Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La seconda volta che piansi… tratto da “Tutta la verità” di Mario Trudu

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Inserisco oggi un altro brano tratto dal libro di Mario Trudu, “Totu sa beridadi- storia di un sequestro- Tutta la verità”.

Mario Trudu, attualmente nel carcere di San Gimignano, è uno dei detenuti da più lungo tempo in carcere, uno dei simboli della barbarie dell’ergastolo ostativo. 

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La seconda e ultima volta che piansi

Il grande fumatore che era affianco alla mia cella venne spostato e al suo posto misero un certo Gianni nativo di Orani, anche lui arrestato nell’ambito dell’Anonima. I detenuti che lo conoscevano dalle finestre gli chiedevano di bussarmi al muro e chiedermi chi ero, e ogni tanto lui bussava ma io non rispondevo a causa della mia diffidenza, finché un giorno persi la pazienza e sbottai: “Ite cazu oles!” (Che cazzo vuoi!). Lui mi rispose che voleva sapere chi ero. “Pagu ti ndhi ‘mportat de xini soe eo” (poco te ne importa di chi sono io) dissi, e da quel giorno non mi chiamò più.

Trascorse più di un mese fra le solite arroganze e privazioni quotidiane. I primi di marzo venne un brigadiere e mi disse di prepararmi che dovevo andare in matricola, mi fecero entrare in una stanza, mi aspettavo di trovare il giudice, invece c’era mia sorella Antonietta.

Non ero preparato a quell’incontro, lo aspettavo da un anno, ma la visita di Antonietta mi colse di sorpresa. Mi venne da piangere, era l’emozione. E’ stata, dopo l’addio alla mia donna, la seconda e ultima volta che ho pianto in carcere. Il carcere mi ha prosciugato, mi ha tolto quell’emozione che è necessaria per sfogare e attutire il dolore che la vita alle volte ci riserva.

Mia sorella resistette e non pianse. Il colloquio lo facemmo alla presenza di un maresciallo e due brigadieri, durò circa un’ora e riuscii a mala pena a chiedere della salute degli altri famigliari. Era come se mi avessero svuotato la testa, non riuscivo a concentrarmi eppure avevo tante di quelle cose da dire e da chiedere che avrei potuto parlare per giorni di fila.

A quel punto mi aspettavo di potere fare il colloquio ogni settimana, ma prima di avere un nuovo colloquio passarono due mesi. Non avevo ancora una volta messo in conto la malvagità di Lombardini, ma non aveva capito che non avrei mai ceduto ai suoi vili ricatti. Ero innocente e non avevo niente da dirgli.

Il 2 aprile venne nuovamente Lombardini con il mio avvocato e mi chiese se avevo niente da dire sul secondo mandato di cattura che mi era stato consegnato con l’accusa di duplice omicidio, gli risposi di no e chiesi nuovamente il confronto con il mio accusatore. Per l’ennesima volta mi disse no e a quel punto finì l’interrogatorio che era durato non più di cinque minuti. Era la terza volta che Lombardini m’interrogava e fu anche l’ultima. Non lo rividi più e non lo rimpiansi.

Il 24 aprile si costituì il latitante Piero Piras, mio paesano e coimputato. Mi meravigliai, non era mai successo che un latitante imputato di reati così gravi si arrendesse alla legge, forse era convinto di poter dimostrare la sua innocenza ma non era il momento giusto, i testimoni a difesa non venivano ascoltati, in quegli anni contava soltanto l’accusa e venne condannato come tutti noi.

Dopo oltre un anno di isolamento totale, il giudice consentì il secondo colloquio e da allora li feci regolarmente ogni settimana.

Negli ultimi mesi di isolamento alle volte davanti al cubicolo dove andavo all’aria passavano altri detenuti che rientravano dall’aria per tornare in cella e ogni volta mi salutavano, ma io non conoscendoli non rispondevo. Alla fine si erano stancati di salutarmi senza ricevere risposta e un giorno uno di loro mi disse: “A da caccas sa maledda”. Io mi aggrappai al cancello e risposi con parole offensive, sono certo che in quel momento sembravo un pazzo, e quello mi disse ridendo: “tandhu jai dha portas sa limba” (allora ce l’hai la lingua) e passarono oltre.

Quando fui tolto dall’isolamento incontrai quel gruppetto di persone. Andrea di Orune, Gesuino di Mamoiada e Pasquale di Orgosolo. Spiegai loro perché non rispondevo al saluto, da allora diventammo amici e all’aria abbiamo passato dei momenti di allegria ricordando quest’episodio.

Da una lettera di Tito Tammaro

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Voglio condividere con i lettori del Blog, un estratto, davvero molto intenso, tratto da una recente lettera di Tito Tammaro, detenuto a San Gimignano.

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“Ti prego dai un bacio alla vita per me. Anche se purtroppo ho perso l’entusiasmo di viverla. Ma l’ho amata e continuerò a farlo, perché so quanto è stata meravigliosa con le emozioni che ha saputo regalarmi nei pochi anni che l’ho vissuta. 

Quindi la rispetto e resto ossequioso al suo cospetto”.

Opere di Tito Tammaro

Oggi pubblico le riproduzioni di due opere di Tito Tammaro, detenuto a San Gimignano.

La prima è una riproduzione di Totò. Si tratta di un olio su cartoncino telato che Tito ha presentato a una mostra tenutasi nel Museo Nazionale del Ducato di Spoleto. L’opera è stata esposta, insieme ad altri suoi nove dipinti, per tre giorni. Tito avrebbe desiderato tanto potere essere presente alla mostra; ma questa possibilità non gli è stata concessa.

La seconda riproduzione raffigura un’opera che Tito ha realizzato nel 2012. Si tratta di un olio su tela 50 x 60. La ragazza raffigurata è una nipote di Tito.

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Al mio amore… di Tito Tammaro

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Una bellissima lettera che Tito Tammaro, detenuto a San Gimignano, ha scritto per la persona amata.

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Amore mio,

curo ogni particolare con la massima diligenza, le intenzioni e le emozioni che mi indirizzano al tuo cuore. Il temperamento tuo è una virtù che non ostenta meriti, conosce il tono e lo stile della gentilezza, riconoscendo e accettando l’autorevolezza dei propri limiti. Il tuo modo d’amare così sottile, ha un vincolo morale che riguarda una totalità di cose, che una sola interpretazione, quella dell’amore.

Questa tua consuetudine provoca vantaggi e benefici al nostro sentimento, poiché contribuisce efficacemente alla sua stabilità, capace di soddisfare  il nostro umano bisogno affettuoso. Ti rincorre questo mio cercarti, silenziosamente, come una intensità di emozioni, per soddisfare le proprie necessità vitali, e per rigenerarsi e migliorarsi nei propri propositi.

E’ così dunque che riesco a modificare le mie insicurezze mutando le mie espressioni, quando, investito dalla quantità del tuo calore, produco sensazioni che mi esortano, nel sapermi amato con lo stesso entusiasmo. Il pensiero per te, mi comporta uno stato d’animo di intensa allegria, di letizia e di assoluto piacere.

Ogni tua azione riflette sui miei stimoli che rinnovano il mio interesse per te. La tua luce risiede nell’animo mio, non ha impedimenti e la sua forza dominante sottopone il mio amore al suo potere. Sei una creatura incantevole. La tua armonia… i miei affanni sofferti di questo stato di negatività che mi impedisce di respirare, imponendomi con aggressiva sopraffazione la sua prepotenza ingestibile. E’ dolce cullarsi, quindi, nei miei pensieri per te, poiché il desiderio  è ardente, forte, imponente ed arduo. Sei il principio ispiratore della mia fantasia, e resterai tale nel tempo per lo stesso interesse mio. Riesci a stimolare e spronare con viva partecipazione il mio piacere, quando curo il mio pensiero per te, recandomi piacevoli sollievi che alleviano la mia solitudine. Sei il sommo grado di ogni mia valutazione, l’eccellenza, l’apice della mia esistenza. Non temo, quindi, la violenta imposizione di questo tempo, che perdura e domina sull’indifferenza della vita e sul nostro amore, incurante di un sentimento così autentico.

Ed ecco ancora una volta la tua luce e la tua divina mano stesa su di me, che genera manifestazioni di beatitudine, scacciando via il demone del male e la sua autorevolezza, tenendo viva la speranza che anima e rende vivace ancora ogni desiderio, donando forza e vitalità a questo stato di cose che è sotto il dominio di una volontà ostinata e malefica dell’ingiustizia e dell’infamia umana.

Rendi perciò ancora vivo l’animo mio e la sua espressività, che è rapito completamente dall’estremo limite  della spossatezza di questi anni, che hanno conosciuto  il senso assoluto della loro inutilità, del dolore e dell’angoscia lontano da te, da questo sconfinato amore.

Volgo la mente quindi  alla tua attenzione, cercando quindi di deprecare così lo sdegno  e la grande irritazione di questa violenta furia, di questa odissea che sembra  non volere conoscere il suo limite.

Scusa il panico di questa irrequietezza, ma ti dico pure che nulla è per sempre e che sei la forza di ogni mia afflizione.

Quanto amo la tua vita, amore mio. E’ un susseguirsi di verità indiscutibili per la natura sincera del tuo essere genuina e passionale. Questa infatuazione amorosa per te, questo fenomeno che ha investito in estrose maniere la composizione delle mie cellule, ha una capacità di trasporto nei confronti del cuore mio in tutto, a cui è negato imporsi. E’ una imposizione la tua a cui non posso esimermi. E’ un temperamento che non ho. Con te perdo l’adattamento delle mie esigenze individuali, e quindi mi adatto a questa condiscendenza, a questo tuo prodigio che rende unica ogni cosa, perché riesce a conquistarmi con manifestazioni di innocenza, che condizionano il mio animo ad una contemplazione di assoluta felicità.

Sei il riferimento fondamentale di ogni mia insicurezza. Una totalità di energia che mette in moto una incredibile forza e una quantità di attrazioni incontenibili.

Grazie, quindi, per la tua umana comprensione alle mie irreprensibilità, e grazie ancora per tutte le volte che con forza e accortezza riesci a ridonarmi il vivo sentimento del tuo cuore. Accolgo e accetto quello che mi offri, poiché riesci a rinvigorire i miei sensi, persuadendo i miei istinti con quelle emozioni che solo con te vivo. Ti riconosco, quindi, il merito della divinità, perché sei una meravigliosa donna. La mia donna!

Buon San Valentino.

Il mio pensiero per te oggi mi va di condividerlo con il mondo, perché tutti sappiano quanto amo il tuo essere.

Ti amo Rosa

Tito

 

Il ghiro… di Antonio Russo

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La nostra Grazia ci ha inviato questo testo, reale, ma con un’anima fiabesca, scritto da Antonio Russo, detenuto a San Gimignano.

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Una notte con il ghiro

Ho le palpebre appesantite dalla stanchezza, un’ultima pennellata al quadro e vado a dormire, ma un pensiero mi attanaglia la mente e a stento prendo sonno.

E’ il 22 agosto 2011 e ho vissuto un’esperienza che, considerato il contesto in cui si è verificata, ha reso questa data memorabile.

Quello che sto per raccontarvi è avvenuto dove, tutt’oggi, sono ancora recluso: il carcere di Volterra. Una notte mentre dormivo, nella mia cella singola ho avvertito una strana sensazione: sembrava come se qualcosa mi stesse camminando sul corpo, o come se una mano mi toccasse e non mi rendevo conto se stavo sognando o se era realtà. A un certo punto mi sono svegliato e subito ho cercato di realizzare cosa fosse successo. Sicuramente non potevo incolpare un compagno di avermi toccato, l’essere solo in cella escludeva questa possibilità; l’incredulità e l’incertezza mi impedirono di riprendere sonno. Rimasi nel letto ma ero molto turbato. Volevo assolutamente capire cosa mi era capitato; guardai l’orologio: erano le 3,00, cercai di riaddormentarmi coprendomi il viso come di solito uso fare. Dopo una ventina di minuti ho sentito un rumore e visto che mi trovavo in uno stato di dormiveglia mi sono detto: no, stavolta non sto sognando, qui qualcosa non va. Dal letto guardavo tutta la cella quando il mio sguardo si volse verso una tenda che funge da divisore con il piccolo bagno.

Mi sembrava che la tenda si muovesse, ma essendo buio non ne ero sicuro; il rumore aumentava e, trascorsi pochi secondi, vidi una cosa che volò dalla tenda e finì su un piccolo marmo vicino al lavandino, il volo si arrestò su una fruttiera che vi era appoggiata. Era buio, ma qualcosa si riusciva ad intravedere, perché un piccolo spiraglio di luce filtrava dal corridoio della sezione, quindi era vero che avevo visto volare qualcosa. I miei occhi erano fissi sul marmo per capire cosa fosse, anche perché dopo quel volo si era fatto un silenzio tombale. Dopo un po’, con quel filo di luce che penetrava dal corridoio, riuscii a vedere una testolina che usciva dalla fruttiera, ma non mi rendevo conto di cosa potesse trattarsi. Mi dava l’impressione di essere uno scoiattolo, ma nello stesso tempo mi chiedevo: come è possibile che uno scoiattolo possa essere entrato in una cella tutta chiusa? La cella e la finestra, oltre alle sbarre, hanno anche una rete di ferro dove a malapena ci passa una zanzara. Nella mia testa c’era tanta confusione, almeno fino a quando questo animaletto, uscito per intero dalla fruttiera, tra mele e arance, cominciò a fissarmi, e io fissavo lui, e tutto questo durò una manciata di secondi. A quel punto mi sono alzato dal letto e ho acceso la luce, ma sarebbe stato meglio se non mi fossi alzato perché appena fatti due passi lo scoiattolo si spaventò e iniziò a saltellare sulle pareti, sulle mensole e sugli stipetti di legno, e fece molto rumore. Confesso che tra il sonno interrotto e la vista di quell’animale che saltellava per tutta la cella, mi sentivo un po’ frastornato. Tuttavia mi armai con un bastone di legno, anche perché non ero in grado di stabilire se l’animale che si trovava al mio cospetto fosse velenoso o meno, e quindi temevo per la mia incolumità. Superfluo aggiungere che nella confusione generale i rumori aumentavano a dismisura. Nella cella di fianco alla mia c’era quella di mio fratello il quale bussò alla parete e sottovoce mi disse: Antonio, ma cosa stai facendo a quest’ora di notte, non vorrai svegliare tutta la sezione?

Risposi che avevo uno scoiattolo in cella, al che lui ribadì che non era possibile e mi invitò a tornare a letto dato che lo scoiattolo sicuramente me l’ero sognato. Era ovvio che nessuno ci credesse, ma era la verità. Dopo pochi minuti arrivò l’agente che avevo chiamato, il quale mi chiese che cosa potevo mai volere alle tre di notte. Quando gli dissi dello scoiattolo in cella, lui stupito di quanto asserivo, mi rispose: “Ma non è che avete sognato o avete avuto un incubo?”

“Indubbiamente la sua meraviglia era dovuta alla consapevolezza che essendo la porta della cella chiusa e blindata era praticamente impossibile accedere in essa; da dove sarebbe potuto entrare uno scoiattolo? Ricevuta una risposta negativa anche l’addetto alla sorveglianza aveva ritenuto che io avessi potuto sognare. Per evitare di essere considerato un visionario, cominciai con insistenza a battere forte sotto il letto, finché di colpo lo scoiattolo uscì fuori e saltò sulla tavola. Alla vista dello scoiattolo l’agente sobbalzò, chiuse lo spioncino del blindato, e si avviò nel corridoio per andare ad avvisare la sorveglianza. E mentre procedeva, forse perché stupito da quanto aveva visto, urlava dicendo: “E’ un ghiro, è un ghiro”. A distanza di poco tempo l’agente ritornò e mi disse che aveva riferito alla sorveglianza di aver visto l’animale, però si poneva un problema: a quell’ora di notte le chiavi della cella erano custodite nell’ufficio sicurezza, ragion per cui avrei dovuto convivere con il ghiro fino alle 7.30, poiché prima non era possibile intervenire. Iniziò così la mia lotta con il ghiro.

Lui scappava per la cella e io, anche se un po’ mi dispiaceva spaventarlo, volevo prenderlo. Dopo più di due ore di battaglia escogitai uno stratagemma che mi permise di bloccarlo in un angolo; infine mi avvicinai a lui con un secchio in una mano e il coperchio nell’altra. Il ghiro nel tentare la fuga entrò nel secchio che provvidi subito a richiudere; dopodiché appoggiai il secchio sul tavolo e vi posi sopra una cassa d’acqua per non farlo uscire. L’averlo neutralizzato mi tranquillizzò e quindi cercai di recuperare un po’ di sonno in attesa che arrivasse l’ora stabilita. Alle 7.30 si presentò davanti alla mia cella l’agente con un suo superiore in grado e mi chiesero dov’era il ghiro. Risposi loro: è qui nel secchio. Aprirono la cella facendomi uscire con il secchio. Il mio vicino di cella, incuriosito, volle vedere l’animale che aveva provocato tutto quel trambusto. Spostando con cautela il coperchio del secchio glielo feci vedere e lui meravigliato esclamò: “Mamma mia com’è bello, com’è curioso”. Io che indossavo ancora il pigiama ed ero in ciabatte e l’agente ci recammo in fondo al corridoio dove c’era una finestra. Mi accorsi che essa, oltre ad avere le classiche sbarre, era munita di una grata molto stretta, e dissi: “Agente, questo da qui non può uscire!”; infatti nel tentativo di farlo, il ghiro scappò per il corridoio e per rincorrerlo persi una ciabatta e dietro di me c’era l’agente che correva, e correvamo dietro al ghiro che, impaurito, si stava dirigendo verso un ragazzo che era addetto alla pulizia del corridoio. Questo, vedendolo, si impaurì a tal punto che, lasciati per terra tutti gli attrezzi, si lanciò di corsa verso la sua cella.

Dopo un po’ di tempo, malgrado fossimo ostacolati dalla gran confusione che si era creata, siamo riusciti a riprendere il ghiro e a infilarlo nel secchio. Naturalmente, visto l’insuccesso precedente, abbiamo deciso di cambiare sistema, ci siamo recati nel cortile all’aperto e io, dopo essermi accostato a un albero, ho sollevato il coperchio del secchio e come un fulmine il ghiro è salito in cima. Lo seguivo con lo sguardo e a un certo punto i nostri sguardi si sono incrociati, lui mi guardava fisso, come se volesse ringraziarmi per averlo liberato. Quel suo sguardo mi emozionò molto. In quei suoi meravigliosi occhi belli, grandi e luccicanti, dove si rispecchiavano i miei occhi, era espressa tutta la sua tenerezza; nel suo sguardo si leggeva la gioia per aver riacquistato la libertà. Ero molto felice: una parte della sua libertà era stata trasmessa al mio cuore.

Antonio Russo

I giorni dell’isolamento… dal libro di Mario Trudu

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Riporto oggi un altro brano tratto dal libro autobiografico del nostro amico Mario Trudu, in carcere dal 1979 e, da poco, “residente” nella Casa di reclusione di San Gimignano.

Il libro si chiama “Totu sa beridadu – Tutta la verità” e racconta di come la sua vita di pastore saldo fu, a partire dal maggio 1979, sconvolta per sempre.

Nell’estratto che pubblico oggi Mario Trudu rievoca alcuni aspetti della quotidianità carceraria dei primi tempi dell’isolamento -succeduti all’arresto- nel carcere di Cagliari.

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Secondo giorno. Avevo dormito di filata fino all’alba senza che nessuno venisse a disturbarmi, ma, anche se sveglio, rimasi ancora a letto. Non avevo motivo per alzarmi preso. Non dovevo mungere o fare un giro a controllare le mucche. In quel luogo avevo il “servo” per conto mio, mi portavano anche il latte in “camera”!.

Dopo un po’ sentii il blindo aprirsi e, anche quella mattina, fu la guardia a chiedermi se volevo il latte, non il lavorante come nelle altre celle, ma non mi preoccupavo più di tanto. Dicevo a me stesso: “Vedrai che si stufano. Anche per me, prima o poi, sarà come per gli altri”. Ma pensavo che non sarebbe finita tanto presto. Mi ero ricordato dei miei amici e paesani arrestati nel dicembre del 1976, che erano rimasti isolati per sette mesi in quel maledetto carcere. Quei lunghi isolamenti erano normali, facevano parte della “politica” di Lombardini. Non c’era altro giudice che in Sardegna applicasse isolamenti così lunghi.

Iniziava un nuovo giorno e pensavo a cosa avrei escogitato per passare il tempo. Pensavo che sarebbe arrivato il giudice a interrogarmi e mi chiedevo se dovevo o no rispondere alle domande. Si dice che quando una persona è innocente non esistano domande che possano metterla in imbarazzo, ma non è vero, soprattutto nella situazione in cui ero io. Accusato di un reato grave come il sequestro di persona, tenuto in isolamento totale dal giudice Lombardini che al mio paese non a caso aveva fama di essere “il boia” da quanto aveva fatto arrestare il prete, don Foddis, con l’accusa di favoreggiamento nei confronti dei latitanti. Quel pover’uomo dopo cinque o sei mesi di isolamento fu scarcerato, ma morì poco tempo dopo per il dispiacere di essersi visto arrestare e imprigionare senza colpe.

Verso le dieci mi fecero fare i minuti d’aria da solo, nello stesso bugigattolo di cortile del giorno prima. Rientrato sentii sotto la finestra il trambusto dei detenuti che stavano rientrando dall’aria. Una voce non tanto alta disse: “Oh! Mariè” (oh Mario). Io chiesi: “Ser Luisu?” (sei Luigi?).  La risposta fu affermativa. Luigi era un mio paesano, si trovava nel carcere di Cagliari per il processo d’Appello per la strage di Lanusei. Da allora ogni giorno aspettavo che arrivasse quel momento per sentirmi chiamare. Durò per tutto il tempo dell’isolamento e, anche se ci dicevamo una sola parola, mi faceva compagnia e mi dava coraggio.

Quando più tardi mi restituirono la gavetta con il pranzo, vidi che non era la mia, faceva schifo, aveva i lati neri e sudici, era affumicata. Forse il proprietario non aveva il fornellino a gas e usava degli stoppini fatti di giornale per riscaldare il cibo. Rovesciai “il pranzo” nel cesso e ricominciai il lavoro di pulizia della gavetta con pezzuola e calcinaci. Mi vengono alla mente le parole di Voltaire che diceva: <<il lavoro allontana la noia e il bisogno>>, e io posso aggiungere “anche il pensiero delle disgrazie”.

Più tardi andai all’aria, mi fecero fare venti minuti e, una volta in cella, mi accorsi che avevano cambiato le lampadine rotte la sera precedente.

Quando mi mettevo alla finestra sentivo la televisione accesa nelle altre celle. Anche se io non ero uno che l’amava molto, non averla mi metteva ansia. Avrei voluto sentire il telegiornale, sapere come stavano facendo apparire un innocente all’opinione pubblica. Ero all’oscuro di tutto, non potevo neppure comprare i giornali e, a tutto ciò che immaginavo avrebbero detto, non avrei potuto replicare.

Ritornò l’ora di cena, il menù era quello della sera prima: le solite due patate, mezza gavetta d’acqua con due chiazze d’olio, e, come la sera precedente, buttai tutto nel cesso, non lavai nemmeno la gavetta. Mi sarebbe piaciuto potermi addormentare e rimanere giorni e giorni senza svegliarmi.

Sul tardi aprirono il blindo e si affacciò una guardia, salutò e si appoggiò al cancello e mi disse: “Non tidha pighis non sses su solu a esseres tratau aici” (non prendertela, non sei il solo ad essere trattato così).

Gli domandai se ci conoscevamo e mi disse: “No, ho aperto il blindo perché credo che una chiacchierata faccia bene. Ho visto tante di quelle persone isolate che credo di sapere cosa voglia dire rimanere giorni senza parlare con nessuno”. Poi iniziò a parlare dei miei paesani che c’erano stati prima di me. Rimase per circa un’ora, poi, sentendo dei cancelli aprirsi, pensò che fossero dei suoi superiori e se ne andò. 

(….)

Mentre percorrevamo il lungo corridoio che conduceva al braccio sinistro incontrammo un detenuto sorretto da due compagni. Lo stavano accompagnando in infermeria, aveva il ventre squarciato, pensai che avesse litigato con qualcuno e fosse stato accoltellato. Tempo dopo compresi e vidi con i miei occhi quanta gente autolesionista c’è in carcere. La maggior parte si taglia quando beve un bicchiere di vino in più. L’amministrazione non aiutava di certo passando il vino alle sei e mezzo del mattino, molti lo bevevano a digiuno e li mandava subito in tilt.

(..)

Tornai in cella  e trovai i soliti due panini e le due mele sulla tavola, mancava la gavetta, sicuramente l’avevano presa per portarmi il pranzo. Mi guardai intorno, dovevo trovare qualcosa da fare o i secondi sarebbero passati come ore. Presi di nuovo i piatti, le posate e il boccale e misi tutto sul tavolo, scavai un po’ di sabbia dal muro e anche se erano puliti li lavai di nuovo, sfregandoli fino a stancarmi, li risciacquai e li rimisi a posto. Finalmente arrivò la sbobba e, come al solito mi avevano scambiato la gavetta, mi sfogai con la guardia dicendogliene di tutti i colori, quello richiuse il blindo e dopo un po’ lo sentii prendersela con qualcuno, credo che fosse il lavorante, e da quel giorno raramente si sbagliarono. Comunque presi la gavetta, rovesciai il contenuto nel cesso e anche quel giorno pranzai con un panino e una mela.

Quella notte accesero il riscaldamento. Mi svegliai che non potevo respirare, con il corpo bloccato, non potevo muovere un solo muscolo, volevo alzarmi ma non ce la facevo, volevo gridare ma non avevo voce, dalla gola mi usciva un rantolo incomprensibile. Mi ricordai delle parole di Villa Santa che mi diceva che mi sarei impiccato in cella. Mi dicevo: “Vedrai quante risate si farà sapendo che mi hanno trovato in cella morto come un topo”. Credo che siano stati quei pensieri ad avermi dato la forza di buttarmi già dal letto e strisciare fin sotto la finestra. Non so quanto temo ci volle, ma il lavoro più arduo doveva ancora venire. Dovevo arrivare a toccare la finestra e le forze stavano diminuendo, ma feci l’ultimo sforzo riuscendo ad aprirla, e mi lasciai andare per terra a gustare quel poco d’aria che lasciavano filtrare la rete e la bocca di lupo. Da quell’episodio sono passati trent’anni e ancora oggi, se mi capita di addormentarmi con la finestra chiusa, mi sveglio di soprassalto e devo aprirla subito o mi sembra di soffocare.

Il quarto giorno, verso le cinque del mattino, mi svegliai con un dolore lancinante alla mano destra. Mentre dormivo avevo dato un pugno al muro che mi causò un gonfiore e dei lividi che durarono parecchi giorni. Nel sonno avevo visto il mio accusatore e avevo confuso il muro con la sua faccia.

Le giornate stavano diventando un copione, ogni giorno il solito tran tran. A tarda mattinata venne la guardia, aveva in mano un rotolo di carta igienica, ne arrotolò un po’ nella mano, la strappò e me la diede, sorridendo gli dissi: “Quanto tempo deve durare'”. “Per 15 giorni” rispose e richiuse il blindo. Contai di quanti fazzoletti era composta la striscia, erano 59. Bene, pensai, mi spettano quattro pezzi al giorno. Mi ricordai che in tutti quei giorni non ero andato in bagno. Forse era la situazione o il nervoso. Più tardi la stessa guardia mi portò una saponetta e un po’ di detersivo, forse erano 50 grammi e dissi a me stesso: “Oe si intendente bundanthiosos” (oggi si sentono generosi).

(…)

Quando la cosa più bella diventa dolore eterno… di Mario Trudu

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Mario Trudu, detenuto da poco a San Gimignano, è un nostro amico fin dai primi tempi del Blog.

Mario è proprio uno dei simboli della barbarie dell’ergastolo ostativo. In carcere da più di 33 anni, non gli è mai stato dato alcun vero spiraglio di speranza, alcun vero orizzonte di futuro. Mario ha oggi 64 anni, quando potrà conoscere almeno qualche anno di libertà?

Recentemente mi ha inviato il suo libro, il libro in cui racconta la sua verità… si intitola infatti..”Tutta la verità”.

In questo libro Mario parte dall’inizio, da quanto era ancora un pastore sardo.. prima che la vita lo portasse in un vortice da cui non è ancora uscito.

In questo libro c’è un brano in cui lui rammenta la donna che amava, e lo strazio che per lui è stato, una volta arrestato, smettere di risponderle, in modo da favorire un distacco radicale da parte di lei.. “Quando la cosa più bella diventa dolore eterno” è proprio il titolo del paragrafo in cui Mario parla di questo.

In questi spaccati estremi si rivela una generosità e nobiltà dell’animo che deve sempre farci riflettere.

Possiamo conoscere tante persone che non hanno mai avuto neanche una indagine nei loro confronti.. eppure non saprebbero rinunciare a niente neanche verso coloro con cui vivono da anni. E ci sono persone che, magari, hanno fatto cose estreme e deprecabili, atti di sangue, ma.. sono state capaci di un atto di generosità così violento che ti strappa letteralmente il cuore dal petto.

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Ecco ero giunto alla fine della libertà e il giorno del mio arresto si è spento anche il sogno di potermi creare una famiglia con la persona che amavo più di ogni altra cosa, la donna che in quel tempo di lavoro sui monti ogni volta che potevo andavo a trovare. Questo distacco è stato una cosa tremenda, troppo dolorosa anche solo a parlarne, ed è il motivo per il quale in queste pagine non sono riuscito a parlare di lei, e non credo che per la mia compagna la sofferenza sia stata tenue. Sono certo che le è stata per lungo tempo insopportabile, ma sono stato costretto dalla forza dell’ingiustizia a dare uno strappo netto, per evitare che, andando avanti, sarebbe stato ancora più difficile lasciarci. 

Fin dal primo contatto epistolare, anche se è stato difficile trovare le parole meno amare per dirle che era tutto finito, ho cercato di spiegarle meglio che ho potuto la mia intenzione di chiudere la nostra importantissima e bellissima esperienza di una sia pur parziale vita insieme. Una lettera che ho dovuto scrivere dozzine di volte. Non mi riusciva farne una copia senza che fosse inzuppata di lacrime. Ancora oggi, dopo lunghissimi anni, scrivendo, i miei occhi si velano di inquieta tristezza mischiata a lacrime amare, anche pensando a quei figli che non sono mai nati. Ma la tecnologia di oggi è impermeabile all’umidità. Le lacrime non sbiadiscono la scrittura. Il computer nega la mia emozione più vera.

Lei per lungo tempo ha continuato a scrivermi ed io ho continuato nel mio doloroso e ostinato mutismo, credendo di fare la cosa più giusta, finché lei ha ceduto alla mia decisione. Con lei mi sono comportato da spietato dittatore, difficile capire se la nostra rinuncia e il suo enorme sacrificio  siano stati veramente un bene. Io posso solo immaginare quale è stato il suo dramma, ma è andata così. Se potessi tornare indietro non so se avrei dato un taglio così netto. Magari avrei cercato di convincerla gradualmente, che per lei sarebbe stata la cosa migliore da fare. Oggi sento un grande rispettoso voler bene nei suoi confronti.

Per grande rispetto di questa meravigliosa donna non pronuncio nemmeno il suo nome, ma mai nessuno potrà cancellarlo, come pure la sua immagine dentro di me. La ringrazierò per sempre per i ricordi bellissimi che mi ha ha lasciato.

Presone de Santu Gimilianu…. di Mario Trudu

Sangimi

Questa poesia la dobbiamo alla preziosa Francesca De Carolis, che l’ha ricevuta e l’ha trascritta.

E’ stata scritta dal nostro Mario Trudu che l’ha scritta pochi giorni dopo il suo arrivo a San Gimignano.

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Presone de Santu Gimilianu su 10 de mau de su 2014

Meno male o finestra ci sei tu
che dal primo giorno mi allieti la vista,
con quel tuo bel panorama,
con il verde, dei boschi e dei campi,
la vita mi consoli aih! quanto
te ne stai lì a poca distanza,
se allungare il mio braccio potessi
di sessanta metri, ti tocco.
Gli occhi mi ridono in un pianto
è troppo forte la luce ch’emani,
alle narici mi arrivano gli odori
che cuore e cervello mi infiammano,
e quanti doni mi porti all’udito
il vento… o bosco, che fra le tue fronde
si culla e ti canta qualcosa,
ti sussurra pian piano all’orecchio
fai finta di niente, ma guarda
quel vecchio che sta alla finestra
che soffre, ma ti guarda estasiato,
non pensare… o vento, ti ho sentito,
è vero, un po’ sordo lo sono
ma della natura palpiti e rumori
non sfuggono a me, stanne certo,
vi conosco da quando bambino
quante volte mi cullavi giocando,
quante volte sdraiato dormivo
al sole a un masso appoggiato,
avvolto da un sogno fortunoso
salendo le scale del mondo
mi vedevo sul punto più alto
circondato da tanta natura,
mai più quel sogno io ho fatto
aih! tempo maledetto… perché?
ormai tanto tempo d’allora è passato,
oggi di nuovo m’arriva all’orecchio
il forte, e dolce mormorio di te,
sento le rane alla sera gracidare,
e i grilli che fino al mattino
accompagnano i miei sogni turbati,
di giorni quanti canti d’uccelli
che si rincorrono nell’aria festosi
c’è il cuculo a quell’ora ogni mattina,
ed io puntuale alla finestra
a sentire felice, il tuo cantare,
più ti ascolto e più mi piace
di sentirti cinguettare, o vecchio ancora qui?
tutto mi fa compagnia, che sollievo
o natura vivi dentro di me,
anche se tanto di tempo n’è passato,
riconosco tutto non ti ho mai dimenticato.
Quando dalla finestra mi volto a guardare
quanta tristezza che c’è intorno a me,
in una grande sezione son chiuso
destinata soltanto, solo a me,
è grande spaziosa sai quanto
di uomini ce ne stanno altri cento,
è lontano il posto di comando
e i poveracci rinchiusi come me,
non so se son vivo o son morto
ma è tanta la pace che c’è,
la solitudine la stimo assai tanto
ma forse è tanta, anche per me,
abbracciato mi sento di certo
da tanto cemento, e di ferro possente,
è vero, non c’è che non sopporti
sulla terra non esiste più niente
eppur emi dà da pensare… o morte
quando hai perso la grinta dimmi tu?
Mi ricordo quando Zeus ti dette
un compito, per lui assai penoso,
lacrime di fuoco gli scendevano
accendendo dei fuochi sulla terra,
per il suo amato figlio Sarpedone
Re della Licia, che in carcere morì,
Patroclo ucciso l’aveva
Difendendo i compagni suoi, Achei,
per mano d’Apollo, Deifobo e Ettore
pure Patroclo la vita ci lasciò,
Apollo sottrasse il corpo del Re
Che dagli ache tanti oltraggi sopportò,
lo lavò nel fiume Scamandro
e lo vestì di candido lino,
e per volere di Zeus lo consegnò
in mano a te, o morte, e al buio eterno
portatelo, disse, alla sua Corte,
e onorato sia da quel fiero popolo
che ama, e stima il suo Re.
Quanta grinta avevi a quel tempo
In ogni luogo morte semenando,
spietata ti sei sempre mostrata
non risparmiavi né giovani né vecchi,
la grinta, il fuoco, la passione,
non c’era pietà per nessuno,
con tanta oscura e spietata baldanza,
oggi, o morte, ti accendi anche tu,
nelle mani di un misero mortale,
con tutti non ti mostri sempre uguale,
ti comporti come la “giustizia” italiana
lasciando me, da solo ib questo inferno
sulla terra, da uomini infami creato

Mario Trudu

Quattro giorni dopo il mio arrivo

 

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