Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “sofferenze”

Venti leggeri.. scritti e disegni di Giovanni Leone

E’ difficile descrivere Giovanni Leone.. detto Nuvola.. detenuto a Voghera.

Cӏ tantissimo di lui in questo Blog. Soprattutto, tanti dsei suoi disegni, che hanno uno stile potreste riconoscere sempre, anche in mezzo a mille altri disegni.

Difficile descrivere Giovanni, è uno di quei personaggi talmente improbabili, che stenti a credere possano esistere.

Un cuore bambino, non infantile, bambino.. gravido di profonda innocenza, così tanta da fare piovere innocenza, da farla trasudare in ogni tratto dei suoi disegni. Sembrano fatti alla bell’è meglio, con tratti apparentemente rozzi, ma è in realtà è l’anima che prende lo scalpellino per estrarre altra anima dall’anima.

E le sue parole.. a volte comprensibili. Altre volte più confuse. Ma puoi sentirle sempre, puoi “capirle” sempre, anche quando ti sembra di non capirle, perché né afferri il senso profondo, anche quando ti sembra di non capirne il significato immediato.

C’è un Bambino nel carcere di Voghera, che allo stesso tempo è un antico Saggio, uno capace di dire cose come..

“Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.”

Giovanni Saggio-Bambino.. ha quella libertà del Cuore, che lo porta struggersi per le sofferenze altrui e a desiderare la tua felicità, di Te, che stai lì fuori. Cerca di trovare il tempo e la forza per dirti qualche cosa che possa darti forza e speranza, come quando dice.. 

“Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.”

Vi lascio ad altri due dei suoi intensi disegni; ognuno dei quali l’ho fatto precedere dalle parole -di Giovanni- che l’accompagnavano.

Ancora prima, ho inserito una sua breve riflessione sulla persona… “superficiale”.

Vi lascio a Giovanni Leone, allora.. detto Nuvola..

——————————————————————————————-

IL SUPERFICIALE

Il superficiale è quell’essere che non approfondisce mai. Perché si sposa con l’ignoranza. E’ stupido. Perché ormai  non sa più distinguere il male dal bene e si crea delle regole personali. Mentre il saggio pensa quello che c’è da fare e non quello che ha fatto. Poiché ogni essere è nato per crescere e non per morire

I MIEI GIORNI ESTIVI

Un sole cocente batteva nella parete della cella dove mi hanno ubicato, la finestra chiusa e un grave malore mi insozzava il corpo. 

Sognavo montagne dove  i meandri mi conducevano nella cascata, e il vapore acqueo si espandeva e respiravo l’ossigeno nella atmosfera.

Come se fosse una purificazione dell’anima. Ma l’esistenza reale del carcere è crudele. Mi sento come tenuto in ostaggio. Perché le leggi sono mortifere?…

Sono ricordi..

Sono ricordi che  riaffiorano da quella scogliera dove affioravano le onde come il peso di una rondine di mare…

Era deserta, sotto quella luna con una luce tutta particolare che ti destava come vera incarnazione della bellezza della natura.

Un luogo ove la pace era di una dolcezza smisurata, come a ritrovarsi sotto l’effetto di un sonnifero, perché ho sentito il cuore battere come i martelletti di un vibrafono. Fu allora che mi sono concesso al mare con tutto me stesso. Anche se non avevo mai visto, prima di quella sera, i raggi luminosi della luna specchiarsi nell’acqua, insieme alla mia ombra. Fuori dall’acqua il mio corpo ancora gocciolava. Sono uscite dalla mia bocca parole per la madre natura che non avevo mai pronunciato prima… “Erano soltanto parole di rispetto.

Mi sono ripetuto la mattina dopo, cercando  di convincermi di essere semplicemente nel bel mezzo di una piacevole solitaria avventura estiva.

Perché il risveglio è stato ancora più travolgente, in quell’acqua chiara in cui mi sono tuffato, e non so spiegare quale onda mi abbia travolto. Era una semplice mareggiata che mi trascinava sulla schiuma illuminata del sole, rotolandomi nella più grande meraviglia che si potesse immaginare, come una madre che avvolge il suo figliolo nel suo scialle e lo stringe tra le braccia e il cuore…

Lì mi sono perso, in quell’infinito equinozio di dolcezza dove il mio cuore mi ha detto che ero libero.

VENTI LEGGERI

Venti leggeri dell’Africa, araldi nel sole della Sicilia, mare a nuoto, e terra di prelibati frutti, alberi di agrumi sempre con fiori bianchi e profumati frutti succosi, con piante selvagge ma ricche di delizia. Mentre le scogliere si specchiano nel mare. Voi dolci gabbiani ubriachi di baci tuffate il corpo nell’acqua sacra.

Ahimé, dove li potrei trovare i fiori della primavera, dove la luce del sole e della terra  è nell’ombra? Le pareti si ergono mute e fredde, come bandierine di ghiaccio che tintinnano dentro le celle di congelatore. Nessuno ha diritto di umiliare il prossimo, chiunque sia. Poiché nobile è colui che combatte coraggiosamente e con la ragione anche per la sua terra nativa.

Mentre misero è quell’essere che rinnegando la patria, fugge dai fertili campi per vivere nella vergogna dell’elemosina.

Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.

Quando non si è tagliati a rivelare i segreti del tuo cuore, non devi dare la colpa a chi ti lascia, perché le virtù non si comprano in piazza, come il DNA. E le prigioni più oscure del tuo cuore possono fari mancare ugualmente le forze, e non farti sentire fiducia in te stesso. E’ per questo che in fondo al cuore della notte ci consideriamo un po’ falliti. Non che questo ci importi molto. Perché tutti noi, senza eccezione, abbiamo fallito in qualcosa.

Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.

Con il cuore ringrazio tutti.

Il mondo che vorrei… di Franco Cesarini

Franco Cesarini è uno degli amici più recenti del Blog.

Lo abbiamo conosciuto tramite la nostra Pamela.

E’ detenuto nel carcere di Rebibbia. Ha scontato 10 anni, e gliene mancano altri 15. Le sue condizioni di salute sono problematiche, avendo subito anche diversi infarti e portando sulle spalle il peso di molte sofferenze.

Oggi pubblico quest’altra sua bellissima poesia in dialetto romanesco.. che da’ ad essa una freschezza ed una vivacità sorprendenti.

———————————————-

N’ ANGOLETTO DE PACE

Oggi nun vojo parlà de me ma de tutto er mal’affare
che sempre più gira attorno a sto monno esasperato’
Chi cià er potere, chi cià er lusso, chi s’aggiusta er
processo, e chicià la pazzia de mannà la Concordia in avaria’
lo nun so un poetal Nun sto ar potere! E sitanto
volete sapè ciò la quinta elementare ste cose fanno male!
Mo come si nun bastasse stamo ammassati
vent’ore ar giorno so tant’ore e velo giuro male
male, male drento ar core.
Venite a sta prigione voi potenti, voi lussuosi, parlate
co me che so ignorante! È facile giudicà un delinquente
e vi assicuro de delinquenti se ne stanno annà parecchi
ma no co la legge 199 nol Se ne vanno si ma suicidati
e giudicati corpevolie innocenti ma …. na legge è sicura
e veritiera sargono in cielo e magari lassfi viveno
liberi e je piace perché finalmente lanno trovato
n’angoletto . N’ angoletto de pace.

 

 

Il Governo segreto.. di Giovanni Arcuri (prima parte)

Giovanni Arcuri è uno dei nuovi amici del Blog, emersi nel corso degli ultimi mesi.

Giovanni è detenuto a Rebibbia, ha  scritto tre libri, di cui due pubblicati. Ha partecipato, tra le altre cose, al film dei fratelli Taviani “Cesare deve morire” -vincitore dell’ultimo Orso di Berlino- interpretando proprio il ruolo di Cesare.

Giovanni ha avuto una vita tumultuosa alle spalle, una gioventù bramosa di vita, che l’ha portato a viaggiare e fare esperienze, ma anche a sprofondare nelle ambigue dinamiche della finanza e nel commercio di droga, che lo portarono in carcere.

In carcere conobbe sofferenze radicali, intraprese un duro lavoro su di sé, e iniziò la via della scrittura, che è arrivata a  caratterizzarlo integralmente.

Quello che pubblico oggi è la prima parte di un testo molto interessante in cui Giovanni parla di quello che è ritenuto il “vero” Governo mondiale, l’ Elite che, al di là dei poteri apparenti e canonici, avrebbe in mano il potere, la finanza, e l’economia.

Comunque la si pensi, un testo di grande interesse.

————————————————————————-

Volle ribellarsi a quel destino, lasciandosi trasportare dalla brama di vita, viaggi, ed esperienze. Volere andare oltre un binario già tracciato è nobile, ma Giovanni incespicò nel commercio di droga, e in una vita “di successo”, ma che lo sradicava da sè. Una vita anche avventurosa, ma troppo compromessa con mondi tossici.

—————————————————————————————-

IL GOVERNO SEGRETO

L’Elite Globale

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il mondo si è trovato alla mercé dell’Elite globale. L’Europa era completamente deturpata dal punto di vista fisico, spirituale, economico, emotivo, mentale secondo quanto previsto dai piani.

Alla fine della guerra gli Stati Uniti erano il Paese più potente della terra. Avevano finanziato la guerra attraverso il sistema del prestito/concessione in uso di armamenti  sulla base del principio “prendi adesso pagherai dopo”. L’Europa stava sprofondando nel debito verso i banchieri americani controllati dall’Elite.

Gli Stati Uniti introdussero la loro strategia denominata “Area totale” per controllare l’Europa occidentale, l’intero emisfero occidentale, il Medio e l’Estremo Oriente e l’ex Impero britannico. Il Terzo mondo fu essenziale in questa politica come fornitore di materie prime e come mercato per le società industriali  capitaliste. Tale strategia portò queste aree deboli a dipendere dai banchieri e dalle multinazionali dell’Elite anche a costo del rovesciamento di governi eletti democraticamente o a veri e propri massacri in molte parti del Sud del mondo.

La manipolate avveniva a molti livelli, ma lo scopo primario era causare così tanti conflitti tra gli stati nazionali da spingere la pubblica opinione a chiedere di adottare dei provvedimenti in modo che l’Elite potesse a quel punto svelare il suo piano a lungo termine che prevedeva la realizzazione di istituzioni globali centralizzate sotto il controllo di una ristretta casta.

Inizialmente i punti basilari dell’Elite dopo la guerra potremmo riassumerli in sei punti:

1)       Introdurre un’autorità mondiale chiamata Nazioni Unite (e le sue sottomesse OMS, FAO, UNESCO, ecc.) in grado di evolvere in un governo mondiale con il potere di controllare le vite di tutti gli abitanti del pianeta.

2)       Continuare a causare conflitti nel mondo  e aumentare il terrore per la guerra nucleare e la richiesta di sicurezza globale.

3)       Perfezionare  il controllo della pubblica opinione e compiere ricerche per aumentare le possibilità di manipolazione della psiche umana, a livello individuale e collettivo anche con il supporto di novità tecnologiche che sarebbero state sempre più avanzate.

4)       Creare uno stato sociale mentre vengono distrutte tutte le alternative al sistema economico adottato e quando si è raggiunta la desiderata dipendenza, eliminare il sostegno di quello stato sociale, creando così una vasta sottoclasse senza mezzi né speranze (situazione attuale della Grecia e di altri Paesi).

5)       Creazione di una banca centrale e una moneta unica.

6)       Incrementare sempre di più il fardello del debito, delle persone, delle industrie dello stato (debito pubblico incluso), aumentando così il controllo esercitato su di loro.

L’Istituto reale degli affari internazionali (RIIA) con sede in Chatham House di Londra, il Consiglio per le relazioni estere (CFR) con sede a New York, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, il Comitato dei 300, l’ONU hanno formato una rete di manipolazione, che include un elemento molto importante costituito dal governo segreto del mondo, un governo che è di gran lunga più potente di qualsiasi autorità eletta.

Ritroverete i membri di queste organizzazioni tra i consiglieri politici e ai vortici della politica globale, delle banche, delle compagnie petrolifere, delle società multinazionali, dei media, dei dirigenti, dei giornalisti, dei militari di alto grado, delle intelligence, degli avvocati e degli insegnanti. Operano come organizzazioni all’interno di organizzazioni infiltrandosi dentro quelle sfere d’influenza e promuovendo segretamente il programma dell’Elite globale. La maggior parte dei loro colleghi non hanno idea di ciò che succede e di come vengono usati. C’è un fulcro dell’Elite che opera a tempo pieno per la causa, conoscono il programma e operano all’interno delle loro organizzazioni per realizzarlo;  e poi c’è un gruppo  più esterno di membri che non sono consapevoli delle reali e complete implicazioni del programma ma rivestono per i manipolatori un’utilità a breve termine.

A seguire vi ho rappresentato lo schema in cui opera l’Elite globale.

Noterete anche che l’intera struttura non presenta solo legami in senso verticale, dai vertici ai livelli inferiori, ma anche in quelli orizzontali. Ci sono molti più collegamenti e organizzazioni di quelli che io ho rappresentato nel diagramma.

All’interno della maggior parte di queste organizzazioni, i livelli inferiori ignoreranno ciò per cui vengono sfruttati, ed è importante riconoscere che il sistema di compartimentalizzazione e il principio necessità di sapere significano che diversi livelli perseguono scopi diversi. Ai più bassi livelli della CIA, dei servizi segreti britannici (M16) e del KGB ci saranno state persone che combattevano onestamente contro la Guerra fredda e che oggi continuano a combattere in varie zone del mondo  per altri interessi della nazione. Ignari. Ma a livelli più alti avevano altri programmi, perché sapevano che la Guerra fredda era una copertura per realizzare le ambizioni dell’Elite, oggi c’è il controllo del petrolio e delle materie prime. Questi programmi sono ancora in atto oggi all’interno dei sistemi economici, politici, militari e mentre la maggior parte delle persone coinvolte non si rende conto di farne parte, le menti ai vertici mettono a punto il programma che poi viene passato ai livelli inferiori.

Questo fenomeno si potrebbe collegare anche alla cultura della corruzione presente in tutto il mondo, nel mondo degli affari, della politica, della polizia, ecc.

Tutta questa piramide è pervasa da una forza, una direttiva e una motivazione unica e comune. Essa detta le linee politiche e muove i fili di chi  manipola la vostra vita.

Pochi sanno che a controllare il sistema finanziario mondiale e il succedersi di boom e crisi economiche sono solo tredici persone, i membri della Commissione bancaria internazionale di Ginevra, fondata da David Rockfeller, su incarico dell’Elite nel 1972. La Commissione è composta da due membri rispettivamente della Federal Reserve degli Stati Uniti, della Banca d’Inghilterra, delle banche centrali di Germania, Francia e Svizzera, e di un solo membro delle banche centrali di Olanda, Austria e Scandinavia. Ha la sua agenzia di servizi segreti nota come Four-I, l’International Intelligence Information Institute. Questa elite delle banche è controllata da famiglie come i Rothschild, i Rockfeller, i Bilt e i Goldberg. Legata alla Commissione è la Banca dei Regolamenti Internazionali anch’essa con sede in Svizzera, il cuore della rete finanziaria dell’Elite.

Quest’ultima banca contribuisce a coordinare le politiche delle banche centrali nazionali, come fa negli Stati Uniti la Federal Reserve (FED), il cartello delle banche private che decide i tassi economici e d’interesse degli americani, senza curarsi minimamente dell’opinione dei presidenti e de politici. Anche se non vi sono membri della Banca dei Regolamenti Internazionali all’interno della Federal Reserve ciò che conta è quello che conta a livello non ufficiale. A tutti gli incontri della Banca dei Regolamenti Internazionali la FED invia suoi rappresentanti e ne sottoscrive le azioni. La maggior parte degli americani non si rendono conto che la FED è una organizzazione privata. Essi credono che il governo non sia così stupido o corrotto da permettere ad un cartello di banche private di governare il Paese. Il termine federale viene usato negli Stati Uniti per molte organizzazioni dell’Elite con l’intento di far credere che esse si collochino nell’aerea del governo.

L’intero castello di carte per il controllo delle popolazioni si basa sull’imposizione di interessi sul denaro. La questione dell’interesse è cruciale.

Non ci sarebbe niente di male se il denaro venisse usato come strumento di scambio per beni e servizi. E’ quando si cominciano a imporre interessi sul denaro –la maggior parte del quale non esiste nemmeno- materialmente che sorgono enormi pericoli. A quel punto si può ricavare più denaro solo manipolando pezzi di carta e numeri elettronici di quanto se ne possa ricavare producendo beni essenziali e servizi che rispondano alle esigenze della gente. Con l’imposizione degli interessi, il denaro insegue quelli che ce l’hanno già e ignora chi non ne ha. Le abissali divisioni sociali e finanziarie del mondo sono provocate dall’imposizione degli interessi sul denaro. La produzione viene modificata in base all’avidità  e non della domanda. Le ultime crisi economiche americane ed europee lo dimostrano. Molti hanno voluto vivere notevolmente al di sopra delle loro possibilità, governi compresi.

Il ruolo della Banca Mondiale (da non confondere con la Banca centrale mondiale) è quello di concedere prestiti ai governi per grossi progetti capitali. Tali prestiti sono stati usati, come previsto, per finanziare nei paesi poveri progetti che rispondano alle esigenze delle multinazionali. Il ruolo della Banca Mondiale  è quello di far realizzare delle fortune alle imprese edili multinazionali come il Gruppo Bechtel. Il FMI ha sommerso i paesi del terzo mondo di debiti incitandoli a esportare materie prime a prezzi stracciati ai Paesi forti e poi far comprare da questi prodotti di lusso o in necessari destinati esclusivamente ad una minuscola e corrotta elite politica ed economica locale. Tutti questi problemi sono creati ad arte a tutto vantaggio dell’Elite.

Ogni anno molta più ricchezza viene trasferita dai Paesi poveri verso quelli ricchi che non il contrario. Anche la politica del GATT mira  a creare dipendenza dal sistema economico mondiale obbligando  i paesi ad abbattere le loro barriere commerciali. Questo concetto di libero commercio fu auspicato nel secolo scorso da Adam Smith.

Su questo argomento potremmo scrivere per giorni ma vorrei concludere sottolineando un particolare sulla quantità di ricchezza accumulata dall’Elite.

Essenzialmente questo accumulo è avvenuto attraverso il sistema degli interessi sul debito e attraverso il furto dell’oro del mondo. Una fonte da me contattata quando vivevo negli Stati Uniti ha studiato e lavorato all’interno del sistema finanziario globale. Questo individuo sostenne che l’oro che l’Elite ha rubato alla Russia dopo la guerra e al Giappone, agli Stati Uniti e ad altri Paesi ammonta a circa 60000 miliardi di dollari. Quest’oro mi fu confermato da un altro contatto in seno ai servizi segreti di quello stesso Paese, viene conservato presso il deposito di metalli preziosi di Clouten, vicino a Zurigo e in depositi simili a Umbrea vicino Ginevra, a Vienna e a Rhen, la principale base aerea di Francoforte. Qualsiasi crisi gli “fa un baffo”. Anzi a volte è proprio nei  momenti di crisi che avvengono le migliori speculazioni…

 (FINE PRIMA PARTE)

L’uomo dell’Est.. la rubrica di Gerti Gjenerali

Eccoci a questo secondo appuntamento con “L’Uomo dell’Est”  la recentissima rubrica di Gerti Gjenerali, detenuto albanese che abita nel carcere di Spoleto. Troverete nella prima “puntata” di questa rubrica informazioni e riferimenti in più riguardo a Gerti Gjenerali e al senso di questa rubrica (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali/).

Una delle spinte che ha portato ad immaginare questo nuovo appuntamento, è la possibilità di un discorso che seppure venendo da un detenuto tocca orizzonti anche “altri”.. vista la particolare formazione e attitudine di Gerti.

Il pezzo di oggi prende le mosse da un riferimento contenuto in una lettera che gli inviai.. dove si parla di quei rapporti molto problematici che possono instaurarsi con alcune persone a noi molto vicine (o che lo erano)… quelle situazioni in cui sorge un muro di incomunicabilità e chiusura… un muro che rischia di durare anni.. specie se non c’è nessuno capace di fare il primo passo, anche oltre l’orgoglio e la rigidità, e di andare oltre..

Vi lascio alle parole di Gerti Gjenerali.. carcere di Spoleto..

———————————————————————————————————————-

Eccomi qua. L’uomo dell’Est è tornato.Cosa potrei scrivere? Oggi mi è giunta una bellissima lettera del mio Compagneros Alfredo.

Mi ha scritto un concetto sui conflitti o le cose che sono irrisolte fra un parente o un amico, o una persona amata.

Qui è un discorso molto delicato, perchè come al solito le parole hanno un certo significato. Ovviamente mi piace scrivere quello che penso, frutto della mia esperienza di vita, frutto delle mie sensazioni e criteri.

C’è del vero in quello che dici.. “demoliamo il muro”.. così andiamo oltre.

Subllime come concetto, ma purtroppo come noi ben sappiamo, la vita reale è fatta diversamente. Cioè è una continua tragedia.

Io qui ho dei seri problemi. Già il fatto di riconoscere di avere dei problemi mi fa sentire bene. E nel mio modo di agire cerco con tutte le forze di cambiare e di migliorare.

Mi spiego meglio. Vado avanti così, a ruota libera. Tanto rimane sempre il fatto che sono un uomo molto sciocco.

La vita è triste, è una tragedia. Ci fa credere che viviamo in un universo meraviglioso. Incontro delle persone, amo delle persone, amo queste persone in forma diversa. A volte  ho un rapporto superficiale. A volte ho delle illusioni molto piacevoli. A volte percorro la stessa strada per un pezzo. Poi a volte scompariamo nel medesimo modo assurdo e improvviso in cui siamo arrivati.

Del resto io non vivo nel mio tempo. Mi porto dietro anche la mia storia personale e le guerre interiori.. che purtroppo sono macigni sulle mie spalle stanche.

A volte penso che devo solo essere molto umile e subire ora il ritorno delle mie scelte sbagliate…

Dunque, andare oltre per demolire il muro. Ma quale muro? Quello che abbiamo nel nostro cervello, le catene e le nostre fottute ossessioni.

Ogni uomo o donna in fin dei conti vale il suo cervello..

A volte penso, anzi spessissimo parlo con me stesso, lo ritengo  di primaria importanza. Mi vengono  i dubbi. Sono io il cattivo e il miserabile. Mi guardo allo specchio e percepisco  i personaggi cattivi… o forse sono un modo come un altro per difendermi dalle sofferenze inutili.

Qui dentro tutto è amplificato, tutto è falsato, nulla è come dovrebbe essere.

Non è vita questa. Qui l’uomo venuto dall’Est sopravvive con la sua maschera di ghiaccio.

Quando io vedo che una persona è fondamentalmente dannosa per me, l’unica cosa che devo fare è: levarmi di mezzo con molto stile. Tanto le persone cattive si distruggono da sole. La natura e l’universo sanno come correggere se stessi.

Come potrei superare il muro della arroganza e della rigidità, pur conoscendo tutto il panorama che c’è dall’altra parte? Giacché il mio muro mentale è già caduto da anni… come possiamo noi poveri, meschini, piccoli piccoli, pretendere che gli altri capiscano le nostre ombre che ci oscurano la vista e la ragione. Il nostro parente o amico magari non è pronto per venirci incontro. E’ come un tipo che cambia sempre città e fa sempre gli stessi errori. Non sono le cittàà o le persone che frequenti che devono cambiare, ma è te stesso che devi cambiare. Tutto quello di cui abbiamo bisogno ce lo portiamo nella nostra testa.

Orgoglio, rigidità, pessime abitudini sono delle malattie orrende che ci portiamo dentro. Uno potrebbe abbattere quel muro a testate se sa che dall’altra parte c’è una persona equilibrata e buona… e consapevole soprattutto.

E’ un discorso molto molto serio, Compagnero.

E’ vero.. potrebbe essere che uno rimanga bloccato nei ricordi e nel suo odio. Ma tutto ciò è stupido e da idioti. Nulla ci appartiene in questa vita, memmeno il nostro corpo. Solo i pensieri sono nostri.

Chiudo sostenendo che ogni cosa ha il suo tempo, e se una cosa deve essere distruttacosì sarà. Importante è che uno si comporti bene e nella dignità del suo essere. Poi cosa faranno gli altri è un problema relativo.

Credito d’amore.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito ha una ispirazione inesauribile. E’ probabilmente l’autore più prolifico di questo Blog. E tocca vari momenti.. la fantasia e il volo fiabesco, la voglia di lottare, l’ironia e la gigantesca malinconia. Come malinconia e dolore abitano il testo di oggi. E come in altri testi Giovanni segue un filo di discorso, ma allo stesso tempo lo trascende.. senza mollarlo, esso continua ad essere presente e poi allo stesso tempo trasceso. L’amore che riceviamo, l’amore che diamo, le ferite sulla pella, gli attimi di abissale solitudine, e di nuovo amore e ali e di nuovo..

Alla fine c’è anche una sua poesia, molto bella…

Vi lascio a Credito d’amore e alla poesia che lo accompagna, di Giovanni Zito..

———————————————————————————————————————————

Signori e amici del Blog,

come va la vostra vita fuori?

Qui dal mio mondo non si batte chiodo. Solo le sbarre della mia finestra, due volte al giorno, tanto per essere sicuri che tutto sia al proprio posto.

Vi faccio leggere un altro pezzo. Spero che vada bene. C’è anche una poesia.

Non rimproveratemi se non sono bravo. Lo sapete, sono Giovanni. Ma sono costantemente presente.

Con l’affetto di sempre vi abbraccio. Tutti. Ricchi e poveri, belli e brutti.

Buona lettura.

Giovanni Zito

————————————————————————————

UN CREDITO DI AMORE

Questa frase mi ha accompagnato per anni durante i miei spostamenti forzati da un carcere all’altro. Di trasloco in trasloco, dal Sud al Nord.

Il battito del batticuore, che dà grandiosamente e drammaticamente vita a un mondo a parte che è poi paradossalmente il mondo reale di un ergastolano ostativo.

Messaggio dirompente.

L’amore… figli veri, immaginari, cercati e voluti, perduti, ritrovati.

Cercare il battito giusto nei gesti quotidiani.

Un credito d’amore .. non ci si può permettere una distrazione, perchè poi arrivano conflitti che ti tolgono le farfalle dentro al cuore, scompaiono le nuvole sopra il mio angolo di cielo. Così nasce il vortice della nostalgia, dettaglio non di poco conto.

Solo il grumo delle sofferenze quando cessa il battito dell’amore.. si diventa friabili, avvizziti, rugosi.

I sospiri diventano fughe, e ci si fa male nel proprio inferno. I ricordi sono cattivi.

Emotivamente ogni disturbo racconta certamente la vicenda di un dolore individuale, e insieme la storia del dolore di qualcun altro.

Il filosofo Cartesio scrive come un maestro, come uno scopritore, un esploratore. Io invece scrivo come un ergastolano, perchè bisogna dividere ciascuna difficoltà per giungere alla migliore soluzione. Come si dice: quando c’è un lauto pasto, carne e pesce, tutti siamo più buoni, più sinceri. L’amore quante stelle ti fa vedere e toccare. Con il pensiero più dolce del miele, quel gran cuore nato tra i banchi di scuola.

Ma poi tutto cambia quando si decide di raccontarsi. E trovi gli amici, quelli veri che scrivono frasi indelebili. Sboccia il cuore con il battito più vero. Si apre quella vena di parole sincere d’affetto. Cadono dall’anima. Si scrive ogni forma di pensieri. Si comincia a seguire gli altri, quelli speciali, ultimo paradiso.

La mia vita è come uno show. Ci ho messo un pò per equilibrare il mio passo verso la società.. grazie anche a quelle persone che hanno messo le ali al mio vivere da prigioniero nato libero.

Anche se adesso la notte rivedo un mondo più disumano di me, per quelli che vivono come me.. adesso posso solo lavorare di fantasia. Nonostante ciò, con le mie storie mi metto in fondo al corridoio della vostra coscienza, perchè siete voi l’amore di oggi, di domani.. e poi.. chi lo sa amici miei….

Con la stima di sempre vi abbraccio tutti.

Giovanni Zito

————————————————————

Nel mercato degli schiavi

maledetti rumori di catene

fanculo al mondo che mi vuole rubare

 anche l’anima

Ombre vacanti, cuori pesanti,

quando il paradiso diventa in un attimo inferno.

Anche se una carezza cambia le mie giornate

resto sempre schiavo di un pesante presente.

Il destino ha deciso così.

Anche se metto in vendita ogni mia speranza..

è una follia..

sognando il Grande Amore…

Il vento, sembra farlo apposta, si è fermato,

sul mio viso “cuore nero”,

vivo dove nessuno può capire, sentire, sapere,

così metto ancora un pò di poesia

nelle tue mani di fantasia,

una lettera a te, un bacio e poi

lontano mai, lontano mai.

Giovanni Zito

Lettera al Presidente della Repubblica (organizziamo un invio collettivo)

Gli ergastolani di Carinola hanno preparato questa lettera da inviare al Presidente della Repubblica. E’ da ritenere che gliela abbiano già inviata. Fondamentalmente, il “motore” e il principale “stesore” di questa lettera collettiva credo proprio sia stato il nostro Sebastiano Milazzo, da pochi mesi trasferito a Carinola (da Spoleto), probabilmente come misura “punitiva” per avere protestato contro la pratica ILLEGALE, messa in atto in alcune carceri, di adibire le celle degli ergastolani, dall’uso singolo, alla  possibilità di ospitare un altro posto letto (pratica che viola l’art. 22 del Codice Penale che stabilisce l’obbligo dell’isolamento notturno per l’ergastolano):

Questa lettera va al di là della specifica storia di Sebastiano, per essere un grido di protesta, indignazione, ma anche di aiuto, e di speranza nei confronti delle Istituzioni. E’ rivolta formalmente alla più alta carica dello Stato, il Presidente delle Repubblica.

Ecco.. adesso ho qualcosa da proporvi.. qualcosa a cui si stava già pensando. Qualcosa di cui si era già cominciato a parlare, tramite corrispondenza, con lo stesso Sebastiano.  Ossia…

ORGANIZZARE UNO INVIO COLLETTIVO DI QUESTA LETTERA ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA.

Allora ci sono essenzialmente due modalità. Io direi di esperirle entrambe, perché continuo a credere che è sempre meglio fare arrivare il supporto cartaceo oltre tante email, in un certo senso le lettere tradizionali sono più “ingombranti” e si notano di più..

Io direi di fare entrambe le cose…

Comunque per quanto riguarda l’indirizzo email.. basta andare a questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Compilare con tutti i dati.. e poi allo spazio dove si deve inserire ilt esto.. ricopiate la lettera degli ergastolani… premettendo prima due parole vostre del tipo..”io tal dei tali sostengo la battaglia degli ergastolani ostativi..di cui alla lettera che segue..”.. ma queste due righe potrete formularle come volete voi. E poi un bel copia e incolla di questa lettera.

Riguardo all’invio cartaceo invece.. Vediamo come fare… se si può semplicemente stampare.. e uno aggiunge una sua firma di sostegno morale.. o se voglia mo mettere un modulo prestampato di formale adesione.. ci penso un attimo, confrontandomi anche con gli altri.. Comunque, l’idea sarebbe questa. Oguno di voi scaricherebbe o copierebbe la lettera e a sua volta la invierebbe al Presidente della Repubblica, come atto di solidarietà e sostegno con la battaglia degli ergastolani ostativi. Per chi vuole già inviare la lettera cartacea… è sufficiente scrivere questo sulla busta da lettera, nella zona del destinatario..

Alla C.A. del Presidente della Repubblica
GIORGIO NAPOLITANO
c/o Palazzo del Quirinale
00100 ROMA

Non è richiesta alcuna affrancatura! In sostanza, vi risparmiate il francobollo!

Da un tale invio di lettere (cartaceo e telematico) può uscirne qualcosa di forte. Innanzitutto la Presidenza della Repubblica vedrà che questa causa è a cuore di molti. E poi si potranno informare giornali, trasmissioni televisive, la si potrà fare circolare su internet. Può essere un ennesimo “mezzo” che tenti di smuovere anche solo un poco questa realtà.. anche solo un poco è meglio di niente..

Ripeto.. intanto.. oguno di voi… può già subito.. fin da ora inviare una email alla Presidenza della Repubblica. Basta semplicemente cliccare su questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Vi lascio alla lettera di Sebastiano Milazzo..

A presto Amigos..

———————————————————————-

Al Presidente della Repubblica

Onorevole Giorgio Napolitano

Noi ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola (CE) ci rivolgiamo a Lei per rappresentarLe la condizione in cui siamo costretti a scontare le nostre pene da quando siamo stati privai di ogni beneficio penitenziario e della stessa liberazione condizionale.

Nei fatti, nei nostri confronti, l’articolo 27 della Costituzione repubblicano è stato sostituito con l’articolo 22 del codice della dittatura fascista: “La pena dell’ergastolo è perpetua”. Una sostituzione che ha riprotato le carceri al loro linguaggio punitivo, la cui situazione è stata definita da Marco Pannella: “una riproposizione morale e istituzionale della Shoah”. E mai definizione fu più appropriata per descrivere la nostra attuale condizione, perché noi vediamo morire ogni giono una parte di noi stessi, senza che per noi possa nascere una nuova possibilità.

Questa condizione fa sentire ognuno di noi come quei cadaveri dimenticati all’interno degli appartamenti, che alla lunga ammorbano di miasmi irrespirabili l’intero condominio, perché la mancanza di sperenza di possibilità nuovo colpisce noi, ma ammorba anche la società del sentimento della pena vista come una vendetta.

Un sentimento che non è solo contrario al Diritto, ma è anche una negazione dello stesso. Una negazione che ci costringe a vivere privi di speranza, anche dopo che il nostro passato,  nelle nostre intimità, non potrebbe più fare parte del nostro futuro.

Questa condizione produce dentro di noi sofferenze destinate a durare un’intera vita, mentre quelle procurate dalla pena di morte durano solo il termpo dell’esecuzione. Ed è perché siamo coscienti di questo che, molti di noi, tra una fine spaventosa e uno spavento senza fine, come una pena che non finirà MAI, preferirebbero avere concesso il diritto ad una pena di morte, come facoltà cosciente, se non altro per liberare i propri affetti dal grave peso della propria condizione.

Signor Presidente, non serve dire a parole che la pena di morte nel nostro paese non esiste. Per noi c’è ed uccise. Lentamente, ma ci uccide. Anche se non applicata in sentenza, viene applicata ogni giorno sostituendo il patibolo con l’ergastolo ostativo. Viene applicata con certezza, una certezza contraria ai valori tanto sbandierati, ma poco praticati, della nostra Costituzione. Valori negati del tutto nei nostri confronti, da quella sorta di neorazzismo che ha fatto affermare l’idea che la Giustizia, il Diritto e la stessa Costituzione, quando riguardano noi, sono qualcosa di ben altro di ciò che appartiene alla nostra cultura. Dal momento che sul FINE PENA MAI, alle condizoni in cui lo scontiamo noi, si potrebbero usare tutti gli argomenti che si usano per l’eutanasia.

Un neorazzism che ha prodotto nei nostri confronti differenziazioni di pene effettive da scontare, che nemmeno nelle più tetre dittature sarebbero tollerate.

Basti dire, infatti, che oggi per lo stesso reato – omidicio – e la stessa condanna scritta in sentenza – ergastolo – noi siamo esclusi da ogni beneficio e dalla stessa liberazione condizonale, che era stata introdotta prima dei benefici. Mentre chi non sottostà alle esclusioni previste dall’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario, dopo dieci anni di pena scontata, se lo merita, può cominciare a godere delle misure alternative al carcere, e dopo 26 finire di scontare l’ergastolo. Una differenziazione che non ha niente a che fare con la lotta al crimine, né con la sicurezza attuale dei cittadini; valori che non si garantiscono negando la speranza  a chi avrebbe sbagliato in epoche lontane, e avrebbe dato prova di avere riflettuto sul male fatto agli altri, ai propri affetti, e a se stess.

Quando ce lo meritiamo, non serve negarci ogni speranza. Servirebbe, invece una nuova via che possa portarrci a fraci carico del futuro che è  nelle nostre speranze, assumendocene precise responsabilità. Solo così ognuo di noi avremme modo di “PENSARE E PESARE” sul proprio futuro. “Un pensiero e un peso” che ci farebbe sentire “Patria” la legge, che ci darebbe la possibilità di avere donata ancora un pò di vita, anche in base ai nostri propositi futuri. Non sarebbe astratto e nemmeno folle pensare di farci partecipare al futuro che è nelle nostre speranze, attraverso anche la verifica di nostri propositi e non in base alle attuali burocrazie demnziali che non forniscono mai elementi reali su di noi. Una verifica che ci darebbe la possibilità di ridiventare amici della comunità cui apparteniamo e non continuare ad esserne un peso.

Ma per poter ridiventare amici e collaboratori della comunità servirebbe una prospettiva della pena che non sia vista solo come castigo, ma come un Diritto, il Diritto di potere mettere a frutto ciò che ognuno di noi sente di essere diventato dopo decenni di sofferenze e privazioni affettive. Dopo il rifiuto di quelle regole di vita che ci avevano impedito di stare in contatto con le nostre vere identià, speriamo di poter sottostare a un diritto equo e uguale per tutti, che ci consenta di sperare nel futuro.

Senza questa speranza perdiamo definitivamente ogni ragione per desiderare di continuare a vivere.

Tanto volevamo rappresentarLe, auspicando che ci giunga da Lei una parola di speranza.

 

Gli ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola

15 dicembre 2010

Lettera aperta… di Sebastiano Milazzo

Non è possibile, anzi è folle, pensare che sia solo la delazione l’unico criterio di valutazione del ravvedimento del condannato.”

Basterebbe questa frase a rendere degna di lettura questa lettera aperta.. che ci ha inviato Sebastiano Milazzo. La vicenda di Sebastiano Milazzo la stiamo seguendo da tempo, e troverete nei post già dedicati a lui, o contenenti lettere sue gli elementi fondamentali di ciò che è accaduto(ad esempio vai ai post https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/11/sebastiano-milazzo-e-stato-trasferito-a-carinola/ ..e poi..   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/25/il-caso-sebastiano-milazzo-lultima-lettera/).

In sostanza Sebastiano ha subito un trasferimento che sembra avere tutte le caratteristiche del trasferimento punitiva. Sebastiano in tutta la sua detenzione si è impegnato in ogni modo per dare prova di buona volontà, e per cogliere tutte le opportunità che poteva cogliere. Tra le altre cose, si è preso cura per 18 anni della Biblioteca del Carcere di Spoleto.

Sebastiano ha una certa età (anche se non nello spirito, che resta lucido e vivacissimo).

Sebastiano chiedeva da tempo semplicemente di potere essere trasferito in un carcere della Toscana per potere vedere la moglie (malata) che non vede da 18 mesi, e con essa i figli (che non vede dallo stesso tempo). Se si aggiunge che anche la madre non può vederla perché molto anziana e acciaccata, si può intravedere il dramma di questo uomo.

Sebastiano fa fatto l’ “errore” di avere protestato contro l’introduzione nella sua cella di un’altra branda.. secondo una pratica che si stava mettendo in atto a Spoleto, ma anche in tante altre carceri. UNA PRATICA ILLEGALE.. in quanto in violazione dell’art.22 del Codice Penale che stabilisce l’isolamento diurno per gli ergastolani.

SIA BEN CHIARA UNA COSA. METTERE PIU’ ERGASTOLANI IN UNA STESSA CELLA E’ UNA PRATICA ILLEGALE. I CARCERI CHE PONGONO IN ESSERE QUESTO ATTO E L’AMMINISTRAZIONE CHE LI AVVALLA.. STANNO VIOLANDO LA LEGGE. QUESTO LO SI SAPPIA. E QUESTO CONTINUEREMO A DIRLO. Anche se violare la legge è una moda, che trova autorevoli esponenti a partire dallo stesso governo del paese.

Comunque… Sebastiano.. alla fine è stato trasferito ma non in Toscana.. ma molto più lontano dalla Toscana rispetto a dove era prima (Spoleto)… è stato trasferito a Carinola, ossia un carcere considerato “punitivo”, il classico carcere “dormitorio”, di quelle carceri che spengono piuttosto che risvegliare la vitalità e l’impegno dei detenuti, quelle carceri come tran tran sfiancante, basta che passi il tempo, tu mangi e dormi, e non creare grane.. passivo.. passivo ragazzo.. mettiti in ombra e non avrai problemi..

Tra l’altro non può neanche usare il computer, a cui era abituato da anni. Sulle tragicomiche vicende che riguardano il rapporto tra i detenuti e la possibilità di usare il pc vi richiamo, tra gli altri, al caso di Alfredo Sole (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/11/29/ancora-su-alfredo-sole-e-il-suo-computer/), caso (quello di Alfredo Sole) che tuttavia sembra in via di risoluzione.

E andiamo alla lettera aperta che da poco Sebastiano Milazzo ci ha inviato. E’ una lettera di ampio respiro. Una lettera che va al di là della sua personale vicenda, per fare una riflessione non scontata ma franca e limpida sulla situazione di tanti detenuti in Italia, e sulla necessità di un profondo cambiamento, oltre gli stereotipi, la pigrizia intellettuale, l’opportunismo e l’aria fritta da convegni.. dove ci si riempie la bocca.. con parole come rieduazione, scopo della pena, riforme, ecc. I grandi oratori sicuramente non ci sono mai mancati. La grande ipocrisa neppure.

Vi lascio alla lettera aperta di Sebastiano Milazzo

——————————————————————————————————-

 

LETTERA APERTA

Il Dott. Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Perugia, ha sostenuto, sostanzialmente, che la maggioranza degli ergastolani sono destinati a morire in carcere. Questa situazione illustrata in un convegno da un esperto, addetto ai lavori, è destinata a non mutare se non cambiano le norme che impediscono di concedere i benefici agli ergastolani. La possibilità del riscatto è negato loro da quelle norme che, in base al tipo di reato, portano alla complessiva inutilità delle aree rieducative, a ciò s’aggiunge la pratica inesistente dei controlli su quei funzionari, quelli per intendersi che li allontano dalle residenze dei familiari, perché pensano all’ergastolano come a un individuo da eliminare, in un modo o nell’altro. Una pratica sistematica che aderisce al pensiero della pena vista come vendetta, cerca di addossare la responsabilità del loro fallimento sempre ai mancati funzionamenti e alla mancanza di assunzioni, ma queste non sono le sole cause per le quali gli ergastolani sono destinati a morire in carcere, e nemmeno il motivo per cui il sistema della pena non funziona. Il sistema non funziona, e non potrà mai funzionare, se non trova una nuova via, non di rivolta, ma di civile e faticosa battaglia di ritorno ai valori che la Costituzione assegna alla pena, che sono i valori fondamentali della democrazia, che si può definire tale solo se ha leggi chiare e uguali per tutti. Leggi chiare che devono affidare alla durata della condanna la gravità del reato e non alle discriminazioni che, oltre ad essere la vera causa per cui il sistema è vicino al collasso, impediscono la valutazione seria delle singole personalità dei condannati. Leggi chiare e senza discriminazione sarebbero più utili del fiume di parole inutili sul sistema penitenziario e delle gestioni delle pene, parole oggi riferite solo alle teorie, e mai sulla realtà delle cose.

Oggi, quello che, o è diventato l’ergastolano dopo decenni di detenzione non conta niente e, non interessa a nessuno, invece ci sarebbe una nuova via che possa portare il condannato a farsi carico del proprio futuro, assumendosene precise responsabilità. Ma per poter fare questo deve poter contare su un diritto vero che decide sulla base di fatti reali e non burocraticamente fittizi come avviene oggi.

Un diritto che dovrebbe potarlo a poter proporre quale strada intende percorrere, in modo che le decisioni nei suoi confronti possano essere prese con il suo contributo. In tal caso, un condannato che pensa e pesa sulla decisione che lo riguarda, fa si che partecipazione e co-decisione rendano sua “Patria” la LEGGE, una legge che a quel punto sarebbe amata da chi, per merito di essa, ha la  possibilità di aver concessa ancor un po’ di vita.

Sono ingenuo lo so, nel pensare di poter partecipare al decidere il proprio futuro, ma non sono astratto, ne tanto meno folle, quando penso al modo come un ergastolano, dopo aver scontato la parte di pena prevista dalla legge, possa ritornare a diventare protagonista del proprio futuro destino.

Non è folle pensare di poter fornire i propri propositi, non perché questi possano bastare per decidere il proprio futuro, ma perché possano contribuire a definire le responsabilità precise che si è disposti ad assumere e la possibilità di una seria verifica, attraverso gli elementi forniti, se esistono le condizioni socio ambientali che danno la possibilità al condannato di rispettare i sani propositi. Non sono astratto nel pensare qualcosa di più razionale degli attuali labirinti procedurali, senza senso e senza sostanza, della attuali omertose solidarietà e nebbie tra le diverse professionalità che gestiscono la pena oppure dalle centrifugazioni dei compiti che non forniscono mai alcun elemento reale e utile alla decisioni.

Non mi sento un visionario se penso, al di là del mio singolo pensiero, e quanto è diffuso tra noi ergastolani, il rifiuto netto e definitivo verso quelle regole di vita che avevano impedito di stare in contatto con le proprie, vere, identità.

Le sofferenze patite, le privazioni effettive, gli studi fatti e i lunghi anni di riflessioni nella detenzione portano a sentire solo il bisogno di una nuova partecipazione alla vita affettiva e sociale.

Non è possibile, anzi è folle, pensare che sia solo la delazione l’unico criterio di valutazione del ravvedimento del condannato.

Folli sono le attuali norme che non consentono all’ergastolano di ridiventare amico della comunità cui appartiene e non più nemico, un collaboratore della società e non più un peso.

Collaborazione, non intesa come delazione, ma come capacità di diventare una risorsa, collaborazione intesa come capacità di progettare, come educazione alla vita.

Educazione che avrebbe, come premessa, bisogno di offrire all’ergastolano una prospettiva della pena che non sia solo castigo, ma un diritto, il diritto di poter apprendere ciò che si è realmente come persona umana.

 

 

 

Sebastiano Milazzo

Carinola, Novembre 2010

 

Dialoghi tra due diavoli all’inferno (Gerti e Carmelo)- settimo scambio

Eccoci al settimo scambio del Dialogo tra Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci… eccoci davanti a quest’albero verde, che il protagonista dell’ultimo racconto di Carmelo, citato alla fine, abbraccia.. ecco questa forma di Resistenza.

Che molti potrebbero snobbare o sminuire. Sapienti o militanti tutti d’un pezzo.. quelli che hanno tempo da perdere, e tutto è solo una eterna spietata battaglia. La Battaglia c’è.. ma la Battaglia è anche questa… e la Libertà è anche questa… Conquistarsi angoli di cuori, liberare gallerie nella mente, costruire scale che portano al cielo… e inventarsi una resistenza.. in ogni modo.. anche con quesi dialoghi.

Nessuno può pensare che basti solo questo, ma anche questo serve. Gerti e Carmelo creano teatro e creando teatro si smascherano restanodo se stessi, ritornando ancora di più se stessi. Teatro che diventa Terapia, pretesa di essere e di porsi oltre l’orizzonte e dare il tempo alle domande, domande insolite e scapestrate, poco consone a un carcere. Gerti e Carmelo si concedono di innalzarsi oltre la polvere del quotidiano.

Anche in questo dialogo è pieno di momenti belli.. come le dure parole di Gerti verso tutti quei detenuti che acquisiscono una attitudine compiacente e servile, e non lottano più per la propria dignità e i propri diritti.

Dialoghi come questi sono una occasione.. ricordartelo sempre.. una occasione… di libertà interiore..

——————————————————————————————————————————————-

Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo settimo

 

Carmelo: Che cosa è per te il tempo e come lo passi?

Gerti: Penso che il tempo passato lo conosco,  è certezza, quello presente è un istante, invece il tempo che verrà è solo probabilità. Per me il tempo di realizzare i miei sogni non è ancora giunto. Il mio corpo è prigioniero di questo tempo perduto, ma la mia mente è libera. Passo il tempo leggendo tanto e tenendomi in forma il fisico, pronto per ogni evenienza finchè il mio crudele destino si rilevi. Amico diavolo, il tempo non esiste nell’universo, è solo una dimensione nel tuo spirito.

Carmelo: Oggi al passeggio mi è caduto l’occhio su un compagno che guardava continuamente l’orologio, mi ha fatto sorridere perché la cosa più stupida in carcere è vedere un ergastolano che guarda l’orologio.

Perché contare il tempo?

Per un ergastolano non serve a nulla perché il tempo non ci appartiene più.

Il tempo in carcere non è tuo,  lo gestiscono gli altri,  ma io leggendo e pensando cerco di rubare all’Assassino dei Sogni un po’ del mio tempo sognando e leggendo.

Fratello diavolo, mi stavo dimenticando di dirti che il tempo è una invenzione dell’uomo: in natura non esiste.

In natura esistono i cicli.

 

Carmelo: Sei felice?

Gerti: So molto bene che essere felice è la nostra condizione naturale di ognuno di noi. Per avere la felicità non bisogna fare nulla,  perché la felicita non si può comprare. Ognuno di noi c’è l’ha dentro di se. Diavolo, mi chiedi se sono felice? Io ti dico: perché no? Sono felice ogni giorno per il semplice motivo che ho la vita. Il destino ha voluto che io non morissi quando avrei dovuto,  quindi gli devo obbedienza. È brutto dirlo, sto in carcere da una vita e ho subito tanto, ma sono qui ed è meglio avere questo che niente, non credi ? La mia felicità sta nel mio cuore e fa quello che ritengo giusto, onesto e dignitoso, non dipende dagli altri, né da quello che dicono e soprattutto non da quello che fanno. Mi fermo qui se no faccio una pagina.

Carmelo: Come potrei vivere chiuso in una cella da venti anni se non fossi felice?

Sì! Sono felice perché chi ama e viene amato è felice, anche se a volte mi sento felice nell’infelicità.

 

Carmelo: Che cosa è  per te la vita?

Gerti: Diav000000lo, che domanda? La vita per me è l’amore, è speranza, fiducia, felicità famiglia, rispetto, dignità, onore, bontà. La vita è gioia: già il fatto di essere nato è una fortuna. So che vivere è un atto naturale ed egoistico, dunque io potrei dire che amo la vita più di ogni cosa. Avendo visto tante volte da vicino la morte, l’apprezzo di più, anche se sono in carcere con l’ergastolo. Ma so anche che la vita è una tragedia: guerre, tradimenti, delusioni, sofferenza, ipocrisia, falsità, inganno, ignoranza, fame, povertà e tante altre cose. Il solito dualismo fra il bene e il male. Amo la vita e farò tutto quello che posso per vivere in modo dignitoso e giusto quel poco che mi è rimasto. Ma a dire il vero amo pure la morte e la rispetto. Solo quando si teme la vita si teme la morte.

Carmelo: Per me la vita è un sogno e ci sono dei momenti di malinconia dove spero di svegliami.

Carmelo: Cosa pensi di alcuni detenuti che non lottano per migliorare le loro condizioni?

Gerti: Vedendoli da vicino mi viene voglia di vomitare. Pensano che leccando il direttore o qualche educatore riescono ad uscire. Questo è frutto dell’ignoranza e della mancanza di ideali, essendo la maggior parte dei mercenari e sempre comandati. Tipico della cultura mafiosa. È triste perché pure le istituzioni si comportano come dei mafiosi, sempre questo parlare sotto e fuggi, ed essere individualisti solo per il proprio bene. Nessuno che combatte per i tuoi diritti di detenuto, visto che non siamo ancora- per fortuna- in Guantanamo. Il carcere sembra una palude con l’acqua sporca dove girano coccodrilli pronti a sbranare chiunque capita sotto il loro naso. Ma, ovviamente, io sono un Albanese morto di fame: che vuoi che capisca dei detenuti italiani e delle loro problematiche carcerarie!

Carmelo: Penso male di quei detenuti che non lottano per continuare a rimanere liberi almeno dentro di loro.

In carcere devi imparare veramente a vivere, quando sei chiuso fra queste quattro mura e non hai più la speranza di uscire devi inventarti l’esistenza come stiamo facendo noi due con questi dialoghi che facciamo.

In carcere il mondo va a rovescio, ma bisogna tentare lo stesso di restare in piedi.

 

Carmelo: A quanti anni vorresti morire?

Gerti: Come ogni uomo che si rispetti vorrei morire il più tardi possibile, non troppo vecchio perché potrei essere di intralcio a miei familiari. Poi succede che ti portano all’ospizio: che tristezza,  un “Leone” come me abbandonato da coloro che lo amavano. A parte gli scherzi, vorrei morire quando è ora di morire, prego solo Dio, nel momento del mio ultimo viaggio, di essere in pace e soprattutto di non avere rimorsi.

Carmelo: Questa notte, però mentre dormo e sogno di essere a casa nelle braccia della mia compagna.  

 

Carmelo: Qual’ è la prima cosa che faresti se uscissi fuori domani?

Gerti: Penso che ritornerei da dove sono venuto, anche se so che pure là è diventato una piccola Italia: stessi vizi e virtù. Cosa farei se no, qui non c’è spazio per me e la vita è troppo difficile per EX detenuto. Ecco cosa farei, amico diavolo…ritornare da dove sono venuto con la mia valigia piena di illusioni e di tragedie.

Carmelo: Fratello diavolo, farei quello che ho scritto nel mio ultimo racconto e che ho fatto fare al mio personaggio:

 

Nico guardò il portone chiudersi.

Sorrise amaramente.

In quel posto non lasciava nulla di suo.

A parte sette anni della sua vita.

Si voltò e rimase abbagliato.

I suoi occhi non vedevano da anni la luce dell’aria aperta.

Nel cielo c’era il sole.

L’aria odorava di uno strano profumo.

Di fronte al carcere c’era un parco.

Nico voltò le spalle all’Assassino dei Sogni.

Attraversò la strada e lo raggiunse.

Si levò le scarpe e i calzini.

Camminò con delicatezza sopra l’erba.

Tutto quel verde gli faceva girare il cuore di felicità.

Andò all’albero più vicino e lo abbracciò.

Lo desiderava da sette anni.

Provò una sensazione di felicità come quando anni prima abbracciava Giovanna.

Il verde in tutti quegli anni di prigione gli era mancato.

 

 

 

 

Il mio amore distrutto dal carcere… di Giovanni Zito

Questo testo è stato durissimo da trascrivere. Mentre lo facevo si avvertivano tali onde di disperazione e di dolore che lo animavao.. che mi sentivo chiudere il petto e bloccare il fiato. Lo avrei evitato se non fosse che per Giovanni è importante sia scritto. E che è importante anche perché tutti sappiano quello che è stata (ANCHE) la carcerazione in Italia.

Dicevo è stato una sofferenza trascriverlo.. ma io l’ho soltanto trascritto.. Giovanni ha vissuto anni e anni questo inferno. Ci sono vertici e burroni emozionali che ti lasciano quasi sgomento. Questo è uno di quei casi.

Non dirò molto.. perché non me la sento di dire parole.. perché è troppa la sofferenza di cui grondano queste pagine… perché non voglio prendere neanche un nanosecondo di tempo e un nanomillimetro di spazio alle parole di Giovanni..

Dico solo che questo uomo, ancora detenuto naturalmente, è stato sottoposto barbaramente per dieci anni alla tortura del 41bis. E lo dico senza infingimenti e giri di parole. Il 41bis è tortura. Il 41bis è fascismo applicato alla pena. Puro stile fascista di una paese che non ha mai dismesso del tutto il suo cuore nero. Questa persona per dieci anni ha avuto la possibilità di godere di un solo colloquio al mese. E questo colloquio poteva essere solo da dietro un vetro e con un citofono. Questa persona non ha potuto toccare nemmeno una volta la persona che amava.. per dieci anni…. Nemmeno una volta.

Che poi non la vedeva neanche una volta al mese.. neanche così, da dietro il vetro in stile “metodo cinese”.. perché se ne fottono di agevolare i colloqui. Portano le persone lontano.. e quindi questa donna, poteva andare a trovarlo una sola volta all’anno e a prezzo di tanti sacrifici.

Un solo colloquio all’anno, della durata di un’ora, da dietro un vetro e con un citofono.

Il loro scopo non è garantire giustizia. Ma spezzare la mente e l’anima di un uomo con sistemi disumani, perché sia piegato e ridotto a una larva, e disposto a parlare.. a dire qualunque cosa.

Fosse stato il caso di Giovanni Zito anche l’unico.. sarebbe ancora troppo. Sarebbe ancora un monumento alla bestialità dell’uomo sull’uomo. Ma il brutto è che tante storie sono nascoste nei cunicoli e nelle catacombe dei sepolti vivi. Non ho mai visto un attivista per i diritti umani parlare del 41 bis. Non conviene. Ne ricavi solo antipatie, e vieni additato come amico dei mafiosi.

Ma la verità è verità, a prescindere da convenienze, viltà e opportunismi.

Vi lascio alla durissima storia d’amore di Giovanni Zito. Se siente molto sensibili o è una giornata dura.. vi conviene non leggere o leggere dopo… è un testo forte..

————————

Buon giorno miei lettori ed amci..

Oggi leggerete un passaggio della mia vita.. che è la causa di un dramma vissuto con amore  tantissima forza. Ma come tutte le belle favole, il fuoco con gli anni si è spento, con lacrime e dolore. La mia lunga carcerazione ha dilaniato ogni sentimento, fatto a pezzi speranze e sogni.

Chi non sapesse chi sono.. mi chiamo Giovanni Zito.. ergastolano ostativo..

Grazie a tutti

———————————————————————————————————

Quella sera mi baciasti davanti alla porta dell’ascensore. Un bacio lungo e pieno di passione.

Ricordo ancora quelle parole che mi dicesti.. “dimentica questo bacio Gianni”.

Ritornai a casa da mia madre. Ero confuso e felice nello stesso tempo. Riccardo, mio fratelo, più piccolo di me, nel tragitto verso casa mi domandò “beh, come è andata?”

Gli dissi che era andata come non doveva, perché io non mi aspettavo quel gesto, anche se lo desideravo. La notte per me non fu di consolazione, cercavo il tuo respiro al mio fianco.

Utti i giorni trovavo il tempo, una misura, per dedicarmi a te. Con qualche scusa volevo sentire la tua voce per telefono. Così fu l’inizio di un amore.

Prendemmo casa. Era spoglia e vuota. Così come eravamo noi due, io e te. Piano piano rivestimmo quell’appartamento con gioia.. piccoli dettagli in una vita di coppia.  I mesi passarono veloci e travolgenti. Quelle sere d’estate divampammo nel nostro letto. Ogni notte era un paradiso per noi. Tutto era così bello, così dolce e noi innamorati.

Quando rientravo a casa da te, tutto il male si chiudeva al di fuori di quella porta. Giocavamo come due bambini. Facevamo la lotta. Tu mi davi sempre morsi da per tutto, mi graffiavi, nel tuo piccolo cercavi di difenderti, ma io, con il mio fisico possente, ridevo così tanto che alla fine vincevi sempre tu.

Quanti anni sono trascorsi da quei momenti di spensieratezza, vita mia. Eravamo giovani e forti. L’amore ci prendeva per mano, ci coccolava, imparavamo l’uno dall’altra.. gusti, modi, lo stesso parlare ci univa sempre di più. Meravigliosi momenti di una storia infinita. Così credevamo… perché sapevamo benissimo che quel mondo, che era fuori dalla nostra casa, era pieno di pericoli. Le insidie della vita esterna. Ma noi non badavamo a tutte queste cose. Avevamo il nostro modo di capire le cose intorno a noi.

Decidemmo così che nostro figlio si chiamasse (Amore), fu il nostro trionfo nel nostro cammino. Niente e nessuno poteva scalfire questa forza dento di noi che ci avvolgeva sempre di più, in ogni momento e istante.

La nascita di questo figlio chiamao (Amore) durò poco, perché io, il 15.10.1996, venni arrestato per accuse infondate all’epoca dei fatti. Per te crollò il mondo. Per me fu l’inizio di un dramma senza fine  e senza tempo. Per i primi mesi del mio allontanamento forzato da te, non era tanto di peso, anche perché ogni settimana tu venivi da me a trovarmi. Bruciavamo lettere e parole. E ogni volta che i nostri sguardi si incontravano erano fughe d’amore, evasioni mentali, e intanto nostro figlio chiamato (Amore) iniziava a capire il nostro disagio fisico e muto.

Un bel giorno, del lontano 1997, per l’esattezza.. il 19 aprile.. era di sabato.. noi avevamo da poco finito il nostro breve, ma intenso colloqio.. l’ufficio matricola mi comunica che, a causa dei processi che avevo al mio carico, e per via del fatto che alcuni collaboratori di giustizia ritenevano il sottoscritto un elemento di spicco della criminalità organizzata, il Ministero della Giustizia ordinava, con effetto immediato, il regime speciale di cui all’art. 41bis. Il 02.05.1997, alla visita settimanale, mi ritrovasti dietro ad un vetro blindato e divisorio. Fu un shock fisico e mentale per noi due. Tu perché non capivi tutto quello che stava succedendo, io perché per la prima volta nella mia esistenza dovevo affrontare una realtà più dura di quella prevista o che immaginavo.

Il non poterti toccare le mani, il visto, per me era più di una tortura. Ma mi facevo forza dentro di me, per dirti che stavo bene e che tutto prima o poi sarebbe finito.

Fui trasferito dalla Sicilia al carcere di massima sicurezza in Sardegna, isola dell’Asinara. Il viaggio non era della finezza prevista; tutto divenne più dure del previsto. La mia corrispondenza diminuì drasticamente a casuda della censura a cui mi avevano sottoposto in entrata e in uscita. Tutta la mia corrispondenza veniva letta, parola per parola. L’allontanamento forzato da te mi rendeva cieco e muto, perché così lontano non potevi più vedermi. Nostro figlio cresceva dentro di te, con tutta la nostra voglia di amarci sempre di più. Io sapevo, sentivo, tutto questo benessere dentro di me. Non moriva mai la voglia di te, del nostro mondo.

Così passarono alcuni mesi, nel silenzio della mia coscienza, perché ti amavo e questo non lo potevano scalfire. Venni trasferito dall’Asinara a Viterbo. Prassi diversi, ma non i metodi di trattamento. Anzi forse erano più duri. Giocavano sul mio stato d’animo, con forze intimidatorie nella mia mente. Ma io ero più forte di tutti loro, perché tu eri dentro di me ogni minuto, e tutto il male che io subivo dentro di me svaniva nella notte sorda.

Un giorno la tua disperazione prese il sopravvento e  tu, testarda, venisti al colloquio  da me con il treno quella notte. Io non dormii perché pensavo a te, nel viaggio verso di me, per un misero colloquio di un’ora. Tanto era il nostro tempo.. un’ora al mese.

Quando ci siamo rivisti era passato un anno.. era il 1998. L’emozione ci tolse il fiato, che si perdeva in un metro quadrato. In piedi, davanti a me, la donna della mia vita, testarda, ostinata e piena di amore. Mi strinse con lo sguardo al suo cuore. Sentivo il suo calore e questo mi dava pace nel mio animo.

Facevo colloqui una volta all’anno. Non potevamo di più. Non c’erano fondi. Così quando si poteva tu correvi da me, come una figlia che ceerca il suo papà. Ed io ero raggiante di vederti. E in tanto crescevano le tensioni familiari. Da una parte la mia famiglia e, dall’altra, la tua. Non c’era verso. Tutto quello che noi due avevamo costruito stava svanendo. Ma avevamo nostro figlio (Amore), che ci faceva superare limiti e ostacoli, sempre e comunque. Eravamo forti e credevamo l’uno nell’altra.

Nel 2001 fui di nuovo trasferito di destinazione, all’Aquila, e in tanto le sofferenze non si placavano. Non c’erano soldi, e si dovevano pagare le tante spese di casa. Io lontano da te, e tu in un mondo che non riconoscevi più. Tutto quello che avevi era la tua volontà di vincere, a qualunque costo, la guerra dentro di te, perché credevi nelle mie poche parole dettate dal cuore.

Venni trasferito di nuovo. Questa volta la sosta fu Novara, 2002. Stessa formula, stessi sistemi freddi e disprezzanti verso i detenuti, di quel regime speciale di cui all’art. 41bis. Io ebbi, come sempre, la meglio. Vincevo ogni round. Nessuno era capace di battermi. Consapevole del mio destino, non accettavo quelle imposizioni di volgarità di gioco-forza. Ma era così che dovevano andare le cose, vivendo in quel contesto fatto di vergogne e disumanità.

Tutto era vietato. Ogni passaggio di cibo o giornali. Scontri continui tra me e il corpo di polizia penitenziaria. Lotte senza sosta. Venivo puntio sempre con isolamento di 15 giorni per volta. Mi davano il massimo che era conseentito. Ma io non mollavo mai la presa, giusta o sbagliata che fosse nei miei confronti. Per me vincere non era importante, ma superare la vergogna sì. Andavo a morire per questo. Avevo la mia dignità da difendere, e quindi ero disposto a qualunque cosa. Ma questo era il sistema adottato dallo stato italiano nei nostri confronti.

La mia mente vacillava terribilmente, perché la storia con la mia compagna si stava diradando; perché già avevo il primo ergastolo definitivo. Il tempo ossida ogni forma di razionalità. Ero fuori di me. Sentivo la mancanza della mia famiglia, l’affetto dei miei cari. Andare avanti era sempre più dura. Ma dovevo superare tuttei questi ostacoli che si presentavano puntualmente dentro di me. Quindi combattevo come potevo i lati di difficoltà, volta per volta. Il fine pena mai era un fatto indiscutibile. La ragione perde, non lascia più spazio dentro di me. E intanto il nostro viaggio continua nella fantasia di un domani migliore.

Per via di questa sentenza di morte per noi due, nostro figlio   (Amore) iniziò ad ammalarsi anche lui. Sentiva il bisogno di un rapporto più stabile. Le parole scivolavano, ormai. Le mie speranze si perdevano. Ogni fiamma si stava spegnendo. Troppo tempo lontano.

Le diffioltà peggioravano con gli anni. Il futuro svanì come neve al sole.

Dal carcere di Novara anora una volta vengo trasferito. Questa volta la mia destinazione è il carcere di Cuneo. Le solite tarantelle di psicologia. Io vinco ancora.

In agosto, come sempre, il tuo viaggio verso di me. Ancora una volta cerco di riprendere la mia posizione dentro di te. Ormai è tardi. Lo capisco, lo sento. Nostro figlio (Amore) non va più avanti. Il confronto tra di noi è inutile. Tutte le certezze volano. Ci rendiamo conto che ci aspetta il vagabondare tra un sorriso spento e l’altro.. Quella amarezza così vicina e crudele ci spinge alla deriva. Si spezza tutto intorno a noi. E’ la fine.

Sembra che la dea bendata si prenda gioco di noi. Ricomincia la partita. Vengo declassificato dal regime speciale di cui all’art.41bs.

La gioia esplode dentro di me come un urugano. Tutto ritorna a fiorie in me. Colori e sogni si fanno strada. Siamo nel 2006. Riscoprire il mondo è meraviglioso. In dicembre, nello stesso anno, rifacciamo il colloquio. L’abbraccio con te distrugge la mia corazza. Le tue lacrime fanno breccia nel mio animo ed io mi perdo dentro di te come un granello di sabbia.

Dopo dieci anni  ritorno da te come un bambino che cerca la sua mamma.

Le cose sembrano andare bene tra di noi, ma il dubbio invade il nostro solitario cammino, perché nostro figliio chiamao Amore va in coma irreversibile. Questo dato di fatto ci lascia con durezza. Cerchiamo con tutte le nostre energie di capire, valutare le conseguenze di questo disastro mostruoso, natodall’ignoranza che ci ha circondato anno dopo anno.

La mutilazione tra la fantasia e la realtà non accade per caso. Fingere è molto difficile. Amarsi ancora di più. Spogliarsi di un passato così prepotentemente forte.. Il giorno diventa notte, e la notte è interminabile dentro di noi.

Cosa succede?

La decisione è drasticamente consolidata, dal fatto che non ci lasciano via d’uscita. Le porte della memoria si chiudono dentro di noi, perché questo figlio chiamato (Amore) ormai muore senza nessuna via di scampo né di salvezza.

Tu decidi di staccare la spina a questa vita immaginaria di nostro figlio.

Il mio tacito consenso definisce questo dramma incompleto e confuso. 15 anni buttati via, come fossero cenere. Un diario scritto e mai finito, troncato da un destino truccato, da un volto chiamato vita. Questa vita che non trova il suo passato nel futuro. Un respiro che si perde tra cielo e terra.

Questa lunghissima carcerazione ha lacerato ogni pezzo della mia pelle, ogni muscolo e tendine sono appesi ai quattro venti. Scenarrio di un racconto.. uno squarcio del mio esistere ancora dopo di te.

Adesso faccio i conti con me stesso. Ancora una volta da sol mi rialzo.. un pò dolorante.. acciaccato da questo terribile “lutto” che vivo.. come l’ultima guida verso chissà quale meta.

 

Navigazione articolo