Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Carcere e società- alle parole non seguono i fatti… di Marcello Dell’Annna

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Marcello Dell’Anna è un vero intellettuale, un vero uomo di riflessione e pensiero.

La sua carcerazione è stata per lui un cammino di consapevolezza e profonda crescita, non solo culturale, ma morale e spirituale.

Negli anni si è laureato in giurisprudenza, ha scritto due libri, ha ricevuto diversi encomi. Un momento emblematico de suo percorso fu quando, il giorno della seduta di laurea gli vennero concesse 14 ore.. senza scorta.. per andare a sostenere la seduta da uomo libero.

A fine luglio, dopo la chiusura della sezione AS1 di Spoleto, anche lui fu spedito come un pacco postale, verso altra destinazione.. Nuoro, carcere di Badu e Carros, con gravi danni al suo percorso e al rapporto con la sua famiglia (il post in cui parlammo di questo trasferimento è questo.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Oggi pubblico un suo testo,  di diversi mesi fa -dicembre 2012- che merita di essere letto.

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In questi circa ventiquattro anni di detenzione ho cercato di apprendere ma soprattutto di capire la realtà di un mndo che sino ai miei diciott’anni sembrava non appartenermi. Sono ancora troppi gli errati pregiudizi di cui si  nutre la nostra società. 

Questa riflessione ha radicato in me la certezza che, alla base purtroppo, le nuove frontiere della nostra società troppo poco democratizzata. Da qualche tempo, oramai, tutti parlano delle condizioni incivili, indegne vergognose dello stato delle carceri  e di come tante persone detenute vivono  ammassate in piccoli angusti loculi. Si, perché queste quattro mura di pochi metri quadri, a volte (e molto spesso!) diventano il luogo in cui uno di noi decide di togliersi la vita o, più correttamente, è meglio dire ci viene tolta da chi… la nostra vita la dovrebbe tutelare e rendere più dignitosa: lo Stato! Ogni mese in varie parti d’Italia, la classe politica promuove convegni, seminari, tavole rotonde su tutto ciò che riguarda il carcere e le condizioni  di vita al suo interno. Ma alle parole non seguono i fatti! Passano il tempo a crogiolarsi solo per dare sfoggio del proprio “apparire” mediatico, anziché intervenire con azioni concrete per restituirci la nostra dignità, i nostri diritti. A noi che giorno dopo giorno, anno dopo anno, veniamo torturati moralmente e psicologicamente. A noi che ci viene praticato non il “trattamento rieducativo” per renderci migliori e recidiviare meno, ma quel “trattamento contrario al senso di umanità” che (sebbene vietato dalla Costituzione) ci rende peggiori e sempre più criminogeni. Lo Stato così si rende complice, concorrente, colpevole. Il carcere, secondo i giustizialisti e i forcaioli, costituisce il rassicuramento simbolico che lo Stato retribuisce alla società delle vittime.

Nessuno invece riesce a capire che “nel carcere non è solo il detenuto ma la società tutta a morire”. Per contro, tra carcere e territorio dovrebbe nascere un serio dialogo ed impegno. I pregiudizi esterni nei confronti dei detenuti vanno eliminati attraverso l’informazione e la presa di coscienza che il carcere  è, anch’esso, una parte della società e non la sua pattumiera. La stessa “sicurezza”, lo stesso “ordine” negli istituti non è né deve essere il fine dell’azione amministrativa-gestionale, ma il mezzo attraverso cui giungere all’integrale applicazione del 3° comma dell’art. 27 della Costituzione e nessuno può onestamente pensare ad un risultato del genere se il carcere rimane isolato ed impermeabile isolato ed impermeabile alla società che lo circonda, perché “quanti scontano una pena in carcere non possono essere  considerati esseri inferiori da sottomettere. Il carcere non può essere il luogo dell’ozio, del vuoto e dell’isolamento, ma deve essere vivo”. Il carcere non è una fortezza, né all’opposto  una più o meno confortevole e temporanea dimora, né può essere  una cellula cancerogena da isolare. Il carcere è un’entità con una propria identità, che ha bisogno di vedersi riconosciuta quella giusta dose di dignità. Sì, dignità, perché dietro queste mura, comunque, degli esseri umani, i vostri simili, proseguono il percorso di una vita, frutto di malessere sociale ed economico. La società moderna deve avere la capacità di comprendere che gli errori umani appartengono ed apparterranno all’indole umana e che un corretto percorso di tutti i i comparti della società attiva, potrà domani ipotizzare se non una considerevole riduzione del numero dei reati quantomeno uno scemare della recidività, anziché arrivare a dire che “buttare la chiave in mare non guasterebbe”. I risultati attesi dalla società sono quelli di farci sentire persone accettate, integrate e normali senza alcun “marchio” o “pregiudizio” di essere considerati solo detenuti o peggio, di essere marchiati “cattivi per sempre”. 

E’ con l’intelligenza culturale che si vincono battaglie civili e democratiche per far sì che una società democratica si possa fondare sul rispetto dell’individuo-detenuto.

Marcello Dell’Anna

Nuoro  16 dicembre 2012

L’Alchimia Spirituale… di Fabio Falbo

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Fabio Falbo -detenuto da poco a Bologna (prima era a Secondigliano)- ha la passione per i temi esoterici, occulti e simbolici.

In questo testo ci parla dell’alchimia spirituale e dei simboli della massoneria.

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IL GABINETTO DI RIFLESSIONE E L’ALCHIMIA SPIRITUALE

Il “profano” è introdotto nel “Gabinetto di riflessione”, un ridotto dipinto all’interno di nero, con un tavolo, uno sgabello, e uno scrittoio. Sul tavolo si trovano una caraffa d’acqua, del pane, due coppe. Una ripiena di zolfo, l’altra ripiena di sale. Sui muri una serie di simboli: una falce, una clessidra, un gallo, la parola V.I.T.R.I.O.L. . L’aspirante opera una “riflessione” e, cioé, nel senso etimologico della parola, un ripiegamento su se stesso.

Il profano rappresenta la materia prima della Grande Opera Alchemica. Il gabinetto di riflessione corrisponde all’alambicco dell’alchimista, al suo “uovo” filosofale, ermeticamente sigillato. Il profano vi trova il sepolcro tenebroso nel quale deve volontariamente morire ala sua esistenza passata.

Il profano rinasce quindi rinnovato: il Gabinetto di Riflessione realizza una specie di riassunto della creazione, essendo condizione primordiale per qualsiasi generazione l’assenza totale di luce solare.

Il candidato all’iniziazione è associato alle diverse operazioni successive dell’ “alchimia spirituale”. Egh rivive, come fa notare G.Pesigout, le tre trappe principali del processo alchemico: “le tenebre si infittiscono” (colore nero: fase di “putrefazione”); l’alba imbianca (pietra al color bianco); “la fiamma risplende” (pietra al color rosso).

I tre principi alchemici sono del resto rappresentati nel Gabinetto: lo zolfo, il sale e il mercurio (il giallo è un simbolo antico che rappresenta il dio Mercurio).

Quanto alla parola V.I.T.R.I.O.L., come ho già scritto, essa è l’anagramma della formula ermetica: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Visita l’interno della terra, rettificando troverai la pietra nascosta).

E dice “J. Boucher”: “un invito alla riforma dell’ego (dell’io) profondo, che altro non è se non l’anima umana stessa, nel silenzio e nella meditazione”.

Il profano è “spogliato dei suoi metalli”, gli si toglie cioé tutto ciò che è di natura metallica (coltello, denaro, ecc.), in modo da ricondurre simbolicamente l’essere umano allo stato naturale (il metallo tolto rappresenta la civiltà, con tutto ciò che comporta di artificiale) e in modo da non intralciare gli influssi magici nei quali sarà posto l’aspirante. Poiché i metalli ostacolano la circolazione delle correnti magnetiche, si denuda quindi a parte sinistra del petto (segno di franchezza e di sincerità) e la gamba destra de candidato (segno di umiltà): Gli si toglie la scarpa sinistra (segno di rispetto) e gli si mette attorno al collo un nodo scorsoio, che rappresenta tutto ciò che trattiene il profano nel mondo in cui si trova. Questa è massoneria allo stato puro.

Le tre domande e il giuramento.

L’aspirante deve rispondere per iscritto a tre domande (che cosa l’uomo deve a Dio? Che cosa l’uomo deve a se stesso? Che cosa l’uomo deve agli altri?) e deve “redigere il suo testamento”. Dopo ha luogo la “preparazione fisica” descritta prima.

Il profano è quindi ammesso alle prove, dopo che gli è stata messa una benda sugli occhi, che gli vien tolta quando “riceve la luce”.

Alla fine il neofita presta giuramento nel nome de “Grande Architetto del’Universo” (o invocando il Libro delle Costituzioni). Il giuramento, scritto su un foglio di carta, viene quindi bruciato. Si ritiene che esso abbia in tal modo influenza sui quattro elementi:

carta (materia solida) – Terra

inchiostro (liquido)- Acqua

pronuncia (pronuncia)- Aria

combustione (combustione)- Fuoco

Nel momento in cui il neofita “riceve la luce”, egli è iniziato. Tutti i fratelli dirigono verso di lui la punta della loro spada, allo scopo di attirare verso il nuovo adepto le forze benefiche messe in gioco dai riti.

Caro Alfredo, questo è in linea di massima quello che succede nella massoneria.

Lo scopo della massoneria è “l’arte di costruire il tempio ideale”, e cioé di trasformare l’essere umano, di “sgrossare la pietra grezza”. Il profano “riceve la luce”, diventa “Apprendista”, poi “Compagno”; la “pietra grezza” diventa una “pietra cosmica”, che può “inserirsi nel tempio ideale”, ecc.ecc.

Secondo pensiero… di Ridha Chtorou

A suo tempo Ridha Chtorou, detenuto straniero.. comparve nei territori di questo Blog. Non era ergastolano.. uscì di galera. Poi per tutta una serie di motivazioni giuridiche o processuali, che neanche io ho del tutto chiare, è dovuto ritornarci. Da qualche mese. Sempre lo stesso carcere.. Solliciano, dalle parti di Firenza.

Ridha ha sviluppato nel tempo una interiorità ricchissima, e ha percorso una sorta di viaggio iniziatico, che lo ha portato a percezioni ed emozioni.. “spirituali”. Certi suoi pezzi, che potrete trovare in archivio, mi spinsero a dire che lui era “un mistico vestito da carcerato”.

Vi lascio adesso a questo suo recentissimo brano.. una sorta di inno al pensiero libero.

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Nell’arco della mia vita ho avuto modo di esprimere vari concetti, di scrivere innalzando al cospetto di Dio certi sentimenti e anche di pensare con quel pensiero comodo e rassicurante, ma mai scostumato e scomodo, intendo dire pensieri che tradiscono le regole, il mondo delle persone abituali, il conformismo dominate; persone che escono fuori dagli schemi comuni, che mettono scompiglio nella nostra mente, che mettono tutto a soqquadro nel nostro animo, pensieri che spostano i cosiddetti punti fermi, pensieri che irrompono senza farsi annunciare, pensieri che contestano le idee considerate inattaccabili, pensieri grazie ai quali la nostra vita potrebbe avere un orientamento  diverso e inatteso. Ma sappiate che c’è un momento affascinante, promettente e fecondo in cui questo pensiero finora sonnecchiante, spento e apatico come un uccello bagnato sul comò, di colpo, senza una ragione, apparente o spiegabile, spicca il volo ardito e gioioso, e il fruscio di quel volo arriva a tutti, sveglia la nostra immaginazione, ci dà energie, cominciamo ad agire e in noi scocca il tocco della grazie, che ci scuote e ci sollecita a intraprendere qualcosa di nuovo.

Ed è per questo che il potere dei tiranni traballa ogni volta che un popolo si mette a pensare. Già a pensare… In quei posti da tempo il pensiero è considerato un’attività sconveniente, anzi un grave difetto ed è per questo che la Sua Altezza il Tiranno fa di tutto perchè il popolino resti immune.. perchè sprecare tempo prezioso che invece (il popolo) potrebbe utilizzare per riempire le sue casseforti (del tiranno)? Perchè turbare la pace interiore dopo avere subito l’ingiustizia, riempendosi di idee sovversive? Non poteva venirne niente di buono e decoroso da chiunque avesse preso la perversa e imprudente decisione di pensare e di bazzicare gente che pensava, perchè il pensiero disturba i messaggi della propaganda e della pubblicità, che ci hanno inculcato; perciò è un’attività sovversiva e non redditizia.

Ma ricordatevi che il mondo si muove se noi ci muoviamo, pensando.. si muta se noi ci  mutamo, pensando.. si fa nuovo se l’uomo si fa nuovo, pensando.. si imbarbarisce se scateniamo la belva che è i noi, pensando… l’ordine nuovo comincia se qualcuno si sforza di diventare un uomo nuovo, pensando.

Come vedete, decisivo è il martellamento del “se noi…”, ma purtroppo preferiamo dire “se gli altri.. pensando”. Capisco il vostro dilemma, la vostra paura di perdere le vostre comode poltrone, da dove calpestate i vostri fratelli. Ma sappiate che la sapienza di pensare la si raggiunge nell’età in cui il cuore riesce a salire fino all’altezza degli occhi e così si vede con gli occhi del cuore.

Comunque, non so voi, ma o non mi porrò più la domanda del percè mai per pensare alla vita devo aspettare di vedermela morire davanti agli occhi.

Non smetterò più di camminare, con la certezza che sono abitato da uno scomodo pensiero che non abita da nessuna parte e se voi che camminate guardando il nulla, non vi spogliate e lasciate i vostri abiti sui sentieri umani, non sarete mai  i piloti dei timoni che chiedono la rotta per la vostra vita.

Ridha Chtorou

L’arte di Pierdonato Zito

Pierdonato, è uno di quelli della prima ora. I suoi interventi non sono frequenti, ma sempre di assoluto valore.

Ha qualcosa dei personaggi dei romanzi ottocenteschi e cavallereschi. Molto pacato, riflessivo, raffinato, qualcuno che sembra esprime in ogni scritto, parola e crezione.. l’arte di vivere. E so che qualcuno adesso sta ridendo.. “come? Esprime l’arte di vivere qualcuno che adesso è in carcere?”. Il guaio di un pensiero binario, ossia.. statisticamente prevedibile e scontato.. è che non sa aprirsi alla complessità e paradossalità del mondo.

Pierdonato ha vissuto in condizioni problematiche, il carcere l’ha messo a dura prova, ha le sue ostiche esperienze alle spalle. Eppure resta in piedi col suo stile. Riesce a tenere la vita per la coda e per i capelli. Ha trovato la sua via alla resistenza (come la via di Gerti Gjenerali, di cui abbiamo parlato ieri, è lo studio e la scrittura).

E lui costruisce la sua costellazione per aggrapparsi a ogni singola notte e non precipitarne nel vuoto, tenendo stretto il rapporto straordinario che ha con la moglie e i figli… e disciplinando da sempre se stesso, nell’approfondimento, nella riflessione, nella coltivazione mentale, nella creazione artistica.

Pierdonato scrive..

“Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.”

A questo niente Pierdonato ha sabuto opporre il Valore in atto.

Ed è una piccola e costante lotta, amici. Ogni giorno si deve lottare per strappare ancora quel giorno al sonno e all’oblio e per coricarsi ancora una volta vivi, ancora una volta veri, ancora una volta.. “in piedi” (e a chi dice che non ci si può coricare “in piedi”.. auguriamo una vita con più fantasia e.. immaginazione…).

E la pittura trascina Pierdonato fuori dai blocchi di cemento. Sei là.. pennello in mano.. dai vita e terreni, e figure a storie che ti camminano addosso ed escono da te.. accendi quel fuoco.. quel fuoco di cui lui parla quando scrive..

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.”

Come leggerete nella lettera che precede le foto dei dipinti.. Pierdonato mi ha mandato una serie di foto di opere da lui fatte.. non più con la tecnica del disegno classico, come in precedenza, ma della pittura ad olio. E vi invito ad ammirare come, pur con una tecnica che padroneggia da pochissimo, Pierdonato sia stato capace di fare un grande lavoro.

Io non ho pubblicato tutte le foto che mi ha inviato. In questo post ne pubblico sei. Altre le pubblicherò successivamente.

Il prosieguo del post sarà quindi strutturato così:

-Una lettera di accompagnamento alle opere, di Pierdonato.. rivolta a tutti i lettori del Blog.

-E la riproduzione in foto di sei opere.

Prima di tre di essere c’è un piccolo commento introduttivo, che Pierdonato ha desiderato fare, e che io ho riportato.

Adesso vi lascio ai suoi quadri..

Buona visione viandanti di questo territorio chiamato Le Urla dal Silenzio.

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Voghera   21-7-2011

Alfredo carissimo….

desidero fare a te e a tutti gli amici del Blog un (mi auguro gradito) dono visivo..

Come allegato a questa mia missiva ti spedisco buona parte delle foto dei dipinti che ho elaborato in questo periodo che sono stato “assente” dal Blog (poi te ne spedirò altri).

Un dono per la tua “GALLERIA DELL’OMBRA”…

Tante volte è stato scritto e ripetuto riguardo all’importanza del dipingere per chi è segregato in un piccolo spazio, con poca luce, con poca aria. Perfino i colori stupendi di un arcobaleno diventano in bianco e nero, per chi “vive” la pena interminabile dell’ergastolo.

Così il mio dipingere è diventato desiderio di respirare aria nuova, desiderio di “vedere” orizzonti diversi.

Perciò prima vi ho inviato fogli di carta colorata… scarabocchi.. adesso ho cambiato tecnica… olio su tela, e a volte, quando non era possibile.. anche.. olio su cartoni recuperati qua e là.

Dipingere è comunicazione. Non ho dipinto ciò che vedo, ma ciò che ricordo, ciò che ho visto, ciò che è stato e che conservo dentro di me. A volte il dipinto è per me un tentativo di ritorno nei luoghi dove sono nato. Diventano così pigmenti colorati che esprimono frammenti di memorie.

Sono sempre più convinto che dipingere sia una forma di amore verso la vita. E’ un modo di amare la vita. E’ l’immenso Amore per la vita, che non si spegne, non si esaurisce nemmeno dopo 23 anni che il mio corpo è segregato in una prigione.

E’ così carissimo Alfredo, e miei cari amici del Blog. Questa pittura ad olio, fatta di stratificazione che si sovrappongono, fatta di tantissime pennellate che insieme, paino piano, costruiscono l’intero dipinto, alla fine mi fa ritrovare la mia anima, come unica “cosa” capace di strappare l’uomo al carcere del suo destino.

L’appiattimento psicologico che la vita coatta produce da sempre, è sempre in agguato. Chi “vive” chiuso in questi cubi di cemento, da molti anni, deve per forza possedere una energia illimitata verso la vita che può poi aiutarlo a vivere, o meglio.. a sopravvivere.

Ecco perchè… DIPINGERE.. è ritrovare se stessi, in tal senso diventa terapia…

L’urlo quasi patologico di chi desidera essere libero da molti anni. Queste grida mute, diventano anche sfogo personale quando si dipinge. Così la “tela” può bussare al cuore dell’osseratore, offrendo loro aneliti sopiti di un Amore insperato.

I segni riprodotti nella tela, i colori riportati con il pennello sulla superficie della tela, non sono altro che la voce di quel tumulto di sentimenti e dell’istintiva necessità di dare un senso al giorno.

Coloro che sono immuni da esperienze dolorose fanno fatica sicuramente a recepire la sommersa richesta di un bisogno d’amore, di un bisogno di libertà, di un bisogno di normalit, in un contesto di vita dove i regolamenti e le decisioni sono prese altrove. La vita ha sempre bisogno di essere vissuta con consapevolezza e la chiave di lettura, come sappiamo, non è altrove, ma all’interno di noi stessi.

Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.

Contro le porte ottuse e chiuse del mondo, il detenuto che dipinge riesce invece a strappare un bel sorriso al buio della sua esistenza. E’ un pò trasformare in estro creativo la propria inquietudine.

Dopo  essere “uscito” dal regime del 41 bis fui trasferito qui, nel carcere di Voghera, l’11 gennaio 2007. Poi nel 2007 mi sono iscritto al corso di arte-terapia con la professoressa Marta Vezzoli, persona squisita. Le lezioni si tenevano una volta a settimana, nel periodo scolastico… poi le vacanze..ecc.. per me tutto ciò era insufficiente… così ho faticato, e alla fine ho ottenuto l’autorizzazione a poter dipingere in cella.

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.

Il carcere a vita, questo tumore maligno che devasta chi lo vive sulla sua pelle, nulla può contro i miei pennelli e i miei colori. Allora, con le mie mani afferro i pennelli e dipingo, dipingo su tutto, anche sui cartoni. Le proprie emozioni, i propri desideri, le proprie malinconie.. si trasformano in SEGNI, si trasformano in colori, e così percorro un viaggio visivo nei miei colori che mi coinvolgno l’animo e lo spirito.

E’ in questo modo che la pittura assume una valenza salvifica. Dipingendo, provo così un senso di ristoro, una sorta di poesia viviva, una rappresentazione dei miei pensieri più intimi. Insomma, un riparo quasi spirituale.

Miei cari amici, il dipingere come lo scrivere, vuole dire, in questi luoghi, quasi creare una vita parallela, una difesa che noi abbiam contro i problemi, la mediocrità, per alcuni è anche meccanismo che permette di “fuggire”, di spostarsi, verso un mondo più bello. Così, anche in un luogo angoscioso puoi creare qualcosa di bello, e così… in silenzio… sulla tela.. è possibile udire l’eco della libertà a cui Pierdonato non smette mai di tendere.

Un abbraccio a tutti, come di persona.

Pierdonato

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Probabilmente è un cavallo arabo, ma l’ho chiamato stallone andaluso, perchè un mio amico, ogni volta che passava da vicino alla mia cella, mi esternava i suoi elogi del dipinto e lo chiamava stallone andaluso.. così questo dipinto l’ho chiamato così, trattandosi di una immaginetta piccolina che io poi ingrandito mi ricorda “Briglia d’oro”, la giumente che avevamo come mezzo di trasporto con il calesse, nella mia infanzia.

 

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Questi limoni li ho tratti da una tovaglia di un mio amico ergastolano. Questa mia ricerca di qualcosa di bello, di vivo, di naturale, tra queste pareti di cemento nudo è quelo che ho scritto.. desiderio di amore verso la vita.

 

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Il gatto di Suor Gianna. Perchè Suor Gianna mi spedì una cartolina con questo gattino che mi colpì subito e l’ho dipinto 40 X 50. Dal vivo sono più belli i dipinti ad olio. Così l’ho chiamato così, un dono per Suor Gianna, che è attenta visitatrice del Blog, con la quale ho un dialogo epistolare, proprio per avere letto gli scritti nel Blog.

 

 

 

Un giorno alla settimana di “purificazione”.. dal carcere di Catanzaro

Nel carcere di Catanzaro hanno iniziato una pratica di digiuno “settimanale”.. ovvero di un giorno di “digiuno” alla settiamana. Lo chiamo in senso lato “digiuno”, dato che è possibile mangiare frutta, oltre   a bere acqua. Chi se la sente può anche soltanto bere acqua.

Di questa iniziativa ce ne da comunicazione Claudio Conte nella lettera che leggerete. E’ stata stabilita per tutta l’estate. Ma.. secondo me.. si potrebbe anche pensare di prolungarlo per altri mesi. Anzi.. di farne una stabile pratica di vita.

Sicuramente una delle spinte che ha dato luogo all’intraprendere questa inizitiva è stato il sopraggiungere dei mesi estivi che comporta la grande beneficità per il corpo dall’astenersi da cibi “caldi” e “pesanti” e dall’assunzione di frutta, verdura.. cibo “fresco”.

Ma la positività di tale pratica è perenne. E inoltre, cosa che emerge anche dalle parole di Claudio, essa produce anche benefici mentali e spirituali. Si può decidere di intraprenderla anche per attuare un allegerimento “mentale”… digiunare infatti alleggerisce l’incessante attività mentale, e disancora dai pensieri cupi, ansiosi e.. “pesanti”.. e la si può intraprendere anche per una spinta spirituale. Spesso i vari “elementi” (salutistico, mentale, spirituale) sono interconnessi anche se non tutti gli attuatori di pratiche del genere ne sono consapevoli.

Inoltre il digiuno determina Vigore e Forza Interiore… questo spiega la sua grande importanza nella pratica Gandhiana e in coloro che a Gandhi si sono ispirati. Ma la storia del digiuno è molto più ampia.

In sintesi… si tratta di una grande idea. Su tutti i piani. Specie quello di una battaglia di purificazione interiore, che è simbolo di una più ampia ricerca di libertà. Il farlo tutti insieme lo stesso giorno è poi, come fa capire Claudio, il simbolo di qualcosa che unisce  e rende tutti più forti.

E il farlo coinvolgendo più.. “mondi”… come il mondo di chi è detenuto.. e il mondo dei “liberi”… crea un’onda energetica ancora più forte, e un senso di condivisione ancora più intenso.

Claudio propone a chi vuole di aggiungersi, il venerdì, digiunando.. o mangiando solo frutta. E invita anche a dare un nome a questo giorno. Sicuramente non accolgo il nome che Cladio ha dato per scherzo.. “beauty-day”.. :-). Si tratta di qualcosa di più di un giorno per migliorare la forma fisica. Io, appunto per queste reminiscenze gandhiane… lo chiamerei.. “il giorno della verità” o “il giorno della libertà”. Ma ognuno di voi proponga il nome che preferisce.

E chi vorrà dare la propria partecipazione morale a questo giorno di digiuno.. potrà anche direttamente scrivercelo e lo comunichermo anche agli amici del carcere di Catanzaro. Cosicchè faremo di questo giorno un grande giorno di INCONTRO.. tra esseri umani.. al di là di etichette, categorie, sentenze e condanne.

(..)

Questo è un messaggio per te e tutti gli amici. Qui siamo partiti con un’altra delle nostre iniziative… tutte estive.

Abbiamo stabilito un giorno settimanale di “purificazione” (ma stiamo  cercando ancora una definizione…) alimentare. In sostanza il venerdì solo acqua e un pò di frutta. C’è chi lo fa per dimagrire un pò, per fare riposare lo stomaco (insomma per motivi salutistici) e chi lo fa anche per fini spirituali.

Ma principalmente lo spirito è nel fare qualcosa insieme, facendoci del bene. Senza soffrire. Le regole infatti sono semplici. Chi non resiste deve fare pubblica ammend.. e può ritentare le settimane successive (durerà tutta l’estate). Qui alcuni di noi hanno iniziato venerdì scorso. Non ti dico le risate.. perchè c’è Raffaele (che come me è una “buona forchetta”) sul quale nessuno puntava, nessuno credeva che avrebbe resistito (guardie incluse). Beh! Ce l’ha fatta! Nonostante vari e insistenti tentativi…

Poi c’è Fabio che piano piano vuole arrivare a bere solo acqua. Per adesso però è uno di quelli che ha mangiato di più… cercando di coinvolgere anche il nostro Raffaele…

Come avrai capito è una cosa divertente. Può aderire chi vuole. Quindi fai passare il messaggio sul Blog. Per quelli che vogliono  partecipare al beauty-day (puoi vedere anche di trovare un altro modo, anzi apri il concorso al migliore e originale nome).

Caro Alfredo, come avrai capito è anche un modo per interagire e fare qualcosa insieme durante l’estate…

Un abbraccio

Claudio

Catanzaro  19 giugno 2011

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