolano.

Capite questo passaggio?

Per noi si alzano sempre steccati oltre ai muro che ci assorbono anche gli attimi.

Io sono convinto che l’ispirazione debba essere improntata al rispetto e alla stima reciproca. Ma io sono quel criminale, quello da tenere sotto chiave, controllato 24 ore su 24. Tutto il resto non conta, come l’acqua che passa sotto i ponti, nella discarica del carcere in cui vivo il resto della mia vita, con altri onesti e dignitosi ergastolani.

Così si racconta questo recluso. L’ultimo minuto, l’ultimo secondo sono note segnate tra me e voi lettore che smanettate al computer.

Oggi internet mi permette di entrare nelle vostre case, perché ormai si deve dialogare su questi fatti. Il bello di conoscersi, il dare vale quanto ricevere. E io ricevo più del dovuto anche con un semplice ‘ciao’. Perché ci credo alle sensazioni che mi fate provare quando leggo i vostri commenti, piccoli o grandi che essi siano. E’ la sostanza che conta per me.

Sapete benissimo che chi mi lascia un commento, presto o tardi avrà la mia risposta. Questo vale anche per chi mi scrive personalmente.

Tutto questo può accadere perché ci sono delle persone straordinarie che mi permettono questo accesso alla vita reale… “il futuro”.

Bisogna arrivare all’emozione che diventa nutrimento culturale se vogliamo veicolare il domani. Quindi scusatemi se a volte faccio un po’ di confusione. Perché l’essere umano è relazione, e io voglio essere corretto con voi.

Pascal diceva:

“L’uomo è una bestia ed è un  angelo”.

Tante volte penso che è inutile che un uomo come scrive. Oppure che sia solo un film in bianco e nero.

In queste sequenze.. dimostrare cos’è la vita di un uomo condannato al fine pena ma. Presentare i sentimenti fatti di tempo, fotogrammi del tempo cambiato. Perché il tempo scorre senza che le parole traducano la distanza in lontananza.

Continuare in questo purgatorio è come una maledizione sgradevole e persino banale.  Le cose che dico possono essere intense o false, eppure seguite il mio odore. Andate nel blog curiosi di sapere cosa sono, cosa faccio, quale storia potrà mai scrivere o inventare questa volta Giovanni… Come sarebbe una notte senza le stelle, il mare senza il sale, e Dio senza di me?

Ci sono profondità che le devi condividere per capirne il senso. Vagabondare con la mente non è mai facile. Si devono aprire i cassetti, quelli pieni, quelli mezzi vuoti e quelli vuoti. Che durano ormai da anni.

Così sul tuo computer si realizza la scrittura dell’ergastolano, portato in casa tua dalla tecnologia veloce, quella celere magia che raccoglie l’istante del mio presente. Per il vostro piacere metto in pubblico ciò che corre dentro di me.

Mi faccio incenerire. Voi pensate che io possa esagerare, in un senso o nell’altro. Bhe, questo lo dovete scoprire voi che seguite la mia scia. Questi rari momenti pensosi. Vivo di carcere in carcere…. posti frivoli, febbrili come non mai.

Quante cose strane ci sono, quante flessibilità nella mente. Tanta durezza fisica e morale.

La società, il mondo libero, non sa, non può percepire e comprendere alcune mie prospettive. Domando cosa faccio per fronteggiare il resto del mio tempo. Niente. Aspetto con calma che passano attimi, minuti, ore, così tutti i giorni l’attesa è lunga, interminabile.

Dove posso trovare le risposte? L’unico modo che trovo è scrivere. Ma quanto debbo scrivere ancora?

Potrei dire che mi piace darli quattro cazzotti, non prenderli. Ma ognuno di noi ha il suo punto debole. E scivolo con la mia mano in tasca, cercando un appiglio di speranza dove la speranza ormai fa paura e tanto rumore.

Le sbarre, il cemento e le mura alte. Tanta burocrazia e tutto si ferma, perché in fondo non si è mai mosso più di tanto.  Quanto meno sono libero d scrivere, di chiedere.. “e forse anche di amare con la fantasia”.

Questa scrittura consunta che graffia fogli senza senso, dal gelo tagliente come le sbarre alle mie spalle.

Questo è tutto ciò che rimane. Una vita scritta di fretta, crudele. Quella boccata d’aria che diventa tempesta dentro di me. Perfino l’ultimo respiro anticipato di un soffio è un piacevole rischio. Quella landa sconosciuta. Questo è il mio presente. La penna dà il riscatto alla memoria tremante. Tutto passa lentamente intorno a me, lasciandomi madida la pelle, il corpo, la vita. Quanta diversità c’è in ognuno di noi uomini.  Senza sollevare lo sguardo penso a cosa avrò domani: le stesse identiche cose di tutti gli altri giorni, il pacchetto di sigarette, il materasso, uscire dalla cella, vedere sempre i soliti volti, aspettare il pranzo, correre, dormire, sopportando i propri millenni trasformati in ventiquattro ore.

Non mi basta mai una lettera da scrivere, né tanto meno mi conforta quella che ricevo.

Come si può mettere in evidenza la parabola della disumanizzazione? La furia antropofaga della società viene soddisfatta, quale fiero pasto di cui però non si è mai sazi.

Purtroppo in Italia il carcere non ha come fine quello d migliorare e recuperare le persone alla società. Il vero obiettivo è castigare, danneggiare fisicamente e psicologicamente. Ma le persone non si migliorano con queste leggi. Nessun sistema penitenziario può riabilitare l’ergastolano. Soltanto lo stesso condannato è in grado di riabilitarsi, agendo d’autodidatta, e migliorando la propria vita carceraria e il proprio futuro.  Ma per fare questo deve mantere salda la dignità e perseverare con forza costante.

Sono sottoposto fin dalla data del mio arresto alla detenzione in sezioni speciali. Prima con dieci anni di 41 bis. E poi, una volta dimostrato di non avere contatti con l’esterno, mi hanno depositato nel circuito A.S.1. democraticamente si intende. Vedete come è facile cambiare qualche parola, per fare capire all’ergastolano e alla società che non è cambiato nulla nel sistema penitenziario, e che si continua a viaggiare come pacchi di posta da un posto all’altro, allontanati dagli affetti più cari e nobili.

Così, quando si arriva in un nuovo istituto, si ripropone tutta la trafila della burocrazia per snervare il nuovo aggiunto e fargli capire le leggi e i regolamenti del posto dove è stato assegnato.

Così continua la litania della vita, con la sua processione per concepire qualcosa che ti possa travolgere, arrotolare, stimolare il corpo e la mente, parole crociate, libri, e tanta fantasia. Così inizia a giocare tra illusioni e ricordi, strappati e stracciati dal tempo.

Da Carinola Beach

Giovanni Zito

 

 

 

 

Si apre una porta.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito, attualmente a Carinola (dopo lunghi anni a Voghera) ha scritto valanghe di materiale per questo Blog.. forse è il detenuto che ha scritto di più (potrete trovare tutto in archivio).

Riesce a variare fortemente registro.. a passare dalla fiaba, all’ironia più pazzesca, alla denuncia… ma la malinconia, una forte malinconia pensosa, molto metaforica, surreale e letteraria non scompare mai.. e segue, sempre, sullo sfondo.

In certi pezzi, come quello di oggi, c’è qualcosa del grande monologo teatrale..

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Sono inchiostro questi pensieri miei,

in fondo alle scale aspetto un’altra primavera

a vivere con la pazienza

conoscendo i sogni, così il cielo partorisce

un’altra luna.

Imparando da un mondo non è tra le cose  che ho davanti,

vedo un angolo di me.,

un’immagine, un riflesso di libertà nella

vita che verrà, una passaggio tra le mani

e la penna, notti perse nella tenerezza

cerco di vestirmi con la pelle di domani.

Stirando quelle pieghe  di un giorno finito.

Fammi riprovare brividi restando seduto qui,

quanta vita devo inventare dentro di me,

pochi istanti, vorrei una ragione, ma non ce n’è una,

come pioggia cadrò con le parole.

Su scala ridotta inchiodo un sorriso,

questo sporco ricatto dall’alba al tramonto,

trovando un’emozione senza cuore, senza calore.

Lo so, sono sempre controvento,

briciole di tempo, fa male scrivere così,

ma il mare deve essere anche fantasia.

La solitudine fa parte di chi amare più non sa,

non spazio in questo inferno di cemento,

chi leggere non sa dirà stupido..

correre verso chi…

aspettando cosa…

Capisco il tuo sguardo ne momento in cui clicchi il tasto,

si apre questo specchio di nessuno,

un volto incompreso, irragionevole, così poi

ti senti il cuore in gola,

perchè alla fine anche io sono un essere umano,

rinchiuso nelle cattiverie di un destino poco consono,

mentre poi il sole picchia con la mia ombra deformata.

E’ perfettamente comprensibile il distacco che provi

verso di me, ossa e carne.

Così, per caso, devo trovarti, sei tu il mio discorso,

il mio argomento, anche se hanno scritto fine,

voglio leggerlo il tuo rifiuto, tanto lo so che

quella maschera un giorno cadrà.

Succedono cose strane quando si scrive per frasi,

ascoltare, ed io scrivo per te, per me la devo pur trovare una valvola di sfogo, giusto, forse  mi sbaglio,

perchè io entro dal buio, que non è fumo, è solo n momento diverso dal solito, perchè in qualche modo sono anche intrigante con questi miei scritti.

Ci vuole forza, intelligenza, quella che io non ho, così la desidero da te, e stringere un istante in questo posto vale tantissimo,

poi chiudi quella porta,

ritorna al tuo solito hobby, tanto il tuo commento preso o tardi arriva in questo scheletrico posto,

comunque l’abbraccio un sorriso, lo farai lo stesso,

ne sono più che sicuro,

mentre ti prendi il tuo ultimo caffè del giorno.

Nuove opere di Giuseppe Reitano

Ecco altre cinque meravigliose opere del pittore “storico” di questo Blog… Giuseppe Reitano, detenuto a Spoleto. Se fate una ricerca sul Blog, le opere di Reitano pubblicate ormai sono davvero tante.

Queste cinque non si smentiscono, per qualità e capacità comunicativa. Ma la mia preferita è l’ultima, quel tango così impregnato di musica, e così surrealmente sensuale.

 

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