Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Lettere dal di fuori.. da Grazia a Carmelo

Per la rubrica.. Lettere dal di fuori.. nata da una idea di Carmelo Musumeci.. ecco una bellissima lettera di Grazia a Carmelo.

Lettere come queste non finiranno mai di avere senso.. perchè mostrano le sfaccettature inattese (per tanti) dei Sentieri del Dare.

Questi ponti che si creano oltre i muri.. ponti a cui crediamo.. nascono Sotto il Segno della Speranza.

E hanno un senso in sè a prescindere. Al di là di tutto ciò che potrà conseguirne.. ogni lettera ha un senso in sè…

Solo un pezzo di carta per tanti. Ma per tanti altri.. qualcosa di più…:-)

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4/8/2011   ore 6.30

 Caro Carmelo,

io mi chiamo Grazia e non ci conosciamo.

Mi permetto di scriverti perchè è una cosa che sento molto forte e spero non ti dispiaccia.

Mi spiego: il 12 giugno ho conosciuto Alfredo su facebook (…). Mi sono affacciata sul vostro mondo e, dato che non sono una che sta al balcone a guardare, sto cercando di capire, di condividere, ed entrarci… piano piano (beh.. neanche tanto piano a dire il vero).

Ho letto alcuni dei tuoi scritti sul Blog “Le Urla dal Silenzio”, e sono rimasta affascinata da come scrivi.. e da come sei.

Ho divorato il tuo libro “Gli Uomini Ombra”, e ho pianto, ho riso (perchè sai anche far ridere per fortuna!) e m sono sentita parte di quelle storie che racconti, perchè so, che, anche se romanzate, sono tratte dalla realtà.

E ho conosciuto la tua storia, tra le righe. Ora non voglio perdermi negli elogi, anche se te li meriti, ma sai scrivere cose terribili in modo affascinante… quando parli all’Assassino dei Sogni, al tuo ritorno in carcere, una pagina splendida.

Io ti scrivo per ringraziarti per tutto quello che stai facendo, per come vivi e per come hai vissuto finora in queste situazioni terribili. Perchè stai dando forza a molte persone… anche a noi che siamo fuori. Perchè, quando scrivo ai miei due detenuti, penso a te e so che anche loro potranno andare avanti a testa alta, come stanno già facendo… Io sono fiera di voi.

E sinceramente credo che abbiamo delle cose in comune.. di fondo. Perchè  tu vivi per amore… e anche io penso che sia l’unica cosa che conti e dia senso alla vita.

Mi piace tanto quella tua foto nel sole, in cui sei accucciato a terra e sorridi… l’ho messa nella mia bacheca di facebook.. tra gli elementi importanti della mia vita.

Ora ti saluto e ti mando il mio indirizzo. Lo so che comunichi e scrivi già a molte persone… me te lo dò lo stesso.

Ti abbraccio..

Grazia

Disegni di Giovanni Leone (Nuvola)

Giovanni Leone.. Nuvola… di cui oggi pubblico quattro suoi disegni. Mi piace pensare che esistano persone anche così. Persone con una purezza d’animo così improbabile. E se la immaginiamo dentro il carcere una persona così. Lo so cosa molti di voi si stanno chiedendo.. “ma tutte ste belle parole.. ma cosa lo ha portato lì dentro?… e sì un ergastolano, un ex 41 bis.. che adesso è un’anima pura.. un vero bambino.. come no?”.

E io non direi che sbagliate. Non direi che il vostro pensiero non è razionale. Nè avrei da attaccarvi. E’ normale averlo. Nè vi voglio invitare ad avere altri pensieri. Semmai l’invito è aprirsi ad un altra mente, a un pensiero anche “laterale”, all’ammissione dell’improbabilità e del paradosso.. al fatto che potete trovare persone da romanzo anche in carcere o in luoghi stigmatizzati o considerati negativi. Se Giovanni Leone ha fatto qualcosa per essere dove si trova, non sarò io a negarla. Ma qualunque è stata la radice che lo ha portato dove adesso si trova.. ciò che adesso (e da anni) fa vivere in fogli e disegni, in queste emozioni che si attaccano alla carta, per andare oltre le inferriate… è questo che secondo me conta, ADESSO.. o almeno, ANCHE questo.

C’è un testo che a lui ha dedicato Pierdonato Zito recentemente vi rinnovo il link se volete leggerlo ( https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/13/pierdonato-zito-su-giovanni-leone-nuvola/  ).

Giovanni Leone.. divenne Nuvola nei giorni del 41 bis (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/). Anche questo, cercarsi un nome d’arte e un nome di battaglia.. al modo degli Indiani d’America.. lo trovate così buffo? Così poco serio e maturo? A volte si salvano coloro che vanno oltre le regole consuete e i compartimenti stagni della mente. Coloro che.. perchè no?.. ricorrono anche alle storie, si nutrono di simboli, e si auto-nominano.. “darsi il nome” è sempre stata una strategia iniziatica, e un metodo di difesa psichica. E sentirsi parte di un racconto più ampio di una sinistra quotidianità.. un racconto che vada oltre la tortura cinese della goccia, di un tempo che rimbalza inesorabile nella sua asfittica quotidianità.

E allora tenetevi il vostro realismo, e fate volare la nostra (il nostro) NUVOLA.. nei cieli di Voghera.. e anche in altri…

P.S.= In ognuno dei quattro disegni vi sono delle scritte. Per agevolarvi la lettura, riporto le scritte prima di ogni disegno che le contiene.

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La città di notte. Silenzio. Luce triste. Come un cielo stellato. Lei complice degli innamorati. Mi fai parlare di Amore, Luna.

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Voglia di abbracci. Volto a me sconosciuto , dove i pensieri scorrono, tesoreggiando sicuri verso quel volto angelico, svolge stupendi spazi passeggiando spalla a spalla sui prati fioriti che ornano i nostri sentieri verso la dimora dove i cespusgli diventano ancora dall’amore, anche se in alcuni tratti ho visto una sola ombra…

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I rami di un albero, arti vegetali, siete braccia aperte verso il cielo, ma siete vita verso il prossimo…

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Pioggia, sei la vita. Come il fiele… dolce come il miele.

 

Diario di Pasquale De Feo 22 giugno – 22 luglio

Il diario di Pasquale De Feo (detenuto a Catanzaro)… ecco il mese di luglio.

Questo appuntamento ormai è un classico, ed è una delle occasioni più coinvolgenti che il mondo del Web offre sulla realtà penitenziaria. Una sorta di costante bollettino – “piccolo libro” dove “Un uomo nel carcere” parla di sè, del carcere e del mondo; alla luce sempre del suo “mondo” interiore, mediando gli eventi con gli occhi che porta, le esperienze vissute, e riconsiderandoli e interpretandoli nel magma di un pensiero da anni dedicato allo studio, alla ricerca, alla riflessione.

Parliamo naturalmente di (Pasquale De Feo) detenuto giudicato “non maturo” per godere della possibilità di usufruire dei benefici, sembra (secondo le parole dell’educatrice dallo stesso Pasquale riportate) perchè, detta in soldoni “critica troppo e scrive troppo”. Vi rimando all’introduzione del primo testo in cui si parla di questa “valutazione” (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/05/29/diario-di-pasquale-de-feo-22-aprile-21-maggio/) se siete appassionati di scienze fiction, o di lettetatura grottesca, o magari anche solo estimatori del surrealismo.. sigh..:-)

A prescindere, rimane un problema concretissimo, che investe tutta l’amministrazione pubblica, e su cui è utile riflettere costruttivamente. Quello dell’adeguatezza morale, culturale ed esperienziale delle persone chiamate a svolgere determinate funzioni (parlo in senso ampio, ripeto, ben oltre il carcere) alle funzioni stesse. Un radicale rinnovamento si attua non solo cambiando leggi e regolamenti, ma anche rinnovando degli uomini, mettendo le persone giuste al posto giusto.

Il diario di Pasquale è sempre un viaggio. Si “sente” il carcere, si parla di carcere, diritto, pena, giustizia.. ma è uno scrivere alieno ad ogni autoreferenzialità e monodimensionalità. Dalle inferriate si aprono sguardi sul mondo, non solo come attuali eventi, ma anche pensiero culturale-storico, in senso lato. Dalla scienziata dell’antica Grecia vittime delle folle aizzate dalle gerachie ecclestiche, Ipazia.. alle proposte per “internet libero”… all’ex funzionario della Camera che ha aperto un Blog sulle magagne del Parlamento.. alla feroce repressione dei No Tav.. al testamento biologico e tanto altro.

C’è anche, a dire il vero, uno di quei momenti che ho cercato sempre di evitare, da quando è nato il Blog. Che insomma ci si faccia apprezzamenti a vicenda.. o  di riportare belle parole sugli amministratori e la loro azione. Infatti, non li riporto quasi mai, quando posso, e nel contempo, diamo libertà totale anche alle critiche più dure (abbiamo pubblicato anche commenti feroci). Questa volta il testo in cui Pasquale parla del mio libro è contenuto proprio nel suo diario. Non riportarlo sarebbe stato un taglio a un testo che è stato immaginato per essere integralemnte pubblicato. Per questo ho lasciato quei riferimenti di Pasquale, che comunque su un piano personale ringrazio.

Prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario.. voglio.. come al solito.. riportare alcuni passaggi in particolare…

Pasquale in un passaggio scrive..

Stamane sono andato a un corso istituito da una associazione di volontariato. Si basa sull’economia quotidiana: matematica, conciliazione (la nuova legge sui processi civili), e come aprire e gestire una attività. Mentre stavamo facendo alcune cose sulla matematica, mi sono guardato intorno. Tutti e dieci componenti del corso siamo dei condannati col famigerato 416 bis C.P. Pertanto esclusi da qualsiasi opportunità imprenditoriale, e anche nel ramo della conciliazione, essendo una specie di giudice privato. ” (1 luglio)

Ma se fosse davvero così.. allora perchè non utilizzare gli stessi fondi che vengono spesi per questi corsi… per fare corsi realmente utili e “spendibili” da parte dei detenuti?

C’è poi un passaggio abbastanza delicato. Pasquale scrive..

Pensando a quello che ho scritto ieri, e ricordando il discorso del Presidente della Repubblica qualche mese addietro, sui dieci magistrati vittime di agguati della criminalità e della politica, aveva detto che avevano salvato la democrazia. Non condivido questa affermazione, perchè la casta della magistratura non ha niente a che vedere con la democrazia, anzi  si sono sempre messi a disposizione del potere di turno, come fecero con il fascismo e non mi risulta che ci fu qualcuno che dissentì.” (5 luglio)

Su questo passo mi tocca dire che il mio disaccordo con Pasquale è integrale. Dobbiamo stare attenti tutti a non fare, anche involontariamente e in buona fece, quello che viene fatto verso alcune categorie di persone.. come i detenuti, i tossici, gli zingari, ecc.. ovvero generalizzare. Non dobbiamo farlo neanche con le guardie, e con i magistrati. Il Presidente della Repubblica questa volta ha detto una cosa sacrosanta, secondo me. Quei magistrati uccisi dalla criminalità, e abbandonati dallo Stato, spesso perchè scomodi.. sono Eroi. E dobbiamo essere onorati di averli avuti nel nostro paese. Il fatto che poi il mono della magistratura è ANCHE una casta, che le vittime della magistratura siano tantissime e spesso non considerate.. non ci deve mai impedire di vedere il grande valore che ha rappresentato e rappresenta l’opera di alcuni magistrati.

Poi, Pasquale scrive…

Hanno fatto un  blitz a Napoli, arrestando alcune persone. Tra gli inquisiti c’era il capo della mobile di Napoli, ritenuto un eroe per gli arresti di latitanti fatti in passato. Gli stavano facendo anche un film, bloccato dopo questa inchiesta. Lui non è stato trasferito, ma trasferito alla Criminalpol di Roma. ” (8 luglio)

Concordo pienamente con lui, su questo punto. Il mio ragionamento va al di là di questa persona in concreto, che potrebbe benissimo essere innocente. Ma si incentra sulla realtà “castale” che esiste in Italia. In certe inchieste se appartieni a contesti umili o non hai particolari protezioni e non fai parte di particolari corpi sei trattato con un rigore implacabile.. chi invece fa parte di altri “mondi” è (troppo spesso) trattato con i guanti di velluto.

Adesso passiamo all’intermezzo comico. Pasquale scrive:

Avevo regalato il libro di Carmelo a un mio amico che si trova nel carcere di Salerno, glielo avevo spedito con una busta di spedizione. Oggi ricevo la sua lettera, dove lui mi informa che ha ricevuto il libro, ma che ancora deve leggerlo, perchè è fermo al magazzino, e per le cervellotiche disposizioni della direzione del carcere di Salerno, deve fare uscire il libro tramite colloquio con i familiari, e gli stessi glielo devono spedire, non per corrispondenza, ma con un pacco postale. ” (23 giugno)

Ah.. le meraviglie della mente umana…:-).. non so voi, ma io dopo che leggo di simili strategici interventi mi sento.. già più sicuro..:-)

In un altro punto, Pasquale ritorna sulla sua vicenda penitenziaria e sulle possibiità che gli vengono negate:

“Dopo vari colloqui avuti con gli operatori del trattamento rieducativo per i benefici penitenziari, ho capito che è inutile sperare che possano concedermi qualche giorno di permesso per trascorrerlo insieme a mio padre. Devo rassegnarmi e convincermi che, come è successo con mia madre, lo stesso succederà con mio padre, non lo rivedrò più da vivo. Devo farmene una ragione e prepararmi all’evento per evitare che la sofferenza mi annichilisca per troppo tempo, come successe con mia madre.  Il sistema è spietato. Deve distruggerti in tutto, anche negli affetti più cari. Non si accontenta di seppellirti vivo, toglierti l’intera vita, limitarti in tutto. Vuole punirti anche in ciò che ami, affinché il ciclo di dolore sia completo. Non ci si abitua mai a tutte le crudeltà che in tanti anni ha subito. Ma bisogna essere forti per non soccombere al carcere. Meglio morire in piedi che strisciando, inginocchiati.” (26 giugno)

Se ne è già parlato.. una persona come Pasquale considerata  -dopo trent’anni e dopo un percorso umano e culturale eccellente-  non adeguata ai benefici è lo specchio di quella grande mancanza di responsabilità, competenza e coraggio che tocca ogni settore di questo Paese. Una persona capace di dare tantissimo, viene lasciata, dopo oltre 3o anni, ancora “immobilizzata”. Non gli si permette neanche di vedere il vecchio padre, come non gli è stato permesso di vedere la madre, che ora è morta. Allo stesso tempo si è disumani e ingiusti.

Pasquale sa poi salvare dal mondo incessante dell’informazione.. flash su immagini di speranza.. come questa..:

Li chiamano gli angeli della monnezza. Tramite la rete si sono passati la voce e stanno pulendo Napoli. Si chiamano CLEANAP. Si danno appuntamento nel luogo che vogliono pulire, una piazza o una strada, e, armati di guanti, scope e spugne, lavano per bene il posto scelto. Ciò ha contribuito a fare partire anche la raccolta differenziata. “

Concludo con un momento molto intimo, delicatissimo, e commuovente. Quando Pasquale scrive:

L’amica Antonia mi ha mandato la copia di tutto il diario  dall’inizio fino ad oggi. Nel leggerlo ho trovato le repliche di una mia nipotina.. Annamaria. Le sue parole piene di affetto mi hanno riempito il cuore di gioia. Le voglio un bene dell’anima, anche se non la conosco di persona, ma solo in foto. Ha un posto speciale nel mio cuore, e quando occupa i miei pensieri riempie tutto il mio mondo. Mi rende felice ogni volta che mi scrive. Vorrei tanto conoscerla. Mi auguro che un giorno non lontano arrivi questo momento. Nel frattempo la tengo stretta a me con tutto il bene che nutro per lei.” (29 giugno)

Quanto amore…  questa Nipotina è come un lago nel suo cuore. E pensate che di lei.. ha potuto vedere solo le foto. Non ha potuto incontrarla neanche una volta.

Basterebbe solo questa citazione, più di mille parole…

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. mese di luglio.

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Ieri avevo ascoltato dai notiziari l’intercettazione in carcere di Michele Misseri e di sua moglie Cosima, che la procura ritiene la prova della colpevolezza di Cosima e Misseri. Mi pareva strano che era stato estrapolato un piccolissimo frammento dell’intercettazione.

Chi come me ha subito queste nefandezze dalle procure, coglie subito queste anomalie. Sto parlando dell’omicidio della piccola Sarah Scazzi ad Avetrana, in provincia di Taranto.  Oggi un giornalista ha intervistato Michele Misseri su questa intercettazione. Lui gli ha raccontato il contesto del discorso. Alla fine appariva diverso da quello che la procura aveva voluto trasmettere alla gente disinformandola. Il contesto è la sala colloquio del carcere di Taranto. Cosima Misseri va a trovare il marito Michele. La prima cosa che gli chiede è del perchè aveva dato 5-10 euro a Sarah, il marito risponde che non c’era motivo, la moglie continua.. “non è che l’hai violentata?” Il marito risponde di no, la moglie fa un’espressione non convinta, e il marito gli dice.. “se tu vuoi che dica ch l’ho violentata lo farò”.. la moglie risponde che deve dire solo la verità. Insomma, la moglie che voleva sapere la verità diventa un’accusa nei suoi confronti, e la procura in modo fraudolente distorce la realtà. Il giornalista si è comportato da mascalzone, perchè ha detto di non credere a Michele Misseri, ha fatto il gioco della procura, quando Misseri non poteva mentire, essendo che la registrazione è agli atti.

Sono convinto che Cosima Misseri e la figlia Sabrina sono innocenti. La loro sfortuna è che le procure, come spesso accade, si innamorano di una tesi, oppure, per ragioni  mediatiche scelgono i colpevoli, e credo che ciò sia successo anche in questo caso. Ritengo che il maggior responsabile di questo ginepraio sia stato l’ex avvocato di Michele Misseri, che invece di essere l’avvocato di fiducia di Michele Misseri, era la quinta colonna della  Procura, e ha fatto fare tutte quelle dichiarazioni a Michele Misseri, ed ora non è più credibile, anche se dal primo momento si è autoaccusato del delitto.  –  22-06-2011

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Avevo regalato il libro di Carmelo a un mio amico che si trova nel carcere di Salerno, glielo avevo spedito con una busta di spedizione. Oggi ricevo la sua lettera, dove lui mi informa che ha ricevuto il libro, ma che ancora deve leggerlo, perchè è fermo al magazzino, e per le cervellotiche disposizioni della direzione del carcere di Salerno, deve fare uscire il libro tramite colloquio con i familiari, e gli stessi glielo devono spedire, non per corrispondenza, ma con un pacco postale. Questa non è  burocrazia, ma è dispotismo allo stato puro, il prototipo delle baronie feudali. Ormai non mi meraviglio più quanto sento di queste assurde e cieche disposizioni, perchè ciò è passibile per la complicità dei Magistrati di Sorveglianza, i Provveditorati regionali, e le Procure locali; ma principalmente dell’organo supremo del sistema penitenziario, il D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) del Ministero della Giustizia.

Ci sono tanti abusi e piccole torture quotidiane. Tutti sanno, ma nessuno fa niente. C’è un’omertà istituzionale ferrea. Raramente viene fuori un pentito. L’ultimo che ricordo fu un infermiere penitenziario, lo mandarono al G8 di Genova e fece servizio nella caserma di Bolzaneto. Raccontò ai magistrati tutte le torture avvenute nella caserma di Bolzaneto. Scrisse anche un libro “io, l’infame di Bolzaneto”. E’ stato emarginato e trattato come un appestato. Lessi una sua intervista. Il sistema penitenziario ha lati oscuri, come le segrete dei castelli del medioevo.  –  23/06/2011

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Oggi iniziano tre giorni di sciopero -24, 25, 26. Li ha organizzati l’associazione Liberarsi, anche per dare sostegno a Marco Pannella che sta facendo lo sciopero della fame per protestare contro  il sovraffollamento nelle carceri, e per l’emanazione di una amnistia. L’associazione Liberarsi l’ha organizzata anche per aderire alla giornata internazionale dell’ONU contro la tortura, indetta il 26 giugno. Per ricordare la tortura dell’ergastolo, che è una pena di morte diluita nel tempo, infinita e crudele, ed è umanamente inaccettabile, come insegnava Aldo Moro.  Per ricordare la tortura del 41 bis, che è stato legalizzato istituzionalizzandolo. La legge più infame che la Repubblica italiana abbia emanato nella sua storia. Per ricordare la tortura degli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Una sorta di ergastolo bianco, una misura di sicurezza legata all’idea lombrosiana della “pericolosità sociale”, priva di un fine pena definito (quel criminale di Cesare Lombroso c’entra pure in questo). Per ricordare la tortura del quotidiano sovraffollamento carcerario. Settantamila persone pigiate come sardine e in condizioni di degrado assoluto, dove i suicidi si susseguono con  frequenza regolare. La politica non interverrà. Ormai è lontana dalla realtà e dai disagi, che causa anche con le sue assurde leggi. Nonostante tutto ciò, bisogna sempre fare qualcosa. Sono del parere che lottare è sempre meglio che non fare niente.  –  24/06/2011

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Luigi Manconi, ex viceministro della giustizia nel governo Prodi, sociologo e presidente dell’associazione “A buon diritto”, insieme alla ricercatrice dell’associazione e coordinatrice di siti “innocentievasioni.net” e “italiarazzismo” hanno scritto un libro “Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri” (Il Saggiatore).

Nel libro sono raccontati tredici storie di persone.. tutte con un tragico epilogo. Le conosco quasi tutte, perchè in una trasmissione di Lucarelli a Rai Tre furono illustrate, e si capiva chiaramente che furono degli omicidi fatti passare per suicidi. L’uso deliberato e sproporzionato della forza.. per affermare cià che ritengono un loro diritto di superiorità… quando si oltrepassa  il portone di una caserma, carcere e O.P.G. In quel momento diventano spietati e sordi al buon senso di umanità, sicuri dell’impunità assicurata dallo Stato. Manconi scrive “contrastare quelle illegalità e qualunque abuso e comportamento irregolare, chiunque ne sia il destinatario”. Fino a quando ciò non sarà la normalità, questi episodi continueranno sempre.  –  25/06/2011

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Questo governo una ne pensa e cento ne combina. Una elle ultime che ha fatto è stata quella di chiedere ogni mese il certificato di essere ancora in vita a tutte le persone che usufruiscono ella Legge Bocchelli. Questa legge fu emanata per dare un vitalizio a tutte le persone della cultura, arte, spettacolo e sport che vivevano in uno stato di indigenza. Ormai non si preoccupano più di quello che fanno, sono lontani dalla vita reale e non  se ne rendono conto. In Italia, in tutti gli uffici pubblici e privati si chiedono milioni di certificati. La legge Bassanini del 1997 li aveva dimezzati, e con il tempo si prevedeva di ridurli allo stretto necessario, che sarebbe circa 6 milioni. Ma purtroppo lo Stato alimenta ciò che vorrebbe ridimensionare. Pertanto inventa una lotta titanica snellire la burocrazia e renderla a misura della gente.  –  26/06/2011

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Dopo vari colloqui avuti con gli operatori del trattamento rieducativo per i benefici penitenziari, ho capito che è inutile sperare che possano concedermi qualche giorno di permesso per trascorrerlo insieme a mio padre. Devo rassegnarmi e convincermi che, come è successo con mia madre, lo stesso succederà con mio padre, non lo rivedrò più da vivo. Devo farmene una ragione e prepararmi all’evento per evitare che la sofferenza mi annichilisca per troppo tempo, come successe con mia madre.  Il sistema è spietato. Deve distruggerti in tutto, anche negli affetti più cari. Non si accontenta di seppellirti vivo, toglierti l’intera vita, limitarti in tutto. Vuole punirti anche in ciò che ami, affinché il ciclo di dolore sia completo. Non ci si abitua mai a tutte le crudeltà che in tanti anni ha subito. Ma bisogna essere forti per non soccombere al carcere. Meglio morire in piedi che strisciando, inginocchiati  Nietzsche aveva ragione “la sofferenza che non ti uccide ti rende forte”. Posso affermare con consapevolezza che il sistema è più criminale di quello che sono stato io nel passato, ed oggi la mia nuova visione della vita sbatte contro il dispotismo di questo apparato burocratico che non conosce umanità.  –  27/06/2011

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Ho letto un aticolo.. “mai più tossici, ma malati da curare”. Questo lo sappiamo anche noi ignoranti detenti, che i tossici sono malati, solo che lo Stato non vuole saperlo. Li butta in cella, riempiendoli di psicofarmaci per farli dormire tutto il giorno, lavandosene le mani, anche se le cure in una comunità costano un terzo della spesa per metterli in carcere. Lo Stato non si comporta da buon padre, ma da padre sciagurato. Crede che chiudendo  ogni problema sociale nel perimetro elle mura del carcere risolva tutti i problemi. Non fa altro che rinviarli nel futuro. Un giorno usciranno dal carcere e il problema si riproporrà moltiplicato, perchè molto peggiorato. La cura è la soluzione migliore, per recuperare dei malati e dare loro la possibilità di avere un futuro da normali cittadini. I tossicodipendenti sono una sciagura per le loro famiglie, perchè le distruggono in ogni senso, e nessuna famiglia che ha attraversato questo ciclone sarà più come prima. Lo Stato dovrebbe prenderne coscienza e ascoltare gli specialisti del settore e non affidarsi a politici fanatici come il senatore Giovanardi.  –  28/06/2011

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L’amica Antonia mi ha mandato la copia di tutto il diario  dall’inizio fino ad oggi. Nel leggerlo ho trovato le repliche di una mia nipotina.. Annamaria. Le sue parole piene di affetto mi hanno riempito il cuore di gioia. Le voglio un bene dell’anima, anche se non la conosco di persona, ma solo in foto. Ha un posto speciale nel mio cuore, e quando occupa i miei pensieri riempie tutto il mio mondo. Mi rende felice ogni volta che mi scrive. Vorrei tanto conoscerla. Mi auguro che un giorno non lontano arrivi questo momento. Nel frattempo la tengo stretta a me con tutto il bene che nutro per lei.  –  29/06/2011

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I leghisti fanno tanto casino per i rifiuti di Napoli. Come al solito dimenticano i loro trascorsi, quando sotto la loro amministrazione avevano un problema analogo a Milano. Quando il sindaco di Milano era il leghista Formentini, la città era piena i rifiuti come Napoli. Si rivolse  al Presidente della Regione Emilia Romagna, che all’epoca era Bersani, e i rifiuti di Milano furono sversati in Emilia. Con onestà Formentini l’ha dichiarato su  un quotidiano in un’intervista. Credo che l’abbia fatto per fare capire che bisogna aiutarsi tra amministrazioni. Borghezio, come è suo costume, deve dare il tocco di classe in ogni dichiarazione.. “Roma è sporca come Calcutta”. Le sue bestialità servono, credo, solo per farlo stare bene. E’ la sua natura. La decadenza della politica italiana deriva maggiormente da questi tristi figuri. Dimenticano i leghisti che le discariche del Sud sono sature, perchè sono piene di tutti i rifiuti speciali delle regioni del Nord, che hanno rovinato la Campania, che un tempo era considerata Felix, perchè era la più fertile d’Italia.  –  30/06/2011

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Stamane sono andato a un corso istituito da una associazione di volontariato. Si basa sull’economia quotidiana: matematica, conciliazione (la nuova legge sui processi civili), e come aprire e gestire una attività. Mentre stavamo facendo alcune cose sulla matematica, mi sono guardato intorno. Tutti e dieci componenti del corso siamo dei condannati col famigerato 416 bis C.P. Pertanto esclusi da qualsiasi opportunità imprenditoriale, e anche nel ramo della conciliazione, essendo una specie di giudice privato. Questi corsi sono finanziati allo Stato,  nei vari rami della sua amministrazione. Ministro ella Giustizia, regioni, province  e comuni. Mi chiedo.. se non possiamo adoperare ciò che impariamo… perchè lo Stato spende questi fondi che non hanno una finalità né rieducativa per un futuro reinserimento  e né materialmente dopo avere scontato la pena? L’impressione è che lo Stato truffa sia se stesso e sia la società civile. Credo che i detenuti e il carcere in generale siano un buon business, e pertanto tutto viene fatto affinchè le repliche al teatro siano infinite.  –  1/07/2011

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Su un quotidiano c’era la foto di una volpe morta per colpa dei rifiuti. Aveva la testa infilata in un barattolo ed era rimasta soffocata. L’associazione cacciatori altoatesini denunciavano il pericolo mortale che i rifiuti rappresentavano per gli animali selvatici. Non sono non si dovrebbero lasciare i rifiuti quando si va in giro nei boschi e nelle montagne, ma si dovrebbero chiudere tutte le discariche nei parchi nazionali, sia per preservare i luoghi e sia per evitare pericoli alla fauna.  –  2/07/2011

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In Sicilia, a Vittoria, in provincia di Ragusa, nei confini delle acque territoriali della costa ragusana, a una profondità tra i 9 e i 60 metri, vogliono prelevare la sabbia per adoperarla per le spiagge del Nord che sono state erose dal mare. I pescatori si oppongono, perchè tutto questo raschiamento asporterà tutto, uova e specie ittiche. Sarà la distruzione totale e la tomba della pesca. Non basta al Nord usare il Sud come mercato per i loro prodotti e come discarica per i rifiuti tossici. Ora lo vogliono usare anche come cava. La singolarità di queste notizie è che non hanno risonanza mediatica, ma sembrano quasi che vengono occultate dai quotidiani nazionali. Si trovano solo nei quotidiani locali.  –  3/07/2011

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Dopo avere letto un articolo su  un PM che è stato messo in aspettativa per infermità mentale, perchè aveva ipotizzato che il delitto di Melania Rea, la moglie del caporale militare in servizio ad Ascoli Piceno..  fosse stato un omicidio avvenuto in ambito militare da parte di una setta satanica massonica. Il PM in questione si chiama Paolo Ferraro, in servizio alla Procura di Roma. Non credo fosse la prima volta che avesse comportamenti simili. L’hanno fermato adesso perchè il caso di Melania ha molta risonanza mediatica. Chissà quante ne ha combinate in passato. Ma finchè si trattava del popolino, la corporazione dei magistrati l’ha protetto e coperto. Mi viene in mente il PM di Torino che sul quotidiano “Fatto quotidiano” del 27 febbraio 2011, delirava che l’ergastolo si sconta con 15 anni e mezzo di carcere. Questi episodi sono solo la punta dell’iceberg. Per questo motivo ci vorrebbe una legge che istituisca un controllo periodio di salute psichiatrica  e di capacità di saper svolgere il proprio lavoro, per tutti i magistrati.  –  4/07/2011

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Pensando a quello che ho scritto ieri, e ricordando il discorso del Presidente della Repubblica qualche mese addietro, sui dieci magistrati vittime di agguati della criminalità e della politica, aveva detto che avevano salvato la democrazia. Non condivido questa affermazione, perchè la casta della magistratura non ha niente a che vedere con la democrazia, anzi  si sono sempre messi a disposizione del potere di turno, come fecero con il fascismo e non mi risulta che ci fu qualcuno che dissentì. Nell’Università ci furono dodici professori che dissentirono, nella magistratura nessuno. Furono molto zelanti anche con l’adesione ai Tribunali Speciali. Nessuno ha ricordato, nè tantomeno l’ha fatto il Presidente, delle migliaia di vittime della magistratura. Ogni tanto quando conviene alla politica, vengono ricordati i fatti più eclatanti come quello di Tortora. Tutti i giorni ci sono vittime da parte della corporazione dei giudici, anche con suicidi, famiglie distrutte ed economie rovinate. Ma viene tutto coperto dal loro potere di censura e dall’omertà istituzionale. I magistrati non pagano mai per i loro misfatti. Hanno la certezza dell’impunità assoluta, pertanto parlare i una dittatura  giudiziaria non è campato in aria. L’evidenza dei fatti non si può smentire.  –  5/07/2011

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Il capo dei Salesiani olandesi, padre Herman Spranck, ha dichiarato che non condanna la pedofilia. Un’affermazione che meritava la levata di scudi da parte della Chiesa, e ampia risonanza da parte dei media. Invece silenzio, solo un piccolo trafiletto di 7 cm. per 4 cm. La censura del potere della Chiesa è molto forte, pertanto i proclami contro la pedofilia sono chiacchiere al vento, se il capo di un ordine molto importante può dire impunemente una cosa così grave.  –  6/07/2011

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Il popolo della Val di Susa protesta da tanti anni per un’opera che ritengono devastante per la loro Valle. Siccome si è arrivati al punto che se non iniziano i lavori, l’Italia perde 600 milioni di euro dell’Unione Europea, allora lo Stato si è mosso con la forza e con il fango mediatico. Hanno usato la forza della polizia in modo pesante, e il fango mediatico, etichettandoli terroristi. Un linguaggio indegno e infame. I media, con il loro servilismo stanno preparando il terreno per un altro G8. Tutti i fermati vengono massacrati di botte. A parte le loro denunce e i referti medici, lo si vede dalle foto degli arrestati fatte vedere nei notiziari TV. La copertura dell’impunità viene dalla politica di destra e sinistra, una massa di pusillanimi edita solo a preservare il proprio potere e i propri privilegi. Secondo questi signori, il popolo dovrebbe essere un gregge di pecore e sottostare a tutte le loro decisioni, senza avere voce in capitolo. Dovrebbero spiegare alla gente, perchè devastare una Valle e la vita dei suoi abitanti, per una infrastruttura che serve solo gli imprenditori, che a loro volta mirano ai 17 miliardi che servono per finanziare l’opera, che poi si triplicheranno. Quando poi questo governo non fa che tagliare servizi per la comunità (l’ultimo taglio  è di cinque miliardi), sembra pi una prepotenza estorsiva he un intervento dello Stato per il bene comune. Un amico che lotta in Val di Susa, mi ha mandato queste foto che vengono dal Kurdistan “la solidarietà non ha confini”. I Kurdi sono un popolo he ammiro molto . Sanno bene cosa significa la repressione e la lotta.  –  7/07/2011

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Hanno fatto un  blitz a Napoli, arrestando alcune persone. Tra gli inquisiti c’era il capo della mobile di Napoli, ritenuto un eroe per gli arresti di latitanti fatti in passato. Gli stavano facendo anche un film, bloccato dopo questa inchiesta. Lui non è stato trasferito, ma trasferito alla Criminalpol di Roma. Il Ministro degli Interni e il Capo della polizia si sono subito affrettati a difenderlo, credo anche senza sapere i fatti. Le accuse di un pentito, le intercettazioni e i fatti accertati, lasciano pochi dubbi all’immaginazione, anche sei fatti rappresentati ai giornalisti vanno presi con le pinze, essendo che fanno dei ricami per vendere i quotidiani, pertanto solo la verifica di un processo può stabilire bene  i fatti. Quello che non riesco a capire è perchè ci sono sempre di mezzo distinzioni. Il popolino viene sempre arrestato, e questi signori vengono trasferiti, o al massimo sospesi. Il suo amico, con cui avrebbe commesso questi reati, è stato arrestato insieme alla moglie. Due pesi e due misure. Ma ormai in Italia non è una novità.  –  8/07/2011

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L’amico Gianfranco di Parma mi ha scritto una lettera molto bella. Voleva studiare per corrispondenza il Vangelo di Giovanni. Ma siccome non sono molto portato per questi studi teologici, lui ha capito  e mi ha scritto “tutti noi abbiamo la presunzione di pensare che tutto ciò che ci piace deve piacere anche agli altri”. E che questo sia un errore, lo ricorda quel bellissimo aforisma di Oscar Wilde “non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te (Gesù), ma anche non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, potrebbero avere gusti diversi”…. “Penso comunque che il tema della libertà sia fondamentale per tutti gli esseri umani, e sono convinto che la parte migliore di te non può essere imprigionata. Tu hai fatto l’esperienza del tuo spirito libero che, liberamente, indirizza intelligenza, volontà e affettività. Il tuo spirito studia, liberamente si arricchisce, si confronta e nella libertà, cresce”. Queste parole mi hanno fatto molto piacere. Mi mancano i colloqui con lui. Un uomo di grande cultura e di immensa umanità, che stimo e ammiro molto.  –  9/07/2011

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Mi ha scritto Luciana da Parma. Come Gianfranco fanno volontariato nel carcere di Parma, dove li ho conosciuti. Aiuta i detenuti per le pensioni, disoccupazione, ecc. Mi ha informato che presto il Direttore del carcere di Parma andrà via. Sarà promosso e trasferito al Ministero. L’impressione è che promuovono tutti i Direttori che sono  rigidi, che limitano e opprimono i detenuti. Tempo fa lessi e scrissi della promozione dell’ex Direttore dell’Ucciardone di Palermo. Ora riesco a comprendere l’immobilismo del Ministero, e la delega totale alle singole carceri. Ciò accadrà fino a quando il Ministero sarà solo un luogo di potere degli estremisti. Luciana è una grande donna, ci facevamo lunghe chiacchierate, alimentava in me la fiducia nella società, in lei vedevo il mondo come desideravo che fosse. Ammiro la sua convinzione in ciò che fa. Nutro una profonda e sincera amicizia nei suoi confronti.  –  10/07/2011

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Leggo che il governatore della Sicilia, Lombardo, ha proposto l’abolizione delle province siciliane, dopo l’indecoroso comportamente tenuto in Parlamento con la votazione contraria del PDL e della Lega, e con l’ostruzione del PD. Il PDL, la Lega e il PD, in campagna elettorale avevano strombazzato ai quattro venti he avrebbero abolito le province. L’avevano messo anche nei loro programmi. IDV e UDC avevano presentato una legge per l’abolizione delle province italiane. Il PD aveva l’occasione sia di tagliare i costi della politica, e sia di sconfiggere il governo materialmente e moralmente. Invece, in modo vergognoso si è astenuto. Sarebbe veramente un evento se la Sicilia facesse questa riforma, danto l’esempio. La casta politica dice di volere fare, ma nei fatti non vuole fare niente. Questa politica non vuole fare riforme, sono lo slogan elettorali. Mirano solo a conservare poteri e privilegi.  –  11/07/2011

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Tempo fa avevo visto la pubblicità di un film.. “Ipazia”.. su una TV, poi non l’ho più visto. Mi è capitato tra le mani un articolo che commentava il film, e un testo teatrale. Non avevo mai sentito parlare di Ipazia, neanche letto qualcosa in un libro. Un personaggio cancellato dalla storia per volere della Chiesa. Ipazia è stata la prima scienziata della storia. Una matematica eccellente, e con un cultura vastissima. Era una donna che, già a quei tempi, riteneva che la ragione dovesse prevalere sull’oscurantismo religioso e le ideologie di qualsiasi genere. Questi ragionamenti visti bene, principalmente dai fanatici religiosi. Il vescovo Cirillo di Alessandria d’Egitto l’aveva attaccata in ogni modo, fomentò la gente contro di lei, e i fanatici cristiani la uccisero e ne bruciarono il corpo per farlo sparire. Il vescovo dichiarò pubblicamente che Ipazia era sana e salva ad Atene, mentendo spudoratamente perchè era stato il mandante morale dell’assassinio e sapeva della sua uccisione e sparizione. Con tutto ciò, questo vescovo fondamentalista venne dichiarato santo nell’ottocento dalla Chiesa. Ipazia fu uccisa nel 415 D.C., per sedici secoli è stata fatta dimenticare dal potere religioso, ma la storia l’ha fatta risuscitare, facendo giustizia e ridandole il posto che merita nell’Olimpo dei grandi.  –  12/07/2011

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Avevo letto già su Wired (una rivista a cui sono abbonato, e che ritengo piena di idee per le nuove tecnologie, principalmente per quanto riguarda l’informatica e internet) questa notizia. Leggo su un quotidiano che il “Movimento a cinque stelle” installa, con poche spese, l’accesso a internet gratuitamente. Ritengo questi ragazzi degli eroi, perchè la rete deve essere gratuita per tutti. Come una volta c’era il telefono fisso  in ogni cosa, così dovrebbe essere oggi con internet. Se ciò fosse fatto, lo Stato risparmierebbe miliardi di euro, perché tutti i cittadini potrebbero fare quasi tutto da casa, dai certificati negli uffici pubblici alle prenotazioni sanitarie.. banche, poste, ecc. Ma principalmente, si risparmierebbero milioni di ore di lavoro, che si sprecano nelle file per accedere ai vari uffici. Questo enorme progresso viene frenato dalle multinazionali del settore, perchè guadagnano tanti miliari di euro. Se l’accesso a internet fosse gratuito, andrebbero in rovina.  –  13/07/2011

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Questa maggioranza di governo per tenersi stretta la Chiesa, si allinea a tutti i diktat del Vaticano, solo per mero opportunismo, mirando esclusivamente ai voti che controllano le gerarchie ecclesiastiche. Stanno discutendo la legge sul testamento biologico. Deve essere una mostruosità, perchè hanno tolto ogni diritto  di decisione sulla  nostra vita. Neanche i dottori possono farlo. Sembra di essere tornati agli anni bui del Medioevo. Mina Welby, vedova di Piergiorgio Welby, ha dichiarato che è inorridita di fronte al mostro che stanno emanando. Si è detta subito pronta a a raccogliere le firme per un referendum, supportata dall’Associazione Luca Coscioni. La libertà di scelta è un diritto, e nessun dogma religioso o politico può soffocarla. Il ministro Alfano è ora segretario del PDL. Ha dichiarato che è una legge moderna, la migliore in Europa. Questo ha la faccia di bronzo peggiore del suo padrone. I referendum devono diventare l’espressione della libertà popolare contro la cricca della casta politica.  –  14/07/2011

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Mi ha sempre affascinato il caso di Ettore Majorana, uno dei ragazzi di via Panisperna. Così erano chiamati un gruppo di giovani fisici italiani, ritenuti i più brillanti dell’epoca. Majorana era il genio del gruppo; lo ha sempre riconosciuto Enrico Fermi, anche lui del gruppo, ma diventato il più famoso, sia per il Nobel avuto nel 1938, e sia per avere partecipato al progetto per la bomba atomica in America, durante la Seconda guerra mondiale. Ettore Majorana scomparve nel 1938 sul traghetto Napoli-Palermo. La tesi è sempre stata il suicidio. Recentemente è stata aperta un’inchiesta, perchè un ex ispettore di polizia ha dichiarato di averlo incastrato in Venezuela e ha prodotto una foto insieme a lui. Tante persone lo avrebbero visto tra l’Argentina e il Venezuela. Non credo che tutti abbiano avuto delle allucinazioni. Personalmente credo che se ne sia andato in Sud America, anche se non immagino il vero motivo, essendo che ne sono stati immaginati tanti.  15/07/2011

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Ho finito di leggere il libro di Alfredo. Una fotografia dei momenti, delle cose e dei pensieri più belli che l’hanno colpito durante il percorso della sua vita. Il titolo “Si viene per dare” è molto significativo, perchè se ognuno di noi avesse presente, durante il percorso della vita, questo concetto, ci sarebbero meno comportamenti egoistici e più azioni altruiste, come è giusto che sia in una comunità, un villaggio, una città o nel mondo intero. Ognuno di noi si può rispecchiare nel libro, troverà un pò di se stesso, di ciò che fu e di ciò che poteva essere, di ciò che è  e non è stato. Un mare dove c’è posto per tutti per fare il bagno.

Tra i tanti capitoli che ho apprezzato, c’è quello a pag. 185 sulla Resistenza Umana (come “Regressisti”).. a pag. 213.. ne potrei citare tanti dei capitoli del libro, da Baggio al frate guardiano.. alle canzoni, ecc. Credo anche io, che abbiamo perso quella sensibilità dello spirito, che alimenta l’empatia con tutti i viventi di questo pianeta. Se tutti avessimo l’equilibrio e la pace dell’anima di Alberto Cantoni (sciamano, si parla di lui in una parte del libro), la terra sarebbe il Paradiso che tanti hanno descritto. La “dedizione totale” a ciò che ci si preffigge, porterà un giorno Alessio (Alessio Tavecchio, ragazzo entrato in coma e risvegliatosi compretalmente paralizzato nell’uso delle gambe) a tornare a camminare con le proprie gambe, con la stessa forza di David (altro personaggio di cui si parla nel libro, come Alessio) che gli anziani della sua tribù buttarono in acqua per richiamare il suo spirito. Carmelo (Carmelo Musumeci, in un capitoletto si parla anche di lui) è sempre una novità. Ogni volta che lo leggo provo emozioni diverse. Riesce sempre a centrare il punto delle cose, senza “se” di sottomissioni o “ma” di condizionamenti del sistema.

ll pezzo del grande saggio indiano Patanjali (uno dei più grandi saggi della storia dello Yoga), tratto dalla sua opera, “Yoga Sutra” è magnifico:

“Quando sei ispirato da un grane proposito, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini. La tua mente trascende le limitazioni, la coscienza si espande in ogni direzione e ti ritrovi in un nuovo, grande mondo meraviglioso. Le forze, le facoltà, i talenti addormentati si ridestano, ed ecco che diventi una persona molto, molto più grane di quello che avevi osato sognare”.

Mi piace molto, perchè anche io penso che siamo noi stessi a porci dei limiti, limiti che ci tarpano le ali.. quando invece dovremmo volare sempre. Caro Alfredo hai scritto un bel libro. Hai tempi e la sensibilità giusta per proseguire su questo percorso. Ti auguro il successo che meriti, ma principalmente che la tua anima continui a volare.  –  16/07/2011

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Mi sono reso conto che  a volte, senza volerlo, con espressioni datate nel tempo, si può offendere le persone e passare per razzista. Mentre discutevo con l’amico Rocco del dentista che deve venirci a fare visita, gli chiedevo di sapere il giorno in cui veniva, siccome lui prolungava il discorso con tanti perchè.. per mettere fine a tante risposte gli ho detto.. “per non farci trovare impreparati e presentarci come degli zingari”. Vicino a me c’era Fiore, si è risentito. Gli ho spiegato che non c’era da parte mia nessun senso offensivo, anche perchè sono cresciuto con loro, ne conosco tanti, ho alcuni amici, ho avuto coimputati e una famiglia è ancora mia vicina di casa. Con calma, riflettendo sull’accaduto, ho pensato che alcune  affermazioni di uso quotidiano, che si perdono nella notte dei tempi, sono state coniate per un pregiudizio ancestrale contro gli zingari, come è accaduto per gli ebrei. E anche se vengono usate senza cattiveria, sono sempre offensive. Dovremmo coltivare il nostro linguaggio, e pulirlo da certe stupide espressioni. Una parola può offendere, ma maggiormente ferire l’animo, anche se detta in buona fede, contribuendo a creare, nell’immaginario di chi la riceve, l’impressione di avere di fronte una persona diversa da quella che è realmente. Il pregiudizio contro gli zingari è ancora vivo. In alcune occasioni mi sono trovato  difenderli perchè ancora esistono retaggi medioevali, ma  ho anche capito che è l’ignoranza di non conoscere che alimenta il pregiudizio. Sono molto dispiaciuto dell’accaduto, perchè comprendo  che Fiore e suo figlio penseranno che abbia dei pregiudizi, quando invece si tratta di pensieri lontani da me anni luce. Ho dei ricordi piacevoli delle storie avute con ragazze zingare, quando abitavo in un rione dove eravamo pari famiglie. Uno dei miei nipoti, Antonio, il figlio di  mio fratello, frutto di una relazione con una ragazza zingare, si è sposato e ha due figli, pertanto ho un nipote e due pronipoti zingari.. come potrei avere pregiudizi? Da oggi in poi, non solo controllerò il mio linguaggio, ma mi adopererò per ripulirlo da riferimenti di qualsiasi tipo che possano offendere.  –  17/07/2011

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Mi è capitato tra le mani uno scritto sulla sentenza della Corte Costituzionale della Germania, in merito ad aveer un posto letto detentivo che non lea la dignità delle persone o, in caso contrario, scarcerarle. Menziona ciò che hanno fatto i norvegesi 25 anni fa. Fanno scontare la pena quando si libera il posto letto. Si potrebbe fare anche in Italia, invece di fare le sceneggiate cinematografiche di andare a prendere a casa le persone che aspettano con lo zaino pronto per il carcere. Come si dovrebbe fare anche con la carcerazione preventiva. La Costituzione sancisce che solo quano la sentenza è definitiva si è colpevoli. Allora, perchè bisogna anticipare la carcerazione senza sapere se si viene condannati? Basterebbero queste due cose per sfoltire del 70% le carceri, ma la politica non vuole. Le interessano che le cose rimangano come sono, così possono attingere nei loro discorsi politici e usarli demagogicamente a 360 gradi. Allego lo scritto, perchè è interessante e meritevole di essere letto:

“La Corte Costituzionale tedesca, con una sentenza storica, obbliga le autorità penitenziarie del Paese, a rilasciare  un detenuto, qualora non siano in grado di assicurare una prigionia rispettosa dei diritti umani fondamentali. Si tratta di una decisione giudiziaria che rovescia una giurisprudenza precedente molto più cauta e che, nella gerarchia dei valori costituzionali, ritiene di anteporre il valore della dignità umana a quello della sicurezza. Il caso riguardava un detenuto originario del Nord-Reno Westfalia. Costui era stato rinchiuso durante la sua carcerazione, per 23 ore su 24, in una cella di 8 metri quadri, con annessa toilette non separata da alcun muro divisorio. Il detenuto doveva condividere lo spazio con un’altra persona. Per cui ognuno di loro aveva a disposizione solo 4 metri quadri, bagno compreso. In quelle condizioni c’era stato 151 giorni. Gli era consentito farsi la doccia solo 2 volte alla settimana. Inoltre, la persona con cui condivideva la cella era un fumatore e ciò, a dire della Corte, aggravava la qualità della vita. Il sistema penitenziario tedesco è organizzato su base federale. La Regione – alla quale egli aveva fatto ricorso – gli aveva dato torto. La Corte Costituzionale federale, invece, lo scorso 9 marzo, gli ha dato ragione. Secondo i giudici supremi tedeschi non si può vivere in meno di 6-7 metri quadri. Se lo Stato non è in grado di assicurare una simile minima condizione detentiva, allora dovrà in extrema ratio, rinunciare alla punizione e liberare i detenuti in surplus rispetto agli spazi disponibili. Di conseguenza, i detenuti che vivono in condizioni simili a quelle descritte, potrebbero richiedere l’interruzione, oppure il reinvio della pena. La decisione tedesca – più radicale nei contenuti rispetto ad analoghe prese di posizione di corti nazionali di altri paesi – di fatto apre la via alle liste di attesa penitenziarie che già sono state realizzate in altri paesi del Nord Europa.

Il governo norvegese, oramai 25 anni fa, così intitolò il piano di edilizia penitenziaria “ridurre le attese per scontare la pena”. Era ovvio, per il governo scandinavo, non incarcerare persone alle quali non potesse essere assicurato  un posto letto. Le liste di attesa per i detenuti sono un’invenzione norvegese. Se non c’è posto in carcere si aspetta a casa che il posto si liberi.

Poi sono arrivati il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la Corte europea dei diritti dell’uomo a fissare gli standard ineludibili di vita penitenziaria, tra cui metri quadri che ogni detenuto deve avere a disposizione affinchè lo Stato non incorra in trattamenti umani e degradanti. I giudici di Strasburgo hanno, nel luglio 2009, condannato l’Italia perchè, nel caso Sulejmanovic (detenuto di origine bosniaca) aveva costretto un prigioniero a vivere in meno di 3 metri quadri, e ciò, secondo i giudici europei, costituisce una ipotesi di violazione dell’art. 3 della Convenzione sui diritti umani del 1950 che proibisce la tortura. Da allora, centinaia sono stati i ricorsi presentati alla Corte, che da un momento all’altro dovrebbe iniziare a decidere al riguardo.

 D’altronde la Germania – ove è stata presa una decisione che può ben essere definita epocale – ha un tasso di affollamento inferiore al 90%, ossia ha più posti letto che detenuti. L’Italia è messa molto peggio: ha un tasso di affollamento che supera il 150%. In Europa siamo superati sono da Bulgaria e Cipro. Anche per questo è stata avviata dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, presieduta da Pietro Mercenaro, una indagine conoscitiva sula situazione delle carceri in Italia. Martedì scorso sono iniziate la audizioni.”   –  18/07/2011

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Oggi, sentendo in TV uno dei predicatori di odio, che, come al solito, nei suoi discorsi dispensava odio a piene mani senza  mai dare la soluzione a un problema.. per risolvere un degrato ambientale, sociale e di sviluppo. Forse neanche ci pensano, perchè, se si risolvono questi problemi, cosa fanno poi questi profeti della sofferenza? Pertanto non vogliono che venga sanato nessun problema. Mentre ascoltavo e pensavo a queste cose, mi è venuta in mente una frase che ho letto nel libro di Alfredo, “Si viene per dare”, che ho finito di leggere due giorni fa. Ricordo anche la pagina, 210. La frase diceva… “chiunque parla solo di degrado e di desolazione, anche  se lo fa a fin di bene, è al servizio del degrado e della desolazione”. Ogni problema ha una soluzione. Basta avere il coraggio di trovarla. In questo caso possiamo dire.. se si ha la volontà e l’interesse di trovarla.  –  19/07/2011

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La vendetta di un precario che ha lavorato 15 anni in Parlamento, sta facendo molto rumore su facebook, sta svelando tutti i privilegi e le ruberie varie che commettono i parlamentari. alle lettere anonime che si scrivono per avere l’auto blu con la scorta, alle denunce di furti di oggetti di lusso, perchè beneficiano di una assicurazione con rimborso integrale.. voli aerei gratuiti, bollette telefoniche, e tante altre meschinità. Ormai hanno perso il senso della vergogna. Sono capaci di tutto e vivono lontani dal paese reale. Vivono di politica un milione e trecentomila persone. Credo che non ci siano eguali nel mondo. Bisognerebbe tagliarne più della metà. Ma come finisce la bufera, tutto tornerà come prima. Solo la piazza può sovvertire questa illegalità legalizzata, perchè ormai l’inquinamento  canagliesco non è solo nei piani alti, ma in tutti gli strati delle istituzioni. Nell’ottica generale siamo noi i delinquenti che inquinano la società e bloccano lo sviluppo del Paese. Mi auguro che la gente si svegli e faccia piazza pulita di questi mascalzoni.  20/07/2011

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Li chiamano gli angeli della monnezza. Tramite la rete si sono passati la voce e stanno pulendo Napoli. Si chiamano CLEANAP. Si danno appuntamento nel luogo che vogliono pulire, una piazza o una strada, e, armati di guanti, scope e spugne, lavano per bene il posto scelto. Ciò ha contribuito a fare partire anche la raccolta differenziata. Non è la gente che non vuole fare le cose, ma sono le amministrazioni che non sono capaci, e, per corruttele varie, creano queste situazioni. L’amministrazione di Salerno, distante 50 km, nel giro di pochi mesi, ha fatto diventare Salerno una delle città più pulite d’Italia. La gente risponde sempre bene, quando i politici sono seri, onesti e capaci.  –  21/07/2011

 

L’UOMO DELL’EST- la rubrica di Gerti Gjenerali

Ritorniamo ad incontrare Gerti Gjenerali (di origini albanesi.. detenuto a Spoleto) e la sua rubrica, L’UOMO DELL’EST. Pubblico oggi la terza parte di un “materiale” che ho cominciato a pubblicare negli ultimi due appuntamenti della rubrica di Gerti  (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-7/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/13/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-8/). Si tratta di rispsote, scritte da Gerti, nell’ambito del questionario che Giovanni Spada, anch’esso detenuto a Spoleto, ha sottoposto a vari detenuti, con almento 12 anni di “esperienza” di detenzione continuativa, al fine di raccogliere materiale per la preparazione della sua tesi di laurea dal   “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”.

Di Gerti ho già diverse volte parlato in questi appuntamenti. Gerti è “vivo”. Di quelli cioè che non si arrendono a vegetare, alzandosi la mattina con lo scopo di tirare avanti per un’altra giornata. Gerti è di quelli che voglio restare vivi, che vogliio restare in pieti. Gerti non è un santo. Non vuole essere. Ai solti strabici o daltonici.. ricordiamo che il gioco dei finti opposti con noi non funziona. Qui non si angelica nessuno. Sulle Urla dal Silenzio non è in voga alcun perdonismo, nessun garantismo peloso o a senso unico. Qui non si passa una lastra di calce bianca sulle storie passate, nè si costruiscono figure da presepe. Noi non siamo per l’impunito l’oblio, ma neppure per linciaggi, forche, vendette e pregiudizi. Quelle ve le lasciamo, ve le lasciamo volentieri. Qui crediamo in una parola molto semplice.. GIUSTIZIA.. GIUSTIZIA VERA.. che è inscindibile dal rispetto della dignità del detenuto, dalla presenza di percorsi riabilitativi veri, dalla scommessa sulla crescita e l’espansione mentale, emozionale… da piccole cosette come la speranza e il rinnovamento delle vecchie storie.. nella prospettiva di una RICONCILIAZIONE tra condannato e vittima.. detenuto e società.

Gerti è onesto. Ammette senza giri di parole ciò che è stato. A un certo puntos scrive..

“Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare!”

Già ammettere questo vuol dire tanto…

Gerti ha fatto onore al suo tempo. Non si è messo a vegetare e a grattarsi. Ma ha studiato e letto come un ossesso. Raramente “qui fuori” ho visto qualcuno che si è dedicato con tanta passione allo studio e alla lettura. Adesso un milione di storie abitano in lui. Potrebbe narrarle in giro. Andare in scuole, istitui, luoghi “traballanti”. Non come divo.. ma come qualcuno che può aiutare gli altri.

Gerti scrive in un altro passaggio..

“La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. “

Il carcere diventa quasi sempre una sorta di campo di sterilizzazione mentale. Anni e anni che passano come un rullo compressore fino a trasformarti in un’Ombra.  Resistere diventa importante. Studia, scrivi, sogna, disegni, dipingi, recita, crea.. scrivi lettere interminabili.. medita, prega, viaggia con la mente.

Lo scopo è restare vivi. Ovunque voi siate.. bambini in istituti.. ospedali.. detenuti.. Chiunque voi siate.. restare VIVI.

Portatevi nel cuore la speranza. Un giorno uscirete e potrete dare qualcosa di buono a tutti gli altri. E riuscirete a farlo non grazie a quello che il carcere è stato.. Ma NONOSTANTE quello che il carcere è stato.

Vi lascio a queste altre risposte di Gerti. Come vedete.. le domande del questionario sono sempre le stesse… ma cambiano i contesti di riferimento. Quindi le risposte sono un costante arricchimento.

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SECONDA FASE- si tratta di rispondere alle stesse domane facendo riferimento alla seconda fase dell’esperienza di reclusione e ai cambiamenti.

1)- Sfera degli affetti e dei sentimenti (le persone che amavi di più e che ti amavano di più, ciò che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nella seconda fase della mia carcerazione il cammino divenne più arduo. All’improvviso, dopo una piccola battaglia in Cassazione, arriva come una bomba la notizia del mio definitivo. Non potevo più fare niente per me stesso. Per la legge io ero colpevole, dunque cattivo. Dopo il primo stordimento mi sono detto: <<va bene, ne prendo atto, che faccio ora?>>. Chiamo casa e dò loro la brutta notizia; i miei vecchi non capivano che cosa mi era successo. Dico ai miei famiglieri: <<non torno più a casa, mai più!>>.

Il mio vecchio mi risponde: <<Figlio mio non ti preoccupare che il Santo Padre (Giovanni Paolo II) vuole bene ai detenuti, e darà una piccola amnistia>>. Queste parole furono come una coltellata al cuore; loro non potevano capire in che mani ero finito. Fu un bruttissimo periodo, anche perchè mi avevano arrestato l’unico fratello che avevo. Era venuto in missione in Albania per aiutarmi. Fu condannato anche lui. Due figli, tutti e due in carcere in Italia. A casa mia erano in lutto, una vera tragedia.

Per non impazzire mi buttai sui miei adorabili libri. Cominciai a leggere i classici e la mitologia. Studiavo per me stesso, per ingannare il tempo morto. Questa volta non erano le persone che amavo, ma erano i miei libri: Erodoto e Tucidide. Provavo una certa passione per gli antichi greci, essendo anche io di origine Epirota (nord della Grecia). Mi allontanai da tutti gli affetti, dalla mia famiglia, alla ita di fuori e, soprattutto, le notizie non mi appartenevano più. Ero io ed i miei amici spartani, e le loro regole austere. Ritrovavo in loro la mia cultura e il mio vecchio stile di vita. E andai così avanti per un pò di anni. Finchè un bel giorno arrivano i poliziotti e mi dicono che devo cambiare “casa”. Mi stavano trasferendo. Il Ministero, dopo svariate richieste di mio fratello, accetta di mandare me nel carcere dove era detenuto lui. E’ stato umano a parte sua: ci ha sbattuti in carcere sì, ma almeno ci ha messi insieme. Così, una volta a settimana potevo fare colloquio con un mio famigliare, carcerato pure lui. Dopo anni rividi mio fratello che amo molto. E fu un’altra testata in pieno viso.

2- Sfera delle relazioni affettive (le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nuovo carcere, nuove regole. Ormai ci ero abituato, avevo girato un pò di carceri. Ma questa volta stavo in un carcere con il mio fratellone. Io e lui siamo sempre stati liberi, vederci qui fu triste. Metà della nostra famiglia stava in carcere. Neanche pochi giorni, e la Direzione mi notifica un’altra pena aggiuntiva: un anno e mezzo di isolamento diurno. E’ una pena che danno solo agli ergastolani affinchè non si scordino che lo Stato li educa. Applicai, per non impazzire, il mio stile di vita. Mi ero fissato che questi volevano ammazzare il mio bene più prezioso, la mente. Sport e lettura ogni giorno, e comincio ad aprirmi alla comunità carceraria, visto che qui mancavano i miei paesani.

Dopo mesi di preghiere dei miei familiari, acconsentii a fare venire il mio vecchio a colloquio, dopo tutto erano passati cinque anni. Ci autorizzano una visita unica. Io, mio fratello e mio padre. Fu un giorno molto triste. Vidi nei suoi occhi, oltre alle lacrime, tanta malinconia e delusione. Per la prima volta in vita mia vidi il mio vecchio piangere. Un omone di cento chili che piangeva senza ritegno. Conoscevo la sua disciplina e durezza. Gli dico: <<non piangere, non dare soddisfazione ai mangia spaghetti>>. Lui mi risponde: <<quando diventerai padre e vedrai i tuoi due figli in galera, allora capirai che cosa  vuol dire>>. Quel giorno mi resi conto di avere condannato pure la mia famiglia all’ergastolo. Mio fratello per quasi due ore guardava per terra per la vergogna: <<Cazzo! Avevamo davanti a noi l’eroe nazionale ello sport che piangeva come un ragazzino>>. Non ho parole per descrivere tutto questo, e penso che da lì cominciai a pensare di più alla mia sopravvivenza, ma non a quella fisica.. ma a quella più importante: quella mentale.

3)- Sfera degli interessi (ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condividevi questi interessi, i motivi)

Appresi con molta sorpresa che il carcere dove mi trovavo (Spoleto) era un pò diverso. C’era l’opportunità di frequentare la scuola e di avere più spazio per lo studio. Finì l’isolamento, e cominciai a frequentare i miei compagni di sventura. A dire il vero era la prima volta che frequentavo e parlavo con gli altri, perchè quando stavo fuori ero in compagnia solo di compaesani. Iniziai a migliorare la lingua, dopo di che mi ero messo in testa di frequentare l’Istituto d’Arte. Ma subito sorge un problema. Dovevo avere la terza media! Così faccio la scuola. Cominciai ad avere un confronto con persone che venivano da fuori. Finito l’anno scolastico conseguo la licenza media italiana. Fu importante per me, perchè grazie alla tenacia di una professoressa imparai a scrivere. E intanto andavo avanti facendo visita a mio fratello carcerato. Io e mio fratello eravamo sì nello stesso carcere, ma in regimi diversi, pertanto potevamo incontrarci sono per un’ora alla settimana. E coì, un piccolo ex comunista si stava pian piano abituando alla nuova realtà.

4) Sfera degli apprendimenti  (titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare, le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici..)

Andavo avanti senza una meta, frequentavo la biblioteca, mi dedicavo alla mia lettura preferita. Dopo la licenza media mi ero preso un anno di tranquillità e vivevo così abbandonato a me stesso. Qualcuno mi potrebbe chiedere: <<ma le autoritù cosa facevano?>>. Di sicuro avevano tanto da fare tranne che occuparsi dei detenuti in disagio. Ovviamente io parlo di me e della mia situazione.

Mio nonno era un vecchio partigiano al tempo della seconda guerra mondiale, mi diceva sempre: <<nipote, devi cambiare te, così anche gli altri cambieranno nei tuoi confronti>>. Un giorno andai a parlare con il nostro Direttore e cercari di esporre un mio problema. Essendo io un albanese, sono di ceppo europeo, cioè quasi biondo e soprattutto bianco. Mi siedo e mi chiede: <<lei è straniero?>>. Rispondo: <<Sì!>>. Mi chiede: <<è arabo?>>. Risposi: <<no, cinese!>>. Mio Dio!?! Era da tre anni che stavo in questo istituto con una condanna a vita e non mi conoscevano neanche. Capii quel giorno che tutto era una farsa. Mi hanno dato una lezione molto significativa. Cioè.. non gliene fregava niente di noi, di chi eravamo.

Prendo atto, e come al solito mi ri-butto nella mia vita da carcerato. La vita mi insegnava che in posti come questi non ci sono ideali e gente che fa il proprio lavoro, perchè camminavano come dei pappagalli sempre con la stessa frase: <<siete in troppi, non ce la faccio, sono solo, ecc.ecc.>>. Le occasioni erano quasi nulle, i luoghi freddi e senza anima, i compagni si adoperavano nel progettare un futuro che non c’era più. Dopo qualche tempo ebbi una bella notizia: la scarcerazione di mio fratello.

5)- Sfera dei valori, delle cose per te più importanti (le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazioni, i motivi legati a queste cose in cui credevi)

A quell’epoca ero molto felice. Anche se sembrerebbe una brutta parola, visto il contesto in cui mi trovavo. Il motivo della mia felicità era l’uscita dal carcere del mio amato fratello. Io ho tanti valori che sono fondamentali, tra cui la famiglia, che è la base di tutto. Mio fratello una volta fuori voleva restare in Italia, e sacrificare la sua vita per sostenermi e aiutarmi nel carcere. Gli spiegai che qui per noi non c’era più un futuro, che doveva tornare in Albania e di corsa pure. Gli stranieri in Italia erano malvisti. Quindi gli feci giurare che non doveva venire più qui, mai più, per nessun motivo. Gli dissi che doveva tornarsene al nostro Paese… anche lì ora c’era la democrazia. Ci sono riuscito. Ora vive con moglie e figlio nel mio paese barbaro. Ecco un valore per cui io darei la mia vita senza esitazioni. Il bene dei miei familiari e la loro felicità prima di tutto.

Frequentano tanti compagni, appresi con molto stupore che, nel raccontare le loro questioni problematiche, veniva fuori la parola amicizia. Tante storie finivano nello stesso modo, ex amici che li accusavano di cose alle quali loro erano ovviamente estranei. Io ho sempre pensato che l’amicizia è una forma di amore. L’amore vero te lo scegli con cura, deve essere somigliante a te. I valori, gli ideali, il rispetto, non solo con gente a cui vuoi bene, ma anche con gli estranei.. devi avere tante cose in comune. Ed io, sinceramente, ho avuto pochi amici qui. Perchè gli amici li devi vedere nel giorno del bisogno. Troppo facile volersi bene in un bel ristorante davanti a un bel bicchiere di buon vino. Io ho sempre saputo di essere un ragazzo un poco sciocco. Cerco di capire quali sono i valori più giusti nel contesto in cui mi trovo. Non è facile capire, ci si confonde spesso. Qui si vive in un contesto artificiale. Nulla è originale, tutto quello che si dice o che si fa ha un certo significato.

Stanto la maggior parte della giornata in cella hai molto tempo per pensare ad un mondo che magari non esiste.. è amplificato in una maniera assurda, quindi valori che per me hanno una fondamentale importanza là fuori potrebbero essere ridicoli. Dunque, in quel periodo ero un poco più fiducioso nella vita, credevo che qualcosa di buono dovesse accadere. Le mie radici erano profonde; giustizia, libertà, e anche altri valori erano il mio ossigeno. Vivevo in una tomba e per la mia sopravvivenza dovevo aggrapparmi da qualche parte, se no era la fine. Ecco in cosa credevo… che pure per me c’era una possibilità. Dovevo solo aspettare e comportarmi bene.

6)- Sfera del futuro, delle cose che ti proponevi di fare, delle speranze, di chi, che cosa, saresti voluto diventare (indica a che cosa guardavai, le persone a cui avresti voluto somigliare, chi imitavi… Con chi condividevi questi sogni, chi pensavi ti avrebbe aiutato a realizzarli, le difficoltà, i  motivi che ti spingevano  sperare, le persone che ti sembravano utili per realizzare i tuoi progetti e perchè…)

Futuro? Potrei dire tante buone parole per impietosire il lettore,  ma non è giusto. Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare! Ma la questione è: per quanto tempo un uomo deve stare chiuso? Quanto tempo occorrre per cambiare? C’è un limite a tutto questo? E il limite del Fine Pena Mai  qual’è?

Alcuni di noi avevano appena venti anni il giorno dell’arresto. Mi domando: che senso ha tutto questo? Io penso che sarebbe più giusto he dicano che è una vendetta e basta; così tanti di noi possono regolarsi di conseguenza. La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. Qui dentro certamente non ho nessuno a cui desidereri assomigliare. Non certo al nostro Direttore o magari a qualche oscuro educatore. No, di certo non sono così illuminati per suscitare un tale desiderio.

E’ vero, non devo generalizzare. Ma per mi sfortuna in galera ci sto da tredici anni. Quindi, lo dico, e se me lo chiedono glielo confermo in faccia, tanto conosco già la risposta: è emergenza, qui siamo nei casini per Dio!.. e parole di questo genere.

Progetto il solito arcaico discorso. Nutrire la mia mente e mantenere il mio fisico il meglio possibile. Qualcuno potrebbe pensare che noi siamo un pò vanitosi. Potrebbe anche essere vero, ma io credo di fare tutto questo anche per me stesso, e soprattutto voglio ripagare la gentilezza all’autorità.

Mi spiego meglio: in questa fase mi sentivo un pò debitore nei confronti delle autorità. Il motivo era molto semplice. Mi davano da mangiare grats, avevo un letto, una cella singola (qui in carcere è un privilegio), non mi mancava niente. Nel mio cuore mi sentivo debitore, e così ho pensato… “farò tanto sport, mangerò sano, curerò la mia salute”. Così avevo deciso.. almeno loro erano contenti, mi dovevano tenere qui per tutta la vita.. il minimo che potevo fare era vivere il più a lungo possibile.

Che progetto magnifico no? Stavo facendo passi da gigante.

Nel frattempo volevo imparare a scrivere bene  e studiare la lingua inglese. Mi occorreva un computer. Ciò era possibile. Come avevo accennato anche prima, qui è un carcere dove ci sono possibilità di crescit. Ritorna quindi prepotente la passione per lo studio. Per avere il computer dovevo frequentare l’Istituto d’Arte. Comincia tutto per gioco! Mi mettevo nelle mani di persone che erano veramente intelligenti. Per il tramite di qualche compagno, avevo saputo che la scuola era una cosa seria e che, se avessi avuto intenzioni giuste, mi dovevo mettere in discussione. Quindi accetto la sfia. Si apre così un nuovo capitolo della mia vita. Le due culture che abitavano il mio essere avrebbero fatto a cazzotti già a scuola. Scendevo con la mia passione che durava a venti anni: i miei libri dentro la testa. Mi sarei buttato nella mischia tra tante culture, dove ognuna si sarebbe messa  a disposizione dell’altra. Poi la cosa che mi incuriosiva era il confronto con persone che venivano dalla vita reale.

Così comincio la terza fase del cambiamento nel laboratorio dell’istituto carcerario.

(CONTINUA)

Avanti il prossimo

Il brano tratto da una lettera che Giuseppe Barreca (da Spoleto.. troverete suo materiale interessante nel Blog) mi ha spedito… è volutamente breve. E breve sarà anche la mia intrduzione. Un brano breve, violento come una randellata ai coglioni.

Nell’inesorabile aria fritta si celebra il fallimento di un sistema. Vecchi catafalci avvinghiati a spiccioli di potere attendono la morte in vita, piccole furbizie di quartiere fanno il contorno. Ipocrisia dei tanti ammorbata in quieto vivere.

Avanti il prossimo…

Di quante altre morti saranno sporche le vostre mani?

Quante altre morti peseranno sul nostro cuore?

P.S.: L’immagine che accompagna è di Claudio Sala, e la fonte è il suo Blog,  Kontrapunkte: http://claudiosala.wordpress.com/ 

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Nel frattempo la situazione nelle carceri continua a peggiorare. Il sovraffollamento impera e cresce in maniera smisurata. Le sorti sono ormai segnate. Le carceri sempre più discariche sociali, sistemi ormai logori, alla deriva. Scarseggia tutto. Anche le speranze. Molti, vedendo preclusa ogni attesa, hanno deciso di fare da se. Si sono recati personalmente da Dio scegliendo la via più breve. Senza trafile burocratiche. Senza la classica “domandina”. Senza sprecare un filo di inchiostro. Senza dirlo a nessuno. In assordante silenzio. Non sapremo MAI cosa Dio ha risposto loro, né  se la nuova vita riservi aspettative diverse o se mai saranno felici. Nessuno vi ha mai fatto ritorno da quei luoghi. Il dubbio rimane insieme al dolore e alla collera verso chi poteva e doveva fare qualcosa perchè fosse impedito un gesto che linguisticamente  viene definito “estremo”.

OCCLUSIONE TRACHEALE.. il termine medico. IMPICCAGIONE.. nel linguaggio spicciolo e brutale nella sua interezza. Tre minuti e via per sempre. Cosa avranno pensato in questi interminabili minuti? Non lo sapremo MAI! Di certo la loro morte è stata consapevole. Voluta.

Mi ha colpito il messaggio di una figlia lasciato sulla tomba del proprio padre morto suicida in carcere: “paà.. non so cosa hai pensato nel breve tragitto che ti ha condotto all amorte, ma durante il tuo breve viaggio in quel preciso istante ho avuto la netta sensazione che la mia guancia fosse stata sfiorata dalla tua.. il tuo ultimo regalo. Grazie!”. Storie maledette, ma terribilmente reali. Attuali.

Grazie Matteo.. da parte di Carmelo Musumeci

Ci sono storie bellissime. Vedi amico mio, la zingara te le tira le sue carte e le sue storie, e i suoi antichi giochi.. e anche nel cemento ti regala attimi di volo..

Ci sono storie bellissime. Storie di valore, amicizia, dignità.. storie che molto spesso trovi crescere in luoghi e territori off limits, nei recinti dei paria, in tutti coloro che sono messi con un bel timbro tra le scartoffie dei nostri pregiudizi e dei compartimenti stagni. E non sono solo carcerati, sono tutti coloro che vengono marchiati a fuoco, messi in un calderone, intruppati in schemi imparati a memoria. E allora non cogli, non cogli la Bellezza che spesso si rivela proprio nei luoghi dove meno arriva la luce, perchè  è comunque luce.. una luce che ha imparato a camminare sull’ombra.. senza diventare ombra… come in una corda tesa.

Storie bellissime dicevo..

Una di queste storie è quella di un ragazzo di Bologna, Matteo che ha fatto una tesi sugli “Uomini Ombra”… E  quindi sull’ergastolo e gli ergastolani ostativi. Non so il cognome di questo ragazzo. Carmelo mi ha detto il suo nome e mi ha inviato la lettera  a lui indirizzata.. ma non c’è il cognome. Se vuoi Matteo, basta che mi contatti e aggiungiamo il cognome e qualunque altro dato vuoi.

In questo post troverete due foto (una è un poco rovinata per via della posta, ma si “comprende” lo stesso). Entrambe rappresentano Matteo che discute la sua tesi di laurea. Matteo ha inviato queste foto a Carmelo. E Carmelo ha voluto scrivergli queste parole che leggerete. Parole bellissime.. come quelle che Carmelo sa tirare fuori.. quando scrive con le viscere e con l’anima.

E questo post allora è dedicato proprio a Matteo…

Buona laurea e buona vita Matteo.. anche da parte de Le Urla dal Silenzio.

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31/03/2011

Caro Matteo,

ho ricevuto la tua lettera.

Gli “Uomini Ombra” sono tutti contenti di averti dato una mano alla tua tesi.

Leggendoti e vedendo le foto della tua discussione di laurea mi sono sinceramente commosso e mi immagino pure come si è commossa tua madre.

Sinceramente mi immagino pure quanti sacrifici e quante “lacrime invisibili” hai versato per raggiungere questo traguardo.

Ti domanderai cosa sono le lacrime invisibili?

Sono quelle che versano gli “uomini ombra” e gli uomini veri come te.

Quelle che non vedono nessuno.

Neppure quelli che ti vogliono bene.

Sai Matteo, le lacrime invisibili non si vedono, ma fanno male.

Fanno più male di quelle vere.

Scusa questa perentesi esistenziale, ma ormai hai imparato a conoscere gli uomini ombra e sai che i “cattivi” quando amano lo fanno in maniera diversa dai “buoni”.

Lo fanno per sempre come la loro pena.

E lo fanno con il cuore.

Per il permesso di andare a discutere la tesi da uomo libero all’università di Perugia il Tribunale di Perugia mi ha fissato l’udienza il 29 aprile.

Spero in un esito favorevole, ma se dopo venti anni mi rifiuteranno  pure qualche ora di permesso ho deciso che rinuncerò a laurearmi.

Non darò la soddisfazione all’ “Assassino dei Sogni” di umiliarmi ancora.

Non gli darò la soddisfazione di presentarmi davanti alla Commissione di laurea in manette e al guinzaglio.

Che cosa mi laureo a fare se per i “buoni” sarò cattivo per sempre?

Gli uomini ombra per la loro dignità sanno rinunciare anche ai sogni.

Anche quando i loro sogni sono costati lacrime vere e invisibili.

Matteo, ti auguro lunga e buona vita.

Vivi la tua vita anche per me.

Il mio cuore ti sorride.

Carmelo

Tempo congelato…. lettera di detenuti di Biella

Già un’altra volta avevamo pubblicato una lettera collettiva dei detenuti di Biella (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/18/lettera-dei-detenuti-di-biella/).

La lettera che pubblichiamo oggi viene sempre da Biella ed è partorita da tre autori, di due di questi è stato già pubblicato qualche testo in precedenza: Salvatore Rizzo (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/06/3351/) e Antonio Di Girgenti (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/22/vi-scrivo-da-dietro-le-sbarre-del-carcere-in-cui-muio-antonio-di-girgenti-da-biella/).

Questi autori (e questo vale anche per la lettera colletiva pubblicata a suo tempo) sembrano avere una particolare pacatezza, riflessività e “accoglienza” nello scrivere. Si sente che tentano il dialogo all’estremo, di porsi nel miglior modo possibile, di provare a usare argomentazioni più razionali e meno emotive possibili.

E, giusto per inciso, credo che il bello del Blog è anche questo.. una ricchezza di stili, dai più emotivi e passionali.. a quelli più razionali ed equilibrati, come la lettera che pubblico oggi.

Un passaggio è di particolare acutezza e capacità evocativa…quando viene scritto..

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo”.

E’ bella e forte questa immagine del tempo congelato in un determinato attimo, in quello che si è fatto in quell’attimo.. e poi divenuto un perpetuo presente..

Vi lascio alla lettera collettiva di Salvatore Rizzo, Antonio Di Girgenti, Ciro Bruno.. detenuti a Biella.

 

Siamo qui a chiedere un pò di spazio per le nostre opinioni, poiché pur non volendo sovrapporre la nostra voce a quella dei detenuti di altre Case di reclusione, crediamo sia necessario portare nuove riflessioni, proseguendo quel franco e leale rapporto costruito negli anni.

Non intervenire rappresenterebbe una sorta di diserzione morale da un progetto che desidera la promozione e lo sviluppo  di una rete sociale partendo da un pensarsi capaci di essere comunità anche quando oguno, con la sua specifica storia, vive in carcere.

Da sempre l’ergastolo ha rappresentato l’idea del paradoso con cui ogni sistema sociale tenta di provi rimedio, cambiano i governi, ma il problema riamane.

Pensato originariamente per sostituirlo alla pena di morte è diventato, nel corso degli anni, un investimento definitivo dove destinare i cittadini accusati di determinati reati (non entriamo nel merito delle sentenze) mediante una strana procedura di archiviazione ipocrita del problema, all’interno del quale un popolo di ghettizzati consuma attese inutili.

Esso è dunque tutt’altra cosa rispetto a ciò che recita l’art. 27 della Costituzione italiana (le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), una rappresentazione diversa e indefinita che oscilla dalla vendetta sociale alla mancata risocializzazione, teatro pubblico della crudeltà, sistema dificile da comprendere che porta in sé un sistema politico, sociale e culturale che sembra voglia reiterare un crimine ogni volta che si condanna una persona al “fine pena mai”.

Noi cittadini ergastolani abbiamo storie silenziose che non bisognerebbe dimenticae; quello che queste parole condividono è il gioco della separazione tra il legittimo e l’illegittimo, l’utile e  l’inutile, il colpevole e l’innocente.

Il mondo che ci accoglie è diviso in due: separato da crinali che assegnano un posto alle cose e alle attività del giudicare e del sentenziare, ma non certo del comprendere. Questo processo spiega il lento sfumare dell’interesse della critica veso quell’evidente crimine che è il “fine pena mai”.

E siamo al cuore del nostro problema: il carcere è per se stesso luogo di separazione che ogni sistema sociale ha dovuto costruire tutte le volte che ha dovuto difendersi, osservarsi e regolarsi. Ma in questo sistema cosa c’entra la violenza perpetua dell’ergastolo?

Che a rispondere, poi, a nome della società, sia la cultura penalistica, giudici, avvocati, carcerati, personale penitenziario, poco cambia, si parlerà di vendetta, difesa sociale, retribuzione, emenda, ma mai di “risocializzazione”.

In Italia si sostiene la certezza della pena; si dice che le pene, per lasciare aperte chances di risocializzazione, devono essere brevi; ma per costruire progetti di risocializzazione ci vogliono tempi lunghi. Si dice che la pena deve essere utile e, per essere tale, deve lasciare vive le speranze; ma poi si mantiene l’ergastolo che è una pena perpetua.

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo e se in quell’attimo la pratica burocratica ti avrà identificato con un articolo del codice (416 bis e 4 bis O.P.), l’arbitrio della punizione e della violenza diventerà gratuita alla stessa stregua del delitto. Questo vuol dire perdita delle garanzi del Diritto che equivale a segretezza incontrollabile.

Non è un caso che per risolvere il problema in questione alcuni stati europei hanno tentato di porvi rimedio (riuscendoci in parte) aprendo le carceri al controllo della Magistratura di Sorveglianza; non certo dell’attuale funzione del Magistrato  di Sorveglianza italiano, ridotto a spettatore del degrado, ma un Giudice posto in grado di vincolare l’Amministrazione penitenziaria al rispetto dei diritti inviolabii della persona detenuta.

Oggi i fronti aperti di una discussione pubblica sul carcere e sul “fine pena mai”, su come punire, sulla modalità di come sostituire la pena dell’ergastolo, devono riguardare, senza ipocrisie, cosa implichi in una comunità il bisogno di punizione e cosa sia un sistema fondato sulla legalità e sul diritto.

In parole povere non deve meravigliarci che il carcere sia il luogo dei paradossi che chiedono di restituire alla società il problema: così si era fatto negli anni ’70 intorno al problema della malattia mentale, per poi scoprire che la società è peggiore dei suoi manicomi.

Ci sono altre ragioni che ci possono spingere ora a nasconderci, a dimenticare il senso di responsabilità che all’origine ci siamo imposti di ricercare? Dobbiamo forse avere paura dei nostri limiti così da negare la legittima rivendicazione di un “IO”, di un “NOI” che vuole vivere e deve saper vivere nella collettività? La nostra risposta, sono certo condivisa da altri, è: NO!

Vogliamo chiudere qui questa nostra riflessione per dire che non possiamo essere prigionieri delle ossessioni e che laddove c’è uno spiraglio di luce non si devono chiudere le persiane schiacciando  le dita a chi osserva l’orizzonte, quello è atto profondamente ingiusto.

E allora, senza retorica, concedeteci tutta l’etica del dubbio e riprendiamo il cammino, riusciremo a comprenderci.

Un saluto a tutti voi che date voce alle singole identità

Salvatore Rizzo

Ciro Bruno

Antonio Di Girgenti

L’angolo di Letizia- due parole su di me

Eccoci al secondo apputamento con la rubrica di Letizia. Come dissi nella prima occasione, questa rubrica avrà essenzialmente due filoni. Uno relativo all’aspetto più tecnico, giuridico, normativo.. con la spiegazione di tutta una serie di istituti presenti nel diritto e nella prassi penitenziaria, e spiegazioni in modo comprensibile di come anche un utente comune possa attivarsi e compiere determinati atti.. o almeno comprenderli.

L’altro filone sono le storie.. vite incontrate, testimonianze, urla e frammenti di anima.. sempre raccolti nel carcere. Nell’appuntamento di oggi inizia a parlare di storie. Ma prima di iniziare con i racconti di altre esistenze, fa un cenno, a mò anche di presentazione se volete, di come lei stessa si è trovata ad avere a che fare col mondo del carcere.

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 Quelle che riporto sono due citazioni che ho usato come introduzione nella mia tesi di laurea e che dal primo momento in cui per caso le lessi, mi restarono impresse come le prime poesie sulla mamma o sul carnevale che impari in prima elementare e poi non dimentichi per il resto della tua vita.

“Chi può dire se vi siano e quali siano gli uomini che sono destinati

a cadere a precipitare e gli uomini che non cadranno e non

precipiteranno mai?

E chi degli uomini che sono caduti precipitati può dire se vi siano e

quali siano quelli che risorgeranno risaliranno e quelli che

sono destinati a non risorgere a non risalire mai?

Chi può tracciare il confine certo immutabile insuperabile al di là del

quale stanno gli uomini che sono condannati al peccato o al delitto

e al di qua del quale stanno gli uomini che non commetteranno

mai ne peccato né delitto?

(Amato, Oltre le sbarre, 1990)

 

“…E dunque io voglio credere che seppure soltanto un uomo,

uno soltanto caduto risorge, precipitato risale, raggiunge il riscatto

la redenzione dal suo peccato, dal suo delitto, allora ha senso,

ancora è necessario assolutamente, necessario agire e battersi,

allora io voglio agire battermi, affinché non diversi siano non

soltanto il mio futuro, la mia sorte di tutti gli uomini o almeno di

quanti più uomini è possibile, in questo impegno, investendo le mie

speranze, accettando i miei rischi…”

(Amato, Oltre le sbarre, 1990)

Forse è il caso, prima di iniziare la fase di racconti, di quest’angolo che vi spieghi come e cosa mi ha trasportata nel mondo delle sbarre, e come mai queste citazioni sono diventate per me, educatrice solo a titolo di volontariato, una sorta di guida, di motivo, di spiegazione…

21 febbraio 2004, nevicava. Alle 09.00 circa sono scesa dall’autobus 11, (l’unico che dal centro di Padova, porta alla Casa di Reclusione). Mi sono ritrovata davanti alla Casa di Reclusione di Padova, sita in via due palazzi 35/a, un complesso imponente, di colore grigio, ben visibile sin dalla strada, che corre parallelo alla via dalla quale ha preso il nome.

Alla Casa di reclusione si trovano generalmente persone condannate alla pena della reclusione superiore ai 3 anni. A separare il mondo dei “buoni” da quello dei “cattivi”, il “dentro” dal fuori”, l’al di la dall’al di qua, delle porte blindate color rosso, ciascuna di esse controllata dalla polizia penitenziaria e da varie videocamere che osservano silenziosamente ogni momento. Per arrivare “dentro” tre porte blindate rosse, le stesse usate dai parenti per andare a colloquio; un’altra porta rossa dove vieni registrato ogni volta che entri ed esci, ti porta veramente dentro.

Davanti a te un corridoio lunghissimo e grande, sempre ben pulito dai detenuti che a rotazione hanno il compito di farlo. Sulla destra le sale colloqui, e più avanti gli uffici degli Educatori, dei Volontari, degli psicologi, l’Ufficio Matricola, l’Ufficio conti correnti e l’Ufficio Comando.

Per arrivare a contatto con la popolazione detenuta, bisogna percorrere tutto il corridoio, freddissimo d’inverno e “fresco” d’estate (nella stagione estiva è anche popolato da numerosi tipi di scarafaggi che bisogna “scansare” per non pestarli; un’altra porta blindata, l’ennesima, ti si apre davanti, e ti ritrovi alla rotonda uno, anche li lasci il tuo nome agli agenti che provvedono ad aprirti l’ancora ennesima porta blindata che ti porta all’entrata dei vari piani. Più avanti le scuole, e più avanti ancora dietro un’altra porta blindata un’altra rotonda che porta al sesto e al settimo piano; rispettivamente i piani dei protetti e dell’alta sicurezza, e un corridoio sulla destra della rotonda porta alle aule dove vengono svolte le varie attività trattamentali: la rassegna stampa, la redazione di “Ristretti Orizzonti”, il TG 2palazzi, la legatoria…etc.

Tecnicamente questo è quello che si apre alla vista del “fortunato/a civile” che varca quella soglia” praticamente, ai miei occhi apparvero, e appaiono ancora oggi soltanto altri occhi, tantissimi altri occhi che vedono soltanto pareti grigie e grigi muri, dietro a cancelli di ferro che non sanno più guardare lontano, occhi che hanno scordato i colori.

Orecchie che non sanno più ascoltare, che odono sempre e soltanto gli stessi rumori: una porta che si apre e si chiude, che stride, acqua che scorre, clangore di ferri che sbattono, passi vicini lontani, un insetto che vola, un grido un sussulto, un lamento, un comando, una bestemmia, una preghiera, sempre e soltanto gli stessi rumori, sempre e soltanto lo stesso silenzio assordante, nel quale si perdono, come in un nero abisso senza fondo, le urla di tutte le disperazioni.

Brividi di freddo, sussulti, tremori, timori, mentre nell’aria stagnante pesante, si alzano, si immischiano sempre e soltanto gli stessi odori gli stessi sapori, odori sapori un po’ nauseanti di vecchio, di sporco, di un’umanità stipata, ferita, piegata …”

 In carcere non c’è molto colore. Nonostante i detenuti addetti alla pulizia facciano del loro meglio, non ci si riesce a togliere quella sensazione di vuoto, di freddo, è un freddo strano, un freddo che ti penetra dentro.

Non c’è un odore particolare, ci sono vari odori. Un odore di pelle, di dopobarba, odore di sudore, odore di vite represse e di sofferenza. Un’aria intensa e talvolta anche pesante, da lasciare senza fiato.

Per quanto riguarda i rumori predominanti, nonostante non abbia mai sentito quelli tipici della notte, posso affermare che di giorno domina su tutto lo sbattere dei cancelli, il rigirare le chiavi nella toppa, un continuo apri e chiudi di portoni, porte, celle e cancelli. Poi ci sono le grida dei detenuti, a volte di disperazione, altre volte di rabbia, risate dal sapore quasi sempre amaro, gli schiamazzi, le chiacchiere. Tutto questo è racchiuso, quasi come se fosse nascosto, nelle mura del carcere.

Un carcere capace di farti vivere delle emozioni uniche nel suo genere, particolari e irripetibili.

Una su tutte la sensazione pesante e opprimente di essere l’unico appiglio per i detenuti, la loro unica speranza: cercare di esserci, e di esserci sempre al cento per cento, in modo vero e autentico per tutti però, è quasi sempre impossibile.

Ho visto, vedo e tocco con mano, carcerazioni lunghissime percorse e vissute in modo diverso, adattate al singolo detenuto, al suo stile, alle sue emozioni, ai suoi affetti alle sue convinzioni…ciò in cui crede, ciò in cui spera, ciò che lo lega e lo separa dal mondo fuori.

Al momento dell’ingresso, le regole della loro vita vengono totalmente ribaltate: non hanno più alcuna facoltà decisionale, diventano numeri, “matricole” per la precisione…possono solo chiedere attraverso la domandina o istanze varie, sperando che ciò che chiedono gli sia concesso, soltanto in balia della valutazione degli altri, monitorati sotto ogni punto di vista: sanitario, mentale, psicologico e comportamentale. In genere la maggioranza delle persone recluse hanno il dono o forse è un’arte che si impara a stare dentro queste mura, del “camaleontismo”, con questo termine si intendo la capacità delle persone ristrette di rendersi invisibili, di anonimarsi, di diventare quasi delle ombre. Non è facilissimo incontrare, e captare i loro sguardi, a meno che non abbiano qualcosa da chiederti, come implorarti un colloquio… Tendono generalmente a stare a testa bassa, sussurrare “buongiorno” a prescindere dal fatto di ricevere risposta o meno. Molti, specialmente i nuovi giunti, a volte ti danno l’impressione di volere scomparire, di voler dissolversi…specialmente quando li vedi tornare dai colloqui.

“Provavo spesso a pensare al parente che si alza, ed esce dall’Istituto, che ritorna alla vita, alla luce; chiedendomi quanto buio portasse dentro… E poi vedo e penso al detenuto, che anch’egli si alza, ma si avvia da un’altra parte. Ritorna alla solitudine, al buio, a quel vuoto pieno d’angoscia in cui la vita come l’amore sono solo ombre. A volte, quando li vedevo tornare in cella, mi sembrava che stringessero qualcosa tra le mani, un po’ di quella luce, di quel calore, di quel mondo di fuori che avevano visto negli occhi della persona cara, che avevano colto nella sua voce…e sembrava che si chiedessero quanto potesse durare quella scintilla, quel riflesso di una vita che non gli appartiene più, sperando che durasse abbastanza da aspettare il momento in cui potessero impossessarsene ancora.”

Mi è capitato più di una volta di incontrare qualche sguardo, di scambiarmi delle occhiate con uno di loro: occhi che comunicano più della bocca.

Nei loro occhi si legge la diffidenza, ma anche la curiosità di sapere chi sei, come sei, un bisogno indescrivibile di relazionarsi…rimane anche abbastanza spazio, per la sofferenza, la durezza, la rabbia, la mancanza, la privazione, la vita, la morte, l’esaltazione, la rassegnazione e lo smarrimento. A volte questi stati d’animo sono racchiusi tutti insieme, altre volte può capitare che uno prevalga sugli altri. Una cosa sola hanno in comune gli occhi di tutti, quell’inspiegabile sofferenza che si portano dentro.

Per me all’epoca, era la prima volta che entravo in un carcere, la prima volta che mi relazionavo con dei ristretti. I primi periodi era tutto troppo strano, troppo difficile… perché immaginare, leggere, sentirne parlare non è la stessa cosa. Non è la stessa cosa parlare di chi sta in galera, e parlare con chi sta in galera. Bisogna esserci dentro per capire, vedere con i propri occhi, udire con le proprie orecchie, toccare con le proprie mani…provare lo sconvolgimento di una condizione esistenziale che non conosci, e che mai vorresti conoscere, sperimentare lo sporco che ti rimane addosso, innumerevoli graffi sulla pelle e sull’anima.

Col passare del tempo ho cercato di essere sempre più me stessa, di pormi verso di loro con naturalezza, cercando di creare in quell’ambiente particolare, una situazione di “normalità”.

Ho cercato di rispondere sempre ad ogni “buongiorno” con un sorriso, e a poco a poco superata la novità e la diffidenza tutto diventava giorno dopo giorno sempre più vero e spontaneo, e soprattutto sincero e autentico.

Ho cercato di essere sempre presente, per quanto mi era possibile. Ascoltare cercando di capire, di regalare una parola di conforto e un sorriso quando lo sconforto sembrava prendere il sopravvento. Ho dato tanto, tutto quello che mi era possibile…e ho ricevuto altrettanto e ancora di più.

Ho conosciuto indipendentemente dal reato, dalla loro colpevolezza o meno, tante persone vere e autentiche, con un mondo interiore stupendo nella loro unicità, perché ognuno di loro è unico nel suo essere. Ogni storia ha il suo perché e merita di essere ascoltata integralmente, senza giudizi, senza falsi convenevoli…soltanto ascoltata.

Non mi sono mai permessa di giudicare perché non sono nessuno per farlo, e perché già da troppi vengono giudicati. Vengono giudicati da chi ha l’autorità per farlo, e tante volte, forse anche troppe, da chi si appropria di questo diritto anche se non gli compete. Per legge godono di diritti precisi, ma in pratica non tutto va sempre secondo le regole…..

Ecco questa è la mia esperienza, nasce così nel lontano 2004 il grande amore per il mio lavoro. Un amore e anche un disamore da qualche anno. Ma nonostante le vicissitudini, non ho mai mollato, e non ho intenzione di farlo. Ecco tutto, anzi… eccomi. Letizia  

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