Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Test your skills

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Voglio pubblicare oggi un estratto da una lettera del nostro Pierdonato Zito, detenuto a Voghera… un estratto che voglio condividere con voi.. Pierdonato ha avuto un percorso carcerario durissimo, con grandi, grandissime prove, che sono state relative soprattutto alle preoccupazioni per i figli all’esterno, alla impossibilità, per anni, di vedere la moglie, anch’essa, fino a non molto tempo fa, detenuto, e ad altro.

Pierdonato nel corso di tutto questo tempo ha effettuato un lavoro su di se profondissimo, che lo ha reso una persona di raro valore umano.

Recentemente si è anche iscritto al liceo con indirizzo pedagogico, e sta affrontando gli esami con entusiasmo. 

Nel brano che vi cito lui esprime la soddisfazione di sentirsi mentalmente vivo, di sapere ancora studiare, ancora memorizzare, ancora sostenere esami.

Io che l’ho conosciuto in questi anni non avevo dubbi sulle sue capacità.. ma, a prescindere, vedere un detenuto che riesce a sentirsi “ancora vivo” e con quella spinta interiore che si accende e lo porta avanti, è bellissimo.

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“Sui miei quadernoni ho scritto: TEST YOUR SKILLS… mettiti alla prova… lo uso come un autocomando, un auodisciplinarmi.

Di italiano mi hanno fatto fare un tema, erano due tracce più o meno simili. Sulla frase di uno scrittore sudamericano che parlava di felicità, vale ciò che siamo o ciò che abbiamo ecc. ecc. capira che mi hanno inviato a nozze.

Al di là dell’avere ottenuto l’ammissione e quindi la gratificazione personale interiore, c’è un altro aspetto importante che io valuto e cioè che, dopo 21 anni di carcere, ancora sono in grado di studiare, leggere, fare compiti, sostenere esami, memorizzare. Beh.. questo è un aspetto molto ma molto importante.”

Lettera di Luciano Rossa, dal carcere di Spoleto

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Pubblico oggi una lettera di Luciano Rossa, detenuto a Spoleto.

Quello che racconta Luciano è emblematico di come il carcere non dovrebbe funzionare.

Nei fatti, Luciano a Luciano viene reso impossibile vedere la propria famiglia e viene reso impossibile studiare.

Ma, è accettabile che un padre di famiglia abbia potuto vedere, in circa 11 anni di detenzione, il figlio per non più di 20 volte. O è un’autentica barbarie? La seconda.. indubbiamente la seconsa..

Vi lascio a questa lettera che ci ha inviato Luciano Rossa.

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Cari compagni, ciao sono Rossa Luciano e vi scrivo dal carcere di Spoleto, dove mi trovo da 11 anni, da quando ho l’ergastolo in odo definitivo. In questi 11 anni ho avuto sempre un buon comportamento. Ho sempre lavorato, anche in cucina. Ho fatto tutte le scuole fino ad arrivare a prendere il diploma. 

Da un paio d’anni cerco di essere trasferito in un istituto qualsiasi della Lombardia dove vivono i miei fratelli, così da poter agevolare la mia famiglia per venirmi a trovare, sia economicamente, ma soprattutto per le condizioni di salute di mia madre. Mi è sempre stato rigettato il trasferimento per motivi di sicurezza; quando da 15 anni, come dicevo prima, ho avuto sempre un buon comportamento, perciò la motivazione non regge. Come mai, se le direttive della Corte Europea R. 2006 n. leggi relative previste dalle regole penitenziarie  europee art. 42 art. 28  230/2000  art. 61 comma 2 prevede che dobbiamo stare al massimo 200 km dai nostri famigliari.  Non è che la mia condanna all’ergastolo lo prevede che io debba essere allontanato dalla famiglia. 

Perché non posso vedere mio figlio che quando mi hanno arrestato aveva 2 anni e oggi ne ha 17. In undici anni non ho potuto vederlo neanche 20 volte. Chi lo prevedere questo, il DAP? Come può il DAP violare tutte le leggi, le direttive della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ammassandoci uno sopra l’altro e e nessuno di loro ne paga le conseguenze. Non si possono contrastare. Gli avvocati dicono che con il DAP non si parla in nessuna maniera. Perciò noi da qua cosa possiamo fare? Non sapendo più cosa fare, quando mi hanno chiamato per raddoppiare le celle in questo istituto.. celle che prima erano celle singole.. mi sono rifiutato. Sono ergastolano e l’art. 22 prevede l’isolamento notturno, ma il DAP, quando gli conviene una certa situazione, la lascia così. 

E quindi mi ritrovo da 8 mesi in isolamento. Se le è dimenticato a prendere un provvedimento, magari la direzione e non gliela ha detto, non accettandomi l’istanza per andare dalla mia famiglia in Lombardia. Mi sono messo in contatto con il Garante di Roma e mi hanno proposto se volevo andare a Rebibbia per frequentare l’università visto che lì non è a pagamento, o meglio pagano loro; a differenza di qua dove non mi posso iscrivere perché non ho la possibilità economica. Così, con il parere della mia famiglia ho subito accettato, in quanto, venendo da Catania con l’aereo, qualche colloquio sarebbe stato possibile farlo e soprattutto, quando mi sarebbe ricapitata una occasione come questa. La possibilità di laurearmi senza avere spese. Era un riscatto per me, mi mettevo in gioco per un paio d’anni, era una bella sfida. Così abbiamo fatto l’istanza con il garante di Roma (a Spoleto non esiste). Ma l’hanno rigettata, sempre per questioni di sicurezza. Se voglio studiare, mi devo iscrivere qua, ma io soldi non ne ho. Come faccio? 

La mia famiglia non la posso vedere, non posso studiare. E’ questo il modo per rieducare il detenuto? Tenendomi 8 mesi in isolamento. Ma, soprattutto, se quelli che mi debbono rieducare non rispettano per niente le regole e se ne fregano delle leggi, che esempio mi danno? 

Non so se mi potete aiutare, ma sicuramente lo possiamo fare sapere a tutti quello che fanno questi “signori per bene” del DAP.

Il vostro indirizzo me lo ha dato il compagno Carmelo M. e compagno G. che è qua. Grazie tanto e a presto.

Viaggio nel 41 bis- la negazione del diritto allo studio

Leggers

Con Maria Brucale, avvocato appassionato e generoso, abbiamo iniziato un viaggio in un mondo su cui grava un infinito disfavore, ma che pochissimi conosco. Il mondo di chi è sepolto vivo al 41 bis. Maria ci ha già inviato diversi articoli che aiutano a capire la concretezza esistenziale di un tale regime, oltre il “Mito nero” che lo avvolge.

Tutto diventa possibile quando certe persone fanno parte della categoria dei “mostri”.

E’ possibile che si possa controllare fin nei minimi termini tutto quanto una persona potrà leggere e conoscere, e che tutto questo passi nel silenzio. E che, anche quando queste notizie giungono al mondo esterno, (quasi) tutti tacciano. Perché non è opportuno, non è conveniente, non è popolare, in certi casi, esprimersi. Quando si tratta di “mostri”, allora, ogni parola può danneggiare la tua immagine. Quelle persone semplicemente non esistono, non vanno considerate, i loro diritti non contano. Qualunque assurda regola può essere attuata su di loro, perché tanto (quasi) nessuno andrà a difenderle.

In questo pezzo, Maria, andrà proprio a soffermarsi sulle restrizioni incivile che il sacrosanto diritto alla lettura riceve, per chi è collocato nelle sezioni del 41 bis. Diritto alla lettura, la cui negazione diventa anche negazione del diritto allo studio. 

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In data 18 febbraio 2014, veniva affisso in tutte le Sezioni detentive ex art. 41 bis, un singolare “avviso alla popolazione detenuta” che, facendo riferimento ad una non precisata direttiva ministeriale, informava i detenuti del divieto di ricevere stampa di qualsiasi genere, libri, giornali, abbonamenti, dall’esterno e rappresentava l’obbligo di acquistare tali beni unicamente attraverso il carcere.

Già l’omissione di un riferimento normativo per un provvedimento che menoma un diritto soggettivo con una imposizione di contenuto fortemente repressivo, appare assai grave. Il veto, infatti, si traduce immediatamente in una violenta compressione del diritto allo studio ed all’informazione dei detenuti.

Naturalmente il carcere non si accolla gli adempimenti che originano dagli aneliti di conoscenza, di lettura, di sapere, perfino di “svago”, dei detenuti, per cui il direttore delle carceri interessate si limita, di volta in volta, a comunicare ai detenuti che abbiano richiesto una rivista, un quotidiano, un abbonamento, un libro, che dapprima ricevevano dall’esterno, acquistati dai propri familiari, che non potranno più averli.

Non solo. I detenuti 41 bis dovranno sottrarre al denaro che è loro consentito gestire mensilmente, le somme utili all’acquisto di ciò che desiderano leggere privandosi di altre utilità altrimenti fruibili.

Con i tempi dell’amministrazione penitenziaria, inoltrata la richiesta, anche chi è in 41 bis potrà, talvolta, leggere ciò che desidera (naturalmente previa soggezione alla censura da parte degli uffici preposti).

Sandro Pertini, durante la sua prigionia, affermava che il più dittatoriale dei regimi non arriverebbe mai a privare un detenuto della possibilità di leggere e di comunicare attraverso la posta con i propri affetti. Ed eccoci qua.

Il carcere romano di Rebibbia Nuovo Complesso, ha da circa un biennio aderito ad un importante progetto dell’Università di Tor Vergata: Teledidattica – Università in carcere, che facilita gli studi ai detenuti meritevoli e in determinate condizioni di reddito, attraverso tutor che accompagnano la formazione, libri di testo gratuiti, dispense di aggiornamento.

Anche i 41 bis hanno accesso al progetto. Non possono avere i tutor, certo. I Professori universitari potrebbero essere veicolo di informazioni criminali e di pizzini di ogni sorta, anche sotto l’occhio vigile delle telecamere, anche se le persone ristrette vengono perquisite a fondo prima e dopo essere state in contatto con qualcuno che viene dall’esterno (difensori, ministri di culto).

Alcuni detenuti in regime 41 bis, dunque, hanno aderito al progetto, hanno lasciato a volte le università a cui già erano iscritti per accedere a un percorso che, essendo interno al carcere, sarebbe stato meno irto e per sollevare i propri familiari, quando indigenti, delle spese universitarie.

Ma accade che con un provvedimento che ancora una volta sfugge a qualsiasi verifica, il veto di ricevere libri, riviste e materiale didattico viene esteso anche al progetto universitario. I detenuti 41 bis che si sono iscritti aspettano inutilmente i libri per sostenere gli esami.

Il diritto allo studio, dapprima fortemente limitato ed ostacolato da mille rivoli burocratici, è ora soppresso. Sandro Pertini, riposa in pace!ndere dai soldi che è loro consentito di tenere, quanto occorre loro per leggere, studiare, informarsi, rinunciando ad altre utilità che diversamente avrebbero potuto concedersi, ma anche che dovranno rinunciare all’accesso a grandissima parte di materiale di studio o di lettura perché di certo l’amministrazione penitenziaria non si fa carico di cercare di rispondere alle propensioni culturali dei singoli detenuti. Nel frattempo, il carcere di Rebibbia vanta l’adesione a un importante progetto dell’Università di Tor Vergata, L’Università in carcere, che fornisce alle persone che vi accedono, materiale di studio e tutor gratuiti. Peccato però che i tutor non siano ammessi al 41 bis e che i libri forniti dall’università siano stati anch’essi proibiti di fatto vanificando del tutto il percorso di studi intrapreso dalle persone che con grande sforzo di volontà, anche nel rigore di tale regime, avevano chiesto ed ottenuto l’ accesso a quel progetto, con buona pace del diritto allo studio, del trattamento penitenziario, dell’aspirazione alla rieducazione e di ogni barlume di civiltà.

Lettera di Nellino

KandinskyWassily

Il nostro Nellino (Francesco Annunziata) -detenuto a Catanzaro- dopo tanto tempo ci scrive, inviandoci questa lettera dove protesta contro la violazione di quello che ritiene un “interesse legittimo” nell’ambito dello studio.

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Cari  amici del Blog

è da tempo che non ci sentiamo. L’iscrizione all’università e il conseguente studio per preparare il primo esame (“Fisica 1”) occupa gran parte del mio tempo.  Ho scelto la facoltà di ingegneria informatica e biomedica.

Scelta ardua, ma le cose semplici non mi sono mai piaciute e conto di riuscirci molto bene. Ambisco sempre al massimo.

A tal proposito vi scrivo per raccontarvi quanto accaduto in questo istituto, precisando che questa volta la signora Direttrice non ha responsabilità se non quella di avere apposto la sua firma su un provvedimento ridicolo nato da una mente rimasta agli anni della dittatura fascista. E  volendo potrei  ben spiegare tale ultima affermazione. Mi limito a sottolineare che ogni dittatura, nella storia passata e recente, ha avuto come primo scopo quello di privare il popolo dell’istruzione.

Un popolo istruito si ribella, un popolo ignorante piega più facilmente la testa.

Il sottoscritto ha una istruzione  e la testa di fronte alle ingiustizie non l’ha mai piegata. Ha messo in gioco la propria vita per non piegare la testa, e mai la piegherà. Io li abusi non li digerisco e li combatterò semprea.

Vengo al dunque.  Come forse saprete dai precedenti scritti ho conseguito il diploma di geometra a luglio di quest’anno con il punteggio di 100/100, cosa mai riuscita a nessun detenuto di questo carcere.

Dal primo agosto sono iscritto all’Università Magna Graecia, alla facoltà d’ingegneria informatica e biomedica.

Considerato che le materie di queste facoltà sono attinenti con lo studio di scuola media superiore per geometra, avevo proposto istanza  per frequentare le lezioni in veste d’uditore, anche perché negli anni passati chi aveva proposto analoga istanza era stato sempre autorizzato.

Credevo di avere qualche motivo in più oltre alla normalità della prassi per ottenere l’autorizzazione, considerando e ponendo come motivi a sostegno della richiesta di potere frequentare le lezioni, che le materie che mi accingo a preparare per sostenere esame sono fisica 1 e 2 e alla scuola per geometra c’è il professore di fisica. Analisi matematica 1 e 2 e alla scuola di geometra c’è il professore di matematica. Informatica 1 e 2 e a scuola c’è il professore di informatica e così via per altre materie.

Capirete che la mia richiesta era fondata, i professori potevano essere di grande aiuto. Le motivazioni sgombravano ogni dubbio sulle regioni per le quali volessi frequentare la scuola.

Non studio l’unica filosofia che avrebbero potuto obiettare che non abbia attinenza col geometra?

Come se non bastasse, ponevo in evidenza anche che in questo istituto penitenziario non esistono altre possibilità per uscire dalla cella se non la scuola. Io a passeggio non vado perché oggettivamente devo studiare e le ore della mattina sono molto importanti, di conseguenza resto 24 ore chiuso in cella.

Volendo anche considerare che non andare all’aria è una mia libera scelta, resterei comunque 20 ore chiuso in cella. Già solo questo è vergognoso in uno Stato di diritto come usa definirsi l’Italia. Inoltre io sono detenuto dal 1997. Il periodo del “chiuso in cella” al giudiziario l’ho già affrontato. E la cosa più comica è che, colui il quale è preposto al reinserimento, vuole reinserirmi tenendomi 20 ore chiuso in cella..:-).

Di fronte alla mia richiesta è intervenuto diniego che, come vi ho anticipato, ufficialmente è stato firmato dalla Direttrice, ma il mio pensiero e la mia convinzione è che non è possibile che una persona tanto qualificata e per esperienza umana anche tanto sensibile soprattutto per quanto riguarda lo studio, abbia potuto partorire una simile aberrazione.

Mi è stato esposto che la figura dell’uditore è prevista solo per la scuola dell’obbligo.

Premesso che oggi la scuola dell’obbligo è fino a 16 anni e quindi fino al 3° anno superiore, di conseguenza anche nelle “loro” motivazioni al diniego si contraddicono, Ma è una scusa talmente assurda che è chiaro che non può essere la decisione di una persona intelligente, ma solo costretta a firmare una decisione già presa.

In considerazione di tutto quanto finora esposto, ho iniziato uno sciopero della fame come manifestazione pacifica di dissenso verso tale decisione.

E’ vergognoso per le istituzioni che rappresentano queste persone, che un detenuto debba fare lo sciopero della fame per andare a scuola, quando dovrebbero essere loro a fare lo sciopero della fame per “costringere” i detenuti ad andare  a scuola. Ho proposto reclamo al Magistrato di Sorveglianza e scritto a diverse autorità.

Ben sapendo che purtroppo la Direzione non può tornare sui suoi passi -ma non mi interessa- voglio solo che si sappia pubblicamente che nel carcere di Catanzaro  da poco tempo a questa parte si è giunti al punto che un detenuto per andare a scuola debba fare lo sciopero della fame. Così almeno qualche dubbio si insinua nelle persone della società esterna quando sentono che nel carcere di Catanzaro si fa questo e si fa quello. Se si vuole portare un istituto ad un alto grado di civiltà sono necessari più fattori, Non basta un Direttore capace e volenteroso. E se è vero che qualcosa si è fatto, è vero anche che ci sono di queste situazioni, dove per andare a scuola si deve fare una lotta.

Io non mi arrendo.

Precisiamo.. il mio non è un diritto, ma un interesse legittimo. sì!

Mi sveglio di notte per studiare. Se avessi avuto l’opportunità di confrontarmi con i professori avrei guadagnato ore di sonno, tempo e ottenuto dei risultati migliori.

Un abbraccio forte a tutti.

Francesco

REGIME PENITENZIARIO (terza parte).. di Marcello Dell’Anna

scribendum

Oggi inserisco la terza e ultima parte di questo efficace testo (per la prima parte vai al link  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/18/regime-penitenziario-prima-parte-di-marcello-dellanna/ e per la seconda al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/03/29/regime-penitenziario-seconda-parte-di-marcello-dellanna/). 

Il titolo intero di questo saggio è “REGIME PENITENZIARIO-  Le risibili contraddizioni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria- Le illegittimità dei  “Sottocircuiti AS1” eLe consequenziali lesività di specifici diritti soggettivi incomprimibili.”

Marcello lo scrive sotto l’onda dell’indignazione del torto che vive da fine luglio a questa parte, quando, nonostante un percorso straordinario, dopo lo smantellamento della sezione AS1 di Spoleto, è stato spedito in “esilio” nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, con enorme pregiudizio del suo percorso trattamentale e dei rapporti familiari.

Ma questo non vuol dire che Marcello scrivi un testo “ad personam” o inficiato nell’obiettività da considerazioni personali.

Non c’è un momento in cui Marcello non si ponga sul livello dell’argomentazione razionale sulla scorta anche di anni di studi e di approfondimenti.

Voglio ricordare che Marcello è stato uno dei detenuti che in un sistema penitenziario che funzionasse, verrebbero considerati dei fiori all’occhiello. Nel corso degli anni, ha ricevuto diversi encomi per comportamenti distinti. Ha scritto due libri, e donato in beneficenza. Si è diplomato e laureato; e il giorno della discussione della tesi, gli è stato dato un permesso di 14 ore senza scorta.

La pubblicazione di questo testo è merito in gran parte di Marina, preziosa collaboratrice di questo Blog, che ha con grande professionalità trascritto il cartaceo in documento word. 

A lei il nostro ringraziamento.

Buona lettura.

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IL PRINCIPIO DI TERRITORIALITA’ DELL’ESECUZIONE PENALE.

Preliminarmente è doveroso precisare che l’espiazione della propria pena in Istituti lontani dalla regione di residenza di un detenuto, comporta la lesione del fondamentale diritto ai rapporti familiari nonché la lesione fondamentale diritto di difesa (art. 24 Cost. e art. 6 CEDU).

Riguardo al “diritto di difesa”, nel caso di specie, risulta palesemente violato in considerazione del fatto che la notevole distanza che separa il luogo di detenzione dei detenuti (Nuoro) con la residenza dei propri difensori di fiducia (Palermo, Reggio Calabria,Lecce, Napoli, etc.) gli stessi sono impossibilitati a conferire personalmente e in modo costante con i propri legali a fronte delle considerevoli spese di viaggio necessarie da versare ai medesimi e che la maggior parte dei detenuti non sono in grado di sostenere date le disagiate condizioni economiche in cui versano. Ne discende che, la necessità di conferire con i propri difensori costituisce un vincolo all’espletamento del diritto di difesa, poiché al difensore spetta un ruolo di primo piano nel dipanarsi della dinamica difensiva e processuale, anche in fase esecutiva della pena.

Riguardo al “ principio della territorialità della pena”, l’art. 115 del Reg. 230/2000 sulla “Distribuzione dei detenuti ed internati negli istituti” così stabilisce: “ … In ciascuna regione è realizzato un sistema integrato di istituti differenziato per le varie tipologie detentive la cui recettività complessiva soddisfi il principio di territorialità dell’esecuzione penale, tenuto conto anche di eventuali esigenze di carattere generale. […] Nell’ambito delle categorie di istituti di cui ai numeri 2) e 3) del primo comma dell’art. 59 della legge, è realizzata una distribuzione dei detenuti e internati negli istituti o sezioni, che valga a rendere operativi i criteri indicati nel secondo comma dell’articolo 14 della legge”. La scelta dell’assegnazione definitiva dei detenuti ed internati in istituti di pena deve rispondere a determinati criteri di legge. L’art. 14 co. 2 della legge n. 354/75 fa propri, richiamandoli espressamente, in materia di trasferimenti, il primo e il secondo comma dell’art. 42 della medesima legge “I trasferimenti sono disposti per gravi e comprovati motivi di sicurezza, esigenze dell’istituto, motivi di giustizia, di salute, di studio e familiari, prossimità alla residenza delle famiglie”. Logica vuole che la preferenza attribuita dallo stesso art. 42 co. 2, al criterio di trasferire i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie valga, a maggior ragione, anche per le assegnazioni. Del resto, che tale criterio vada, in linea di massima preferito. Lo si ricava, indipendentemente dalla portata che si intende riconoscere al richiamo fatto dall’art. 14 all’art. 42, dalla lettura degli artt. 28 e 45, che impegnano l’amministrazione penitenziaria a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie. In sintesi, per l’assegnazione definitiva deve essere scelto l’istituto che, tra quelli ugualmente idonei all’attuazione del programma di trattamento individualizzato, agevola maggiormente i rapporti tra il detenuto e i propri familiari. Il succitato “principio della territorialità della pena” non trova piena applicazione in capo ai detenuti imputati e/o condannati per reati di criminalità organizzata per espressa disposizione contenuta nella Circ. DAP del 21 aprile 1992 n. 3359/5809, che alla lettera A) punto 1) stabilisce che i detenuti A.S. vanno trasferiti sempre e soltanto in specifici istituti e sezioni di A.S. lontani dalle loro regioni. Il dover espiare la pena, ristretto in un carcere lontano dalla città ove il detenuto risiede insieme ai suoi cari, provoca inevitabilmente stati d’animo ansiosi e stressanti. Primo motivo alla base di tali stati d’animo è il pensare ai gravi sacrifici ed agli enormi disagi provocati ai familiari dal dover affrontare lunghi viaggi per poter fare visita al proprio caro. Viaggi che, giova osservare, vengono sopportati a costo di enormi spese e che, il più delle volte, si risolvono con il premio di due sole misere ore di colloquio. Due ore che non sono proprio nulla di fronte alle interminabili ore di viaggio (… andata e ritorno!) da percorrere in macchina, quando si è fortunati ad averne la disponibilità, o in aereo ( per chi si può permettere il viaggio) in treno o in pullman: il tutto dà l’esatta dinamica di una vera e propria beffa! Appare assai difficile riuscire a capire perché si voglia punire, oltre alla già dura privazione della libertà, non solo il condannato, ma anche il detenuto in attesa di giudizio, il quale è pur sempre un “presunto innocente” o, comunque, un “presunto colpevole”. E appare ancora più difficile riuscire a capire perché si voglia far pagare anche ai familiari una pena, la quale non può che apparire ingiusta e priva di qualsiasi rispetto del senso di umanità. Non bisogna dimenticare che non tutti i detenuti hanno familiari giovani e disposti a sopportare con animo sereno i più pesanti sacrifici. Molti hanno i genitori anziani. Altri ancora hanno le mogli anziane. Ci sono poi, coloro che hanno i figli in tenera età e che hanno i familiari con gravi problemi di salute. Tutto questo, senza considerare che la stragrande maggioranza di familiari ha gravi problemi di assoluta indigenza. Uno Stato civile non può assolutamente accettare il mantenere in vita queste problematiche! Sono molti i detenuti ai quali è capitato di trovarsi “impacchettati” o, meglio dire per chi non conosce il termine, trasferiti lontano dal luogo di residenza 1000 o addirittura 1500 km, i quali – tradotti in viaggio di andata e ritorno – diventano il doppio! Quegli stati d’animo ansiosi e stressanti, accennati prima, vengono poi acuiti anche dal pensiero dei pericoli ai quali vengono sottoposti i familiari a causa dei lunghi viaggi. Nel regolamento del 2000, come suaccennato, venne autorevolmente affermato che, per evitare tutti questi disagi e per rendere più umana la detenzione, la detenzione si sarebbe dovuta scontare a non più di 200 km di distanza dal luogo di residenza. La “ territorializzazione della pena” rappresenta un’importante criterio da osservare nell’assegnazione dei detenuti agli stabilimenti penitenziari, in quanto favorisce l’espletamento dei colloqui tra detenuto e familiari, colloqui che costituiscono un momento fondamentale per il mantenimento di quelle relazioni affettive essenziali ai fini del superamento della situazione detentiva e del reinserimento post carcerario, e tutela anche il diritto di difesa di un detenuto. Ebbene, sul punto, la Corte EDU non soltanto ha statuito che << […] laddove sia provata l’esistenza di un legame familiare, specialmente con un bambino, lo Stato deve agire in modo da consentire a tale legame di svilupparsi e occorre garantire una protezione giuridica che renda possibile, dalla nascita o in seguito il più presto possibile, l’inserimento del bambino nella sua famiglia […] >> ( Corte Europea, 22-04-1997, X, Y, Z e c. Gran Bretagna, Serie A/1997, 619, 543) ma, soprattutto, ha chiarito che seppure << […] la separazione e l’allontanamento di un detenuto dalla sua famiglia sono conseguenze inevitabili della detenzione […]>>, ciò non di meno << […] il fatto di detenere una persona in un carcere così lontano dalla sua famiglia che ogni visita diventa difficilissima se non impossibile può costituire una ingerenza nella sua vita familiare, dato che la possibilità per i membri della famiglia di rendere visita al detenuto è un fattore per il mantenimento della vita familiare […]>> (Commissione, D 23241/94, DR 79 A, par. 121, spec. pag. 125). E sempre la giurisprudenza comunitaria stabilisce che <<[ … ogni detenzione regolare sotto il profilo dell’art. 5 della Convenzione implica, per la sua stessa natura, una limitazione della vita privata e familiare dell’interessato (rectius del detenuto). E’ tuttavia, di capitale importanza per il rispetto della vita familiare che l’amministrazione penitenziaria aiuti il detenuto a mantenere i contatti con i prossimi congiunti […]>> (Commissione EDU, 12.03.1990, ricorso n. 13765/88, DR 65, pag. 265). Inoltre, premettendo che l’art. 8, co. 2 della CEDU stabilisce che “non può esservi ingerenza di un’autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura […] che è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza […]” è evidente che la deroga al principio della territorialità della pena risulta illegittima e arbitraria, in primo luogo perché non prevista in nessuna norma della legge penitenziaria (L. 354/75), attinente a regimi di detenzione ordinaria, in secondo luogo perché disposta da una Circolare Ministeriale, fonte subordinata alla legge nonché allo stesso regolamento di esecuzione, e che secondo la gerarchia delle fonti normative, una Circolare deve essere sempre conforme alla Legge ed esplicarne i contenuti normativi e non può contenere né dettare norme contrarie alle disposizioni di Leggi e di Regolamenti. L’assegnare i detenuti lontani centinaia e centinaia di chilometri dalle residenze dei familiari, al di là della predetta deroga, comporta una assoluta “compressione del diritto di visita dei membri della loro famiglia”, dal momento che per gli stessi è difficile, se non impossibile, raggiungere il carcere di assegnazione, nel caso di specie Nuoro, con i più economici mezzi di trasporto – treni , pullman, automobile – per la notevole distanza e per le disagiate condizioni economiche in cui la maggior parte degli stessi versano. Quindi, la circostanza che i detenuti residenti nelle regioni peninsulari e assegnati in Sardegna, così come i detenuti sardi, per le medesime ragioni, assegnati nei carceri della penisola, è di natura tale da “ comprimere il diritto di visita dei propri familiari” e secondo la Corte EDU, “è causa di ostacoli insormontabili e di difficile risoluzione per mantenere i rapporti familiari con diritto di visita”. Non vi è dubbio alcuno che la deroga al principio di territorialità della pena configura la lesione del fondamentale diritto ai rapporti familiari nonché la lesione del fondamentale diritto di difesa. La deroga potrebbe comprimere i colloqui con i familiari, solo ed esclusivamente per comprovati motivi di sicurezza aumentandone le difficoltà d’esercizio, ma non può sopprimere (i colloqui) rendendo nei fatti impossibile tale esercizio. Tanto è vero che il legislatore, anche nella previsione del regime di sorveglianza particolare, ha voluto tutelare il diritto di difesa nonché il diritto ai rapporti familiari, stabilendo (art. 14/quater O.P) che i trasferimenti dei detenuti potevano essere disposti, con provvedimento motivato, con il minimo pregiudizio possibile per la difesa e per i familiari. Non si possono infine ignorare, per completezza di questa trattazione, la presenza di altri strumenti di cui dispone il Consiglio D’Europa in materia penitenziaria, ed a cui fa spesso riferimento la stessa Corte EDU al fine di dare contenuto alle prescrizioni della Convenzione. Vengono in particolare rilievo, da un lato le European Prison Rules, adottate dal Consiglio dei Ministri nel 1987 e elaborate nella Raccomandazione dell’11 gennaio 2006, sul trattamento dei detenuti e, dall’altro, le Raccomandazioni del Consiglio sul medesimo tema. Risulta di fondamentale importanza la Raccomandazione REC 2003 e quella del  R(2006)2. Le EPR prevedono, nella sezione dedicata al mantenimento dell’ordine e della sicurezza, che tale esigenza vada sempre bilanciata con la necessità di fornire ai detenuti condizioni di vita rispettose della dignità umana ed un ampio programma di attività da svolgere, anche al fine di permettere un passaggio costruttivo dalla detenzione alla vita libera. Tale passaggio dovrebbe inoltre essere ispirato al principio della progressività prevedendo l’applicazione di condizioni di detenzione sempre meno restrittive, con una fase finale in regima aperto, preferibilmente extracomunitario (rilevanti a tal riguardo anche la Raccomandazione Rec(2003)22 on conditional release). Per quanto riguarda invece la Raccomandazione Rec 2003 prima citata, questa insiste sul medesimo bilanciamento, sottolineando inoltre la necessità di eliminare o ridurre al massimo gli effetti negativi della detenzione e di promuovere un proficuo reinserimento nella società. Il contrasto della deroga al principio di territorialità della pena con i documenti del Consiglio d’Europa è inoltre reso ancor più evidente dal fatto che la Raccomandazione REC (2003), evidenzia che il trasferimento dei detenuti lontani dalle regioni di residenza non può essere giustificato da un automatico etichetta mento di taluni soggetti come pericolosi, sia come la pericolosità non possa assolutamente conseguire unicamente al tipo di reato commesso. Anche nel caso in cui un particolare trattamento fosse reso necessario da esigenze correttamente ed oggettivamente giustificate, la Raccomandazione richiede infine una periodica valutazione da parte del personale specializzato dell’area educativa.

 

 

CONCLUSIONI.

La perseverante mancanza di un’oculata gestione dei detenuti ascritti nel “sottocircuito AS1” ha comportato lo sfondamento del numero limitato, inizialmente deciso. A tale alterazione contribuisce da un lato l’indiscriminata assegnazione/classificazione al sottocircuito AS1, dall’altro la mancanza di provvedimenti di declassificazione. L’inerzia in tal senso dell’Ufficio centrale del DAP, al cui potere è demandata la decisione di declassificazione, ha determinato situazioni al limite della gestibilità che mortificano qualsiasi tentativo, non solo di recupero del condannato, ma anche di una dignitosa vivibilità. Invero, la perdurante classificazione nel sottocircuito AS1, (con buona pace della continua violazione dell’art. 32 del reg. esec. che, in palese violazione di legge, rimane inapplicato in merito alla “verifica semestrale dei motivi cautelari” che portano a tale classificazione) comporta: detenzioni in istituti lontani dai familiari, impossibilità di chiedere trasferimenti per motivi di studio in istituti diversi e più attrezzati ed ancora impossibilità di partecipare ad offerte trattamentali programmate nello stesso istituto (ma per altro circuito AS o MS). Insomma, l’assegnazione a un dato “sottocircuito AS1” è un atto amministrativo che va sempre ad incidere su diritti, anche civili, dei detenuti, e crea una discriminazione non soggettivamente giustificata.

Non solo,quindi, vi è una carenza giurisdizionale in tale materia, ma l’ambiguità di parametri di riferimento è dichiarata nella stessa circolare, determinando una situazione di assoluta incertezza che pare sconfinare nell’arbitrio, inammissibile in uno stato di diritto.

Da ciò ne discende che la perdurante classificazione nel sottocircuito AS1, nei fatti, non ha solo risvolti organizzativi – amministrativi, ma produce effetti che incidono sui diritti soggettivi incomprimibili e tutelati costituzionalmente (colloqui familiari, diritto allo studio,progressività trattamentale), il che, sotto questo profilo, il detenuto ha diritto a impugnare, ex artt. 14/ter, 35 e 69, O.P., direttamente il provvedimento di assegnazione al “sottocircuito AS1” (ex EIV), sebbene a tal riguardo sappiamo che la giurisprudenza è consolidata nel ritenere che “  il provvedimento di inserimento del detenuto nel circuito EIV (oggi AS1) non può essere sottoposto a controllo del magistrato di sorveglianza, mentre possono costituire oggetto di reclamo le singole disposizioni che lo accompagnano o lo seguono o gli atti esecutivi che siano in concreto lesivi di diritti incomprimibili del detenuto” (per tutte v. Cass. Pen. Sez. I. n. 31807 del 3.8.2009, Cavallo). Da par suo, il MDS dovrebbe dichiarare ammissibile e fondata la predetta impugnazione per due ordini di ragioni. La prima riguarda l’assenza di un limite temporale del predetto provvedimento che incidendo sui diritti primari viola la finalizzazione rieducativa alla pena; l’omessa “verifica semestrale dei motivi cautelari” che portano a tale classificazione. Tutto ciò in palese violazione del quadro normativo su cui si fonda la stessa differenziazione dei “circuiti”: artt. 13, 14, ord. pen. E artt. 32 e 33 reg. esec. La seconda ragione riguarda il provvedimento di classificazione di un detenuto nel circuito di “Alta Sicurezza” ( e nei rispettivi “sottocircuiti”), il quale è il risultato dell’esercizio di un potere discrezionale che è riconosciuto all’amministrazione penitenziaria, e quando è esercitato prende la forma di provvedimento amministrativo, che in ogni caso non può rimanere esente dai controlli esterni. Tanto che l’art. 113 della Costituzione prevede che <<contro tutti gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti>>. Inoltre, sempre il secondo motivo riguarda anche i criteri stabiliti per la “declassificazione”, atteso che la consultazione (richiesta dalla Circ. DAP 21.4.2009) del Procuratore della DDA competente, si fonda sempre e soltanto sul rilascio di pareri negativi basati su motivazioni apparenti o stereotipe e “informative” datate nel tempo, non attualizzate, generiche e congetturali, le quali riproducono la passata autobiografia delinquenziale del soggetto – detenuto, risalente magari ad oltre vent’anni addietro o più; quindi “un atto” non suscettibile di alcun controllo giurisdizionale, in palese violazione dell’art. 111 Cost. e art. 6 par. I, della Convenzione, nonché “un atto” lesivo del diritto di difesa dello stesso detenuto. A questo tipo di “informazioni”, molto spesso, il DAP si uniforma senza sottoporle a nessuna critica di valutazione, attribuendo alle stesse un potere di veto illegittimo, tanto che da consultivo, il parere diviene vincolante. Il DAP dovrebbe, per contro, scrutinare i rilievi mossi dal Procuratore Distrettuale Antimafia ponderandoli in modo esaustivo e congruo, anche e soprattutto in relazione alle segnalazioni di segno contrario provenienti dal “parere” fornito, nel “documento di sintesi”, dal gruppo tratta mentale di osservazione (GOT) preposto all’interno dell’Istituto di pena, alla luce del quale viene riportato il reale comportamento del detenuto, la concreta presa di distacco da certe logiche deviate e devianti e del proprio vissuto criminoso. Il parere del Procuratore della DDA,quindi, “deve contenere un’adeguata motivazione, vale a dire specifici ed autonomi elementi, ossia dati significativi e non la mera riproduzione di precedenti informative che si limitano a riproporre la biografia delinquenziale del detenuto. La restrizione dei diritti riconosciuti dall’ordinamento penitenziario deve trovare precisa base giustificativa nei caratteri di effettività e di attualità di fatti precisi e concreti delle “informazioni” fornite; il Procuratore non può fornire scorciatoie probatorie fondate su giudizi presuntivi che finiscono per rendere stabile e a tempo indefinito la classificazione del detenuto nel circuito AS”. Tali violazioni incidono in concreto su dei diritti primari del detenuto, tanto che essere declassificato a un circuito più attenuato dopo un periodo di tempo puntualmente stabilito, ed assegnato ad un diverso circuito, porta il detenuto a fruire di tutte le possibilità tratta mentali offertegli (corsi teatrali,poli universitari e di scuola secondaria superiore, formazione professionale, maggiori possibilità di essere trasferito in prossimità della regione di residenza dei familiari).

Alla luce del quadro normativo suesposto non rimane che trovare un giudice a Berlino che sollevi eccezione di incostituzionalità  degli artt. 13,14 della legge 234/1975 e artt. 32 e 33 del reg. esec. 230/2000 in relazione agli artt. 3,24, primo comma,27, terzo comma,97, primo comma,111,primo e secondo comma, e 113 della Costituzione, <<ed ai principi generali sulla giurisdizione>>, dal momento che è invalsa una prassi, ormai consolidata, da parte del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria romana, di dare alle norme penitenziarie suindicate che legittimano la differenziazione dei circuiti penitenziari o di particolari sezioni, una propria dispotica e inaccettabile lettura, stravolgendo il dettato costituzionale sulla umanizzazione e rieducazione della pena. Questa prassi viola il principio di “personalista”, secondo il quale la persona è il fine ultimo del nostro ordinamento e la dignità umana non può essere calpestata; viola i principi di eguaglianza – ragionevolezza, di individualizzazione del trattamento penitenziario; nonché viola le norme sulla classificazione e sulla denegata declassificazione in (e da) tali circuiti e/o sezioni differenziate ( artt. 13,14, ord. penit. E artt. 32 e 33 reg. esec.) in relazione all’aleatorietà, alla casualità,all’assoluta assenza di certezza del rispetto dei criteri di legge e dei motivi che portano l’A.P. a classificare un detenuto in un certo circuito anziché in un altro. Le motivazioni di tali decisioni sono subordinate a circostanze fattuali mutevoli, ossia che possono cambiare negli anni, ma pure da apprezzamenti di fatto e prognosi di pericolosità fondati su valutazioni rimesse ad organi giudiziari che riproducono pedissequamente elementi datati nel tempo,ipotetici e congetturali anziché attualizzati,specifici e concreti. Ebbene, in questi casi è doveroso e urgente l’intervento del Giudice delle Leggi per garantire una serietà,una legalità, ed una giurisdizionalità  sul controllo del provvedimento di classificazione e/o di denegata classificazione in (e da) tali circuiti e/o sezioni differenziate. Per queste argomentazioni di legittimità e merito, indubbie sono le discordanze e le contraddizioni in cui, la stessa Direz. Gener. Detenuti e Tratt. – Ufficio III – Sezione II – Settore II – del DAP è incorsa nei motivi addotti nelle “note” succitate. In tali situazioni, la contraddittorietà del contenuto di un atto amministrativo è una tipica manifestazione di illegittimità per “eccesso di potere”. La condizione della sopra esposta espiazione della pena, specialmente per il detenuto ergastolano è indubbiamente lesiva del principio della umanizzazione e rieducazione della pena costituzionalmente ritenuto unico e vero diritto soggettivo del detenuto. Il sottocircuito AS1 di Nuoro andrebbe dismesso e riaperto in diverso istituto idoneo strutturalmente ad ospitare in celle singole questa tipologia di detenuti ergastolani, perché espiare la propria pena oltre vent’anni in cella singola (per stessa imposizione e disposizione del DAP ritenendoli “pericolosi”) diviene un adattamento psicologico e fisico che istituzionalizza la persona (rectius  l’ergastolano). Non può il DAP né per questioni di convenienza né di struttura, ubicare l’ergastolano in celle multiple, perché psicologicamente il medesimo non può reggere tale modalità di detenzione e lo Stato non può rimanere cieco di fronte a simili storture. Riguardo invece il principio della territorializzazione della pena, le Circolari emesse al riguardo ( cfr. Circ. DAP del 21 aprile 1992 n. 3359/5809 e succ.), andrebbero riviste e modificate, ponendo delle precise condizioni alla deroga del predetto principio. Nel senso che, i trasferimenti dei detenuti AS in istituti lontani dalla propria regione devono essere disposti solo in circostanze “particolari”, e dunque afferire o alla situazione particolare che riguarda il singolo detenuto (pericolosità penitenziaria, comportamenti allarmanti o riottosi, ritrovamento di armi anche rudimentali in carcere, mancata partecipazione concreta alle attività tratta mentali, in gestibilità rieducativa, ect.) ovvero rifarsi a situazioni di carattere con tingibile e urgente (calamità naturali,rivolte,proteste riottose etc.) che non consentono, nell’immediato una sistemazione del detenuto in conformità ai canoni ordinari. Quando non sussiste la dimostrazione concreta delle due succitate circostanze particolari il detenuto deve essere ristretto o trasferito in prossimità della propria regione di residenza. L’ecc.mo Capo del DAP, Pres. Giovanni Tamburino, dovrebbe ai sensi dell’art. 95 Cost., dettare nuove direttive volte all’utilizzo di criteri più rispondenti al principio di legalità quanto alla tipologia di detenuti da co – detenere, quanto ai criteri di assegnazione, quanto ai criteri di declassificazione dal sottocircuito AS1.

 

Giuseppe Barreca laureato

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“Ho capito peraltro che il sacrificio ripaga e che il sudore versato per raggiungere uno scopo è quanto di più nobile l”uomo possa aspirare. Ecco perché ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me e, guardando indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è! E nessuno può negarlo.”

Questo dice Giuseppe Barreca -detenuto a Spoleto- nella lettera che leggerete.

Questa è una bella storia.

Sì, le belle storie non sono estinte. 

A volte accadono. E continueranno ad accadere, regalando un sorriso anche a blocchi di cemento.

Ricordo che mi piacque da subito Giuseppe Barreca.. per la passione che vibrava in lui. Fu soprattutto un suo pezzo che mi fece capire la pasta di quest’uomo.. lo pubblicai nel 2010.. andate a leggerlo.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/08/05/il-disagio-che-libera-di-giuseppe-barreca/.

Giuseppe ha trovato una direzione.

Ha trovato un centro su cui focalizzare le energie.

Ha trovato un alleato e allo stesso tempo qualcosa CON cui lottare che fosse tramite di qualcosa PER cui lottare.

Ha scoperto in carcere studio, libri e cultura. E si è buttato a capofitto su studio, libri e cultura.

Anni “ingobbito” sui libri lo hanno portato ad una nuova vita.

E la conquista della laurea.. avvenuta nel mese di quest’anno… è un simbolo.. di un percorso durato anni. E che no finisce certo qui. Perché la SETE di Giuseppe è inestinguibile e continuerà per sempre.

Ma intanto..eccolo qui con la sua laurea..

Come dicevano gli antichi romani, quando c’era un’occasione da festeggiare, noi gli diciamo..

NUNC EST BIBENDUM

E’ ora di brindare, di bere una coppa vino e di augurarti.. buona fortuna!

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Spoleto 26 febbraio 2013

Sono Giuseppe. Da un po’ di tempo i media veicolano notizie circa le difficili condizioni in cui vivono sia gli operatori sia i detenuti nelle strutture penitenziarie. La causa: l’ormai cronico sovraffollamento delle carceri. Ma può capitare che tra le difficili condizioni accada qualcosa che merita di essere posta in evidenza. Il fatto. Mi è stato concesso un permesso straordinario della durata di 12 ore, libero nella persona.

La notizia, di per sé, non suscita interesse, se solo non fosse che detto beneficio mi è stato concesso per recarmi presso l’università di Perugia allo scopo di discutere la tesi di laurea. Un immenso momento di felicità sia per il momento di libertà, dopo 23 anni di “cattività”, sia e soprattutto per la straordinarietà dell’evento. Non capita tutti i giorni infatti che un detenuto raggiunga un traguardo così prestigioso come approdare in una sede accademica e conseguire la laurea. E’ una notizia che, oltre a rallegrarmi, pone in risalto il lavoro di quanti operano all’interno delle carceri e che riescono ad orientare il detenuto verso l’orizzonte della cultura e del sapere. Ma anche ai tanti che, scettici e distratti, vedono il carcere come luogo di chiusura. Il carcere dunque, non solo luogo di privazione, oblio, perdizione, ma anche e soprattutto luogo di liberazione interiore. Rinascita. Speranza.

Devo tutto alla cultura e alla voglia di riscatto. Ho vinto. Obiettivo raggiunto. Un suggestivo viaggio introspettivo. Un esempio di come l’essere umana riesca a cogliere il meglio di sé nel luogo che tutti cercano di evitare. Il carcere. Dedico questa straordinaria avventura a quanti non hanno mai smesso di sostenermi, trasmettendomi la forza necessaria per raggiungere questo prestigioso traguardo accademico.

Riflessioni

Le circostanze passate imposero tragitti che hanno indotto uno sconfinamento poco consolante, mentre la sofferenza successiva mi ha spinto  a pormi molte domande alle quali credo di avere risposto nel modo migliore. E seppure un lungo e scorsoio cammino ricolmo di insidie ha contribuito a maturare lo stato di cose attuale e, nell’immediatezza, l’evidente crescita culturale non lascia margini di dubbio, augurandomi di vivere a lungo, mi piace sottolineare che sarà il tempo a cristallizzare il responso sull’opera di domani. La serenità interiore raggiunta mi fa guardare al futuro con speranza.

L’errore di un tempo è stato annientato dalla riflessione, così come l’ignorante di allora ha lasciato posto all’umile alunno di oggi. Il confronto con nuove realtà ha aperto nuovi scenari e infiniti interrogativi nella stessa misura che lo studio ha spalancato canali di luce che hanno schiarito le ombre e illuminato la mia esistenza. Luce che continua ad indicarmi la via. Gli interessi culturali sono così abbaglianti che, oltre a garantirmi un percorso sereno, mi assicurano un appagamento interiore che rende la sofferenza per la condizione in cui vivo una parentesi di piacevole svago.

Tutto è diverso perché tutto è cambiato e se nulla è più come prima lo devo a me stesso, al mio senso critico, alla voglia di rispondere alle infinite domande che quotidianamente affollavano la mia mente. Alla voglia di guardare in faccia i miei figli, mia moglie, i miei cari comunque; me stesso allo specchio.

Ho capito! E benché non posso fare nulla per cambiare la realtà passata, ho cercato un riscatto in quella futura. Ho capito peraltro che il sacrificio ripaga e che il sudore versato per raggiungere uno scopo è quanto di più nobile l”uomo possa aspirare. Ecco perché ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me e, guardando indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è! E nessuno può negarlo.

Un grande grazie a tutti.

Giuseppe Barreca

Istanza al D.A.P… di Giovanni Mafrica

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Dopo lo smantellamento della sezione A.S.1 di Spoleto -avvenuta intorno a fine luglio- Giovanni Mafrica è stato, tra i componenti di quella sezione, uno di coloro che hanno avuto la sorte peggiore, venendo spedito (il termine “spedire” è voluto, perché queste persone sono state trattate come pacchi postali) presso uno dei peggiori carceri italiani, quello di Parma (per leggere la prima lettera che Giovanni ci ha inviato dopo il trasferimento vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

Da quel momento Giovanni iniziò subito una battaglia per la tutela dei suoi diritti, in particolare quello allo studi. Abbiamo pubblicato altri 4 post dedicati alle sue battaglie e alle sue riflessioni, dopo la prima lettera da Parma, sopra citata.

In questo post pubblico una istanza che Giovanni inviò a D.A.P. il 29 settembre, dove chiedeva la tutela del suo diritto  a proseguire gli studi intrapresi nelle precedenti case di reclusione (Biella, Parma), e anche (la tutela) di una vera possibilità di trattamento penitenziario, e quindi di prospettiva di risocializzazione. Non mancano indicazioni critiche sul modo di operare del carcere di Parma.

Pare che il D.A.P. a questa istanza abbia risposto con un diniego delle richieste di Giovanni e.. quanto alla prosecuzione dei suoi studi.. abbia suggerito che potrebbe procedere come privatista.. No comment.

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Al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Direzione  Generale dei detenuti e trattamento – Ufficio II – Sezione II – Reparto II.

E per conoscenza:

Al Presidente della Repubblica; Ministro della Giustizia; Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria dott. Pietro Buffa; Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia; On. Rita Bernardini; al Presidente del movimento “Science for peace” dott. Umberto Veronesi; Garante dei diritti del detenuto regione Emilia Romagna avv. Desi Bruno; direttore di Ristretti Orizzonti dott. Ornella Favero; all’associazione Antigone; all’Ufficio educatori della C/R di Parma.

Il sottoscritto Giovanni Mafrica, attualmente ristretto  presso il reclusorio di Parma, si rivolge a questo ufficio per espor quanto in appresso.

Premesso:

che in data 2 agosto 2012, lo scrivente ha inoltrato istanza di trasferimento presso altro istituto per motivi di studio, in quanto nella sez. A.S.1 del suddetto istituto penitenziario non è istituito alcun corso scolastico che possa dare seguito a tale percorso intrapreso negli istituti di provenienza -Biella -Spoleto. Tanto detto

Richiede

Venga vagliata la su citata istanza per i motivi contenuti nella stessa. Diversamente, nel caso in cui questo ufficio non dovesse accogliere, per motivi di opportunità o altro, la presente istanza, in subordine

chiede

Alla S.V. di volere quantomeno, con le modalità che riterrà opportune, intervenire presso la Direzione di Parma, affinché venga garantita una qualità di vita detentiva dignitosa, rispettante dei parametri contenuti nell’Ordinamento Penitenziario e nella Costituzione. Tenendo, altresì, in considerazione che lo scrivente, essendo ergastolano, non gli viene, in qualità di condannato, consentito: alcuna iniziativa testa alla risocializzazione; ad impegni, ai sensi del’art. 77 O.P. D.L. luglio 1975 n.354, di dibattiti, incontri culturali con il tessuto sociale locale e nazionale.

Che, inoltre, essendo l’istante impegnato attivamente sulla tematica relativa all’abolizione della pena inumana e degradante corrispondente all’ergastolo ostativo (in proposito vorrei fare/vi una domanda di vero cuore e cioè <<una pena perpetua, che relega all’oblio, in sostanza che esclude dal consorzio sociale per tutta la durata della vita, è compatibile con il senso di umanità contenuto nell’art. 27 della Costituzione?>> Ed ancora: <<Può dirsi finalizzata al reinserimento quando questa, se conseguita, sarà inservibile in una vita, quella in carcere, priva di qualsiasi rapporto con l’ambiente sociale?>> Mi scuso per questa digressione e per il cambio del registro linguistico, ma vorrei tanto una risposta concreta in merito), le restrizioni e le limitazioni arbitrarie di spazi di ogni genere imposte da questa direzione (come ad es. il diniego di tenere in stanza il personal computer per motivi di studio, autorizzato allo scrivente negli altri istituti di provenienza; si chiede perché questa disparità di trattamento- utile per una crescita culturale, altresì vantaggioso per una più chiara esposizione di pensieri, confronto e altro) impedisce e preclude anche tale attività di carattere sociale, di dovere morale in violazione dell’art. 2 della Costituzione. In vero ciò dipende anche e soprattutto dalla mancanza, in questo reclusorio, di un regolamento interno (art. 16 L. 26 luglio 1975 . 354 O.P.), volto ad impartire quei nobili criteri contenuti nell’illuminato D.P.R. 30 giugno 2000/230, oltre all’innegabile disposizione culturale atta all’annullamento della personalità detenuta che denota e contraddistingue il carattere punitivo di questa direzione nel suo insieme.

In attesa di un positivo riscontro, invia cordiali saluti.

Parma 29.09.2012

In fede

Giovanni Mafrica

Giovanni Mafrica… continua a Parma la violazione dei diritti dei detenuti

Giovanni Mafrica è uno dei diciotto ergastolani, che, a partire dalla fine di luglio sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia, in seguito allo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto.

Coloro che hanno avuto la sorte peggiore, sono quelli finiti nel grigio carcere dormitorio di Badu e Carros in Sardegna e nel famigerato carcere di Parma, su ormai esiste praticamente una letteratura di testimonianze, documentazioni, interventi esterni, che gli permettono di fregiarsi dello squallido primato di esssere uno dei peggiori carceri d’Italia. E va dato atto della coerenza… nel mantenere, nel corso degli anni, l’appartenenza nella lista dei peggiori.

Giovanni Mafrica fin dall’arrivo nel carcere di Parma, si è trovato bruscamente regredito nella prosecuizione del trattamento, ed ostacolato nella sua concreta dinamica esistenziale.

In lettera del 17 agosto segnalava come veniva bruscamente troncato il suo cammino scolastico, e reso inefficace il suo diritto allo studio, non essendoci a Parma alcun corso scolastico (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

In lettera del 3 ottobre chiedeva che fosse garantito il suo diritto alla salute, permettendogli di fare una visita medica di cui aveva bisogno (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/03/ricorso-di-giovanni-mafrica-al-magistrato-di-sorveglianza/).

Nel post pubblicato da Nadia il 22 ottobre era fatto presente come Giovanni fosse stato messo in isolamento perché rifiutava la cella a due, in quanto detenuto ergastolano, e i detenuti ergastolani.. per chi non lo sapesse.. hanno diritto alla cella singola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/22/salviamo-giovanni-mafrica-dallassassino-dei-sogni-di-parma/).

Oggi pubblichiamo parte della sua ultima lettera giuntaci, seguita da una istanza al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Regione Emilia Romagna (e per conoscenza ad altri soggetti) dove chiede il rispetto del suo diritto, in quanto ergastolano, alla cella singola.

Nella lettera che pubblichiamo prima dell’istanza, veniamo a conoscenza del fatto che, dal 3 ottobre, Giovanni Mafrica è sottoposto a continue misure di isolamento. E che, anche per questo, aveva fatto dieci giorni di sciopero della fame e di sospensione della terapia.

Giovanni Mafrica viene punito… questo deve essere chiaro.. e sottoposto a misure di continuo isolamento perché sta chiedendo una cosa stabilita dalla legge.. ovvero il diritto per gli ergastolani alla cella singola. L’art. 22 del c.p. stabilisce l’isolamento diurno per i detenuti ergastolani.

La cella singola per gli ergastolani ha anche un evidente fondamento morale. Una pena estrema, come quella che può durare un’esistenza o comunque, tanti anni, per la sua estrema durezza, deve essere accompagnata da quel minimo di “respiro” rappresentato dal potere almeno avere uno spazio esistenziale più idoneo, con una stanza singola, maggiore libertà di azione quindi, momenti per stare in silenzio, per avere uno spazio vitale un po’ più decente.

Giovanni Mafrica sta solo reclamando un diritto e conducendo una battaglia per la legalità.

Ha il nostro sostegno, e ci attiveremo per contribuire alla sua battaglia.

Di seguito lo stralcio della sua lettera e la sua istanza.

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Parma 17.10.12

Caro Alfredo (..) Qui è un casino.

Ti informo che dal 3 ottobr sono sottoposto a continuo isolamento. Ho fatto 10 giorni di sciopero della fame. Per protestare contro l’ubicatura della mia persona in stanza in 2. Le ragioni le troverai nell’allegata istanza.

Questo è stato voluto, Alfrdo, perché scrivo e lotto per avere riconosciuto ciò che statuisce la Carta Costituzionale, ovvero diritti.

Hanno trovato il cavillo per isolarmi, che schifo!

Ho mandato un telegramma a Nadia per informarla dello sciopero della fame e altro. L’ha ricevuto? Fammi sapere.

Altresì, nello stesso giorno, ne ho fatto uno anche all’onorevole Rita Bernardini. Possibile sapere se l’ha ricevuto?

(…) Gli organi di vigilanza non vigilano. Ma non demordo! Sto scrivendo a tutti. Se puoi chiama il garante dei detenuti della regione Emilia Romagna. Per informarti della situazione. L’ho incontrata il 6 ottobre e le ho spiegato il tutto.

Pensa che l’istanza di trasferimento del 2 agosto, sai quando l’hanno inviata? Il ottobre, sic! Fallo sapere al garante, se la senti. Intervite come associazione? Si configura come abuso d’ufficio un tale ritardo?

Aspetto tue… chiudo così la spedisco oggi.

Un caro abbraccio.. a presto..

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Al provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia Romagna- dott. Piero Buffa

e p. c.

al Presisdente della Repubblica,

al Ministro della Giustizia,

al Magistrato di Soverglianza di Reggio Emilia,

all’onorevole Rita Bernardini,

Al Garante dei diritti del detenuto- regione Emilia Romagna- avv. Desi Bruno,

Al’Ufficio educatori,

Il sottoscritto Giovanni Mafica, ristretto presso il reclusorio di Parma, denuncia quanto segue:

Che in data 3 ottobre veniva messo in stato di isolamento preventivo, poiché lo scrivente non acconsentiva ad ubicarsi in stanza in 2. Per questo fa presente al suo ufficio che lo scrivente ha intrapreso lo sciopero della fame e il rifiuto della terapia. Forma di proteta pacifica. In quanto la Direzione vuole imporgli l’ubicazione in stanza a 2, non tendendo conto che lo scrivente, essendo ergastolano, deve essere ubicato in stanza singola, applicando l’isolamento notturno contenuto nell’art. 22 Codice Penale. Per altro norma di elgge tassativa, che non prevede forme di deroga da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.

Che la stanza in 2 persone non rispetto il metraggio statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Altresì, fa presente che la detta stanza ha il bagno piccolisimo, senza finestra per dare aria e non consente alcuna privacy, tenuto conto che bisogna lavarsi, farsi la barba, con la prota aperta. Diversamente, per la ristrettezza delo stesso bagno, tale porta non si chiude o, nel caso in cui si chiudesse, sarebbe praticamente impossibile rispettare quanto appena detto nel pieno rispetto della dignità del singolo.

Ritenuto che ciò lede i diritti primari della persona,

CHIEDE:

Alla S.V. di volere intervenire affinché allo scrivente non vengano riservati trattamenti non conformi ai parametri, sia dell’Ordinamento Penitenziario, sia della Costituzione.
Ciò perché, il detenuto, in qualità di inividuo e cittadino, gode di diritti inalienabili e imprescindibil, ed ogni forma di ingerenza o sopruso è indegna ed immorale, oltre che contraria alle leggi della Repubblica.

Fiducioo in un  suo diretto intervento le invio doverosi saluti.

Parma 04.10.2012

In fede,

Giovanni Mafrica

E’ così che il DAP tratta i detenuti meritevoli- lettera di Marcello Dell’Anna

Non mi era totalmente  sconosciuto il nome Marcello Dell’Anna. Un secolo fa, quando il mondo era ancora giovane (come si usa dire), lessi uno testo a sua firma meravigliosamente scritto. Ma poi non ebbi mai modo di avere scambi con lui o ricevere le sue lettere.

Circa una settimana fa mi giunge questa sua lettera, dal “famoso” carcere di Nuoro, Badu e Carros, da sempre considerato un carcere punitivo. Finire  lì da a molti detenuti che vengono dal “continente” praticamente la sensazione di essere mandati in esilio, o “al confino”, come succedeva ai tempi di Zio Benito.

Marcello Dell’Anna era uno dei detenuti della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto, spazzata via, dice la motivazione ufficiale, per esigenze di spazio, dovendo essere recuperate quelle celle (che erano ad alloggio singolo) per altri detenuti. Tutti i componenti di quella sezione sono stati spediti, come pacchi postali, in varie carceri d’Italia. Qualcuno se l’è cavata decentemente, altri sono stati spediti in carceri “tristi e spenti” come quello di Nuoro.

Si supporrebbe che vi fosse un criterio razionale, almeno, nello stabilire la destinazioni. E infatti c’è una tale razionalità che.. un detenuto -in galera da vent’anni- che negli anni ha intrapreso un vigoroso processo di crescita e di rinnovamento, che ha ricevuto encomi e attestati, che ha più di una laurea (di cui una è in giurisprudenza, che in occasione della seduta di laurea ha avuto un permesso di quattordici ore, senza scorta, da uomo libero.. Così razionale, che un detenuto così ha avuto bruscamente interrotto il suo percorso e i suoi rapporti famigliari, per essere spedito in un carcere lontano, tra quelli considerati “punitivi”.

E’ tutto così razionale che un detenuto -che ha dato prove straordinarie di sé, che ha ricevuto riconoscimenti e apprezzamenti, che è entrato da tempo in un percorso di buone opportunità di studio, conoscenza ed espansione umana- sia stato di colpo fatto regredire nel trattamento, impacchettato per un carcere “lontano”  dove il trattamento è a un livello paleolitico?

Troncati i percorsi posti in essere fino a quel momento…

Troncati i rapporti famigliari..

Prendere un cancellino e spazzare via una storia..

Quasi a ricominciare da capo.

Sembra che questo sia avvenuto con Marcello. Anni di sbattimento, studio, lauree, impegno al rinnovamento. Un percorso eccellente, di raro valore. E… per ricompensa e come “valorizzazione” spedito in un carcere lontano, con impossibilità (quasi) di ogni contatto famigliare e di corsi e attività adeguate al livello raggiunto.

Questa storia va fatta conoscere. Per fare capire come il sistema penitenziario a volte agisce come una macchina cieca. E per dare una chance alla possibilità che il suo caso venga riconsiderato, tenendo conto di chi è Marcello Dell’Anna ora, del suo percorso, e di ciò che può dare.

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Nuoro, martedì 11 settembre, 2012

Gent.mo Sig. Alfredo,

Sono Marcello Dell’Anna, uno dei diciotto ergastolani che, alla fine dello scorso mese di luglio, sono stati trasferiti nelle varie carceri d’Italia su decisione dell’amministrazione penitenziaria, per mere esigenze  atte al recupero di poti letto a causa del crescente numero di detenuti A.S.3. Noi invece eravamo allocati in celle singole e classificati nelle sezioni AS1. 

Sono di Lecce (Nardò precisamente), detenuto ininterrottamente da vent’anni, con un ineccepibile percorso rieducativo, di recupero e di riparazione concretizzato durate il mio percorso trattamentale. Sono stato insignito di diversi encomi, diversi attestati d qualificazione professionale. Di recente ho conseguito una ulteriore laurea in giurisprudenza per la competenza in diritto penitenziario e, per tale occasione, il presidente del T.D.S. di Perugia mi ha concesso 14 ore di permesso, per recarmi a Pisa a discutere la mia testi di laurea, libero nella persona e senza l’uso di scorta.

Ho scritto anche due libri e il terzo è in fase di redazione.

Come può notare dal mio breve curriculum sopra esposto e che posso documentare, lo Stato e la stessa amministrazione penitenziaria con me anno perso, mentre io ho vinto. 

Io ho dimostrato di rispettare la lette, rientrando in carcere, dal permesso concessomi, con i miei piedi, ben consapevole di essere un ergastolano, o (come qualcuno si osa definire) un Uomo Ombra. 

A tal riguardo, dimenticavo di dirle che sono anche un socio sostenitore dell’Associazione Fuori dall’Ombra, con tessera n.249. Come le dicevo, io ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. Si rende conto Sig. Alfredo? Sono uscito in permesso 14 ore libero. Sono stato, dopo vent’anni, con mia moglie e mio figlio e altri miei cari nel ristorante, in albergo, per le vie di Pisa e di Spoleto e io dovrei essere il fuori legge?

Perché le scrivo tutto questo? 

Come ha potuto notare sono stato “sbattuto” in Sardegna, a Nuoro, e sapete perché? Perché qualcuno al Dipartimento ha valutato (con i piedi e non con la testa) la mia assegnazione, trasferendomi qui  a Nuoro, senza tenere conto del mio lodevole percorso e dei risultati conseguiti. Hanno solo guardato condanna e “titolo detentivo”, violando e fregandosene d quanto la legge penitenziaria statuisce sul rispetto dei “criteri” di assegnazione corrispondenti ai risultati e al programma di trattamento.

Non meritavo di essere dirottato qui, a Nuoro, facendomi regredire nel trattamento, interrompendomi dai miei affetti famigliari (qui mi è impossibile fare colloqui.

Ebbene Sig. Alfredo, sono determinato a lasciarmi anche morire di fame, se i vertici del D.A.P. non mi trasferiranno in un Istituto di pena adeguato al mio percorso rieducativo, ed avente attività e strumenti dove io possa proseguire le mie professioni. Nuoro è un posto morto dal momento che per eccellenza è anche un carcere “punitivo”, quindi inconciliabile con la mia attuale condizione. 

Per intanto ho già presentato ricorso gerarchico ai vertici del D.A.P. Ho finito di redigere anche il reclamo che presenterò innanzi alla Magistratura di Sorveglianza di Nuoro e con entrambe le azioni legali contesto l’illegittimità, la carenza di motivazione del provvedimento di assegnazione per trasferimento proprio in questo “particolare carcere” di Nuoro, non appropriato al mio percorso rieducativo. Per quanto attiene invece alla divulgazione di questa mi assurda quanto irreale vicenda, sto preparando un documento da mandare in rete, nonché da mandare a tutte quelle “personalità” attente e sensibili alle problematiche dei detenuti. 

Quest’ultime sono anche le ragioni per le quali mi rivolgo a lei, certo che saprà darmi i giusti suggerimenti per intraprendere anche le più concrete iniziative e spero che vorrà aiutarmi, in quanto sono arrabbiato, deluso e disperato. 

Quindi Sig. Alfredo, a giorni le manderò un mio documento da diffondere in rete sul vostro sito. Sto provvedendo anche a mandarlo a varie associazioni (come le ho scritto), politici e massmedia, ma di alcuni di loro mi mancano gli indirizzi, ossia via e città dove posso mandarli e fargli recapitare per corrispondenza il mio documento.

Alla Sig.na On.le Rita Bernardini posso scrivere direttamente alla Camera dei Deputati? Oppure all’Associazione “Nessuno tocchi Caino”?

Sig. Alfredo, laddove voleste richiedermi documentazione che comporvi  le argomentazioni scritte in questa lettera, non esiti a farlo. Vorrei tanto poterle mandare anche tutto il mio materiale (libri scritti, relazioni giuridiche, elaborati, ecc.) scritto in tutti questi anni, ma ho tutto nel mio computer e al momento qui non mi hanno autorizzato nemmeno la stampante.

Lo so, avrei dovuto farlo molto tempo fa, ma per carattere sono una persona molto discreta, forse troppo nell’ “Ombra”. E questa discrezione, lo ammetto, mi ha anche penalizzato, alla luce di quanto successomi, quando invece avrei dovuto farmi conoscere attraverso gli organi della comunicazione e, soprattutto, in rete.

Oggi, pertanto, il mio nome non è noto alle varie “personalità” come quello di qualche “detenuto vip” che con astuzia ha saputo pubblicizzare il suo percorso rieducativo. Ma credo che la mia vicenda verrà presa a cuore da quelle oneste persone che sapranno “gridare” contro queste scandalose “movimentazioni collettive” dei detenuti, attuate da una “mala” Amministrazione penitenziaria e da una incurante gestione e sapranno far valere i miei diritti soggettivi che oggi sono stati palesemente calpestati.

Per intanto la saluto molto cordialmente e ansiosamente attendo di leggerla quanto prima.

Marcello Dell’Anna

Lettera ai ragazzi del mio paese.. di Nelino

Questo di Nellino -Francesco Annunziata, detenuto a Catanzaro- è un testo straordinario. Ma che non stupisce, vista l’onestà a cui il personaggio ci ha abituato.

Senza troppi infingimenti o paraculate, Nellino dice chiaro e tondo ai ragazzi del suo paese, che magari lo vedono con un eroe,  e che apprezzano molti altri personaggi “tosti”, finiti in galera o morti che, è proprio quello che aspetta loro se prenderanno quella vita: galera o morte.

“Avanti -Nellino in sostanza dice- vole te buttare nel cesso la vostra vita, e tirare lo scarico? volete vivere anni al cardiopalma col terrore di essere eliminati da un momento all’altro per poi finire in galera a vedere i vostri giorni deperire tra quattro mura? volete lasciare la vostra famiglia nella disperazione? Se volete questo, seguite le orme di tanti idoli del nulla…”.

Nessuna fascinazione del mondo criminale.

Niente da salvare nelle organizzazioni criminali. Esse sono tumori maligni. E ciò che ti promettono è stuprare la tua vita per darti in cambio l’obitorio.

Nellino è molto coraggioso a dire queste cose, sapendo che tanti potrebbero prenderlo per uno diventato un “predicatore”. 

Ed invece nel coraggio di dire la verità di vede la pasta di un Uomo. E chi diventa un Uomo, può sì a quel punto diventare una ispirazione per gli altri.

Nellino vuole bene ai ragazzi del suo paese, per questo prende posizione così nettamente.

Che vita è una vita in cui per anni capi magnacci ti succhiano l’anima e ti mandano allo sbaraglio, per poi finire in galera e venire venduto dai tuoi stessi amici, e in galera impazzire o morire?

Ripeto..

Le organizzazioni criminali sono un tumore maligno, dove canaglie conducono mandrie di lobotomizzati all’obitorio.

C’è una frase bellissima di Nellino… nel corso di questo testo… una da incastonare nella memoria. Quando scrive:

“Che cosa ho visto io della vita? Muri di cemento e sbarre di ferro. Cosa potrò raccontarvi? Conosco benissimo come sono fatte quattro mura bianche.”

Vi lascio al testo di questa splendida lettera di Nellino.

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Ho saputo che anche tanti ragazzi del mio paese, in queste serate  primaverili, si riuniscono e col pc vanno curiosando su internet, dove hanno scoperto il “nostro” Blog. Vanno “a caccia” degli scritti di qualcuno che conoscono… o di cui hanno sentito parlare…

In una realtà come quella del mio paese, come quella del Sud Italia, dove sono in molte le famiglie che hanno almeno un parente  che ha avuto qualche guaio con la legge. E’ facile che si crei sulla curiosità nei confronti di persone che, in un certo qual modo, hanno fatto parlare di loro…

Ecco, vorrei dire a questi ragazzi, vorrei fare capire loro, che quelle persone di cui hanno sentito parlare, che hanno visto sui giornali, non sono degli eroi. Non sono degli idoli. Non sono “brave” persone. Non sono soggetti da emulare. Non devono essere presi ad esempio.

Vorrei dire loro che, i veri eroi, sono i loro papà che portano avanti la famiglia, con un lavoro onesto, con tanti sacrifici, che ritornano la sera distrutti, dopo dieci ore di lavoro. Quelli sono eroi. Ho sentito che qualcuno aspetta il ritorno di quel personaggio “tosto”.

Vorrei dire a questi ragazzi che, quel personaggio “tosto”, oggi è consapevole di avere fatto tante cazzate… che gli sono costate una vita di privazioni e sofferenze.

Vorrei dire a questi ragazzi che non ‘è luce in questa vita, sono solo due, i possibili scenari che si prospettano: la morte o il carcere a vita.

Sapendo a priori che, la fine del film è una di queste due opzioni, cosa vale salire agli “onori” della cronaca?

Ma quali onori?

Non vorrei sembrare il solito “vecchio” che fa la predica… non lo sono… anzi un vero figlio di… come me è difficile da trovare. Oggi sono papà di due bambini e parlo a voi, dicendo le stesse cose che dico a mio figlio.

Per ogni figlio, il papà è il proprio eroe. A mio figlio dico sempre che non sono un eroe per quello che ho fatto, che non deve prendermi ad esempio, perché io oggi pago e faccio pagare soprattutto a loro, i miei errori. Lui vorrà che suo figlio crescerà senza il papà come è cresciuto lui?

Cosa ve ne fate dei soldi?

A cosa servono, se voi dovrete “vivere” il resto dei vostri giorni chiusi in quattro mura?

Ed a cosa servono anche quando siete “liberi”, se siete costretti a dormire con un solo occhio? Se non potete andare dove volete? Non potete fare una passeggiata, mano nella mano, con la vostra ragazza, perché troppo esposti?

A cosa servono?

Quello che viene “venduto” per rispetto, altro non è che paura.

Cos’è il rispetto?

La gente vi saluta perché pensa che siete un “pazzo” che magari all’improvviso gli spara… o perché pensa che dalla vostra “benevolenza” può trarre vantaggi. Questo non è rispetto. Quando vi ammazzeranno o vi arresteranno, quelle stesse persone, che voi pensavate vi rispettassero, saranno le prime a fare festa… E’ bella la macchina, è bello avere soldi in tasca, è bella la moto, sono belli gli abiti, ma a cosa servono, se il prezzo sarà la vostra vita?

Ci sono ragazzini che neanche mi conoscono, neanche mi hanno mai visto, eppure parlano di me come di un eroe. Ecco, proprio a quei ragazzini vorrei gridare forte che, quello che per loro “è uno importante”, altro non è che uno scemo, che ha rovinato la sua vita, perché alla loro età, pensava di qualcun altro, le stesse cose che oggi loro pensano di me.

Secondo voi, è uno “dritto”, chi a 38 anni, ha trascorso metà della sua vita in galera? Che cosa ho visto io della vita? Muri di cemento e sbarre di ferro. Cosa potrò raccontarvi? Conosco benissimo come sono fatte quattro mura bianche.

Ora se non siete completamente stupidi e sono sicuro che non lo siete, capirete che il gioco non vale la candela.

E’ una vita di merda.

Nonostante io creda che, alla fine, nessuno possa davvero dire di avere scelto questa strada, perché spesso sono le circostanze che ti abbagliano e ti spingono quasi verso un destino di disgrazie.

Aiutatemi a ricordare  uno solo di questi “personaggi” che conoscete, che oggi è libero e felice. Uno solo!

NO! Non esiste.

Cari ragazzi, quando si riesce a capire quello che vi sto dicendo, è, nella maggior parte dei casi, troppo tardi. Vuol dire che ormai si è finiti nel punto di non ritorno. 

Certo, volendo potrei uscire domani stesso, è abbastanza semplice, basta mettere un altro al posto mio.

Volendo potrei uscire domani, basterebbe chiamare un magistrato e fare i nomi che vuole sentire, non è necessario dire la verità.

Perché non lo faccio?

Perché non sono un vigliacco.

Sentirete dire che questa è omertà.

I più che pronunciano questa parola, non sanno nemmeno cosa significa.

Non sarebbe una vigliaccata fare le cose e poi sfuggire alle proprie responsabilità, incolpando altri? Ho sbagliato. Consapevole o meno a cosa andavo incontro, è giusto che oggi mi assuma le mie responsabilità, senza cercare scorciatoie.

Il mio migliore amico è stato due anni in carcere, poi ha deciso di barattare la sua vita con la mia. Non l’ho vissuto come un tradimento ma, semplicemente come un atto di vigliaccheria. Quello che io consideravo uguale a me si è rivelato solo un vigliacco che non ha avuto il coraggio di assumersi  le proprie responsabilità.

Che vita è questa, se proprio colui con il quale dividi anche il sonno, in un solo attimo vende la tua vita per salvare la sua?

Cari ragazzi, non rincorrete falsi miti, falsi idoli

Indirizzate le vostre capacità in settori legali. Otterrete anche in quegli ambiti ottimi risultati e successo. Per vivere questa vita c’è bisogno indubbiamente di capacità fuori dal comune, perché non è così semplice restare in vita in determinate circostanze. Ed allora, se pensate di riuscire a diventare “qualcuno” in questa vita, figuratevi nell’ “altra”. Io l’ho capito tardi, voi che siete ancora in tempo…

L’ho capito attraverso la scuola, ti apre la mente e ti “regala” possibilità, ti dona i mezzi per diventare qualcuno nella vita, “qualcuno” sena doverlo racchiudere tra virgolette.

A settembre sarò iscritto al quinto anno di scuola media superiore per geometra. Dal biennio di ammissione al quinto anno sono stato promosso con la media voto del nove. Certamente mi è costato sacrifici trascorrere le ore sui libri a studiare per ottenere questi risultati ma, ne è valsa la pena, perché la soddisfazione di vederti riconosciuti i meriti e gli sforzi, attraverso i voti degli insegnanti, è ineguagliabile. Quando penso che, se avessi avuto la testa e la possibilità di studiare, quando ero nell’età “giusta”, molto probabilmente oggi non mi troverei in questo posto.

Conseguito il diploma, ho intenzione di iscrivermi alla facoltà di ingegneria informatica. Ho le idee ben chiare in proposito per il mio furuto.

Voi, purtroppo, vivete in una realtà dove i “delinquenti” nascono come i funghi dopo la pioggia. Nonostante sia il paese del sole, pare che “piova” tutti i giorni!.. 🙂

La scuola è il mezzo per uscire da certe logiche, che appartengono esclusivamente ad una sub cultura ormai radicata che solo voi, con la vostra crescita, la vostra istruzione, potete combattere e sconfiggere.

Chi vi parla è un fesso che ha buttato la sua vita, che si rende conto che, qualsiasi altra cosa avrebbe fatto, avrebbe raggiunto il successo.

Pazienza, sarà per un’altra vita…

Vi avrò rotto abbastanza i m…

Vi saluto abbraciandovi tutti…

La delinquenza non è figlia della povertà, ma è figlia dell’ignoranza.

Nellino

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