Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Vergogna nel carcere di Frosinone- lettera di Vincenzo Longobardi

Mortes

Quando ti arriva una lettera come questa, sorge in te una forma di indignazione.

Sono lettere del genere che ti rimettono in contatto sul ventre molle di quella  quotidianità carceraria dove violare un diritto è prassi. In senso più ampio è prassi non trattare da essere umano un essere umano.

Vincenzo Longobardi è detenuto a Frosinone. Soffre di varie problematiche di salute, alcune particolarmente drammatiche. Come il fatto di soffrire di una patologia che non gli consente di vedere con l’occhio sinistro, e gli sta dando problemi anche all’occhio destro; e su questo avrebbe bisogno di un intervento. Oppure i problemi che ha alla spina dorsale; che è un punto molto delicato, dove non si dovrebbero fare passare anni senza fare nulla. E poi, l’imbottimento di psicofarmaci; cosa purtroppo diffusissima nelle carceri. E tanti dolori affrontati solo con antidolorifici

Questi sono gli aspetti più gravi di questa lettera, perché riguardano la concreta situazione di salute di Vincenzo e l’azione omissiva o attivamente dannosa del carcere .

Ma la lettera continua, indicando, se tutto fosse confermato, un mondo plumbeo.

Io non so se il nuovo dentista che viene a lavorare nel carcere sia effettivamente una persona che lavorava nello studio del dirigente sanitario; ovvero non so se nel carcere di certi posti sono distribuiti con la logica dei favoritismi e degli intrallazzi. Se così fosse sarebbe grave. Ma ancora più repellente sarebbe se fosse vero che, citando Vincenzo  “Non cura un dente, fa solo ricette a gogo, firmate dal dirigente fa solo estrazioni se ti va bene per rifare un’altra ricetta alla prossima visita”.

E poi, Vincenzo continua con la descrizione di un triste mondo di quotidiano burocratismo carcerario..

Prima di lasciarvi alla lettera di Vincenzo Longobardi, voglio dire a chiunque legge che ci interesseremo del suo caso di salute. All’ennesima vergogna di una persona lasciata in condizioni estreme –con problemi alla vista, alla spina dorsale ecc- e imbottita di farmaci e psicofarmaci. Segnalaremo la questione e diciamo, fin da ora, che, per quanto accadrà a Vincenzo Longobardi nel futuro –ci sono casi di suicidi o di morti per esplosione di problematiche di salute, in casi come il suo- considereremo responsabile il carcere di Frosinone, chi lo amministra e il personale medico, a partire dal Dirigente Sanitario. Testimonieremo, in ogni sede, che Vincenzo denunciava queste cose. 

Vi lascio alla lettera di Vincenzo Longobardi. 

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Il sottoscritto Longobardi Vincenzo, nato a Napoli il 4 gennaio 1970, attualmente sono detenuto in questo carcere (Frosinone, n.d.r.) dal 05/12/2008. So ed ho vissuto fatti e misfatti che succedono da anni.

[…]

Ho varie patologie ed avrei bisogno di cure di un centro clinico. Ve ne cito alcune. Tali patologie sono tutte scritte nel diario clinico.

Soffro di apnea notturna; ho bisogno di un intervento all’occhio sinistro che non vedo; tale patologia mi sta danneggiando anche quello destro; problema alla colonna vertebrale, 2 3 4 5. dicono da anni che ho bisogno di un intervento. Sono seguito da psicologi, psichiatra che raccontano le solite cose aumentandomi solo di psicofarmaci. In concreto mi stanno rovinando solo di più. Per i dolori che mi comportano le patologie mi somministrano solo iniezioni di anti dolorifici, toradol. Ho problemi anche d’udito.

Veniamo al reparto infermeria.

Il dirigente sanitario, prima di tale mansione, svolgeva da dentista con studio anche all’esterno. Preso il posto di dirigente, viene un bravo dentista figlio di un’infermiera che lavora qui. Questo viene mandato via, non si conoscono le vere ragioni ma le cose si sentono. Chi viene come dentista? Colui che lavorava nello stesso studio del dirigente sanitario (si vociferava tra gli addetti soci). Non cura un dente, fa solo ricette a gogo, firmate dal dirigente fa solo estrazioni se ti va bene per rifare un’altra ricetta alla prossima visita. L’infermeria è come se fosse un mercatino rionale. Nel mentre parli col dirigente nemmeno ti sente perché sta giocando con qualche guardia di altre cose. Basta che ti fa quel sorriso di venditore di mercato che sei forte come un leone, ma tale razza non sta finendo in via di estinzione? Eppure c’è chi li sta proteggendo; a noi detenuti, chi ci protegge? Fogli di cartelle cliniche che scompaiono, altre che trovi nella tua che nemmeno sai. Mi domando e chiedo: chi controlla tutto questo?

Non ti danno copie della propria patologia, anche se c’è l’autorizzazione del magistrato, perché tutto questo? Siamo anche noi esseri umani, anche se abbiamo sbagliato. I medicinali non ci sono, chi è più fortunato riesce a comprarseli, molte volte te le devi far comprare da qualche compagno. C’è qualche dottore che ha bisogno di essere curato perché è in servizio? Forse per la pensione? Gli infermieri, se gli chiedi una bustina di aulin, ti rispondono “domani vai dal dirigente sanitario”. Il dolore ce l’ho stasera, viene domani il sanitario che dirige!

Adesso andiamo alla parte del funzionamento dell’istituto. Se chiedi una posizione giuridica non ripeterlo la seconda volta, molti del personale penitenziario sono arroganti, chi fa il proprio dovere viene chiamato accomosciato. Tutti sono capi, ma il commissario e il direttore sanno queste cose? Se fai un’istanza alla sorveglianza (giudice intendo) le risposte forse te le danno quando sei fuori. No di testa, libero. Questo carcere ha un padiglione nuovo e finito, non va in funzione perché sta sotto inchiesta.

Prego i signori cui sto scrivendo che mettano a conoscenza i radicali, il garante dei detenuti, le procure di competenza, il DAP, i media. Non è possibile, aiutateci.

Il ministero sa tutto questo sta a pochi chilometri da qui!

“Il diritto alla salute è sospeso”… lettera di Umberto Loffredo da Catanzaro

espress

Grazie a Nellino ci è giunta questa lettera di Umberto Loffredo, detenuto a Catanzaro.

Umberto Loffredo è da più di 70 giorni in isolamento.

E’ in isolamento perché ha commesso un qualche reato?

No. E’ in isolamento perché, così gli hanno esplicitamente detto, ” a causa del sovraffollamento il diritto alla salute è sospeso”. Che significa? Allora, chi è in possesso di una certificazione medica che segnala la necessità che, visti i particolari problemi di salute che può avere, il tal detenuto venga collocato in cella singola. Ma, così hanno detto a Loffredo, il sovraffollamento ha fatto, in sostanza, venire meno questo elementare principio di civiltà giuridica. Loffredo -affetto da turbe psichiche-  pur di non finire in cella con altre persone, ha preferito l’isolamento. E sono più di 70 giorni che si trova in isolamento.

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Cari amici del blog

mi chiamo Loffredo Umberto, detenuto nel carcere di Catanzaro. Ho scoperto l’esistenza del blog attraverso l’amico Nellino.

Scrivo per darvi la mia testimonianza sulle condizioni di questo carcere e per raccontarvi quello che mi è accaduto.

Vengo subito al dunque. In data 2 aprile, di mia “spontanea” volontà, venivo ubicato nella sezione isolamento; perdon… “reparto separato”, perché se lo chiamiamo isolamento qualcuno potrebbe obiettare che l’isolamento non esiste più, perché illegale. Le solite barzellette all’italiana, cambiano il numero di targa ma l’automobile resta sempre la stessa.

Come per l’EIV, dopo la batosta della CEDU non esiste più EIV ma ora si chiama AS1. È cambiato il nome, ma nei fatti le censure della CEDU sono rimaste disattese. Non vorrei dilungarmi su tale questione, diciamo brevemente che la CEDU diceva all’Italia che l’EIV, mancando una tutela giurisdizionale era illecito; l’AS1 continua a mancare di una tutela giurisdizionale.

Ritorniamo a noi. Il 2 aprile, “volontariamente” vengo portato all’isolamento perché un ufficiale di P.P. E un appartenente al gruppo dirigenziale, asseriscono che “a causa del sovraffollamento il diritto alla salute è sospeso”.

ABERRANTE!

“Il diritto alla salute sospeso”. Cosa significa? Significa che, per dette ragioni di sovraffollamento, coloro i quali erano in possesso di certificazione medica attestante l’ubicazione in cella singola, dovevano essere allocati in compagnia con altro detenuto. Credo sia superfluo aggiungere altro sul tema, ma… giova precisare che nel mio caso non si tratta di problemi di salute temporanei, fosse stato un braccio rotto, una febbre o altra patologia a tempo, sarebbe stato ugualmente sbagliato, però più comprensibile, meno assurdo. Invece, nel caso specifico, il sottoscritto è affetto da gravi turbe psichiche, le quali non sono come le luci natalizie a intermittenza tali che un giorno si accendono e un altro si spengono. No! A me hanno tagliato la corrente. Certificato da diversi specialisti, tutti attestanti la necessità di ubicazione in cella singola. Ordunque, in presenza di tale prepotenza, per difendere il mio diritto alla salvaguardia di quel poco di salute che resta, ho deciso di andarmene in isolamento, pur di restare in cella da solo.

Suppongo che comunque fosse o dovesse essere una soluzione temporanea, una soluzione di emergenza. Oggi iniziano a sorgere dei dubbi nella mia mente. Oggi è 4 giugno 2014, trascorsi 62 giorni, inizio a pensare che forse stanno iniziando a pensare posso stare in questo reparto? Io credo, voglio credere, che non sia così!

Anche perché, oltre alle motivazioni di cui sopra, l’illegalità del reparto, le condizioni igienico sanitarie precarie, ho dovuto anche sentirmi dire, da una figura che in teoria dovrebbe anche tutelarmi, che “ho visto celle peggiori”. Vi rendete conto? Una cella che se ci mettono un cane vengono denunciati dal WWF e mi dicono che… “celle peggiori”?

Perché è stata in carcere?

Dimentica che sono in queste condizioni perché vittima di un abuso?

Dimentica che le carenze strutturali non possono ricadere sul soggetto posto sotto la loro tutela?

Dimentica che 62 giorni in questo reparto ravvisano sicuramente una violazione dell’art. 3 CEDU in trattamenti inumani e degradanti?

Un reparto dove una persona come me, nelle mie condizioni di salute, può solo aggravarsi, visto che è in compagnia di ogni genere di persona (pazzi che gridano di notte, detenuti per reati per i quali in carcere devono essere protetti – sex offender). E vogliamo parlare della circolare DAP del 2009 sulla disposizione dei detenuti a seconda del circuito di appartenenza? Meglio di no! Meglio di no perché questa è la minore delle illecità commesse.

Questo è il carcere di Catanzaro. Questa è l’Italia, dove si può dire che il diritto alla salute è SOSPESO!

Ora vi saluto, cercherò di tenervi informati sull’evolversi di questa vicenda e grazie per l’attenzione che dedicate a tutti noi.

Umberto.

PS: quando chiedi spiegazioni, pare che nessuno sappia nulla, ma alla fine non si accorgono che qualsiasi cosa accada, la responsabilità ricadrò sempre e solo in capo alla massima autorità dirigente?

Ventuno anni di attesa… di Piero Pavone

Finalmente

Cosa si prova a ritornare a casa dopo ventuno anni?

Cosa vuol dire rivedere il proprio paese dopo ventuno anni? Rivedere il proprio padre e la propria madre, nel proprio contestto originario?

Ecco che vedi la tua vecchia casa.. più piccola di come la ricordavi, immersa nelle vie del tuo paese, più piccolo di come lo ricordavi.

Ecco che ti scappa una lacrima.. al confine tra quella dolcezza così dolorosa.

Piero Pavone -detenuto a Spoleto- ci racconta della prima volta che ha potuto fare ritorno a casa propria.  Ci racconta delle emozioni e dei pensieri che si rincorrono in  un tempo che non ti dà respiro.

Chiunque seppellirebbe i detenuti in carcere, provi, anche per un solo attimo, a immaginare cosa voglia dire non vedere il proprio mondo per ventuno anni.

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Dopo ventuno anni ho fatto ritorno a casa. L’evento non era dei migliori poiché sono stato per una condizione non particolarmente piacevole, ossia per far visita al mio anziano papà che versa in precarie condizioni di salute. Non sono andato da uomo libero. Ero scortato dagli agenti della Polizia Penitenziaria, ma ci sono andato, ci sono tornato… L’entusiasmo, la gioia, le emozioni, le paure sono state davvero tante. Paura di non sapere gestire le emozioni; paure di trovare mio papà in condizioni diverse da quelle che mi avevano descritto; paure da ipocondriaco, ovvero paure che non c’erano e che mentalmente mi creavo, ma alla fine ho affrontato il tutto con la mia solita determinazione, con forza e con la gioia nel cuore, malgrado tutto.

Il mio primo sbigottimento è stato nel vedere, già da sopra il furgone della Polizia Penitenziaria, le vie del mio quartiere. Il tutto, ai miei occhi, era ridimensionato rispetto a come lo ricordavo. Anche l’abitazione dei miei cari, umile e piccola com’è, l’ho percepita ancora più piccola. A qualcuno, a cui ho raccontato ciò, dicendogli ironicamente “… sembra che il mio quartiere, la casa dei miei… siano stati lavati con acqua calda e si siano ristretti”. C’è stata una insegnante  che mi ha dato una spiegazione scientifica a quanto otticamente mi è successo. Non so quanto sia vera. Praticamente mi ha spiegato che una persona, non vedendo qualcosa, in questo caso un luogo, per tanto tempo, andando avanti con l’età, più tempo passa a non vederlo e più piccolo lo troverà quando lo vedrà. Quindi la dimensione del luogo è proporzionale al lasso del tempo trascorso. Sembra una spiegazione plausibile, e dato che non ho riscontro in nessun senso, devo crederci, anche perché questo è.

Anche ai miei genitori li ho trovati fisicamente “ridimensionati”, più piccoli, più gracili e soprattutto più attempati. Forse sono giustamente anziani, ossia adeguatamente attempati per l’età che hanno. Quindi il problema sarà mio: vedendoli molto raramente, in memoria ho sempre la loro figura di quando ero un uomo libero. Tuttavia ringrazio tantissimo Dio che sono ancora figlio, nel senso che non sono orfano di nessuno dei genitori. Mi auguro che questo dolore sia rimandato. Quando accadrà lo sopporterò, ma non voglio soffrirlo, perlomeno non adesso. Lo voglio soffrire il più tardi possibile e da uomo libero. In ogni caso è un incommensurabile dolore, ma vissuto in modo diverso, condiviso, non patito in solitudine.

Grande dimostrazione di affetto e grandi emozioni me li hanno regalati alcune amiche, amici e paesani, aspettandomi in prossimità dell’uscita di casa per darmi un effimero saluto e soprattutto per comprovare il loro sentimento. Li voglio ringraziare pubblicamente. E’ il minimo che possa fare. E oltre al ringraziamento gli voglio dire che mi hanno commosso tantissimo e pertanto li porto nel cuore. E’ stata una cosa inaspettata e perciò ha sortito maggiore effetto, maggiore emozione,e  dunque ho maggiore gratitudine per ognuno di loro. Sempre in merito, voglio dire loro che il mio cuore è grande, a tal punto da contenere tutti quanti; che sappiano che gli voglio davvero bene (in verità i più lo sanno) e che quanto hanno fatto è stato il più bel regalo che potessi ricevere negli ultimi ventuno anni. GRAZIE!

Una emozione indescrivibile, incommensurabile, me l’ha data Giò. Lei è una donna specialissima, che è stata parte integrante della mia vita. Sinteticamente e con molto eufemismo l’ho descritta, ma lei è stata molto di più. Tuttavia la voglio ringrazi ara pubblicamente, pur sapendo che la platealità non le è molto gradita, per esserci stata in quella cerchia di persone care, e soprattutto per essersi distinta per il particolare saluto che è riuscita a darmi. Del resto lei stessa è particolare, oserei dire unica, quindi c’era da aspettarselo. GRAZIE DI VERO CUORE GIO’!

Il mio auspicio è che la cosa si ripeta con due varianti: la prima è che ci vorrei tornare per un lieto evento e la seconda è che il ritorno sia da uomo libero. Non sono utopie, quindi sono cose realizzabili, spero presto.

Amo tantissimo le massime e così mi piace concludere.

La sofferenza può diventare persino un passaggio obbligato per ritrovare gioia nella vita.

Spoleto martedì 27 maggio 2014

Piero Pavone

A Catanzaro i detenuti non vengono curati… di Emilio Quintieri

casa-circondariale-catanzaro-siano

Il nostro Emilio Quintieri, da sempre in prima fila nella tutela dei diritti umani nelle carceri, ha fatto un intervento molto duro e particolareggiato per sottolineare come nel Carcere di Catanzaro, in pratica, il diritto alla salute sarebbe sostanzialmente una sorta di miraggio.

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Sono costretto, ancora una volta, ad intervenire pubblicamente dopo quanto affermato, nel corso di una conferenza stampa tenutasi nei giorni scorsi, dai Dirigenti dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Catanzaro e, nello specifico, dal Dottor Antonio Montuoro, referente della Sanità Penitenziaria Provinciale, secondo il quale ai detenuti ristretti (anche) nella Casa Circondariale di Siano, vengono garantite tutte le cure necessarie sia all’interno che all’esterno della struttura detentiva ricorrendo persino a visite specialistiche di qualità nei diversi ospedali del territorio.

Aldilà dei dati diffusi dall’Azienda Sanitaria Provinciale sulle prestazioni effettuate infra ed extramoenia, la salute in carcere non viene tutelata in maniera adeguata e sufficiente. Ed oltre al caso del detenuto Alessio Ricco, il quale – lo ripeto – ha atteso 165 giorni (circa 5 mesi) prima di veder diagnosticata dallo Specialista Reumatologo la patologia di cui fosse affetto e, quindi, di vedersi somministrata una terapia farmacologia appropriata ed efficace, lo dimostrano le continue lamentele che pervengono al sottoscritto, da parte di tanti cittadini reclusi appartenenti ai Circuiti Penitenziari dell’Alta e della Media Sicurezza e loro familiari, sulle quali stiamo effettuando opportune verifiche prima di assumere le iniziative più appropriate per la tutela di quei diritti inviolabili, come quello alla salute, che lo Stato deve assolutamente garantire.

Tant’è vero che molti di questi detenuti sono costretti ad attuare, anche inutilmente, lo sciopero della fame anche solo per essere convocati dal personale del Servizio Sanitario Penitenziario. E non è il solo Alessio Ricco ad aver intrapreso tale estrema forma di protesta nonviolenta. Proprio in questa settimana mi sono giunte ulteriori segnalazioni di detenuti gravemente ammalati e sottoposti a tortura e cioè ad un trattamento carcerario illegale poiché le condizioni in cui sono costretti ad espiare la pena li obbligano a soffrire un disagio o a sopportare una prova d’intensità superiore all’inevitabile livello di sofferenza, sottinteso nella detenzione.

Mi riferisco, in particolare modo, ai detenuti Domenico Tortora e Roberto Giaquinta, entrambi appartenenti al regime differenziato dell’Alta Sicurezza (AS3), i quali attendono, ormai da diversi mesi, di essere sottoposti ad interventi diagnostici specialistici anche di tipo chirurgico per le loro problematiche di salute. Quanto al Tortora, detenuto da 12 anni ed il quale tra 10 mesi tornerà in libertà per fine pena, evidenzio che allo stesso, da ottobre 2013 sono stati somministrati solo degli antidolorifici poiché la sua problematica (dolori all’anca destra) era stata “sottovalutata”. Rivelatasi inefficace la cura, dopo le sue rimostranze, nel mese di gennaio 2014 è stato sottoposto ad una tac che ha rivelato l’assenza di cartilagine all’anca destra ed i Sanitari gli hanno prospettato l’urgenza di praticare un intervento chirurgico per applicargli una placca in metallo per risolvere la situazione. Mi risulta che, nello scorso mese, i suoi congiunti abbiano interpellato sia il Magistrato di Sorveglianza che il Direttore dell’Istituto senza ottenere alcuna risposta. In ogni caso, la “lettera” è servita per fargli dare, in un primo momento, le stampelle e, successivamente, la sedia a rotelle per impossibilità di deambulare. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, il suddetto detenuto, per evitare ulteriori complicazioni e permettergli di spostarsi agevolmente con la carrozzella, è stato sistemato a piano terra poiché si trovava nei piani superiori. Quanto al Giaquinta, faccio presente, che dal 10 marzo u.s. ad oggi sta effettuando lo sciopero della fame per ottenere di essere sottoposto ad una risonanza magnetica ed eventualmente ad un intervento chirurgico. Infatti, il predetto, nel 2005, subì un intervento chirurgico alla base del collo e precisamente alla colonna cervicale e gli vennero applicate una placca e delle viti in titanio fra le vertebre C5 e C7. Da diversi mesi avverte dei dolori al collo e dopo aver effettuato una tac gli è stato detto che, con molta probabilità, le viti si sono rotte e che per tale motivo bisogna effettuare ulteriori accertamenti (risonanza magnetica) ed in caso affermativo praticare un intervento chirurgico perché c’è il rischio che potrebbe restare paralizzato.

Queste non sono “polemiche” bensì fatti precisi e circostanziati sui quali, nei prossimi giorni, dopo aver acquisito ulteriori informazioni, solleciterò la presentazione di una Interrogazione Parlamentare ai Ministri della Giustizia e della Salute e l’effettuazione di una ennesima visita ispettiva per accertare personalmente le condizioni di detenzione degli stessi.

La “malasanità carceraria” oltre al sovraffollamento, alle deprecabili condizioni igienico sanitarie ed alla insufficienza di sostegno psicologico, è uno dei principali problemi delle nostre Patrie Galere. Invero, sono particolarmente allarmanti, i numeri dei detenuti morti per suicidio (60%) o per malattia (25%) mentre si trovavano in custodia allo Stato (senza far riferimento a quelle migliaia di “casi da accertare”). Dal 2000 ad oggi sono decedute 2.274 persone detenute e ben 812 di queste si sono tolte la vita. In questi primi mesi del 2014 siamo già a 35 morti e 11 suicidi. Sono tanti i detenuti che ogni anno muoiono per “cause naturali” nelle carceri italiane, anche in quelle calabresi. E raramente i giornali ne danno notizia. Spesso la causa del decesso è l’infarto, evento difficilmente prevedibile. Altre volte sono le complicazioni di un malanno trascurato o curato male. Altre volte ancora la morte arriva al termine di un lungo deperimento, dovuto a malattie croniche o, addirittura, a scioperi della fame e della sete. E purtroppo, nota dolente, va detto che l’Autorità Giudiziaria competente applica in maniera molto disomogenea le norme sul differimento o la sospensione della pena o sulla concessione di misure alternative alla detenzione inframuraria per le persone gravemente ammalate. Sempre più frequentemente la “scarcerazione” viene negata con la scusante della “pericolosità sociale” nonostante quei detenuti siano del tutto innocui perché profondamente debilitati dalla malattia.

In buona sostanza, vi è un generale azzeramento della dignità e del rispetto dei diritti umani e civili che lede l’integrità psico-fisica delle persone detenute in Italia. E tutto questo ha trovato conferma nelle sentenze emesse contro l’Italia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo che qualifica il trattamento riservato ai detenuti e le loro condizioni di vita, nel complesso, come “inumane e degradanti”, contravvenenti l’Art. 3 della Convenzione Europea che li proibisce in maniera assoluta. Quindi, i detenuti, dopo aver perso la libertà, rischiano di perdere la salute e, purtroppo, sempre più spesso, anche la vita.

In definitiva, invito il Dottor Montuoro e l’Asp di Catanzaro a fare meno “spot propagandistici” ed a fare di più per assicurare ai cittadini detenuti (iniziando da quelli segnalati), al pari dei cittadini in stato di libertà, la erogazione di prestazioni di prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione in maniera tempestiva, efficace ed appropriata.

Cetraro lì 28 Marzo 2014

Emilio Enzo QUINTIERI

Aiutatemi… di Paola Valentino

urlo

Fu nell’ottobre del 201o che pubbllicammo per la prima volta una lettera di Paola Valentino, era un messaggio per suo marito Giuseppe Martena -attualmente detenuto nel carcere di Lecce. (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/12/auguri-di-buon-compleanno-giuseppe-martena-da-parte-di-tua-moglie/).

Poi vennero le sue lettere piene di dolore, i suoi appelli per la situazione del marito e di concerto della famiglia (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/26/ho-bisogno-dellaiuto-di-voi-tutti/).

Poi fu lo stesso Giuseppe a lanciare il suo urlo, raccontando la sua vicenda e le prove per la famiglia. dovute soprattutto all’estrema difficoltà di poterci incontrare, dato che le distanze hanno reso sempre difficili i colloqui, specie quando lui era detenuto  a Bologna (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).

E poi ci furono altre lettere della moglie (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/11/lettera-appello-sul-caso-giuseppe-martena-alla-luce-degli-ultimi-eventi/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/27/8032/).

Paola Valentino, noi l’abbiamo sempre avuta a cuore e non l’abbiamo mai lasciata sola.

Adesso Paola ci riscrive.

E ci racconta della situazione di emergenza che grava sul marito.

Il 28 di questo mese a Giuseppe è stato prenotato un delicatissimo intervento chirurgico, senza che la famiglia potesse dire nulla circa il come e il dove. Dal sette di questo mese è chiuso in carcere nella sezione infermeria, e lo stanno curando a botte di antibiotici.

La famiglia ha chiesto la sospensione della pena per dargli la possibilità di essere curato meglio. Ma questa richiesta è stata rigettata.

In precedenza, ci scrive la moglie, aveva usufruito di permessi di necessità, uscendo da solo e rientrando regolarmente. Quindi è una persona che avrebbe dimostrato coi fatti di non volere fuggire, non ci sarebbero quindi pericoli di fuga.

La situazione attuale è comunque drammatica. Come scrive la moglie.

“Io non so più cosa fare, ha perso 10 kg, e’ esasperato, perdita di proteine, cateterizzato, a rischio di gravi infezioni , sotto antidolorifici e antiinfiammatori costanti, rischia un insufficienza renale da un momento all’altro.”

La perizia di parte promossa dalla famiglia parla di “incompatibilità col regime carcerario”.

Lo stesso dirigente sanitario dell’istituto – ci scrive Paola- e’ preoccupato ed ha mandato una relazione al Magistrato di Sorveglianza, dove si toglierebbe da ogni responsabilità nel caso dovesse succedere qualcosa di grave.

Tutte queste vicende traggono un profilo molto preoccupante della vicenda.

La preoccupazione del Dirigente sanitario del carcere di Lecce fa immaginare un concreto pericolo di vita?

Come viene concretamente curato, in questo momento, Paolo Martena? C’è una concreta strategia di cura o lo stanno solo imbottendo di antibiotici ed altro?

C’è la consapevolezza reale del suo stato o si rischiano di porre in essere trattamenti terapeutici dall’esito devastante?

L’attuale situazione non dovrebbe richiedere l’immediata scarcerazione, in modo che Giuseppe possa curarsi in modo più adeguato?

E.. una famiglia.. una moglie.. non dovrebbero essere coinvolti.. o devono sentirsi spettatori quasi impotenti dinanzi al dolore, alla malattia, alla sofferenza di chi amano?

Vogliamo risposte.

Qui si parla della vita di esseri umano.

Vogliamo risposte e vogliamo che questo detenuto riceva le cure più opportune.

Cercheremo di adoperarci perché questa vicenda venga segnalata a tutti i livelli. Parleremo anche con soggetti che potrebbero tentare di intervenire in qualche modo. A prescindere, più sotto troverete anche il numero di Paola se qualcuno volesse confrontarsi con lei o darle consigli.

Nel frattempo esprimiamo tutta la nostra vicinanza a Paola Valentino.

Di seguito la lettera che ci ha inviato Paola Valentino.

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Non e’ la prima volta che mi rivolgo a voi,sono la moglie di Martena Giuseppe detenuto attualmente e per motivi di salute nel carcere di Lecce .. nel corso del tempo che sta passando, oramai 13 anni di pena scontata la sua salute non fa che peggiorare, e da un anno a questa parte ha seri problemi legati ai reni…il 28 di questo mese gli hanno prenotato un delicatissimo intervento chirurgico senza darci alcuna possibilità di decidere sul come e sul dove…e’ chiuso in carcere nella sezione d’infermeria con un catetere fisso dal 07 di questo mese, ha avuto delle infezioni che stanno curando con gli antibiotici , abbiamo chiesto urgenza alla sorveglianza, una sorveglianza inesistente.

Abbiamo chiesto una sospensione pena per darci la possibilità di essere curato con maggiore libertà e sicurezza e ce l’anno rigettata. La sua posizione legale e’ di 13 anni scontati su una condanna a 21; più  di meta’ pena scontata eppure non ci danno alcuna possibilità. Ha usufruito di permessi di necessita’ concessi dalla sorveglianza di Taranto , e’ uscito da solo ed e’ rientrato di sua spontanea volontà non esiste nemmeno il rischio di fuga..

Io non so più cosa fare, ha perso 10 kg, e’ esasperato, perdita di proteine, cateterizzato, a rischio di gravi infezioni , sotto antidolorifici e antiinfiammatori costanti, rischia un insufficienza renale da un momento all’altro. 

In data di oggi ho fatto fare una perizia medico legale di parte dalla quale risulta un inizio di incompatibilità con il regime carcerario, ma qui i tempi per avere una risposta sono troppo lunghi, si perdono le istanze e ti ignorano e intanto mio marito sta peggiorando , cosa devo fare????

Il mio numero di telefono e’ 3297489652 mi chiamo Paola Valentino…contattatemi quanto prima cosi’ vi mando per fax tutta la documentazione medica . 

Vi informo anche che il dirigente sanitario dell’istituto penitenziario in questione e’ preoccupato ed ha mandato una relazione alla dottoressa Foggetti ( magistrato di sorveglianza ) dove si toglie da ogni responsabilità nel caso dovesse succedere qualcosa di grave. sono disperata vi  prego aiutatemi

Istanza di Domenico Papalia al Magistrato di Sorveglianza

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Pochi giorni fa, il 27 novembre, avevamo pubblicato il testo di un ricorso di Domenico Papalia al D.A.P. (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/11/27/ricorso-di-domenico-papalia-al-d-a-p/).

Oggi pubblichiamo questa sua istanza al Magistrato di Sorveglianza di Nuoro, competente per il carcere presso cui è detenuto, il famigerato carcere di Badu e Carros.

Facciamo un riepilogo:

-Domenico è un ergastolano. Ergo avrebbe diritto ad un cella singola (vedi art. 22 Codice Penale che prevede l’isolamento notturno per i condannati all’ergastolo)

-Domenico  ha già scontato 35 anni di detenzione.

-Domenico, in lunghi e dolorosi anni, aveva comunque seguito un qualche percorso e, trovandosi alla fine nel carcere di Spoleto, un attività trattamentale decente.

-Domenico ha una moglie anziana e malata, che avrebbe diritto di vedere, come avrebbe diritto lei di vedere il marito.

-Domenico  ha delicate esigenze di salute –problemi alla prostata, diabete, ipertensione, e altro- che richiederebbero la assegnazione in un carcere adiacente ad a un centro clinico e, aggiungo, un trattamento che non ne devastasse la psiche, dato, che un trauma psichico, o condizioni psichicamente invivibili, agiscono potentemente sullo stato biologico e sugli aggravamenti patologici.

Domenico… rileggete per piacere un’altra volta tutti i passaggi del riepilogo… è stato “buttato” nel triste carcere dormitorio di Badu e Carros, in Sardegna, con un bel falò del trattamento pregresso, allontanamento radicale dalla moglie, nessuna considerazione delle sue esigenze di salute e del suo stato psichico, oltre che in patente violazione della legge, in quanto trasferito in un cella con altri cinque detenuti, quando un ergastolano dovrebbe avere la cella singola.

Ma, per carità, non datevene pensiero.. è così che si tratta il bestiame umano..  lo diceva anche Zio Benito.

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Raccomandata AIR al Magistrato di Sorveglianza di Nuoro

OGGETTO: Reclamo ex. art. 35, 69 e 14 ter l. n. 354/75

Io sottoscritto, Papalia Domenico, nato a Platì (RC), il 18/04/1945, attualmente detenuto nella Casa Circondariale di Nuoro, sezione A.S.1, propongo il reclamo in oggetto e chiedo che venga esaminato con le forme di cui all’art. 14 ter L. n. 354/75.

Innanzitutto va

PREMESSO

che: sono detenuto ininterrottamente dall’8/03/1977 (35 anni) ed ho avuto sempre un comportamento corretto in tutti gli istituti della Repubblica in cui sono stato ospitato;

che: in data 14/11/2009, su istanza del mio difensore, fui assegnato al carcere di Livorno per essere più vicino ai  miei familiari che vivono a Milano;
che: in data 4/11/2012, per esigenze dell’amministrazione penitenziaria, essendo il carcere di Livorno stato dichiarato inagibile, sono stato trasferito all’istituto di Spoleto;

che: in data 29/07/2012, sempre per esigenze dell’amministrazione (è stata chiusa la sezione AS1) sono stato trasferito presso la casa circondariale di Nuoro

che: nel trasferimento da Livorno a Spoleto, in materia di assegnazione il D.A.P. non ha tenuto conto del criterio tratta mentale e di umanizzazione della pena, tenuto conto che il mio trasferimento è stato per necessità amministrativa e non per colpe disciplinari. Infatti non si è tenuto conto che a Livorno ero stato assegnato per essere più raggiungibile dalla moglie ammalata ed anziana, che ero iscritto all’università di Pisa, nonché che sono portatore di gravi patologie, prostatica, diabete, ipertensione arteriosa ed altro che avrebbero dovuto consigliare la mia assegnazione in una sezione A.S.1 adiacente ad un centro clinico, Opera, Parma, o Secondigliano (NA);

che: a Nuoro sono stato allocato in una cella di 6 persone, mentre lo spazio potrebbe essere sufficiente per 2 o 3 posti. In questo modo il trattamento ha subito una forte regressione;

che: la sezione AS1 di Nuoro non ha le caratteristiche di sezione di reclusione, infatti vi è una varia promiscuità di detenuti, ergastolani, giudicabili e detenuti con pene lievi. Di più, la collocazione della stessa sezione è situata a piano terra della sezione AS3 ed, essendo scoperti i piani, si è in contatto, AS1 con AS3, per cui non si capisce perché, allora, non vengano declassificati i detenuti della AS1 di Nuoro.

Ciò premesso.

CHIEDO

L’intervento della S.V. quale garante dei diritti soggettivi dei detenuti, affinché voglia intervenire presso il D.A.P., perché disponga la mia assegnazione in un istituto del continente che funga da Casa di Reclusione e collocazione in cella singola, essendo detenuto ergastolano.

Voglia dichiarare l’illegittimità della circolare del D.A.P. n. 3619/6069 del 21 aprile 2009, visto che la sua applicazione è anacronistica e difforme, specie nell’istituto di Nuoro in cui la invito a venire ed effettuare un controllo prima della sua decisione.

Confido nell’accoglimento del presente reclamo e la ringrazio con osservanza.

Nuoro, 13/08/2012

Domenico Papalia

Da Franco Cesarini

Franco Cesarini è uno dei nuovi amici del Blog emersi questo anno. E’ entrato in contatto con noi grazie alla nostra preziosa Pamela Iamundo.

E’ detenuto nel carcere di Rebibbia. Ha scontato 10 anni, e gliene mancano altri 15. Le sue condizioni di salute sono problematiche, avendo subito anche diversi infarti e portando sulle spalle il peso di molte sofferenze.

Abbiamo pubblicato diverse sue poesie in questi mesi.

Oggi pubblichiamo questo sua piccola riflessione, scritta dopo la lettura di un articolo pubblicato da Antigone in merito alle condizioni sanitarie di Rebibbia.

Prima di questa riflessione, inserisco una premessa che ad esse ha fatto Pamela.

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Riferendosi ad un articolo pubblicato da Antigone in merito alle condizioni sanitarie di Rebibbia (http://www.ilmessaggero.it/roma/cronaca/rebibbia_la_denuncia_di_antigone_laquotroppe_morti_detenuti_senza_cureraquo/notizie/230159.shtml,) Franco fa un’osservazione sulla sua attuale condizione. Non lo dice in queste pochissime righe, ma in realtà la sua condizione di salute è grave. E nonostante le tre incompatibilità al regime detentivo riconosciutegli, sta ancora dentro, vedendosi aggravare sempre di più il suo già pessimo stato di salute.

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E noi con voi

Alcuni giorni fa leggevo un articolo nelle pagine di cronaca del messaggero, un articolo a dir poco impressionante, dove detenuti come me non ricevono le adeguate cure necessarie a poter sopravvivere.

Quello che mi preoccupa di più, è che purtroppo devo restare in carcere nonostante tutto ciò che mi circonda… è l’aggravarsi di una pena non prevista in sentenza di giudizio.

Ecco, di questo si parla tra noi carcerati! Di questo si discute nelle celle, nei passeggi o nei colloqui famiglia.

Se questi problemi non esistessero… allora diverrebbe una pena giusta e con giudizio.

Sarebbe rispettata.

Siate giusti.

“E noi con voi”.

 

Franco Cesarini

Salvatore Ercolano in pericolo di vita nel carcere di Sulmona

E’ impossibile non indignarsi quando si leggono cose del genere.

Non importa se se ne sono lette di simili prima, e se se ne leggeranno di simili dopo. Non è possibile non indignarsi quando la vita di un essere umano sembra valere così poco, e viene messa in gioco da un andazzo di burocratica negligenza ed omissione, non solo giuridica, ma morale.

Salvatore Ercolano è uno di quegli detenuti che -dopo lo smantellamento, a fine luglio, della sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto- sono stati sparpagliati come pacchi postali in mezza Italia. Qualcuno è finito in un carcere decente (come Carmelo Musumeci a Padova). Altri in carceri da film dell’orrore, come Badu e Carros a Nuoro, e il carcere di Parma. Ma -a leggere quello che ci scrive Salvatore Ercolano-  neanche Sulmona non sembra scherzare quanto a livelli di indecenza. Più sotto leggerete la sua lettera e due istanze. Adesso faccio una sintesi. Inizio da alcune domande di carattere generale circa l’andazzo che sembra esservi nel carcere di Sulmona. Per poi andare a considerare la concreta situazione di Salvatore Ercolano.

Circa il carcere di Sulmona:

-Corrisponde a verità che in un carcere, una domandina per l’acquisto di un pacco di farina, venga respinta, dopo 15 giorno, per “motivi di sicurezza”?

-Corrisponde a verità che in un carcere come quello di Sulmona non vi sia un Direttore fisso, ma un Direttore che (stando a quanto dice Salvatore) verrebbe due o tre volte al mese?

-Corrisponde a verità che il Dirigente Sanitario del carcere di Sulmona, svolga altri due lavori, tra cui quello di Sindaco di Sulmona? Può davvero accadere che un lavoro di tale estrema delicatezza, e tale da richiedere un grande impegno, venga affidato a chi già svolge due lavori, tra cui, quello certo non di poco conto, di Sindaco? E corrisponde al vero che (stando a quanto scrive Salvatore Ercolano, tale Dirigente Sanitario verrebbe solo tre ore al giorno a svolgere tale funzione.

-Corrisponde al vero che per effettuare visite mediche regolarmente richieste, possano (stando a quanto dice Salvatore Ercolano) passare anche 13-14 mesi?

E adesso andiamo alle condizione di Salvatore Ercolano..

Salvatore Ercolano è arrivato nel carcere di Sulmona il 27 luglio. Salvatore ha una condizione di salute problematica, rappresentata da gravissimi problemi, con particolare attenzione a due noduli sottocutanei di grosse dimensioni (uno al di sotto dell’angolo mandibolare destro, l’altro dietro la nuca). Fa presente questi problemi all’attenzione del personale medico del carcere di Sulmona.

Il nodulo sotto l’angolo mandibolare destro, poggiando sulla vena giugulare, rappresenta una situazione di estrema delicatezza, tanto che a suo tempo (quindi in un tempo precedente al trasferimento) il medico aveva sconsigliato di intervenire, finché fosse persistito   lo stato di detenzione (Salvatore è in attesa di una rideterminazione della pena), e di rimandare l’operazione ad una fase successiva alla sua liberazione.

Ma nel frattempo questo nodulo  è continuato ad aumentare progressivamente, e ciò rende improcrastinabile un intervento chirurgico. A complicare il tutto si è aggiunta l’insorgenza di una aggressiva infezione che causato un ulteriore sbalzo dei valori omocromatici.

Dopo l’arrivo a Sulmona, ci sono voluti tre mesi di insistenza perché Salvatore ottenesse -il 15 ottobre- di essere portato con urgenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Sulmona. Qui viene fatta una prima visita da un chirurgo che scrive il referto, e non sembra percepire la situazione in tutta la sua gravità. E’ stato il primario della chirurgia, che -arrivato successivamente e  sbalordito dalla situazione riscontrata (comprensiva anche di valori ecromatici fortemente sballati)- ad alta voce (e alla presenza del personale della Polizia Penitenziaria) dice con chiarezza che Salvatore deve essere operato il più presto possibile, e che intanto deve essere ricoverato prontamente.

Il primario tenta allora di contattare telefonicamente il personale medico del carcere di Sulmona, senza riuscirci. A quel punto lo riferisce a voce al caposcorta.

Salvatore viene riportato a Sulmona e, al momento in cui ha inoltrato l’istanza e, al momento (successivo naturalmente) in cui ancora ci ha scritto, si trovava ancora in carcere anziché all’Ospedale, nonostante il Primario di chirurgia avesse definito la situazione gravissima.

Va sottolineato come il referto medico fu preparato dal primo medico che visitò Salvatore, presso l’ospedale di Sulmona. Il Primario, giunto successivamente e che avvisò il caposcorta della gravità della situazione, non aveva redatto un atto scritto. Si spera davvero che non si limiti, in puro burocratismo al concreto atto scritto del primo medico, ma che si consideri l’opinione del Primario della chirurgia che (stando a quanto racconta Salvatore) avrebbe considerato la sua situazione gravissima, tale da richiedere una operazione in tempi brevissimi, e avrebbe richiesto un immediato ricovero.

Amici, questa (se tutto corrispondesse alla realtà, come temo sia) è una vicenda scandalosa.

Diffondete questa vicenda. Inviate il testo di questo post (o i suoi riferimenti telematici) presso Associazioni, giornali, siti internet, altri contesti informativi, personalità.. insomma presso chiunque potrebbe ulteriormente intervenire.

Vi comunico anche che sto preparando una lettera da inviare presso la Direzione del Carcere di Sulmona. Chiunque volesse il prestampato, per sottoscriverlo e inviarlo anche lui (sempre che non voglia inviare una lettera scritta integralmente di suo pugno), me lo richieda a questa email:

erasmuszed77@yahoo.it

In attesa di ricevere le vostre email, vi lascio adesso alla lettera di Salvatore Ercolano e alle due sue istanze.

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Come puoi constatare sono Salvatore, e ti sto allegando due esposti che ho fatto per salvaguardare la mia salute che, dopo 28 anni di carcere, uno così non l’avevo mai visto! E io ne ho girati di carceri.. sul mio bagaglio c’è ne sono 15..  Pianosa, Trani, Ucciardone, Milano, Braccetto di Genova, Braccetto di Torino, ecc.

Ora capisco i suicidi che ci sono stati nella famosa casa di reclusione di Sulmona. Una situazione anomala, gestita da una cricca in accordo con il potente sindacato di polizia!! Chi non fa parte della loro cricca viene trattato come, o peggio, dei detenuti.

Qui, sulla carta, abbiamo quasi tutto, ma in effetti ci danno le cose che ci toccano di diritto con il contagocce.

Ti puoi immaginare: ho fatto una domandina per l’acquisto di un paco di farina, dopo 15 giorni mi è stata rigettata. Questa la motivazione: “si rigetta la farina per motivi di sicurezza”.

Qui il Direttore fisso non l’abbiamo. Abbiamo un Direttore che viene due, tre volte al mese da un altro carcere. Abbiamo la figura del commissario di scuola qui sta facendo il tirocinio per poi prendere l’incarico in un altro istituto.

Il Dirigente sanitario che dovrebbe essere la garanzia della salute dei detenuti e anche per gli agenti fa il triplo lavoro. Fa il Sindaco di Sulmona, e il medico con laboratorio. Viene solo tre ore per contratto, ma dicono che sta solo mezzora e va via, bisogna fare decine di domandine per avere un colloquio.

I dottori segnano visite specialistiche a destra e a manca, ma possono passare ance 13, 14 mesi.

Una persona debole ne subisce tante che alla fine gli resta solo il suicidio.

Qui hanno la tecnica della carota e del bastone. Il bastone è l’indifferenza, non c’è dialogo. Da circa 5 anni hanno aperto due salette pera la pittura, e hanno autorizzato un pezzo di terra per fare un po’ di ortaggi, insieme ad un corso di agricoltura che fa da paravento alle torture psicologiche.

Dieci anni fa per legge hanno tolto i muri divisori per i colloqui e ancora esistono. La loro giustificazione è che mancano  i fondi, ma ci sono decine e decine di detenuti che gli hanno fatto sapere che sarebbero disposti a lavorare come volontariato, ma loro non vogliono. Qui siamo guardati dall’alto in basso.

Come puoi constatare dai due ricorsi che ho fatto. Qui uccidono senza che ti sparano il colpo alla nuca.

In attesa della tua ti saluto con un forte abbraccio

Salvatore Ercolano

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Al Magistrato di Sorveglianza dell’Aquila

e p.c. Al Sig. Direttore della Casa di Reclusione di Sulmona

Al Dirigente Sanitario dea Casa di Reclusione di Sulmona

Io sottoscritto Ercolano Salvatore, nato a Catania, il 12 gennaio 1950, attualmente ristretto nella casa di Reclusione di Sulmona (AQ), ed in atti meglio generalizzato.

PREMESSO

– che <<La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo…>> sia esso libero che detenuto;

– che sin dal 27 luglio u.s., giorno di ingresso nell’attuale istituto di detenzione, sottopongo continuamente all’attenzione del personale medico i gravissimi problemi di salute che mi affliggono, ed in particolare la presenza di due noduli sottocutanei di grosse dimensioni: uno al di sotto dell’angolo mandibolare desto, l’altro dietro la nuca. Il primo dei quali è stato oggetto di asportazione chirurgica, presso l’Ospedale di Foligno, pertanto si tratta di una forma recidivante;

– che il nodulo sotto l’angolo mandibolare destro poggia e pressa sulla vena giugulare tanto è la delicatezza della situazione che il chirurgo (qualche mese addietro) ha consigliato di non prendere in considerazione un intervento chirurgico in stato di detenzione ma, posto che sono in attesa di rideterminazione di pena con fondate possibilità di un imminente ritoro in libertà, di valutare il ricovero del libero cittadino presso qualche presidio altamente specializzato, al contempo prescriveva l’intervento chirurgico per il nodulo sito dietro la nuca;

– che l’aumento (che ormai si nota a vista d’occhio da un giorno all’altro) delle dimensioni del nodulo sito sotto l’angolo mandibolare destro rende improcrastinabile un intervento chirurgico, peraltro a rendere ulteriormente allarmante la situazione ha contribuito l’insorgenza di una aggressiva infezione che ha causato un ulteriore sbalzo dei valori emocromatici;

– che dopo tre mesi dall’ingresso nell’attuale struttura penitenziaria, e dopo tanta insistenza da parte mia, il 15 ottobre 2012 sono stato portato con urgenza al Pronto Soccorso dell’Ospedale di Sulmona, e da lì portato nei reparti per fare ecografia;

– che, una volta ritornato nella saletta del Pronto Soccorso, dopo circa dieci minuti viene il chirurgo e mi fa domande sul mio stato di salute, ed in particolare se ho fastidio ad ingoiare, al che io rispondo che non solo ho fastidio ad ingoiare, ma alla sera quando mi sdraio sul letto mi viene un forte mal di testa, facendo inoltre presente che i valori emocromatici sono proprio sballati, nel senso che i globuli bianchi supero di 15000 unità quelli rossi;

– che una volta compilato il referto dell’ecografia e il Capo-scorta con altri 3 agenti di custodia mi avviavano per fare rientro al carcere, uno degli agenti rimasti nell’Ospedale per ritirare il referto ci richiama perché nel frattempo era arrivato il medico Primario della chirurgia e voleva visitarmi personalmente ed è così che sono stato fatto rientrare nell’Ospedale.

– che appena rientrato  nella saletta del Pronto Soccorso il Primario palpeggia il nodulo (lipoma) che ho menzionato, e sempre il Primario alla presenza del Capo-scorta e dei 4 agenti, quasi sbalordito dalla situazione che ha riscontrato, ad alta voce (alla presenza del personale della Polizia Penitenziaria) ha detto che devo essere operato subito, ovviamente non prima di avere fatto una TAC, perché la grave infezione in corso poteva portare ad un rigetto della protesi impiantata nell’aorta con conseguenze nefaste, ha chiesto inoltre se mi poteva ricoverare subito. Pertanto si adoperava per contattare telefonicamente il personale medico del carcere di Sulmona, senza riuscire a prendere la linea, cosa che invece riusciva a fare uno degli agenti di scorta, e prima di mezzora mi sono ritrovato in carcere;

– che essendo ancora in carcere anziché all’Ospedale, mi domando lo steso se l’urgenza sia svanita nel corso del tragitto e di conseguenza sia venuto anche l’imminente pericolo di vita riscontrato?

Per quanto premesso, ed al fine di ovviare al grave pregiudizio che da tale situazione potrebbe derivare in termini di danni irreparabili.

CHIEDO

che codesto Ecc.mo Magistrato di Sorveglianza, ai sensi dell’art. 11 O.P., voglia disporre urgentemente il mio ricovero preso l’Ospedale di Sulmona, affinché ivi possa essere sottoposto ad ogni intervento medico di cui necessito.

Sulmona, 19/10/2012

Con osservanza

Salvatore Ercolano

Altresì, con il presente atto nomino quale difensore di fiducia l’Avv. Barbara Amicarella del foro de L’Aquila.

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Al Magistrato di Sorveglianza dell’Aquila

Al Sig. Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno

Io sottoscritto Ercolano Salvatore, nato a Catania, il 12 agosto 190, attualmente ristretto nella Casa di Reclusione di Sulmona (AQ), ed in atti meglio generalizzato, con il presente atto oltre a ribadire quanto riportato nell’allegata istanza avanzata il 19 ottobre u.s. ai sensi dell’art. 11 dell’Ordinamento Penitenziario, devo esporre alcune circostanze che potrebbero indurre in errore in merito alla valutazione sulla gravità delle mie patologie.

In effetti, come emerge dalla mia istanza, presso l’Ospedale di Sulmona sono stato sottoposto a due visite mediche.

La prima ad opera di un chirurgo, che non ha ravvisato la gravità della situazione, e purtroppo tale medico ha scritto il referto, l’unico che risulta in cartella clinica.

La seconda visita, ad opera del Primario, che non è stata accompagnata dalla relativa certificazione in quanto lo stesso Primario ha cercato di mettersi in contatto telefonico con il personale medico del carcere, ma senza riuscirci, il quale alla fine è stato costretto a riferire tutto  a voce (in mia presenza) al capo-scorta. Con tutto il rispetto per il lavoro  svolto dal predetto agente della Polizia Penitenziaria, e per la sua qualità di Pubblico Ufficiale, mi domando se questi abbia sufficienti competenze mediche per valutare la gravità  di quanto riferitogli e per relazionare in modo appropriato in merito. La mia preoccupazione trova origine nel fatto che una procedura adottata (ossia facendo ricorso a contatti diretti ed immediati) per accellerare i tempi del ricovero potrebbe sortire l’effetto contrario. In effetti, anche il personale penitenziario, di fronte alle mie lamentele per il dolore che si dirama nella zona in cui è presente il lipoma e per il fatto che questi cresce a vista d’occhio da un giorno all’altro, si riporta al referto che rileva in cartella, per il quale nessuna gravità è in atto. Personale che pare non dar credito alle mie spiegazioni sul punto.

Inoltre, anche se il Magistrato di Sorveglianza chiedesse copia della cartella clinica, gli potrebbe pervenire soltanto il certificato rilasciato dal primo dottore, dal quale non risulta una situazione di gravità.

Inoltre, ad aumentare i rischi ai quali sono esposto contribuiscono la serie di patologie di cui sono afflitto. Il fatto che io sia portatore di due protei (oltre alla protesi all’aorta ho anche un cristallino nell’occhio) potrebbe aggravare le conseguenze dell’infezione in corso con il rigetto delle stesse.

In conclusione, gli equivoci che ho descritto potrebbe indurre a degli errori di valutazione dalle conseguenze irreparabili, pertanto chiedo alle SS.LL. di adoperarsi, per quanto di rispettiva competenza, prima ancora che possa sorgere qualche problema.

Fiducioso porgo deferenti ossequi.

Sulmona

Giovanni Mafrica… continua a Parma la violazione dei diritti dei detenuti

Giovanni Mafrica è uno dei diciotto ergastolani, che, a partire dalla fine di luglio sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia, in seguito allo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto.

Coloro che hanno avuto la sorte peggiore, sono quelli finiti nel grigio carcere dormitorio di Badu e Carros in Sardegna e nel famigerato carcere di Parma, su ormai esiste praticamente una letteratura di testimonianze, documentazioni, interventi esterni, che gli permettono di fregiarsi dello squallido primato di esssere uno dei peggiori carceri d’Italia. E va dato atto della coerenza… nel mantenere, nel corso degli anni, l’appartenenza nella lista dei peggiori.

Giovanni Mafrica fin dall’arrivo nel carcere di Parma, si è trovato bruscamente regredito nella prosecuizione del trattamento, ed ostacolato nella sua concreta dinamica esistenziale.

In lettera del 17 agosto segnalava come veniva bruscamente troncato il suo cammino scolastico, e reso inefficace il suo diritto allo studio, non essendoci a Parma alcun corso scolastico (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

In lettera del 3 ottobre chiedeva che fosse garantito il suo diritto alla salute, permettendogli di fare una visita medica di cui aveva bisogno (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/03/ricorso-di-giovanni-mafrica-al-magistrato-di-sorveglianza/).

Nel post pubblicato da Nadia il 22 ottobre era fatto presente come Giovanni fosse stato messo in isolamento perché rifiutava la cella a due, in quanto detenuto ergastolano, e i detenuti ergastolani.. per chi non lo sapesse.. hanno diritto alla cella singola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/22/salviamo-giovanni-mafrica-dallassassino-dei-sogni-di-parma/).

Oggi pubblichiamo parte della sua ultima lettera giuntaci, seguita da una istanza al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Regione Emilia Romagna (e per conoscenza ad altri soggetti) dove chiede il rispetto del suo diritto, in quanto ergastolano, alla cella singola.

Nella lettera che pubblichiamo prima dell’istanza, veniamo a conoscenza del fatto che, dal 3 ottobre, Giovanni Mafrica è sottoposto a continue misure di isolamento. E che, anche per questo, aveva fatto dieci giorni di sciopero della fame e di sospensione della terapia.

Giovanni Mafrica viene punito… questo deve essere chiaro.. e sottoposto a misure di continuo isolamento perché sta chiedendo una cosa stabilita dalla legge.. ovvero il diritto per gli ergastolani alla cella singola. L’art. 22 del c.p. stabilisce l’isolamento diurno per i detenuti ergastolani.

La cella singola per gli ergastolani ha anche un evidente fondamento morale. Una pena estrema, come quella che può durare un’esistenza o comunque, tanti anni, per la sua estrema durezza, deve essere accompagnata da quel minimo di “respiro” rappresentato dal potere almeno avere uno spazio esistenziale più idoneo, con una stanza singola, maggiore libertà di azione quindi, momenti per stare in silenzio, per avere uno spazio vitale un po’ più decente.

Giovanni Mafrica sta solo reclamando un diritto e conducendo una battaglia per la legalità.

Ha il nostro sostegno, e ci attiveremo per contribuire alla sua battaglia.

Di seguito lo stralcio della sua lettera e la sua istanza.

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Parma 17.10.12

Caro Alfredo (..) Qui è un casino.

Ti informo che dal 3 ottobr sono sottoposto a continuo isolamento. Ho fatto 10 giorni di sciopero della fame. Per protestare contro l’ubicatura della mia persona in stanza in 2. Le ragioni le troverai nell’allegata istanza.

Questo è stato voluto, Alfrdo, perché scrivo e lotto per avere riconosciuto ciò che statuisce la Carta Costituzionale, ovvero diritti.

Hanno trovato il cavillo per isolarmi, che schifo!

Ho mandato un telegramma a Nadia per informarla dello sciopero della fame e altro. L’ha ricevuto? Fammi sapere.

Altresì, nello stesso giorno, ne ho fatto uno anche all’onorevole Rita Bernardini. Possibile sapere se l’ha ricevuto?

(…) Gli organi di vigilanza non vigilano. Ma non demordo! Sto scrivendo a tutti. Se puoi chiama il garante dei detenuti della regione Emilia Romagna. Per informarti della situazione. L’ho incontrata il 6 ottobre e le ho spiegato il tutto.

Pensa che l’istanza di trasferimento del 2 agosto, sai quando l’hanno inviata? Il ottobre, sic! Fallo sapere al garante, se la senti. Intervite come associazione? Si configura come abuso d’ufficio un tale ritardo?

Aspetto tue… chiudo così la spedisco oggi.

Un caro abbraccio.. a presto..

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Al provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia Romagna- dott. Piero Buffa

e p. c.

al Presisdente della Repubblica,

al Ministro della Giustizia,

al Magistrato di Soverglianza di Reggio Emilia,

all’onorevole Rita Bernardini,

Al Garante dei diritti del detenuto- regione Emilia Romagna- avv. Desi Bruno,

Al’Ufficio educatori,

Il sottoscritto Giovanni Mafica, ristretto presso il reclusorio di Parma, denuncia quanto segue:

Che in data 3 ottobre veniva messo in stato di isolamento preventivo, poiché lo scrivente non acconsentiva ad ubicarsi in stanza in 2. Per questo fa presente al suo ufficio che lo scrivente ha intrapreso lo sciopero della fame e il rifiuto della terapia. Forma di proteta pacifica. In quanto la Direzione vuole imporgli l’ubicazione in stanza a 2, non tendendo conto che lo scrivente, essendo ergastolano, deve essere ubicato in stanza singola, applicando l’isolamento notturno contenuto nell’art. 22 Codice Penale. Per altro norma di elgge tassativa, che non prevede forme di deroga da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.

Che la stanza in 2 persone non rispetto il metraggio statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Altresì, fa presente che la detta stanza ha il bagno piccolisimo, senza finestra per dare aria e non consente alcuna privacy, tenuto conto che bisogna lavarsi, farsi la barba, con la prota aperta. Diversamente, per la ristrettezza delo stesso bagno, tale porta non si chiude o, nel caso in cui si chiudesse, sarebbe praticamente impossibile rispettare quanto appena detto nel pieno rispetto della dignità del singolo.

Ritenuto che ciò lede i diritti primari della persona,

CHIEDE:

Alla S.V. di volere intervenire affinché allo scrivente non vengano riservati trattamenti non conformi ai parametri, sia dell’Ordinamento Penitenziario, sia della Costituzione.
Ciò perché, il detenuto, in qualità di inividuo e cittadino, gode di diritti inalienabili e imprescindibil, ed ogni forma di ingerenza o sopruso è indegna ed immorale, oltre che contraria alle leggi della Repubblica.

Fiducioo in un  suo diretto intervento le invio doverosi saluti.

Parma 04.10.2012

In fede,

Giovanni Mafrica

Il Sogno… di Franco Cesarini

Franco Cesarini è uno dei nuovi amici del Blog emersi questo anno.

E’ detenuto nel carcere di Rebibbia. Ha scontato 10 anni, e gliene mancano altri 15. Le sue condizioni di salute sono problematiche, avendo subito anche diversi infarti e portando sulle spalle il peso di molte sofferenze.

Abbiamo pubblicato diverse sue poesie in questi mesi.

Quella che pubblico oggi la considero un autentico gioiello.

Andrebbe tutta citata.. ma ne cito un brano giusto per dare un’idea..

Lascia che questa rosa sfiorisca da sola,
senza che nessuno possa rubarne i colori
in quest’ultimo giorno”

L’ intera poesia vibra di irrefrenabile amore, condannato ad essere uno spiraglio di bacio strappato a un colloquio, o lettere come piccolo frammento di quotidianità.

Sentirsi irrimediabilmente legati a buco nel muro, a un momento di tregua, a uno spiraglio di dolcissima e straziante emozione. Mentre si sa, che il treno scorre per l’altra persona, in una vita totale, che fa sentire come “emarginati”.. come ombre di vento nella vita dell’altra persona…

Pochi forse hanno veramente capito l’eterna tortura dei sentimenti, che opera tanto nell’assenza, quanto nella presenza dei rari colloqui.. in quanto talmente fugaci e brevi, da essere già saturi di nostalgia pur nel compimento della presenza.

Eppure il dolore non è l’unico esito.

C’è qualcosa nell’Amore, quando affronta a mani nude e a petto nudo tutte le corone di spine.. c’è qualcosa che Innalza, che conduce oltre, che accende luminose candele anche in pozzi senza fondo.. che può, alle volte, cambiare il Destino.

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UN SOGNO

Per me che sono solo un sogno,
accettami questa notte
e concedimi l’illusione di esser tuo almeno una volta.
Non chiedermi il perchè di questo sentimento
cresciuto per caso.
Lascia che questa rosa sfiorisca da sola,
senza che nessuno possa rubarne i colori
in quest’ultimo giorno. 
Non spiegarmi le ragioni di un tuo rifiuto,
l’ importante è vederti in queste poche ore
come mai più potrei. –
Lascia che i miei occhi si possano perdere
nei tuoi occhi e che i pensieri sostituiscano
le parole a volte inutili.
Mi darò pace, ingannando il cuore, fingendo d’esser felice
accettando la partenza di chi non avra mai ritorno.
Io rimarrò in qualche lettera, tra le righe, sospeso
nel cielo come un pensiero in cerca di sensazioni, – mentre te sarai una farfalla libera di volare
sopra il tuo fiore. – Per me che sono solo il canto di una stagione,
cambieranno valori e cettezze
convinto fino all’ultimo di questi minuti,
di aver agito sotto I’impulso della propria coscienza. 
E non sarà la gente o chi crede di esser nel giusto
che abbatterà i miei ideali,
oggi ho il coraggio di sfidale chiunque,
fosse anche l’evidenza.
Accetto le scelte e i motivi di chi vive
in prossimità dei domani così non sarà per me.
Il  tempo sai ha sempre due vite parallele.
La prima è quella che asseconda
la mia fantasia. l’altra ha solo I’amara verità
di un indimenticabile ricordo. –
Un giorno capiremo il vero significato di un abbraccio
e di un tremore, sarà come viverlo
senza la fretta di esser scoperti.
Quel giorno sentirò Ie stesse emozioni
di chi non nasconde la propria vergogna.
E così ammetterò che l’amore non è come un sogno.
Ed è per questo che io mi dissolverò
nel primo mattino, senza che nessuno possa sentire la mia mancanza,.
Perché io sono stato solo un attimo,
in una notte senza domani.

Franco Cesarini

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