Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Venti leggeri.. scritti e disegni di Giovanni Leone

E’ difficile descrivere Giovanni Leone.. detto Nuvola.. detenuto a Voghera.

Cӏ tantissimo di lui in questo Blog. Soprattutto, tanti dsei suoi disegni, che hanno uno stile potreste riconoscere sempre, anche in mezzo a mille altri disegni.

Difficile descrivere Giovanni, è uno di quei personaggi talmente improbabili, che stenti a credere possano esistere.

Un cuore bambino, non infantile, bambino.. gravido di profonda innocenza, così tanta da fare piovere innocenza, da farla trasudare in ogni tratto dei suoi disegni. Sembrano fatti alla bell’è meglio, con tratti apparentemente rozzi, ma è in realtà è l’anima che prende lo scalpellino per estrarre altra anima dall’anima.

E le sue parole.. a volte comprensibili. Altre volte più confuse. Ma puoi sentirle sempre, puoi “capirle” sempre, anche quando ti sembra di non capirle, perché né afferri il senso profondo, anche quando ti sembra di non capirne il significato immediato.

C’è un Bambino nel carcere di Voghera, che allo stesso tempo è un antico Saggio, uno capace di dire cose come..

“Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.”

Giovanni Saggio-Bambino.. ha quella libertà del Cuore, che lo porta struggersi per le sofferenze altrui e a desiderare la tua felicità, di Te, che stai lì fuori. Cerca di trovare il tempo e la forza per dirti qualche cosa che possa darti forza e speranza, come quando dice.. 

“Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.”

Vi lascio ad altri due dei suoi intensi disegni; ognuno dei quali l’ho fatto precedere dalle parole -di Giovanni- che l’accompagnavano.

Ancora prima, ho inserito una sua breve riflessione sulla persona… “superficiale”.

Vi lascio a Giovanni Leone, allora.. detto Nuvola..

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IL SUPERFICIALE

Il superficiale è quell’essere che non approfondisce mai. Perché si sposa con l’ignoranza. E’ stupido. Perché ormai  non sa più distinguere il male dal bene e si crea delle regole personali. Mentre il saggio pensa quello che c’è da fare e non quello che ha fatto. Poiché ogni essere è nato per crescere e non per morire

I MIEI GIORNI ESTIVI

Un sole cocente batteva nella parete della cella dove mi hanno ubicato, la finestra chiusa e un grave malore mi insozzava il corpo. 

Sognavo montagne dove  i meandri mi conducevano nella cascata, e il vapore acqueo si espandeva e respiravo l’ossigeno nella atmosfera.

Come se fosse una purificazione dell’anima. Ma l’esistenza reale del carcere è crudele. Mi sento come tenuto in ostaggio. Perché le leggi sono mortifere?…

Sono ricordi..

Sono ricordi che  riaffiorano da quella scogliera dove affioravano le onde come il peso di una rondine di mare…

Era deserta, sotto quella luna con una luce tutta particolare che ti destava come vera incarnazione della bellezza della natura.

Un luogo ove la pace era di una dolcezza smisurata, come a ritrovarsi sotto l’effetto di un sonnifero, perché ho sentito il cuore battere come i martelletti di un vibrafono. Fu allora che mi sono concesso al mare con tutto me stesso. Anche se non avevo mai visto, prima di quella sera, i raggi luminosi della luna specchiarsi nell’acqua, insieme alla mia ombra. Fuori dall’acqua il mio corpo ancora gocciolava. Sono uscite dalla mia bocca parole per la madre natura che non avevo mai pronunciato prima… “Erano soltanto parole di rispetto.

Mi sono ripetuto la mattina dopo, cercando  di convincermi di essere semplicemente nel bel mezzo di una piacevole solitaria avventura estiva.

Perché il risveglio è stato ancora più travolgente, in quell’acqua chiara in cui mi sono tuffato, e non so spiegare quale onda mi abbia travolto. Era una semplice mareggiata che mi trascinava sulla schiuma illuminata del sole, rotolandomi nella più grande meraviglia che si potesse immaginare, come una madre che avvolge il suo figliolo nel suo scialle e lo stringe tra le braccia e il cuore…

Lì mi sono perso, in quell’infinito equinozio di dolcezza dove il mio cuore mi ha detto che ero libero.

VENTI LEGGERI

Venti leggeri dell’Africa, araldi nel sole della Sicilia, mare a nuoto, e terra di prelibati frutti, alberi di agrumi sempre con fiori bianchi e profumati frutti succosi, con piante selvagge ma ricche di delizia. Mentre le scogliere si specchiano nel mare. Voi dolci gabbiani ubriachi di baci tuffate il corpo nell’acqua sacra.

Ahimé, dove li potrei trovare i fiori della primavera, dove la luce del sole e della terra  è nell’ombra? Le pareti si ergono mute e fredde, come bandierine di ghiaccio che tintinnano dentro le celle di congelatore. Nessuno ha diritto di umiliare il prossimo, chiunque sia. Poiché nobile è colui che combatte coraggiosamente e con la ragione anche per la sua terra nativa.

Mentre misero è quell’essere che rinnegando la patria, fugge dai fertili campi per vivere nella vergogna dell’elemosina.

Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.

Quando non si è tagliati a rivelare i segreti del tuo cuore, non devi dare la colpa a chi ti lascia, perché le virtù non si comprano in piazza, come il DNA. E le prigioni più oscure del tuo cuore possono fari mancare ugualmente le forze, e non farti sentire fiducia in te stesso. E’ per questo che in fondo al cuore della notte ci consideriamo un po’ falliti. Non che questo ci importi molto. Perché tutti noi, senza eccezione, abbiamo fallito in qualcosa.

Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.

Con il cuore ringrazio tutti.

Dialogo tra un ergastolano e un professore di filosofia- undicesimo scambio

Ecco l’undicesimo scambio di questo dialogo memorabile, che un giorno sarà ricordate. Segnatevi queste mie parole. Un giorno questo dialogo… che in fin dei conti è un unico grande Dialogo e ogni scambio lo illumina ulteriormente.. questo dialogo sarà ricordato. Tra pietismo e impotente avvilimento percorre una strada tutta sua. E Giuseppe Ferraro si spende in esso a piene mani. Come credo a piene mani faccia ogni cosa che si trova a fare. Ogni cosa che ha scelto di fare. Essendo lui un uomo della Scelta. Mi rammento proprio ora una frase di un grande maestro Zen. La condivido con voi..

DONA TUTTO TE STESSO. SOLO COSI’ NON AVRAI MAI RIMPIANTI.

Questo è essere a piene mani.. è vivere a piene mani.. Non tenere da parte il vino per un futuro evento “più degno”. Non giocare al risparmio, non fare i taccagni insomma. Non lesinare. Ma dire tutto quello che l’anima in quel momento ti urla dentro. Senza pensare di dare troppo. Senza mettere i dobloni in cassaforte e usarli per futura merce di scambio. E’ come quei pranzi meridionali in cui l’onore è farti trovare più cibo che puoi. E il cibo migliore.

Alcuni punti fiammeggianti del dialogo.

DISSEQUESTRARE LE PAROLE. La sintesi del professore Ferraro è da manuale, come al solito. Questa frase dice tutto. Ci hanno preso le parole, le hanno trasformate in contenitori vuoti, di plastica  e polestirolo, le hanno riempite di banalità e aria fritta. Sono diventate strumento del Potere contro gli Uomini. E noi lasciamo ad altri parole che ci spettano e dobbiamo Reconquistare (alla spagnola come piace a Ferraro..).. parole come Amore, Bellezza, Disciplina, Responsabilita’, Rispetto, Onore.. e tante altre.. riprendercele oltre la banalità di plastica del consumo o i rituali della ferocia di clan e consorterie. Riprendercele scegliendo noi il loro “vero” senso.

CIASCUNO DI NOI HA UN COMPITO. Anche questa è “carica”.. siamo qui per qualcosa.. vivere con uno scopo.. una missione.. un senso di dedizione profonda..

E poi.. le ultime parole su Carmelo… quando gli dice “Insegni. Trasmetti. Restituisci. Fai sapere. Porti conoscenza…”.. Sì, Carmelo è un apripista.. anche se rinchiuso la sua vita non è persa.. perché nutre altre vite.. perché contribuisce a rendere altre persone migliori.. vi sembra poco?..

Buona lettura…

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Spoleto, 28/10/2009

Caro Giuseppe,

aspetto sempre con gioia le tue lettere e il mio angelo fa i “voli” straordinari per portarmele.

Le tue parole mi fanno bene, mi fanno sentire migliore di quello che sono. Ho fatto colloquio con mia figlia, siamo stati tre ore felici. Sono riuscito a non farla piangere, l’ho vista andare via serena. Lei è convinta che un giorno uscirò. Non le ho detto che chi si affida alla speranza muore disperato. Non le ho detto che la speranza prende sempre a calci il disperato. Le ho detto solo che l’amo. I miei figli sono gli unici sogni che sono riuscito a realizzare. Fin quando potrò donare loro il mio amore avrò un motivo per continuare a scontare la mia pena senza fine. Grazie di avermi scritto “Carmelo tu sei uno che tieni in vita la vita dove la vita è reclusa”. Ricorderò le tue parole quando la vita e la morte lottano fra di loro dentro di me. Ti dono questi versi che ho scritto questa notte. Ti ho nel cuore.

Carmelo

 

Anime perse

Anime maledette

da Dio e dagli uomini

anime cupe

nere come la pece

anime ringhiose

tristi e disperate

anime sfortunate

ammutolite terrorizzate

anime perse

per sempre

anime da ergastolani.

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Carmelo, grazie di avermi fatto partecipe dell’incontro con tua figlia. Anch’io sono arrivato all’ultima parola della tua lettera contento di vederla uscire dalla stanza del colloquio senza piangere. Non è la speranza che le fa’ dire che uscirai. E’ la fiducia in quello che stai facendo e che sei. Non è la speranza. Almeno non nel modo in cui siamo abituati a intendere la parola nell’uso della cultura storica dominante. Bisogna dissequestrare le parole. Anche le parole vengono fatte prigioniere e l’animo le sente e le usa in modo libero, autentico, lasciando il fraintendimento a chi non può, perché non vuole, capire non avendo gli strumenti affettivi. Sperare non è rimettersi a un cieco avvenire. Sperare significa attendere. Gli Spagnoli dicono “espero” e “te espero” per dire “ti aspetto”, “aspetto”. C’è una sapienza antica nelle parole. Chi le ha costruite, inventate, le ha sentite, ed è questa la sapienza, sentire ciò che si dice di sapere e che si sa. Sperare è attendere volgendo lo sguardo a chi ti sta di fronte. E’ sempre il volto di un altro, dell’altro che si ama, che fa luce sul cammino avvenire. Sperare significa guardare avanti, avendo davanti chi, standoti davanti, è anche la persona alla quale ti ispiri, fai riferimento, ti guida. Ti spero. Ti aspetto anch’io. E certo verrai, perché si viene incontro a ciò che si sceglie, a ciò che si elegge come compito. Ciascuno di noi ha un compito proprio che gli viene da altri, da altro, un compito che è impropriamente proprio e per questo è ancora più importante, perché non riguarda solo se stessi. Non fraintendermi. Non sono cattolico. Ho spiegato già che non ho una confessione. Lo ribadisco ancora quando si è veri non c’è niente da confessare, perché la verità è inconfessabile. Non la si può ridurre in una prova o in una certezza. Si può esserne la prova, ma non indicare una prova di certezza. Si può essere vero. Sono felice che tua figlia ti abbia salutato non più come un ergastolano, ma come suo padre, Carmelo, che sta facendo cose importanti in un luogo terribile e tiene in vita la vita dove la vita è reclusa.  Bisogna dissequestrare anche le parole. Smontare le costruzioni che altri ci mettono addosso e compongono reti di gabbie. Le parole sono una presa di posizione, una prospettiva, un modo di vedere e di relazionarsi. Tu hai una grande sensibilità. Non credo che la ha acquisita in questi anni. C’è sempre stata, non avresti potuto acquisirla se non ci fosse stata. Lo sai bene, perché vedi e sai tante cose e di tanti intorno a te. C’è sempre stata. In questi anni puoi averne preso ragione, la consapevolezza. Adesso devi darle ragione. Hai acquisito sapere e conoscenza che la hanno liberata. C’è sempre stata. Anche in quel cucciolo d’uomo che sei stato da ragazzo. Devi darle ragione adesso che ne hai sapere. Devi farla sapere. Stai facendo questo d’importante. Stai costruendo, Carmelo. Stai tessendo un testo, un tessuto di vita. Non invano. Importante. Per tanti. Per questo Paese che vive certo un momento assai difficile del suo progetto sociale e culturale. Per la vita. Ed è più importante. Per la sensibilità che altri possono acquisire guadagnando uno sguardo sullo stato della giustizia che prima mancava. Insegni. Trasmetti. Restituisci. Fai sapere. Porti conoscenza. Non è poco. Una democrazia si misura dallo stato delle sue carceri e delle scuole. E tu stai facendo scuola in carcere.

Ci vedremo presto, Carmelo. A dicembre. Chiederò conferma della data. Già ti abbraccio guardandoti in viso, stringendoti la mano, sperandoti. Come tua figlia ti spera, ti aspetta e tu le stai dando i tempi del suo aspettare nell’intensità dell’attesa, tanto più vicina quanto più le sei vicino come padre, come uomo, vero. Vero, ricorda, lo ripeto sempre, è facile essere cattivo e buono, e si è poi tanto cattivi quanto buoni, e non c’è un buono che non sia cattivo e un cattivo che non sia buono, più difficile è essere vero. Qui le misure sono diverse. Non c’è il metro del bene e del male, c’è il metro del sostenere la vita, del sostenere il bene che si porta e che si sente. E’ più difficile, ma è anche più bello, perché è vero.

Ti abbraccio con affetto e felice di dirti a presto

Giuseppe

 17 novembre 2009

 

 

 

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