Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Carmelo Musumeci semilibero

liberta

Carmelo Musumeci fu il primo detenuto che conobbi.

Dall’incontro con lui nacque -grazie anche a Nadia Bizzotto e Maria Luce- questo Blog.

Lui era il simbolo vivente degli ergastolani ostativi, l’ergastolano ostativo per eccellenza.

E lo è stato per tutti questi anni.

Anni di perseveranza totale, non solo per se stesso, ma anche per gli altri.

In tutti questi anni non ha mai smesso di credere.

E, ad un certo punto, dopo più di 25 anni di detenzione, ecco il venire meno dell’ostatività. Quella che doveva essere una via senza mai alcuna uscita, ha svoltato verso un’orizzonte dove fosse possibile immaginare una parte di vita da vivere oltre le mura, ma questa volta, dalla parte del cielo, del sole, del camminare liberi.

E adesso Carmelo, con la semilibertà che gli è stata recentemente data, può camminare libero.

La notte dovrà comunque ritornare in carcere. Ma il giorno, il giorno.. vivrà la libertà.

Questo è un momento speciale. Lo è per lui, ma lo è anche per tutti quegli ergastolani ostativi che hanno un motivo in più per sperare, credere e non arendersi.

Di seguito un testo scritto da Carmelo per l’occasione.

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“ (…) concede a Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà consentendogli di prestare un’attività di volontariato presso una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, al servizio di persone gravate da handicap.” (Tribunale di Sorveglianza)

Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità. In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente. Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo, che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente di farcela e forse, proprio per questo, ce l’ho fatta.
Adesso mi sembra tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare l’anno 9.999; invece ce l’hai fatta! Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.
Ho trascorso buona parte della mia vita godendo dell’unico privilegio di essere rimasto libero di pensare, di scrivere e di dire quello che pensavo: adesso che sono diventato un uomo ombra semilibero non smetterò certo la mia battaglia per l’abolizione dell’ergastolo.


Novembre 2016

Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

Aperte

Il testo di Domiria Marsano che leggerete tra poco ha qualcosa di raro.

Domiria la conosciamo da qualche anno. In carcere per reati finanziari, aveva da diversi mesi ottenuto la semilibertà. Semilibertà che recentemente le era stata revocata per via di alcune contestazioni, ma che le è stata da pochissimo “restituita”, avendo il Magistrato di Sorveglianza riscontrato che non erano, in effetti, venute meno le condizioni per la semilibertà.

Domiria è stata coraggiosa a inviarci le riflessioni che pubblico oggi. Coraggiosa perché è il tipo di riflessioni che può suscitare incomprensioni, e generare ostilità da parte di altri detenuti. Ed inoltre Domiria rivela -e non è la prima volta- la sua lucidità mentale, quella capacità di descrivere le cose, cercando di farlo il meno possibile come “parte”, ma da un punto di vista che possa essere il più obiettivo possibile.

Naturalmente questo non vuol dire che ciò che lei ha riscontrato nel carcere di Lecce sia estensibile a tutte le carceri italiane. Però va apprezzato per avere indicato, con tanta chiarezza, alcune delle problematicità, che una misura auspicata da tutti, noi compresi -ovvero le celle aperte- sta provocando.

In gran parte delle carceri, il regime ordinario di detenzione, prevedeva come “canonica” la regola delle celle chiuse. Il detenuto restava in cella tutto il giorno, a meno di .. ore d’aria.. corsi scolastici.. corsi di altro genere.. messa.. e.. (a seconda delle carceri).. sala hobby.. sala informatica.. palestra. Oltre ai casi di “socialità”, ad esempio in presenza di feste (Natale, Pasqua). Insomma.. la possibilità di uscire dalla cella era condizionata a “cose da fare”.. che sia passeggiare nell’ora d’aria, frequentare corsi, ecc.

Molti hanno spesso sostenuto come un regime carcerario più civile e degno, non può tenere un detenuto dentro una cella dalla mattina alla sera.. a meno di questi possibili eventi. Ma dovrebbe garantire una maggiore “socialità”. Ovvero rendere la possibilità di muoversi per il piano una regola, e le ore obbligatorie da passare in cella, una eccezione.

Anche io, personalmente, ho sempre auspicato che si riducesse il tempo obbligatorio da passare in cella. E che non vi fossero più gli estremi di chi, avendo poche opportunità di seguire corsi o altre iniziative, si ritrovava in cella fino a  quasi venti ore.

Da poco tempo nelle carceri si stanno sperimentando le “celle aperte”. Ovvero la possibilità per il detenuto, entro un determinato margine orario, di potere muoversi nel suo piano di sezione, e di non essere obbligato a stare chiuso in cella.

Domiria ci racconta di alcune problematicità che questo sta provocando.

Problematicità che, a dire il vero, mi sono state segnalate recentemente anche in qualche altro carcere.

In pratica, sembra che, con le “celle aperte”.. siano diminuiti drasticamente i detenuti che partecipano all’ora d’aria, e che siano diminuiti i detenuti che partecipano a tutte le altre iniziative.. corsi scolastici.. corsi d’altro genere.. la messa..ecc.

Sembrerebbe che, dopo anni e anni di un regime che faceva della cella, il proprio fondamentale ambito di vita, e che rendeva le occasioni di “socialità” una eccezione, l’improvvisa “apertura” delle celle abbia fatto venire in secondo piano tutte quelle occasioni di “respiro sociale” che sono sempre state ardentemente ricercate dai detenuti.

Domiria si è “ritrovata” in carcere proprio nei primi tempi di sperimentazione delle “celle aperte”. E lei ha riscontrato che questo ha portato un enorme aumento del tempo passato dalle detenute nelle celle delle loro compagne, a parlare e stare insieme. E una drastica diminuzione della partecipazione all’ora d’aria, e ad altre occasioni di “socializzazione”.

Chi vedesse nell’analisi di Domiria un fare da bastian contrario, o una facile critica del nuovo, prenderebbe una colossale cantonata. Domiria fa invece un ragionamento molto profondo… dove collega quanto ha visto avvenire con le “celle aperte”, a una “restrizione” che si è radicata nell’anima, a una sorta di “castrazione” provocata dal sistema carcerario nell’anima dei detenuti. Cito un passaggio di Domiria:

“Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo. Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.”

Ed è bellissimo il modo in cui Domiria conclude la riflessione precedente:

“Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.”

Il tempo è prezioso. Questo è il senso del discorso di Domiria. E’ normale, è comprensibile che dopo anni costretti a stare gran parte del proprio tempo in cella, un detenuto, una volta “aperte le celle”, senta la novità liberatoria di potere stare finalmente con i suoi compagni gran parte della giornata. Ma questo non deve spegnere la spinta al proprio auto-miglioramento.. allo studio… alle opportunità di crescita personale.. la spinta all’espansione.. a mettersi in gioco.

Non credo che la soluzione possa essere un ritorno alle “celle chiuse”; ma valutare, con equilibrio, che tipo di effetti stiano portando in tutta Italia gli effetti delle “celle aperte”, per -qualora le problematicità descritte da Domiria siano generalizzabili,   cercare di apportare degli interventi che possano incentivare il più possibile la partecipazione a tutte le opportunità di svolgere attività, e di partecipare ad occasioni di crescita morale ed intellettuale.

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Celle aperte:”occasione in fuga?”

 Pur rischiando:

1)il linciaggio da parte dei/lle miei compagni/gne di sventura;

2)di passare(come spesso mi è stato rimproverato) per un’ingrata nei confronti di chi impiegando molto tempo (circa 20 anni), lavoro e caricandosi di un ulteriore responsabilità, è riuscito ad applicare uno dei benefici previsti dalla legge Gozzini; mi accingo a scrivere quanto segue.

Nel carcere di Lecce, poco barocco e molto vintage, dal 20/09/13 nella sez. Femm., in via sperimentale, sono state aperte le celle dalle 8.30 alle 18.00. Ricordo la data in quanto quel giorno mi veniva sospesa la semilibertà e ho avuto modo, per 34 giorni, di vivere la detenzione con questa nuova apertura. La differenza è notevole, dato che prima si stava 20 ore su 24 nella cella 3×2.

Purtroppo,come si dice, non è tutto oro quello che luccica. Non è il voler a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo. Semplicemente lo scopo è quello della critica costruttiva. Nel caso specifico direi anche autocritica! La prima cosa che ho notato è: pochissime persone, spesso nessuna, utilizza più l’ora d’aria. Qui da noi non fa molto freddo e in ogni caso, quasi tutti, usufruivano, anche con tuoni e fulmini, della possibilità di muoversi, di far circolare il sangue, di respirare in un luogo aperto per apportare ossigeno al cervello… necessario per un suo buon funzionamento.

L’altra cosa è la scarsa voglia di partecipare ai corsi e in alcuni casi(rari) addirittura di non lavorare. Prima ogni occasione era buona per fare aprire quel cancello, adesso? Possibile che l’esigenza fosse solo quella di prendere il caffè con le amiche, farsi la fumatina e chiacchierare, ciarlare, chiacciherare…chiacchiere spesso sterili e causa di litigi.

In questo mese sono stata testimone già di un “accapigliamento”. Per carità è accaduto anche in passato a stanze chiuse. Le persone sono state punite, oggi come allora, fine della questione.

Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….

Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo.

Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.

Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.

Allora si può unire la chiacchiera sterile, la risata isterica con la ricostruzione. Per fare questo ci serve aiuto ma sopratutto volontà e impegno. Ho saputo che anche in altre carceri stanno sperimentando le celle aperte e sono alle prese con le stesse reazioni.

A Lecce ad esempio alcuni incontri con delle volontarie stanno avvenendo in sezione, nella saletta ricreativa. Probabilmente ciò non può avvenire sempre e dappertutto. Magari si potrebbe incentivare con un sistema premiante. Tipo,partecipazione attiva e per tutta la durata del corso un’ora di colloquio.

Niente è soltanto buono o solo cattivo.

La forza non sta nel tornare indietro ma nell’andare avanti e tracciare un sentiero.

Questa è la vera forza.

Domiria Marsano

Lettera di Domiria Marsano a Matteo Renzi

Renzis

La nostra Domiria era in semilibertà da diverso tempo ormai.

Ma la misura le è stata sospesa per delle contestazioni che le hanno fatto. Contestazioni che lei a sua volta contesta.

Dal carcere di Lecce -dove al momento è ritornata- ci ha inviato questa sua lettera per Matteo Renzi.

Una lettera in cui contesta le sue dichiarazioni su indulto e amnistia.

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Caro Renzi,

ho ascoltato il tuo comizio svoltosi proprio nella mia regione. 

Ho elaborato due ipotesi, o sei totalmente  cretino, o sei un grandissimo ipocrita. Propendo per la seconda ipotesi. E’ ovvio che indulto e amnistia sono solo un primo passo verso le riforme necessarie, affinché non si ricrei la situazione attuale.

L’autogoal, come dici tu, lo avete fatto nel 2006, perché avreste avuto tutto il tempo, dopo avere aperto i cancelli del carcere, di aprire ben altri cancelli…. quelli della grettezza, dell’avarizia, e dell’egoismo umano. Forse un giorno noi usciremo da queste porte, mentre altri rimarranno per sempre prigionieri di se stessi.

Come ti permetti di dire frasi tipo: “se concediamo  amnistia e indulto, come possiamo insegnare la legalità ai nostri giovani”?

Non so se ti rendi conto della corbelleria che hai detto. Per insegnare la legalità a qualcuno devi essere nella legalità. Le carceri italiane sono illegali, non so.. ti ricorda nulla Strasburgo, Corte Europe, ecc?

Tanto per fare una metafora un po’ pesante, è come pretendere che un mafioso insegni la legalità a un camorrista.

Mi pare fosse Montesquieu ad avere detto che per misurare la civiltà di una città, bisogna visitarne le carceri e gli ospedali.

No comment sugli ospedali, altrimenti apriamo un altro dibattito.

Riguardo le carceri italiane.. sono da medioevo e non credo che tu non ne sia a conoscenza.

Se sei veramente un giovane intraprendente, sveglio e onesto, usa altri mezzi per cercare consensi, non il massacro dei detenuti.

Sappi che nessuna trasformazione può avvenire senza armonizzare testa e cuore.

Domiria

The devil… di Giovanni Arcuri

illusion

Coloro che in questi anni hanno letto questo Blog, conoscono Giovanni Arcuri.

Attualmente è in semilibertà nel carcere di Rebibbia. Noi l’abbiamo conosciuto quando era in detenzione “piena”.

Ha scritto tre libri (di cui due pubblicati), è prossimo alla laurea in legge,

Negli anni è diventato (anche) uno straordinario ricercatore dei sistemi di controllo (vedi ad esempio i suoi pezzi sul governo segreto del mondo.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/03/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-prima-parte/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/15/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-seconda-parte/), delle tecniche di manipolazione, delle bestiali e raffinatissime alchimie della finanza predatoria.

La sua esperienza e i suoi studi lo hanno portato a conoscere realtà che gran parte delle persone non conosce o conosce solo per vaghi e superficiali riferimenti.

Nel testo che pubblico oggi si parla di paradisi fiscali, trust, sistemi offshore.. cose che.. gran parte della nostra classe dirigente in gran parte ignora.

Davvero a volte sembra che ci sia una realtà “visibile” e un mondo “invisibile”.

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THE DEVIL
Pochi giorni fa sulla terrazza dell’hotel Eden con una vista spettacolare su Roma ho conosciuto “The Devil”(il demonio). Ancora oggi non so quale sia veramente il suo nome. Era con un ex assessore del presidente del Gabon (Bongo, tra i più corrotti del pianeta) e con un mio vecchio amico broker che vive a Jersey sul Canale della Manica, paradiso fiscale. Ero stato convocato per un’intermediazione relativa a una fornitura di rame dal Cile che è il maggior produttore al mondo e dove ho ancora delle entrature al riguardo. Di fatto però quando cominciò a parlare quest’uomo il rame passò in secondo piano, anzi, non se ne parlò affatto fino al giorno dopo. Questo misterioso personaggio ha lavorato per anni per l’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti e con quelle del suo paese per verificare la correttezza delle operazioni bancarie che avvenivano nel suo paese, le Isole Cayman. Il problema è sorto quando essendo arrivato al vivo delle questioni le stesse autorità competenti lo hanno bloccato e poco dopo licenziato. Questo è quello che ho appreso:
I più importanti paradisi fiscali del mondo non sono isole tropicali disseminate di palme come molti immaginano, ma alcune delle maggiori potenze mondiali. il maggior paradiso fiscale è un’isola e quell’isola si chiama Manhattan e a seguire viene Londra nel Regno Unito. Gli stessi governi che hanno dimostrato e dimostrano di dare lotta al sistema offshore sono i primi a utilizzarlo e beneficiarne. Metà dell’economia mondiale si muove nell’ambito fuori giurisdizione, o meglio attraverso giurisdizioni segrete. Il mondo offshore è un ecosistema in continua evoluzione. Ciascuna giurisdizione segreta offre uno o più servizi specializzati e richiama particolari tipi di capitale finanziario. I servizi offshore vanno dal legale all’illegale. L’evasione fiscale è illegale, mentre l’elusione fiscale è legale. Le giurisdizione segrete trasformano ciò che è tecnicamente legale ma scorretto in qualcosa che è percepito come legittimo. Ciascuna giurisdizione segreta tollera divesi livelli d’illegalità: i narcootrafficanti colombiani o messicani si servono di Panama piuttosto che di Jersey anche se le società fiduciarie di Jersey ricevono verosimilmente una parte di questo denaro sporco.
The Devil che conosce tutti i meccanismi ci ha spiegato che le strutture finanziarie offshore spesso utilizzano uno strattagemma chiamato laddering. Una struttura viene suddivisa tra diverse giurisdizioni, ciascuna delle quali fornisce un nuovo involucro legale o contabile i capitali, che sono solitamente ubicati altrove. Il laddering accresce la segretezza e la complessità. Tutto questa conversazione si è svolta ovviamente in lingua inglese e non con poca difficoltà sono riuscito a recepire e interloquire con i personaggi presenti. Ero così affascinato dal tema trattato che io stesso ho messo da parte la ragione per cui ero stato convocato.
Per esempio, un narcotrafficante messicano potrebbe depositare 20 milioni di dollari in un conto in banca a Panama, che non è intestato a lui ma a un trust creato alle Bahamas I trustee (amministratori fiduciari) potrebbero vivere a Jersey, mentre il beneficiario del trust potrebbe essere un’impresa del Delaware. Se anche si riuscissero a trovare i nomi degli amministratori della società e persino le fotocopie dei loro passaporti, ci si troverebbe comunque al punto di partenza:questi trustee saranno centinaia di società simili. Anche qualora si riescano a intravedere parti del sistema la prassi del laddering impedisce di osservare il tutto. Le attività offshore non si svolgono in alcuna giurisdizione ma si svolgono negli interstizi tra giurisdizioni. L’altrove diventa da nessuna parte, un mondo senza regole..
IL TRUST
L’istituzione del trust risale al Medioevo, quando i cavalieri che partivano alle crociate lasciavano i loro averi nelle mani di amministratori fidati che se ne prendevano cura per conto del cavaliere fino al suo ritorno. Era un accordo triangolare che univa il legittimo proprietario del patrimonio (il cavaliere) e il beneficiario (la sua famiglia) attraverso un intermediario
(l’amministratore o trustee). I trust sono meccanismi silenziosi e potenti che non molte persone conoscono mi diceva The Devil con il suo sigaro Cohiba tra le dita. E’ impossibile trovarne traccia negli archivi pubblici, in quanto sono il frutto di un accordo segreto tra gli avvocati e i loro clienti. Essenzialmente il trust agisce sulla proprietà di un patrimonio. Un trust scompone la proprietà in parti distinte. Con la creazione di un trust, un soggetto trasferisce il suo patrimonio all’amministratore fiduciario che ne diventa l’effettivo proprietario. Questi però non può spenderlo o consumarlo liberamente perché è tenuto a rispettare i termini del mandato fiduciario, ovvero l’insieme di istruzioni che gli indicano come distribuire i benefici tra i beneficiari. Un uomo facoltoso con due figli per esempio può depositare un milione di dollari in un conto in banca ( non certo in Italia…) intestato a un trust e nominare un avvocato come amministratore fiduciario, impartendogli l’ordine di trasferire a ciascuno dei suoi due figli la metà del denaro al compimento del loro ventunesimo anno d’età. Anche se l’uomo muore prima il trust sopravvive e il trustee è tenuto per legge a obbedire alle istruzioni che gli sono state date. E’ quasi impossibile violare un contratto fiduciario. I trust sono istituti completamente legittimi ma possono essere e molto spesso vengono usati per scopi come l’evasione fiscale o il riciclaggio. E qui andiamo al nocciolo della conversazione. I trust producono due effetti: prima di tutto, creano una solida barriera giuridica che separa i diversi elementi della proprietà, quindi questa barriera giuridica può diventare e il più delle volte lo diventa, un’impenetrabile barriera informativa. I trust possono avvolgere i patrimoni (che si tratti di denaro contante o proprietà immobiliari etc.) in una segretezza di ferro. Immaginiamo che alcuni ispettori fiscali, giudici o PM d’assalto vogliano indagare su qualcuno che possiede diversi milioni di dollari in un trust sull’Isola di Jersey o alle Cayman: gli inquirenti avranno difficoltà persino ad avviare l’indagine, perché i trust di questi luoghi non sono iscritti in alcun registro ufficiale o pubblico. Se però sono fortunati e riescono a scoprire l’identità del trustee, probabilmente si troveranno di fronte a un avvocato del posto che per professione fa l’amministratore fiduciario di diverse migliaia di trust. Il legale potrebbe essere l’unica persona al mondo a conoscenza dell’identità del beneficiario ed è obbligato al segreto professionale a non rivelare questa informazione. Gli ispettori fiscali si trovano così di fronte a un ostacolo insuperabile. Questo regime di segretezza può essere reso ancora più impenetrabile stratificando diverse strutture segrete l’una sull’altra. I milioni di dollari dei trust delle Cayman o di Jersey potrebbero essere in realtà depositati in un conto a Panama, anch’esso protetto da un rigoroso segreto bancario. In questo caso gli zelanti inquirenti non riuscirebbero a strappare nemmeno sotto tortura il nome del beneficiario perché l’avvocato quasi sicuramente non potrebbe conoscere la sua vera identità. Il suo compito è semplicemente quello di inviare i bonifici o gli assegni a un altro legale da qualche altra parte, anch’egli un soggetto diverso dal beneficiario! E si può andare avanti così sovrapponendo un trust di Jersey a un altro alle Cayman e poi poggiando quest’ultimo su una struttura segreta del Delaware. Volendo rintracciare il denaro l’INTERPOL dovrebbe avviare una serie di procedure giudiziarie così complesse, lunghe e onerose in un paese dopo l’altro. E se anche lo facesse, potrebbe scoprire che alcuni paesi ammettono clausole di fuga: al primo settore d’indagine, il patrimonio viene trasferito automaticamente altrove.
A conclusione di questo istruttivo quanto sconcertante pomeriggio sono riuscito ad avere un quadro completo del sistema offshore che prima pensavo in qualche modo di aver capito ma in realtà le informazioni in mio e forse vostro possesso sono veramente scarse e approssimative. Il sistema offshore non è costituito da un gruppo di stati indipendenti che esercitano il proprio diritto sovrano di emanare leggi e creare sistemi fiscali che ritengono più appropriati; è piuttosto un insieme di reti di influenza controllate dalle maggiori superpotenze mondiali, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ciascuna rete è profondamente interconnessa a tutte le altre. I ricchi imprenditori e le imprese statunitensi fanno ampio uso della ragnatela britannica. I governi delle nazioni ricche dell’Ocse sono riusciti a convincere i cittadini (ignari ahimè…) di aver imposto un drastico giro di vite alle giurisdizioni segrete. “ Questo è un nuovo mondo caratterizzato da maggior trasparenza e cooperazione”… ha affermato il responsabile delle politiche fiscali dell’Ocse Owens e addirittura prima di uscire dalla scena il presidente francese Sarkozy disse che i paradisi fiscali e il segreto bancario sono finiti. Molti gli hanno creduto. Ebbene gli stati membri dell’Ocse, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati uniti e diversi grandi paradisi fiscali europei sono i custodi del sistema offshore che continua a trattare grossi volumi di capitali illeciti.
Più della metà del commercio mondiale passa attraverso i paradisi fiscali. Oltre la metà di tutti gli attivi bancari e un terzo dell’investimento diretto estero effettuato dalle imprese multinazionali vengono dirottati offshore. Circa l’85% delle emissioni bancarie e obbligazionarie internazionali si svolge nel cosiddetto euromercato, una zona offshore extraterritoriale. Nel 2010 il FMI ha stimato che i soli bilanci dei piccoli centri finanziari insulari ammontavano complessivamente a 18.000 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un terzo del PIL mondiale; e questa si è detto era probabilmente una stima per difetto… L’80% delle maggiori imprese statunitensi possedeva società controllate nei paradisi fiscali. In ciascun paese europeo che si avvaleva di controllate offshore l’utente di maggiore dimensioni era di gran lunga una banca. The Devil, soprannominato così dalle società sulle quali indagava, terminò il suo sigaro, ci fece un grosso sorriso e dopo averci stretto la mano si ritirò nella sua abitazione.
A questo punto della storia e In questo mondo, dove continuo ad affermare che nulla è come sembra, come direbbe una mia amica newyorchese: light your fireplace and get cozy, have your wine and fine tobacco…

La vicenda di Pasquale Concas- lettera di Lisa Sole

Lisa Sole è una donna sarda che è entrata in contatto con me mesi fa.

Lisa Sole, porta in sé tutto l’orgoglio e la fierezza della sua terra sarda. 

Mi ha contattato perché stava facendo delle ricerche sul carcere e poi mi ha narrato la storia del suo compagno, un detenuto, Pasquale Concas.

Le ho detto di scrivermi la vicenda di Pasquale (e, per riflesso, la sua) e di inviarmela.

Ed è questa sua lettera che tra poco leggerete.

Lei, giovanissima, lo conobbe nel 2005, quando lui ebbe il suo primo permesso.

E nacque un amore potente.

Lei fino ad allora si era fatta rispettare ed apprezzare in ambito carcerario come studentessa e tirocinante che voleva lavorare nel mondo della detenzione.

Ma diventata “la donna di un detenuto”, fu anche lei una “appestata”. Cominciò a “godere” di una quasi automatica irritazione da parte degli operatori che avevano a che fare con lei.

Adesso più che essere “dei nostri”, era dall’altra parte della barricata.

E chi è dall’altra parte della barricata, di qualunque barricata, deve stare al suo posto, paziente, docile e umile.

C’è un peccato di arroganza che non le hanno perdonato.

Volere difendere il suo compagno, sempre e comunque.

Volerlo difendere in base al diritto e alla giustizia.

Mostrare i denti quando ho visto le umiliazioni somministrate come un salasso verso chi non può difendersi.

Che vuole questa donna?

Un detenuto non ha diritti,

un detenuto è una cosa,

un detenuto porta un marchio sulla carne abbrustolita, come quelle mucche da film western. Quei marchi che non puoi lavare. Un detenuto deve sempre camminare a testa bassa. Un detenuto non deve chiedere il perché delle cose. Un detenuto deve accettare l’elemosina, e non fare storie quando gli viene preso quello che gli spetta.

E anche quando tutto sarà alle spalle, sarai sempre un ex.. Qualcuno se ne fregherà e ti tratterà da uomo, ma per troppi sarai sempre un ex. L’odore non passa. Odore di carcere. 

Pasquale, serve, serve a chi ha bisogno di un punchball per sentirsi di avere un ruolo. 

Come l’assistente sociale a cui fu “affidato”, che gli sbatteva faccia la sua “inferiorità”, che gli faceva sentire in ogni momento il suo potere, le sue imposizioni, le sue irritazioni.

Persone in cerca di qualcuno su cui rivalersi ne troverai quante ne vuoi. Persone che non hanno vera forza  e allora si servono delle prerogative di un ruolo per affermarsi sminuendo e umiliando.

Tradiscono il loro dovere, tradiscono la fiducia.

Questa storia te ne mostra tanti.

E momenti surreali, come quando il Direttore fa (tra le altre cose) balenare un prossimo incontro con il suo cagnolino, la notizia è rivenduta ai giornali, ma poi non accadrà nulla. 

C’è  un sottobosco amorfo, dove una mano lava l’altra, lo spirito di corpo è onnipresente, e fare carriera è un valore assoluto. Le grane vanno evitate, l’inganno è lecito.  I rompicoglioni sgraditi.

Pasquale si sfonda di fatica per uscire fuori da un binario segnato, e non trova nessuno a supportarlo, se non Lisa. Lì fuori solo altri sciacalli, come il dirigente della azienda agricola, pronti a sfruttare al massimo chi per posizione di debolezza non può difendersi. 

Leggevo un libro argentino una volta, dove un tale diceva ad un bambino che le persone sono come i cani.. annusano il tuo odore.. e se annusano debolezza… si lanciano per sbranarti. 

Domani ci sarà un Pasquale che commetterà un reato… diranno che un detenuto in semilibertà ha fatto un furto, magari (la colpa di Pasquale, invece, è stata prendere denaro in prestito da un pregiudicato quando ormai era arrivato alla canna del gas). E noi diremo che “questa gente non cambia mai”. Ma nessuno ci racconterà cosa è avvenuto.. prima… quante mani hanno firmato, firmato davvero quella rapina, chi sono i veri responsabili.

E poi la lista di garanti, associazioni, personaggi autorevoli.. tranne un parlamentare che fece qualche telefonata, nessuno finora ha alzato il culo.

Adesso Pasquale è tornato in carcere. Gli restano tre anni.

Ma c’è questa Lisa che non molla, 

questa “rompicoglioni”..

Si dice che l’amore sia folle e cieco.

Sarà.. ma sicuramente è anche tenace come un mastino..

Vi lascio a questa bellissima lettera dove Lisa Sole racconta la vicenda di Pasquale Concas.

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Pasquale Concas è un uomo che oggi ha 44 anni, e sta scontando una condanna a 28 anni per un omicidio commesso 18 anni fa.

Pasquale è un uomo nuovo, negli anni ha fatto un grande lavoro su di sé. Non è più lo stesso uomo che tolse la vita ad una persona.

Dopo 11 anni di detenzione continua –scontati regolarmente, senza neanche un blando rapporto disciplinare- Pasquale, nel 2005, quando si trova nel carcere di Alghero, ottiene il suo primo permesso. Finalmente fuori, finalmente in un mondo non fatto da educatori ed agenti di polizia, finalmente poter farsi conoscere per quello che è diventato nel corso del tempo.

Fu in quei giorni che lo conobbi, era dodici anni più grande di me. Fu subito amore.

L’incontro non fu del tutto casuale. Avevo appena terminato di svolgere un tirocinio proprio nel carcere di Alghero. In quel periodo stavo studiando con l’obiettivo di diventare un educatore penitenziario.

Il mese successivo Pasquale esce un’altra volta in permesso premio, ma con l’anima a pezzi gli dico di doverlo lasciare, per una serie di non facili vicende personali. Il colpo per lui è fortissimo. E in un momento di sconforto decide di non rientrare in carcere al termine del permesso, e di imbarcarsi su una nave, ma si pente subito dopo, e chiama il carcere, ma prima ancora chiama me. Per l’Ordinamento Penitenziario il mancato rientro equivale ad un’evasione. Dovranno passare altri tre anni perché Pasquale possa ottenere un altro beneficio. In quei giorni mi sembrava di vivere un incubo. Ma mai come allora fu potente in me l’amore verso di lui. La mattina ad attenderlo al porto c’erano i carabinieri. Ma c’ero anche io, per corrergli incontro e per urlargli che lo amavo e che lo avrei aspettato sempre.

Dopo sei mesi potei cominciare a rivederlo, ottenendo l’autorizzazione ad andare a trovarlo una volta al mese. Gli educatori inizialmente si opponevano con tutte le loro forze a che mi fosse data questa autorizzazione.

Fu un periodo durissimo, accompagnato dal sarcasmo e dalla brutalità verbale di chi giudica e disprezza senza conoscere, di chi se ne frega di ferire i sentimenti altrui.

E tutti i falsi consigli, dati –per modo di dire- “per il mio bene”.

All’inizio del 2008 vengo contattata da un’assistente sociale dell’U.E.P.E. di Sassari che da poco era stata assegnata a Pasquale. Questa assistente sociale giocherà un ruolo chiave nell’intera vicenda. Quando la incontrai, mi trovai per la prima volta, di fronte ad un operatore nei panni della fidanzata di un detenuto, e non nel ruolo di studentessa universitaria e tirocinante, come era avvenuto fino a quel momento.

Da quel momento tutto sarebbe cambiato. Da quel momento io sarei stata per tutti “la donna di un detenuto”. Da quel momento divenni anche io un’appestata.

Io parlai a cuore aperto con l’assistente sociale, credendo che tutto ciò sarebbe potuto servire a qualcosa. Dopo due ore di incontro, uscii piangendo da quel maledetto ufficio.

L’assistente aveva insinuato che Pasquale era un bugiardo, perché più volte avrebbe tentato di convincermi che non sarebbero passati i tassativi tre anni prima che avesse potuto uscire dal carcere.

Avviene intanto un episodio emblematico. Si scopre che un’educatrice aveva tenuto nascosta, bloccata in un cassetto del suo ufficio, la domanda di grazia che Pasquale aveva deciso d’inoltrare. Lui viene a saperlo dopo un paio di anni e minaccia di presentare querela, ma diverse persone, tra le quali l’assistente sociale, cercano di fargli cambiare idea, “blandendolo” con l’ipotesi di un possibile art. 21 (lavoro all’esterno), nonostante i tre anni dal mancato rientro non fossero ancora trascorsi. Pasquale comunicherà all’assistente sociale che non avrebbe più presentato la querela. Il commento dell’assistente sociale fu:

“Scegliendo di non procedere contro l’educatrice dimostra di non essere una persona vendicativa, di voler guardare avanti, quindi per Lei possono aprirsi le porte del carcere”.

Non agire contro un atto illegale significa non essere vendicativi? Pretendere giustizia, in  conformità alla Costituzione e alle leggi, significa essere vendicativi?

Comunque, il 5 maggio 2008 Pasquale viene ammesso all’art. 21. Lavorerà presso un’azienda agricola dalle 6.00 del mattino e rientrerà in carcere la sera. Finalmente io e lui avremmo potuto vivere una storia vera, con mille difficoltà, ma, rispetto a prima con molte più possibilità di stare insieme.

Ma subito cominciano a manifestarsi gli atteggiamenti prevaricatori, che tanto caratterizzeranno la vicenda di Pasquale da quel momento in poi.

Il proprietario dell’azienda umilia Pasquale. Lo fa lavorare all’estremo, sfruttandolo per 12 ore al giorno sotto il sole cocente e sotto la piaggia. A differenza degli altri dipendenti, a Pasquale non viene permesso di fermarsi, non gli viene concesso di sospendere il lavoro per pranzare; e quando riesce a mangiare, deve farlo in un container di ferro di pochi metri quadri, a differenza di tutti gli altri operai che vengono invitati dal datore di lavoro a mangiare, a casa con lui, un piatto di pasta. Ogni piccolo atteggiamento serviva per emarginarlo, farlo sentire diverso e farlo trattare come un diverso anche dagli altri. Pasquale verrà trattato come uno zimbello in quell’azienda, ridicolizzato, esposto al ludibrio di tutti.

Ogni volta che la sera rientra in cella, i suoi compagni, sentendolo raccontare quello che viveva durante il giorno, gli dicono che deve tirare le palle fuori e reagire a quelle angherie.

Io avevo paura. Lui era umiliato e tormentato al lavoro, e ciò mi indignava. Non temevo però che avrebbe fatto atti violenti, avrebbe saputo resistere. Ma, mi chiedevo, “questo è il clima verso chi è o chi è stato detenuto? Come riuscirà mai a sentirsi una persona, a riacquistare un po’ di sicurezza in se stesso, a sentire di avere una dignità?”

Vado dall’assistente sociale, lei mi avrebbe dovuto ascoltare, lei era lì per questo, per aiutare Pasquale. Le racconto tutto: le 12 ore al giorno di lavoro, i maltrattamenti psicologici, il container di ferro al posto della mansarda, la ridicolizzazione, il fatto che –nonostante tutta la sua pazienza e sopportazione- un giorno avrebbe potuto reagire violentemente.

Ma lei sostiene che non può farci nulla. E nulla avrebbe fatto. Neanche una parola al datore di lavoro per invitarlo a rispettare gli impegni presi, e ad agire correttamente. Nulla. Totalmente lasciato a se stesso. Eppure che Pasquale dovesse svolgere quel lavoro non fu deciso da lui, ma dalla direzione del carcere, sulla base delle verifiche fatte dalla stessa assistente sociale. Se avesse fatto un atto estremo avrebbe pagato tutto fino all’unghia. Ma dove sono coloro che devono tutelare il detenuto, difenderlo, proteggerlo, aiutarlo? Dove sono.. quando lui vive l’inferno, e chi avrebbe il dovere di venirgli incontro, non muove un dito?

Io non mi fermo, e mi rivolgo accoratamente anche alla garante dei detenuti (suor Maddalena Fois)(lei la teniamo..:-). Lei mi dice che, in una situazione di quel tipo “spetta a Pasquale dimostrare di essere cresciuto e di saper essere responsabile: Pasquale dovrebbe tornare in carcere rinunciando all’art.21, rinunciando alla libertà”.

Questi sono i garanti dei detenuti?

Tuttavia, nonostante questo veleno che dovevamo ingoiare ogni giorno, dopo sette mesi in art. 21, Pasquale viene ammesso alla semilibertà col mantenimento della medesima attività lavorativa. Nell’ordinanza si legge:

 

“La relazione di sintesi aggiornata al 10.11.2008 è del tutto favorevole alla concessione del beneficio e rileva come il detenuto abbia sempre mantenuto un comportamento corretto sia con gli operatori che con gli altri detenuti, come il medesimo stia dimostrando impegno e serietà nello svolgimento delle mansioni assegnategli (…) Il percorso di rivisitazione critica avrebbe, secondo l’èquipe, permesso (…) di riflettere seriamente su quanto accaduto in passato in modo critico”.

 

La semilibertà era un passo decisivo per vivere pienamente la nostra relazione.

Pasquale fu trasferito nel carcere di Sassari ed io presi in locazione un appartamento, perché la semilibertà (contrariamente all’art.21) permette al detenuto di andare a casa, di coltivare realmente anche i suoi rapporti affettivi.

Nonostante tutto, eravamo gioiosi ed eccitati. Stringendo i denti eravamo riusciti a fare un’altra preziosa conquista.

Ma le batoste non tardarono ad arrivare. Dopo un mese in semilibertà Pasquale viene licenziato dal titolare di quell’azienda agricola perché rispetta le prescrizioni. Infatti, alle 17.00 lui doveva terminare di lavorare, com’era scritto nell’atto di concessione della semilibertà. Al datore di lavoro questo non va bene, dato che era abituato a sfruttarlo tutto il giorno, come un cane legato ad una catena. Telefona al carcere, allora, per avvisare che non vuole più quel detenuto. Io credo che volesse proprio metterlo con le spalle al muro, telefonando senza prima avvisarlo, in modo di non dargli il tempo di trovare un’alternativa.

Pasquale viene immediatamente chiamato dall’educatrice del carcere di Sassari che gli è stata assegnata, e finisce nuovamente in carcere.

Quella casa vuota, impregnata di giorni e notti insieme, mi straziava il cuore.

Ma non potevo abbandonarmi all’amarezza. Se non si trovava un altro lavoro alla svelta, a Pasquale sarebbe stata revocata la semilibertà.

Compare, proprio in quel momento, una zia di Pasquale, dopo anni di cui non se ne avevano tracce. Nel frattempo era diventata titolare di un’azienda di prodotti ittici, e si fa avanti per offrire un lavoro a suo nipote. Pasquale poté ritornare nuovamente a casa, e incominciare la nuova attività lavorativa. Deve girare per la città in cerca di clienti, andandoli a pescare ovunque: bar, ristoranti, pizzerie, gastronomie.

Nel frattempo lo convinco a recarsi presso un sindacato del lavoro per essere aiutato ad ottenere quanto gli spettava dal proprietario dell’azienda agricola che lo aveva schiavizzato come un mulo da soma.

L’assistente sociale, però, è contraria. Le parole che disse a Pasquale valgono più di mille discorsi:

“Così Lei dimostra di non saper guardare avanti, di essere una persona vendicativa e di non meritare il beneficio concessole” e anche

“Si ricordi che Lei prima di essere una persona è un detenuto, è di proprietà dello Stato e quindi non ha diritti”.

Come? Mi sentivo bruciare dentro dalla furia.

Pretendere che i propri diritti siano rispettati vuol dire essere vendicativi? Chiedere di avere quanto si deve ricevere, dopo essere stati sfruttati e umiliati, significa ‘non sapere guardare avanti’?

E soprattutto… dire ad una persona che prima di essere una persona è un detenuto? Che non ha diritti? Che è un oggetto di proprietà? Ma scherziamo? Questo è scempio, questo è stupro della Costituzione e di tutti i principi del diritto, di tutte le leggi, di tutte le norme, di ogni regolamento, della semplice basilare etica del rispetto umano.

A nessuno è consentito dire che un altro essere umano non è una persona, come fa a dirlo un’assistente sociale? Qui sta il rispetto dei diritti umani? Così si lavora per la giustizia? Così si tiene a cuore la dignità delle persone, a prescindere dalla loro condizione sociale?

Noi decidiamo di andare avanti lo stesso con la causa.

Intanto colpi bassi giungono anche dal nuovo lavoro. La zia telefona a Pasquale e gli dice che lo aveva assunto solo per salvarlo, ma che, nonostante lui le avesse procurato qualche cliente, di scordarsi di ricevere neanche un corrispettivo, di mettersi in testa che non gli avrebbe dato nemmeno un euro (senza curarsi del fatto che sarebbe obbligata, visto l’impegno preso, a versare una somma di denaro tutti i mesi in Istituto).

Ancora una volta voglio credere che nell’assistente sociale vi sia, da qualche parte, un po’ di responsabilità. Ancora una volta vado da lei e ci parlo. Ma la risposta è sempre la stessa. Lei non può fare nulla, neanche fare una chiamata alla cara zia. E nulla avrebbe fatto.

Proprio in quei giorni arriva anche una raccomandata, attraverso la quale l’avvocato  del negriero proprietario dell’azienda agricola chiede che da Pasquale venga corrisposta al suo assistito una somma di 3000 euro per via di fantomatici consumi di fitto, luce, acqua… per la cella-container dove Pasquale qualche volta mangiava, per i mesi in cui ha lavorato in quel campo di lavoro. Una pura idiozia, e poi.. dov’è il contratto? Chi lo ha stipulato? Un tentativo di estorsione, un tentativo di intimidazione.

Ancora una volta, con la forza dell’esasperazione vado dall’assistente sociale. E ancora una volta.. niente.. nulla.. lei non può farci nulla.. e nulla avrebbe fatto.

Noi volevamo solo vivere una vita decente. Volevamo solo potere costruire qualcosa, rispettando la legge, sfiancandoci di fatica, sudando il doppio, il triplo. Ma niente.. nessuno ci lasciava in pace. E chi avrebbe dovuto sostenerci, se ne lavava le mani, quando non ci criticava a sua volta. Ma quanti sono in queste condizioni, quanti vivono questo tormento? Quanti alla fine non ne possono più e fanno qualche atto estremo? Ma prima, prima.. sapete cosa hanno fatto loro vivere per anni? Sapete che vuol dire essere umiliati per anni, ingoiare amaro per anni, essere ostacolati per anni, trovare sempre porte sbarrate?

E un detenuto cos’è, un pacco di patate? Basta sbatterlo fuori? Gli operatori non dovrebbero servire anche a questo, ovvero a controllare, monitorare la situazione, sostenere?

Pasquale, sia per le oggettive difficoltà di trovare lavoro, sia perché stufo di essere trattato a pesci in faccia da chiunque, “per aiutarlo”, lo assumesse, decide di mettersi in proprio.

Nel maggio del 2008 apre un piccola gastronomia e pizzeria d’asporto che, visto che la zona in cui si trovava inizialmente era economicamente un po’ fiacca, viene trasferita in un’altra parte della città già pochi mesi dopo.

Pasquale non vuole arrendersi. Nonostante operatori che lo trattano con indifferenza e senso di superiorità, nonostante persone all’esterno che, vedendolo in condizioni d’inferiorità, cercano di approfittarne e di sfruttarlo in tutti i modi, non vuole arrendersi. “Ci sarà un posto anche per me, ci deve essere”, ecco quello che pensava in quei giorni. “Potrò anche io trovare il mio angolino, avere una piccola possibilità anche io..”. Dandoci dentro, riesce a creare ex novo un giro di panini e pizzette presso alcune scuole secondarie di secondo grado.

Nessuno pensi che sia semplice. In carcere certo non ti insegnano a parlare con gli altri, nessuno ti aiuta a instaurare e mantenere rapporti umani. In carcere tutto funziona nell’ottica di un gioco di potere. In carcere quello che si ottiene lo si ottiene al prezzo di una costante docilità. Almeno nella maggior parte dei casi. Ma Pasquale non voleva sentirti un condannato a vita, e ne fece di sforzi per superare tutti quegli ostacoli, anche relazionali e caratteriali, che inevitabilmente si trovava di fronte. Anche perché Pasquale negli anni della galera lo aveva fatto un suo percorso dentro di sé, aveva tirato fuori la sua profonda umanità. Questo è l’uomo di cui mi sono innamorata.

Pasquale riesce a superare le diffidenze verso la sua condizione, parla con i clienti, riesce a conquistarsi la loro fiducia, il loro rispetto.

Pensate forse che questo impegno totale venisse apprezzato?

Macché…

Per ogni sua piccolissima conquista, sbatteva contro l’atteggiamento dell’assistente sociale che era di totale svilimento. Era sempre nervosa quando Pasquale la chiamava per il prestabilito contatto settimanale, e sempre gli infliggeva i suoi toni vessatori.

Un cagnolino entra nella nostra vita, intanto; Memole. In seguito ne avremmo adottati altri tre. Vorremmo andare a vivere in campagna. Troviamo una casa, e la blocco con un mese di caparra. Ma occorre attendere la verifica dell’assistente sociale prima che Pasquale possa entrarvi dentro. Veniamo a sapere che, però, con altri compagni di Pasquale, l’assistente sociale si è accontentata di telefonare o di visionare il contratto senza procedere con la verifica personale. Chiamo in carcere, allora, per parlare con l’educatrice e chiedere spiegazioni  per questa differenza di trattamento. La telefonata si trasforma in uno scontro verbale, perché l’educatrice riferisce che l’assistente sociale sosteneva che avrebbe tentato più volte di prendere appuntamento con Pasquale per la verifica, ma lui non sarebbe stato mai disponibile. Uno.. questo non mi risultava affatto vero. Due.. le ricordo che il contratto per la nuova casa l’avevo stipulato io, e che non ero mai stata contattata, ed era proprio con me, invece, che l’assistente sociale doveva mettersi in contatto. L’educatrice non sa cosa rispondermi, avendola messa in difficoltà ed è anche parecchio irritata. Il giorno dopo l’assistente sociale telefona a Pasquale per convocarlo nel suo ufficio, dove lo aggredisce verbalmente  per lo scontro avvenuto tra l’educatrice e me; e ogni volta che lui cerca di parlare lo zittisce dicendogli.. “lei deve stare zitto!”.. aggiungendo in modo minaccioso che una cosa del genere non si dovrà mai più ripetere.

Una delle regole che si apprendono in carcere è che scontrarsi con gli operatori non è mai conveniente. Hai solo il diritto di subire.

E poi, se c’era qualcosa di sbagliato in quello scambio avuto con l’educatrice, perché non ero stata convocata io, invece di Pasquale? E’ così che si è soliti agire.. rivalendosi verso l’anello più debole, quello che non ha il coltello dalla parte del manico, quello che non è in condizione di rispondere a tono.

Ero stanca.. stanca e avvilita da quell’atteggiamento di costante mobbing sociale. La situazione era ormai totalmente insostenibile e il 14 dicembre 2009, per conto anche  di Pasquale, scrivo al magistrato di sorveglianza che gli aveva concesso la semilibertà, chiedendo la sostituzione dell’assistente sociale, il cui comportamento era vissuto, sia da me che da Pasquale, come un attentato al processo di riabilitazione di Pasquale.

Dal magistrato giunge solo silenzio. Scrivo allora, nel successivo mese di febbraio 2010 anche ad un altro magistrato (quello che in seguito disporrà la revoca della semilibertà) e soprattutto all’ex capo del D.A.P. Franco Ionta. Ma nessun riscontro ci giungerà mai da queste nostre lettere, e siamo costretti a proseguire in maniera coatta in una relazione che dovrebbe essere d’aiuto e che invece è, nei fatti, di sabotaggio.

Prima della botta finale, voglio raccontare del Natale 2010. Pasquale naturalmente presentò istanza per potere trascorrere le festività natalizie nella propria abitazione, notte compresa, e attendeva impaziente l’autorizzazione. Invece “inspiegabilmente”, l’istanza fatta 15 giorni prima del 25 dicembre, non arriva in tempo in tribunale. In quei quindici giorni erano accaduti alcuni fatti, tra i quali:

-Lo scontro telefonico tra me e l’educatrice.

-La convocazione di Pasquale al cospetto dell’assistente sociale per via di quella telefonata che non è piaciuta.

-La lettera scritta al magistrato.

L’istanza di Pasquale, presentata in concomitanza a quella dei suoi compagni semiliberi, è l’unica che “misteriosamente” si perde per strada.

Quel Natale Paquale sarà quindi costretto a rientrare nella sua fredda cella.

 

Tornando all’attività lavorativa.. la situazione economica è problematica in quel genere di mercato, e nonostante tutto il suo impegno, Pasquale è costretto ad abbandonare anche il secondo locale perché moroso da diversi mesi verso il proprietario. C’è di nuovo da cercare una alternativa alla svelta, prima che la semilibertà sia revocata e lui si trovi a perdere tutto quello che aveva faticosamente costruito. 

Una piccola pizzeria d’asporto in vendita attira l’attenzione di Pasquale. Costo: 18.000 euro. Ma noi quei soldi non ce li avevamo. Per caso Pasquale incontra un suo ex compagno di detenzione, Giuseppe, conosciuto nel carcere di Alghero. Pasquale non dovrebbe neanche rivolgergli la parola, perché tra le prescrizioni a cui ottemperare, in caso di semilibertà, vi è anche il divieto di frequentare altre persone che abbiano riportato condanne. Ma Pasquale è stanco e avvilito, e non resiste nel confidarsi con quello che riteneva un amico. Giuseppe, dopo essere venuto a conoscenza delle sue difficoltà, gli propone di fargli lui il prestito di cui necessita per l’acquisto della pizzeria. Pasquale non gli risponde al riguardo, lo saluta, contando di non rivederlo più. Invece lo becca una seconda volta, e non avendo ancora trovato nessun finanziamento, né alcuna alternativa attraverso erogazioni da istituti di credito, trovandosi all’ultima spiaggia, si mostra aperto all’appoggio da parte di Giuseppe. Dopo alcuni giorni decidiamo di accettare. Ogni mese avremmo dovuto restituire a Giuseppe 450 euro, per diversi anni. Pasquale disse all’assistente sociale che quei soldi gli erano stati prestati da dei miei cari amici.

Giuseppe, però, si rivelerà presto come la peggiore delle canaglie. Quello che era un “amico”, diventa un usuraio senza scrupoli che opprime Pasquale, attraverso minacce e ricatti (come quello di raccontare tutto all’assistente sociale) con richieste sempre più pressanti. Pasquale non ce la fa più. Quando tornava a casa per il pranzo, aveva a stento cinque euro in tasca. Questo calvario andrà avanti per cinque mesi, fino a quando, durante un forte litigio, Pasquale, ormai esasperato e privato delle chiavi del locale, si rifiuterà di sottomettersi ancora alle estorsioni di Giuseppe, che in preda all’ira cercherà lo scontro fisico. Pasquale non vuole però altri guai, e allora preferisce scappare via dal locale. Ma Giuseppe non lo molla, lo farà contattare da una terza persona, per ordinargli di tornare nel  locare a sottomettersi alle sue richieste.

Pasquale non accetta di piegarsi e contatta un legale per recuperare l’attività lavorativa della quale era titolare esclusivo.

Giuseppe è tanto animato dal rancore per non potere sfruttare fino all’osso Pasquale e dall’ira per la sua “ribellione”, che va prima in carcere (dove le sue dichiarazioni vengono verbalizzate) e poi dall’assistente sociale. Racconta dell’accordo finanziario che era sorto tra lui e Pasquale, ma aggiunge anche tante cose non vere. La cattiveria umana può arrivare a livelli impressionanti. Giuseppe preferiva perdere la possibilità di vedersi restituire il prestito pur di danneggiare Pasquale.

Il giorno dopo l’assistente sociale convoca Pasquale, che ammette il suo debito nei confronti di Giuseppe.

E dopo 15 giorni a Pasquale viene sospesa la semilibertà.

Noi ci affidiamo a due avvocati e veniamo a sapere che l’equipé del carcere aveva chiesto la revoca della misura alternativa. Il 16 giugno si sarebbe tenuta un’udienza in cui tutto sarebbe stato deciso.

Intanto a Pasquale è stata assegnata una nuova educatrice (educatrice.. non assistente sociale..) perché quella precedente è in maternità. La nuova educatrice, che dunque non sa nulla di lui e del suo percorso, gli dice che per evitare la revoca potrebbe essere inserito in un progetto di art. 21 insieme ad altri detenuti. Ma la proposta appare irricevibile, dato che proprio per avere avuto rapporti con un altro pregiudicato si sono scatenati gli ultimi guai e Pasquale adesso vorrebbe stare al sicuro, non vorrebbe trovarsi in altri situazioni che potrebbero diventare equivoche. Inoltre questa soluzione gli avrebbe sostanzialmente impedito di stare con me. A me sembrava che quella proposta fosse quasi un ricatto.

Il giorno prima dell’udienza, ormai nella disperazione totale, vado in carcere e chiedo di parlare con l’educatrice. Vengo ricevuta, e nell’ufficio, oltre a lei, ci sono altre due educatrici che non hanno la delicatezza di uscire.

Io provo a farmi capire, quante volte ci ho provato? Quante volte ho voluto credere che sarei stata veramente ascoltata? Le dico che per Pasquale era fondamentale continuare a vivere insieme a me, che ogni soluzione prospettata, deve tenere conto di questo…

“Pasquale non è come tanti detenuti che venderebbero la madre al diavolo per uscire dal carcere, per Pasquale non ha senso uscire se non può stare con me”.

Ma a queste parole, l’educatrice controbatte:

 “I detenuti sono tutti uguali. Che cos’è quest’atteggiamento di superiorità?”.

Atteggiamento di superiorità?

I detenuti sono tutti uguali?

Certo che hanno tutti una pari dignità.

Ma era questo il senso delle parole dell’educatrice?

O non, piuttosto, un senso di velata generalizzazione. Come a dire “sono tutti gli stessi, tutti della stessa pasta, fatti con lo stampino….”

Ma come parlano, mi chiedevo e mi chiedo ancora?

Assistenti sociali, educatrici.. perché parlano così? Con questa sufficienza, con questa irritazione, con questa indifferenza…

Anche le altre due educatrici intervengono. Una di esse è la nuora del proprietario del locale che si mette a dire che al suocero non era stato mai pagato un mese di affitto. Ma non era vero, le ricevute lo dimostrano, solo in un momento successivo divenne moroso.

Era del tutto fuori luogo fare quell’intervento in quel momento. E comincio a convincermi che troppe antipatie, troppe ostilità c’erano intorno a me e a Pasquale.

Comunque, la più vecchia delle educatrici mi consiglia di andare a parlare con il magistrato che in udienza sarà il relatore.

Tento anche questa.

Inizialmente il magistrato mi accoglie gentilmente nel suo ufficio. Ma non appena mi presento a lui, sbotta..

“No, no, non la voglio sentire, lei ha già scritto un’infinità di lettere…Io sono un magistrato e non un idraulico, quindi per cortesia…”,  e nel pronunciare quelle ultime parole si alza e apre la porta invitandomi ad andarmene. Mi fa capire che ero una presenza di disturbo e dovevo togliermi dai piedi, e quando oltrepasso la porta, non risponde neppure al mio saluto.

Perché la compagna di un detenuto non merita considerazione, la compagna di un detenuto non merita rispetto. La compagna di un detenuto –specie se si batte affinché il suo uomo non venga trattato come un pallone da prendere a calci- non merita di essere salutata.

Le aspettative per il giorno dopo erano letteralmente buie.

16 giugno. Giorno dell’udienza. La nota trasmessa dall’èquipe del carcere è durissima.

Il giudice la recepisce in toto. Pasquale perde la semilibertà. Dovrà scontare la sua pena, senza alcun beneficio, per tre anni.

 

Fermiamoci un attimo. Per favore, se qualcuno con mente libera sta leggenda, per favore, si fermi un attimo. Facciamo un riepilogo.

Come si è arrivati a questo?

Sì Pasquale, giunto alla totale disperazione, ha accettato il prestito di un pregiudicato, e non doveva farlo…

Ma.. altre cose vanno dette.

1—Sono state verbalizzate le dichiarazioni di una persona che voleva inequivocabilmente danneggiare Pasquale. Una persona che si era impossessato dell’attività di Pasquale, fino a sottrargli le chiavi, dopo averlo terrorizzato con un attività di estorsione durata per mesi. Sono state verbalizzate le dichiarazioni di un individuo che non era un paladino della giustizia, ma un pregiudicato che, nell’ambito della condanna riportata era stato giudicato seminfermo di mente, ossia solo parzialmente capace di intendere e di volere. Perché l’assistente sociale ha ritenuto a priori attendibile questa persona? Perché non ha ritenuto fare una verifica dei fatti raccontati?

2–Perché  -una delle cose più gravi a mio parere- l’assistente sociale, nella relazione trasmessa al Tribunale di Sorveglianza, ha deliberatamente aggiunto informazioni che non costituiscono né violazioni di legge né violazioni delle prescrizioni?

Ad esempio, l’assistente sociale comunica al Tribunale che a seguito di una visita nel domicilio di Pasquale (e mio) alle ore 13.00 lui non avrebbe aperto. Ma l’obbligo di Pasquale era di essere a casa tassativamente dalle 15.00 alle 18.00.

L’assistente sociale  comunica di aver trovato il locale chiuso in tre date diverse.. ma senza indicarne l’ora. Il locale non svolgeva orario continuato, perché questo non è stato sottolineato ai Magistrati?

Perché l’attività lavorativa di Pasquale viene presentata come sedentaria?

Perché si parla di personale non regolarmente assunto senza averne riportato i nomi? E quand’è che l’assistente sociale avrebbe rilevato all’interno del locale la presenza di dipendenti?

Ci sono informazioni che non hanno alcun fondamento.

E io mi chiedo.. perché gli altri componenti dell’èquipe –Direttrice dell’Istituto, Commissario della penitenziaria, educatrice- non ci hanno fatto caso o non hanno proceduto alle opportune verifiche?

Nessuno di loro conosceva Pasquale. Il commissario non lo aveva mai visto. La Direttrice lo aveva incontrato, di sfuggita, un paio di volte e lo stesso vale per l’educatrice, da poco assunta. Ma tutti avevano firmato quella relazione. Tutti hanno chiesto la revoca della semilibertà, nonostante, pur in presenza di un suo errore finale (il prestito ricevuto in un momento di disperazione), il percorso fino a quel momento poteva considerarsi fondamentalmente positivo nella sua globalità. Nella relazione non vi era il minimo accenno ai precedenti due anni trascorsi in semilibertà senza alcuna nota negativa. Si era tenuto conto solo del parere dell’assistente sociale, nonostante sapessero che Pasquale aveva dei forti contrasti con lei.

Eppure, esiste una sentenza della Cassazione, un po’ datata effettivamente, ma sempre attuale– , che recita: >. * Cass. Pen., sez.I, 18 gennaio 1990 (c.c. 21 novembre 1989, n. 2982), Rilande.

 

Se si vuole valutare correttamente il comportamento di un condannato, bisogna considerare tutti gli atti posti in essere fino ad allora, non solo quelli degli ultimi sei mesi in semilibertà.

La semilibertà, invece, in tal caso, è stata revocata sulla base di elementi in buona parte menzogneri.

Ci sono mistificazioni, frasi tendenziose, informazioni destituite di fondamento.

Dopo la revoca della semilibertà e il ritorno in carcere, Pasquale chiede più volte di potere incontrare l’assistente sociale, ma lei, pur effettuando regolarmente i colloqui con altri detenuti, non andrà mai a parlare con lui. Anzi, un paio di volte lo incrocerà in corridoio, senza neanche salutarlo.

Dopo un periodo di frastornamento e abbattimento, mi rialzo in piedi e ricomincio la battaglia.

Decido di chiedere l’appoggio di qualcuno.

Per anni avevo sentito parlare di grandi e nobili battaglie sposate e portate avanti da associazioni e personalità della società e della politica. Mi piaceva pensare che ci fossero associazioni così, persone così. Provavo per loro tanta ammirazione.

Ancora una volta scelgo di credere nelle persone. E così comincio a contattare un gran numero di associazioni che dichiarano di battersi per i diritti delle persone detenute e mi rivolgo anche a tante personalità conosciute a livello nazionale per il loro impegno in ambito penitenziario.

Ma ricevo solo silenzio.

Dietro tanti bei marchi e nomi autorevoli si nasconde una spaventosa ipocrisia, una colossale indifferenza.

Nessuno mi darà neanche l’ombra di un aiuto.

L’unico che sembra manifestare un po’ di interesse e solidarietà è un parlamentare sassarese. Promette di fare qualcosa, si parla anche della possibilità di una interrogazione parlamentare. Chiama la Direttrice al telefono, che gli promette che la situazione si sbloccherà. Dopodiché se ne lava le mani.

Provo anche con la nuova garante per i detenuti. Mi dice che si informerà, che mi farà sapere.. ma.. niente, non riuscirò più a incontrarla, non mi dirà più nulla, né farà un solo passo per incontrare Pasquale.

Mi rivolgo anche all’Ordine degli Assistenti Sociali della Sardegna, con sede a Cagliari, ma dopo aver parlato personalmente con la Presidente, tutto viene insabbiato. Eppure gli assistenti sociali hanno un codice dentologico di riferimento. Esso recita all’art. 19 che qualora venga meno il rapporto fiduciario l’assistente sociale si attiva per trasferire il caso ad un collega dovendo garantire la continuità del processo d’aiuto.

 

Certi episodi sono emblematici. Di tanto in tanto in carcere sono presenti i cani dell’Unità Cinofila per annusare i familiari dei detenuti prima che entrino nelle sale colloqui.

Molte donne – giovani e anziane – mi hanno raccontato di essere state costrette a spogliarsi perché il cane aveva manifestato un po’ troppo interesse. Spesso però, non si troverà alcuna traccia di sostanze stupefacenti.

Sapevo che prima o poi sarebbe accaduto anche a me.

Una mattina indossavo una gonna. Il cane passa e ripassa accanto a me, ma non mostra particolare attenzione. Ma l’agente (non si trattava naturalmente di un agente della penitenziaria) che conduceva il cane mi chiede di alzarsi. Forse  le stavo antipatica, o forse no. Fatto sta che a quel punto il cane infila il muso tra le gambe, cosa che i cani hanno l’abitudine di fare.

A quel punto per l’agente io ero un potenziale vettore di sostanze psicotrope. Vengo condotta in una stanzetta dove l’agente donna di turno mi dice, senza neppure tentare di rendere la cosa meno squallida: “Si metta nuda”.

Io mi rifiuto. L’agente minaccia di chiamare il magistrato. “Faccia pure”, le dico.

Passerò tre ore seduta in una stanzetta, ma il magistrato non arriverà mai.

Arriva invece il vice commissario, un ragazzo giovane, che mi chiede perché non mi voglio spogliare. Anche le altre donne presenti mi dicono di farlo, perché cerco guai, che è una cosa veloce e me la caccio in un pochi minuti. Ma io non sopporto tanta arrendevolezza, tanta rassegnazione. Le donne dei detenuti non sono trattate come donne normali, ma come oggetti, come cagne.

Chi se frega se sono costrette ad allargare le cosce come dal ginecologo, a tossire per vedere se la vagina espelle qualcosa, a fare le flessioni.

Chi se ne frega se la perquisizione dimostra che il cane si è sbagliato. E quando i cani si sbagliano mai un “mi dispiace” da nessuno, mai una frase di solidarietà.

Ma io non ci stavo e risposi al vicecommissario:

“Signor comandante, forse siete abituati a donne diverse, con una dignità diversa. Spiacente, io non sono quel tipo di donna che si spoglia davanti a chiunque. Non so neppure cosa sia la droga. Mi mostro nuda soltanto davanti al mio uomo pertanto non mi spoglierò”.

Nelle facce degli agenti –dietro le spalle del vicecommissario- vidi un’espressione di ammirazione, e questo mi diede coraggio.

Arriva a un certo punto l’avvocato di Pasquale che tratterà col vice commissario e ottiene che io mi debba togliere solo la gonna e la maglietta, tenendo però la biancheria intima.

Da quel giorno alcune di quelle donne cambiarono atteggiamento.

Ma il vicecommissario chiamerà invece Pasquale e gli dirà che una situazione del genere non dovrà più ripetersi.

Lo stesso eterno copione. Per i miei comportamenti, rimproverano e umiliano lui.

Alla fine del 2011 nel penitenziario arriva un nuovo direttore. Scrivo anche lui una lettera, come avevo già fatto nei confronti del Capo dello Stato e della Ministra della Giustizia.

Il direttore eccezionalmente risponde.

Nella sua lettera si legge: “(…) posso soltanto dire questo: abbiate pazienza e aiutateci a creare un ambiente sereno che ci consenta di adottare quei provvedimenti in relazione all’osservazione che ci consentiranno – ne sono certo – di costruire un percorso idoneo (…)”.

Queste frasi mi sembrarono essere una ammissione del clima ostile che c’era intorno a Pasquale.

Il direttore parla con Pasquale e si dimostra comprensivo, garantendogli che all’inizio dell’anno tornerà ad uscire. Durante quel dialogo Pasquale cerca di far capire al direttore quanto fosse lontana ormai la sua vita rispetto a quella di chi non ha ancora effettuato un processo di profondo cambiamento. Gli parla anche dei suoi cani. Al che il direttore gli domanda: “ Le piacerebbe poterne incontrare uno?”. Pasquale pensa immediatamente alla sua Memole.

Pochi giorni dopo su La Nuova Sardegna  esce l’articolo: “Atto di umanità nel carcere di san Sebastiano (…)  è uno dei primi casi in Italia (…) un bastardino che potrà incontrare il suo padrone (…)”.  

Stavolta è la volta buona, pensiamo. Crediamo di avere trovato finalmente una persona illuminata, e Pasquale attende per mesi che gli venga comunicato quando Lisa potrà portare Memole.

Quell’incontro non avverrà mai. Dopo lo spot uscito sulla stampa, quel cagnolino non verrà mai fatto entrare.

Nessuno ne parlerà mai con Pasquale.

Anzi, subito dopo l’uscita dell’articolo Pasquale verrà evitato sia dall’educatrice che dal commissario, e non riuscirà a parlare neppure col direttore.

La giornalista, in seguito, avrebbe detto sul giornale, che le era stato detto che Pasquale aveva rinunciato a quell’incontro. Una totale falsità naturalmente.

Intanto l’avvocato di Pasquale presenta un’istanza al Tribunale di sorveglianza attraverso la quale si chiede la riammisione alla semilibertà. Nell’istanza vengono sconfessati molti punti menzogneri che avevano portato alla revoca.

L’udienza è fissata per il 24 maggio.

Le sensazioni questa volta sembrano buone.

Viene assegnata a Pasquale una nuova assistente sociale, che mi contatta, per conoscerla al fine di redigere la relazione.

Ci  incontriamo la prima volta negli Uffici dell’Esecuzione Penale Esterna di Sassari.

Nonostante il catastrofico rapporto con la precedente assistente sociale, voglio dare fiducia alla nuova operatrice.

La settimana successiva viene a fare la verifica a casa nostra. Il discorso arriva a toccare il rapporto con la precedente assistente sociale. E mi accorgo che un rapporto pienamente leale non sarà possibile nemmeno questa volta, perché non si va mai contro un collega, neppure se ha messo in atto comportamenti indegni.

 

Prima delle festività pasquali l’avvocato consiglia a Pasquale di inoltrare istanza di permesso premio. L’avvocato sa che vi è una revoca di mezzo e pertanto è piuttosto ovvio che l’istanza venga rigettata per questo motivo.

E invece no. Nel rigetto si legge: “il magistrato di sorveglianza deve rigettare l’istanza in quanto la direzione di codesto Istituto ha espresso parere sfavorevole alla concessione del beneficio”.

Tutto ci sembra strano, assurdo. Perché il parere è stato sfavorevole?

L’avvocato accede agli atti e svela l’arcano.

L’èquipe ha scritto di dover esprimere parere sfavorevole perché “nell’arco di quest’anno non è stato possibile procedere con l’osservazione del detenuto e con la valutazione”.

Ma Pasquale era lì, chiuso dentro, a loro disposizione.

Perché non hanno potuto procedere con l’osservazione?

E perché deve pagare il detenuto per una loro negligenza?

Pochi giorni prima dell’udienza Pasquale riesce a parlare con il direttore.

Ancora una volta la speranza sembra farsi varco. La conversazione dura poco, ma è promettente.

Il direttore rassicura Pasquale:

 “Parlerò io con la presidente del tribunale di sorveglianza, Lei qui dentro non ci fa nulla, vada tranquillo e mi dia la mano”, e stringe la mano a Pasquale, quasi a voler recuperare l’antico significato di quel gesto non verbale.

“Questa volta ci siamo”, ci diciamo.

Come potrebbe essere altrimenti?

No.. non potrebbe essere..

Potrebbe un direttore prendere apertamente un impegno e non mantenerlo?

Potrebbe un direttore prendersi gioco di un detenuto?

Potrebbe alimentare delle illusioni?

No.. sarebbe fantascienza..

Sì, certo, quel Direttore già altre due volte non ha esattamente brillato: quella promessa di far uscire Pasquale già a inizio anno e quella famosa autorizzazione per la visita del cagnolino, apparsa sui giornali prima ancora che lo sapesse il diretto interessato.. entrambe rimaste disattese.

Ma probabilmente lo hanno ostacolato.. vogliamo  credere.. probabilmente ha incontrato delle resistenze.

Questa volta però ha dato proprio la sua parola.

24 maggio 2012. Udienza.

Pasquale si trova di fronte agli stessi magistrati, gli stessi esperti e lo stesso procuratore generale dello scorso anno.

L’istanza viene subito dichiarata inammissibile.

Con quasi totale certezza il direttore non aveva mosso neanche un dito.

Dopo circa 10 giorno arriva a Pasquale la conferma ufficiale.

Nessuno va a parlargli. A nessuno frega niente di sapere come abbia preso la cosa. Neppure all’educatrice.

Totalmente avvilito, comincia, dopo pochi giorni lo sciopero della fame e della sete.

Contemporaneamente presento una formale denuncia alla Procura della Repubblica, nella convinzione che, a suo tempo, nei confronti di Pasquale fosse stato costruito un falso ideologico e vi fosse stato abuso d’ufficio. Nella denuncia indico i nomi di tutti e quattro i componenti dell’èquipe che chiese la revoca della misura alternativa.

Dopo 12 giorni Pasquale interrompe lo sciopero della fame e della sete, dopo aver parlato con un giovane magistrato e con l’educatrice.

Durante quell’incontro a Pasquale vengono prospettate concrete aperture. L’educatrice, in particolare, gli dice che è disponibile un posto per il lavoro all’esterno, nell’ambito di un progetto convenzionato con determinate strutture e che, insieme al direttore dell’Istituto, si è pensato proprio a Pasquale.

Con Pasquale il magistrato parla anche di detenzione domiciliare, ma l’educatrice sostiene che “sarebbe solo un peso per la famiglia”.

Un peso per la famiglia? Ma lo chiedete alle famiglie se lo vogliono avere questo.. “peso”?

Quanta siderale distanza c’è tra la mente di tanti operatori e la reale conoscenza del mondo carcerario. Non hanno la minima idea della sofferenza che devasta chi ha un proprio caro dentro il carcere.

Comunque, nonostante questa infelice frase, a Pasquale, vengono date, dallo stesso magistrato, speranze estremamente concrete, che sfiorano la quasi certezza dell’esito positivo.

Sì, anche io ci credevo. Anche io.. volevo crederci.. ancora una volta.

Passano due settimane… e Pasquale comincia ad avere i primi scoraggianti dubbi.

Chiede allora insistentemente di potere parlare con l’educatrice. In carcere devi chiedere con ostinazione. Se non chiedi con ostinazione non sei nessuno. Ti lasciano là, come un vestito usato, in un cassetto logoro e dimenticato.

Lei alla fine va a parlarci, ma solo perché pregata da un agente che riesce a comprendere l’esasperazione di Pasquale. Si mostra subito seccata. Lo tratta bruscamente, dicendogli di non permettersi più di disturbarla.

Pasquale cerca di farle capire che ha bisogno di sapere qualcosa circa.. la sua sorte.

L’educatrice taglia corto, dicendogli seccamente che quel posto in art. 21 per lui non è più disponibile.

Pasquale perde la pazienza, indignato da tanta insensibilità, da tanta incapacità, da tanto “autismo emotivo” e dice all’educatrice:

“Lei non è fatta per questo lavoro, si vergogni, e si vergogni anche per l’anno scorso quando ha espresso valutazioni su di me senza conoscermi”. Lei replica: “sì è vero, io l’anno scorso non La conoscevo”.

 

Il gioco è evidente. Magistrato ed educatrice avevano l’unico scopo di fare desistere Pasquale con quel comportamento di autolesionismo (sciopero della fame e della sete), per evitare scandali a quello che molti considerano, ancora oggi, il carcere peggiore d’Italia.

Ma così agisce un educatore?

Un educatore deve essere una persona leale e onesta, non fare della menzogna il proprio modus operandi.

Un educatore dovrebbe aiutare a confrontarsi con le situazioni critiche, non liquidare seccamente la persona di cui dovrebbe occuparsi come se fosse un servo molesto.

Chi non ha apertura mentale, profondità psicologica, correttezza morale, lealtà ed empatia, non è adatto a svolgere questo lavoro. Ci sono tante persone in cerca di un posto. E’ opportuno che si dia spazio a chi sa fare davvero il suo mestiere, a chi non tradisce l’etica in base alla quale dovrebbe agire, a chi non aggiunge all’incompetenza l’inganno.

Non si tradisce la fiducia di una persona. Non lo si fa mai.

Neppure se quella persona è un detenuto.

 

In quei 12 giorni di sciopero della fame e della sete dov’erano quelle figure che all’interno del carcere hanno delle responsabilità nei confronti dei detenuti?

Dov’era l’Educatrice?

Dov’era il Direttore?

Dov’era il cappellano del carcere?

E dov’era quella assistente sociale che a casa mia, di fronte ad un’ingenua e giovanissima tirocinante, ha affermato con le mani sul petto: “Beh, Pasquale lo vogliamo aiutare (…) noi siamo per il sostegno della persona, altrimenti saremmo andate a zappare la terra”?.

 

Passa più di un mese dalla sospensione dello sciopero della fame e della sete e riesco ad ottenere un appuntamento con quel giovane magistrato che era andato a parlare con Pasquale, il quale era rimasto molto colpito da quel giovane giudice.

Questa volta credevo di poter parlare finalmente con un magistrato capace di riconoscere i fatti nella loro evidenza. Capace di ammettere l’oggettiva verità.

Non è così.

Lui non vuole parlare della revoca e dei motivi che l’hanno determinata.

Quando cerco di fargli capire che vi siano molti rancori nei nostri confronti e porto ad esempio quell’istanza di permesso per la quale la Direzione ha scritto di non poter dare parere positivo perché non è stato possibile procedere con l’osservazione, mi aspetto che il magistrato riconosca l’assurdità di quella motivazione e invece lui risponde: “E’ normale…non si può chiedere 12 volte la luna”.

Comprendo che in tribunale sono seccati per l’insistenza con la quale io e Pasquale cerchiamo una soluzione. Dovremmo lasciare perdere.

Dovremmo non disturbare.

Nel frattempo arriva anche la Presidente, che dopo essersi presentata mi chiede:

“Ma Lei che cosa vuole da noi?”.

“Vorrei correttezza, Presidente” rispondo io.

La Presidente alza il tono:

“Noi siamo giudici signora, Lei non può venire da noi e parlare in questi termini. Che cosa sta dicendo? Che noi non siamo corretti?”.

Noi siamo i giudici.. tutti così rigidamente trincerati nel loro ruolo.. tutti così lontani dal sapere ascoltare gli altri.

Mi sembrava quasi di respirare un clima di regime.

Nessun dialogo è possibile. Non ti ascoltano. Non ti vedono. Sei solo un numero.

“Il suo compagno ha commesso delle sciocchezze” prosegue la Presidente.

“Solo alcune di quelle sciocchezze attribuitegli, Presidente”, ribatto.

“E non stia a puntualizzare sempre!” dice  stizzita la Presidente.

“Puntualizzo invece Presidente, puntualizzo. Perché è da 7 anni che combatto contro i mulini a vento e sono stanca di tutti questi abusi”. 

Lisa Sole

“Razzismo di Stato fra uomini ombra” di Carmelo Musumeci

Perchè Marino Occhpinti, componente della Banda della Uno Bianca, condannato all’ergastolo, dopo 20 anni è in semilibertà, mentre altri 1.200 ergastolani moriranno in carcere perchè ostativiai benefici penitenziari?

Questo si chiede il nostro Carmelo Musumeci in questo articolo e ovviamenteIl problema non è che Occhipinti vada in semilibertà (che poi la parola inganna, sembra chissà che libertà, invece si esce dal carcere per lavorare e ritornarci la sera) ma che altri ergastolani non ci possano andare!! Anche i morti amazzati sono di serie A o di serie B???

Razzismo di Stato fra uomini ombra

– Semilibertà Marino Occhipinti, uno dei componenti della Banda della  Uno Bianca condannato all’ergastolo, ha ottenuto la semilibertà dal Tribunale di sorveglianza di Venezia. (…). Occhipinti, ex poliziotto della squadra mobile di Bologna, è in carcere a Padova dal 1994 ed ha già usufruito di un permesso nel 2010.

– Uno Bianca, Occhipinti  dopo la semilibertà già al lavoro in una cooperativa sociale.

 (Fonti : “Il Manifesto” e “Il Fatto Quotidiano”)

Sebbene gli ergastolani ostativi siano sempre contenti quando un ergastolano non ostativo riesce a uscire, non capiscono perché, per Legge,  ci siano ergastolani “buoni”, che hanno la speranza un giorno di potere uscire, ed ergastolani “cattivi”,  condannati a essere colpevoli per sempre e a morire in carcere.

La vendetta della società, la Legge, il Diritto, la Giustizia, il fine rieducativo dell’articolo 27 della Costituzione, tutto dovrebbe valere per tutti, sia per Occhipinti sia per (…).

(…) è stato arrestato nel 1991, all’età di diciannove anni,  (…) quando è stato condannato alla pena dell’ergastolo pensava che non era ancora morto, perché avrebbe potuto uscire dopo 20, 30, 40, 50, addirittura dopo 100 anni di carcere, in permesso, in semilibertà e in condizionale. (…) col suo quarantesimo compleanno ha passato  più anni in carcere che fuori.

(…) ha sempre creduto a quello che sentiva alla televisione e pensava che quello che leggeva sui giornali fosse vero.

(…) ha sempre creduto a quello che dicevano i politici: La pena dell’ergastolo in realtà non esiste perché si può uscire in permesso premio, in semilibertà e in condizionale. (…) è stato un ingenuo: per vent’anni ha creduto che un giorno sarebbe uscito.

(…) dopo vent’anni di carcere è stato condannato un’altra volta, questa volta senza speranza. L’altro giorno ha ricevuto di nuovo la risposta del magistrato di sorveglianza che non potrà mai uscire, né ora né mai: Considerando che i delitti sono stati commessi al fine di agevolare l’associazione criminosa di appartenenza, e pertanto ostativi alla concessione dei benefici, dichiara inammissibile la richiesta di permesso. (…)ora sa che sarà sempre e per sempre colpevole. Chiedere questo tipo di giustizia è orribile: è più comprensibile chiedere la vendetta di una pena di morte. Io penso che (…) a  diciotto anni è stato meno pericoloso di un politico corrotto, o di un banchiere che fa i prestiti da strozzino, o di molti imprenditori colpevoli di tanti omicidi bianchi.

Io credo che a (…) va data una possibilità, una sola, ma gli va data. (…) è di fronte alla mia cella, ha il blindato e il cuore chiuso perché non ha più speranza. Sa che se non collaborerà con la giustizia, se al suo posto non ci metterà un altro non uscirà più dal carcere. (…) non ha più sogni, li ha finiti tutti. Ora non potrà più sognare, né quando dormirà, né quando sarà sveglio. (…) ora non ha più dubbi, dopo la risposta del magistrato di sorveglianza, ha la certezza che morirà in carcere.

Nessuno merita una pena che non finirà mai, perché tutte le cose hanno diritto di iniziare e di finire. (…) sa che alla fine la morte è più umana degli uomini e per farlo uscire dal carcere se lo porterà via.

In carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo molti uomini ombra sono contenti che i “buoni” non  perdonino:  in questo modo si sentono meno astiosi di loro.

 

Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia. (William Shakespeare).

 

Carmelo Musumeci  

Carcere Spoleto, febbraio 2012

www.carmelomusumeci.com

I bambini quando vengono al mondo sono tutti uguali…

Quello che inserisco oggi è una lettera di Salvatore Ercolano, ergastolano di Spoleto. Salvatore ce l’aveva spedita molti mesi fa, il 26 maggio 2010 per la precisione,  ma non ce l’ho fatta ad inserirla prima…faceva troppo male…perchè, prima che arrivasse a noi questa sua lettera, era arrivata la notizia del rigetto della sua richiesta in  Tribunale e come ha scritto Salvatore: “DOPO 30 ANNI DI CARCERE  UN ESITO NEGATIVO E’ UGUALE  ALLA  PENA DI MORTE”.  Salvatore ci aveva  chiesto di mettere questa sua foto con la barca che lui stesso ha costruito con infinita pazienza e dedizione. Guardate bene questa foto, questo ERA Salvatore: perchè oggi lui non è più così, è un uomo più vecchio e più stanco… Salvatore non chiedeva la luna: chiedeva di andare a lavorare gratis in una cooperativa sociale per essere d’aiuto a chi ne ha bisogno, e la sera sarebbe dovuto tornare in carcere. Dopo 30 anni di carcere chiedeva solo di poter dare un senso alle sue giornate, di fare qualcosa di buono per gli altri . Ma Salvatore è un ergastolano ostativo, non ha scampo… e ha un cognome “importante”,  ed è nato nel posto sbagliato, non c’è speranza per lui… Salvatore è uno che all’udienza in questione ha  dichiarato: “Rinnego tutto il mio passato e ciò che di male ho fatto”. Non è bastato, ai nostri legislatori questo non basta: non sappiamo che farcene del pentimento vero, noi vogliamo i “pentiti”, quelli che parlano, non quelli che vogliono cambiare vita… Ma che avrà mai da dire Salvatore  dopo 30 anni di carcere????? Loro una cosa l’hanno detta a lui: NO

Vi lascio alla lettera, integra nella sua semplicità,  che Salvatore aveva scritto nell’attesa del risultato dell’udienza di richiesta di semilibertà:  

 Mi chiamo Salvatore Ercolano, sono un ergastolano e sono detenuto dal lontano 1985.

Sto scrivendo questa lettera che ho promesso a Nadia e Giuseppe, che sono due persone straordinarie. Gli ultimi 13 anni li ho passati nella casa di reclusione di Spoleto (PG) dove tutto sommato diciamo che si vive meglio che in altri carcere, ma è sempre un carcere. Oggi mi sono venuti a trovare Giuseppe e Nadia che fanno parte dell’Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, che io conosco da molti anni, e da quando ho  conosciuto loro non solo è cambiata la mia esistenza, ma mi hanno dato lezione di vita: mi hanno insegnato che si può vivere nella speranza e nel perdono, nell’amore al prossimo.

Con l’aiuto di Nadia e Giuseppe, dopo aver passato 30 dei miei 60 anni di vita in carcere, ho presentato al Tribunale di Sorveglianza,  lo scorso 13 maggio, la richiesta per la cosidetta semilibertà, che per me consisterebbe di andare a fare volontariato in una comunità in Toscana (di giorno, mentre di notte tornerei in carcere) . E’ da tredici giorni che viviamo nell’ansia. Non so spiegare la mia ansia e la mia preoccupazione: dopo 30 anni di carcere un esito neativo da parte del Tribunale di Sorveglianza è uguale alla pena di morte.

Io sono ormai una persona anziana, ho sofferto molto in questa lunghissima carcerazione e in questa possibilità, se mi viene concessa, non solo non trasgredirei mai, ma sarebbe un bene per i miei figli e per la società, perchè  potrei dimostrare il mio riscatto.

Io ho promesso a Nadia e Giuseppe che se questo evento sarà positivo faremo un libro sulla mia vita, soprattutto sulla mia infanzia. Perchè i bambini quando vengono al mondo sono tutti uguali.

Con affetto e stima vi invio tanti baci, vostro Salvatore. Spoleto, 26 maggio 2010   

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