Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Carmelo Musumeci semilibero

liberta

Carmelo Musumeci fu il primo detenuto che conobbi.

Dall’incontro con lui nacque -grazie anche a Nadia Bizzotto e Maria Luce- questo Blog.

Lui era il simbolo vivente degli ergastolani ostativi, l’ergastolano ostativo per eccellenza.

E lo è stato per tutti questi anni.

Anni di perseveranza totale, non solo per se stesso, ma anche per gli altri.

In tutti questi anni non ha mai smesso di credere.

E, ad un certo punto, dopo più di 25 anni di detenzione, ecco il venire meno dell’ostatività. Quella che doveva essere una via senza mai alcuna uscita, ha svoltato verso un’orizzonte dove fosse possibile immaginare una parte di vita da vivere oltre le mura, ma questa volta, dalla parte del cielo, del sole, del camminare liberi.

E adesso Carmelo, con la semilibertà che gli è stata recentemente data, può camminare libero.

La notte dovrà comunque ritornare in carcere. Ma il giorno, il giorno.. vivrà la libertà.

Questo è un momento speciale. Lo è per lui, ma lo è anche per tutti quegli ergastolani ostativi che hanno un motivo in più per sperare, credere e non arendersi.

Di seguito un testo scritto da Carmelo per l’occasione.

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“ (…) concede a Carmelo Musumeci il beneficio della semilibertà consentendogli di prestare un’attività di volontariato presso una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, al servizio di persone gravate da handicap.” (Tribunale di Sorveglianza)

Oggi è uno dei giorni più belli della mia vita. Penso che più di credere a me stesso ho scelto di credere negli altri. E forse questa è stata la mia salvezza. Mi hanno notificato l’esito positivo della Camera di Consiglio sull’istanza della semilibertà. Uscirò dal carcere al mattino e rientrerò alla sera per svolgere, durante il giorno, un’attività di volontariato presso la Comunità Papa Giovanni XXIII.
Quando arrivo in cella con l’Ordinanza del Tribunale di Sorveglianza tra le mani mi gira la testa. Il mio cuore batte forte. Respiro a bocca aperta. Lontano da occhi indiscreti, appoggio la testa contro il muro e mi assale una triste felicità. In pochi istanti rivivo questi venticinque anni di carcere con i periodi d’isolamento, i trasferimenti punitivi, i ricoveri all’ospedale per i prolungati scioperi della fame, le celle di punizione senza libri né carta né penna per scrivere, né radio, né tv, ecc. In quei periodi non avevo niente. Passavo le giornate solo guardando il muro.
Poi ad un tratto scrollo la testa. Smetto di pensare al passato. Mi faccio il caffè. Mi accendo una sigaretta. E, dopo la prima tirata, medito che adesso dovrei smettere di fumare perché ora la mia unica via di fuga per acquistare la libertà non è più solo la morte. Alzo lo sguardo. Guardo tra le sbarre della finestra. Osservo il muro di cinta. Per un quarto di secolo ho sempre creduto che sarei morto nella cella di un carcere. Penso che una condanna cattiva e crudele come la pena dell’ergastolo, che Papa Francesco chiama “pena di morte mascherata”, difficilmente può far riflettere sul male che uno ha fatto fuori. Io credo di essere rimasto vivo solo per l’amore che davo e che ricevevo dai miei figli e dalla mia compagna.
Sono stati anni difficili perché non avevo scelto solo di sopravvivere, ma ho lottato anche per vivere. Proprio per questo ho sofferto così tanto. Non ho mai pensato realmente di farcela e forse, proprio per questo, ce l’ho fatta.
Adesso mi sembra tanto strano vedere un po’ di felicità nel mio futuro.
Mi commuovo di nuovo. E il mio cuore mi sussurra: “Per tanti anni hai pensato che l’unica cosa che ti restava da fare era aspettare l’anno 9.999; invece ce l’hai fatta! Sono felice per te … e anche per me”.
Quello che rimpiango maggiormente di questi 25 anni di carcere è che non ho ricordi dell’infanzia dei miei figli. Mi consolo pensando che adesso mi rifarò con i miei nipotini. Poi penso che senza l’aiuto di tante persone del mondo libero che mi hanno dato voce e luce, non ce l’avrei mai fatta.
Ho trascorso buona parte della mia vita godendo dell’unico privilegio di essere rimasto libero di pensare, di scrivere e di dire quello che pensavo: adesso che sono diventato un uomo ombra semilibero non smetterò certo la mia battaglia per l’abolizione dell’ergastolo.


Novembre 2016

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Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

Aperte

Il testo di Domiria Marsano che leggerete tra poco ha qualcosa di raro.

Domiria la conosciamo da qualche anno. In carcere per reati finanziari, aveva da diversi mesi ottenuto la semilibertà. Semilibertà che recentemente le era stata revocata per via di alcune contestazioni, ma che le è stata da pochissimo “restituita”, avendo il Magistrato di Sorveglianza riscontrato che non erano, in effetti, venute meno le condizioni per la semilibertà.

Domiria è stata coraggiosa a inviarci le riflessioni che pubblico oggi. Coraggiosa perché è il tipo di riflessioni che può suscitare incomprensioni, e generare ostilità da parte di altri detenuti. Ed inoltre Domiria rivela -e non è la prima volta- la sua lucidità mentale, quella capacità di descrivere le cose, cercando di farlo il meno possibile come “parte”, ma da un punto di vista che possa essere il più obiettivo possibile.

Naturalmente questo non vuol dire che ciò che lei ha riscontrato nel carcere di Lecce sia estensibile a tutte le carceri italiane. Però va apprezzato per avere indicato, con tanta chiarezza, alcune delle problematicità, che una misura auspicata da tutti, noi compresi -ovvero le celle aperte- sta provocando.

In gran parte delle carceri, il regime ordinario di detenzione, prevedeva come “canonica” la regola delle celle chiuse. Il detenuto restava in cella tutto il giorno, a meno di .. ore d’aria.. corsi scolastici.. corsi di altro genere.. messa.. e.. (a seconda delle carceri).. sala hobby.. sala informatica.. palestra. Oltre ai casi di “socialità”, ad esempio in presenza di feste (Natale, Pasqua). Insomma.. la possibilità di uscire dalla cella era condizionata a “cose da fare”.. che sia passeggiare nell’ora d’aria, frequentare corsi, ecc.

Molti hanno spesso sostenuto come un regime carcerario più civile e degno, non può tenere un detenuto dentro una cella dalla mattina alla sera.. a meno di questi possibili eventi. Ma dovrebbe garantire una maggiore “socialità”. Ovvero rendere la possibilità di muoversi per il piano una regola, e le ore obbligatorie da passare in cella, una eccezione.

Anche io, personalmente, ho sempre auspicato che si riducesse il tempo obbligatorio da passare in cella. E che non vi fossero più gli estremi di chi, avendo poche opportunità di seguire corsi o altre iniziative, si ritrovava in cella fino a  quasi venti ore.

Da poco tempo nelle carceri si stanno sperimentando le “celle aperte”. Ovvero la possibilità per il detenuto, entro un determinato margine orario, di potere muoversi nel suo piano di sezione, e di non essere obbligato a stare chiuso in cella.

Domiria ci racconta di alcune problematicità che questo sta provocando.

Problematicità che, a dire il vero, mi sono state segnalate recentemente anche in qualche altro carcere.

In pratica, sembra che, con le “celle aperte”.. siano diminuiti drasticamente i detenuti che partecipano all’ora d’aria, e che siano diminuiti i detenuti che partecipano a tutte le altre iniziative.. corsi scolastici.. corsi d’altro genere.. la messa..ecc.

Sembrerebbe che, dopo anni e anni di un regime che faceva della cella, il proprio fondamentale ambito di vita, e che rendeva le occasioni di “socialità” una eccezione, l’improvvisa “apertura” delle celle abbia fatto venire in secondo piano tutte quelle occasioni di “respiro sociale” che sono sempre state ardentemente ricercate dai detenuti.

Domiria si è “ritrovata” in carcere proprio nei primi tempi di sperimentazione delle “celle aperte”. E lei ha riscontrato che questo ha portato un enorme aumento del tempo passato dalle detenute nelle celle delle loro compagne, a parlare e stare insieme. E una drastica diminuzione della partecipazione all’ora d’aria, e ad altre occasioni di “socializzazione”.

Chi vedesse nell’analisi di Domiria un fare da bastian contrario, o una facile critica del nuovo, prenderebbe una colossale cantonata. Domiria fa invece un ragionamento molto profondo… dove collega quanto ha visto avvenire con le “celle aperte”, a una “restrizione” che si è radicata nell’anima, a una sorta di “castrazione” provocata dal sistema carcerario nell’anima dei detenuti. Cito un passaggio di Domiria:

“Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo. Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.”

Ed è bellissimo il modo in cui Domiria conclude la riflessione precedente:

“Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.”

Il tempo è prezioso. Questo è il senso del discorso di Domiria. E’ normale, è comprensibile che dopo anni costretti a stare gran parte del proprio tempo in cella, un detenuto, una volta “aperte le celle”, senta la novità liberatoria di potere stare finalmente con i suoi compagni gran parte della giornata. Ma questo non deve spegnere la spinta al proprio auto-miglioramento.. allo studio… alle opportunità di crescita personale.. la spinta all’espansione.. a mettersi in gioco.

Non credo che la soluzione possa essere un ritorno alle “celle chiuse”; ma valutare, con equilibrio, che tipo di effetti stiano portando in tutta Italia gli effetti delle “celle aperte”, per -qualora le problematicità descritte da Domiria siano generalizzabili,   cercare di apportare degli interventi che possano incentivare il più possibile la partecipazione a tutte le opportunità di svolgere attività, e di partecipare ad occasioni di crescita morale ed intellettuale.

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Celle aperte:”occasione in fuga?”

 Pur rischiando:

1)il linciaggio da parte dei/lle miei compagni/gne di sventura;

2)di passare(come spesso mi è stato rimproverato) per un’ingrata nei confronti di chi impiegando molto tempo (circa 20 anni), lavoro e caricandosi di un ulteriore responsabilità, è riuscito ad applicare uno dei benefici previsti dalla legge Gozzini; mi accingo a scrivere quanto segue.

Nel carcere di Lecce, poco barocco e molto vintage, dal 20/09/13 nella sez. Femm., in via sperimentale, sono state aperte le celle dalle 8.30 alle 18.00. Ricordo la data in quanto quel giorno mi veniva sospesa la semilibertà e ho avuto modo, per 34 giorni, di vivere la detenzione con questa nuova apertura. La differenza è notevole, dato che prima si stava 20 ore su 24 nella cella 3×2.

Purtroppo,come si dice, non è tutto oro quello che luccica. Non è il voler a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo. Semplicemente lo scopo è quello della critica costruttiva. Nel caso specifico direi anche autocritica! La prima cosa che ho notato è: pochissime persone, spesso nessuna, utilizza più l’ora d’aria. Qui da noi non fa molto freddo e in ogni caso, quasi tutti, usufruivano, anche con tuoni e fulmini, della possibilità di muoversi, di far circolare il sangue, di respirare in un luogo aperto per apportare ossigeno al cervello… necessario per un suo buon funzionamento.

L’altra cosa è la scarsa voglia di partecipare ai corsi e in alcuni casi(rari) addirittura di non lavorare. Prima ogni occasione era buona per fare aprire quel cancello, adesso? Possibile che l’esigenza fosse solo quella di prendere il caffè con le amiche, farsi la fumatina e chiacchierare, ciarlare, chiacciherare…chiacchiere spesso sterili e causa di litigi.

In questo mese sono stata testimone già di un “accapigliamento”. Per carità è accaduto anche in passato a stanze chiuse. Le persone sono state punite, oggi come allora, fine della questione.

Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….

Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo.

Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.

Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.

Allora si può unire la chiacchiera sterile, la risata isterica con la ricostruzione. Per fare questo ci serve aiuto ma sopratutto volontà e impegno. Ho saputo che anche in altre carceri stanno sperimentando le celle aperte e sono alle prese con le stesse reazioni.

A Lecce ad esempio alcuni incontri con delle volontarie stanno avvenendo in sezione, nella saletta ricreativa. Probabilmente ciò non può avvenire sempre e dappertutto. Magari si potrebbe incentivare con un sistema premiante. Tipo,partecipazione attiva e per tutta la durata del corso un’ora di colloquio.

Niente è soltanto buono o solo cattivo.

La forza non sta nel tornare indietro ma nell’andare avanti e tracciare un sentiero.

Questa è la vera forza.

Domiria Marsano

Lettera di Domiria Marsano a Matteo Renzi

Renzis

La nostra Domiria era in semilibertà da diverso tempo ormai.

Ma la misura le è stata sospesa per delle contestazioni che le hanno fatto. Contestazioni che lei a sua volta contesta.

Dal carcere di Lecce -dove al momento è ritornata- ci ha inviato questa sua lettera per Matteo Renzi.

Una lettera in cui contesta le sue dichiarazioni su indulto e amnistia.

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Caro Renzi,

ho ascoltato il tuo comizio svoltosi proprio nella mia regione. 

Ho elaborato due ipotesi, o sei totalmente  cretino, o sei un grandissimo ipocrita. Propendo per la seconda ipotesi. E’ ovvio che indulto e amnistia sono solo un primo passo verso le riforme necessarie, affinché non si ricrei la situazione attuale.

L’autogoal, come dici tu, lo avete fatto nel 2006, perché avreste avuto tutto il tempo, dopo avere aperto i cancelli del carcere, di aprire ben altri cancelli…. quelli della grettezza, dell’avarizia, e dell’egoismo umano. Forse un giorno noi usciremo da queste porte, mentre altri rimarranno per sempre prigionieri di se stessi.

Come ti permetti di dire frasi tipo: “se concediamo  amnistia e indulto, come possiamo insegnare la legalità ai nostri giovani”?

Non so se ti rendi conto della corbelleria che hai detto. Per insegnare la legalità a qualcuno devi essere nella legalità. Le carceri italiane sono illegali, non so.. ti ricorda nulla Strasburgo, Corte Europe, ecc?

Tanto per fare una metafora un po’ pesante, è come pretendere che un mafioso insegni la legalità a un camorrista.

Mi pare fosse Montesquieu ad avere detto che per misurare la civiltà di una città, bisogna visitarne le carceri e gli ospedali.

No comment sugli ospedali, altrimenti apriamo un altro dibattito.

Riguardo le carceri italiane.. sono da medioevo e non credo che tu non ne sia a conoscenza.

Se sei veramente un giovane intraprendente, sveglio e onesto, usa altri mezzi per cercare consensi, non il massacro dei detenuti.

Sappi che nessuna trasformazione può avvenire senza armonizzare testa e cuore.

Domiria

The devil… di Giovanni Arcuri

illusion

Coloro che in questi anni hanno letto questo Blog, conoscono Giovanni Arcuri.

Attualmente è in semilibertà nel carcere di Rebibbia. Noi l’abbiamo conosciuto quando era in detenzione “piena”.

Ha scritto tre libri (di cui due pubblicati), è prossimo alla laurea in legge,

Negli anni è diventato (anche) uno straordinario ricercatore dei sistemi di controllo (vedi ad esempio i suoi pezzi sul governo segreto del mondo.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/03/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-prima-parte/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/04/15/il-governo-segreto-di-giovanni-arcuri-seconda-parte/), delle tecniche di manipolazione, delle bestiali e raffinatissime alchimie della finanza predatoria.

La sua esperienza e i suoi studi lo hanno portato a conoscere realtà che gran parte delle persone non conosce o conosce solo per vaghi e superficiali riferimenti.

Nel testo che pubblico oggi si parla di paradisi fiscali, trust, sistemi offshore.. cose che.. gran parte della nostra classe dirigente in gran parte ignora.

Davvero a volte sembra che ci sia una realtà “visibile” e un mondo “invisibile”.

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THE DEVIL
Pochi giorni fa sulla terrazza dell’hotel Eden con una vista spettacolare su Roma ho conosciuto “The Devil”(il demonio). Ancora oggi non so quale sia veramente il suo nome. Era con un ex assessore del presidente del Gabon (Bongo, tra i più corrotti del pianeta) e con un mio vecchio amico broker che vive a Jersey sul Canale della Manica, paradiso fiscale. Ero stato convocato per un’intermediazione relativa a una fornitura di rame dal Cile che è il maggior produttore al mondo e dove ho ancora delle entrature al riguardo. Di fatto però quando cominciò a parlare quest’uomo il rame passò in secondo piano, anzi, non se ne parlò affatto fino al giorno dopo. Questo misterioso personaggio ha lavorato per anni per l’Office of Foreign Assets Control degli Stati Uniti e con quelle del suo paese per verificare la correttezza delle operazioni bancarie che avvenivano nel suo paese, le Isole Cayman. Il problema è sorto quando essendo arrivato al vivo delle questioni le stesse autorità competenti lo hanno bloccato e poco dopo licenziato. Questo è quello che ho appreso:
I più importanti paradisi fiscali del mondo non sono isole tropicali disseminate di palme come molti immaginano, ma alcune delle maggiori potenze mondiali. il maggior paradiso fiscale è un’isola e quell’isola si chiama Manhattan e a seguire viene Londra nel Regno Unito. Gli stessi governi che hanno dimostrato e dimostrano di dare lotta al sistema offshore sono i primi a utilizzarlo e beneficiarne. Metà dell’economia mondiale si muove nell’ambito fuori giurisdizione, o meglio attraverso giurisdizioni segrete. Il mondo offshore è un ecosistema in continua evoluzione. Ciascuna giurisdizione segreta offre uno o più servizi specializzati e richiama particolari tipi di capitale finanziario. I servizi offshore vanno dal legale all’illegale. L’evasione fiscale è illegale, mentre l’elusione fiscale è legale. Le giurisdizione segrete trasformano ciò che è tecnicamente legale ma scorretto in qualcosa che è percepito come legittimo. Ciascuna giurisdizione segreta tollera divesi livelli d’illegalità: i narcootrafficanti colombiani o messicani si servono di Panama piuttosto che di Jersey anche se le società fiduciarie di Jersey ricevono verosimilmente una parte di questo denaro sporco.
The Devil che conosce tutti i meccanismi ci ha spiegato che le strutture finanziarie offshore spesso utilizzano uno strattagemma chiamato laddering. Una struttura viene suddivisa tra diverse giurisdizioni, ciascuna delle quali fornisce un nuovo involucro legale o contabile i capitali, che sono solitamente ubicati altrove. Il laddering accresce la segretezza e la complessità. Tutto questa conversazione si è svolta ovviamente in lingua inglese e non con poca difficoltà sono riuscito a recepire e interloquire con i personaggi presenti. Ero così affascinato dal tema trattato che io stesso ho messo da parte la ragione per cui ero stato convocato.
Per esempio, un narcotrafficante messicano potrebbe depositare 20 milioni di dollari in un conto in banca a Panama, che non è intestato a lui ma a un trust creato alle Bahamas I trustee (amministratori fiduciari) potrebbero vivere a Jersey, mentre il beneficiario del trust potrebbe essere un’impresa del Delaware. Se anche si riuscissero a trovare i nomi degli amministratori della società e persino le fotocopie dei loro passaporti, ci si troverebbe comunque al punto di partenza:questi trustee saranno centinaia di società simili. Anche qualora si riescano a intravedere parti del sistema la prassi del laddering impedisce di osservare il tutto. Le attività offshore non si svolgono in alcuna giurisdizione ma si svolgono negli interstizi tra giurisdizioni. L’altrove diventa da nessuna parte, un mondo senza regole..
IL TRUST
L’istituzione del trust risale al Medioevo, quando i cavalieri che partivano alle crociate lasciavano i loro averi nelle mani di amministratori fidati che se ne prendevano cura per conto del cavaliere fino al suo ritorno. Era un accordo triangolare che univa il legittimo proprietario del patrimonio (il cavaliere) e il beneficiario (la sua famiglia) attraverso un intermediario
(l’amministratore o trustee). I trust sono meccanismi silenziosi e potenti che non molte persone conoscono mi diceva The Devil con il suo sigaro Cohiba tra le dita. E’ impossibile trovarne traccia negli archivi pubblici, in quanto sono il frutto di un accordo segreto tra gli avvocati e i loro clienti. Essenzialmente il trust agisce sulla proprietà di un patrimonio. Un trust scompone la proprietà in parti distinte. Con la creazione di un trust, un soggetto trasferisce il suo patrimonio all’amministratore fiduciario che ne diventa l’effettivo proprietario. Questi però non può spenderlo o consumarlo liberamente perché è tenuto a rispettare i termini del mandato fiduciario, ovvero l’insieme di istruzioni che gli indicano come distribuire i benefici tra i beneficiari. Un uomo facoltoso con due figli per esempio può depositare un milione di dollari in un conto in banca ( non certo in Italia…) intestato a un trust e nominare un avvocato come amministratore fiduciario, impartendogli l’ordine di trasferire a ciascuno dei suoi due figli la metà del denaro al compimento del loro ventunesimo anno d’età. Anche se l’uomo muore prima il trust sopravvive e il trustee è tenuto per legge a obbedire alle istruzioni che gli sono state date. E’ quasi impossibile violare un contratto fiduciario. I trust sono istituti completamente legittimi ma possono essere e molto spesso vengono usati per scopi come l’evasione fiscale o il riciclaggio. E qui andiamo al nocciolo della conversazione. I trust producono due effetti: prima di tutto, creano una solida barriera giuridica che separa i diversi elementi della proprietà, quindi questa barriera giuridica può diventare e il più delle volte lo diventa, un’impenetrabile barriera informativa. I trust possono avvolgere i patrimoni (che si tratti di denaro contante o proprietà immobiliari etc.) in una segretezza di ferro. Immaginiamo che alcuni ispettori fiscali, giudici o PM d’assalto vogliano indagare su qualcuno che possiede diversi milioni di dollari in un trust sull’Isola di Jersey o alle Cayman: gli inquirenti avranno difficoltà persino ad avviare l’indagine, perché i trust di questi luoghi non sono iscritti in alcun registro ufficiale o pubblico. Se però sono fortunati e riescono a scoprire l’identità del trustee, probabilmente si troveranno di fronte a un avvocato del posto che per professione fa l’amministratore fiduciario di diverse migliaia di trust. Il legale potrebbe essere l’unica persona al mondo a conoscenza dell’identità del beneficiario ed è obbligato al segreto professionale a non rivelare questa informazione. Gli ispettori fiscali si trovano così di fronte a un ostacolo insuperabile. Questo regime di segretezza può essere reso ancora più impenetrabile stratificando diverse strutture segrete l’una sull’altra. I milioni di dollari dei trust delle Cayman o di Jersey potrebbero essere in realtà depositati in un conto a Panama, anch’esso protetto da un rigoroso segreto bancario. In questo caso gli zelanti inquirenti non riuscirebbero a strappare nemmeno sotto tortura il nome del beneficiario perché l’avvocato quasi sicuramente non potrebbe conoscere la sua vera identità. Il suo compito è semplicemente quello di inviare i bonifici o gli assegni a un altro legale da qualche altra parte, anch’egli un soggetto diverso dal beneficiario! E si può andare avanti così sovrapponendo un trust di Jersey a un altro alle Cayman e poi poggiando quest’ultimo su una struttura segreta del Delaware. Volendo rintracciare il denaro l’INTERPOL dovrebbe avviare una serie di procedure giudiziarie così complesse, lunghe e onerose in un paese dopo l’altro. E se anche lo facesse, potrebbe scoprire che alcuni paesi ammettono clausole di fuga: al primo settore d’indagine, il patrimonio viene trasferito automaticamente altrove.
A conclusione di questo istruttivo quanto sconcertante pomeriggio sono riuscito ad avere un quadro completo del sistema offshore che prima pensavo in qualche modo di aver capito ma in realtà le informazioni in mio e forse vostro possesso sono veramente scarse e approssimative. Il sistema offshore non è costituito da un gruppo di stati indipendenti che esercitano il proprio diritto sovrano di emanare leggi e creare sistemi fiscali che ritengono più appropriati; è piuttosto un insieme di reti di influenza controllate dalle maggiori superpotenze mondiali, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Ciascuna rete è profondamente interconnessa a tutte le altre. I ricchi imprenditori e le imprese statunitensi fanno ampio uso della ragnatela britannica. I governi delle nazioni ricche dell’Ocse sono riusciti a convincere i cittadini (ignari ahimè…) di aver imposto un drastico giro di vite alle giurisdizioni segrete. “ Questo è un nuovo mondo caratterizzato da maggior trasparenza e cooperazione”… ha affermato il responsabile delle politiche fiscali dell’Ocse Owens e addirittura prima di uscire dalla scena il presidente francese Sarkozy disse che i paradisi fiscali e il segreto bancario sono finiti. Molti gli hanno creduto. Ebbene gli stati membri dell’Ocse, in particolare la Gran Bretagna e gli Stati uniti e diversi grandi paradisi fiscali europei sono i custodi del sistema offshore che continua a trattare grossi volumi di capitali illeciti.
Più della metà del commercio mondiale passa attraverso i paradisi fiscali. Oltre la metà di tutti gli attivi bancari e un terzo dell’investimento diretto estero effettuato dalle imprese multinazionali vengono dirottati offshore. Circa l’85% delle emissioni bancarie e obbligazionarie internazionali si svolge nel cosiddetto euromercato, una zona offshore extraterritoriale. Nel 2010 il FMI ha stimato che i soli bilanci dei piccoli centri finanziari insulari ammontavano complessivamente a 18.000 miliardi di dollari, una somma equivalente a circa un terzo del PIL mondiale; e questa si è detto era probabilmente una stima per difetto… L’80% delle maggiori imprese statunitensi possedeva società controllate nei paradisi fiscali. In ciascun paese europeo che si avvaleva di controllate offshore l’utente di maggiore dimensioni era di gran lunga una banca. The Devil, soprannominato così dalle società sulle quali indagava, terminò il suo sigaro, ci fece un grosso sorriso e dopo averci stretto la mano si ritirò nella sua abitazione.
A questo punto della storia e In questo mondo, dove continuo ad affermare che nulla è come sembra, come direbbe una mia amica newyorchese: light your fireplace and get cozy, have your wine and fine tobacco…

“Razzismo di Stato fra uomini ombra” di Carmelo Musumeci

Perchè Marino Occhpinti, componente della Banda della Uno Bianca, condannato all’ergastolo, dopo 20 anni è in semilibertà, mentre altri 1.200 ergastolani moriranno in carcere perchè ostativiai benefici penitenziari?

Questo si chiede il nostro Carmelo Musumeci in questo articolo e ovviamenteIl problema non è che Occhipinti vada in semilibertà (che poi la parola inganna, sembra chissà che libertà, invece si esce dal carcere per lavorare e ritornarci la sera) ma che altri ergastolani non ci possano andare!! Anche i morti amazzati sono di serie A o di serie B???

Razzismo di Stato fra uomini ombra

– Semilibertà Marino Occhipinti, uno dei componenti della Banda della  Uno Bianca condannato all’ergastolo, ha ottenuto la semilibertà dal Tribunale di sorveglianza di Venezia. (…). Occhipinti, ex poliziotto della squadra mobile di Bologna, è in carcere a Padova dal 1994 ed ha già usufruito di un permesso nel 2010.

– Uno Bianca, Occhipinti  dopo la semilibertà già al lavoro in una cooperativa sociale.

 (Fonti : “Il Manifesto” e “Il Fatto Quotidiano”)

Sebbene gli ergastolani ostativi siano sempre contenti quando un ergastolano non ostativo riesce a uscire, non capiscono perché, per Legge,  ci siano ergastolani “buoni”, che hanno la speranza un giorno di potere uscire, ed ergastolani “cattivi”,  condannati a essere colpevoli per sempre e a morire in carcere.

La vendetta della società, la Legge, il Diritto, la Giustizia, il fine rieducativo dell’articolo 27 della Costituzione, tutto dovrebbe valere per tutti, sia per Occhipinti sia per (…).

(…) è stato arrestato nel 1991, all’età di diciannove anni,  (…) quando è stato condannato alla pena dell’ergastolo pensava che non era ancora morto, perché avrebbe potuto uscire dopo 20, 30, 40, 50, addirittura dopo 100 anni di carcere, in permesso, in semilibertà e in condizionale. (…) col suo quarantesimo compleanno ha passato  più anni in carcere che fuori.

(…) ha sempre creduto a quello che sentiva alla televisione e pensava che quello che leggeva sui giornali fosse vero.

(…) ha sempre creduto a quello che dicevano i politici: La pena dell’ergastolo in realtà non esiste perché si può uscire in permesso premio, in semilibertà e in condizionale. (…) è stato un ingenuo: per vent’anni ha creduto che un giorno sarebbe uscito.

(…) dopo vent’anni di carcere è stato condannato un’altra volta, questa volta senza speranza. L’altro giorno ha ricevuto di nuovo la risposta del magistrato di sorveglianza che non potrà mai uscire, né ora né mai: Considerando che i delitti sono stati commessi al fine di agevolare l’associazione criminosa di appartenenza, e pertanto ostativi alla concessione dei benefici, dichiara inammissibile la richiesta di permesso. (…)ora sa che sarà sempre e per sempre colpevole. Chiedere questo tipo di giustizia è orribile: è più comprensibile chiedere la vendetta di una pena di morte. Io penso che (…) a  diciotto anni è stato meno pericoloso di un politico corrotto, o di un banchiere che fa i prestiti da strozzino, o di molti imprenditori colpevoli di tanti omicidi bianchi.

Io credo che a (…) va data una possibilità, una sola, ma gli va data. (…) è di fronte alla mia cella, ha il blindato e il cuore chiuso perché non ha più speranza. Sa che se non collaborerà con la giustizia, se al suo posto non ci metterà un altro non uscirà più dal carcere. (…) non ha più sogni, li ha finiti tutti. Ora non potrà più sognare, né quando dormirà, né quando sarà sveglio. (…) ora non ha più dubbi, dopo la risposta del magistrato di sorveglianza, ha la certezza che morirà in carcere.

Nessuno merita una pena che non finirà mai, perché tutte le cose hanno diritto di iniziare e di finire. (…) sa che alla fine la morte è più umana degli uomini e per farlo uscire dal carcere se lo porterà via.

In carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo molti uomini ombra sono contenti che i “buoni” non  perdonino:  in questo modo si sentono meno astiosi di loro.

 

Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia. (William Shakespeare).

 

Carmelo Musumeci  

Carcere Spoleto, febbraio 2012

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I bambini quando vengono al mondo sono tutti uguali…

Quello che inserisco oggi è una lettera di Salvatore Ercolano, ergastolano di Spoleto. Salvatore ce l’aveva spedita molti mesi fa, il 26 maggio 2010 per la precisione,  ma non ce l’ho fatta ad inserirla prima…faceva troppo male…perchè, prima che arrivasse a noi questa sua lettera, era arrivata la notizia del rigetto della sua richiesta in  Tribunale e come ha scritto Salvatore: “DOPO 30 ANNI DI CARCERE  UN ESITO NEGATIVO E’ UGUALE  ALLA  PENA DI MORTE”.  Salvatore ci aveva  chiesto di mettere questa sua foto con la barca che lui stesso ha costruito con infinita pazienza e dedizione. Guardate bene questa foto, questo ERA Salvatore: perchè oggi lui non è più così, è un uomo più vecchio e più stanco… Salvatore non chiedeva la luna: chiedeva di andare a lavorare gratis in una cooperativa sociale per essere d’aiuto a chi ne ha bisogno, e la sera sarebbe dovuto tornare in carcere. Dopo 30 anni di carcere chiedeva solo di poter dare un senso alle sue giornate, di fare qualcosa di buono per gli altri . Ma Salvatore è un ergastolano ostativo, non ha scampo… e ha un cognome “importante”,  ed è nato nel posto sbagliato, non c’è speranza per lui… Salvatore è uno che all’udienza in questione ha  dichiarato: “Rinnego tutto il mio passato e ciò che di male ho fatto”. Non è bastato, ai nostri legislatori questo non basta: non sappiamo che farcene del pentimento vero, noi vogliamo i “pentiti”, quelli che parlano, non quelli che vogliono cambiare vita… Ma che avrà mai da dire Salvatore  dopo 30 anni di carcere????? Loro una cosa l’hanno detta a lui: NO

Vi lascio alla lettera, integra nella sua semplicità,  che Salvatore aveva scritto nell’attesa del risultato dell’udienza di richiesta di semilibertà:  

 Mi chiamo Salvatore Ercolano, sono un ergastolano e sono detenuto dal lontano 1985.

Sto scrivendo questa lettera che ho promesso a Nadia e Giuseppe, che sono due persone straordinarie. Gli ultimi 13 anni li ho passati nella casa di reclusione di Spoleto (PG) dove tutto sommato diciamo che si vive meglio che in altri carcere, ma è sempre un carcere. Oggi mi sono venuti a trovare Giuseppe e Nadia che fanno parte dell’Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, che io conosco da molti anni, e da quando ho  conosciuto loro non solo è cambiata la mia esistenza, ma mi hanno dato lezione di vita: mi hanno insegnato che si può vivere nella speranza e nel perdono, nell’amore al prossimo.

Con l’aiuto di Nadia e Giuseppe, dopo aver passato 30 dei miei 60 anni di vita in carcere, ho presentato al Tribunale di Sorveglianza,  lo scorso 13 maggio, la richiesta per la cosidetta semilibertà, che per me consisterebbe di andare a fare volontariato in una comunità in Toscana (di giorno, mentre di notte tornerei in carcere) . E’ da tredici giorni che viviamo nell’ansia. Non so spiegare la mia ansia e la mia preoccupazione: dopo 30 anni di carcere un esito neativo da parte del Tribunale di Sorveglianza è uguale alla pena di morte.

Io sono ormai una persona anziana, ho sofferto molto in questa lunghissima carcerazione e in questa possibilità, se mi viene concessa, non solo non trasgredirei mai, ma sarebbe un bene per i miei figli e per la società, perchè  potrei dimostrare il mio riscatto.

Io ho promesso a Nadia e Giuseppe che se questo evento sarà positivo faremo un libro sulla mia vita, soprattutto sulla mia infanzia. Perchè i bambini quando vengono al mondo sono tutti uguali.

Con affetto e stima vi invio tanti baci, vostro Salvatore. Spoleto, 26 maggio 2010   

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