Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “suicidio”

Non lasciamo morire Vicenzo Longobardi

 Maria-Micozzi

Vincenzo Longobardi, 45 anni, detenuto nel carcere di Frosinone, potrebbe, entro non molto, aggiungersi alla lista delle persone suicidatesi in carcere. Per pochissimo non è già in questa lista, come vi racconterò tra poco.

Sul finire di febbraio

pubblicai sul Blog “Le Urla dal Silenzio” una lettera di Vincenzo Longobardi che troverete a questo link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/01/04/vergogna-nel-carcere-di-frosinone-lettera-di-vincenzo-longobardi/ (la data che appare sul Blog non è la vera data di pubblicazione, per un problema tecnico).

Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ne indico qualcuna:

-Apnea notturna.

-Problemi d’udito

-Una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento. Tale patologia gli sta danneggiando anche l’occhio destro.  

-Grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito, eppure tutti noi sappiamo quanto è delicata la spina dorsale, e che, se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti.

Nulla viene fatto per permettere a Vincenzo di affrontare queste problematiche. Ci si limita solamente a tamponare i dolori che esse procurano, somministrandogli antidolorifici.

Inoltre viene imbottito di psicofarmaci (cosa estremamente frequente in carcere).

Recentemente mi è giunta un’altra lettera drammatica di Vincenzo, dove mi scrive di avere tentato di impiccarsi, e di essere stato salvato per il rotto della cuffia. Ed aggiunge che ci riproverà.

Questa è la lettera che ho ricevuto:

“Caro Alfredo. Ti sto scrivendo per puro miracolo.

In 28 febbraio ho deciso di farla finita IMMPICCANDOMI. Per puro MIRACOLO un detenuto e la guardia si sono accorti che penzolavo. Sono corsi tempestivamente. Il detenuto mi tirava su e l’agente ha tagliato il cappio. Mi sono svegliato in infermeria. Ero incosciente di tutto.

Ti posso promettere che non è finita qua. Sto male. Preferisco farla finita. Vi sto scrivendo per mettere a conoscenza tutti. Ed è una MORTE ANNUNCIATA che si va ad accodare a tante altre prima di me. QUESTO CARCERE E’ IL CIMITERO. TI PORTA FINITO. NON FUNZIONA NIENTE. IL RECUPERO NON ESISTE. L’INFERMIERIA E’ UN MERCATINO RIONALE. Tutti che se ne fregano della vita dei detenuti.

LA SOCIETA’ LE SA QUESTE COSE? TI RIPETO. SIAMO VICINO ALLA CAPITALE. Perché si fa finta di niente? NON CE  LA FACCIO  PIU’ IN QUESTO CARCERE. AIUTATEMI, HO 3 FIGLI. FATELI VIVERE QUESTO PADRE. NON LASCIATELI ORFANI.

Vincenzo Longobardi”

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Amici miei, io sto cercando di segnalare, in varie sedi ed ambiti, la vicenda di Vincenzo Longobardi. Ma ho bisogno anche del vostro aiuto.

Vi chiedo, se potete e se volete, di fare essenzialmente due cose.

1)Segnalare questa vicenda a chiunque.. giornali, radio, associazioni, politici, ecc. (potete anche inviare direttamente il link de Le Urla dal Silenzio che porta a questo post…https://urladalsilenzio.wordpress.com/2015/02/11/non-lasciamo-morire-vicenzo-longobardi/)

2)Inviare una vostra lettera al carcere di Frosinone. Sulla busta della lettera, nella zona dove si indica il destinatario, scriverete:

All’attenzione del Direttore Francesco Cocco

Casa di Reclusione- via Cerreto n. 55 – 03100 – Frosinone (FR)

Potete scrivere una lettera di vostro pugno.

O, se preferite, potete riprodurre,  questo prestampato

Alla cortese attenzione del dott. Francesco Cocco, Direttore della Casa di Reclusione di Frosinone

Egregio dott. Francesco Cocco, le scrivo dopo avere essere venuto a conoscenza –sul Blog “Le Urla dal Silenzio”- della drammatica situazione in cui si trova un detenuto presso l’istituto da lei diretto. Questo detenuto si chiama Vincenzo Longobardi.  Dalle due lettere di Vincenzo che sono state pubblicate, è emerso, stando alle parole di Vincenzo che:

  • Vincenzo soffre di tutta una serie di patologie molto problematiche; apnea notturna, problemi alla spina dorsale, una patologia che non gli permette di vedere all’occhio sinistro (e che gli sta danneggiando anche l’occhio destro, e altro.
  • Nulla è stato fatto per aiutare concretamente Vincenzo ad affrontare queste problematiche. Lo si sta semplicemente imbottendo di antidolorifici e psicofarmaci.
  • Dall’ultima lettera è emerso che Vincenzo ha tentato il suicidio, ed è stato salvato per miracolo da un detenuto e da una guardia che si sono accorti che stava penzolando.
  • Vincenzo ha dichiarato di avere intenzione di riprovarci e, vista la sua situazione e visti anche gli ultimi eventi, un nuovo tentativo di suicidio non sembra affatto una eventualità improbabile.

Un Direttore di carcere ha il dovere di garantire il buon andamento dell’istituto che dirige e di garantire la sicurezza e il rispetto dei diritti umani all’interno dello stesso.

Io le chiedo, in quanto Direttore del carcere di Frosinone, di fare di tutto per permettere che Vincenzo Longobardi venga adeguatamente curato, e che, più in generale, venga trattato come un essere umano, e non come un rifiuto umano.

Per qualunque cosa dovesse accadere a Vincenzo Longobardi –suicidio, morte per conseguenze connesse ad alcune delle sue patologie, paralisi, perdita della vista o altri danni irreparabili- la considererò (insieme agli operatori sanitari del carcere di Frosinone) personalmente responsabile. 

Le chiedo di non contribuire, con l’omissione, alla morte di un essere umano (o a conseguenze irreparabili per lo stesso), tra l’altro padre di tre figli.

La ringrazio per l’attenzione.

In fede

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Amici, come avrete intuito, nella prima linea tratteggiata metterete il vostro nome e cognome. Nella seconda la data e, se volete, l’indicazione della città o paese da dove scrivete. Chi volesse il prestampato su file word, in modo da stamparlo e poi semplicemente sottoscriverlo, mi contatti via email (erasmuszed77@yahoo.it) e glielo invierò. E, ripeto anche questo, il prestampato vale per chi non vuole scrivere una lettera di suo pugno.

Chi vorrà, potrà scrivere anche direttamente a Vincenzo Longobardi, per incoraggiarlo.

Anche se ogni giorno muoiono tanti esseri umani in modo assolutamente ingiusto, ogni cosa che possiamo fare per impedire che un’altra persona muoia è importante. Vi chiedo questo piccolo impegno. L’impegno di inviare una lettera (anche solo il prestampato) al Direttore del carcere di Frosinone. Se poi volete fare anche altro (chiedere anche ad altre persone di scrivere al Direttore; avvisare soggetti che possano intervenire sulla vicenda; scrivere direttamente a Vincenzo), ancora meglio. Ma è già prezioso se scriverete questa lettera al Direttore del carcere di Frosinone.

Grazie per il vostro aiuto e per la vostra attenzione.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un dipinto di Maria Micozzi.

Impiccati tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Suicidio

Uno struggente e bellissimo testo del nostro Carmelo Musumeci scritto sulla scia di Osas Ake, detenuto, in isolamento, che si è tolto recentemente la vita impiccandosi.

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È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati”. (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia, 19 novembre 1928)

A volte penso che molti detenuti che in carcere si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere.
Credo anche che molti detenuti si tolgano la vita perché l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non risponde mai ai loro appelli disperati.
Altri invece lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.
Oggi nella rassegna stampa ho letto la notizia di un altro suicidio, poche parole, pochi dati:
S
i chiamava Osas Ake. Si è impiccato nel carcere di Piacenza. Era in cella di isolamento perché “molto agitato”. Aveva 20 anni, era nigeriano.

Ed ho pensato a quella volta che ero entrato in una cella dove s’era impiccato un detenuto:

Piano terra, cella 17. La chiave non girava. La mandata non scattava. Il blindato non si apriva.
Mi stanco di aspettare con il sacco nero della spazzatura con dentro la mia roba personale sulle spalle. La poso in terra e chiedo alla guardia: Ma da quando è che non aprite questa porta? La guardia prima di rispondermi mi guarda con sufficienza, dall’alto al basso e poi ringhia: Da alcuni mesi, c’erano i sigilli giudiziari, c’è stata un’inchiesta, quello che c’era prima si è impiccato tra le sbarre. Puzzava di galera. Aveva una faccia da beccamorto. Una faccia di vampiro sfortunato che non riceveva da tempo una sufficiente razione di sangue. Gli dico: Mettetemi in un’altra cella.
La faccia da beccamorto mi risponde: Non sei in albergo, qui sei a Nuoro e poi celle libere non ce ne sono. E poi urla alla guardia del piano di sopra: Collega, manda quellidella manutenzione: la porta non si apre. Io intanto aspetto. Dopo dieci minuti arriva una guardia con due lavoranti e un cannello con la fiamma ossidrica. Tagliano la serratura e ne saldano una nuova. Entro, mi chiudono il cancello e mi lasciano il blindato aperto. Mi guardo intorno, non mi muovo, rimango fermo e vedo escrementi di topo dappertutto, ragnatele al soffitto, macchie di umidità alle pareti. Ero arrivato all’inferno di Badu e Carros. E pensai per un attimo di impiccarmi anch’io alle sbarre della finestra. Solo i coraggiosi però hanno il coraggio di evadere dal carcere, i vigliacchi come me rimangono. Ed io sono rimasto in quella cella per cinque lunghi anni. Poi ho saputo che il compagno che s’era tolto la vita in quella cella era un ergastolano ostativo. E sono diventato amico del suo fantasma che mi ha tenuto compagnia per tanti anni.

Carmelo Musumeci
Febbraio 2015

Dopo il suicidio di Ioan Gabriel Barbuta e i commenti di alcuni poliziotti penitenziari

Suic

Di fronte al suicidio del detenuto rumeno Ioan Gabriel Barbuta, alcuni poliziotti penitenziari hanno espresso pubblicamente commenti come “un rumeno in meno”… ma espressioni del genere, pensieri del genere, sarebbero potuti emergere in tante persone di fronte alla notizia di un suicidio del genere… resistiamo sempre a questa brutalità dell’anima.. a questo sottovalutare una vita, qualsiasi vita.. a questo sputare in faccia, fosse anche per guasconaggine, su una tragedia umana… Sapete che cosa si prova per mesi prima di arrivare un suicidio? Sapete che vuol dire morire ogni giorno e sentirsi soffocare dentro? Sapere qual’è il vero sapore della disperazione? Conoscerete mai come si vivono gli ultimi minuti prima di togliersi la vita? Quello strazio supremo che si ha quando sai che stai rinunciando alla vita, perché la morte in te ormai è un veleno nero inarrestabile? Quell’avere finito tutte le lacrime? Quel sentirsi sconfitti oltre ogni limite?
E il minuto, il minuto prima di chiudere gli occhi… potremo mai anche solo sfiorarlo.. sfiorare cosa si prova in quel momento?
Se fossi tu al posto suo… travolto dalla disperazione… pensa se fossi tu.
Nessuna battuta, nessuna facile demagogia.. ma soprattutto..nessun pensiero.. Mai liquidare una morte… mai liquidare come “uno in meno”, un essere umano che si è tolto la vita.

La morte di un matto tra le sbarre… di Carmelo Musumeci

Archeoss

Un bellissimo testo del nostro Carmelo scritto sulla scia della notizia del suicidio di un uomo nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia. 

Tanta gente è abbandonata a se stessa in luoghi che sono spesso sul confine del nulla..

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“Gelida desolata vuota vita piatta / Eternamente uguale / Che fare? / Morire o fare il pazzo / Elevarsi in volo per essere liberi?”
(Diario di un ergastolano, http://www.carmelomusumeci.com)

Non so perché, ma penso che le brutte notizie in carcere fanno più male che fuori.
Oggi ho letto questa notizia sulla rassegna stampa:
“Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l’ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così un uomo, un italiano di circa 50 anni, si è tolto la vita all’Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.”(Il Fatto Quotidiano, G.Zaccariello)
E chissà perché quando muore un “matto” in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi arrabbio di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente, perché lo vuole Dio, o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio di Montelupo Fiorentino dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione.
Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest’ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.
Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui perché lui non aveva più né sogni, né speranze. D’altronde non ne aveva quasi mai avuti.
Non c’era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo. E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all’Assassino dei Sogni dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l’ho mai pensato. E non l’ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant’anni. Nel suo sguardo non c’era nessuna cattiveria come vedo spesso anche adesso nelle persone “normali”.
Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

Carmelo Musumeci

 Carcere di Padova, gennaio 2015

Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (seconda parte)

Persecut

Pubblico la seconda parte (per la prima vai al link…https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/14/pietro-borsetto-storia-di-una-persecuzione-prima-parte/) dell’intervista che ho fatto a Pietro Borsetto, che da 22 anni subisce una vera e propria persecuzione. Una persecuzione estrema. Un’azione, concertata a tutti i livelli, per distruggerlo. Fate conoscere questa storia. Diffondetela. Nessuna persona dovrà più essere trattata così. E poi.. non facciamo sentire solo Pietro. Più l’ingiustizia viene illuminata, più è difficile, per chi gioca sporco, agire nell’ombra. 

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Ah… non ti avevo detto che per quello che avevo subito, l’occhio perso, ecc… l’inail mi ha riconosciuto l’invalidità per cause di servizio, cioè infortunio sul lavoro per omissione di sorveglianza.

- “omissione di sorveglianza” nel senso che… ?

Se uno va cento volte daal primario, alla direzione sanitaria, al direttore dell’ospedale”guardate, mi stanno .. io sono in pericolo.. perché dal punto di vista della salute, dal punto di vista del non curarmi, dal punto di vista delle minacce continue dell’aiuto ecc.. io sono in pericolo..chiedo di essere tutelato..”… e quelli comunque non fanno niente è omissione di sorveglianza. Ma è l’Inail che mi ha riconosciuto questa invalidità, un ente esterno. L’Asl si è sempre guardata bene dall’entrare nel merito di queste cose. Comunque io prendo davvero una ricchissima cifra da allora per compensare il fatto che abbia perso un occhio. Prendo duecento euro al mese. Il mio occhio perso e la carriera rovinata, e tutto quello che ne è conseguito per un chirurgo oculista, vale duecento euro al mese. Ma nonostante tutte le mie denunce, i soggetti coinvolti non solo non hanno mai avuto nessuna condanna, non hanno mai avuta nessuna indagine per quello che mi hanno fatto. Quante me ne hanno fatte.. mi hanno licenziato, mi hanno picchiato, sono diventato invalido, mi hanno fatto l’impossibile. Comunque, prima di licenziarmi, me ne avevano fatto un’altra..

-Racconta..

Mentre ero ancora in malattia, per il femore rotto sempre, ricevo un ordine di servizio. Già questo, di per sé, è una immane porcheria, perché tu non puoi ricevere un ordine di servizio mentre se in malattia. E’ una cosa si anticontrattuale che anticostituzionale. Perché non puoi contrastarlo con nulla, non puoi difenderti. Quello che mi avevano scritto era grossomodo questo “visto e constatato che la presenza del dottor Borsetto in reparto ha causato parecchie tensioni, parecchi contrattempi e parecchi disguidi per i pazienti.. si decide con ordine di servizio immediato di adibirlo a servizio ambulatoriale esterno presso gli ambulatori di Porto Torre, di Porto Viro, di Vattelapesca, di Adria ecc. con cadenza due ore qua, due ore là, due ore lì, tutti i giorni, firmando il cartellino ogni volta presso l’ospedale di Adria, con divieto di accesso in reparto, senza richiedere qualsiasi ferie al primario del reparto ed è inoltre responsabile di tutta la strumentazione degli ambulatori in cui opererà”. Alfredo, si tratta di posti tutti belli distanti l’uno dall’altro. In pratica io, con un occhio solo, invalido, avrei dovuto fare, ogni giorno, oltre alla strada per andare da casa mia all’ospedale.. altri 300 km. Due ore in un laboratorio, due ore nell’ambulatorio distante 80 km, due ore in laboratorio distante altri 50-60 km, ecc. Tutto questo naturalmente di ratio medica e di ratio amministrativa non ha nulla.

-Un esempio del genere sembra preso da un film grottesco. Sembra una parodia della persecuzione. Non sembrerebbe possibile che qualcuno possa essere capace di mettere nero su bianco queste cose.

Il solo intento è quello di fare scoppiare uno. Impugnai quell’atto di fronte al Tar. Facendo, tra l’altro, anche valere il fatto che, agendo così mi dimensionavano, mi cambiavano contratto, essendo io stato assunto da contratto come “dirigente di ruolo” – il massimo livello – “presso l’ospedale di Adria, Via Badini, adria”. A proposito di “abbassarti” come forma di umiliazione, negli ultimi anni in cui avrei lavorato per le strutture pubbliche mi avrebbero messo a fare soprattutto occhiali, in ambulatori sparsi in mezzo al nulla, che hanno strumenti vecchi di venti anni. Ritornando all’ordine di servizio folle che mi avevano inviato, si tratta di un ordine a chi non ho mai adempiuto, uno perché era impossibile adempierlo, e due perché poi mi hanno direttamente licenziato. Il licenziamento è stato seguito da un atto che era l’equivalente mediatico del linciaggio. Sul Gazzettino, Il Resto del Carlino, ecc. del 1998 è stata fatta pubblicare, a pagamento, una intera pagina-LA PRIMA – il cui titolo era “medico assenteista licenziato, un caso esemplare e unico in Italia”. Il pezzo era scritto dall’avvocato Migliorini, quello di cui ti ho parlato prima, quello che Galan definiva il suo tutore politico, quello che faceva parte del Rotary di Adria. Quei giornali pubblicavano una prima pagina del genere di fango, e a me nessuno era venuto a chiedere niente.

-E poi c’è la macchina del fango.

La gente quando vede sui giornali che vengo…licenziato da una parte.. licenziato dall’altra.. accusato di questo.. accusato di quello.. alla fine messo in carcere.. cosa possono dire.. “vedi, c’hanno sempre avuto ragione, questo è sempre stato un delinquente..”.

-Fanno terra bruciata..

Sì, soprattutto con chi è esterno al mondo medico. Perché molti colleghi sapevano cosa stava accadendo. Sapevano che ero il target da fare fuori e sapevano i mezzi che venivano utilizzati contro di me. Ma cosa può capire la gente? Che il mostro sono io. Che se da trent’anni subisco rapporti, licenziamenti, denunce, di tutto, il problema sono io. E ciò unicamente perché nessuna autorità, nessuna, mi ha tutelato: Tutte hanno omesso di intervenire o perlomeno di accertare, a fronte di ripetuti e documentati esposti a mia firma, ovvero dolosamente omettendo atti d’ufficio dovuti. Io, per trent’anni ho scritto a SVARIATE DECINE di autorità, di diversi profili; anche figure ecclesiastiche. Una che si sia degnata anche solo di dirmi “cane, mi dispiace o cane, non posso fare niente”. Alcune non avevano il dovere giuridico di farlo, anche se magari quello umano sì. Altre invece –come magistrati, procuratori della Repubblica, direttori di ospedali- avevano il vero e proprio dovere giuridico di leggere e di istruire una pratica. Nessuno ha mai fatto nulla. Tutta questa gente che ha commesso crimini contro di me si è coperta a vicenda e negli anni è sempre andata avanti, continuando a fare carriera, carriera, carriera.

-Una come la tua è una di quelle storie così estreme che la gente in immaginerebbe mai che possono accadere.. in genere le persecuzioni avvengono in modo più soft… un trattamento verso di te come se fossi il nemico pubblico numero uno.. tanto da arrivare a comprare pagine di giornale per coprirti di fango

Se vuoi, tra virgolette, è anche colpa mia. Perché non mi sono mai fermato. Ho continuato denunciare, mi sono rivolto a tutti, a ogni genere di carica e figura, anche le più elevate. Io non mi sono rivolto alle cariche più elevate. Ho iniziato dal livello più basso e sono poi, via via, salito. Diciamo che il mobbing è diffusissimo da sempre. Le vessazioni sul lavoro ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma io sono un caso estremo, perché una persona normale, con meno rabbia, con meno palle delle mie, se ne sarebbe scappata molto prima e in mille maniere diverse. E le occasioni le avrei anche avute per farlo. Ma io, invece, più mi facevano del male, più mi rendevo conto di avere ragione, più mi incazzavo. Non ho mai piegato la testa. E quando fai così, quando ti accanisci a resistergli, o ti fanno crollare, o ti fanno andare fuori di testa, ti fanno suicidare. Certo, ho avuto i miei momenti durissimi. Quando nel 2010 sono finito sotto processo con l’accusa infamante per cui sono andato in galera –come tra un po’ ti dirò- sono stato sei mesi a letto, psicologicamente a pezzi. E’ stato un momento di depressione fortissima. C’è gente che prende una pistola e spara e si spara per un milionesimo di quello che è successo a me. Io sono sempre andato avanti, botta su botta, colpo su colpo, contestazione su contestazione, portando la denuncia sempre più in alto, denunciando sempre più persone. La “colpa” quindi è stata mia, perché sono andato avanti e mi sono fatto nemici sempre più potenti. Tutto ha generato una così assoluta compattezza nei miei confronti. Questa storia dura da troppi anni e troppe persone ormai non mi sopportano più da tempo.

-Tornando a ciò che è avvenuto dopo il tuo licenziamento..

Una volta licenziato dall’ospedale per assenteismo mentre ero ricoverato in ospedale per via della frattura del femore, ho subito cercato di rimettermi nel circuito del lavoro. Mi sono iscritto, anno per anno, alle cosiddette “sostituzioni” presso gli ordini dei medici, per i posti vacanti, per gli specialisti ambulatoriali interni… nella fattispecie oculisti.. che dovevano fare delle ore, che mancavano, per fare esclusivamente visite ambulatoriali presso i vari distretti, i vari ospedali, le varie ASL del Triveneto. Qui la graduatoria era per soli titoli di anzianità di servizio. Ogni anni ci si iscriveva a quasi tutte le ASL che interessavano o che si volevano, anche se si sapeva che lì non sarebbero andati. Diciamo che serviva per tenere il posto in caldo. Nelle varie graduatorie delle Asl del Triveneto, da quella di Treviso a quella di Belluno a quella di Padova, io non potevo non essere il primo. Potevo teoricamente essere il secondo, il terzo, il quarto, il quinto. Sta di fatto che poi, andando a vedere le graduatorie, quelli che risultavano prima di me erano già occupati preso altre Asl. Come me presentavano domanda, me poi legalmente erano già impegnati presso altre Asl, quindi in pratica non potevano acquisire il posto. Io ho peregrinato per varie ASL del Triveneto. Mi è sempre stato fatto capire che ero persona sgradita. In alcuni casi in modo soft. In altri casi in modo molto aggressivo, molto pesante, molto mafioso, per esempio tramite minacce telefoniche. In alcune ASL, come quella di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare, perché ti ponevano dei paletti assurdi del tipo “guardi, le ore carenti sono come prima visita alle sei del mattino”. E’ evidente che erano assurdità. Un ospedale non inizia mai le visite alle sei del mattino. E comunque io non avrei certo potuto essere lì a quell’ora, con una madre con l’Alzheimer e una moglie col diabete grave e cardiopatica da assistere giornalmente. in alcuni casi, quindi, come quello della ASL di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare. In altri ospedali, invece, riuscivo ad iniziare a lavorare, ma poi cominciavano provvedimenti disciplinari, anche questi totalmente fantascientifici, con i quali, in un modo o nell’altro, riuscivano ad allontanarmi da quella struttura. L’allontanamento impediva la riassunzione immediata alla scadenza del contratto. I loro fasulli provvedimenti disciplinari venivano poi archiviati, ma intanto avevano fatto il loro danno; perché il servizio verso le varie Asl era interrotto. Dopo che lavori in un posto per un certo periodo, diventi definitivamente di ruolo. L’ultima possibilità l’avevo fino al compimento dei 50 anni di eta’ . Poi sarebbero scaduti definitivamente i termini per diventare di ruolo.Ovviamente nelle Asl che mi avevano buttato fuori io non ci pensavo proprio a rifare la domanda. L’ultima chance che mi rimaneva era relativa un bando di soccorso uscito nell’Asl di Pieve di Soligo, che raggruppa Conegliano e Vittorio Veneto. In questo bando erano raggruppati tre bandi. Ti faccio un inquadramento di base delle tipologie di istituto medico. All’interno di una ASL ci sono gli ospedali, i pronto soccorso, e i distretti. I distretti –una novità di questi ultimi 15 anni- non sono altro che delle strutture de localizzate come delle case, dei condomini, in cui ci sono 1 o più specialità e in cui si fanno solo visite specialistiche, ma non c’è attività chirurgica. Quasi sempre sono posti squallidi e vetusti. Mentre in ospedale rinnovano sempre di più, investono in tecnologia sempre migliore, le strumentazioni desuete vanno a finire lì. I distretti sono i posti squallidi dove tu, per definizione, fai male la professione, dove hai pochi mezzi, una assistenza infermieristica del tutto velleitaria e corri molti più rischi professionali. Ritornando al bando presso le Asl Pieve di Soligo, ricomprendeva sostanzialmente tre bandi interni.C’erano le ore presso l’ospedale di Conegliano, dentro il reparto oculistico, ovvero con la migliore strumentazione, e a contatto dei colleghi; che era la cosa a cui tenevo di più. C’erano delle ore presso il distretto di Vittorio Veneto, e delle ore presso l’ambulatorio interno dell’ospedale di Vittorio Veneto. Io accettai tutte e queste tre tipologie di ore. C’era anche un quarto bando interno, delle ore presso il distretto di Conegliano. Si trattava di una struttura fatiscente, con un direttore locale che mi era stato dipinto come una viscida canaglia. Questa quarta possibilità la esclusi subito. Fui regolarmente preso –era il dicembre del 2004- e cominciai il periodo di prova. In quei primi giorni venni contattato dalla segretaria del dott. Benazzi -che poi ho saputo essere il presidente, guarda caso, della commissione di disciplina- che mi disse che il direttore avrebbe avuto piacere di conoscermi e salutarmi. Anche se non era mio dovere accondiscendere alla richiesta, diedi comunque la mia disponibilità e lei mi disse di andare il tal giorno, alla tal ora, presso l’ospedale di Conegliano. Il giorno che era stato concordato, quando arrivai all’ospedale di Conegliano e chiesi al portinaio dov’era l’ufficio del direttore sanitario, lui mi rispose “no no.. guardi che l’aspettano nella sala convegni, nella sala anfiteatro..”. Io sono rimasto a bocca aperta e cominciai a subodorare qualcosa. Arrivato nella sala convegni trovo una quindicina di persone che non conoscevo, e che poi ho scoperto essere tutti i dirigenti dei vari settori delle ASL. Mi sembrava di essere al banco degli imputati, con io seduto, e poi di fronte i giudici.

-Tipo tribunale del popolo..

E’ una immagine che rende. Una volta arrivato, hanno cominciato a farmi domande del tipo

“noi sappiamo che lei ha fatto domanda per venire qui”, “veramente non ho fatto domanda, ho già vinto i bandi di concorso”, “si certo.. l’ha fatta anche presso il reparto oculistico dell’ospedale..”, “sono tanti anni che non faccio più l’ospedaliero, mi piacerebbe MOLTO rientrare nella vicinanza dei colleghi, avere strumentazione, avere un certo ambiente e potere finalmente riprendere a lavorare con una certa dignità.“Lo sa che nel reparto c’è molta confusione, bisogna lavorare anche di sabato, anche di sabato pomeriggio”. Tutte stupidaggini naturalmente, tutto volto a disincentivarmi. Ma non ci pensavo a demordere, “sì, io ho bisogno di lavorare, scadono pure gli anni, per cui il prossimo anno io non potrò più presentare domanda, perdo anche definitivamente il lavoro, per cui sono disposto a collaborare in qualsiasi maniera, quindi non c’è problema”. “Lei sa che deve venire molto presto il mattino, perché l’ospedale si inizia molto presto, si inizia verso le 7”.“non c’è nessun problema, sono anni che mi alzo alle cinque”. “Ma lei sa..” insomma mi sciorinavano tutta una serie di paletti, espressi gentilmente, ma in modo molto netto.. e poi “Lei è disposto a collaborare?”. “Vi ripeto di sì, è solo mio interesse accettare questa cosa”. “Ma perché lei non ha accettato le ore nel distretto di Conegliano?”. “Lavorare in un distretto con due strumenti è una cosa, lavorare in ospedale è ben altra. E’ come andare a lavorare in albergo a cinque stelle o andare a lavorare in una pensioncina a una stella”. Si resero a un certo punto conto che non erano riusciti a farmi desistere e ci salutammo.

-Ma tutti quelli che erano lì presenti, perché c’erano? Alcuni non ti conoscevano proprio..

Tutte quelle persone si conoscono tra di loro, si appoggiano a vicenda. La carriera che hanno fatto è l’opposto della carriera che ho fatto io. E il fatto che tutte queste persone in questo tribunale del popolo, come lo hai chiamato tu, si siano ritrovate lì, è emblematico. Il solo fatto che si siano ritrovate d’accordo nel trovasi lì, per “ricevere” una persona come, che ero l’ultimo tra i reietti. Nei miei anni di lavoro precedenti solo una volta mi è capitato che un Direttore Sanitario mi telefonasse per augurarmi buon lavoro; se no tu non hai mai a che fare con questi personaggi. Il fatto di trovarmi quelle persone là quel giorno, significava che già si sapeva come sarebbe andata a finire. L’alternativa che avevo era che il giorno dopo avessi detto “signori, ci ho pensato, ho paura, non voglio finire sotto processo anche questa volta o che vi inventiate qualcos’altro come è successo in tutte le altre ASL, per cui rimango disoccupato a vita, do le dimissioni volontarie, e da domani me ne sto a casa a guardare il soffitto”. Questo non lo avrei mai potuto fare e per mio carattere non lo avrei mai fatto.
E ho continuato ad andare avanti, cercando sempre di fare di tutto per stare attentissimo, sapendo di avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla gola, di non fare errori, né burocratici, né amministrativi, né professionali. E in qualunque Asl ho lavorato ci sono sempre stati una marea di pazienti che venivano da me, e che mi erano riconoscenti. Comunque, due giorni dopo quel “tribunale del popolo” presi servizio nell’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Vittorio Veneto. Questo stesso giorno viene un ragazzotto, sui trent’anni, dirigente sanitario, che mi porta una raccomandata a mano e mi dice “per favore me la firmi”.“Che vuol dire?”.“Ah guardi, per motivi di servizio, lei purtroppo non potrà prendere servizio in ospedale, nel reparto oculistico dell’ospedale di Conegliano, ma prenderà servizio presso il distretto di Conegliano”.Insomma proprio in quel posto in cui io avevo sempre detto di non volere andare. Naturalmente è stato un atto illegale e irrituale, un falso ideologico gravissimo.. Ma io sono stato zitto, non volevo subito avere problemi e poi c’era scritto “temporaneamente”. In realtà non mi fu mai permesso di andare nel reparto oculistico. Andai allora in questo famigerato distretto. Dopo avere fatto il primo giorno di ambulatorio, quello stesso giorno, una volta tornato a casa, mi giunge una e-mail del dirigente che sostanzialmente diceva che avevano controllato le mie cartelle cliniche ed emergevano gravi irregolarità. In pratica, nemmeno mezz’ora dopo che mi ero messo in strada per tornare a Padova, si erano preso la briga di mettersi a controllare le cartelle cliniche dei pazienti che avevo visitato, e avevano rilevato che non erano conformi alla prassi standard di come si compila una cartella clinica. Cosa assolutamente impossibile, anche perché sapevo avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla nuca pronto a trafiggermi; e quindi non tralasciavo nulla. Quando la settimana successiva sono tornato, mi sono fatto tirare fuori dalla segretaria tutto il materiale, e non è emerso assolutamente nulla di strano. Anzi erano molto più precise di quelle fatte dai colleghi. Tant’è che ho mandato, al dirigente, una e-mail piccata in cui gli dimostravo tutto questo e gli aggiungevo che se si voleva inventare qualcos’altro lo avesse fatto in maniera formale, che gli avrei risposto in maniera legale. Non seguirono altre contestazioni.
Nel luglio del 2004, mentre tornavo dal servizio ero stato fermato dalla polizia stradale perché avevo superato in centro una nonnina con una 500 vecchia che andava a 20 all’ora. Feci un ricorso contro la multa, che avrei vinto il gennaio dopo, ma intanto la polizia municipale di Padova giorni dopo mi avrebbe chiamato per dirmi che mi erano stati tolti 12 punti e che mi avrebbero sospeso la patente per un mese.Come hai già capito, ho telefonato immediatamente a tutti i distretti, a tutti i direttori, ho inviato fax, ho inviato raccomandate con ricevute di ritorno dicendo che non avevo alcun mezzo (neanche sommando treno più corriera, ecc.) per continuare ad andare in servizio con gli orari che loro mi davano. E che, o mi cambiavano giornate, orari e anche posti, o altrimenti mi dovevo trasferire ad abitare in un altro posto. , cosa che per motivi di assistenza di mia madre e per motivi di trovarmi un albergo, ecc. era impossibile. Da parte loro è giunta una diffida in cui mi si diceva solamente che io dovevo rientrare in servizio, senza entrare per niente nel merito di nulla. Io feci presente quali erano i termini contrattuali, che non era mio interesse perdere un mese di servizio, un mese di stipendio (il mio contratto prevedeva che ci si poteva assentare per motivi giustificati, ma veniva sospeso lo stipendio). Per farla breve, senza dire altro, senza attendere le mie controdeduzioni, mi hanno fatto una contestazione di addebito che hanno firmato e sottoscritto tutti, il giorno 2 gennaio del 2004.
La firma della contestazione di addebito risultava essere fatta da dieci persone, e ho scoperto che quel giorno mancavano cinque persone delle dieci che avevano firmato. Un altro grossolano falso ideologico e materiale.In pratica, con questo gesto, loro hanno determinato che, una volta finiti i mesi che ancora mi mancavano per finire di lavorare, io non avrei potuto riprendere servizio per altri sei mesi. In questo modo mi hanno fatto fuori, perché avevo superato i cinquantanni, non avrei più potuto diventare di ruolo (e quindi la certezza di un lavoro fisso )Io comunque –dopo un mese di assenza- sono tornato e ho continuato il servizio facendo finta di niente.
Il primo maggio 2005 sono finite le ore di quel bando. Io ho scritto loro per chiedere che intenzioni avessero, se c’era qualche possibilità di continuare in una qualche maniera; e naturalmente nessuno mi ha fato pervenire alcuna risposta. Ovviamente, quando telefonavo, si facevano negare. Mi sono ritrovato quindi a rimanere a casa.A settembre di quell’anno mi arriva una telefonata dai carabinieri di Vittorio Veneto che mi comunicano che c’era una denuncia contro di me da parte di una paziente e che andassi lì. Una volta arrivato lì, seppi che una paziente mi aveva contestato il fatto che le avrei palpato il seno in una visita. Sono andato lì e mi è stato contestato che una paziente mi avrebbe denunciato per il fatto che io le avrei palpato il seno in una visita avvenuta nel luglio 2004, quasi un anno prima. Una delle contestazioni che, da subito, ho fatto a questa accusa che mi veniva fatta, è che nessuno aveva preventivamente avviato un procedimento disciplinare. Io ho avuto svariati procedimenti disciplinari per sciocchezze immani, e per una cosa così grave non mi sarebbe stato fatto? Un ente che sa che tu hai fatto un atto di quel genere, ti lascia per un altro anno a continuare a visitare altre migliaia di pazienti???E poi ho fatto presente è che il nostro contratto prevedevano che qualora la direzione sanitaria avesse avuto o notizia di fatti poco ortodossi, perseguibili civilmente e penalmente avrebbero potuto comportamenti poco ortodossi, o cose perseguibili civilmente o penalmente, o che comunque danneggiano l’immagine dell’ASL, sono obbligati tempestivamente –così recita testualmente il codice- ad istruire una pratica e darne entro dieci giorni comunicazione all’interessato, per avere entro venti giorni le sue controdeduzioni, per poi istruir a pratica che deve essere conclusa tassativamente entro sessanta giorni da quando si è avuta notizia del reato. Ma qui non è stato fatto assolutamente nulla. Non avendomi fatto il procedimento disciplinare, mi hanno impedito di difendermi, impedendomi di procurarmi qualsiasi cosa a mia difesa, documentazioni, testimonianze, ecc. Innanzitutto era passato più di un anno da quando gli eventi contestatimi sarebbero accaduti, e poi io ero ormai fuori dal contesto di lavoro, e questo rendeva per me impossibile tentare di procurarmi quel materiale che sarebbe servito a mia difesa.Ma tutto ciò che io ho detto per fare vedere le scorrettezze commesse anche in questo caso, non è servito a niente. Il procedimento è andato avanti, c’è stato il processo, la mia parola contro la parola di questa donna, che è stata presa per buona e sono stato condannato.

-Il trappolone finale..

Alfredo, sono 22 anni che vogliono che la faccia finita, che mi suicidi. Tutte queste persone, queste lobby, ci hanno messo 22 anni per mandarmi in galera. Alla fine non so se ha finto Davide o Golia. Ma posso dire che ho vinto io. Ho perso tutto se vuoi, ma ho vinto io. Perché solo contro tutti ho resistito. Devo dirti che queste sono persone anche incapaci, grossolane. Alla fine lo hanno fatto con la cosa più infamante, la cosa che adesso va più di moda, la violenza sessuale. Questa è l’unica cosa che hanno architettato bene. Qui siamo al massimo della collusione. Perché già privare uno della salute e del lavoro ripetutamente è una cosa immane e infame, ma quando tu arrivi al punto di riuscire a mandarlo in carcere, il livello di coinvolgimento diventa ancora più esteso, e comprende testimoni, e probabilmente anche giudici.Resta il fatto che ci hanno dovuto mettere 22 anni per mandarmi in galera. Ci hanno messo 22 anni ma non mi hanno piegato. Sono ancora me stesso, e sono più determinato di prima. Non l’hanno avuta vinta. Certo che sorrido quando mi dicono che siamo in democrazia. Continuano a dirci che siamo in democrazia. Questa “democrazia” ha voluto che io patissi le pene dell’inferno per 22 anni, perdessi tutto e finissi infine in carcere. Se fossi vissuto in un’altra epoca o in un altro territorio, in un regime non democratico, mi avrebbero semplicemente fatto fuori subito. In uno stato democratico sono più “buoni”, non ti fanno fuori subito, esiste la tortura civile perpetua. Ma se mi avessero ammazzato direttamente tanti anni fa, mi avrebbero fatto un piacere. Non avrei sofferto così tanto per così tanti anni.

-Le persone difficilmente potrebbero credere possibile 22 anni di persecuzione…

Come ti dicevo prima, credo di esserci stato solo io ad essere stato così pazzo da perseverare in tutti questi anni, senza scappare, senza ammazzarsi, senza ammazzare qualcuno , e continuare scrivere a tutti, a denunciare tutti, a tempestarli di atti formali. Qualunque persona con un minimo di timore, con qualcosa da perdere, si sarebbe fermata molto molto prima. L’accanimento che hanno avuto con me, piuttosto che impaurirmi, mi faceva incazzare sempre di più. E ci fosse stata una cosa vera, in tutte le accuse, in tutti i colpi bassi, in tutto il fango che ho subito in questi anni.. ci fosse stata una sola cosa vera. Sai quanti esami di coscienza mi sono fatto in questi anni “ma io effettivamente ho fatto questo, ho fatto quello, posso avere dato adito ecc.?”. E in coscienza mi sono sempre risposto “no, non ho fatto nulla di tutto ciò”. Sai quanto male ti fa vedere che subisci l’indescrivibile e non hai mai fatto nulla di male? Sai che significa? Tutto questo mi ha dato una forza, una cattiveria, che non mi ha fatto mai desistere.

-Ritorniamo al processo..

Nel corso del processo il pm chiese 5 anni non per “molestie sessuali”, ma addirittura per “violenze sessuali”, perché io l’avrei costretta. Come a significare che un palpeggiamento sia uguale ad uno stupro collettivo……..Il tribunale ha ridotto la pena richiesta, condannandomi a due anni e sei mesi. Sua sponte, questo procuratore ha instaurato un secondo procedimento perché io avevo subito denunciato per diffamazione quella donna; e il procuratore instaurò un secondo procedimento in cui ero io accusato di calunnia verso questa donna. Ma tu sai che, in Italia, finché non c’è stato il terzo grado, tu sei innocente. Mi fanno un altro processo, e vengo condannato ad ulteriori 5 anni. Nel processo di Appello a Venezia il giudice ha riconosciuto –scrivendolo nelle motivazioni-“ l’errore materiale dei giudici del tribunale di Treviso” e ha ridotto la pena da 7 anni e mezzo a un cumulativo totale di 3 anni, 10 mesi 20 giorni. I due anni e sei mesi per cui sono stato mandato dentro erano inferiori ai 3 anni entro i quali vengono concessi i servizi sociali. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza non è entrato nel merito. Ha semplicemente scritto “non si entra nel merito, risultando il termine temporale incapiente”.

-A quel punto finisti in carcere..

Sì.. con un’altra illegalità infinita. Con una condanna di 2,6 anni io avevo tutte le carte per essere assegnato ai servizi sociali. Perché ciò avvenga la condanna non deve essere superiore ai 3 anni. Ma in quello stesso periodo intervenne il decreto svuota carceri –entrato in vigore il 24 dicembre- che ha elevato il limite temporale a 4 anni, quindi ci rientravo a maggior ragione in quel limite. Non esistevano dubbi sul fatto che dovessi essere affidato ai servizi sociali. Avevo già l’associazione di volontariato in cui sarei andato ad operare, associazione che aveva inviato due pagine nelle quali garantiva per me.
E inoltre avevo la mia situazione famigliare particolarmente problematica, dovendo occuparmi di mia moglie, invalida civile al 65%, portatrice di handicap, cardiopatica, diabetica, insulino dipendente, con un glaucoma, con il morbo di Cron. Si tratta di una persona estremamente fragile. Una persona che ha necessità di essere accompagnata al lavoro, e ci vuole qualcuno che si occupi delle incombenze di casa, e quel qualcuno sono sempre stato io. Noi abitiamo in aperta campagna, a distanza di 6km dal primo autobus, non ci possiamo permettere nessun aiuto privato, l’assistenza domiciliare non e’ prevista nel suo caso, non abbiamo nessun parente disponibile. Io chiesi semplicemente che mi mandassero a fare volontariato, da qualsiasi parte, ecc., purché potessi assistere a mia moglie la notte, dalle 8 di sera alle 8 del mattino.
A questo aggiungi che neanche io sto bene in salute. Nel senso che sono invalido certificato dall’inail, ho praticamente un occhio solo, ho grossi problemi artosici seguenti agli interventi e 5 ernie discali no operabili, ho cominciato a prendere psicofarmaci per cercare di resistere a questa situazione di stress pazzesco a cui mi hanno costretto per venti anni, ho problemi intestinali, ho un problema prostatico molto importante, sono iperteso, ho avuto una ischemia cardiaca e ripetute crisi ipertensive –causate dallo stress- e, , non dimenticarlo, buona parte della notte la passo sveglio per accudire mia moglie. Tu giudice se sai vedere l’evidente, capisci, tra le altre cose, che, in una situazione come la mia, non concedendo i servizi sociali , condanni a morte due persone. Ma il giudice disse che il termine era ” incapiente”. Un escamotage per “non entrare nel merito”. Cioè non aprire nemmeno il fascicolo e tutta la documentazione medica. Lui se aveva dei dubbi, avrebbe dovuto discutere la cosa con tutti gli specialisti, entrare nel merito e solo allora dire “non te li concedo”. Ma, entrando nel merito, non avrebbe, appunto, potuto dire “non te li concedo”. Quindi decise di “non entrare nel merito” e mi fece andare in galera, compiendo un vero falso ideologico.Sono stato in galera 25 giorni. Finché, il 7 gennaio il mio avvocato, tornato dalle vacanze e dopo essere stato nuovamente pagato da mia moglie, ha mandato un semplicissimo fax al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia dicendo “guardi che i conti non tornano, lui è dentro per due anni e sei mesi, era inferiore già prima ai termini, a maggior ragione adesso che è stato emanato il decreto svuota carceri. Essendoci un rischio di morte sia per il soggetto che per la moglie, scarceratelo immediatamente”. Il giorno il magistrato. dopo ha ammesso l’errore materiale, e ha emanato l’ordine di scarcerazione. Ancora adesso è ancora pendente in cassazione quella porzione di pena che porterebbe la condanna da 2,6 anni a 3,10 mesi.

-Raccontami dell’impatto col carcere.

Una sera sono venuti a prendermi all’ora di cena, con la disperazione di mia moglie. Io invece ero del tutto tranquillo, e mi hanno sbattuto in carcere. Due giorni dopo sul Mattino di Padova c’era scritto che “il violentatore manomorta” era stato prelevato a casa dai carabinieri, comandati dal tal maresciallo, che erano entrati in casa, alle otto di sera, con la moglie presente. Scrissero anche falsità assolute come il fatto che inizialmente mi sarei alterato, quando in realtà ero calmissimo, perché mi aspettavo che sarebbe accaduto. Da giorni avevo la valigia pronta accanto all’uscio di casa. Era mia moglie che era disperata. A Padova ci sono due carceri, tra di loro distanti 500 metri, e con direttori, strutture e prassi burocratiche diversissime . Un carcere circondariale e un carcere per definitivi, Due Palazzi. Io inizialmente fui portato al circondariale e ci restai per una settimana, prima di essere trasferito al Due Palazzi. Secondo la legge loro dovrebbero dare un foglio ad ogni recluso, in cui sono scritti i diritti e i doveri del recluso.; si tratta di u banalissimo ciclostile, di due facciate. Ovviamente nessuno né ti dà nulla né di dice nulla. A me mi hanno sbattuto in una cella con le finestre aperte, dopo avermi “perquisito” nudo come un verme.

-La perquisizione iniziale? Completamente nudo?

Sì. E non parlo di mettere le mani nel sedere per vedere se hai dell’eroina o del guardarmi in bocca, che sono cose che possono ancora avere un senso. Io parlo cose assolutamente inutili –anzi da pervertiti. Mi hanno obbligato spogliarmi nudo e a stare per terra, senza nemmeno un tappeto, con la finestra aperta. E poi è iniziata la pantomima. Ovvero farti fare le flessioni, allargare le braccia, guardare in altro, a destra e a sinistra, sorridere, chiudere la bocca, storcere la bocca a destra, storcere la bocca a sinistra, fare versi da imbecille. Quindi mi sbattono in cella. A 57 anni, mi sbattono in una cella con le finestre aperte, con dentro solo una coperta su una branda. Il giorno dopo mi mandano in una cella con un tossicodipendente in crisi di astinenza. Un’altra situazione molto ricercata. Pensa, un tossicodipendente, in crisi di astinenza, a cui danno un po’ di metadone, ma poco. Una persona in uno stato di agitazione, di assoluta mancanza di aderenza alla realtà, e che può avere qualsiasi reazione con uno che gli entra in camera. Naturalmente assistenti sociali non ne ho quasi visti mai in quei giorni. Mia moglie me l’hanno fatta vedere solo dieci giorni. E la prima telefonata, che è un diritto per il detenuto, me l’hanno fatta fare il giorno prima che uscissi dal carcere, dopo 24 giorni di detenzione.
Dopo una settimana, come ti dicevo, mi hanno trasferito tra i definitivi, nel Due Palazzi, dove mi hanno messo in cella con due persone che, fin dalla prima volta che ci siamo conosciuti, mi hanno trattato con una delicatezza, con una umanità, un rispetto, che non avevo mai ricevuto nel mio ambiente medico e di persone “per bene” in tanti anni. Con una pazienza estrema mi hanno insegnato a non fare errori, mi hanno detto cosa dovevo fare per ambientarmi meglio, hanno sopportato la mia ingombrante presenza da imbranato. Mi hanno dato tantissimo.. Se non fosse stato per loro, non sarei sopravvissuto che per qualche giorno; mi sarei ammazzato, non ce l’avrei fatta. Pregherò per loro e cercherò di aiutarli come posso finché campo. Piano piano sono stato accettato da tutti. Sono stato trattato bene da tutti i detenuti. Non ho avuto uno sgarbo, una spinta, una offesa da nessuno. .Nonostante una vita delinquenziale alle spalle di omicidi e di altro, ho visto nei detenuti il rispetto per gli altri, per la proprietà degli altri, per i diritti degli altri, per il sonno degli altri, per il riposo degli altri. Attenzioni che se ci fossero ancora nella società, sarebbe una società ancora vivibile. C’era il bussare alla porta e dire “permesso posso entrare?”. C’era il “mi presti un attimo.. hai la penna che devo scrivere?..”, “Il bussare per andare in bagno”. Ti farei migliaia di questi esempi. Il massimo sgarbo che può esserci là dentro è quello del non considerarti, del non vederti, del non venirti a salutare e a stringerti la mano.
Questo è esattamente l’opposto a quella che è il trattamento che le guardie carcerarie e l’amministrazione riservavano non solo a me, ma a tutti. Io in 25 giorni non ho mai visto un carcerato su centinaia trattare se non con estrema educazione una guardia. Mentre ho visto spessissimo le guardie trattare come merde senza nessuna ragione i detenuti. Ti racconto un episodio. Una volta mi hanno detto “tu vai giù”. Sono giù da solo, passa una guardia dopo un quarto d’ora che sono lì e questo mi guarda, ci avevo gli occhiali spessi come due fondi di bottiglia perché sono molto miope, non dico niente, sono lì sull’attenti, perché non c’era una sedia (e non ti siedi per terra, perché è antigienico e non te lo fanno fare). Passa uno e mi dice “ma tu che fai? Che cazzo ti guardi con quella faccia di merda che hai? Ma vattene a fanculo”.In carcere non ti avvisano di nulla, non ti fanno capire niente. E’ tutto un tuo sforzo quello di cercare di carpire informazioni. C’ è la netta volontà di castrare il più possibile i carcerati, e comunque di complicargli la vita in ogni modo.
Ce ne sarebbero di cose da dire. Come l’assurdità per la quale ti chiamano per una cosa che in sé e per sé durerebbe meno di mezzora, ma tu torni in cella dopo 7 ore, rigorosamente in piedi e al freddo. Ad esempio ti mandano ai pacchi, e tu finchè passi le varie stazioni di intermedie di stazionamento, a volte devi stare lì fermo, come un fesso, per ore. E nessuno ti dice niente, nessuno ti dice “guardi, deve aspettare, ecc.”. Semplicemente ti fanno aspettare per ore. Ti racconto un’altra cosa che mi hanno fatto. Quando sono entrato in carcere, avevo con la documentazione medica completa e l’ho lasciata a loro per il fascicolo. Mi ero portato l’equivalente di due mesi delle medicine che dovevo prendere; colluttorio, antibiotici, ecc. Bene. Mi hanno sequestrato tutto, le hanno lasciate in valigia, e le ho avute venti giorni dopo. Io non ho potuto continuare la terapia per quei venti giorni. Ma sai perché alla fine me li hanno ridati? Perché non potevano prendermeli. Perché non c’era nulla di illegittimo, di pericoloso. Hanno fatto questo ulteriore abuso e con me lo hanno fatto con altre persone. Io ho dovuto pregare perché mi lasciassero lo spazzolino da denti e il dentifricio che loro stessi vendono.
-Molti, di fronte alle cose che stai dicendo sul mal funzionamento carcerario, direbbero che c’è il problema del sovraffollamento, che le risorse sono poche, che guardie e operatori sono sottorganico..

Sono cose che non c’entrano nulla. Gettano fumo negli occhi. Quello che io ti dico non ha nulla a che vedere col sovraffollamento, e non ha niente a che vedere con le poche risorse. Questi sono gli ultimi dei problemi. Tu dirai che 25 giorni sono pochi, ma in 25 giorni ho visto centinaia di situazioni e centinaia di detenuti e ho sentito altrettante storie. Non solo non si è sottorganico, ma le persone sono anche più di quanto sarebbe necessario. Le guardie? Tu in carcere vedi sempre scene tipo tre guardie che stanno nello stanzino a guardare il televisore. Persone che non fanno nulla, oltre chiamare tre o quattro volte qualcuno per andare dal medico o andare al tal ufficio. Funzionari? Se tu vai all’ufficio matricola vedi girare 3- 4 appuntati, amministrativi, ecc., che vanno lì, stampano una cosa, poi si alzano, vanno alla macchinetta del caffè. E tu aspetti delle ore. Perché c’è uno che lavora e otto che cazzeggiano. Con le persone che ho visto io ci potrebbe essere un servizio a cinque stelle. Chiami le persone a visita, chiami le persone giù, le fai aspettare mezzora, un’ora, dei tempi umani. Perché di medici, guardie carcerarie, amministrativi, ci sono a iosa.- Parliamo di guardie carcerarie. Se ne stanno tranquilli l’un l’altro. Si rimpallano le cose l’un l’altro.. “collega, prenditi in carico questo”, “collega prenditi in carico quest’altro”. Sono cose che si potrebbero fare dieci volte più velocemente; e basterebbe mettere una persona al posto di cinque. Ti dirò che io di sotto organico non ho visto nulla. A mio avviso l’organico è ampiamente sufficiente.
E andiamo all’aspetto medico. Tutti sanno che in carcere il sistema medico è tremendo. Che vieni visitato poco e malissimo. Anche qui tutti pensano (e a tutti fanno credere) che è il problema è l’essere sottorganico, le poche risorse. Posso dirti che a Padova solo di medici generici io ne ho contati una decina. E poi ci sono gli specialisti su chiamata.. Ora tu devi pensare che i medici di base di media hanno 1000, 1200, 1300 mutuati. Bene, nell’ospedale di Padova ci sono circa 800 detenuti. Meno dei mutuati di un solo medico di base, e là ci lavorano in totale almeno ventina di medici. Ci sarebbe il personale per garantire un servizio ottimo. E allora perché è un servizio indegno? Per tutta una serie di meccanismi folli. Esempio, tu hai mal di denti, ti viene una colica renale, ecc. e ti serve il medico. C’è il medico, no? No, non c’è.. perché tu devi dirlo all’infermiera, e devi chiamarla, ma non viene. Perché tu devi chiamare la guardia che è lì nel suo gabbiotto, a venti metri, che sta guardando la televisione, che o non ti risponde, o ti risponde di non rompere i coglioni, o ti dice “sì..sì.. più tardi.. che ora ho da fare..”. E tu ti tieni il tuo mal di denti, tu ti tieni la tua colica renale, ti tieni il tuo attacco epilettico. E se ne riparla, se ti va bene il giorno dopo. In cui viene uno stronzo –che definire medico è troppo- che manco ti visita.. ovvero non ti dice di spogliarti, non ti fa domande accurate, niente.. ti fai due rapidissime domande, ti dice “sì sì”, ti prescrive qualcosa che dopo demanderà l’infermiera e scappa via. Ma quel qualcosa, lo riceverai subito? No, bisogna aspettare il turno dell’infermiera che viene in corridoio per dare le terapie alle 7 di mattina o alle 7 di sera. Oppure quando ti chiamano sotto per una visita. Bene, per una insulsa “visita” (di solito il medico sta seduto e ti visita guardandoti storto dalla sedia) di dieci minuti, tu potrai metterci sette ore finché non ritornerai in CELLA. E qui, come ti ho detto la carenza delle risorse non c’entra niente. Si potrebbe, se ci fosse la buona volontà, e senza spendere un euro, garantire a tutti i detenuti un servizio medico degno.

-Perché accade tutto questo secondo te.

Ma non si vogliono fare funzionare le cose. E’ un misto di ottusità burocratica, totale mancanza di attenzione e di impegno e di volontà, da parte del sistema, di ledere il corpo e la psiche dei detenuti. L’obbligo della detenzione è una cosa, che comporta la restrizione della libertà e il tuo stare per un tot tempo in una determinata struttura. Ma altra cosa è la tortura, l’umiliazione, l’essere trattati peggio di una bestia. Il carcere attualmente è un sistema “criminale”, non per i detenuti, ma per il suo sistema di funzionamento. Da nessuna parte è scritto che un detenuto deve essere violentato nella psiche e nel fisico. Le persone sono lasciate a se stesse. Anzi, è ancora peggio. Se uno non va fuori di testa oggi, ci va fuori oggi dopo qualche giorno. – Ho visto solo che c’è la volontà di non fare un tubo, di lasciare queste persone alla mercé di se stesse. Anzi, credo sia ancora peggio. C’è una volontà di farle soffrire nel fisico e nella psiche, di farli uscire peggio di come sono entrati. E così anche una persona tranquilla ed equilibrata, uscirà fuori incazzata come un sistema e lo Stato si sarà guadagnato un nuovo nemico.

-Torniamo alla tua scarcerazione..

Come ti dicevo, dopo che il mio avvocato ha inviato quel fax al giudice, e il giudice che mi aveva fatto fare 25 giorni di carcerazione, si è degnato di riconoscere il suo errore materiale, sono uscito.. e dopo un po’ mi hanno inviato anche il “conto”, il conto delle spese che lo Stato ha sostenuto per me per “mantenermi in carcere”.

-Tu hai diritto al risarcimento perché la tua carcerazione era ingiusta…

Se io dovessi avere il risarcimento per tutto quello che mi hanno fatto in questi anni, per tutti questi anni di mobbing estremo ora sarei plurimiliardario. Su di me pende adesso il giudizio in Cassazione che si svolgerà i primi di giugno. Inoltre ho saputo che il 17 settembre ci sarà l’udienza presso il tribunale di sorveglianza per decidere il mio affidamento ai servizi sociali o meno. Andando a queste due prossime scadenze, voglio vedere che cosa succede adesso. I casi sono due:-Caso logico-evidente: io sono perfettamente dentro i termini, ho tutte le motivazioni di legge, vi è l’assistenza che devo fare a mia moglie, vi è la mia condizione sanitaria, ecc., per essere affidato ai servizi sociali.-Caso folle-malefico: troveranno un qualche escamatoge per farmi fare comunque la galera, per farmi entrare in galere e poi tenermi dentro, magari non facendomi la famosa “sintesi”; quella in cui si dice che il detenuto si comporta in un certo modo e che si è “ravveduto”. Io non mi ravvederò mai di quello che non ho fatto. Finirà mi faranno morire là. Sono ben conosciuti questi esempi: li chiamano ergastoli bianchi. . La preoccupazione grande è per mia moglie. Per mia moglie già venire fino a Padova è stato tremendo. Se capita una seconda volta mia moglie è morta. E se succede qualcosa a lei io mi uccido. Sono vent’anni e più che vivo per lei. Ho vissuto per gli altri, ho vissuto per mia mamma, ho vissuto di volontariato che ho fatto per 33 anni. Io vivo per lei. A me dei soldi, della carriera, della bella vita.. che comunque non mi sono mai permesso nemmeno quando avrei potuto.. ho badato solo agli ideali, e ai sentimenti. Se succede una cosa del genere, se mia moglie muore, a quel punto io muoio il giorno dopo.

Qualche settimana dopo questa intervista, Pietro, in un momento di debolezza, dopo tanto accanimento e ingiustizia contro di lui, tenta il suicidio. Riporto direttamente le sue parole:

Ma da gennaio, rientrato dal carcere, ho tentato in tutti i modi ( scrivendo una accorata lettera al direttore del carcere ed al magistrato di sorveglianza, scrivendo a tutte le associazioni di volontariato che operano a vario titolo nel carcere, persino al cappellano dello stesso ) di fare volontariato , quandanche tramite terze persone.
I piu’ non mi hanno risposto, alcuni semplicemente hanno detto di no. La grande pubblicità mediatica ed il fatto che comunque io sia stato ingiustamente schedato e detenuto, mi ha reso persona invisa perfino al mondo del volontariato. Mia moglie poi –come era prevedibile- e’ crollata, e si e’ lasciata andare.Il futuro che ci aspetta e’ peggiore della morte, la fiducia nella “ giustizia” umana e’ oramai nulla.In aprile io mi sono razionalmente reso conto che oramai non riesco ad essere utile nemmeno a mia moglie, anzi le sono e saro’ sempre piu’ di peso.E razionalmente ho tentato di suicidarmi. Non e’ stato un gesto teatrale : sono qui’ che scrivo semplicemente perche’ la quantita’ enorme di farmaci che mi sono somministrato non hanno fatto effetto completo prima del rientro a casa di m ia moglie, la sera. ne e’ seguito un mese di ricovero.Cosi’ ho ancor piu’ danneggiato mia moglie e mi sento ancora piu’ in colpa.Ma alla fine del racconto credo che la colpa di questo epilogo non sia mia.

Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (prima parte)

Persecut

In questa storia il carcere entra solo alla fine della seconda parte, quando Pietro Borsetto, il protagonista di essa, finirà dentro per 25 giorni.  In quei giorni troverò le uniche persone che lo abbiano davvero trattato umanamente nel corso del suo percorso da incubo durato 22 anni: i detenuti.

Ma questa storia è da conoscere per intero. Anche se in buona parte, nel corso di essa, non si parla di carcere.

E’ una storia che mette in gioco i pilastri fondamentali della dignità umana, ed ecco perché trovo giusto condividerla anche su “Le Urla dal Silenzio”.

Non ci credi a storie come questa.
La prima reazione che avrai, una volta che l’avrai letta, è che si tratta di una storia inventata o, perlomeno, una storia che sia stata raccontata calcando molto molto molto la mano.
Non ci credi che una persona possa essere perseguitata fino a questo punto.
Sì, alle persecuzioni ci credi. Ma sono le persecuzioni continue che ti risultano difficili da immaginare. Le persecuzioni totale, implacabili, che durano decenni.
Io stesso quando sentivo parlare Pietro mi chiedevo se non stesse esagerando. Mi chiedevo come fosse stato possibile che avesse subito tutto quello che racconta. Come aveva potuto accanirsi verso di lui un numero sempre maggiore di soggetti, senza che nessuno fosse mai davvero intervenuto a far rispettare la legge, anche solo un briciolo di legge, in questa sporca storia.
Pietro Borsetto era ed è un medico della zona di Padova. Fuori dai giochi, un tipo a sé stante, interessato fn dal primo giorno di lavoro, solo ai suoi pazienti e alle sue ricerche. Dopo pochi anni di lavoro entrò in rotta di collisione con l’aiuto primario dell’ospedale in cui lavorava. O piuttosto si dovrebbe dire che l’aiuto primario decise di rendergli la vita impossibile.
Questo fu l’inizio.
Piccole angherie, voci alle spalle, colpi e bassi qua e là. La fossa la si incomincia a scavare con dei colpetti di badiel.
Pietro, da sempre alieno ad ogni contrasto, cercò di non reagire all’inizio, contando che tutto quanto finisse. Non aveva, del resto, alcun interesse di carriera e notorieta. Voleva solo fare il suo lavoro. Ma gli atti di abuso continuavano. Cercò di chiedere l’aiuto del primario, ma oltre vuote parole non ottenne nulla.
Intanto gli atti di abuso aumentavano così si estendeva il numero di coloro che “collaboravano” in questo mobbing che da soft divenne, nel tempo estremo.
Anche perché, seppure di animo mite, Pietro è come quelle querce che resistono sempre. Che, pacatamente, non calano mai la testa. E più resisteva alle angherie, più elevava il livello delle sue contestazioni e delle sue denuncie, più continuava a contrattaccare invece semplicemente di togliersi dalla circolazione, maggiore diventava l’accanimento verso di lui, fino a trovarsi contro, nei fatti, molta parte del potere medico che conta del Triveneto, ed esponenti anche di altri “poteri” collusi.
E’ come se, nel corso degli anni, fosse diventata “intollerabile” la sua presenza. E’ come se il suo ripartire ad ogni bastonata, facesse addirittura rabbia. E’ come se la sua volontà di non arrendersi mai li istigasse ad azioni sepre peggiori.
Perché questa storia è durata 22 anni.
Perchè non c’è stata cosa che a Pietro è stata risparmiata.
Lo hanno fatto lavorare per turni e turni di seguito, senza dargli il riposo a cui aveva diritto.
Lo hanno messo nelle condizioni di non potere operare persone che dovevano essere urgentemente operate, impedendogli di accedere alle strumentazioni, negandogli la collaborazione delle infermiere.
Si sono inventati turni che non doveva fare, per contestargli ulteriori mancanze.
Lo hanno fatto chiamare di notte per finte situazioni di urgenza, per destabilizzargli anche le notti che avrebbe dovuto dedicare al riposo.
Gli hanno fatto perdere un occhio.
Hanno fatto passere per “assenteismo” i mesi di convalescenza dovuti a un grave incidente, nonostante lui avesse regolarmente avvisato chi doveva essere avvisato con certificati medici e quant’altro. E per questo fasullo “assenteismo” lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Lo hanno fatto licenziare per un fasullo “assenteismo” quind, e, subito dopo, lo hanno fatto sputtanare sui giornali.
Hanno fatto in modo di ostacolare in ogni modo la sua volontà di riprendere il lavoro presso altre Asl e altri ospedali. Per anni ha trovato solo porte chiuse negli ospedali del Triveneto.
Pietro descrive un potere colluso, ad ogni livello. Un potere dove ci si supporta a vicenda, trovando ognuno la propria “assicurazione sulla carriera” nella complicità degli altri, nel loro intervenire, con ogni mezzo, a sua tutela, nel loro supportarlo nell’ostacolare i suoi nemici. Un potere che spesso si “fraternizza” nelle logge massoniche che sono, da sempre, quasi ovunque, una “camera di compensazione” per la gestione del potere locale. Altri contesti che sembra siano molto apprezzati per “contare” di più nel proprio territorio sono i cosiddetti Rotary Club e Lions Clus. Pietro descrive come il gran parte del gruppo di potere locale si riuniva settimanale nel Rotary Club di Adria.
L’ultimo atto fu farlo finire in galera, nel dicembre 2013, per una accusa di palpeggiamento sessuale da parte di una paziente, che sembra un’accusa fattta emergere ad atti.
La sua condanna fu a due anni e sei mesi, ma il giudice lo mandò comunque in galera dimenticandosi che entro i 3 anni (che divennero 4 con il decreto svuota carcerei emanato poco tempo dopo) si poteva dare l’affidamento ai servizi sociali, in presenza dei requisiti. Requisiti che c’erano tutti.
Solo successivamente il giudice, sotto pressione dell’avvocato, si accorse del suo errore materiale, e Pietro venne liberato, dopo avere fatto 25 giorni di carcere. La cosa che più ricorderà del periodo passato in carcere, sarà la grande umanità riscontrata tra i detenuti, che, nei suoi giorni di detenzione lo trattarono sempre con rispetto, lo aiutarono in ogni occasione, cercarono di rendergli il più tollerabile possibile il suo soggiorno in carcere.
Uscito dal carcere, Pietro mi contattò. Il tramite fu un detenuto con cui tengo una corrispondenza, e che gli diede il mio contatto.
Su Pietro pende un pronunciamento della Cassazione che -sebbene razionalmente sarebbe quasi impossibile, ma lui ormai sa che la razionalità in questa storia è stata bandita da tempo- possa, in un modo o nell’altro riportarlo in carcere. Che lui teme non per se stesso, ma perché la moglie ha costante bisogno di essere accudita.
Recentemente, come vedrete alla fine dell’intervista, Pietro ha tentato il suicidio.
Troppe angherie, troppe umiliazioni, troppa “violenza”, troppa malvagità, troppa ingiustizia verso di lui.
Che poi, il mobbing estremo tende, tante volte, a spingerti proprio o spingerti a gesti estremi, uccidere qualcuno o suicidarsi.
Con Pietro in 22 anni non c’erano mai riusciti.
Dopo 22 anni di inferno, e fresco reduce dal carcere, Pietro ha avuto un momento di debolezza.
Pietro però è ancora vivo.
E non dobbiamo considerare la sua storia come solo una storia.
Punto e a capo.
Facciamola conoscere. Facciamo che si parli di lui. Non lasciamolo solo di fronte ad altre possibili ritorsioni.
Vi lascio alla lunga intervista (l’ho divisa in parti) che gli ho fatto. Leggetela fino in fondo.
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Prima di partire con l’intervista, voglio citare una amara analisi di Pietro sul mondo medico:

“Dopo trent’anni di professione debbo dolorosamente constatare che- pur a fronte di un Giuramento di Ippocrate-che vincola in maniera molto dettagliata ogni medico anzitutto ad esercitare nell’ assoluto rispetto del paziente ed anche dei colleghi -La stragrande maggioranza dei medici che ho conosciuto, di qualunque contesto – guardia medica, ospedali, cliniche, esterni, interni, convenzionati- tirano a campare, fanno meno del minimo indispensabile e vogliono fare soldi. Non c’è, nella maggior parte dei casi a me noti, la minima intenzione, il minimo sforzo di fare davvero il bene del paziente. Anche in cose basilari come aiutare il paziente a scegliere il farmaco che ha meno effetti collaterali. Ogni inefficienza, ogni assurdità la si giustifica, quasi, con la mancanza di soldi de servizio sanitario nazionale. E questo è anche un problema, ma non è il problema principale. Ciò che manca è la banale buona volontà. E anche attenzione. Tu puoi stare mezzora con un paziente, a sentire quello che ha da dire e non costruire niente. O puoi stare mezzora con un paziente a sentire quello che ha da dire e curarlo con le parole, con le intenzioni o con i farmaci. A te costa uguale. Ma è diversissima la qualità della tua azione nei due casi. Nel primo caso pensi a cosa farai dopo, a quanti soldi guadagnerai, a a quale indotto quel paziente ti potra’ portare nel tempo.. Nel secondo caso stai con la testa e sul posto e pensi, pensi, mentre lui parla, a tutto quello che puoi fare per aiutarlo. Questo che dico non è qualcosa che potrebbero fare solo dei geni o dei talenti nati. Queste cose non sono per pochi. Sono cose che sarebbero alla portata di chiunque. Ma sono cose che non si fanno. Questa attenzione verso l’altro manca ovunque, funzionari ,amministratatori, magistrati”.

-Quanti anni hai Pietro.

57.

-Dove sei nato e dove vivi?

A Padova e vivo in un paese della provincia di Padova.

-Tu sei medico oculista. Raccontami il tuo percorso.

Io non sono figlio di medici. Non ho avuto appoggi di nessun tipo nei miei studi. Mi sono laureato a 24 anni.

-Che anno era?

1981. Mi sono specializzato cinque anni dopo in oftalmologia, cioè in oculistica. Posso dirti che a 24 anni non si laureava in nessuno. In 800 del mio corso, a laurearsi a 24 anni furono solo in 10. Da quel momento in poi non ho più voluto nulla, neanche una mancetta dai miei genitori. Ho subito scritto lettere per il Triveneto, per lavorare; e queste lettere sono state accolte. Ho cominciato a fare sostituzioni di medici di base, in alta montagna, tra i paesini, tra le valli, ove nessuno voleva andare. Mi trovavo a fare la guardia medica a centinaia di chilometri da casa. Mentre tutti gli altri colleghi che si erano laureati o con me, se ne stavano comodi a fare i mantenuti da parte delle loro famiglie, io mi impegnavo in tutti i modi per lavorare. E mentre gli altri si vedevano il sabato e la domenica per andare a spendere i soldi non loro, io ero in alta montagna, sveglio tutta la notte,a fare su e giù. Già allora ero considerato con una certa commiserazione. Ero il povero, lo sfigato tra i ricchi. Fin dall’inizio c’era una certa derisione verso di me, e un vago fastidio. Alcuni mi vedevano come il “morto di fame” e “quello che vuole fare tutto lui”.
A un certo punto ebbi la “fortuna” –chiamiamola “fortuna”……..- di vincere un concorso pubblico per titoli ed esami, in un piccolo ospedale che adesso è diventato grande. L’ospedale di Adria, in provincia di Rovigo, nel Basso Polesine; in pratica in mezzo alle nebbie tutto l’anno. Un territorio che, dopo Roma è uno dei più grandi d’Italia, e allo stesso è una dei meno abitati d’Italia. Era un posto assolutamente disagiato, ma a me importava poco. Io ero innamorato della medicina. Nel reparto di oculistica eravamo tre. Oltre a me c’era Il primario, che praticamente non faceva assolutamente niente oltre alle visite . che per motivi suoi non faceva assolutamente niente; e l’aiuto primario che era un mio coetaneo di Padova che conoscevo già da prima, perché avevamo studiato insieme nella stessa Clinica. Aveva tre anni più di me ed era il mio esatto opposto. Figlio di maggiorenti di Padova, iscritto al Rotary, ricchissimo di famiglia, e soprattutto pieno di boria. Una di quelle persone che mentre camminano , impettiti e testa alta, sembrano dire “ci sono solo io, scansati che passo io, tu sei una merda”. Era tutto il contrario di quello che –per cultura, formazione famigliare, esperienza cristiana- ero io. Per mia grande sfortuna questa persona non solo era ed è un arrogante arrivista come pochi, ma era ed è una persona genialoide, cioè di una intelligenza e di una cultura sopraffina. Per cui capisci bene che se gli stupidi riesci in qualche modo ad evitarli o non metterli in condizione di nuocerti; le persone che sono molto più intelligenti di te, molto colte e che hanno moltissimi appigli sono praticamente invincibili. All’inizio non avevo particolari problemi con questo mio coetaneo. Anche perché lui vedeva –come tutti- in me lo sfigatissimo, il cretinetti, lo stupidino, il poveretto senza alcuna possibilità di dare fastidio in nessuna maniera. Ma le cose cominciarono ad andare diversamente. Io mi applicavo con una voglia, con una passione indescrivibili e pian piano ho iniziato ad essere apprezzato, riconosciuto per il modo di esercitare –con il cuore e con tutta la dedizione possibile- sia dai pazienti e dal loro passa parola, che dagli altri medici dell’ASL, che a loro volta mi inviavano così altri pazienti. Gran parte dei 400 medici che erano lì hanno cominciato ad amarmi e ad apprezzarmi. La mia carriera prese una impennata. Migliaia di pazienti chiedevano di me, e nonSOLO dell’aiuto. E non perché io fossi bravo, ma, credo, soltanto per la mia umanità e per i miei modi. Vedevano che ero un giovane che tentava in tutte le maniere di aiutare il prossimo. Questa è sempre stata la mia caratteristica. Mentre l’aiuto se ne fregava e guardava i pazienti con un tono del tipo “io sono il medico, tu sei il paziente, zitto e basta”.
Quanto stava accadendo creava progressivamente in lui un grande fastidio, che si è acuito negli anni. Cominciò ad accadere qualcosa che per lui era assolutamente intollerabile; gli stavo facendo ombra. Da lì iniziarono i miei problemi.

-Che tipo di problemi?

Furono piccole cose i primi tempi. Dispetti, dispettini puerili, parole dette dietro o mentre passavo, una sottile denigrazione. Col tempo il livello delle “aggressioni” aumentò esponenzialmente, fino ad arrivare ad ogni tipo di minaccia, fino ad arrivare all’intimidazione fisica, all’uso del potere per danneggiarmi.
L’aiuto aveva una intesa “simbiotica” con il primario. Il primario in pratica non operava nulla, nemmeno un brufolo- non solo perché non era capace, ma perché proprio non voleva; e questo aiuto gli faceva tutto. Loro due si sono sempre coperti e avvantaggiati a vicenda. Io ero completamente preso dal lavoro ospedaliero e da quello scientifico; facevo ricerca, pubblicavo, andavo ai congressi. Non mi importava di guadagnare di più con mezzucci, ovvero facendo comparaggio nei negozi degli ottici. Il loro interesse principale invece era il lucro, e avevano vati ambulatori privati. Tu sai che allora c’era la legge Bindi; in base alla quale chi operava in ospedale doveva fare il tempo pieno in ospedale e non poteva lavorare in ambulatori esterni. Questi due –come tanti altri del resto- con tutte le loro coperture avevano ambulatori esterni privati dappertutto e lucravano su questo. Com’era il gioco?: IL primario faceva operare i propri pazienti privati dall’aiuto. Dopodiché tornavano nel suo studio privato.. capisci bene che tutto questo moltiplicato per migliaia di pazienti all’anno.

-Spiega meglio questo meccanismo..

Queste non sono cose che sono accadute solo in quell’ospedale. Sono cose che accadono ovunque, in tutti gli ospedali e gli ambulatori d’Italia, da sempre. Tutti sanno che se vuoi una bella visita vai dal primario, o vai dal medico famoso, e che ci vai privatamente. E’ sempre stato così. Io conosco la realtà bene del Meridione. Sai che solo nel privato avrai davvero una visita veramente accurata, o potrai avere un possibile “salto” delle liste di attesa per eventuali interventi necessari o esami diagnostici.
E’ ovviamente una truffa, ma viene rinviato a giudizio un medico su migliaia e ad ogni morte di papa.
Pensiamo alle operazioni. Tu ti fai operare dal tal medico. Una volta operato –soprattutto se sei rimasto soddisfatto e se sei convinto che quel medico sappia tutto del tuo caso- tenderai a rivolgerti a lui anche successivamente. Se potessi “raggiungerlo” nel pubblico, andresti nel pubblico. Ma molto spesso ti senti dire “io non lavoro più lì”… “io in quegli orari devo fare questo”.. “devi aspettare sei mesi”.. a un certo punto, consciamente o inconsciamente capisci che per vedere quel medico devi andare a trovarlo a livello “privato”. E questo non vale solo per la chirurgia, vale per ogni branca medica. Tutto questo funziona in particolar modo quando vi è una collusione tra tutta una serie di soggetti; primario, aiuto, medico, infermiere; con la direzione sanitaria e il direttore generale che girano la testa dall’altra parte. Alla persona che cerca quel medico, gli indicano la stanza d’ospedale in cui “dovrebbe” essere; ma, guarda tu, quasi mai è presente. Alcune ore si mette di guardia; altre ore è via per un congresso; altre ore è ad un appuntamento. Insomma si rende sempre indisponibile. Allora quella persona chiede “Dove lo posso trovare? Dov’è che visita?”. E qui l’infermiere o qualche altro operatore sa cosa dire “Vada in questo ambulatorio qui, città tal dei tali, via tal dei tali, numero di telefono tal dei tali”.

-Il medico si rende quasi irraggiungibile nel pubblico, per costringerti a raggiungerlo nel privato..

Questa è una delle cose più diffuse e scontate. Potrei dirti “questo è il minimo di ciò che accade”. Se il paziente non vuole aspettare mesi e mesi, è costretto ad andare a visita privata. Questo è possibile solo se c’è la connivenza delle altre strutture superiori ed inferiori.
Quando la connivenza diventa totale, si possono attuare meccanismi di spaventosa illegalità. Ti dico una delle cose che mi hanno fatto. Loro, in un momento successivo, sono riusciti ad impedirmi di fare la libera professione intramuraria –ovvero dentro l’ospedale, che è la modalità più corretta per farla- che io per legge potevo fare. E come facevano? Non ti danno il permesso di farlo da quell’ora a quell’altra ora, ti dicono che non c’è lo spazio e tutta una serie di altre fesserie che tirano fuori al momento. Tu dovresti metterti a contestare queste cose al Tar, e magari dopo 6 o7 anni ti danno anche ragione, ma nel frattempo ti sei rovinato, come, del resto è successo a me.
L’illegalità estrema, i meccanismi più odiosi, sono possibili solo nella collusione totale, solo nella complicità che coinvolge tutti. Perché basta che il primario, l’aiuto, gli infermieri, la direzione sanitaria, il dirigente dell’Asl, uno chiunque di questi, metta il bastone tra le ruote e un giochetto come quello che hanno fatto a me e che ho descritto poco prima, non puoi farlo.
Quando invece i giochi più sporchi riescono ad essere attuati, vuol dire che tutti i livelli del potere sanitario sono coinvolti.
Torniamo agli ambulatori privati. Per potere lucrare appieno sugli ambulatori privati c’è bisogno del primario e della direzione sanitaria che ti danno il permesso di essere assente fisso per delle giornate. Immagina di avere, di nascosto, un ambulatorio privato, a Bologna, a Padova, a Firenze; e che a questi ambulatori ci vai, rispettivamente il martedì pomeriggio, il giovedì mattina, il sabato pomeriggio.
Allo stesso modo, con le loro collusioni possono renderti la vita impossibile. Ed è quello che hanno fatto con me in tutti quegli anni. Posso dirti che per più di tre anni –gli ultimi che ho trascorso in servizio presso la divisione oculistica nell’ospedale di Adria- non ho potuto godere non solo dei miei diritti contrattuali, ma neanche di quelli costituzionali. Diritti come la tutela della salute. Una delle mie problematiche di salute è stata dovuta da una frattura al femore, per la quale ho subito 3 interventi e 9 ricoveri ho portato per 2 anni stampelle e anche ora ho seri problemi.

-Tu dicevi che l’ostilità iniziale nasceva “semplicemente” dal fatto che semplicemente eri una persona senza appoggi, che aveva tanti clienti, che poteva mettere ombra a qualcuno, soprattutto questo aiuto primario.

Sì, e mentre lui veniva tutelato, a me cercavano di tenermi calmo. Nella mia ingenuità avevo più volte anche provato a rivolgermi al primario che mi diceva “stia tranquillo dottore, lo calmo io, ci penso io, lei continui, non ci badi.. non ci sono problemi..”. Ma lui continuava imperterrito, con sempre maggiore arroganza.
Io ero assistente di ruolo in un reparto di oculistica. E cosa fai in un reparto oculistico? Certo fai gli occhiali, come fanno tutti gli oculisti, però anche operi. E operare è la cosa principale, la cosa più gratificante dell’oculistica. Ma l’aiuto voleva operare solo lui. Praticamente io non potevo entrare in sala operatoria se non a guardare. L’intervento più comune al mondo per gli oculisti è l’intervento di cataratta; la cataratta è la prima operazione che ti fanno fare, il pane quotidiano, l’intervento di base per l’oculista. Bene, in 14 anni che io sono stato in quell’ospedale non ho mai potuto operare nemmeno una cataratta, e tuttavia sono stato costretto ad operare di notte, da solo, una cataratta traumatica.
Tu, non facendo operare una persona è come se la castrassi, come se gli tarpassi le ali. E allo stesso tempo permetti E OBBLIGHI che per 14 anni lui faccia anche 14, 15, 16 turni di reperibilità notturna MENSILI per le urgenze; quindi i casi chirurgi più complessi. Io mi trovavo ad essere responsabile, e da solo, di interventi chirurgici in urgenza, pur non avendo potuto avere io nessuna esperienza chirurgica. Questo non per 14 giorni, ma per 14 anni.

-Tu quindi ti trovavi ad operare d’urgenza?

Sì, ed era uno dei contesti che utilizzavano per rendermi la vita impossibile. Una notte che ero di guardia, è venuta una vecchietta una che aveva l’occhio bucato; si era trafitta l’occhio con un ago. Ovviamente dovevo intervenire subito, e sono andato con lei in sala operatoria. Io non avevo mai operato prima la cataratta. Quindi immaginati che trauma psicologico per me operare qualcosa che non avevo mai operato. Certo, la teoria la sapevo; ma dal dire al fare.. Comunque, una volta che operi la cataratta, se non togli la parte che si è sporcata, che si è infettata del cristallino, tu l’occhio rischi di perderlo. Comunque, io ho tolto il cristallino e dovevo inserire il cristallino artificiale. Il cristallino artificiale è la lente che si mette al posto del cristallino vecchio. Tutto questo deve essere fatto nello stesso intervento. Bene immaginati me che sto operando, che ho tolto il cristallino vecchio e dico alla ferrista che era con me
“mi dia il cristallino artificiale” .
“Io mica ce l’ho”.
“E che vuol dire ‘io mica ce l’ho?’, guardi dove sapete voi, negli armadietti della sala operatoria.. dove li tenete di solito? dov’è che li tiene di solito il dottor (l’aiuto) .. che ne mette fino a dieci a settimana?..siete voi che lo assistete …”,
“io non lo so..”.
“Come non lo sa?”. E lì ho cominciato a capire.
“Sentite, qui ho l’occhio aperto della paziente, devo mettere il cristallino, telefonate immediatamente all’aiuto, al primario, ecc. “. Loro chiamarono ma quelli non risposero, fecero in modo di non farsi trovare.

Morale della favola, alla fine, insistendo con l’una e con l’altra, uscì fuori che le lenti intraoculari –ognuna delle quali ha un prezzo esorbitante, migliaia e migliaia di euro con le varie gradazioni e di proprietà dell’ospedale- li custodiva, guarda caso, lo stesso aiuto, nel suo armadietto personale dentro la sua stanza. Io chiamai immediatamente i carabinieri, e quella sera dovetti chiudere l’occhio di quella vecchietta senza poter inserire il cristallino nuovo. Per cui quella paziente è stata danneggiata irreversibilmente. Venne operata dopo un mese da un altro, ma non è servito a niente, l’occhio è rimasto CON UNA VISTA RIDOTTISSIMA. Quella notte telefonai subito ai carabinieri e in procura. Il magistrato di turno ha messo sotto sequestro l’armadietto, che è stato dissequestrato dieci giorni dopo, in mia assenza, perché io ero ricoverato per una colica renale. Quando hanno aperto il suo armadietto, hanno trovato le lentine intraoculari per un valore di migliaia di euro. Cosa voleva dire tutto questo? Che solo l’aiuto poteva utilizzare queste lenti e nessun altro. E quindi che lui aveva la gestione di quante erano, di quante ne metteva, ecc. Tu sai che vuol dire comparaggio. Questa persona era sponsorizzata dalle case farmaceutiche, che gli hanno pagato anche viaggi in Usa e in molti altri posti. Arrivava al punto di vantarsene con meb. Le ditte che vendono prodotti come questi, traendone dei profitti enormi, danno naturalmente de bonus –diretti e indiretti- per fare in modo che la propria ditta venisse favorita rispetto a altre ditte. La gara tra le ditte la gestiva lui, in connivenza col primario, facendo vincere questa o quella ditta. Comunque, le denunce che io feci contro queste persone, anche la procedura che era stata attuata, col sequestro dell’armadietto, ecc., finì in un buco nell’acqua.

-Fa impressione sapere che le persone che erano con te, le ferriste, la caposala, non ti avevano detto niente neanche quando la paziente era sotto i ferri.

E’ come diventare passivi, succubi di un sistema.

-Perché nessuno ha preso un martello e lo sfondava?

Io sono stato lì lì per farlo io, sapendo che già senza niente, facevano di tutto per ostacolarmi in ogni maniera, se avessi fatto una cosa del genere mi avrebbero messo in carcere già allora.
Comunque, si poteva dire che l’aiuto e il primario erano implicati in ogni scorrettezza possibile. Come quella relativa ai falsi ciechi. E anche per questa vennero indagati. In quegli anni in Italia era scoppiata la questione dei “falsi ciechi”. Vi erano servizi giornalistici, con tanto di video, che mostravano questi ciechi che andavano al mare, giocavano a pallone, andavano i bici; e non poche inchieste furono fatte su questo “scandalo”, che colpiva molto l’immaginario delle persone. La guardia di Finanza di Adria mi interrogò varie volte in una inchiesta in merito ai “falsi ciechi”. Anche nella zona in cui operavo io, c’era una commissione di invalidità oculitisca, ma di essa, come medici, facevano parte solo il primario e l’aiuto. mi avevano escluso; e io non ci avevo mai fatto troppo caso. Quando la guardia di finanza cominciò ad interrogarmi, mi mostrò anche delle fotografie che mostravano persone, della zona, dichiarate “cieche”, che espletavano normalmente le più varie attività. Io confermai loro che quelle persone che avevano filmato non potevano certo essere cieche, e dissi anche loro però che nella commissione di invalidità oculistica io non c’ero, che me ne avevano sempre tenuto fuori. Comunque cercai di aiutarli, facendo capire il livello di complicità e il tipo di relazioni che devono sussistere per mettere in atto illegalità di quel tipo. La guardia di finanza continuò la sua inchiesta, vi furono anche vari processi, ma i soggetti coinvolti, riuscirono a tirare la cosa così per le lunghe che non ne seppi piu’ nulla dell’ esito. A peggiorare la situazione intervenne il mio diventare rappresentante sindacale.

-Racconta..

Il mio modo di comportarmi molto semplice e trasparente, fece sì che io venni costretto, praticamente all’unanimità, a diventare rappresentante sindacale, quando io di sindacato non ne sapevo niente. Ma hanno fatto di tutto per eleggermi. Se hai capito come sono fatto io, una volta eletto, non ho preso questa elezione come una gratificazione, come una carica che mi poneva in una posizione di prestigio per avere vantaggi dall’amministrazione; ma l’ho presa seriamente, come strumento per difendere i lavoratori dell’ospedale. Mi misi subito a comprarmi libri di contratti, di gestione sindacale e quant’altro; mi sono messo a studiare come un deficiente; ho fatto anche dei corsi di formazione. E così ho cominciato a fare anche il sindacalista; puntando i piedi con l’amministrazione, senza guardare in faccia nessuno, quando c’erano cose che non andavano. Divenni il punto di riferimento per tutti i colleghi; e quando era necessario, mi alzavo in piedi e parlavo duramente. Se già prima non ero visto bene, la mia azione sindacale portò a un vero e proprio odio da parte dell’amministrazione.

-Ma dalla tua parte rimasero tutti quei medici che tu avevi in tante occasioni difeso come sindacalista?

No. Quando le cose si sono messe male per me, sono rimasto solo. Tutti sapevano cosa succedeva nel mio reparto; però quando è stato il momento non dico di testimoniare a mio favore, ma anche solo di darmi un po’ di appoggio e sostegno, si sono allontanati tutti. Nel frattempo l’amministrazione ha cominciato a calcare le dosi, dando il via a quello che è stato un vero bombardamento di contestazioni di addebito, di di provvedimenti disciplinari.

-Fammi un esempio..

Di esempi te ne potrei fare migliaia. La prima contestazione di addebito la ricevetti alla fine degli anni ’80 perché non avevo allegato una polaroid ad una ecografia che avevo fatto ad una paziente. E perché non avevo allegato quella polaroid? Proprio per via del mobbing che subivo dal primario e dall’aiuto, con la concreta connivenza di alcune infermiere (per prima la caposala) e della direzione sanitaria. Mentre il primario e l’aiuto ricevevano i pazienti quando pareva loro, e avevano sempre l’ auto di una o due infermiere; io invece dovevo sempre fare tutto da solo. Io procedevo comunque, ma in condizioni certamente più difficoltose. Naturalmente denunciavo, dicendo che venivo privato dell’assistenza delle infermiere e naturalmente nessuno mi ha mai risposto. Veniamo alla questione ecografia-polaroid. Immagina, che tu devi fare l’ecografia ad una paziente, e devi tenere la sonda con una mano, l’occhio aperto con l’altra, e con la “una terza mano” dovrei scattare foto e regolare lo strumento. Il piccolo problema è che non avevo una terza mano. Aggiungi che non mi fornivano neanche il materiale; ad esempio il rullino della polaroid. E allora immagina la scena che sarebbe comica, se non fosse tragica. Stai visitando il paziente, in qualche modo riesci ad afferrare la polaroid, ma ti accorgi che ti è finito il caricatore, cerchi nel carrello sotto e non ce ne è neanche uno. Con le mani sul paziente, chiami qualcuno perché venga ad aiutarti, ma non viene nessuno. E allora distendi il paziente su un lettino, vai fuori e chiami una infermiera, ma naturalmente non serve a niente e nessuno arriva. E allora che fa? Finisci l’esame senza allegare la foto, scrivendo che non ti è stato allegato il materiale fotografico. E, come hai ben capito, qualche giorno dopo parte contro di te una contestazione di addebito perché non hai allegato la foto all’ecografia. Questo fu il primo caso. Ma ne sono seguiti NUMEROSI.
E che significa tutto questo? Significa rabbia, tensione, stress psicofisico. Significa prendersi un avvocato e pagarlo. Significa intentare procedimenti che quasi sempre finiscono con un buco nell’acqua, ovvero con l’archiviazione. Ma intanto i danni sono stati fatti, come il danno all’immagine, in quanto ovviamente le persone colluse si davano un gran da fare nel pubblicizzare la cosa tra le mura dell’ospedale e in città.

-Sono vicende pazzesche…

Te ne racconto un’altra. Mi avevano fatto fare –come altre volte del resto- la reperibilità (che di fatto è una guardia medica continuativa, 24 ore su 24, durante la quale devi comunque essere in reparto e visitare i degenti, fare le visite urgenti e pure gli interventi chirurgici d’urgenza) ininterrottamente di seguito per quattro giorni, venerdì, sabato, domenica, lunedì. In pratica quattro giorni di seguito di lavoro bestiale.
Il contratto ha sempre previsto il recupero compensativo OBBLIGATORIO nel giorno immediatamente seguente ed entro la settimana stessa. Martedì ero finalmente libero, il giorno di riposo. Sono andato a casa e ho spento il cellulare, perché, non pensare che i giorni in cui “riuscivo a tornare a casa”, potessi, almeno quei giorni, avere un momento di pace. Visto che dovevo avere il cellulare sempre acceso per essere reperibile, loro mi chiamavano giorno e notte, e tante volte mi arrivano telefonate dall’ospedale per urgenze, alle 3 e 4 di notte. Io correvo nel pieno della notte, e arrivato lì mi dicevano che nessuno aveva chiamato, che non c’era nessun caso di urgenza. Quel martedì, dopo quei quattro giorni di lavoro bestiale, sapendo che avrebbero tormentato con questo genere di telefonate anche quel giorno che sarebbe dovuto essere di “riposo”, spensi proprio il cellulare. Quando il giorno dopo sono tornato in ospedale, ho trovato tutta la gente che mi guardava di storto e le infermiere che mi dicevano “dottore, cosa ha combinato questa volta? Lei ieri doveva essere di turno e se ne è andato a caso, e ha spendo il cellulare. Alcuni pazienti non sono stati curati e sono venuti i carabinieri”.

-Ma come era possibile che eri di turno, se per quel giorno era previsto che tu non lavorassi?

Hanno fatto un falso ideologico e anche materiale… hanno prodotto un atto falso dove risultava che io quel martedì dovevo lavorare… e quel turno “falsificato” lo hanno appeso alla porta dell’ambulatorio, nel lato interno, dove non avevo accesso, in quanto da svariati mesi erano state sostituite tutte le serrature del reparto, con il solo intento di impedirmi l’accesso, in quanto non mi furono mai date le nuove chiavi. E questo solo a me; mentre tutte le infermiere, le donne delle pulizie, ecc., le avevano.

-Cioè arrivare fino a scrivere una indicazione di turni falsificati?

Sì, lo so che sembra incredibile. Tutta questa storia sembra incredibile. E io davvero, potrei non fermarmi mai a dirti tutto quello che mi hanno fatto. Nell’aprile del 1993 ebbi la frattura scomposta e complicata di un femore e lesioni legamentose e meniscali alle quali seguirono tre interventi e nove ricoveri. Beh mi hanno impedito praticamente di fare fisioterapia. Ma mi hanno impedito praticamente tutto. Mi hanno impedito di andare ai congressi, di fare il mio aggiornamento settimanale previsto dal contratto, di andare in ferie. Com’è che facevano? Io ovviamente dovevo fare domanda per ciascuna di queste cose (fisioterapia, ferie, andare ai congressi) e la facevo con mesi di anticipo. Bene, le mie domande non ricevevano risposta. Mai, a nessun livello. Non avendo risposta, io non potevo assentarmi, altrimenti sarebbe stato rifiuto in atti d’ufficio, mancanza dal posto di lavoro, denunce penali, ecc. E visto che una persona non è una macchina e alcune volte, giocoforza, ho dovuto assentarmi, sono riusciti anche a farmele queste denunce penali; me ne hanno fatte due. Non si può descrivere l’inferno che ho vissuto. Io facevoCOSE come tre, quattro turni continuativi. Per legge una persona dopo determinati turni di lavoro, deve riposare. Perché era impossibile che una persona potesse lavorare giorno e notte per diversi giorni di seguito. Ma, come ti avevo mostrato nell’esempio di prima, loro erano capaci di farmi fare. turno sabato, domenica e lunedì… e martedì, invece di farmi riposare.. ecco che mi piazzano nell’ambulatorio del paese più vicino.. e il giorno dopo di nuovo di guardia…

-Questa è pura persecuzione.

Si chiama mobbing estremo. Io l’ho imparato dopo studiando i libri, soprattutto presso degli avvocati di Torino che avevano scritto libri su questo.
Questi avvocati avevano iniziato il lungo iter presso il giudice del lavoro di Rovigo, che è stato poi bloccato, in quanto nel frattempo il parlamento aveva approvato una nuova norma che indicava non più il giudice del lavoro, bensì quello amministrativo, come referente per le cause di lavoro. Avrei dovuto iniziare tutto l’iter da capo; era impossibile. Anche perché non avevo più soldi per pagare, ed ero disoccupato. Forse nell’arco di decenni avrei avuto ragione. Me ne hanno fatte centinaia di episodi di questo genere.
Nel mobbing estremo che mi facevano era compreso anche il togliermi le chiavi di tutti gli ambulatori. Tutti gli altri operatori, comprese le donne delle pulizie, avevano tutte le chiavi degli ambulatori. A me, avevano, a un certo punto, cambiato le chiavi della serratura, senza dirmi niente. Semplicemente da un giorno all’altro mi ritrovai senza chiavi. Ora chiediti come fa un medico che è di guardia in un ospedale a non avere le chiavi delle stanze in cui ci sono gli strumenti, degli ambulatori, della sala operatoria. Le chiavi ce le aveva l’infermiera, e io dovevo ogni volta chiedere il permesso all’infermiera. Qualche volta era autorizzata a venire ad aprirmi; e alcune di volte, dopo avermi aperto veniva controllarmi. Altre volte mi diceva semplicemente “no”. E io.. che mi sembrava di diventare pazzo..”come no?”. “Ho l’ordine di non aprirle”, mi ribatteva. E io quella sera non potevo entrare negli ambulatori e nella sala operatoria. Questo comportava conseguenze drammatiche per gli stessi pazienti che avevano la sfortuna di presentarsi una di quelle notti. C’era un paziente che curavo da più di dieci anni. Questo paziente aveva spesso delle emorragie maculari, che lo facevano diventare cieco; ed era necessario fare immediatamente una florangiografia. Una giorno questo paziente mi telefona, dicendomi che aveva avuto un’altra di queste emorragie e che non ci vedeva più. Io naturalmente gli dico di farsi portare al più presto in ospedale, che gli avrei fatto l’angiografia. Quando arriva il paziente e vado a “chiedere” cortesemente all’infermiera di aprirmi l’ambulatorio perché avevo un paziente in condizioni urgenti, le mie risponde “No”.

-Descrivi il resto del dialogo.. con questa infermiera..

“Come no? Ho urgenza per un paziente..”.
“Mi è stato detto che lei non può accedere all’ambulatorio”.
“Come non posso accedere?” Le mostro il paziente, aggiungendo “Vede, questo paziente ha una patologia gravissima, devo visitarlo e fargli immediatamente una angiografia”.
“No”.
“Ma chiami il primario e la direzione sanitaria..”.
“Io non chiamo nessuno”.

-A volte è difficile capire se è più miserabile e squallido chi dà gli ordini o chi ubbidisce.

Nulla, nulla, nulla, mai, mai, mai. Senza giustificazione e in completo spregio a ogni norma, non solo a ogni norma comune in ogni ospedale, ma ad ogni norma di buon senso. –
Io, con il paziente accanto, ho cercato subito di contattare il primario e non si è fatto trovare. Sono andato in direzione sanitaria al piano di sopra e mi è stato detto che il direttore sanitario non c’era. In realtà poi seppi che c’era, ma si rifiutava di vedermi. A quel punto, di comune accordo col paziente, siamo andati dai carabinieri per sporgere denuncia. Ho scritto anche una lettera ai giornali, che nessuno ha pubblicato. Quel paziente è dovuto andare in un ospedale a 60 km di distanza per farsi visitare e farsi fare l’angiografia. Naturalmente dei dirigenti e delle infermiere che si erano comportati in quel modo non è successo niente.

-Nel leggere il dialogo che hai avuto con quell’infermiera, sembrava proprio ostile..

Non erano tutte uguali. Ce n’erano alcune che erano state terrorizzate. Infermiere che mi volevano bene perché sapevano chi ero, cosa facevo e cosa subivo. Alcune di esse mi dicevano le cose di nascosto, per cui venivo a conoscenza di altri elementi del modo bastardo con cui venivo trattato; anche se mi scongiuravano di mantenere il silenzio; “Dottore mi raccomando non mi rovini, non dire che le ho detto”. E io non l’ho mai fatto, non le ho mai coinvolte. Avrei potuto citarle come test in un’indagine, ma non l’ho fatto per tutelarle e poi di parola io che ne ho una sola.
Io ho vissuto per tanti anni proprio in una situazione del genere. In un crescendo infamia umana. Nel mobbing estremo di persone che, per danneggiare me, non hanno avuto remore a danneggiare migliaia di pazienti. Vuoi rovinare una persona? Rovinala. Ma non rovinare con lui dei malati che con lui non hanno nulla a che vedere.
E ricorda che mentre all’inizio vedevo la malvagità solo in persone come l’aiuto che mettevano in atto concretamente atti dolosi; col passare degli anni sono arrivato a considerare ancora più meschina e criminale l’omissione. Ovvero l’azione di tutte quelle persone che, a vari livelli, dovevano e potevano per legge intervenire e che hanno fatto finta di non vedere, di non sapere, di non capire. Che hanno fatto finta di on leggere quello che io avevo scritto, protocollato, inviato con raccomandata migliaia di volte. Migliaia di volte a migliaia di persone diverse.
E io non capivo, non capivo tanta complicità nel male. E quelli che all’apparenza sembrano buoni –l’ho compreso poi- sono ancora più canaglie di quelli che capisci subito che sono cattivi. Come il primario che era conosciuto da tutti come persona educatissima, gentilissima, pacatissima, squisitissima. Questa era la maschera che mostrava al mondo. Immaginati che io gli ero MOLTO affezionato e mi fidavo di lui e per anni, lo supplicai quasi “per favore, mi dia una mano, sono in queste condizioni, ecc, cerchi di fare ragionare l’aiuto. Io non voglio fare niente di più. Non voglio fare soldi, non voglio fare carriera. Voglio solo fare il mio lavoro onestamente, voglio fare l’oculista, fare il medico. Lasciatemelo fare”. “Sì, gli parlerò.. stia tranquillo.. ci penso io..”. Un’altra persona ci sarebbe arrivata subito che questo era anche peggio dell’altro. Io, per la mia ingenuità ci ho messo anni. Immagina, se vuoi un paragone, una persona tanto buona che se ti vede affogare in un fiume che cerchi aiuto, invece di aiutarti subito, ti dice “sì certo, aspetti un attimo, arrivo subito, aspetta, aspetta un attimo, ti aiuto sicuramente”.
E nonostante tutto ciò fosse paradossalmente ridicolo sotto ogni profilo, in quanto il primario era lui, e quindi sarebbe bastato un suo semplice ordine per ristabilire un minimo di legalità e il canonico andamento procedurale nel reparto.
E di fronte a tutte queste persone, a tutte le canaglie che in questi anni mi hanno danneggiato o hanno permesso che venissi danneggiato, sai quante volte mi sono chiesto “ma queste persone non hanno una famiglia? Non hanno dei figli? Cosa insegnano ai loro figli? A fregare il prossimo? A fare qualsiasi ignominia pur di raggiungere il proprio scopo, pur di fare carriera, pur di arricchirsi?”.
Questa gente mi ha fatto perdere un occhio e rovinato la vita senza rimedio.

-Racconta..

Questa è la persona. Questa è una delle persone, perché seguendo la doverosa scaletta gerarchica io sono partito con esposti, denunce, querele e via via più su, man mano che i vari responsabili interpellati epistolarmente non mi rispondevano, passati svariati mesi . In via gerarchica. Non è che sono partito in procura della Repubblica, a Padova, a Rovigo. Non sono partito scrivendo al CSM, al Presidente della Repubblica, al Papa, al vescovo, allegando documenti, prove, fotografie, registrazioni. Non ho fatto di prima battuta. Ho iniziato in via gerarchica, sempre con la speranza. Ma alla fine passavano i mesi e gli anni, mentre i miei aguzzini aggiungevano cose a cose, con uno stillicidio continuo.
Prima tentai con il primario, per anni. Poi con la direzione sanitaria. Poi col dirigente, col direttore dell’Asl, che per legge è il responsabile unico. Alla fine, dopo anni, l’ho denunciato, dopo che mi avevano licenziato per omissione di atti d’ufficio, rifiuto di atti d’ufficio, collusione, ecc. e i giudici hanno ritenuto che io l’abbia calunniato.
In quegli anni ho mandato una trentina di esposti, in cui c’era sempre lo stesso presidente dell’ Ordine dei medici di Padova, la stessa persona, che un mese fa mi ha radiato. In questi anni lui non ha aperto un procedimento disciplinare nei confronti di nessuna delle centinaia di persone medici nei confronti dei quali lui aveva il dovere di indagare. Ha lasciato, ha omesso come gli altri, ha lasciato che facessero così. Gli ho chiesto aiuto, gli ho detto che temevo per la mia incolumità personale.
Nei primi di gennaio 1993, mi trovavo in ospedale nello stesso amblutario con l’aiuto. L’aiuto a un certo punto mi ha chiesto di scrivere in cartella clinica che pochi giorni prima lui aveva fatto un intervento, che era andato tutto bene. Tutte cose delle quali io non sapevo nulla, di cui non sapevo mimicamente se fossero davvero accadute; dato che io ero, come ho detto prima, totalmente escluso dalla sala operatoria. E quindi mi rifiutai di ottemperare alla richiesta dell’aiuto. Lui si è alzato, è venuto verso di me, mi ha dato un pugno in un occhio, sono svenuto e ho perso gran parte della vista da quell’occhio. Da allora io sono invalido. Lo denunciai, ma lui riuscì fare andare avanti la cosa finché non è andata in prescrizione. E, come puoi immaginare, non ha ricevuto alcun provvedimento disciplinare, né dall’ordine dei medici, né dall’Asl. Anzi, dopo anni è diventato primario.

-Praticamente tu , oculista, dal 93 sei senza un occhio?

Esattamente. Io sono stato a casa 3 mesi per via di questa situazione. Ovviamente mi sono fatto curare a Milano e in altre zone dove non c’era questa connivenza.

-E’ lo stesso sistema di potere in tutta Padova?

In un certo senso questi meccanismi sono presenti un po’ ovunque, con più o meno “affiatamento” ed efficacia, con più o meno accanimento e brutalità, con più o meno eccezioni; ma qualcosa del genere la puoi trovare in mezza Italia. E tutto questo rientra nel concetto di mafia bianca. Mafia bianca vuol dire potere ospedaliero diffuso, che parte dalle università e arriva agli ospedali. Potere fatto dai medici, e dai medici che hanno funzioni amministrative, vedi direttori sanitari, direttori delle Asl e quant’altro. Questa mafia bianca molto spesso è collusa con le vari lobby di potere E massonico riunite in organismi come il Rotary club e i Lyons. Tutti gruppi che hanno, si intende, “scopi benefici”. Per darti una indicazione concreta, ogni martedì all’albergo Stella d’ Italia , si riuniva il Rotary Club di Adria. A queste riunioni del Rotary di Adria partecipavano questo famoso aiuto, e anche il Direttore Sanitario, TALE Nunzio Caruso, quello che mandava le miriade di fantomatiche contestazioni d’addebito che mi sono giunte. Ci andava anche l’avvocato Migliorini, che Giancarlo Galan –presidente della regione Veneto per tre mandati- indicava come il suo tutore politico. Sempre a queste riunioni del Rotary di Adria c’era una dottoressa che era l’ex direttore sanitario, c’era un magistrato, c’ era il comandante della polizia locale, e tanta altra bella gente. Ti rendi conto che queste persone si trovavano nello stesso posto tutte le settimane? Trovi strano che nessuno tra i soggetti a cui mi ero rivolto, abbia mai fatto niente per tutelarmi?

-Una mano lava l’altra..

Molti sono massoni e se ne vantano pure pubblicamente. Quando ti sei scagliato contro un massone, un rotariano, ecc., non ti sei scagliato solo contro di lui. Ti sei scagliato contro tutti i massoni della sua loggia, contro tutti rotariani, e dovunque tu vada hai il massone e il rotariano contro. E’ la logica delle lobby. E’ per questo che, successivamente, nonostante avessi vinto concorsi in tutte le ASL del Veneto, sono sempre riusciti a farmi fuori, con una scusa o con l’altra. Quando arrivavo in un posto, ero già odiato. Basta una telefonata : le distanze , da una città ad una altra non contano, i personaggi che girano sono sempre gli stessi. Basta vedere l’ organigramma dei dirigenti nelle varie Asl del Veneto negli ultimi vent’anni. Direttori generali, direttori amministrativi, direttori sanitari e di distretto . hanno fatto carriera passando da un ruolo all’ altro , da una ASL all’ altra e ritorno, magari in coppia……. .Un solo esempio, il più recente e significativo da me conosciuto : coloro che dichiarando il falso e negandomi ogni possibilità di difesa per primi mi hanno rovinato definitivamente e ridotto al carcere, tali dott. Benazzi ed Artusi, allora rispettivamente direttore sanitario-e presidente della commissione disciplinare !! – e direttore amministrativo dell’ ASL di Vittorio veneto, pochi mesi dopo il mio allontanamento (fine 2005), sono stati promossi dal presidente del Veneto, Galan, a Direttore Generale e a Direttore Sanitario dell’Asl di Camposampiero. Verrebbe da pensare quale premio per essere finalmente riusciti nell’ intento perseguito da anni : far fuori definitivamente l’ odiato ribelle.

-Che successe dopo la violenza che nel 93 ti fece perdere l’occhio?

Ci ha messo lo zampino anche la sfortuna. come ti dicevo, mi ero fatto curare a Milano, al San Raffaele, il centro allora più famoso per la retina, e poi presso la clinica oculistica di Udine. Ma, come si è capito, hanno potuto fare ben poco. Dopo i due mesi prescritti dovevo rientrare in servizio. La prima di quando scadeva il mese di malattia, stavo tornando in macchina da Milano, dove ero andato ad effettuare gli ultimi esami di controllo prescrittimi. Nei giorni precedenti stavo cercando di riabituarmi a guidare la macchina con un occhio solo, senza benda. Infatti era assolutamente impossibile andare al lavoro con mezzi pubblici; dalla mia residenza di allora avrei dovuto prendere due tram, due corriere e fare lunghi tragitti a piedi.
Quel giorno era una splendida giornata di sole ed ero contento, perché riuscivo, pur con un occhio solo e andando piano, a guidare la macchina. Tu sai che da Milano a Padova si va in autostrada, passando dal lago di Garda. Io che sono, sin da bambino, un amante delle fotografie, dopo settimane di benda, volevo godermi finalmente un bello spettacolo, e fare qualche foto. Accostai la macchina nei presi del lago e salii su una barca, che era in ferma,” in secca“, su una spiaggetta e ho fatto delle fotografie. Ma per via di una manovra maldestra, caddi da un metro e mezzo di altezza e mi ruppi il femore. Da lì il ricovero di urgenza, l’intervento che andò male e tutte le complicazioni possibili. Questa storia mi comportò nove ricoveri , tre interventi e due anni di stampelle e fisioterapia.
Ovviamente, per mia tutela, per prima cosa mandai un certificato medico con raccomandata con ricevuta di ritorno. Ti puoi immaginare se me ne sarei lavato le mani, con quella gente pronta ad approfittare di ogni mio minimo passo falso. Il primo ricovero fu di un mese e mezzo e poi seguirono gli altri. E, naturalmente, a ogni successivo ricovero ho inviato la raccomandata con ricevuta di ritorno, che mi è sempre regolarmente ritornata. Dopo mesi e mesi, quando sono ritornato, al lavoro, mi fanno una bella contestazione di addebito “perché sono stato per mesi assente ingiustificato dal lavoro, dato che non avrei mai mandato certificati medici”; mentre io di certificati ne avevo mandati trenta, e di tutti potevo mostrare la ricevuta di ritorno. La malafede naturalmente era evidente. C’è stato un procedimento giudiziario andato avanti per mesi. Nel frattempo, loro avevano mandato i carabinieri nell’ospedale in cui ero ricoverato per acquisire le cartelle cliniche. E, roba da apparente delirio, hanno mandato almeno una ventina di volte la visita fiscale a Padova preso la mia abitazione. Lo sapevano perfettamente che io ero ricoverato nell’ospedale vicino a Verona, con tanto di diagnosi e prognosi e continuavano a chiedere all’asl di Padova di mandare la visita fiscale, il medico fiscale andava a casa mia, non trovava naturalmente nessuno e diceva “il paziente è irriperibile”, rimandava tutto all’ASL di Padova, la quale ASL aveva carta buona per dire che ero assente ingiustificato dal lavoro.
A quel punto-cioe’ nel 1998 e comunque troppo tardi- io ho fatto una querela nei confronti dell’unico dirigente responsabile totale dell’Asl, cioè il Direttore Generale una persona che viene pagata centinaia di migliaia di euro l’anno. Siamo andati in tribunale, e io ho avuto numerose testimonianze a mio favore. Queste persone hanno detto ai giudici esattamente quello che ti ho detto, che ero trattato in questa maniera, che per anni ho subito questo e non ho mai alzato la testa, non mi sono mai ribellato, non ho fatto mai nulla contro nessuno, che avevano l’ordine, perfino in ragioneria, di non pagarmi lo stipendio, di rimandarmelo di mesi, di non farmi fare la professione, di non farmi fare le ferie, né gli aggiornamenti professionali, né i congressi, né i riposi dopo i turni di reperibilità. Mentre lui ha portato due impiegate dell’ufficio protocollo che hanno detto di avere sì ricevuto le mie buste, ma che erano buste che non contenevano niente, “vuote”. Uno penserebbe che hanno dato ragione a me, e hanno condannato lui, non potendo, tra l’altro, nessuna persona sana di mente, credere a giustificazioni di quel tipo. E invece hanno dato per buone le sue scuse. E non si sono limitati a questo. Si sono a quel punto accaniti contro di me, accusandomi di averlo calunniato, perché “non poteva fare fisicamente ciò che io lo accusavo di avere fatto”.

-Ma anche a volere seguire questo ragionamento folle, loro comunque dovevano riconoscere che tu eri stato realmente ricoverato ed eri stato licenziato ingiustamente.

Questo doveva farlo il giudice del lavoro. Da quell’altro versante siamo andati avanti per anni e quando finalmente eravamo arrivati presso il giudice del lavoro di Rovigo, e io avrei avuto inequivocabilmente soddisfazione, qui non potevano esserci dubbi di sorta, è cambiata la legge. E’ successo dieci giorni prima dell’udienza. Io davvero non so quale male abbia fatto al mondo. A quel punto avrei dovuto ricominciare tutto l’iter giudiziario da capo, in sede civile. Ma non avevo più soldi e ho lasciato perdere la cosa.

(FINE PRIMA PARTE)

Alberico Di Noia morto nel carcere di Nocera. Suicidio o omicidio?

Alberico

Alberigo è un’altra della lista innumerevole di persone che si sono tolte la vita in carcere.

E’ tra i cinque che in questo nuovo anno sono già morti.

Premesso che si tratta sempre, in questi casi, di “omicidi”; perché anche chi si suicida, lo fa spinto da condizioni intollerabili che la sua psiche non regge più. 

Fatta questa premessa, nel caso di Alberigo sembra però che vi siano forti dubbi su un effettivo suicidio e c’è chi pensa che le cose siano andate in modo ben diverso.

Pubblico un’articolo di Costanza Giannelli (http://popoff.globalist.it/Detail_News_Display?typeb=0&inscom=1&ID=95802&rispondi#InsertComment) che ci è stato inviato dal nostro amico Antonio della redazione di Radiocane.

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Si trovava nello stesso carcere in cui un detenuto è stato massacrato quasi a morte dai secondini. Oggi quel detenuto è vivo, e libero, anche se malconcio nel fisico e nell’anima. L’altro, forse il suo ex compagno di cella, invece.

Bandiere a mezz’asta e un’intera città in silenzio. Ieri tutta Zapponeta si è fermata per ricordare Alberico Di Noia, detenuto nel penitenziario di Lucera entrato in cella di “osservazione” per non uscirne più. Alberico è il quinto carcerato morto dall’inizio dell’anno. Il suo corpo, impiccato ad un lenzuolo, è stato ritrovato il 15 gennaio dai secondini, ma quello che sembrava l’ennesimo suicidio potrebbe nascondere un’altra verità.

Poteva essere un caso come tanti, un altro numero nelle statistiche sui decessi in carcere. Tutto talmente chiaro da non richiedere nemmeno l’autopsia. È solo grazie alle incessanti richieste degli avvocati della famiglia, che aveva incontrato Alberico – niente affatto depresso – solo la settimana prima, che il procuratore capo del Tribunale di Foggia ha autorizzato l’esame autoptico. I risultati, ancora, sono riservati ma per Michele Vaira, uno dei legali che è riuscito ad ottenere questo insolito cambio di rotta da parte della Procura, «per capire le responsabilità si deve andare al di là dell’autopsia, che è solo uno degli elementi. I fatti per capire cosa è successo in quel periodo sono di tipo storico».

E di fatti che non tornano, nella storia di Alberico, ce ne sono fin troppi. Trentotto anni, dal marzo del 2012 stava scontando una pena per tentata estorsione ai danni di una donna conosciuta in chat. Oreste, un ex compagno di detenzione, su Facebook lo ricorda come «socievole e disponibile con gli altri detenuti e allo stesso tempo molto educato con le guardie; una persona che guardava con fiduciosa speranza al futuro, vogliosa di riscattare agli occhi della moglie e dei figli quell’amara realtà che stava vivendo e che aveva infangato il suo nome». Tra un mese sarebbe stato oggetto di un’udienza che, con tutta probabilità, gli avrebbe consentito di ottenere l’affidamento ai servizi sociali o i domiciliari.

Al momento della morte, però, secondo una nota dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere, «l’uomo era in cella da solo, tecnicamente “in osservazione” da cinque giorni, poiché aveva avuto un alterco con una guardia penitenziaria. Dall’episodio, su decisione del Consiglio di disciplina dell’istituto di pena, era scaturito il suo trasferimento ad altro istituto di pena, che sarebbe dovuto avvenire nella stessa giornata. Quando l’uomo è stato soccorso dal personale penitenziario è stato trovato già vestito e in attesa della partenza».

Secondo i familiari, però, Alberico non poteva rimanere da solo da quando il medico del carcere di Altamura, in cui era recluso prima di essere trasferito a Lucerna, gli aveva riscontrato una forte tachicardia. Perché poi, se aveva intenzione di togliersi la vita, si era preso il disturbo di prepararsi per il trasferimento?

Le incongruenze, però, non si fermano al momento del decesso. Anzi, è stato proprio dopo il ritrovamento del corpo che l’atteggiamento dell’amministrazione penitenziaria ha insospettito sempre più la famiglia. Per trentasei ore hanno chiesto, invano, di vedere la salma. Quando finalmente hanno potuto avvicinarsi al cadavere di Alberico, il suo corpo presentava «una vistosa tumefazione», apparentemente incompatibile con la teoria del suicidio e anche la stampa è stata avvertita soltanto 24 ore dopo il decesso. Tutti questi ritardi sembrano stridere con la fretta degli inquirenti di chiudere il caso prima possibile, una fretta che non è piaciuta a Giovanni Riontino, sindaco di Zapponeta (la città natale di Alberico), che ieri ha dichiarato il lutto cittadino.

«Il mio obiettivo principale è che su questa vicenda non si spengano i riflettori», ha dichiarato il primo cittadino «non volevo che andasse nel dimenticatoio prima del previsto. Il mio desiderio sarebbe quello di far luce su questo caso quanto prima. La cosa che mi ha insospettito è che in un primo tempo volessero chiudere le cose molto frettolosamente, nonostante ci fossero dei segni evidenti sul corpo. Noi aspettiamo ancora gli esiti dell’autopsia. Ma vorrei sottolineare che, per quanto mi riguarda, le istituzioni hanno fallito in ogni caso. Il carcere è inteso come rieducazione e se c’è stato un decesso per impiccagione vuol dire che qualcosa non è andato per il verso giusto».

Non sarebbe la prima volta che le cose nel carcere di Lucera non vanno per il verso giusto. Giuseppe Rotundo, pestato da tre guardie giurate per un «pezzo di merda» di troppo, quelle celle d’isolamento la conosce fin troppo bene e all’ipotesi del suicidio non crede neanche un po’. «È stato impiccato. Certo, le mie non possono essere sicurezze. Le sensazioni personali dovute a un’esperienza diretta vissuta in quelle celle, però, mi conducono a ritenere che le dinamiche che hanno portato alla morte di Alberigo di Noia siano identiche a quelle che hanno portato gli agenti a mettere in atto nei miei confronti un azione punitiva violenta che per loro sfortuna non ha avuto nessuna conseguenza estrema come è invece avvenuto per Alberigo».

 

 

 

 

Un altro detenuto suicida- i compagni denunciano lo squallore del carcere di Ivrea

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Questa lettera scritta dai detenuti del carcere di Ivrea, in merito al suicidio di un loro compagno, ci è giunta tramite il prezioso Antonio, in contatto col circolo Cabana di Rovereto.

Una lettera durissima, che denuncia lo squallore che sarebbe all’opera nel carcere di Rovereto.

Cito un passaggio:

“Bella comunicazione ha fatto il Tg3 quando è morto il nostro compagno, morto detenuto di Ivrea a 42 anni, ma quello che è morto non era una bestia, era un uomo e aveva pure un nome; l’hanno detto talmente veloce che chi lo ha sentito è stato fortunato.”

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5 gennaio 2014

Si voleva comunicare e fare sapere la realtà che si vive nel carcere di Ivrea. Il giorno 3 gennaio 2014, al primo piano – lato sinistro, un nostro compagno si è impiccato nella cella. Solo noi detenuti e compagni siamo intervenuti a tirarlo giù e spezzare la corda che lo ha ucciso, abbiamo cercato di farlo riprendere facendogli il massaggio cardiaco e gettargli acqua in faccia. Un ragazzo marocchino gli ha fatto pure la respirazione bocca a bocca e le guardie guardavano dalla rotonda senza fare nulla, abbiamo persino preso la barella per portarlo in infermeria. Mentre ci aiutavamo per salvare il nostro compagno e lo portavamo in infermeria, le guardie hanno spinto il ragazzo marocchino che stava aiutando e lui ha dovuto reagire per non essere picchiato. Dopo aver portato il nostro compagno in infermeria ci hanno chiuso nelle celle senza farci sapere niente del nostro compagno: per sapere qualcosa, noi detenuti abbiamo dovuto fare casino e bruciare tutto quello che ci capitava nelle mani. E il giornale dice grazie alle guardie… tutte cazzate. Al nostro compagno non hanno fatto entrare neanche la moglie al colloquio per dieci minuti di ritardo. A un altro detenuto avevano tolto i colloqui solo perché passato “appellante”, voleva darsi fuoco e parlare con la direttrice, ma niente da fare. Qui le guardie lo istigavano a fare il gesto di bruciarsi, dicendogli ridendo “che cazzo me ne frega di te, bruciati pure”; queste le risposte date dalle guardie al detenuto. Se stai male e accendi la luce rossa messa fuori dalla cella, arrivano dopo un’ora ma solo perché si inizia a fare casino, se no non vengono. La direttrice non si vede mai. Il mangiare: un mestolo a testa… A Natale i volontari volevano dare il panettone, ma la direttrice ha risposto di no perché c’era troppo lavoro da fare, aprire il panettone, tagliare a fette il panettone e si sporcava troppo.
Le lenzuola vengono cambiate dopo un mese se va bene. Il nostro menu di Natale: un mestolo di pasta e fagioli e due pezzetti di spezzatino con insalata la sera.
La domenica sera il carrello non passa: chi non ha niente non può cucinarsi nulla.
La carta igienica: due rotoli a detenuto ogni 25 giorni.
Andando avanti così i morti non sono finiti se qualcuno non si decide a fare qualcosa.
Chi può cucinare cucina nel bagno, dove si dovrebbero fare solo i bisogni, non cucinare. 
Siamo in due in una cella di 2×3 metri. Questo carcere è una mina che può esplodere da un momento all’altro. La guardia grida dalla rotonda al suo collega “apri le bestie che vanno a fare un’ora d’aria”.
Bella comunicazione ha fatto il Tg3 quando è morto il nostro compagno, morto detenuto di Ivrea a 42 anni, ma quello che è morto non era una bestia, era un uomo e aveva pure un nome; l’hanno detto talmente veloce che chi lo ha sentito è stato fortunato. Cronaca. Qui dice che hanno fatto tutto le guardie…visto in che mondo viviamo?
L’opinione pubblica non sa queste cose, ecco perché qui si muore per qualche guardia; non siamo ascoltati da nessuno, tieni oggi, tieni domani, poi alla fine si muore.
Un grido di aiuto e un affettuoso saluto dai detenuti del carcere di Ivrea.

Seguono le firme dei detenuti

Morire di carcere- altre due morti a Foggia e Viterbo

carceres

Il carcere continua inesorabilmente a generare  morte.

Pubblico questa nota di Emilio Quintieri dove racconta delle ultime due morti avvenute negli istituti penitenziari. 

Salvatore di Ceglie, nel carcere di Foggia; morto pare per infarto. 

Paul Badeva, nel carcere di Viterbo. Suicidatosi.

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Continua la mattanza nelle Prigioni italiane : a Foggia, è stato trovato morto dalla Polizia Penitenziaria nella sua cella all’interno del Reparto Infermeria, un detenuto condannato definitivamente per spaccio di stupefacenti ed altro il cui fine pena sarebbe stato il 30/07/2015. Si chiamava Salvatore Di Ceglie, 58 anni, di Cerignola. Pare che sia morto di infarto (ma, in Carcere, quando uno muore scrivono sempre così !).
L’altro decesso, per suicidio, è avvenuto a Viterbo venerdì scorso (ma la notizia è trapelata solo in giornata). Il detenuto si chiamava Paul Badea, 51 anni, romeno, era stato arrestato il giorno prima per evasione dagli arresti domiciliari (ove era cautelato dal 13 novembre per furto di rame ed altro). Arrivato al “Mammagialla” di Viterbo alle ore 13.45, l’uomo ha sostenuto le visite di primo ingresso, compreso il colloquio con la psicologa che non avrebbe riscontrato nessun segno che facesse presagire quanto sarebbe accaduto poche ore dopo. Ad accorgersi del suo decesso, intorno alle 23.15 sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che lo hanno trovato con un lenzuolo stretto intorno al collo all’interno della sua cella, dove era solo.
Con questi ultimi 2 decessi sale a 145 il numero dei carcerati morti nel 2013, 47 dei quali per suicidio. Dal 2000 ad oggi, invece, i detenuti morti sono 2.232, 799 dei quali si sono tolti la vita.

Il caso di Niki Aprile Gatti- intervista alla madre Ornella Gemini

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Niki Aprile Gatti è un ragazzo morto in carcere, a 26 anni, il 24 giugno del 2008.

Frettolosamente si parlò di suicidio.

Ma questa storia è così sporca da fare sembrare una pozza di letame e piscio piena di cani con la rogna un luogo raffinato.

Nel giugno 2008 vengono arrestate 18 persone – tra cui Niki- nell’ambito dell’Operazione Premium. L’indagine – condotta dalla Procura di Firenze- partì dalla denuncia di migliaia di persone , principalmente fiorentine, che si sono ritrovati con le bollette gonfiate.  Si arrivò a scoprire il coinvolgimento di grosse società telefoniche ed informatiche. Non era inclusa fra queste la Telecom, che venne esclusa dalle indagini anche se intascava i soldi provenienti dalle truffe; e comunque le società menzionate lavoravano per lei. L’inchiesta arriva a coinvolgere anche vere attività di riciclaggio; e andava ad intrecciarsi con altre indagini, in cui entravano in gioco mafiosi, broker internazionali, business telefonici, riciclaggio. Tra gli arrestati dell’operazione Premium furono il più notoera Piero Mancini, presidente dell’ Arezzo Calcio e amministratore dell’ internet provider Fly Net, concessionario di numeri «premium». Ma vi sono anche altri personaggi chiave, come alcuni  soci della Plug Easy di Londra: una società che – secondo le accuse – fungeva da schermo per i fruitori finali italiani del traffico telefonico e consentiva – come due società di San Marino – cospicue evasioni Iva e il riciclaggio degli ingenti profitti delle frodi: almeno 10 milioni di euro. Tra le società coinvolte nell’operazione Premium  vi furono la Orange, la OT&T, la Tms, la Fly Net, più altre società con sede a Londra.
C’è chi parla anche di coinvolgimenti di società offshore, della massoneria e della ndrangheta.
Tra le Società informatiche sotto inchiesta c’è la Oscorp di cui uno dei dipendenti era proprio Niki Aprile Gatti.

Alle 14:30 del 19 giugno 2008 Niki viene arrestato e trasportato in poche ore nel carcere di Massima Sicurezza di Sollicciano.
Quello meno coinvolto di tutti era probabilmente lo stesso Niki.

Niki venne trovato morto il 24 giugno 2008 impiccato nel bagno della sua cella. La morte sarebbe avvenuta tra le ore 10 e le ore 11.

Niki fu l’unico a dichiarare di non volersi avvalere della facoltà di non rispondere. E proprio questo potrebbe avergli costato la vita.

La cosa assurda è che dopo la morte di Niki, la madre non ha potuto più avere nessun contatto con l’inchiesta Premium, riguardo alla quale non si sa assolutamente nulla.

Ma le cose strane, come vedremo, in questa storia non si contano.

Niki è stato l’unico ad essere trasferito nel supercarcere di Sollicciano, mentre tutti gli altri erano stati trasferiti a Rimini. Quindi dei 18 arrestati, 17 finiscono nel carcere di Rimini, solo uno finisce nel carcere di massima sicurezza di Sollicciano. Niki, incensurato, e unico a non avvalersi della facoltà di non rispondere.  E’ il 19 giugno 2008Niki, il 20 giugno, ore 20:58, ricevette un telegramma in carcere che gli “intimava” di cambiare l’avvocato aziendale che aveva in quel momento con un altro avvocato che gli veniva indicato. Questo telegramma gli giunse nonostante fosse in isolamento, non gli fosse stato neanche permesso di chiamare la madre. In isolamento non viene data la possibilità di comunicare con l’esterno e di ricevere alcun tipo di raccomandate. E invece, pur in isolamento, ricevette questo telegramma e poté a sua volta chiamare un numero di cellulare per cambiare avvocato. E questo telegramma, lo aveva ricevuto dalla sua stessa abitazione. E non dovrebbe essere cosa “facile” chiamare dalla casa di una persona arrestata; che si presume dovrebbe essere sotto una particolare vigilanza.

La casa di Niki venne completamente “ripulita”. Nel senso che tutto quello che ci sta va dentro, computer, fogli, qualunque genere di materiale.. si “volatilizzò” completamente.  

La madre fece opposizione all’archiviazione, ma misteriosamente l’opposizione si perse. Il legale aveva altra copia e la ridepositò nuovamente. Opposizione che venne respinta.

Di Niki fu detto in prima battuta che si sarebbe impiccato con il laccio di una scarpa. La cosa, per il tipo di laccio, per il peso di Niki e per altre contraddizioni emerse come così insostenibile, che si parlò allora di strisce ricavate da Jeans. Ma i jeans successivamente apparirono intatti. E inoltre sembra che vista l’altezza di Niki -1,90 metri- non sarebbe stato possibile che si potesse impiccare appendendosi alla finestra del bagno.

I due compagni di cella di Niki hanno dato versioni contrastanti dei fatti.

Niki secondo la versione ufficiale si sarebbe suicidato così, senza un vero motivo, dopo appena 4 giorni di carcere. Un ragazzo che, come dice la madre, era un ragazzo che amava la vita, pieno di interessi. L’esatto contrario di chi può essere facile a togliersi la vita. Un ragazzo che era non aveva destato preoccupazione nello psicologo del carcere, dopo il colloquio di routine e che era stato percepito come sereno dall’agente con cui –in base a quanto emerge dal verbale- Niki aveva parlato intorno alle 10. E proprio subito dopo, nell’ora che va tra le dieci e le undici Niki si sarebbe suicidato, impiccato nel bagno della cella 10 della quarta sezione del carcere di Sollicciano.

Questa vicenda è un labirinto di ambiguità e assurdità.

Ma, voglio richiamare l’attenzione sui punti più emblematici di ciò che accaduto.

-Niki fu l’unico degli arrestati ad avvalersi della facoltà di non rispondere.
-Niki fu l’unico ad essere inviato nel carcere di sicurezza di Sollicciano.
-Niki fu l’unico a cui fu quasi “imposto” di cambiare avvocato; tra l’altro tramite telegramma giuntogli quando era in isolamento e a rigore non sarebbe potuto giungergli nulla.
-Niki fu l’unico tra i coinvolti in questa inchiesta, ad essere trovato morto.

E’ un suicidio. Affermano gli inquirenti, e ripetono i media.
Ma la madre, Ornella Gemini, non ci sta e inizia, con la morte del cuore, una lotta per la verità. Una lotta dove avrà di fronte quasi sempre solo porte chiuse, bocche cucite, totale mancanza di vicinanza e di comprensione.

Intorno ad Ornella sorse, in breve tempo, un comitato con lo scopo di fare emergere la verità.
Recentemente è nata una associazione inoltre la madre di Niki, insieme con la Preside dell’istituto tecnico industriale “Ettore Majorana” di Avezzano, Anna Ananzi, ha organizzato un premio dedicato a Niki, che sarà presentato ufficialmente a dicembre e sarà consegnato allo studente che “si distinguerà per attività progettuali particolarmente creative nell’ambito delle nuove tecnologie informatiche”.

Quella che adesso leggerete è una intervista che ho fato recentemente alla madre di Niki, Ornella Gemini. 

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-Ornella cosa vuoi dire dell’inchiesta nell’ambito della quale fu arrestato Niki?

Per sommi capi si parlava di truffa informatica. Di rivendita di numerazioni a tariffa maggiorata. In tutto questo io fin dall’inizio, io l’ho sempre detto, vorrei capire quale era il ruolo delle compagnie telefoniche che vendevano questi numeri. Perché praticamente la società dove era Niki riacquistava questi numeri per venderli a terzi. Veniva contestata la vendita di questi numeri con dei dialer. Si auto installavano. Prima di tutti ci sarebbe da sentire i terzi ai quali venivano venduti questi numeri –questo sarà stato fatto in sede di processo, io non ho saputo niente, da questa inchiesta non ne è venuto niente-  Ma poi non ne ho più saputo niente. Sono stata esclusa dal processo. Ti tolgono un figlio, te lo ridanno dentro a una cassa e tu non puoi sapere più niente, non vieni più considerata, sei esclusa. Io mi sono giocata tutta la mia vita in quell’inchiesta. Sarebbe  più che d’obbligo da parte loro farmi sapere che cosa ne è emerso. Comunque mio figlio era un dipendente di questa serie di società. Lì c’erano interessi ad alto livello, per come la vedo io. Da parte delle compagnie telefoniche.. perché i primi ad incassare erano loro.. c’era, si leggeva nei verbali, l’ombra della mafia, del riciclaggio e cose del genere.  Nell’ambito di questa inchiesta arrestarono mio figlio, 26 anni, incensurato, voglio ripeterlo all’ennesima potenza.. incensurato. E venne mandato, unico tra tutti gli arrestati, in un carcere duro, a Sollicciano.
Lui era l’unico, su 18, ad avere dichiarato di non volere avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma di volere dire quello che sapeva, di volere chiarire la propria posizione.
Bene, Niki fu l’unico inviato a Sollicciano. E sebbene fosse incensurato, sebbene fosse quello che meno era coinvolto in tutta la vicenda dell’inchiesta, sebbene fosse l’unico che si fosse dichiarato pronto a non avvalersi della facoltà di non rispondere, venne rinchiuso insieme a due detenuti extracomunitari considerati di alta sicurezza; nonostante lui avesse esplicitamente chiesto di non essere messo con persone potenzialmente pericolose e violente. In modo anonimo mi è stata fatta vedere una direttiva del ministero che agevola l’ingresso per i nuovi arrivati. E invece a mio figlio non è stato permesso neanche di fare la telefonata di rito alla famiglia. E questo è gravissimo per uno stato di diritto. Non ho più neanche potuto sentire la voce di mio figlio.

-Quindi Niki unico arrestato che vuole avvalersi della facoltà di non rispondere. Unico che viene mandato nel carcere di Sollicciano. Unico che.. in tutta questa storia.. muore.

Sì. E’ morto tra le 10 e le 11 del 24 giugno, dove viene descritto come alle 10 Niki abbia parlato con l’agente di custodia, al quale avrebbe chiesto.“ma quando mi interrogano?”. E l’agente di custodia avrebbe risposto “Ancora non arriva la matricola, quindi non si sa se tu resti qui oppure vieni scarcerato. Quando viene la matricola ti saprò dire qualcosa di più”; e aggiunge  “la matricola arriva domani mattina”. Che sarebbe stato il 25 giugno. L’agente dichiara espressamente di averlo visto tranquillo, sereno; “mi ringrazia” aggiunge.
strong>Bene. Questo ragazzo, che era stato visto come sereno, e che già il giorno dopo avrebbe potuto avere una risposta, si sarebbe tolto la vita nell’arco dell’ora successiva, tra le 10 e le 11? Si trattava dell’ora d’aria tra l’altro. Chiunque, anche se avesse avuto la pur minima spinta a togliersi la via, avrebbe aspettato perlomeno il 25 per vedere cosa sarebbe accaduto. Che poi Niki non si sarebbe mai suicidato. Non era il tipo che si sarebbe tolta la vita. Niki c’aveva mille capacità, mille progetti di vita. E’ stato sempre riconosciuto come un genio del computer. Era consapevole delle sue capacità e aveva una grande empatia. . Appena fatti i diciottenni l’abbiamo mandato in una gita in Africa –Il suo primo viaggio all’estero- con tutti i colleghi di mio marito; perché l’aveva vinta mio marito questa gita. Erano tutte persone che lui non conosceva. Quando è tornato dopo dieci giorni era diventato amico di tutti. Niki lo potevi lasciare in mezzo a mille estranei. In poco tempo avrebbe fatto amicizia con tutti. Niki non si sarebbe spaventato nemmeno nel contesto del carcere. E poi, ripeto, anche a considerare la più assurda delle ipotesi, ti saresti suicidato proprio il ventiquattro, quando già il venticinque si sarebbe capito qualcosa?
E comunque Niki mi aveva visto davanti al tribunale. Sapeva che lo avrei tirato fuori da lì. Lui lo sapeva. Ci aveva una famiglia alle spalle. Non era il detenuto che sta in carcere e non c’ha nessuno. Tutto è visibilmente incongruente e assurdo. Come le dichiarazioni dei suoi compagni di cella.

-Racconta.

Niki aveva chiesto di essere messo con persone possibilmente non violente. Viene messo con due extracomunitari, ad alta sorveglianza. Quando io sono andata a vedere le carte per vedere chi erano questi, e se potevo parlarci..niente.. introvabili.

-Ma non c’è stato qualcuno che abbia fatto da interprete con questi extracomunitari?

Sì, li interrogarono. A guardare quei due verbali viene da sorridere, perché da ridere non viene più. Nella ricostruzione risultante dall’interrogatorio, emerge che uno dei due, non vedendo Niki, avrebbe chiesto all’altro “scusa Niki dov’è?”. E l’altro avrebbe risposto “ai passeggi”. Ma l’altro, interrogato, afferma che invece avrebbe risposto “è in bagno”.
Questa storia non sta in piedi da qualunque parte la esamini.
Nella prima archiviazione hanno sostenuto che Niki era andato ai passeggi, quando era tornato dai passeggi, sarebbe andato in bagno e avrebbe fatto tutto. Quando io ho visto le foto, violentandomi, Niki era in pigiama. E allora ho cominciato a urlare con Beppe Grillo che non era vero niente, che Niki era in pigiama.  Niki non era uscito e volevo vedere le prove che mio figlio fosse  uscito. E allora nell’atto con cui mi hanno respinto l’opposizione all’archiviazione, cambiano le carte in tavola e dicono “No, Niki non era mai uscito.” Quindi, nell’atto di respingimento della mia nostra opposizione all’ archiviazione, Niki non è più andato ai passeggi, ma viene detto che Niki non si era mai mosso dalla camera. Lui è stato sempre nella camera. E riguardo ai due detenuti extracomunitari; uno, durante quel frangente temporale, sarebbe andato in farmacia. E l’altro ha affermato che stava dormendo. Poi si sarebbe svegliato e avrebbe acceso la televisione. Tu ti svegli di notte, e la prima cosa che fai è accendere la televisione! Tutto questo è successo alle dieci. Ebbene la chiamata al 118 è alle 11:20. E lo ripeto, in una cella in cui c’erano due persone ad alta sorveglianza.

-C’è poi la questione del laccio.

Sì,  altra incongruenza grandissima. Hanno sostenuto che Niki si sarebbe impiccato col laccio di una delle sue scarpe. Ma con quel laccio non si sarebbe sorretto neanche un criceto. E quel laccio avrebbe retto il peso di un ragazzone di 90 kg. E comunque Niki aveva un modo tutto particolare di allacciare i lacci. Bene, il laccio che mi hanno ritornato, me lo hanno di ritornato praticamente perfetto. Un laccio di una persona che allacciava i lacci in modo particolare, un laccio che a stento reggerebbe un criceto, e che avrebbe invece retto il peso di una persona di novanta kg, me lo hanno ritornato quasi perfetto, neanche deformato. Allora si cominciò a dire che, visto che la  cosa del laccio da sola appariva visibilmente insostenibile, che Niki avrebbe fatto le strisce con i jeans e avrebbe usato anche quelle per impiccarsi. Sul quotidiano Repubblica uscirono articoli a pagina intera con titoli come  “fatte le strisce ai jans”. Non era  vero niente. Infatti mi riconsegnarono i jeans, sono perfetti. Integri.
E poi c’è un’altra cosa. Io chiesi loro: “perché avete lasciato i lacci?”. Loro mi hanno mostrato il regolamento in cui era scritto che i lacci vengono lasciati quando la persona è equilibrata, serena. Niki si vede che era un ragazzo tranquillo. Tutto questo nel colloquio con lo psicologo. Lo psicologo, dopo avere parlato con lui, non richiese una visita a breve, nulla. Praticamente i lacci possono essere lasciati quando questa è la tipologia del soggetto. Ok, ma tu, allora, non me lo puoi mettere con due che non possono avere lacci in quanto ad alta sorveglianza e pericolosi. O lo metti in una cella in cui anche le altre persone sono della stessa tipologia. O se lo inserisci in una cella con persone come quelle, i lacci li togli anche a lui. A parte che poi, detenuti che sono stati lì, mi hanno detto, in forma anonima che i lacci praticamente li tolgono a tutti. Che tolgono tutto, persino la cinta all’accappatoio.

-Leggevo anche che il tuo avvocato ti aveva detto che Niki era detenuto nel carcere di Rimini non di Sollicciano.

Ah, pure questo volevo aggiungere. Inizialmente, quando lo avevano arrestato e non capivo il perché, comincio a telefonare all’avvocato aziendale. E gli chiedo cosa è successo.. ancora non si sapeva quasi nulla.. mi dice di richiamarlo la sera. La sera lo richiamo e mi dice che Niki è al carcere di Rimini, come gli altri detenuti. Però ancora, finché non si fa l’interrogatorio di garanzia, io non posso assistere. Il giorno dopo visto che lo tempestavo di chiamate per sapere, dissi anche “vengo su, che sto a fare qua, vengo su”. “E tanto che viene a fare. Fino a quando non fanno l’interrogatorio di garanzia, lei non lo può vedere e non ci può parlare. Quindi è perfettamente inutile che lei venga”. Allora ricomincio con le telefonate, finché la sera del giorno dopo vengo a sapere che Niki lo avevano portato a Firenze, a Sollicciano. E io sono rimasta con tutta questa storia finché non mi hanno ridato, dopo novanta giorni, le carte dal carcere di Firenze, dove ho letto che Niki è entrato il 19 come primo ingresso, quindi da subito, proveniente dalla libertà. Quindi a Rimini non c’è mai stato.

-All’avvocato poi hai chiesto perché ha parlato di Rimini?

Io poi ho chiuso con tutti. Potete solo immaginare come stavo. Lui mi doveva rispondere.. ho cominciato a scrivere.. a scrivere sul blog.. l’ho detto a tutto il mondo. Come dicevo nel Blog di Beppe Grillo “Io non ho mai avuto una telefonata da parte di quella gente, se gente si può chiamare”.

-Nessuno ti ha mai dato una delucidazione, neanche in forma riservata?

Nessuno.

-E tu quindi ti sei fatta l’idea che c’entrino in qualche modo gli interessi di cui si occupava questa azienda.

Certo..

-Il fatto che avesse detto che non volesse avvalersi della facoltà di non rispondere, può fare dedurre che potesse dire qualcosa che non sarebbe stato gradito.

Dall’abitazione in cui lui era in affitto mi è stato fatto sparire tutto. Questo vuol dire che comunque c’era la paura che lui avesse scoperto qualcosa, che lui avesse messo sulla chiavetta qualcosa. Io non ho nulla, a distanza di sei anni. Nell’appartamento in cui abitava c’erano i computer, c’era tutto. Io tramite tutte queste cose sarei riuscita a risalire. Lo stesso è avvenuto presso la sede della Oscort. Hanno rubato tutto.

-Ma erano state fatte delle perquisizioni prima, presso la casa di tua figlio e presso la Oscort?

No. San Marino è un territorio estero. E lì non c’è stata mai perquisizione, mai nulla. Neanche un tentativo di rogatoria internazionale. Dopo quindici giorni dissi a mio marito e a mia cognata “andate su e avvisate il padrone che poi regolarizzeremo tutto e leveremo tutto. Ci desse un po’ di tempo, paghiamo l’affitto, ma ci desse un po’ di tempo”. Perché noi proprio non ce la facevamo, fisicamente, moralmente. Quando andarono su, aprirono la porta. Tutto vuoto.

-E la questione del telegramma a Niki e del cambio di avvocato?

Nell’immediatezza che io mi sentivo con questo avvocato aziendale. Dopodiché è stato fatto un telegramma a Niki dalla sua abitazione. Niki manda a Niki, hai capito? Sempre in quei tre giorni in cui stava in carcere, gli si invia questo telegramma, in cui gli si dice di cambiare l’avvocato aziendale e di mettere un altro avvocato. Non solo glielo si dice, quasi glielo si intima  “devi”. Naturalmente là dentro Niki non sapeva quello che stava succedendo fuori e ha cambiato avvocato.

-Fammi capire questo telegramma è stato mandato dalla casa di Niki, a San Marino ed è giunto direttamente a Niki?

Sì.. sì.. non risulta mai che è giunto qualcosa a un detenuto, specialmente se è in isolamento.. Perché gli viene dato questo telegramma?

- Niki quando ha ricevuto questo telegramma, chi pensava che glielo inviasse?

C’era il nome di chi glielo ha inviato. Chiaramente una persona di cui lui si fidava…. Un’amica di Niki.

-E questa persona nessuno l’ha mai vista?

In certe situazioni devi mantenere una calma fredda perché se no non rispondi di te stesso. A me mi hanno tolto un figlio. Certamente non ho cercato né gli incontri né altro. Perché non ho la forza di mantenere il sangue freddo. Io ho un bambino che devo crescere. Comunque viene inviato questo telegramma dalla casa di Niki al carcere. Un telegramma dato a un detenuto che è in isolamento. In un contesto in cui non si potrebbe avere alcuna comunicazione con l’esterno, gli viene recapitato un telegramma.

-Ma poi l’avvocato venne cambiato effettivamente.

Sì..

-E chi venne nominato?

Venne nominato un altro avvocato.. mai visto, mai conosciuto.. e praticamente, il giorno dopo successe tutto ed è finita così.

-Perché secondo te l’avvocato è stato fatto cambiare?

Questa è una valutazione che lascio a chi legge. E comunque dovrebbero dare spiegazioni del perché il telegramma è stato dato a Niki. Una persona in isolamento, che non dovrebbe ricevere nulla e che non dovrebbe avere nessun tipo di contatto con l’esterno. Come, la telefonata alla mamma non la può fare, ma il telegramma l’ha ricevuto. Dopo che gli è giunto il telegramma, gli è stato consentito di fare la telefonata al numero specificato sul telegramma e ha cambiato avvocato.

-Tu ci hai parlato con lui.. che risposte ti ha dato?

“Suo figlio era maggiorenne quindi era in grado di fare quello che voleva”. Ma le anomalie sono tante, tantissime. La velocità.. il buttare in mezzo a detenuti di alta sicurezza una persona che era disposta a raccontare quello che sapeva. Una persona che doveva essere tutelata, specie se vuole parlare. 26 anni e non è mai stato dentro un carcere.
le risposte che mi dovrebbero dare sono tante. Però non me ne hanno data nessuna. E ribadisco non sono convinta che non si sia suicidato perché sono una mamma e non accetta. Per amore che avevo per quel figlio, che ho per quel figlio, avrei accettato qualunque cosa. Per amore avrei accettato qualunque cosa. Ma questo non è stato un “suicidio normale”. Questo non è stato un suicido.
Perché a mio figlio solo cambiano l’avvocato? Perché mio figlio solo viene trasferito nel carcere di Sollicciano? Perché l’unico che non si salva è mio figlio.. che è anche l’unico che non si era avvalso della facoltà di non rispondere? Tutto troppo veloce.. tutto che scompare.. tutto troppo contraddittorio.

-Tu hai contestato anche l’altezza della cella.

Non c’era altezza sufficiente. Nel senso che toccava per terra. Io non ho nessuna foto di ciò. L’unica foto che ho è di Niki per terra, dentro la cella. Perciò noi facemmo dei calcoli approssimativi con il mio avvocato. Data l’altezza di Niki, dato quello che secondo loro avrebbe fatto con questi jeans, cosa che poi risultò inconsistente.. il laccio poteva tenere la lunghezza per farci il cappio, tutto quanto? No. Non c’era proprio l’altezza nella stanza del bagno. Secondo. Un laccio poteva sorreggere una persona di 1:80 che pesava 90 kg?
E comunque me l’avrebbero dato talmente deformato. E poi lasci i lacci a Niki e ai due che sono con lui no? Dobbiamo prendere per buono che questi lacci siano stati lasciati perché ci sono i verbali. E comunque ribadisco, a Niki ce li avrebbero potuto lasciare, tanto Niki non avrebbe fatto proprio niente. Non stiamo parlando di un ragazzo solo, che non ha una famiglia. Che dice “Mo come faccio? Da qua non mi cacciano”. Lui era consapevole che l’avrei tolto da lì. Con tutti i mezzi l’avrei tolto.
Poi perché non fargli fare neanche una telefonata?
E a me mi avrebbe trovato sempre al numero fisso. Perché al negozio c’ho il fisso. A casa ho il fisso. Al carcere ci sono problemi quando si fanno le chiamate ai telefonini, e guarda caso l’avvocato è stato chiamato al telefonino. Loro sostengono che si può chiamare solo a numeri fissi. Perché non gli hanno fatto fare una telefonata a me?
Niki con me aveva un rapporto splendido. Io avrei capito anche con due parole messe di traverso.

E’ stato qualcosa di allucinante.
Mi sono davvero dovuta fare il lavaggio del cervello.
E ti ho detto in minima parte.
Secondo te è stato un suicidio?
E perché non sono stata chiamata da nessuno?
Il silenzio è colpevole, sempre.

Ricordo l’ultima volta che l’ho visto. Era il giorno in cui dichiarò di non volere avvalersi della facoltà di non rispondere. C’era il blindato della polizia che stava andando a riprenderlo ecorro dietro al blindato. Lo volevo vedere. Noi ci capivamo anche solo con lo sguardo. Gli volevo dire “Non ti preoccupare, io sono qua”. Sono andata dietro al blindato, ma lì mi hanno allontanato, violentemente. Mi dicevano “si allontani, o arrestiamo pure lei, deve stare a venti metri dal blindato”. Ho visto uscire mio figlio, lui si è girato verso di me e gli hanno girato la testa dall’altro lato. E’ stato l’ultimo sguardo.

Io sono morta il 24 giugno del 2008. Non ho vissuto più. Non ho dormito più. Io non vivo più. C’ho un altro bambino… ma non è giusto. Perché poi ogni figlio è unico. Non è giusto. Per me è una cosa che era inconcepibile ed è rimasta inconcepibile.

-Qualcuno ti è stato vicino in questo percorso?

Da subito è nato un comitato qui ad ..A.. e quindi mi sono stati vicini. Mi sono vicini tutt’ora.

-E come personaggi di un certo rilievo qualcuno ti ha aiutato?

Sono state fatte tre interrogazioni parlamentari per Niki, tre. Cadute nel nulla. Interrogazioni parlamentari che non hanno avuto risposta. Una risposta si deve dare, qualunque essa sia, ma si deve dare. Poi ho scritto tante volte a Napolitano, ma non mi ha mai risposto. Fino a quando fece un appello Grillo, quando fu arrestato Scaglia, perché alla moglie di Scaglia ha risposto immediatamente. A me no, perché io ero una normale, una qualunque. Comunque, quando rispose alla moglie di Scaglia, Beppe Grillo fece un appello dicendo “Ornella ha diritto ad una risposta come la moglie di Scaglia”. E allora mi arrivò una laconica fotocopia da cassetto con scritto che le indagini ormai erano state chiuse e lui non poteva fare più niente. E che era molto vicino alla situazione dei carcerati in Italia.. e parliamo del 2009.

Vuoi sapere quale è la mia speranza?

-Sì.

Che qualche pentito parli. Con lo stato giuridico che abbiamo, noi mamme che subiamo queste cose, non abbiamo nessuno a tutelarci. Tutto viene fatto cadere nel nulla.

-E il premio dedicato a Niki?

Il premio viene gestito in maniera un po’ particolare, ecco perché viene fatto il bando di concorso. Perché io non voglio darlo a quello che ha la media più alta. Bensì lo voglio dare ad un ragazzo che eccelle in qualche lavoro particolare. Niki era un piccolo genio del computer quando andava in quella scuola. Sarà un premio annuale, avrà luogo ad Avezzano, presso l’istituto informaticodove Niki è andato.

-Perché non organizzi questo premio anche in un’altra città?

Io devo cominciare.. poi una volta cominciato. Tieni conto che recentemente ho creato anche l’associazione. Se questa associazione riesce a raccogliere fondi che mi permettano di ampliare il campo, certamente si può fare anche altrove. Questo premio lo voglio dare in denaro, perché questo ragazzo ci fa quello che vuole. Io adesso voglio fare un passo alla volta, perché sinceramente sono distrutta. Quando sono andata a parlare con la preside mi stavo a disperare di pianti. La preside mi ha detto “le devo raccontare una cosa. All’una stavo qua e mi giunge una chiamata di un giornalista che mi chiede ‘signora, ma questo ragazzo, Niki, è venuto a scuola da lei?’. E risposti ‘sì sì.. è stato qui. Però io sto qui da poco, quindi mi faccia informare un attimo e poi tra mezz’ora le farò sapere. Non avevo fatto in tempo a raccogliere tutte le informazioni, quando questo giornalista mi ha chiamato e mi ha detto ‘signora.. niki non c’è più..’.  E io gli ho risposto “no.. no.. io te le voglio dire lo stesso queste cose.. era un bravissimo ragazzo.. si è diplomato quasi con il massimo dei voti..”. Per cui quando le parlai del premio era disponibilissima.

Grazie Ornella

 

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