Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “sentimenti”

Viaggio nel 41 bis- il controllo della corrispondenza- di Maria Brucale

roros

Con Maria Brucale, avvocato appassionato e generoso, abbiamo iniziato un viaggio in un mondo su cui grava un infinito disfavore, ma che pochissimi conosco. Il mondo di chi è sepolto vivo al 41 bis.

Certe persone portano addosso il marchio del male assoluto. E pochi vanno oltre il mito negativo. Per vedere la concretezza di volti. Pochi cercano davvero di capire. E pochi difendono chi è considerato indifendibile.

Maria è tra questi pochi che non dimenticano che la conoscenza autentica va oltre la “galleria dei mostri” e il “dovere inevitabile dell’accetta”  e che si sforzano di dare una chance in più al volto del diritto che non può andare in pensione mai, se davvero di diritto si tratta.

Maria Brucale rappresenta per noi preziosi momenti di riflessione.

———————————————————————————————-

La sicurezza è la bandiera che viene sventolata ai nostri occhi. E’ un’ambizione comune, collettiva. Uno spettro che tutti unisce e raccoglie. Le nostre vite al sicuro, i nostri figli al sicuro. E’un baluardo emotivo, sofisticato e viscido che tocca corde sensibili e rende gretti, meschini, ciechi.

Il 41 bis è consapevole, tracotante  sintomo ed espressione di tale rassegnata grettezza.

La sicurezza, origine e legittimazione di una carcerazione ferocemente afflittiva, assume contorni del tutto sfumati e sfocati e inalvea ogni genere di oppressione, privazione, repressione.

Il 41 bis contempla, tra le limitazioni tese ad evitare che i soggetti ad esso sottoposti possano veicolare messaggi di contenuto e di effetti criminosi, la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza, in entrata ed in uscita.

E’ una norma che in astratto ha senso e trova completamento ed integrazione nella previsione di carattere generale di cui all’art. 18 ter, Ordinamento Penitenziario:

“1. Per esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti, nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile per periodi non superiori a tre mesi:

a) limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e

nella ricezione della stampa;

b) la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo;

c) il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la

corrispondenza, senza lettura della medesima”.

Le esigenze attinenti alle indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero le ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, dunque, sono le sole ragioni in virtù delle quali la corrispondenza può essere trattenuta e non consegnata al destinatario.

Il controllo è esercitato negli Istituti Penitenziari, dai c.d. “uffici censura”. La posta si ferma lì, in entrata e in uscita. Si ferma, è il caso di dirlo, perché i tempi di attesa a volte sono lunghi, a volte lunghissimi. Le lettere sono tante, tantissime un mare. Ma c’è la carenza di personale, le finanze ridotte all’osso del ministero. Il mare si ferma.

L’amore in 41 bis viaggia attraverso le lettere. La posta in 41 bis ha valore assoluto.

E’, deve essere: come stai? Cosa fai? Come sono le tue giornate? Hai mangiato? Hai pianto? E la scuola? E mamma come sta? Da anni non può più venire a trovarmi… troppo lungo il viaggio, faticose le attese, per un’ora, in un mese. E’: raccontami, avvicinati, toccami, ascoltami, e si ferma, all’ufficio censura.

Ogni pagina viene letta e timbrata, vistata. Un timbro per pagina.

 A volte il contenuto appare “criptico” perché non di immediata lettura o comprensione; perché in un’altra lingua, perché la scrittura tremante di una mano anziana e malferma non è perfettamente intellegibile; a volte lo scritto è accompagnato dalla foto di un bimbo, da un disegno, da un cuore di carta. L’ufficio censura allora “trattiene” la corrispondenza e ne dà comunicazione alla persona detenuta.

Il passaggio successivo è il vaglio del magistrato di sorveglianza del posto, ovvero del giudice competente se la persona ristretta è in attesa di primo giudizio. Dovrà, il magistrato, valutare se in effetti quello scritto negato contenga in germe il pericolo che la norma tende a prevenire.

Non c’è un termine perentorio entro il quale il magistrato deve esprimere il suo giudizio e restituire la corrispondenza ingiustamente bloccata.

L’amore si ferma. 

Cala il silenzio su: come stai? Cosa fai? Come sono le tue giornate? Hai mangiato? Hai pianto? E la scuola? E mamma come sta? Da anni non può più venire a trovarmi… troppo lungo il viaggio, faticose le attese, per un’ora, in un mese;  raccontami, avvicinati, toccami, ascoltami.

In 41 bis puoi incontrare solo tre persone, il tuo “gruppo di socialità”. Quelle che ti hanno assegnato, sempre le stesse, della tua sezione detentiva, per un’ora al giorno, per anni.

Quelle persone sono tutto il tuo mondo affettivo dentro al carcere. Diventano tua madre, tuo fratello, il tuo migliore amico, il volto a te più noto, più vicino.

All’improvviso, per “ragioni di sicurezza”, il Ministero della giustizia dispone che alcuni detenuti vengano trasferiti in altre sedi. Il “gruppo di socialità” si smembra.

Tua madre,  tuo fratello, il tuo migliore amico, il volto a te più noto, più vicino, sono ora lontani.

Ed ecco che quella sicurezza, squallido simulacro di intenti, si palesa, ancora.

In molte carceri 41 bis, le persone ristrette in tale regime, non appartenenti allo stesso gruppo di socialità, non possono intrattenere tra loro corrispondenza epistolare. E’ vietato. Vengono allontanati e perdono la possibilità di parlare, pur censurati, letti, controllati. L’ha disposto la direzione di alcune carceri, Rebibbia in testa, interpretando la legge che vuole che si prenda ogni misura per impedire contatti ambigui tra soggetti sempiternamente marchiati di “mafiosità”.

Il mare si ferma. L’amore si ferma.

Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

————————————————————————————–

Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

L’affettività in carcere.. dal carcere di Carinola

Dal carcere di Carinola ci è giunta questa lettera collettiva sul tema decisivo dell’affettività in carcere. Un essere umano non può essere privato delle emozioni e dei sentimenti. Il carcere condanna intere esistenze a una disperata disarticolazione affettiva e sensoriale.

——————————————————————-

L’AFFETTIVITA’ IN CARCERE

UNA NECESSITA’ O UN PRIVILEGIO?

Dipende da quale finalità si assegna alla pena.

Solo dopo un’attenta riflessione in scienza e coscienza sulle finalità della pena in Italia si può esprimere un giudizio appropriato, altrimenti esso sarà viziato o da un sentimento giustizialista o da uno di pietas, due forme del sentire che non hanno nulla  a che vedere con la logica, la razionalità, la ragione e il pragmatismo.

Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale, con ci connessi caratteri di afflittività e retributività e, dall’altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora L’AFFETTIVITA’ in carcere è solo uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo per tre ragioni distinte, ma convergenti: una di FATTO, una di MEDICINA e una di DIRITTO!

Se poi durante l’esecuzione della pena mancano tutti gli altri  elementi del trattamento, a cominciare da n percorso di formazione e di lavoro, allora l’affettività in carcere diviene essenziale, in quanto, in questo vuoto strumentale, la famiglia rappresenta l’unico vero argine alla devianza una volta finito di scontare la pena, senza avere avuto modo di migliorarsi, rimanendo fermi alle condizioni di quando si è entrati, mentre la società invece è continuata ad andare avanti, nell’economia, nella tecnologia, nelle forme di linguaggio e comunicazione.

Insomma, se da un sistema carcerario così come quello che c’è in Italia si esce più cattivi e più ignoranti di prima e, se nel frattempo, si sono allentati i legami familiari per le difficili condizioni cui devono sottostare durante la dentizione del congiunto, allora diviene ancora più difficile trovare una propria collocazione nel tessuto sociale! Quando si è in ritardo rispetto alla società si è sempre precipitosi: essere in ritardo significa essere fuori dal tempo. In fallo! Se poi si è anche soli, allora non si ha bisogno di legami legittimanti.

La pena invece, in una società disciplinare come la nostra, ha bisogno di un’occasione di riscatto e di riqualificazione umana, non di prigionia che non è né formazione né educazione, ma un’esistenza vuota, priva di contenuti UMANI, che sospende temporaneamente e per certi versi aggrava  il corso della vita dei reclusi, segnati, non insegnati da uno stato di cattività, che priva non solo della libertà, ma anche e soprattutto dei bisogni più elementari dell’uomo, come lasciarsi andare ad un momento di felicità o anche di debolezza nell’intimità della famiglia: tutti comportamenti mortificati dalla crudeltà dei colloqui collettivi, dove una semplice carezza può trasformarsi in provocazione e una lacrima in debolezza.

L’AMORE E L’AMICIZIA invece, rendono l’individuo parte del mondo e gli danno la sua giusta collocazione nel sistema sociale; dove l’amore e i legami sentimentali e amicali mancano, il mondo diviene individuale. Chi è senza amore e legami, l’unico sentimento che conosce è l’egoismo, non mediato da alcuna forma di relazione con gli altri e con il mondo e allora tutto è possibile in quanto l’unica ragione legittimante è il proprio sentire: il bene non esiste a livello individuale, ma di relazione con gli altri. Se la relazione manca, anche il bene ne risente.

L’ANIMALE in cattività, una volta libero, non sa più stare con i suoi simili e l’unica forma di relazione che conosce è la violenza. Una volta che si sono perse quelle che legittimavano la propria appartenenza e le proprie azioni, significa essere sciolti da ogni regola.

L’ostacolo più grande ad ogni iniziativa di riforma è sempre la stessa motivazione: la sicurezza della collettività prima di tutto! Ma se una carcerazione esclusivamente punitiva non restituisce uomini migliori e se l’imperfezione del sistema sociale produce un deviato su dieci, mentre il carcere che il compito di disciplinare la vita di chi ci vive dentro non riesce a farlo per l’inesistenza di un trattamento preventivo, andando avanti con gli anni la società sarà sempre meno sicura, perché ai deviati di domani si sommerà la recidiva dei primi. La restituzione invece deve essere l’arte della  relazione educativa e della giustizia, del rimettere a posto la vita, non com’era prima ma come non lo è mai stata.

Al detenuto non è neanche data la possibilità di coltivare i suoi interessi affettivi, che rimangono drammaticamente fuori da ogni colloquio. La solitudine, la lontananza, e quindi, l’impossibilità di coltiva rapporti sentimentali fondanti sono spesso all’origine di un crollo psicofisico, di cui risente tutta la famiglia, con la conseguenza di una inevitabile frammentazione del rapporto emotivo-sentimentale.

E’ indubbio che un carcere così rappresenta per il soggetto detenuto una seria minaccia per gli scopi di vita dell’individuo e della sua famiglia; per il suo sistema di difesa e di regolazione; per il suo senso di autostima e di sicurezza. In queste condizioni egli è sottoposto ad una continua pressione nel tempo che si concretizza in una progressiva disorganizzazione della sua personalità.

Studi di sociologia, condotti da Donald Clemmer, nelle carceri USA, illustrano chiaramente che tra i fattori che maggiormente influenzano la condotta delinquenziale dei condannati c’è la carenza dei contatti intimi e di relazione sociali fondanti, senza i quali il recluso finisce per identificarsi con i costumi, la cultura e il codice d’onore del carcere: un detenuto  che si allontana o è allontanato dalla moglie, dalla compagna, o dalla famiglia di origine per l’impossibilità di coltivare  interessi affettivi, intimi e sentimentali, cerca una risposta alla sua solitudine in un riconoscimento nei compagni più prossimi, quindi nell’istituzione penale. Per questi motivi i colloqui e gli incontri  con la famiglia dovrebbero rivestire un ruolo di grandissima importanza. Essi costituiscono infatti gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali, il proprio passato e soprattutto le prospettive di un futuro in compagnia delle persone veramente importanti per lui.

Questo è quello che le norme e il buon senso prescrivono. Nella realtà però, molti detenuti e famigliari esprimono la difficoltà a ritrovarsi nello spazio angusto e nel tempo ristretto delle sale di colloquio, tanto da dover rimandare alla comunicazione epistolare, chi ne è capace, gli scambi più autentici. Le sale colloqui sono infatti ambienti di 20 mq. circa, mal areati, divisi da un bancone di cemento, che separa i detenuti dai familiari. Fonicamente la situazione  risulta essere assai sgradevole, considerato che per ogni sale si svolgono fino a 8/9 colloqui contemporaneamente, e che per ogni detenuto accedono fino a tre persone. Quindi nella loro massima capienza in 20 mq. vengono ammassate 36 persone. In una condizione ambientale siffatta è molto probabile che se si facessero i dovuti controlli, l’intensità sonora risulterebbe molto al di sopra della tolleranza umana. Di questo ne è prova il fatto che molti detenuti alla fine del colloquio accusano vertigini  e labirintite, senza riuscirne a capirne la causa.

Le visite costituiscono a livello tratta mentale un fondamentale strumento di resistenza contro uno degli aspetti più devastanti della prigionizzazione, ovvero il “disadattamento sessuale”. Il carcere infatti come ogni altra istituzione composta da membri di un unico sesso può facilmente portare a sviluppare anomalie sessuali. Probabilmente, dice Clemmer, nessun altro elemento della vita in carcere ha il potere di disorganizzare la personalità degli individui ristretti come l’immaginario sessuale che si sviluppa, che può avere uno sfondo più o meno normale, maniacale o omosessuale.

Lo stesso dice Victor Nelsone, altro sociologo americano, che afferma che fra tutte le possibili forme di privazioni, sicuramente nessuna è più demoralizzante della privazione sessuale (…) essere privato un mese dopo l’altro, un anno dopo l’ennesimo della soddisfazione sessuale che, nel caso del condannato a vita, può non giungere mai, rappresenta la quintessenza della degradazione umana.

… I prigionieri hanno un forte desiderio non solo del rapporto sessuale, ma anche della voce, il contatto, il riso e le lacrime di una donna; un desiderio inarrestabile per la donna in se stessa!

Gli effetti devastanti che la privazione dei rapporti sessuali comporta sulla personalità dei reclusi sono stati analizzati da un altro sociologo americano, Gresham Sykes, che ha affermato come i continui stimoli di natura sessuale, provenienti dai giornali, dalle riviste, dai libri, dalla radio, dalla televisione, dalle lettere amorose, provenienti dal genere femminile, mantengono vivo il desiderio sessuale anche nel buio del carcere. Di conseguenza, non potere avere un momento di intimità provoca nel detenuto turbamento e devianze dai canoni di normalità.

La privazione delle relazione eterosessuali, oltre a provocare frustrazioni sessuali, e talvolta ad indurre comportamenti deviati, possono comportare gravi conseguenze anche sul lato psico-fisico. La sessualità infatti è un elemento  costitutivo della struttura essenziale dell’uomo, che si esplica come parte integrante dell’espressione fisica e personale e come apertura alla comunicazione con gli altri. La questione in esame è talmente conosciuta che la riduzione o la perdita della sessualità costituiscono un danno biologico, classificato nelle tabelle medico legali convenzionali come lesioni micro permanenti e anche altre.

E’ chiaro che se il detenuto ha avuto esperienze omosessuali in carcere, anche solo come rari atti fantasie, dovute alla forte pressione esercitata dal desiderio sessuale, il proprio IO ne risulterà particolarmente aggredito rispetto a chi riuscirà a mantenere un comportamento quasi normale.

La minaccia più grave alla sua identità d’uomo, tuttavia, deriva dalla completa esclusione dal mondo femminile, che priva della polarità necessaria a percepire il significato ultimo dell’ESSERE se stesso: OVVERO, MASCHIO O FEMMINA!

Il detenuto è costretto a cercare la propria identità solo dentro se stesso e non anche nella propria rappresentazione che trova riflesso negli occhi degli altri; e dato che la metà del suo sentire gli è negata,l’immagine che il detenuto si fa di se stesso rischia di diventare completa solo a metà, dimezzando la sua identità.

I problemi psicologici derivanti dalla negazione della sessualità e dell’affettività sono stati affrontati anche in alcuni studi di medicina penitenziaria da alcuni medici, i quali hanno sostenuto che il processo di adattamento al carcere può provocare disfunzione nel complesso dei meccanismi biologici che regolano le emozioni, generando sindromi morbose di varie intensità, definite sindrome da prigionizzazione.

La proibizione della sessualità è anche l’effetto della detenzione che in modo lento ma inesorabile si riversa sui famigliari, mogli, fidanzati e compagne di vita, le quali si trovano senza alcuna colpa a subire un celibato forzato, prova inoltre una frammentazione tragica e dolorosa nella vita di relazione. Gli effetti causati da questo stato di cose sui partner sono spesso, se non allontanamento materiale, di sicuro sentimentale, generando conflitti e tensioni in famiglia che a poco a poco si disgrega.

In questo modo, andando avanti negli anni, al detenuto viene tolto tutto: libertà, sessualità, famiglia e sogni di una vita migliore, catapultandolo nella solitudine e nella rabbia.

La pena allora diventa inutile perché non rispetta il suo tempo. Invece, il compito della pena è quello di dare tempo, un tempo adeguato e appropriato a divenire quello che non si è mai stati. Dare tempo, non togliere tempo alla vita, questa è la soluzione più giusta per perseguire la difesa della sicurezza sociale. Ogni altra scelta è solo violenza gratuita e la violenza chiama violenza. Viceversa “l’amore” chiama “amore”.

Se l’Ordinamento giudiziario si basa esclusivamente sul criterio della proporzionalità dei delitti e delle pene, spesso accade che si resta ancorati ai termini dei tempi di detenzione, vuoti di trattamento preventivo per la difesa sociale, e colmi di sofferenza, per cui si mette in libertà chi alla fine della pena non ha ancora acquisito la propria libertà, la propria emancipazione, lasciando che vengano commessi delitti uguali e peggiori di quelli espiati.

In una politica di difesa sociale vera, il nocciolo importante non è nel castigo, ma la valorizzazione dei tempi di detenzione se dà ragione numerica si vuole farla diventare ragione educativa.

Una ragione penale che si ferma solo alla scadenza della pena e non si spinge oltre non si confronta con il processo di sviluppo delle persone.

E’ chiaro che in questo modo  la ragione penale appare svincolata dalla ragione della sicurezza sociale. Diventa insensibile nel momento in cui si chiude su se stessa per aprirsi a scadenze di tempi senza che ci si preoccupi di cosa o di chi uscirà fuori da quella scadenza.

Non si tratta di perdonare o di condannare. Ma è imperdonabile l’ordine sociale che non è capace di restituire il colpevole alla giustizia, come restituzione dell’individuo alla società e della società all’individuo. C’è un percorso della giustizia che va oltre il diritto, senza cancellarlo ed è quello di una giustizia restituiva per DIRITTO e per GIUSTIZIA!

A questo punto rimane da valutare solo la questione del DIRITTO, che è chiara ugualmente. La detenzione, comportando la privazione della libertà è una punizione in quanto tale. Le condizioni della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare le sofferenze inerenti ad essa. Inoltre , i diritti della persona,nessuno escluso, ricevono tutela dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, com’è del resto riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito sia della Corte Costituzionale sia della migliore dottrina. L’art. 2 della Costituzione, in particolare, sancisce il valore assoluto della persona umana ed è norma a contenuto precettivo e non pragmatico. Cosicché ogni restrizione alla persona nella realtà sociale sarebbe suscettibile di assurgere al rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente tutela giurisdizionale.

Quanto al diritto alla sessualità occorre in proposito ricordare l’INCIPIT della Corte Costituzionale nella sent. 18-dicembre-1987, n. 561 che lo inquadra tra i diritti inviolabili della persona, come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Essendo quindi la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana, che l’art. 2 Cost. impone di tutelare.

Più di recente poi, a proposito del danno alla salute, la Corte Costituzionale nella sent. 184 del 1986 ha precisato  che le lesioni del bene giuridico della salute, in quanto valore personale garantito dalla Costituzione (art. 32) dà di per sé titolo, anche quando consegua non ad un reato, ma ad un mero illecito civile (art. 2043 c.c.) alla tutela giurisdizionale e al risarcimento  del danno patito, derivante dalla menomazione dell’integrità psicofisica, senza che occorra alcuna prova al riguardo.

Ipotesi che si realizza certamente nel caso in cui cagionando ad una persona coniugata l’impossibilità dei rapporti sessuali (sent. 6607/1986) è immediatamente lesiva dei diritti dell’altro coniuge ad eventuali  rapporti, quale diritto-dovere reciproco.

Nel caso specifico lo Stato, cagionando al detenuto l’impossibilità dei rapporti sessuali per motivi di prevenzione e pena, lede i diritti  dell’altro coniuge ad averli, senza che debba rispondere di alcuna colpa. Inoltre, attenta alla salute di entrambi. Trova infatti adeguata collocazione nella sent. n.8827 e 8823/2003 la tutela risarcitoria ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale.

Si afferma nella sent. 233/2003 della Corte Costituzionale, che nel caso in cui un fatto limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli naturali, si realizza un nuovo tipo di danno, definito  con l’espressione di “danno esistenziale”. In proposito Franco Geraudo, presidente dell’AMAPI, sostiene che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non può essere interrotto, senza determinare nel soggetto traumi fisici e psichici.

Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi in FATTO, in MEDICINA e in DIRITTO?

Anzitutto, risulta chiaro che il carcere operante attualmente non restituisce persone migliori, inoltre la privazione della sessualità mina la salute delle persone nel fisico e nella psiche, aggravando non solo lo stato di salute, ma anche il carattere e la personalità di chi la subisce direttamente e indirettamente.

Quanto al Diritto è palese che questo stato di cose risulta in contrasto con i principi della Costituzione per quanto attiene la tutela della persona, della salute, della famiglia, di una pena rieducativa (artt. 2, 3, 27, 29, 30, 34 Cost.); altresì, mina la sicurezza della società nella parte in cui non riesce a restituire persone migliori di quando sono in carcere, al rischio che si commettano delitti uguali o peggiori di quelli per cui si è stati condannati.

La domanda allora è questa: perché nonostante tutto le cose restano così?

Dal Carcere di Carinola

L’Odissea di Lucia Bartolomeo

Urla  dal silenzio di vite sotto ruspe e rulli compressori. La corrente trascina anche chi non c’entra niente. Come i bambini messi in mezzo tra le tenaglie del carcere. Come la figlia di Lucia Bartolomeo.

Lucia Bartolomeo.. oggi è tutto suo lo spazio. E le diamo il benvenuto. E’ la seconda donna che scrive al nostro Blog, dopo Domiria Marsano, e anche lei è del carcere di Lecce.

La vicenda di Lucia ha avuto una certa risonanza mediatica. E’ stata condannata all’ergastolo, in primo e secondo grado, per l’accusa di avere ucciso suo marito. Ma lei contesta radicalmente l’esito dei processi, e le modalità con cui sono stati condotti, e si sta giocando il tutto per tutto in Cassazione. Che delibererà praticamente a momenti, il 4 novembre, sulla sua vicenda.

La prima parte della sua vicenda, che giunge fino a marzo del 2010 la troverete nel primo testo dopo questa premessa, testo che Luciana scrisse per la rivista delle donne del carcere di Lecce Fuga di notizie, e, secondo anche il suo desiderio, l’ho pubbicata.

La seconda parte la racconta, sempre lei, dalla lettera che ci ha inviato, e dopo il primo testo, ho inserito estratti di questa lettera.

Il cuore dell’intera vicenda ruota intorno a sua figlia. Dopo l’arresto, nel maggio 2007, la figlia di Lucia, all’età di soli cinque anni è mezzo, è stata messa in una casa famiglia.

La madre non l’ha potuta vedere per 14 mesi. Neanche una volta.

Poi ha ottenuto gli arresti domiciliari, al fine di poterla rivedere fuori dal contesto carcerario, perchè il guidice dei minorenni era nettamente contrario a farla venire in carcere.

Sembra che l’incubo fosse finito. Ma il 23 febbraio 2009, venne emanato un “decreto sicurezza” che stabilizzava il carcere obbligatorio per alcuni tipi di reati. Per cui Lucia dovette rientrare in carcere, seguendone un altro trauma bello grosso dela bambina.

E il giudice, inoltre, non permetteva che la figlia andasse a colloquio con la madre, perchè non voleva che andasse in quel luogo. Con la conseguenza che, avendo avuto revocati gli arresti domiciliari, in pratica tutto ciò si risolveva che Lucia non poteva vedere la figlia.

Lucia iniziò uno sciopero della fame, che portò a una riconsiderazione della vicenda, e alla concessione dell’opportuntà di rivedere la bambina, seppure accompagnata dagli assistenti sociali.

Ma un’altra batosta era in agguato. Lucia racconta la sua vicenda alla trasmissione Storie maledette. Una delle conseguenze di questa azione è stata la revoca dei colloqui. Fu un vero tempo di inferno per Lucia. Scrisse lettere disperate ovunque.

Dopo un pò le furono concessi di nuovo i colloqui con la figlia. Ma solo per un’ora al mese! E al momento questa rimane la situazione.

Un colloquio al mese di un’ora.. E col timore di perdere anche quello. Quanto male è stato inflitto a questa bambina? Fin dal primo distacco forzato di 14 mesi dalla madre. Quell’abbraccio che descriva Lucia nel primo pezzo che leggerete. Quanto le saltò addosso, col volto inondato di lacrime. Una madre tenuta lontano da una figlia per più di un anno, in un’età estremamente delicata come 5 anni. Quanto è alto il prezzo di un trauma? E chi lo paga? Una figlia che viene “protetta” ostacolando i colloqui con la madre. Una figlia che, ancora adesso, può vedere la madre una volta al mese. Un’ora al mese.

Una sistema penitenziario che crocifigge l’anima di una bambina, anche di una sola bambina, ha fallito. Irrimediabilmente.

Vi lascio ai due testi di Lucia Bartolomeo. Il primo è un articolo uscito per la rivista delle donne del carcere di Lecce, Fuga di notizie. Il secondo, che riproduce la continuazione della vicenda è un estratto dalla lettera che Lucia mi ha inviato.

—————————————————————————–

—————————-

Era il maggio 2007 quando mia figlia veniva prelevata da scuola dagli assistenti sociali per essere sottratta ai suoi affetti e venire “appoggiata” in una casa famiglia di Ostuni che avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Il suo papà era morto un anno primae io, arrestata lo stesso giorno dell’allontanamento di mia figlia, perchè indagata per la sua morte. La piccola aveva quasi sei anni, compiuti tristemente lontana. Lontana dalle persone che avevano come unico intento quello di alleviarle la sofferenza che già l’aveva colpita.

E la sua mamma?

Le avevano raccontato che la mamma era in ospedale, e che non aveva fatto in tempo nemmeno a salutarla. Ma la sua bambina era molto intelligente e la gente invece molto cattiva: qualcuno improvvisamente aveva deciso di raccontarle perchè la mamma le era lontana, un perchè ancora non dimostrato. La bambina si è trovata a passare due anni e due mesi in un luogo che, pur attentamente seguita da persone preparate, non era la sua casa.

Dopo quattordici  mesi di sofferenze tra queste mura ho avuto il permesso di poterla vedere per la prma volta. Avevo ottenuto i domiciliari. Prima di allora, solo una telefonata settimanale di dieci minuti. La incontrai per la prima volta a luglio del 2008. Quel giorno non lo posso descrivere. Mi è saltata al collo, siamo rimaste a lungo senza parlare. Lei nascondeva il volto solcato dalle lacrime.

La mamma era tornata “e adesso mi porta con lei e torno a casa”. Questo sarà stato il suo pensiero ed è stato difficile trovare il modo di spiegarle che non era così. Poi, la mia bambina, da pochi mesi è stata deistituzionalizzata e affidata ad uno zio paterno e io ho continuato a vederla. Sembravano diradarsi le nuvole e invece una violenta tempesta ci ha nuovamente travolte. Qualche mese dopo, applicando il nuovo “decreto sicurezza”, hanno stabilito che dovevo tornare in carcere. Da allora non ho più alcun contatto con mia figlia.

Le ho scritte tantissime lettere per non farle sentire un ulteriore dramma di abbandono. Allo stremo delle forze e nella totale disperazione, ho dichiarato lo sciopero della fame, protratto per 23 giorni. Il mio unico desiderio era di poterla riabbracciare e poterle parlare. Dopo una lunga odissea, il tribunale per i minorenni ha acconsentito che mia figlia venisse qui in carcere per incontrarmi.

Ogni giorno di sofferenza di un essere umano, la sua dignità, non possono perdersi dietro giorni, mesi, anni di burocrazia. Il dolore non ha muri che possano fermarlo.

Lucia Bartolomeo

————————–

(…) Devi sapere che, nella mia dolorosa vicenda, oltre a me che sto pagando innocentemente qualcosa che non ho fatto, chi ha sofferto di più è mia figlia.  (…)

Quando sono tornata in carcere due anni fa, il giudice dei minori non voleva più farmi incontrare la bambina, perchè ui non la voleva fare venire, e a quel punto, ormai allo stremo delle forze, sia fisiche che mentali, ho dichiarato lo sciopero della fame, che ho portato avanti per ben 24 giorni. Ho perso 10 kg in neanche un mese. Pian piano le cose sono migliorate e ho rivisto la bambina, con le dovute precauzioni, accompagnagnata dagli assistenti sociali, fuori dai colloqui normali con i familiari.

Poi ho raccontato la mia vicenda a Storie maledette, e questo ha scatenato un putiferio. Di nuovo i colloqui mi sono stati revocati (..). Insomma, una vera e propria odissea. Detta così sembra una cosa da niente, ma in realtà è stato tutto così crudele e atroce, soprattutto per mia figlia, che ora è affidata ad uno zio del ramo paterno.

Ora la sto rivedendo, un’ora al mese, una misera ora al mese.

Ma quello che voglio dire è che non è giusto tutto questo. Le istituzioni si impadroniscono dei nostri figli, e non tengono conto affatto dei sentimenti, anzichè agevolare in qualche modo i rapporti con loro, li distruggono. Non mi sono mai esposta a fare interviste e quant’altro, proprio per evitare ripercussioni sugli incontri con la bambina, solo con Storei maledette l’ho fatto, che è una trasmissione molto seria, e si è scatenato il putiferio (..)

Abbiamo il diritto noi detenuti di dire la nostra, appunto.. “URLARE DAL SILENZIO”.

(..)

Opere di Pierdonato Zito

In questi  mesi abbiamo pubblicato un’intera serie di foto rappresentante gli acquerelli recentemente creati dal nostro Pierdonato Zio, detenuto a Voghera (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/10/7114/, e poi   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ ,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ , ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/).

La seconda immagine che vedrete è preceduta  da un commento. Si tratta di un’opera dall’altissimo valore simbolico.  Emblematica, come leggerete, delle peregrinazioni che l’ergastolano, e ogni uomo sottoposto a condizioni di vita estreme, deve fare. Che poi è lo stesso Pierdonato che si raffigura in quell’opera. Pierdonato dovette lottare anni e anni per riabbracciaree la moglie, detenuta nel carcere di Rebibbia. E dopo dovette lottare ancora contro la burocrazia che gli rendeva difficile il colloquio per “mancanza di fondi”. Bisogna riconoscere che era una obiezione con dei fondamenti. Infatti i fondi devono essere dirottati in consulenze milionarie, commissioni fasulle, bilanci gonfiati, portaborse, finti giornali, trastole di ogni genere sul bottino del finanziamento pubblico alle attività politiche e parapolitiche, superbonuns e intregazioni “deluxe” ai vitalizi “doc”, magnacci, ruffiani e troie di regime. Più una sequela infinita di opere inutili e di trippa per gatti e per polli. Quindi hanno ragione. E’ vero. Non ci sono fondi.. per altro.

Pierdonato è una di quelle persone che riflette a lungo, che so cogliere il silenzio, e che vive l’arte e la letteratura come percorso, anche di autonoscenza e di antidoto all’oblio della memoria.

E’ una persona che potrebbe dire qualcosa lì fuori, se venisse concessa anche a lui, dopo tanti anni, un nuova chance esistenziale. Ma intanto il suo è un tempo non perso. Un tempo combattuto fino all’ultimo, succhiato, tra libri, pittura, riflessioni, sentimenti.

Vi lascio a queste due sue bellissime opere.

Questo dipinto è stato premiato il 16 giugno 2011 alla mostra pittorica c/o l’Auser di Voghera. Il 20.07.2011 mi hanno portato l’attestato di merito, la rassegna stampa sulla mostra e una medaglietta per l’opera premiata. Questo dipinto l’ho fatto nel periodo che combattevo per effettuare il colloquio con mia moglie e che mi dicevano che non avevano fondi!! Ho rappresentato il percorso di vita di tutti noi. Poi, un paesaggio desolato. Non c’è un filo d’erba, un paesaggio surreale dove non c’è ombra di vita. Poi la figura dell’omino solo con la sua ombra. E’ l’ergastolano che è nei pressi di un abisso, di fronte le montagne che simboleggiano le difficoltà che deve superare per sopravvivere, e il suo essere solo in un ambiente immenso. Gli alberi sono alle sue spalle, un tempo rigogliosi e pieni di vita. Oggi resta una solo fogliolina verde, è la vita che non vuole morire, è la speranza che resta ancorata alla vita. Ho impiegato tre giorni per dipingere i giochi di luce nel tronco.

L’Uomo dell’Est- la rubrica di Gerti Gjenerali

Nell’ambito de L’Uomo dell’Est.. la rubrica del detenuto, di origini albanesi (e “collocato” nel carcere di Spoleto) Gerti Gjenerali, pubblico oggi la quarta e ultima parte di un “materiale” che ho cominciato a pubblicare negli ultimi tre appuntamenti della rubrica di Gerti  (vai ai link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/28/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-9/,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-7/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/13/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-8/). Si tratta di rispsote, scritte da Gerti, nell’ambito del questionario che Giovanni Spada, anch’esso detenuto a Spoleto, ha sottoposto a vari detenuti, con almento 12 anni di “esperienza” di detenzione continuativa, al fine di raccogliere materiale per la preparazione della sua tesi di laurea dal   “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”.

Nel testo che pubblico oggi, e che conclude questo materiale.. ci sono due fasi.

Una prima fase (la terza) dove vengono riproposte le domande già proposte nel corso del questionario, ma con il cambiamento del contesto temporale.. ovvero in considerazione di ORA.. OGGI.. del PRESENTE.. e delle prospettive futur.

E poi c’è una seconda fase conclusiva dove si fa il punto della situazione e si pongono quattro ultime domande globali, riassuntive e volte a riscontrare anche una possibile “direzione” che il detenuto intravede circa il modo in cui potrebbero andare le cose.

Le risposte di oggi andrebbero lette tutte (e anche le precedenti).

Voglio riportarvi un passaggio ora, tratto dai discorsi che Gerti fa:

“Vivo solo per il mio stupido sogno (avere moglie e figli), solo il pensiero mi fa piegare le ginocchia. Questa è la cosa che non perdono a me stesso, ed è la mia condanna più dura. Non sogno barche in Sardegna piene di belle veline.”

E poco dopo, in connesione con quanto su riportato..

Aspettare con molta pazienza che il mio destino si riveli. Sperare che Dio mi dia la possibilità di incoronare il mio stupido sogno. “

Avere moglie e figli. Dopo una vita di ignoranza, violenza, lunga carcerazione, errori ammessi, passione per lo studio e la cultura… e una, intensa e dura, trasformazione.

Gerti, tu ci devi credere.. finchè avrai respiro.

Gerti potrà essere un marito e un madre migliore anche di tanti mariti e padri che non hanno mai conosciuto alcuna carcerazione. Perchè ha imparato la bestialità dell’odio, la condanna di strade buie… e la forza della pace interiore e dell’amore.

E allora merita, e meritiamo tutti noi.. che lui realizzi il suo “stupido” sogno.

Tienilo stretto.. ogni giorno.. come fanno i mastini.. con quella forza del cuore che nessuno può davvero spezzare.

——————————————————-

 

 

TERZA FASE (le stesse domane facendo riferimento ad oggi, evidenziando i cambiamenti rispetto alla conclusione della secona fase, se ce ne sono stati)

1)- Sfera degli affetti e dei sentimenti (le persone che amavi di più e che ti amavano  più, ciò che provavi nei loro confronti, i motivi… )

Le persone che amavo di più in questa fase della mia carcerazione erano le stesse, cioè la famiglia. Ma era un amore più di abitudine, visto che non vivevo co nloro da quasi dieci anni. Stando sempre da solo capii di essere finalmente un uomo libero. La mia dipendenza da loro era svanita. Vivevo in carcere, quindi era inutile pensare che la vita mi appartenesse. Se si vuole amare delle persone bisogna imparare a rincunciare ad esse, allora sì che le ami, anche da lontano. Ma per capire tutto questo dovevo passare le pene dell’inferno, in un carcere straniero, lontano dalla mia cultura e dalla mia gente.

Vorrei dirvi che amavo gli animali o la giustizia, o magari le foreste amazzoniche. Non è così. Sono un’individualista e vivo la maggior parte del tempo solo pensando a me stesso. E soprattutto a come fare per uscire da questa tragedia. In quel periodo vivevo come vivo ora, avevo capito una cosa molto importante, cioè.. di non desiderare una cosa che non puoi avere, altrimenti si è sciocchi. La mia felicità stava nelle mie mani. Nessuno poteva farmi del male più di quanto già me ne avevano fatto. Non facevo entrare nessuno nella mia anima, nessuno, nemmeno i miei familiari. Non è egoismo, no, è solo difesa dalla sofferenza inutile. Si fa quel che si può per sopravvivere, ma capisco molto bene che bisogna viverlo questo schifo di vita per capire che è una guerra senza regole. Altro che amore!

2)- Sfera delle relazioni significative (le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Quando ero giovane sono stato indottrinato e idealizzato dalla nostra cultura. Cioè, noi eravamo il meglio e il capitalismo non era che un pugno di vanitosi nelle mani delle lobby e della banca mondiale. Ero stato programmato, strumentalizzato e, soprattutto, influenzato. Dopo una vita di galera, dopo avere visto le guerre civili e la follia negli occhi di gente che non c’è più, presi consapevolezza  della mia vita, e ho fatto una scelta precisa. Non mi farò mai più condizionare da nessuno, nemmeno se si trattasse della mia libertà. Quindi un NO a parole e concetti a vuoto. La realtà della vita è ben diversa. Mi ci sono voluti tanti anni di sofferenza e l’abbandono totale, per capire che siamo solo frutto  di coloro che hanno fatto la nostra educazione. La parola chiave (la più potente arma che hanno le autorità) è: totale abbandono a noi stessi, allo stato brado. Questo sì che ha avuto successo in me, altro che persone che ammiravo. Come si fa ad amare se vivi in cattività per metà della tua vita. Siamo stati cattivi una volta, quindi di logica lo siamo tutt’ora, altrimenti dove andiamo a finire se i criminali capiscono i loro sbagli.. sarebbe uno schifo.

3)- Sfera degli interessi (ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condividevi questi interessi, i motivi…)

Nell’ultimo periodo della mia carcerazione mi ero messo in testa di imparare a scrivere bene e di andare a scuola. Dunque la mia passione ora aveva un volto, cioè la scuola. A scuola ebbi una bella sorpresa. C’erano tanti compagni di regioni e culture diverse dalla mia. Capii che mi dovevo mettere in discussione con i professori e con tutti quanti. La scuola mi ha fatto capire che la maggior parte di noi si trova qui per ignoranza e per mancanza di sapere. Io credo che prima del mio arresto, ero un ragazzo che viveva una vita inconsapevole. ora è facile cadere in tentazione e quindi fare le cose che un cittadino “normale” solitamente non fa. Quando capisci che la vita è una cosa seria, è da stupidi sprecarla. Si diventa consapevoli. Non fai più del male a nessuno. Ma capisci anche che lo stato non ti dà un’altra possibilità; è così che diventi un vegetale. Ecco a cosa mi è servita la scuola inizialmente; ad aprirmi gli occhi. La cosa che mi incuriosì fu che tanti compagni la pensavano come me. Quindi funzionava. Bisognava dargliene atto; obiettivo raggiunto; in che modo è solo un dettaglio.

4)- Sfera degli apprendimenti (titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare, le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici…)

In questa fase ho conseguito il titolo di Maestro d’Arte presso l’Istituto d’Arte del carcere di Spoleto. In questi tre anni ho avuto molte soddisfazioni frequentando la scuola. Ho imparato a confrontarmi con persone che venivano dal mondo di fuori, ma, soprattutto, che non erano del nostro ambiente. Un mondo nuovo mi si è aperto. L’arte, nella sua bellezza, ormai fa parte della mia vita. Ho imparato tante cose. E’ come se fossi ritornato il bambino volenteroso e pieno di curiosità di ormai tanto tempo fa. La mia vecchia passione è ritornata: le mie care poesie. Ho iniziato a scrivere tanto. Discussioni serie con professori, a volte anche dure, ma che mi fanno riflettere, e pensare che in fono non sono  così cattivo, che c’è gentente cattiva ogni giorno, che fa del male in tutta consapevolezza. Ho avuto l’opportunità di mettere in atto le mie capacità artistiche. Tanti miei compagni riscoprono vecchie passioni, come lavori artigianali.. alcuni si riscoprono nel disegnare, e alcuni nello scrivere cose interessanti. La scuola, nella sua semplicità, mi ha aperto nuovi orizzonti. Ora guaro la vita da una nuova prospettiva, e mi piace tanto. Mi rendo conto di vivere in una prigione. Quella fisica ormai non è un problema, dopo tanti anni si diventa robot e non si sente più niente. Vivevo imprigionato anche nella mente. E’ vero che un lettore, ma ero chiuso e i miei pensieri erano solo miei, quindi ero prigioniero del mio egoismo. Oggi non posso non ammettere che qualcosa non è migliorata.

5)- Sfera dei valori, delle cose per te più importanti (le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazionei, i motivi legati a queste cose in cui credevi)

I valori sono la parola chiave in questo posto “dimenticato da Dio”. Potrei ire che amo gli animali o la foresta pluviale. Potrei ire che amo la giustizia, ma non quella umana. Vorrei aiutare i poveri del mondo. Potrei dirvi che l’era del petrolio sta rovinando il nostro unico pianeta. Potrei dire che amo la democrazia, specialmente quella esportata con le armi e con la corruzione. Potrei dire che oio i miei comunisti, o magari che sono contro il nucleare… oh quante cose potrei dire. Ma il problema rimane lo stesso. Nessuno fa niente per migliorare. Viviamo in un’epoca dove non c’è più nessuna moralità, dove il sogno di ogni giovane è diventare tronista o velina. Solo apparire ed essere vanitosi. Così tutto il mondo apprezza la tua bellezza esteriore. Vvio in un’epoca dove tutto si  misura con i soldi, o con le amicizie che contano.

E’ vero, io sono figlio del mio popolo, ma tutta la vita adulta l’ho vissuta in Occidente, dove c’è la cosiddtta “democrazia”. Quello che il comunismo mi aveva insegnato poteva essere duro, arretrato, arcaico. Ma c’era un valore in tutto ciò. Avevamo sì molta fame, questo è vero; ma c’era onestà, non c’era criminalità, come ora. La vostra democrazia, così all’improvviso, ha portato solo tragedie, ladri, trafficanti, prostitute, scafisti e chi più ne ha più ne metta. Arrivai qua come un piccolo banito. Finii come dovevano finire coloro che non rispettano la società. Ma dopo tanti anni che vivo qui, vedo che nulla è diverso. Cambiano solo i nomi, ma le azioni sono le stesse. La vostra democrazia di democrazia ha solo il nome; di democratico qui non c’è niente. Banchieri che rubano miliardi, e che lasciano centinaia di famiglie senza i risparmi di una vita. Politici che festeggiano dopo che sentono che c’è un terremoto, contenti in cuor loro per gli appalti che seguiranno. Moralisti duri e puri, che fanno i santi e, dopo li vedi con travestiti ed escort di lusso. Gente che fa leggi contro i criminali, e poi li beccano che fanno uso di droga. Corrotti, demagoghi, intellettuali che fomentano, dalle loro barche in Sardegna, la paura. La paura dello straniero, della crisi, dell’emergenza. Ovvio, è molto facile giudicare gli altri… mi permetto di parlare male magari di gente che va in televsione, convinta di essere persone per bene solo per il fatto di indossare una cravatta.

Il male è in ognuno di noi. L’importante è che uno ne sia consapevole, poi sta ad ogni singolo fare in modo di non farlo uscire fuori. Questo è un valore.. e non il dire “io amo la mia famiglia, e voglio bene al mio cane. E’ un dire cose ovvie. La realtà della vita è che è una tragedia continua, anche quando si è ricchi e potenti. Ciò che per me è un valore assoluto, per un altro che vive in mezzo al mondo di fuori può sembrare sciocco e arcaioco. Quello in cui credevo  è morto nel mio cuore, è uno straniero ora. E’ deceduto per mancanza di nutrizione. Le mie ambizioni sono finite il giorno del mio arresto.

Ora che valori ho? Pochi: vivere in pace con tutti, perdonare fin che posso e soprattutto vivere con la speranza che anche io un giorno sarò un uomo libero. Il resto sono solo stronzate per psicanalisti o psicologi che approfittano delle paure degli altri. Io vivo bene con i miei piccoli e sciocchi valori e soprattutto con la mia solitudine.

6)- Sfera del futuro, delle cose che ti proponevi di fare, delle speranze, di chi, che cosa saresti voluto diventare (indica a che cosa guardavi, le persone a cui avresti voluto somigliare, chi imitavi… con chi condividevi questi sogni, chi pensavi ti avrebbe aiutato a realizzarli, le difficoltà, i motivi che ti spingevano a sperare, le persone che ti sembravano utili per realizzare i tuoi progetti e perchè…)

Nel mio futuro a dire il vero non c’è molto spazio di manovra. Il carcere è un posto dove tengono prigioniero non solo il corpo, ma anche i tuoi sogni. Chi avrei voluto prendere di esempio qui, in un ambiente dove l’ipocrisia regna incontrastata? Con i miei compagni, almeno con quelli che hanno capito che la vita di prima era una vita sbagliata, discutiamo delle problematiche del sistema carcerario, ma finiamo sempre da dove siamo partiti. Rimane tutto dentro di noi e solo tra noi. Vorrei dirvi che mi sono appoggiato al nostro educatore o al Direttore. Ma nella realtà è ben diverso. Nulla di tutto ciò, ognuno per sé, e le maschere pronte per ogni evenienza. D’altronde, il carcere è la discarica di ogni società. Se il mondo di fuori non ha un punto di riferimento , figurarsi nelle patrie galere, dove puoi trovare di tutto, dal mafioso tranquillo che parla educatamente, ai drogati che si tagliano per un pò di metadone, agli stranieri che non sanno neanche parlare in italiano. Sinceramente, essendo un ergastolano, non ho un progetto ben preciso. So molto bene che uscire di qui è molto difficile, se non impossibile. Ma nella sfortuna, sono fortunato, sono straniero, ho la possibilità di andare nel mio Paese, e scontare la condanna nella mia terra natale. Il mio progetto è questo: andare via da qui, e non tornare mai più finchè avrò respiro. A questo punto della mia vita sarei voluto diventare un bravo cittadino, cioè avere un lavoro onesto, pagare le tasse e le multe, avere un bel mutuo a pagare per tutta la vita. Insomma, una vita da consumatore medio. Almeno avrei avuto la pace nella mia anima.

——————————————

PER CONCLUDERE

I- In che cosa ti senti cambiato oggi rispetto all’avvio della detenzione?

Io non lo so se sono cambiato. E’ molto difficile che io sia obiettivo sul mio modo di comportarmi. Quello che per me è di fondamentale importanza, per un altro potrebbe essere una sciocchezza. Qui sta il problema principale delle istituzioni, non hanno la capacità di seguire i detenuti, ed aiutare coloro che secondo la legge hanno sbagliato. Gli articoli della Costituzione qui diventano ridicoli. I detenuti di oggi vanno a scuola, si laureano, c’è molta consapevolezza. Vedono lo Stato che ti ha  condannato con una facilità che non ha pari nell’Europa democratica; dopo di che non applicano loro, per primi, la legge, come dovrebbe fare uno Stato forte in diritto. Alcuni di noi pensano: è questo lo Stato che io dovrei rispettare? Così il carcere diventa una specie i università del crimine, dove si esce più animali di prima. Ora è troppo facile sparare a zero contro le autorità; banale oserei dire. Ma tanti detenuti sono cambiati, ma non hanno l’opportunità di dimostrarlo. Diventa tutto un gioco di crudeltà. Nessuno rispetta nessuno. Io non posso giuicare me stesso, ovvio che farei un discorso a mio favore. Chi parla male di se stesso? Quasi nessuno. So solo che ora sono molto più semplice di prima. Lo capisco dalle cose che sogno. Non ho progetti di diventare un uomo famoso o di potere. Sogno cose normali, tipo avere una famiglia tutta mia, e avere dei figli. Basta affrontare la vita con disprezzo! Sono vivo, quindi devo avere rispetto per il mio destino. Semplicità e consapevolezza di essere un sopravvissuto della mia vita senza regole. Poi, la cosa che mi rende orgoglioso è che sono sì in carceere con una condanna all’ergastolo, ma che sono in pace con me stesso. Ecco, ora c’è la pace nel mio cuore e tanto amore da dare alle persone che si metteranno vicino al mio cammino. Non odio più nessuno, e non me ne fotte dei loro giudizi. Sono io cambiato? Chi lo sa? Intanto io sopravvivo con molto arore, poi cosa succederà, non dipende da me. Scuola, attività extra, impegno personale per farti una cultura, buon comportamento, educazione.. sono bellissime parole. Ma credo fermamente che alla fine rimangano sempre le azioni, e noi siamo per tutta la vita dei cattivi, quindi non più recuperabili per il benessere collettivo.

II- Cosa pensi di avere perduto attraverso l’esperienza del carcere?

Cosa ho perduto? Tutto ho perduto. La vita. Per avere cosa poi?!? Ho buttato la mia unica occasione nel cesso. E questo l’ho capito subito, nella fase iniziale. Ho perduto la mia gioventù. Ho perduto l’occasione di stare con la mia famiglia. Ho perduto quasi tutti i miei cari, e non sono potuto andare ai loro funerali. Ho perduto le gioie che la vita avrebbe potuto offrirmi. L’elenco è molto lungo, molto lungo. La cosa che mi brucia l’anima, e che mi uccide ogni giorno, è una sola: la possibilità di avere una moglie e dei figli. Non averla.. ecco che cos’è la mia vera condanna. Il carcere mi ha rubato l’opportunità di diventare padre, e questo per il mio cuore è una tragedia. Sto pagando un caro prezzo, senza appello. Non scappo, sono qui, avrei dovuto morire tantissime volte, sarei dovuto morire sotto le torture nel mio Paese, accoltellato, sparato svariate volte, subìto la cosiddetta “falange” (chi capisce di tortura sa di cosa si tratta), massacrato dalla vita, respinto, umiliato, aggredito solo perchè facevo parte di un certo partito o schieramento. Il mio corpo è un campo di battaglia, le mie cicatrici sono le mie medaglie per il mio comportamento furioso e guerriero, ma dopo tutto.. è quello che il destino mi ha riservato. Vivo solo per il mio stupido sogno (avere moglie e figli), solo il pensiero mi fa piegare le ginocchia. Questa è la cosa che non perdono a me stesso, ed è la mia condanna più dura. Non sogno barche in Sardegna piene di belle veline. Il mio sogno è potente e molto ambizioso. Ma sono ben consapevole che non tutti i sogni si realizzano. L’incubo è sempre in agguato. Ho sempre saputo che l’odio mi ha portato in carcere, e aspetterò che l’amore di un’anima buona mi ridarà la libertà.

III- Chi più ha contato in queste trasformazioni? Chi ti ha aiutato maggiormente? Attraverso quali attività, quali tipi di relazione?

Chi mi ha aiutato con precisione non lo so. Non penso che abbia avuto un aiuto come si intende, di tipo classico, quale un gruppo di educatori, psicologi o altri previsti dall’Ordinamento penitenziario. Un totale abbandono. Trasformarmi? E’ ovvio che ho avuto una trasformazione. Sono pi vecchio e mi stanno veneno i capelli bianchi. Solo un animale feroce non cambia dopo tanti anni, ma anche una bestia, se presa con pazienza, cambia. Potrei dire che sono pronto.. ma per andare dove? A fare cosa? Non ho un fine pena.. quindi a che serve cambiare se poi non hai la possibilità di attuare il tuo cambiamento? Ho poche certezze, tra cui una in particolare: non mi piacciono più le cose di prima. I miei valori sono diversi ora. Semplici e chiari. Non vivo più nell’odio.. forse più nell’angoscia. Sono cambiato? Modificato forse? Chi lo sa? Relazioni? Ho avuto solo una relazione duratura e fedele, che non  mi molla mai. E’ come un piccolo cancro, è la mia ultima spiaggia, cioè.. la mia solituine.

IV- Che giudizio dai, in sintesi, dell’uomo che sei diventato, rispetto a ciò che saresti potuto diventare nel tuo ambiente di vita?

Sono diventato un uomo semplice. Ma tutto questo grazie alle esperienze brutali che ho vissuto. Con le tragedie e la sofferenza si diventa migliori. Non puoi apprezzare il bene, se non conosci in fondo il male che c’è in ognuno di noi. Direi, senza ombra di dubbio, che io nella mia corta vita ho toccato il fondo. Sarei potuto diventare un ufficiale come tutti i miei familiari. Sarei potuto diventare un uomo d’affari.. chi lo sa? Ma sarei anche potuto morire tante volte. Nella ita non si fanno progetti a lungo termine, dalle nostre parti. Ho visto la follia negli occhi di gente che credeva a un certo ideale; la cattiveria primordiale e viscerale. La conosco dunque. Ora, dopo tanti anni di cosiddetta “rieducazione” nel laboratorio di un carcere, dico con molta forza che io sono frutto delle mie esperienze di vita. Sono un uomo migliore perchè mi hanno carcerato? Questo non lo so. Una cosa ho capito. Che la vita è una cosa seria, ed è da sciocchi sprecarla. Ed io ho sempre saputo di essere un uomo molto sciocco.

V- Quali sono oggi le tue speranze e progetti rispetto ad un futuro prossimo?

Aspettare con molta pazienza che il mio destino si riveli. Sperare che Dio mi dia la possibilità di incoronare il mio stupido sogno. E ritornare da dove sono venuto, con le mie illusioni e le mi tragedie. Lascerò a voi il vostro “fasullo” articolo 27 e il vostro modo di applicare la vostra sacra Costituzione. Per concludere, farò quello che ho sempre fatto: lottare per la mia sopravvivenza. Progetti? Come si possono fare dei progetti con un fine pena mai (31/12/9999)?!?

 

Lettere dal di fuori… da Sabina a Carmelo

Per la rubrica Lettere dal di fuori.. una lettera di Sabina Buratta a Carmelo Musumeci.. ricordando la seduta di laurea di Carmelo, avvenuta senza guardie e manette, da uomo libero.. qualche giorno prima.

——————————————————————————————————————

ROMA 14 maggio 2011

Carissimo Carmelo,

vederti è stata un’emozione indescrivibile. Non soltanto perchè ti ho visto per la prima volta, ma soprattutto perché ti ho visto libero, fuori dal carcere, circondato dall’affetto della tua meravigliosa famiglia e di tutti i tuoi amici.

Ero felicissima nel vederti così felice, e la sera a cena con la tua famiglia eravate bellissimi.. quello è il posto in cui dovresti stare sempre. Quella dovrebbe essere la tua realtà.

Avrei voluto fermare il tempo e continuare a vedervi lì… Quando Nadia è tornata, dopo averti accompagnato a Spoleto, mi è sembrato assurdo che prima eri là, con noi, e poco dopo non potevi esserci più. Lo sapevo che sarebbe stato così, però mi è sembrato impossibile per quanto era ingiusto. Tutto per delle leggi che non tengono in considerazione i sentimenti, e non hanno nemmeno un minimo di senso di giustizia. Se ce l’avessero, non rinchiuderebbero un uomo come te, che è capace di dare così tanto agli altri, non ostacolerebbero i suoi rapporti con la gente che sta fuori… Possono solo ostacolarli, non di più, perché tu sei più forte, ed hai anche l’amore dalla tua parte! Tornando a mercoledì sera, la tristezza e la rabbia non hanno offuscato l’immensa gioia di averti avuto lì tutto il giorno. Pensarti dopo, in un carcere è stato brutto, ma io e Nadia non ci siamo buttate giù, perché anzi questo è il momento di lottare con ancora più determinazione!

Questo è stato un grande passo. Nella tua prima lettera in cui mi hai parlato della richiesta di questo permesso, mi hai detto che se fossi tornato in carcere con le tue gambe, non ti avrebbero più  potuto dire che eri pericoloso.

Ora, non lo possono proprio dire!

Ti faccio i complimenti per la laurea, che in tutto questo è passata un pò in secondo piano (perché in primo piano c’era una cosa straordinaria!!!).

Ti ringrazio tantissimo per quello che mi hai scritto nei ringraziamenti.. TVB!

Ti ringrazio anche per i complimenti che mi hai fatto. Io non credo di essere addirittura bellissima, mai tu troppo gentile e dolce!! Grazie di tutto Carmelo, per il tuo esserci nella mia vita e per essere così come sei.

Davanti all’università, prima di andare da Nadia, ho conosciuto un pò di gente che conoscevo solo di nome, tra cui Alessandro del sito Informacarcere e Adriano Ascoli.

Ora che ci penso lo sai che ho conosciuto Alessandro perché c’eri anche tu, e mi hai detto della foto del loro bambino… Poi al chiostro ho conosciuto i famosi Marcolino e Lia (li conoscevo dal tuo diario):

Sono stata contente anche di avere rivisto Mita di avere conosciuto il marito.

Sono stati due giorni pieni di emozioni. Ovviamente la più grande e bella è stata incontrarti.

Il tuo abbraccio mi ha scaldato il cuore e lo tengo stretto nei miei ricordi.

Te ne mando uno forte, insieme a tanti sorrisi.

Sabina

L’UOMO DELL’EST- la rubrica di Gerti Gjenerali

Gerti, tramite la nostra “illuminante” Nadia, mi ha fatto pervenire un testo che verrà utilizzato nell’ambito della tesi di laurea di un detenuto “risiedente” a Spoleto. Il detenuto in questione si chiama Giovanni Spada. Il titolo della sua tesi è “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”. Nell’ambito di questa tesi, Giovanni Spada ha  preparato un questionario che ha rivolto ad alcuni detenuti, con almeno 12 anni di “esperienza” continuata di reclusione. Uno dei detenuti a cui ha rivolto queste domande è stato il nosto Gerti Gjenerali. E allora ho pensato di inserire parte delle sue risposte, di volta in volta,  nel contesto della sua rubrica.. L’UOMO DELL’EST.

Queste sue risposte sono importanti.. perchè sia ci fanno conoscere “concretamente” un uomo, le sue origini, il suo percorso, i bruschi cambi esistenziali che lo hanno portato a trovarsi in certi luoghi e con certe persone, con certi pensieri e modi di azione.. e quindi anche dinanzi a certe scelte e certe conseguenze.

E tramite UN uomo vediamo come spesso la Strada non è un tronco tagliato.. ma una radice e dei frutti e una serie, soprattutto di interconnessioni tra noi  e gli altri. E se vediamo Gerti.. non vediamo “solo” l’autore di determinati reati, ma vediamo un uomo cresciuto in un contesto anni luce lontano dal nostro.. un contesto che improvissamente crolla totalmente e lui si ritrova in tutto un altro mondo, come se fosse un alieno in un altro mondo, o proprio in un altro universo. Totalmente destabilizzato.

Notate come Gerti non sopporta il pietismo, e non appoggia a giustificazioni deresponsabilizzanti. Con una grande onestà, dote che tutti gli riconoscono, sa valutardi lucidamente e spietatamente e prendersi le sue respondabilità per molto di ciò che gli è accaduto. Questo sfera di libertà interiore è una delle sue più grandi risors.

In questa “occasione” ho inserito le prime cinque domande e, naturalmente, le prime cinque risposte di Gerti. Le altre le pubblicherò in una successiva occasione.

———————————————-

1-Sfera degli affetti e dei sentimenti. Le persone che amavi di più e che ti amavano di più. Ciò che provavi nei loro confronti, i motivi.

Le persone che amavo di più erano i miei famigliari. Anche loro nel loro piccolo credo mi amassero, anche se io nell’arco della mia vita ho dato solo dispiaceri.

Nei loro confronti provavo un amore sincero e compassionevole. Il motivo era un pò, diciamo, strano. Mi spiego meglio:  i miei genitori, nel mio paese (Albania) si trovavano in una posizione privilegiata. Tutti e due erano comunisti, di quelli che avrebbero dato la vita per la loro Patria. Mi hanno insegnato fin da piccolo che il nostro mondo era quello perfetto, che noi eravamo i migliori perchè ci pensava il partito, a noi tutti e agli altri. Ed io, figlio di due segretari marxisti, sono cresciuto idealizzato e inconsapevole – a quei tempi – che eravamo solo un Paese arretrato, ottuso e selvaggio. Ecco cosa io rimprovero ai miei vecchi.

Non mi hannno preparato, dicendomi che oltre alla nostra Patria – di gente dura e pura che non si piegava al capitalismo – esistevano altre realtà, ad esempio la democrazia, dove il popolo poteva votare chiunque, e se non faceva bene il suo lavoro lo cambiavano  con un altro. E non lo portavano in carcere come nemico del popolo. Poi, del resto, il loro sacrificio e l’amore nei miei confronti è la base del nostro rapporto. Nessuno di noi poteva capire che il mondo stava molto bene anche senza di noi selvaggi, figli della miseria.

————————————-

2- Sfera delle relazioni significative. Le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…

La persona che ammiravo di più era senza dubbio mio padre. Lui, nel mio Paese era uno degli uomini più conosciuti ed importanti. Era lo sportivo più decorato (lotta greco romana). Quando c’erano le feste, si organizzavano incontri con altri lottatori di paesi comunisti (russi, bulgari, rumeni) e mio padre era il pupillo del nostro caro Leader (o dittatore):

Lui è l’uomo che mi ha influenzato più di tutti. Era ed è tuttora esempio di rigidità, disciplina e durezza. Fin da piccolo mi ha insegnato a combattere; anch’io, come lui, sono diventato un lottatore. Non avevo dubbi, ero pronto per lui e per la mia Patria. Avrei dato la vita senza esistazioni per dimostrargli che ero figlio degno del grande campione che tutto il Paese conosceva. Quindi crebbi in una famiglia di fanatici e austeri figli della grandezza di Lenin. I mie seentimenti nei loro confronti erano puri. In casa mia tutto era dannatamente serio. I nemici erano alle porte; ed io e mio fratello eravamo sempre ansiosi e molto taciturni. Mio padre era molto convincente, perchè aveva un’arma molto potente. Era uno dei pochi che aveva visto l’Europa. Andava a fare incontri nei Paesi Scandibavi. Stava mesi fuori dal Paese e quando tornava – insieme ai suoi compagni – era un esempio di patriota che combatteva per il nostro sistema. Quindi, agli occhi della gente, lui era un eroe, le sue parole erano legge nelle riunioni di partito, lui conosceva il “mondo corrotto della democrazia”.

Tutti in famiglia lavoravano per e con til governo; tutti i miei zii erano ufficiali dell’esercito – compreso mio padre. Quindi, io nel mio mondo ero un privilegiato, ero il loro figlio e il loro degno erede, dalla cui famiglia nascevano solo uomini forzuti e pronti ad obbedire alla nostra sacra Patria. 

Ecco da dove parte la mia rovina?!? Che dopo pochissimi anni si trasforma in un incubo che dura tuttora, anche dopo venticinque anni.

——————————————

3- Sfera degli interessi. Ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condivideri questi interessi, i motivi.

Quando ero ragazzo i miei interessi erano fare sport ogni giorno, leggere libri, ed era una vita fondamentalmente tranquilla. Poi, all’improvviso tutto cadde. Nel giro di pochi mesi il mio mondo dorato sparisce. Arrivano i “democratici” – siamo nel 1990. C’era caos e anarchia, ed io, insieme ad altri figli del comunismo, eravamo i più selvaggi. Vedevamo i colleghi di mio padre che erano senza lavoro. I nostri vicini di casa – illustri professori universitari – che vendevano uova per strada. Tanti comunisti che all’improvviso sono diventati democratici. Vedevo gente che tornava dall’estero con soldi e macchina lussuose. Nel giro di pochi mesi tutto finì nel peggiore degli incubi. Arrivai in Italia con una nave, ed io, con alcuni amici disertori dell’esercito, eravamo soli, senza padroni, senza nessuno che ci ordinasse cosa fare. La mia passione era arraffare tutto senza esitazione da questi figli molli della democrazia. Non mi passava per la mente che stavo facendo un reato contro la società. Vivevo come un lupo, ed eravamo felici, disciplinati ed efficienti come i nostri segretari comunisti. Quindi, la mia venuta in Italia mi causò una malattia terribile: fare più soldi possibile e diventare ricco. Volevo diventare un uomo di successo.

Sinceramente non avrei mai accettato di stare in un campo profughi ed aspetttare con la ciotola il mio turno per prendere il cibo. Io avevo tutto da piccolo ed ero orgoglioso e rigido per via della mia educazione. Quindi ho fatto in modo di fare uscire allo scoperto tutto il mio coraggio, rischiando la vita ogni giorno come un animale che vive di solo istinto.

Ovviamente ero in buona compagnia, i miei amici erano uguali a me. Dunque, nessun contatto con la gente del posto. I motivi erano semplici e banali: volevamo tutto e senza fatica, perchè nella nostra mente ottusa noi avevamo il diritto .. che ne sapevano gli italiani che avevano tutto ?!? Non c’entrava la questione del disagio sociale, no, eravamo convinti che fosse giusto e il nome della nostra malattia era: avidità.

4-Sfera degli apprendimenti. Titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare; le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici..

Il mio titolo di studio era la terza media. Non ho fatto in tempo a diplomarmi per via del mio impegno nello sport, anche se ero stato cacciato da alcuni ginnasi per il via del mio temperamento rissoso.

Sapevo molto bene una cosa: fare la lotta greco romana. Ed ho vinto tre volte il titolo nella mia categoria nel mio Paese.

Mi avevano insegnato tante cose che a raccontare mi ci vorrebbe un anno. Sono nato in un Paese di comunisti che non aveva pari in Europa. Fn da piccolo venivo addestrato con le armi. Tutti in famiglia lo erano, compresa mia madre. Una volta all’anno, tutte le donne andavano un mese a fare esercizi con le armi. Non andavano certamente a vedere i concerti di musica rock. Non esistevano. In casa mia si leggeva molto e questa è una passione che mi porto appresso tuttora. Per questo posso dire che non finirò mai di ringraziare i miei per questa passione.

Le occasioni erano poche per andare a divertirci. Qui in Italia era molto diverso. Ho fatto le stesse cose che poteva fare un ragazzo di veni anni. Solo che io avevo un altro stile di vita, di cui le conseguenze sono tuttora evidenti nella mia corta vita di fuori. Con tutti i miei amici d’infanzia siamo finiti come dovevano finire quelli che non obbediscono alle leggi della maggioranza. Ovvero la gran parte di loro sono morti ammazzati e quelli che si sono salvati sono in carcere.

Le occasioni? Beh, che dire?!? Ho bruciato tutta la mia vita e ho buttato nel cesso le mie occasioni.

—————————————————-

5 – Sfera dei valori, delle cose per te più importanti. Le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazioni, i motivi legati a queste cose in cui credevi.

I valori più importanti per erano: la mi dignità che va al di sopra di ogni cosa, pure della stessa vita. Onorare la famiglia, credere nell’amicizia.. e la più importante era.. non tradire nessuno, mai, per nessun motivo. Credevo sempre di essere giusto, ma non solo con le persone che mi erano amiche, ma con tutti in generale. Poi bisogna vedere cosa significa giustizia, e quale è il metro per misurarla. Chi stabilisce cosa è gusto e cosa è sbagliato? Qui in Italia ho imparato che è la maggioranza.

Ho avuto un’educazione che potrebbe sembrare banale per chi non la conosce, come – ora che vivo in Italia da quasi venti anni – mi potrebbe sembrare fasullo e pieno di contraddizioni il vostro stile di vita.

I motivi di tutto questo sono evidenti. I risultati più che naturali: o morte o galera. Non voglio parlare e dire cose che potrebbero dire tanti miei compagni, cioè che siamo innnocenti o che è colpa del partito o chi sa cosa. Ognuno di noi – credo – che nel momento in cui le luci si spengono, pensa con la coscienza allo stile di vita che ha scelto. Dunque è sciocco dare la colpa a un sistema o ad una certa situazione. Io penso che ognuno di noi sia responsabile della propria vita.

Ho creduto a tante cose nella vita. In alcune ho trovato delle soddisfazioni, in altre no, e come al solito  me la sono presa. La vita purtroppo è fatta così. Cose che per me vent’annni fa erano di fondamentale importanza, ora mi fannno sorridere. Sono diventato forse più saggio? O forse ho cambiato prospettiva e vedo la vita in un modo diverso?

Come ho accennato all’inizio, alcuni valori sono la base del mio stupido tempio. Le mi colonne sono i valori antiche e arcaici. Se ne manca uno, tutto cade. Nuovi valori? Magari un pò democratici? I valori sono quelli che ti hanno fatto conoscere. Da dove li ho imparati non ci vuole tanto a capirlo. La questione è: sono i valori giusti per quest’epoca? O forse ne dovrei avere altri? Magari più semplici e meno complicati? Siamo tutti colpevoli di qualcosa, però alcuni sono destinati ad essere colpevoli perchè sono nati.

——————————————————

Lettere dal di fuori.. da Pamela Iamundo a Carmelo

Già in precedenza abbiamo pubblicato altre lettere di Pamela Iamundo a Carmelo.

Pamela è una ragazza splendida. E’ di quelle persone che hanno qualcosa dentro, una spinta, una sete, una forsennata passione. Sto parlando al di là del carcere. Ci sono persone che si lasciano vivere dal tempo, e lo riempiono di oggetti e pupazzi, e coltivano le ore come piccoli programmi quotidiani. Lei il tempo vuole viverlo succhiandolo fino all’ultima goccia, e fare bruciare la sua vita.. non come una candela, ma come una fiaccola.

Lottare per qualcosa.. vuol dire vivere con onore.. questa è la gente che mi piace, la gente che CI piace.

Lasciamo ad altri il Circo morto di stitici, servi, ruffiani e troie.

——————————————————————————————-

Hamburg 15 aprile 2011

Carissimo infinito Carmelo,

è già da un pò di giorni che ho ricevuto la tua lettera ma non ho avuto modo di risponderti, le mie giornate sono sempre più faticose e tuttavia non riesco a concludere granché…

Spero che tu stia bene (ho letto che sei stato influenzato). Se non ero prossimamente riceverai la risposta in merito alla tua richiesta di effettuare la discussione della tesi all’Università. Ti auguro di cuore che tu possa farlo!

Sto leggendo come sempre il tuo diario. Ogni sera mi collego al sito per vedere se c’è qualche tua nuova.

Con infinita gioia ho visto che hai voluto pubblicare una mia vecchia lettera che ti avevo spedito a fine gennaio. Mi fai onore con questi tuoi gesti.

E mi hai onorato anche inviandomi in anteprima la tua lettera di Pasqua. Che dire, caro Carmelo.. cosa aggiungere  a quanto hai scritto? 

Proprio oggi è stata diffusa la notizia dell’uccisione dell’attivista Arrigoni. C’è sdegno da ogni parte. Leggo da internet i vari commenti dei vari politici, le indignazioni delle più alte cariche pubbliche, pagine su pagine dedicate a questo ragazzo che ha dato la vita per una grande causa. Ma mi chiedo quanto sia corretto accorgersi di queste persone solo una volta morte. Il suo motto “restiamo umani” è diventato il motto di ogni essere che fino ad ora non ha speso neanche una parola per la causa palestinese. Il suo caso è sulle pagine di ogni giornale che ha sempre considerato la Palestina come simbolo politico e non come causa civile, umana. Perchè si parli della gravità di una situazione bisogna che ci sia qualche vittima sacrificale.

Ma capita anche che le vittime siano così tante da non farci più nemmeno caso. Mi riferisco anche alle morti in carcere. Già troppe quest’anno. Eppure hanno imparato a camuffare la tragicità di questi episodi di morte naturale o non accertati. Sono riusciti a rincoglionire  la gente facendo loro credere che quanto accade è normale, è una possibilità “naturale”. E non viene mai raccontato, o comunque non abbastanza e non ovunque, perchè si muore in carcere, e di cosa si muore in realtà.

Il carcere è morte, ma non lo si dice, poichè per lo stato italiano il carcere è il luogo della sicurezza per chi sta fuori.

Già, non si dice nemmeno che chi sta fuori deve stare molto attento a non finire anche solo per errore in carcere, perchè rischia di non uscirne vivo qualora ci si accorga che non doveva neanche entrarci.

Ma l’importante non è questo! Importante è capire cosa accade nella dimora privata del re, quante donne riesce a “soddisfare”, in che modo riesce il grande e potente cavaliere a cavarsela dalla insulse accuse rivoltegli dalla magistratura e in quanto breve tempo.

Tanto le carceri hanno chi ospitare!

Mi fa schifo pensare che questo sia reale e possibile.

Perdona il mio ennesimo e impotente sfogo.

Sì.. mi sento proprio impotente.

E delusa, amareggiata, triste.

Ma sai, Carmelo caro, sono sempre arrabbiata e questa rabbia mi aiuta, mi stimola, mi fa sentire viva. E finchè si è vivi, si è pure attivi. Si deve esserlo!

Di questo tu mi sei Maestro!

Ho dovuto mettere da parte il progetto, come avrai capito. Ho dovuto farlo perchè credo di dovere fare qualche piccolo passetto prima di raggiungere quel grande traguardo lì. Prossimamente inizieremo la lavorazione del corto di cui ti ho inviato la sceneggiatura (a proposito, sono contenta  che tu l’abbia apprezzata e grazie per i consigli, vedrò di farne una sintesi con quanto avevo pensato io).

Con il lavoro che faccio mi viene un pò complicato organizzare tutto, specialmente se pensi che il tipo con cui dovrò lavorare ha dei tempi molto lenti. Qualcuno mi ha detto che tutte le popolazioni latine hanno tendenzialmente dei ritmi molto lenti, ma un pò inizia a snervarmi sta cosa…

Nel frattempo sto cercando di vivere la mia vita più serenamente possibile, ma non ce la faccio. Il vero motivo mi sfugge ancora, ma non sto vivendo un buon periodo. Sarò la mia solita fretta di volere fare le cose subito, sarà il bisogno di realizzare i mei desideri al più presto. Sento che il tempo mi sfugge in modo irreparabile, e sento la responsabilità di realizzare questi progetti per la causa in cui mi sento totalmente coinvolta.

Prima di iniziare a scriverti la mia unica causa era l’arte. Da quando ti ho conosciuto e mi hai fatto “entrare” in quel mondo pazzesco in cui vivi da troppo tempo, la mia causa è diventata quella, la denuncia forte, diretta, anticonvenzionale, apolitica, viscerale del sistema carcerario italiano.

E scriverti mi aiuta tanto, intanto perchè mantegno viva la rabbia e il desiderio di fare, e poi perchè (e spiegamelo tu come mai accade) quanto ti scrivo mi vengono in mente le idee, mi si accende la lampadina in testa, il mio cervello inizia a marciare  a ritmi insostenibili, ricaricandomi e ridandomi la vitalità momentaneamente persa.

Come ti ho scritto sul Blog, tra i commenti alla mia lettera che hai fatto pubblicare.. “un uomo imprigionato regala la libertà ai sogni e ai desideri di un essere ‘libero’ “.

Sei importante per me, Carmelo. Poche persone lo sono nella mia via, e soprattutto pochissime sanno regalarmi tante emozioni e sentimenti senza essere vicini a me. Tu ci riesci, mi fai sentire veramente forte.

Grazie Carmelo per quello che sei.

Ti voglio tanto bene, ti porto sempre nel mio cuore.

Pamela

P.S.: perdonami se sono sintetica questa volta, ma ormai è notte, domani mi aspetta un’altra lunga giornata di lavoro.

La persona amata

“Perchè l’amore caratterizza tutto il tuo essere, riflettendosi in ciò che insegni e nel tuo modo di trattare il prossimo.”

Questo è uno dei momenti che costellano questo brano di Giovanni Leone.. detto.. Nuvola. Uno dei tanti momenti sublimi che vivono in questo pezzo di carta che ho tra le mani, nel momento di trascrivere.

L’arte di amare è come un sentiero che viene da una porta sconosciuta e raggiunge l’atomo del dolore, nel momento stesso del dare, in quel dissiparsi che è quasi un dilagare. Ed è un’arte di amare quella che vive in questo Nuvola… leggete la sua storia prima o poi (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/13/io-sono-nuvola-opere-e-riflessioni-di-giovanni-leone/).. e i suoi post… nato dalle ceneri di anni cementificati al 41 bis.. dove per resistere si aggrappava a lembi di nuvola che riusciva a intravedere da quella finestrella sghemba che faceva entrare un pò di mondo in quelle trappole per topi, che sono le celle al 41 bis.

E io non so se prima era così.. Giovanni.. ma so che sicuramente lo è stato da allora, e lo è ora. Una persona capace di dare. Dalla perenne commozione. Dal cuore bambino. Sempre con la sua matita e i disegni. Dai giorni passati in silenzio a contemplare.

E dalla costante spinta a potere, lui, rinchiuso.. fino a quando? per sempre?.. dare lui qualcosa a chi da fuori legge, e in vita soffre, per un motivo o per un altro.

Questo brano che leggerete sempra quasi un percorso psicoterapeutico… con parole semplici si descrivono le dinamice del dolore, la tenaglia che affronta chiunque p erde una persona cara.. perchè morta.. o perchè.. in carcere.. ;  i sensi di colpa, gli scrupoli, i rimpiani, i laghi della tristezza. Con saggezza autentica, Nuvola cerca di indicare una via di equilibrio, tra manifestazione emotiva degli stati angosciosi e malinconici e superamento della cristallizazione del dolore, che se non viene trasmutata, rischia di essere eterno ritorno.

Vi lascio alla sua bellissima lettera.. e al disegno.. sempre suo.. che la accompagna.

—————————————————————————

 

LA PERSONA AMATA

Quando viene tolta una persona amata c’è un insopportabile senso di vuoto. Come l’arresto. La morte di una persona amata è una delle esperienze più devastni che un essere umano possa vivere.

A volte il dolore sembra insopportabile, principalmente per i famigliari dell’ergastolano, che vedono il vigore del proprio congiunto appassire giorno per giorno e non si riesce a trovare pace, pensando ai suoi abbracci, all’odore della sua presenza, all’affetto fatto di sguardi gioiosi e di tristezza. I frutti di ogni genere che portava a casa ogni giorno sono sempre nei pensieri.

Avete avuto una persona arrestata a cui volete molto bene? Forse il coninuge, un figlio, un fratello, un genitore  o un caro amico o amica? Capisco che è un argomento di cui la maggioranza delle persone non parla volentieri. A prescindere del reato che abbia commessso…

Ci sono vari eufemismi per attenuare il disagio che si genera nell’affrontare l’argomento. Spesso si dice.. se ne è andato a lavorare fuori sede…

Comunque, anche il più discreto dei termini può fare ben poco per alleviare la profonda tristezza che spesso prova chi è stato privato di una persona cara.

Mentre l’essere che trova disagio per la persona cara arrestata, non pensa che in comune abbiamo il cimitero, l’ospedale e il carcere? E se qualcuno si riconosce in questo tipo di sofferenza, probabilmente anche per voi è difficile farvene una ragione. Forse davanti agli altri fingete che sia tutto a posto, mentre in realtà soffrite molto.

Ovviamente non tutti reagiscono nello stesso modo. Per cui il fatto che non esterniate il dolore non significa necessariamente che stiate sopprimendo i vostri sentimenti. Possono però sorgere dei problemi se vi sentite obbligati a indossare una maschera quando siete con altre persone, che soffrono molto.

Magari con i vostri famigliari…

Anche se a volte vi sentite stanchissimi e capite di avere superato i limiti.. non dovete mollare mia.

Perchè il dolore può chiedere un pesante tributo in termini fisici ed emotivi, perciò state attenti a non trascurare la vostra salute.

Concedetevi il giusto pensiero e nutritevi di cibo, di speranza ed amore per il prossimo.

Perchè ogni essere ha bisogno di parlare, di comunicare, di sapere che c’è sempre un prossimo su cui potere contare ogni momento della propria vita, come sostegno…

Perchè viviamo in un universo dalle mille sfaccettature…

Per un ergastolano, per quelli a cui si è spenta una persona cara, affrontare il vuoto è una delle difficoltà più grandi, perchè pesa la solitudine. E’ come un volteggiare senza fine, ed è difficile tornare a casa. Anche se ogni giorno ad accetare la vita senza avere una speranza ci si sente soli e completamente persi.

Perchè molte volte ci si riscontra guardano le sue foto, e pensando alle cose che avevate e che avete fatto insieme e il pianto è inevitabile e potreste sentirvi risucchiati in un vortice di stati d’animo tra cui shock, stordimento, tristezza e forse senso di colpa e rabbia. Perchè pensate che avreste potuto fare qualcosa per impedire che il vostro caro venga arrestato. Sentirsi in colpa per motivi reali o immaginari è una reazione normale al dolore, e capirlo può aiutarvi. Non è detto che dobbiate provare tutti questi sentimenti, o manifestare il dolore come fanno altri. Tuttavia esternare la tristezza, quando se ne sente il bisogno, non è sbagliato.

Comunque sia, non è detto che dobbiate tenervi dutto dntro. Ma esternare il senso di colpa?

Potrebbe farvi provare un pò di sollievo. Per quanto possiate amare una persona dovete riconoscere che non potete impedire il tempo e l’avvenimento imprevissto. E’ quindi la vita dei vostri cari non può dipendere completamente da voi.

Forse pensate.. “ci sono tante cose che vorrei avere detto o fatto…”. Anche se fosse così, nessuno può dire di essere stato un padre, una madre o un figlio perfetto. Perchè tutti inciampiamo molte volte. Se uno non inciampa non è un uomo. Quindi nessuno è perfetto, e questo vale per tutti.

Perciò non lasciatevi sopraffare dai rimpianti. Potrebbero solo rallentare la vostra ripresa.

A volte non serve la risposta, ma cercare quello che è dentro di voi per superare gli ostacoli. Se è possibile fato un pò di esercizi, e anche solo una bella camminata. L’attività fisica vi impedirà di starvene sempre rintanati in casa. Inoltre un moderato esercizio favorisce il rilascio di endorfine, sostanze chimiche prodotte dal cervello che danno una sensazione di benessere.

Perciò se non dimenticate parte del passato, non potrete mai trovare il futuro. Se volete trovare il futuro dovete dimenticare quella parte del passato.. poichè la vita ha tante sfaccettature. Chi ha poco si adatta. Ma chi vuole tanto non si sa adattare. E non trova mai serenità..

Perchè l’amore caratterizza tutto il tuo essere, riflettendosi in ciò che insegni e nel tuo modo di trattare il prossimo.

Questo scitto è un pensiero di un ergastolano.

Addentrati nelle meraviglie, dove l’incantevole natura del deserto mostra tutti i suoi meravigliosi contrasti. Il verde intenso dell’oasi che si riflette nella lucente distesa del Sahara e nei colori cangianti dei laghi salati. Qui come in tutta la terra trovi ciò che hai sempre sognato. Il mare cristallino lambito dalla sabbia, le duen dorate del deserto e i tesori antichi che impreziosiscono la raffinata natura.

Navigazione articolo