Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La dea Iside… di Alexandra

Iside

Alexei Ivanov -che ama firmarsi Alexandra, che era il nome di sua nonna- è un ergastolano russo che ci ha fatto conoscere -da qualche mese- il nostro Carmelo Musumeci.

Alexei è un personaggio molto particolare ed insolito.

Sembra un personaggio di qualche libro di Alexander Dumas… un ergastolano russo, con visioni poetiche fuse con teoremi logico matematici. 

Leggere i suoi scritti è come entrare in un labirinto dove dialoghi amicali si alternano a citazioni dall’ebraico, a riferimenti mitologici, a calcoli differenziali, a disamine sull’ergastolo.

Alexei sta cercando da temo di mettersi direttamente in contatto con Billa Gates per sottoporgli una serie di calcoli e progetti matematico-informatici da lui fatti.

Insomma un personaggio assolutamente fuori dagli schemi, per alcuni un po’ incomprensibile, per altri dotato di genialità.

Anche il testo che pubblico oggi l’ho dovuto in un certo senso “ritagliare” da uno scritto dove coesistevano dialoghi con Carmelo, riferimenti a Bill Gates, connessioni con l’alfabeto ebraico e il suo simbolismo.. e appunto queste sue riflessioni sulla Dea Iside.. che si concludono con le affermazioni che questa Dea Iside, darebbe sul tema ergastolo..

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Avevo letto le preghiere del lupo Zanna Blu alla Dea Luna (..).

Ti do un’informazione che conoscono pochi specialisti della storia antica. Gli egiziani del periodo predinastico -intorno all’anno 4000 a.c.- chiamavano la luna il pianeta della Dea Iside.

La Dea Iside fu particolare: l’unica al mondo, secondo la storia delle religioni, che vietava agli uomini di chiamarla “dea”, dicendo: “sono la scienziata”. Per questo gli uomini la chiamavano “Grande Maga”.

(…)

Non furono più gli uomini

vissuti nel regno dell’Isi,

ma popolavano terra da discendenza umana

gli esseri incontesi;

la maga più grande di tutte,

che ebbero prima vissute,

lei costruisce la nave,

in cui riuscita volare

da magico specchio protetta

di fronte la dea vecchia

per farla avvelenare

con bevanda mortale.

Da questa miscela la dea,

morendo si dice legenda,

si fa rigirare nel cielo

e, catturando vascello,

si fuge in vita passata

nel punto in cui fu rinata

la giovane, forte, spendente

da se, che morendo, si spente

ma stessa sostanza vitale

vascello si fa trascinare

verso la terra- in suo passato,

quando nemmeno non era nata

la razza umana (come probabile in teoria),

così causando la teofania…

Dalle lacrime grande maga,

cui destino per terra vaga,

come narra Legenda infatti,

qua e là gli uomini nati.

(…)

La Dea Luna di nome Isi,

o mi ascolti o mi uccidi

sono un lupo, un messaggero.

Non è un lamento, è una preghiera:

il mio scrittore mi ha liberato,

scrivendo racconto a me dedicato

il mio scrittore si è trasformato:

il sangue mio lui è diventato-

il sangue di ululo, il sangue di urlo

come un vento in me notturno!

il vento di sangue ha sua voce-

morire in gabbia è più atroce

l’invenzione degli umani:

soltanto un’ombra più presto rimane

da una persona che obligata

a vivere sempre, ma isolata

da una speranza – “la pena scontata”.

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E ancora c’è una curiosità. Possiamo ipotizzare la risposta divina:

“Oh umani, aprite gli occhi: dove c’è la vostra logica giudiziaria?

E’ stato scritto da voi stessi in codice penale- levare la libertà per punizione e non è stato scritto-

levare la speranza, ma se l’ergastolo contraddice al codice penale, si trasformando in un crimine che coinvolge in sé gli stessi giudici.

E’ assurdo!.

E come mai Marco Pannella, ad esempio, non si è accorto di questo?

E’ strano, come mai il grande Pannella non riesce a vedere la strada: chiedere alla Corte Costituzionale di eliminare l’ergastolo.

Referendum? Sì, sono d’accordo, ma in fondo è il dovere dei giudici da Corte Costituzionale vigilare gli errori legislativi anche  in codice penale, altrimenti a che serve la Costituzione, basata su principi della Giustizia, se uno dei principi è un crimine contenuto in codice penale?”.

Senza respiro.. di Antonio Dragone (sedicesimo capitolo)

Oggi, con la pubblicazione del capitolo sedicesimo, si conclude Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

La tragedia incombente fin dall’inizio, trova la sua realizzazione. Un ragazzo era stato privato dal suo destino da un padre padrone che lo aveva costretto a fare una vita che non era la sua, fino ad appicicarsi addosso la maschera del capoclan, e anche altre maschere si erano attaccate, come avrete modo di leggere. 

L’atto finale scolora tutto, rendendo ogni cosa recita e ipocrisia. E rendendo vuote parole tracotanti come.. onore… Famiglia (nel senso di clan).. boss.. alla fine parole di morte. 

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16° Capitolo

“Non importa, andiamo sul posto immediatamente per controllare”.

Così si misero nelle loro rispettive auto e si diressero verso quel magazzino. Lidia e Tina si accorsero del loro movimento repentino e in cuor loro speravano che lo avessero rintracciato. Arrivati in via Dei Germogli, l’auto di Sandro si appostò proprio davanti al magazzino. Era tutto chiuso ma dalle fessure del finestrone semiaperto, s’intravedeva la luce accesa del deposito. Bussò più volte ma nessuno rispondeva. Così, Sandro si fece aiutare dai suoi compagni per afferrarsi alla finestra e cercare di intrufolarsi dentro. Ci provarono più volte, ma il finestrone era troppo alto affinché potesse aggrapparsi. Sandro però non desisté e spostando la sua auto sotto quella finestra, vi salì sopra la cappotta per riprovarci.

Questa volta però, dopo un paio di tentativi vi riuscì. Con una gomitata ruppe il vetro della finestra e con un salto felino vi entrò. Il magazzino era gigantesco, con scatoloni dappertutto, ma la prima cosa che intravide da lontano, fu l’auto di Lorenzo, parcheggiata tra due pilastri e, un brutto presentimento cominciò a farsi sentire in cuor suo. Si avvicinò all’auto e senza accorgersene, si ritrovò sotto il corpo esamine di Lorenzo che oscillava a rilento, appeso a una corda legata attorno al suo collo. Rimase atterrito da quell’immagine aberrante. Invano fu il tentativo di Sandro di provare a sganciarlo da quel cappio, era troppo alto. Cercò aiuto dai suoi compagni, facendoli entrare dalla porta principale del magazzino e tutti, sconvolti da quella cruda realtà, si aiutarono a vicenda per slegarlo e portarlo d’urgenza all’ospedale di Trezzi. Sandro era rimasto scioccato da quella realtà così cruda e inconcepibile. Non poteva mai pensare che un uomo forte e coraggioso come Lorenzo potesse arrivare a un gesto simile. Non poteva esserci una motivazione tanto valida, che potesse mai giustificare quel senso di disperazione e fragilità, non per un uomo come Lorenzo. La famiglia fu avvisata  direttamente dall’ospedale, che gli comunicò il decesso del loro famigliare. Tanta fu la disperazione dei suoi cari, che non riuscivano a credere a quella brutta verità. Lorenzo non aveva mai dato alcun segno di fragilità interiore ed era proprio questo che acclamava più scalpore nei cuori dei suoi famigliari e di tutta la popolazione di Ranella che, chi più e chi meno, conosceva Lorenzo come un ragazzo forte e coraggioso, degno di portare quel suo nome. Tina non riuscì a portare di persona quell’orrenda notizia a Nino che, in qualche modo, riteneva responsabile di ciò che era accaduto. Se solo lo avesse lasciato libero di vivere la propria vita, in quel suo mondo fatto di studi e lavoro, sicuramente tutto questo non sarebbe successo. Fu Pasquale, il padre di Lidia, a spedirgli un telegramma a Nino per spiegargli l’accaduto.

Dal reparto specialistico del policlinico di Trezzi, da dove si eseguivano le autopsie dei cadaveri, si udì un forte grido di dolore. Era il pianto straziante di Lidia che, accarezzando il corpo freddo del compagno, si chiedeva il perché di quel suo gesto insensato e sprezzante della vita, ma a quelle sue domande non potevano avere risposta alcuna. Nino appena ricevette quel telegramma, si chiuse nella sua cella e dai suoi occhi non fuoriuscì nemmeno una lacrima, ma solo tanta rabbia e tensione dentro di se, perché inerme di fronte a quella sciagura. Rifiutò per circa trenta giorni, il vitto dal carrello che puntualmente passava dalla sua cella due volte al giorno, e per il pranzo e la cena. Inoltre rinunciò a qualsiasi terapia psicanalista che lo psicologo del penitenziario cercava in qualche modo di somministrargli. Quel suo chiudersi in se stesso, senza dar sfogo alla rabbia e alla tristezza che si portava dentro, non faceva altro che alterare la sua psiche. Sandro non riuscì in nessun modo a dare il suo sostegno a Lidia, che sentiva piangere disperatamente. Forse perché anche lui aveva bisogno di un supporto per superare quell’angoscia dentro di se. Il funerale si svolse dopo due giorni dalla sua morte e ci fu tanta gente a parteciparvi, per commemorare la sua salma. Anche Franco Renna e gli altri boss parteciparono al suo funerale, restando per tutto il tempo al fianco di Sandro, che in quel momento vedevano come l’unico referente della Famiglia Leone. Lui, nonostante il dolore che stava attraversando, riuscì comunque a restare lucido, continuando a prendersi cura degli affari della Famiglia. Infatti, nello stesso istante in cui si stava celebrando il funerale di Lorenzo, lasciò il compito a due sei suoi compagni di scaricare il camion di eroina che il turco, fece pervenire a Ranella senza nessun intoppo, proprio come aveva garantito. Dentro di se, capì che non poteva essere che lui il successore di Lorenzo e che era giunto il momento di darsi da fare per tenere alta la bandiera di quella Famiglia, tanto amata dai propri amici, quanto odiata dai suoi nemici. Anche Tina riconobbe in Sandro l’unico uomo della Famiglia che avesse potuto occupare il posto di Lorenzo, ammirandolo molto anche durante il funerale, il quale faceva gli onori di casa come nessun altro avrebbe mai potuto.

Dopo il funerale, Sandro decise di farsi forza e salire su a casa di Tina, per porgere le sue condoglianze alle due donne. Non ebbe nemmeno il tempo di formulare i suoi compianti, che si bloccò dinnanzi a Lidia con le lacrime agli occhi. Quelle lacrime che esprimevano tutta la sua vicinanza a quel dolore immenso. Lidia nel vederlo in quello stato di tristezza, lo abbracciò a sé come un fratello e guardandolo negli occhi gli disse:

“Lui ti voleva molto bene, me lo diceva sempre quando si parlava di voi”.

Sandro rimase meravigliato da quelle sue parole, sapeva che Lorenzo lo stimava, ma non pensava così profondamente. Da quelle parole avvertì l’ennesimo stimolo a fare ciò che aveva appena cominciato e cioè, prendersi cura della Famiglia Leone fin quando non sarebbe uscito Nino. Tina dopo quasi un mese dalla scomparsa di Lorenzo, pensò che fosse arrivato il momento di andare a trovare Nino con Lidia e a Leonardo, per dargli il conforto e la forza che solo il sorriso del piccolo Leo poteva trasmettergli. Così insieme a Sandro, si organizzarono per andare a fargli visita, lo stesso giorno in cui si celebrava la Santa Messa per il ricordo di Lorenzo e, dopo essere andati al cimitero per fargli visita, partirono per Trezzi. Sandro decise per la prima volta, di entrare pure lui a fare colloquio. E così, giocando con Leo nella sala d’attesa per cercare di non farlo spazientire, aspettò con ansia il momento del suo primo incontrò con Nino. C’era molta gente quel giorno ma riuscirono in meno di due ore a entrare nella sala colloqui, aspettando che Nino arrivasse da un momento all’altro.

“Eccolo!” esclamò Tina, appena lo vide entrare nella sala.

Aveva un vestito elegante scuro e una lunga barba, segno di lutto per suo figlio. Appena li raggiunse,riconobbe subito il suo nipotino che stava giocando attorno al tavolino dove erano seduti Sandro, Tina e Lidia.

Lo prese in braccio e lo bacio in bocca.

“Assomiglia tutto a suo padre!” disse Nino, rivolgendosi a Lidia.

Leonardo, forse spaventato dalla sua barba, cominciò a piangere.

“Tu devi essere Sandro?” domandò Nino, mentre versava il caffè nei bicchieri di plastica.

“Sì!” rispose timidamente Sandro.

Poi guardando Lidia negli occhi, disse:

“Figlia mia, immagino come starai soffrendo per la morte di Lorenzo ma credimi, non sei la sola. Ti assicuro però, che tuo figlio vivrà come un principino, lontano da questa vita indegna e piena di sofferenze. Avrò cura di te e di Leonardo perché questo è l’ultimo dovere che Lorenzo mi ha lasciato e Sandro si prenderà cura di voi, finché io non sarò fuori”.

“Lo farò con molto piacere” aggiunse Sandro, emozionato da tale riguardo.

Mentre Lidia, nonostante fosse lusingata dalle belle parole che il suocero le stava riferendo, scoppiò a piangere, pensando al suo Lorenzo che non sarebbe più ritornato.

Tina quasi non riusciva alle sue orecchie. Molto probabilmente, quel gesto di disperazione di Lorenzo, lo aveva fatto riflettere molto su quelle decisioni sbagliate, che avevano condotto Lorenzo alla sua autodistruzione. Per quasi tutta la durata del colloquio, Nino tenne il suo nipotino in braccio accarezzandogli la pancia, mentre Leonardo cominciò a tirargli la barba, perché curioso di tutta quella peluria sul viso. Inoltre, ebbe anche modo di parlare da uomo a uomo con Sandro, conferendogli temporaneamente i suoi poteri all’interno del clan e assegnandoli la tutela della sua famiglia. Usciti dal colloquio, tutti erano come se rigenerati da stimoli e incoraggiamenti che Nino riuscì a trasmettere a ciascuno di loro, perfino Sandro ne uscì più motivato di prima e si promise di non far mancare nulla a Lidia e al piccolo Leo, crescendolo come se fosse suo figlio. Anche Nino, dopo il colloquio con la sua famiglia, riuscì a riprendersi dall’angoscia di quei giorni cupi e, la prima cosa che fece appena rientrato in cella, fu quella di radersi la barba e ricominciare le sue attività all’interno dell’istituto,sotto gli occhi increduli dei suoi compagni, che pensavano non riuscisse più a riprendersi dalla depressione acuta che lo stava devastando.

Pino era all’oscuro di tutto e questo per volere di Sandro, che proibì categoricamente ai suoi uomini di farglielo sapere. Per quel poco tempo che avevano trascorso insieme a lui a Trieste, capì quanto fosse attaccato emotivamente a Lorenzo e che una rivelazione del genere, potesse sconvolgerlo e renderlo nervoso e istintivo. Infatti, lui era tranquillo a coltivare sempre più quel sentimento d’amore corrisposto da Miriam, tanto ché un giorno lei lo portò a casa dei suoi per presentarglielo come il suo primo fidanzato. Pino, sapendo che da un giorno all’altro Sandro sarebbe andato a riprenderlo, cominciò a prepararla per il loro distacco momentaneo, fino a quando non avrebbe trovato casa a Ranella per sistemarsi e continuare a vivere all’unisono, promettendole che per la vigilia di Natale di quello stesso anno, l’avrebbe portata sull’altare per il fatidico sì.

Sandro e i suo gregari furono capaci a piazzare sul mercato tutti i dieci chili di droga e con i soldi guadagnati, riuscirono a riparare il danno con Franco Renna e con le altre Famiglie. Inoltre, riuscirono a ritagliarsi il loro guadagno dall’enorme cifra, che in meno di un mese riuscirono a portare a casa. Sandro decise di regalarne un bel compenso a tutti i suoi uomini, tenendo da parte  una somma più consistente per Pino, come regalo di nozze per il suo prossimo matrimonio. Da Ranella partirono Sandro ed Enzo, il suo nuovo braccio destro, per andare a saldare il debito con Khalìr e riprendersi Pino per riportarlo a casa. Arrivarono verso mezzanotte e anche questa volta, Sandro decise di pernottare al solito hotel, facendo una bella sorpresa a Pino che, non sapendo del loro arrivo, rimase meravigliato nel vederseli davanti alla porta della sua camera.

“Perché non mi avete avvisato?” domandò Pino.

“Non mi dire che le sorprese non ti piacciono?” rispose Sandro, con ironia.

“Se sono belle, certo che sì!” ribatté Pino. Aggiungendo “E Lorenzo non è venuto?”

Sandro, non rispose subito a quella sua domanda ed entrando nella camera, si sedette sul letto con lo sguardo fisso al pavimento. Pino si accorse del cambio repentino d’espressione sul viso e continuò “È forse successo qualcosa?”.

Sandro, emettendo un sospiro acerbo, si alzò e avvicinandosi a lui poggiandogli la mano sulla spalla, gli disse:

“Pino, devi sapere che Lorenzo si è impiccato circa un mese fa, non siamo riusciti a…”

Non ebbe nemmeno il tempo di continuare il suo discorso, che Pino lo interruppe.

“E solo adesso me lo dite?” domandò con tono rabbioso, stringendo i suoi pugni dal nervosismo, mentre i suoi occhi cominciavano a lacrimare.

Sandro capendo la forte commozione che Pino stava subendo in quel momento, decise di farlo sedere vicino a lui per dargli tutte le spiegazioni dovute, parlandone fino alle prime luci dell’alba.

Lidia dopo aver allattato col biberon il suo Leonardo, lo lasciò di là in cucina con Tina a svagarsi con i suoi giocattoli, mentre lei era intenta a fare le pulizie nella sua camera. Intanto che cambiava le lenzuola del letto, vide che sotto il materasso c’era una busta lettera bianca. Lì per lì, non le diede peso, tanto che pensava fosse qualche pezzetto di carta messo dal piccolo Leo mentre giocava. Quando però la prese in mano, notò che dal peso ci potesse essere una lettera dentro e mettendosi comoda sul letto, la aprì incuriosita per vedere cosa ci fosse dentro. Un tremolio la pervase istantaneamente, quando notò che era una lettera fatta dal suo Lorenzo prima di uccidersi. Non riuscì a leggerla perché le sue lacrime le offuscavano gli occhi e cominciavano a scendere senza freno, cadendo sul pezzo di carta che reggeva fra le mani precariamente. Poi fece un profondo respiro e togliendosi le lacrime con il palmo della sua mano cominciò a leggerla.

“Cara Lidia,

se stai leggendo queste lettere, vuol dire dunque, che io non sarò più tra di voi.

È un gesto vigliacco nascondersi dietro a un foglio di carta per esprimere il proprio pensiero e per questo ti chiedo umilmente scusa, ma non ho avuto la forza di affrontarti.

Perdonami se non sono stato un buon marito, ma credimi, ti ho voluto molto bene.

Lo sai, in questo mondo fatto di pregiudizi e preconcetti, non c’è spazio per persone che come me, subiscono il peso della vergogna quando capiscono, di essere diversi.

Mi sono accorto negli ultimi periodi di essere omosessuale.

 Lo so, è assurdo fare un gesto come il mio per una rivelazione simile ma questo vale solo per le persone che vivono nella normalità.

Per uomini come mio padre invece, questa è una macchia brutta per una “Famiglia Onorata” come la nostra e nel suo mondo, nel quale ho fatto parte anch’io, anche se per un breve periodo della mia esistenza, non c’è posto per imperfezioni simili.

Non avrei mai avuto il coraggio di esternare la mia vera identità e questo avrebbe comportato in me molti dispiaceri che inevitabilmente si sarebbero ripercossi su di voi e questo non potevo permettermelo.

Ed è per ciò, che ho deciso, di farla finita e lasciare spazio alle vostre vite, affinché possiate continuare il vostro percorso senza alcun peso, senza di me.

Vi vorrò per sempre bene!”

Lidia strinse forte a se quella lettera, che in qualche modo aveva dato un significato a tutto ciò che era successo, decidendo che nessuno doveva saperne di tutto ciò, tranne il suo Leonardo appena sarebbe diventato tanto maturo da poter conoscere una verità così forte. Strappò la lettera in mille pezzi e la buttò nel gabinetto tirando lo sciacquone e sdraiandosi sul letto, chiuse gli occhi, cercando di sognare il suo Lorenzo.

Senza respiro.. di Antonio Dragone (quattordicesimo capitolo)

Ormai siamo arrivati ai capitoli finali del romanzo di Senza respiro… il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia. Il quattordicesimo capitolo, che pubblichiamo oggi, è, a parer mio, uno dei più belli.

Il cerchio ormai si stringe, e come in un’antica tragedia o in echi shakespeariani il protagonista si ritrova solo davanti alle sue maschere. Sente il peso di una vita finta stritolarlo dentro, una vita scelta da qualcun altro fin da bambino, quando il padre lo costrinse ad un ruolo di boss che lui non avrebbe mai voluto ricoprire.

Adesso sente la disillusione divorarlo.. mentre la storia sta per giungere alle battute finali.

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Capitolo 14°

Lei era seduta sul letto che allattava il piccolo ma appena sentì la porta aprire, si voltò per vedere chi fosse. Come lo vide, rimase impietrita dall’emozione e i suoi occhi annegarono nello sguardo profondo di Lorenzo. Si alzò delicatamente dal letto e si avvicinò a lui, rubandogli un bacio senza aggiungere nulla, affinché quel gesto potesse esternare il suo amore, molto di più che con mille parole. Lorenzo rimase esterrefatto in quell’istante, non avrebbe mai pensato a un attimo simile da parte di Lidia. Credeva che lei fosse ancora in collera con lui dall’ultima volta che si erano scontrati, invece, lei in qualche modo era riuscito a capirlo e a perdonarlo. Non volle chiederle né il perché e né il per come di quel suo ripensamento, lasciando le cose così come stavano procedendo. Si spogliò davanti a lei, che lo guardava con occhi coinvolgenti e andò dritto in bagno per farsi una bella doccia calda. Anche quella sera però, non fu una notte immersa nell’amore come Lidia si aspettava che fosse. Lorenzo, infatti, con la scusa della stanchezza, rifiutò anche questa notte per fare l’amore e si addormentò quasi subito. Lidia comunque si sentì appagata, già solo per la sua presenza al suo fianco. Non badò molto a quell’ennesimo rifiuto e poggiando la sua testa sull’addome di Lorenzo si addormentò insieme con lui. Era ormai chiaro anche per Lorenzo, che molto probabilmente un problema lo perseguiva. Non poteva essere normale, che non sentiva più la voglia di fare l’amore con la propria amata, quella voglia che molto probabilmente non aveva mai nutrito in cuor suo. Cominciò a meditare dentro di se, per capire quale fosse il vero problema. Se fino a pochi giorni addietro, il suo cuore non lasciava spazio che a rabbia e ad ansietà per la morte di Stefano, che giustificava appieno la sua freddezza affettiva nei confronti di Lidia. Oggi, che la tranquillità e la serenità dentro di sé la facevano da padrone, non potevano spiegare il distacco verso la sua amata. La riflessione fu lunga e intensa, trascorrendo notti insonni per cercare delle risposte alle sue stesse domande, ma solo la schiettezza della sua coscienza poteva replicarle. Sentiva sempre più dentro di sé, la voglia di evadere, scappare da quella vita che molto probabilmente non gli apparteneva. Era un periodo buio quello che stava attraversando, sentendosi insoddisfatto di un qualcosa che non riusciva a esternare come voleva lui, o forse, come lui non voleva, disingannando anche se stesso.

Lidia a sua volta, sentendosi rifiutata sessualmente dal suo Lorenzo, si preoccupava del fatto che con molta probabilità, quegli atteggiamenti, erano frutto dei suoi continui attacchi su di lui e così decise di lasciarlo tranquillo per un po’ di tempo, senza pressarlo e caricarlo di tensioni.

Lorenzo, dopo aver sistemato un po’ di cose all’interno del suo clan, pensò che fosse giunto il momento di saldare il debito con Franco Renna e le altre famiglie, come aveva promesso. Le sue intenzioni erano di programmare un nuovo incontro con Khalìr, per farsi anticipare almeno dieci chilogrammi di eroina, ma questa volta a pagamento anticipato, cioè saldando il conto a merce venduta. Era convinto che il turco non avesse avuto tentennamenti nell’accettare questa sua proposta, fidandosi di un uomo d’onore qual’era lui. Sandro fu incaricato insieme a Pino L’Orso di rintracciarlo, recandosi direttamente a Trieste. Partirono di sera a bordo della sua auto, per evitare il caldo afoso dell’estate che avanzava, arrivando il giorno dopo verso le prime luci del mattino, senza essersi mai fermati se non per fare gasolio e pisciare. Arrivati a Trieste, la prima tappa fu l’Hotel Italia, dove Sandro fu riconosciuto subito dal personale della reception che ringraziandolo molto per averli nuovamente preferiti, gli consegnarono le chiavi della camera 106, che Sandro desiderò assolutamente ricevere. Quella, infatti, era la camera che condivise con Stefano nei giorni trascorsi insieme a Trieste, circa un anno fa. Per lui significava molto rivedere quella camera d’albergo, poiché colma dei bei momenti trascorsi con il suo migliore amico e appena vi entrò, si sdraiò sul letto posto vicino alla finestra del balcone, dal quale Stefano ammirava lo splendore delle stelle prima di addormentarsi. Fu una lunga notte per Sandro, che nonostante la stanchezza del viaggio, pensava al suo amico defunto e alle belle giornate passate insieme a Trieste. Come dimenticare quella notte al Night Club, dove Stefano si era aggrappato ai pali della lap-dance togliendosi la camicia e fingendosi spogliarellista, sotto gli occhi increduli delle ballerine. Insomma, ora che si respirava un’aria più serena dopo la guerra di mafia era finita, la sua mente dava spazio ai ricordi più belli e intensi e ai suoi legami affettivi con persone che non c’erano più. Verso le otto del mattino, il primo a svegliarsi fu Pino, che alzandosi dal letto, si diresse dritto in bagno per i suoi bisogni mattutini.

Sandro invece, era talmente stanco, da non riuscire nemmeno ad aprire gli occhi nonostante fosse sveglio e preferì rimanere rannicchiato sotto le calde coperte, per recuperare al meglio le forze che gli servivano per affrontare la lunga giornata che li attendeva. Pino quando uscì dal bagno e vide Sandro ancora sotto le coperte, andò verso di lui e alzando il suo materasso, lo fece rotolare a terra  come un gomitolo di lana. Sandro,preso alla sprovvista, si alzò di scatto pensando che ci fosse un terremoto.

“Cerca di alzarti” gridò Pino, con tono imperioso. Aggiungendo “ Ricordati che siamo qui per lavorare e non per fare vacanza”.

Sandro, non meravigliato da quei modi rudi di Pino, assentì con un cenno del capo, dirigendosi in bagno per darsi una svegliata. Intanto Pino, pensò di ordinare la colazione in camera, telefonando giù alla reception. Pochi minuti più tardi, ecco il cameriere che bussa alla porta.

“Colazione in camera!” sussurrò una voce femminile.

Pino si affrettò ad aprire e quando si ritrovò davanti a una splendida creatura dalla bellezza quasi inumana, con gli occhi verde smeraldo ammalianti, rimase impietrito davanti all’uscio della porta senza proferire parola. Lei, accortasi dell’effetto scioccante che aveva provocato in Pino, decise di entrare in camera con il suo vassoio, che poggiò sul tavolino della stanza e mentre stava per andare, Sandro uscì dal bagno, con addosso solo un asciugamano che gli copriva appena le parti intime. Lei appena lo vide, scostò istintivamente lo sguardo a terra poiché atterrita da quella scena imbarazzante e, non accorgendosi dello spigolo della porta aperta, vi sbatté contro con la testa. Pino cercò subito di soccorrerla ma lei, ancora più imbarazzata di prima, decise di non fermarsi e con la mano poggiata sul punto dolente della testa, si diresse verso le scale. Pino dopo aver chiuso la porta, strillò a Sandro:

“Ti sembra il modo di presentarsi davanti a una donna questo?”.

“E che potevo saperne io che c’era una cameriera in camera?” ribatté Sandro.

“Che figura pessima, non riuscirò mai a farmi perdonare” aggiunse Pino, incazzato nero.

Da lì, Sandro capì che Pino si era proprio rimbecillito davanti a cotanta bellezza e sedendosi con lui vicino al tavolino per consumare la loro colazione, cominciò a dargli qualche lezione di seduzione. La missione era alquanto ardua, poiché Pino non aveva mai avuto modo di scambiare qualche parola con persone che non fossero, né del loro stesso paese né di sesso diverso dal suo, quindi c’era un lungo lavoro da fare per renderlo almeno discreto affabile per un approccio con il gentil sesso.

A casa Leone nel frattempo, si partecipava con tanta emozione a un nuovo avvenimento regalato dal piccolo Leo che, barcollando da una parte all’altra, cominciò a fare i primi passi girovagando per casa. Lidia appena lo vide alzarsi in piedi da solo, chiamò Lorenzo per farlo assistere al lieto evento, regalando anche a lui quell’emozione e quella gioia che in quel momento stava provando lei. Lorenzo amava molto suo figlio e quelle emozioni forti che Leo gli donava, lo facevano sentire orgoglioso di quel figlio tanto voluto. In cuor suo però, era cosciente che alla fine qualcosa li avrebbe portati a dividersi per sempre. Più passava il tempo e più capiva che quella non era la sua vera vita, che quella personalità dura e fredda non derivava dal suo ego, ma era più che altro un modo per dimostrarsi diverso agli occhi degli altri. Questo lo capì specialmente dopo che aveva consumato quel brutale delitto che gli sporcò l’animo per sempre. Era arrivata l’ora di uscire allo scoperto e un grido dentro di se marcava questo volere ormai soppresso da tanti anni. Lidia fu sempre considerata da lui, come la donna ideale per lui o meglio, per la vita che inevitabilmente doveva fingere di fare, ma già d’allora capì che molto probabilmente aveva sbagliato qualcosa. Lorenzo no riusciva a darsi pace per quella sua situazione asfissiante, mille erano i pensieri che gli frullavano per la  testa e il non potersi sfogare con qualcuno, lo tormentava assiduamente tanto che, non riusciva più a dormire per un’intera notte e il giorno a non concentrarsi bene su ciò che faceva, creando molte tensioni anche in casa, dove Lidia lo sentiva sempre più distante e sempre più freddo nella loro vita di coppia.

Sandro e Pino, dopo una lunga mattinata all’insegna del bon ton e sulle tecniche di seduzione, riuscirono a incontrarsi con Khalìr tramite un suo emissario. Il turco era già a conoscenza del sequestro di eroina che Lorenzo subì la volta scorsa e sulla nuova richiesta di Lorenzo, ebbe un po’ di tentennamenti, non tanto perché non si fidasse di lui ma per il timore che perdesse quest’altro carico. Comprendendo però, le molte difficoltà che Lorenzo stava attraversando, acconsentì dando loro l’appuntamento per il giorno dopo, per mettersi d’accordo sulla spedizione. Infatti, Khalìr decise che questa volta se ne sarebbe occupato lui stesso per recapitarla a destinazione. Così Sandro, dopo aver ringraziato in nome di tutta la Famiglia, si avviò con Pino in Hotel per chiamare Lorenzo e comunicargli la buona notizia.

 

Senza respiro.. di Antonio Dragone (dodicesimo capitolo)

Continua la pubblicazione di Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

Ormai i capitoli che mancano sono pochi.. e la conclusione si avvicina..

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12° Capitolo

Non chiuse occhi per tutta la notte, riflettendo molto sulle parole di Federico, cercando di capire semmai potesse nascondersi l’inganno a quelle sue affermazioni. Le sue risposte, vaghe e incerte, non lo portarono a nessuna conclusione sicura, così si rasserenò fidandosi per la prima volta del suo istinto, verso persone che non aveva mai considerato veri amici.

Dall’ospedale Lidia, non seppe nulla dell’agguato gravissimo contro Lorenzo e della morte di Stefano. Tina gli aveva nascosto tutti i giornali che sbattevano nelle prime pagine il terribile fattaccio. Il giorno della sua uscita in ospedale, sperava che Lorenzo si facesse vivo per riportarla a casa come gli aveva promesso, ma Tina con il supporto dei consuoceri, le inventò una scusa dicendole che Lorenzo fu intrattenuto sul lavoro per un problema grave e urgente. Lidia non ingoiò il rospo e fingendo di crederci, si mise in macchina con i suoi, assieme al suo piccolo Leo, per ritornare a casa. Arrivati, Tina preparò la culla del piccolo nipotino per farlo continuare a riposare e aiutò Lidia a lavarsi nella vasca da bagno, poiché ancora fragile e dolente nei movimenti articolari. Lorenzo ritornò a casa dopo una lunga mattinata d’impegni e salendo per le scale, adocchiò un bavaglino steso su uno dei gradini. Da lì, ebbe la certezza che Lidia fosse ritornata a casa con il loro Leonardo, come sua madre gli aveva annunciato. Per un momento pensò di andare via, perché non voleva farsi vedere da Lidia in quello stato di angoscia e nervosismo che trapelava dal suo volto, ma la voglia di abbracciare il suo bambino fu più forte e di corsa salì le scale per dargli il benvenuto. Appena aprì il portone di casa, si fiondò in camera per abbracciare Lidia che, seduta sul letto, stava nutrendo il suo bimbo, che succhiava con ingordigia il latte dalla sua mammella.

Dinanzi ad una scena così tenera, si bloccò sull’uscio della porta attento a non far alcun minimo rumore, per ammirare con letizia quell’immagine superba. Lidia nel sentirsi sorvegliata, si voltò lentamente e quando vide Lorenzo lì, fermo incantato a guardarli, con un timido gesto della mano lo invitò a sedersi vicino a lei. Lui si sedette al suo fianco, senza mai distogliere gli occhi da quella creatura, tanto piccola quanto capace a suscitare grandi emozioni.

“Perché non lo prendi in braccio?” propose Lidia.

“No! Ho paura di fargli del male” rispose Lorenzo, quasi impaurito.

Lidia quando notò che il piccolo Leo smise di allattare dal suo seno, poiché ormai sazio, lo girò a pancia in giù e lo pose sulle ginocchia di Lorenzo, che istintivamente lo tenne con le mani.

“Adesso con piccoli colpetti sulla schiena aiutalo a non fare il rigurgito” aggiunse Lidia, mentre si sistemava il reggiseno.

Lorenzo incapace nei movimenti, con piccole carezze sulla schiena cercava di fargli fare il ruttino per digerire ma Lidia, di fronte a quella scena scoppiò a ridere e riprese Leo in braccio mostrandogli  come doveva fare.

“Amore, se vuoi diventare un buon padre, dovrai imparare da queste piccole cose”.

“Credimi, amo questa crestura più di me stesso e avrò cura di lui crescendolo come un principino, ma per il momento, lui ha bisogno solo di te, perché momentaneamente tu rappresenti per lui fonte di vita” ribatte Lorenzo.

Poi le stampò un bacio sulle labbra e alzandosi, si avviò in cucina per salutare la madre, intenta preparare il pranzo. La sorprese da dietro dandole un grosso bacio sulle sue guance paffute e lei, mentre stava mescolando il sugo, posò istintivamente il mestolo sulla pentola per abbracciare suo figlio.

“Amore della mamma, siamo tornati stamattina e Lidia e di là con il piccolo Leo, vai ad abbracciarli” disse Tina, ancora ignara del loro incontro.

“Li ho già salutati di là e Lidia sta per raggiungerci a tavola. Piuttosto dimmi, cos’è quest’odorino che viene fuori dalla pentola?” rispose lui.

Tina lusingata da quel complimento, con soddisfazione riaprì il coperchio della pentola facendogli ammirare il sugo al ragù che a lui piaceva tanto e Lorenzo, invogliato da quell’odore stupefacente, prese un pezzo di pane, per inzupparlo direttamente nella pentola ma Tina, capendo il suo intento, con il cucchiaione di legno lo colpì sulla mano per bloccarlo.

Poi prese lei un pezzetto di pane e con finezza gli spalmò il sugo sopra e glielo porse.

“Eccoti pronto!” esclamò Tina.

Prima lo passò sotto il naso, per annusare il dolce profumo che emanava, poi lo soffiò sopra per raffreddarlo un po’ e con due morsi lo divorò con gusto. Lidia, dopo aver fatto addormentare il piccolo, li raggiunse di là per aiutare Tina a bandire la tavola, Lorenzo la invitò a fermarsi e ad accomodarsi sul divano, perché quel giorno sarebbe stato lui a fare i doveri di casa. Così da bravo marito, apparecchio la tavola aiutando sua madre a preparare i piatti sotto l’occhio vigilie di Lidia, che lo vedeva entrare e uscire dalla cucina come un dissennato e quando era tutto pronto, andò a prenderla in braccio per farla accomodare in tavola.

“Mi tratti come se fossi una malata” affermò Lidia, mentre era tra le braccia del suo compagno.

“Amore, tu non devi affaticarti almeno per dieci giorni ancora e intanto, ci sarò io a prendermi cura di te” disse Lorenzo, dandogli un bacione sulle labbra.

“Lorenzo ha ragione, sei ancora debole per il parto. Adesso devi pensare solo a riprenderti per bene” aggiunse Tina, comprovando il discorso di Lorenzo.

Dopo aver mangiato e sparecchiato la tavola,Tina fece uscire Lorenzo dalla cucina invitandolo a stare di là in soggiorno con Lidia, poiché si sarebbe occupata esclusivamente lei a lavare le stoviglie. Lui pensò allora di portare Lidia in stanza da letto riposare insieme, ma ciò non fu possibile,perché il piccolo Leo si svegliò proprio in quel frangente per reclamare la sua poppata. Lorenzo così, pensò di lasciarli soli e decise di uscire per sbrigarsi qualche faccenda. Si recò presso la casa di Sandro, per sapere se ci fossero delle novità. Suonò il campanello e Sandro, di là in cucina, scrutò prima dalla finestra per vedere chi fosse e poi, vedendo Lorenzo, andò subito ad aprirlo.

“Non ti sembra il caso di rimanere cauti e non di farci vedere troppo in giro? Ti ricordo che siamo in piena guerra e che un piccolo sbaglio può costarci la vita” disse Sandro, con un filo di polemica, appena Lorenzo entrò in casa.

“Non preoccuparti per me, so come muovermi. Tu piuttosto , hai avuto novità dagli uomini di Renna?” rispose lui, ammirato dalla premura del suo amico.

“Se me ne avresti dato il tempo, sarei venuto direttamente a casa tua per dirtelo. Comunque l’incontro è fissato per domani mattina a Ortù in un casolare,cosa vuoi che gli risponda?”aggiunse Sandro.

“Va bene!Domani mattina ci andremo insieme, però adesso preparati che dobbiamo uscire, c’è un problema da risolvere” concluse Lorenzo.

Sandro andò in bagno per sistemarsi e in pochi minuti si rese disponibile al suo capo, che era già fuori in macchina ad aspettarlo.

Lidia aspetto fino a notte fonda il rientro di Lorenzo ma a un certo orario, si convinse che molto probabilmente non sarebbe ritornato, come le tante altre notti e decise di addormentarsi col piccolo Leo fra le braccia, lasciando il lumino acceso con la speranza che Lorenzo ritornasse presto a spegnerlo. Quella notte Sandro e Lorenzo, non andarono a letto, poiché intenti a vegliare un tizio sospetto. Infatti, Lorenzo lo notò più volte aggirarsi verso casa sua, ma quando lo videro uscire verso le cinque di notte da un appartamento, dove probabilmente risiedeva, per recarsi dritto in questura, capirono che non fosse altro che uno sbirro sotto copertura che li stava pedinando, cercando di non destare alcun sospetto.

Lorenzo raccomandò a Sandro di farlo presente anche ai loro amici, affinché quell’uomo non potesse mai realizzare i suoi intenti investigativi.

L’appuntamento con Renna era fissato per le sette di quel mattino, così entrambi, dopo essersi data una sistemata a casa di Sandro, si avviarono per Ortù. Prima però, Lorenzo volle fermarsi in una pasticceria per comprare una guantiera di cornetti caldi con crema alla nocciola, come piacevano tanto a Lidia e portarglieli per la colazione. Arrivati a casa, scese velocemente dall’auto e salì su, lasciando i cornetti in cucina senza farsi sentire, con dentro un biglietto dove vi era scritto:

“Fate una buona colazione!”

Partiti da Ranella, arrivarono a Ortù dopo un’oretta scarsa e seguendo le indicazioni che gli erano state date, si condussero presso una casetta di campagna, dove vi viveva una modesta famiglia di rumeni. Questi abitavano lì per volere di Renna, con lo scopo che vi lavorassero accudendo gli animali e le terre, in cambio del loro alloggio. Cosicchè  Franco potesse svolgervi tutti i suoi affari, incontrando varie persone di un certo spessore criminale, senza destare nessun sospetto alle forze dell’ordine. Lungo il tratto di strada sterrata che portava verso il casolare, Sandro notò dallo specchietto retrovisore, che una monovolume nera li stava seguendo e Lorenzo, vedendolo agitato, cercò di tranquillizzarlo, impugnando la sua pistola.

“Prosegui senza timore, male che vada siamo armati” disse lui con freddezza.

Arrivati davanti al cancello d’ingresso, ecco che la monovolume si accostò dietro di loro suonando il clacson, che molto probabilmente era il segnale del loro arrivo. A un tratto, il cancello elettronico si aprì e Sandro, ingranando la marcia, entrò posteggiandosi davanti ad un fienile.

Lorenzo raccomandò a Sandro di non spegnere il  motore, mentre l’auto scura si parcheggiò al loro fianco. Scesero due persone e uno di loro era Franco Renna, che avvicinandosi allo sportello di Lorenzo lo invitò a scendere. Lui appena lo vide, sentì in cuor suo un forte senso di rabbia e nervosismo ma senza far trapelare niente dal suo viso impassibile. Con garbo scese dalla macchina e salutò Renna come ai vecchi tempi, mentre Sandro e l’autista di Franco si spostarono insieme lasciandoli da soli.

“Caro Lorenzo, se ti ho voluto incontrare a tutti i costi, è perché io ci tengo a tuo padre, quindi cerca almeno di ascoltarmi e vedrai che aggiusteremo questa situazione” disse Franco,mentre si accendeva la sua sigaretta.

“Guardate che fino a prova contraria, sono stato io a subire un agguato.

Lo so benissimo che anch’io ho trascurato con tutti voi, rendendomi irreperibile quando è stata sequestrata la nostra droga, ma l’ho fatto perché ancora non sapevo se quell’uomo arrestato potesse parlare e farmi ingabbiare dalla polizia. State certi però, che alla fine sarei venuto da voi personalmente per scusarmi dell’intoppo che avrei sicuramente superato” rispose Lorenzo, esprimendo tutta la sua amarezza.

“Lorenzo, tu sei un giovane valente ma ancora non conosci bene la vita che hai intrapreso e sono sicuro, che se tuo padre fosse qui con noi, tutto questo non sarebbe mai accaduto, perché lui con certa gente non si sarebbe mai mischiato in affari” aggiunse Franco.

Lorenzo udendo quelle parole, cominciò a pensare che molto probabilmente il Renna non centrava niente con l’agguato e che forse il vecchio volpone di Schina avesse architettato tutto da solo.

“Allora chi ha cercato di uccidermi?”

“È stato Schina con l’appoggio delle famiglie Zirga e Battoli”. Continuando “Però tu adesso devi ascoltarmi e vedrai che avrai la tua vendetta. Ho saputo che quel ragazzo che è morto era un tuo carissimo amico e che hai tanto pianto per la sua perdita, quelle tue lacrime versate  saranno lacrime di sangue per quelli farabutti e vigliacchi, hai la mia parola.”

“E ditemi, cosa dovrei fare adesso?” chiese Lorenzo.”

“Prima di tutto voglio che vai da tuo padre e che gli spieghi la situazione.

Poi trova due magazzini a Ranella, dove nasconderemo due auto rubate con armi pronte all’uso e raduna a te i pochi uomini rimastoti vicino. Ho saputo che molti di loro sono spariti dalla circolazione e si sono resi irrintracciabili, se me lo consenti, ho capito che non sei ancora pronto nel saper valutare gli uomini, dai veri Uomini d’onore, pronti a tutto per te e per il tuo nome. Comunque ci rivedremo presto e sarò io a farmi vivo” concluse Renna prima di salutarlo.

 

Senza respiro… di Antonio Dragone (undicesimo capitolo)

Pubblichiamo oggi il dodicesimo capitolo di Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

Il ritmo e la tensione aumentano, mano a mano che i capitoli avanzano. Ma la disfatta si “repirava” fin dalle prime pagine del libro.

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12° Capitolo

Non chiuse occhi per tutta la notte, riflettendo molto sulle parole di Federico, cercando di capire semmai potesse nascondersi l’inganno a quelle sue affermazioni. Le sue risposte, vaghe e incerte, non lo portarono a nessuna conclusione sicura, così si rasserenò fidandosi per la prima volta del suo istinto, verso persone che non aveva mai considerato veri amici.

Dall’ospedale Lidia, non seppe nulla dell’agguato gravissimo contro Lorenzo e della morte di Stefano. Tina gli aveva nascosto tutti i giornali che sbattevano nelle prime pagine il terribile fattaccio. Il giorno della sua uscita in ospedale, sperava che Lorenzo si facesse vivo per riportarla a casa come gli aveva promesso, ma Tina con il supporto dei consuoceri, le inventò una scusa dicendole che Lorenzo fu intrattenuto sul lavoro per un problema grave e urgente. Lidia non ingoiò il rospo e fingendo di crederci, si mise in macchina con i suoi, assieme al suo piccolo Leo, per ritornare a casa. Arrivati, Tina preparò la culla del piccolo nipotino per farlo continuare a riposare e aiutò Lidia a lavarsi nella vasca da bagno, poiché ancora fragile e dolente nei movimenti articolari. Lorenzo ritornò a casa dopo una lunga mattinata d’impegni e salendo per le scale, adocchiò un bavaglino steso su uno dei gradini. Da lì, ebbe la certezza che Lidia fosse ritornata a casa con il loro Leonardo, come sua madre gli aveva annunciato. Per un momento pensò di andare via, perché non voleva farsi vedere da Lidia in quello stato di angoscia e nervosismo che trapelava dal suo volto, ma la voglia di abbracciare il suo bambino fu più forte e di corsa salì le scale per dargli il benvenuto. Appena aprì il portone di casa, si fiondò in camera per abbracciare Lidia che, seduta sul letto, stava nutrendo il suo bimbo, che succhiava con ingordigia il latte dalla sua mammella.

Dinanzi ad una scena così tenera, si bloccò sull’uscio della porta attento a non far alcun minimo rumore, per ammirare con letizia quell’immagine superba. Lidia nel sentirsi sorvegliata, si voltò lentamente e quando vide Lorenzo lì, fermo incantato a guardarli, con un timido gesto della mano lo invitò a sedersi vicino a lei. Lui si sedette al suo fianco, senza mai distogliere gli occhi da quella creatura, tanto piccola quanto capace a suscitare grandi emozioni.

“Perché non lo prendi in braccio?” propose Lidia.

“No! Ho paura di fargli del male” rispose Lorenzo, quasi impaurito.

Lidia quando notò che il piccolo Leo smise di allattare dal suo seno, poiché ormai sazio, lo girò a pancia in giù e lo pose sulle ginocchia di Lorenzo, che istintivamente lo tenne con le mani.

“Adesso con piccoli colpetti sulla schiena aiutalo a non fare il rigurgito” aggiunse Lidia, mentre si sistemava il reggiseno.

Lorenzo incapace nei movimenti, con piccole carezze sulla schiena cercava di fargli fare il ruttino per digerire ma Lidia, di fronte a quella scena scoppiò a ridere e riprese Leo in braccio mostrandogli  come doveva fare.

“Amore, se vuoi diventare un buon padre, dovrai imparare da queste piccole cose”.

“Credimi, amo questa crestura più di me stesso e avrò cura di lui crescendolo come un principino, ma per il momento, lui ha bisogno solo di te, perché momentaneamente tu rappresenti per lui fonte di vita” ribatte Lorenzo.

Poi le stampò un bacio sulle labbra e alzandosi, si avviò in cucina per salutare la madre, intenta preparare il pranzo. La sorprese da dietro dandole un grosso bacio sulle sue guance paffute e lei, mentre stava mescolando il sugo, posò istintivamente il mestolo sulla pentola per abbracciare suo figlio.

“Amore della mamma, siamo tornati stamattina e Lidia e di là con il piccolo Leo, vai ad abbracciarli” disse Tina, ancora ignara del loro incontro.

“Li ho già salutati di là e Lidia sta per raggiungerci a tavola. Piuttosto dimmi, cos’è quest’odorino che viene fuori dalla pentola?” rispose lui.

Tina lusingata da quel complimento, con soddisfazione riaprì il coperchio della pentola facendogli ammirare il sugo al ragù che a lui piaceva tanto e Lorenzo, invogliato da quell’odore stupefacente, prese un pezzo di pane, per inzupparlo direttamente nella pentola ma Tina, capendo il suo intento, con il cucchiaione di legno lo colpì sulla mano per bloccarlo.

Poi prese lei un pezzetto di pane e con finezza gli spalmò il sugo sopra e glielo porse.

“Eccoti pronto!” esclamò Tina.

Prima lo passò sotto il naso, per annusare il dolce profumo che emanava, poi lo soffiò sopra per raffreddarlo un po’ e con due morsi lo divorò con gusto. Lidia, dopo aver fatto addormentare il piccolo, li raggiunse di là per aiutare Tina a bandire la tavola, Lorenzo la invitò a fermarsi e ad accomodarsi sul divano, perché quel giorno sarebbe stato lui a fare i doveri di casa. Così da bravo marito, apparecchio la tavola aiutando sua madre a preparare i piatti sotto l’occhio vigilie di Lidia, che lo vedeva entrare e uscire dalla cucina come un dissennato e quando era tutto pronto, andò a prenderla in braccio per farla accomodare in tavola.

“Mi tratti come se fossi una malata” affermò Lidia, mentre era tra le braccia del suo compagno.

“Amore, tu non devi affaticarti almeno per dieci giorni ancora e intanto, ci sarò io a prendermi cura di te” disse Lorenzo, dandogli un bacione sulle labbra.

“Lorenzo ha ragione, sei ancora debole per il parto. Adesso devi pensare solo a riprenderti per bene” aggiunse Tina, comprovando il discorso di Lorenzo.

Dopo aver mangiato e sparecchiato la tavola,Tina fece uscire Lorenzo dalla cucina invitandolo a stare di là in soggiorno con Lidia, poiché si sarebbe occupata esclusivamente lei a lavare le stoviglie. Lui pensò allora di portare Lidia in stanza da letto riposare insieme, ma ciò non fu possibile,perché il piccolo Leo si svegliò proprio in quel frangente per reclamare la sua poppata. Lorenzo così, pensò di lasciarli soli e decise di uscire per sbrigarsi qualche faccenda. Si recò presso la casa di Sandro, per sapere se ci fossero delle novità. Suonò il campanello e Sandro, di là in cucina, scrutò prima dalla finestra per vedere chi fosse e poi, vedendo Lorenzo, andò subito ad aprirlo.

“Non ti sembra il caso di rimanere cauti e non di farci vedere troppo in giro? Ti ricordo che siamo in piena guerra e che un piccolo sbaglio può costarci la vita” disse Sandro, con un filo di polemica, appena Lorenzo entrò in casa.

“Non preoccuparti per me, so come muovermi. Tu piuttosto , hai avuto novità dagli uomini di Renna?” rispose lui, ammirato dalla premura del suo amico.

“Se me ne avresti dato il tempo, sarei venuto direttamente a casa tua per dirtelo. Comunque l’incontro è fissato per domani mattina a Ortù in un casolare,cosa vuoi che gli risponda?”aggiunse Sandro.

“Va bene!Domani mattina ci andremo insieme, però adesso preparati che dobbiamo uscire, c’è un problema da risolvere” concluse Lorenzo.

Sandro andò in bagno per sistemarsi e in pochi minuti si rese disponibile al suo capo, che era già fuori in macchina ad aspettarlo.

Lidia aspetto fino a notte fonda il rientro di Lorenzo ma a un certo orario, si convinse che molto probabilmente non sarebbe ritornato, come le tante altre notti e decise di addormentarsi col piccolo Leo fra le braccia, lasciando il lumino acceso con la speranza che Lorenzo ritornasse presto a spegnerlo. Quella notte Sandro e Lorenzo, non andarono a letto, poiché intenti a vegliare un tizio sospetto. Infatti, Lorenzo lo notò più volte aggirarsi verso casa sua, ma quando lo videro uscire verso le cinque di notte da un appartamento, dove probabilmente risiedeva, per recarsi dritto in questura, capirono che non fosse altro che uno sbirro sotto copertura che li stava pedinando, cercando di non destare alcun sospetto.

Lorenzo raccomandò a Sandro di farlo presente anche ai loro amici, affinché quell’uomo non potesse mai realizzare i suoi intenti investigativi.

L’appuntamento con Renna era fissato per le sette di quel mattino, così entrambi, dopo essersi data una sistemata a casa di Sandro, si avviarono per Ortù. Prima però, Lorenzo volle fermarsi in una pasticceria per comprare una guantiera di cornetti caldi con crema alla nocciola, come piacevano tanto a Lidia e portarglieli per la colazione. Arrivati a casa, scese velocemente dall’auto e salì su, lasciando i cornetti in cucina senza farsi sentire, con dentro un biglietto dove vi era scritto:

“Fate una buona colazione!”

Partiti da Ranella, arrivarono a Ortù dopo un’oretta scarsa e seguendo le indicazioni che gli erano state date, si condussero presso una casetta di campagna, dove vi viveva una modesta famiglia di rumeni. Questi abitavano lì per volere di Renna, con lo scopo che vi lavorassero accudendo gli animali e le terre, in cambio del loro alloggio. Cosicchè  Franco potesse svolgervi tutti i suoi affari, incontrando varie persone di un certo spessore criminale, senza destare nessun sospetto alle forze dell’ordine. Lungo il tratto di strada sterrata che portava verso il casolare, Sandro notò dallo specchietto retrovisore, che una monovolume nera li stava seguendo e Lorenzo, vedendolo agitato, cercò di tranquillizzarlo, impugnando la sua pistola.

“Prosegui senza timore, male che vada siamo armati” disse lui con freddezza.

Arrivati davanti al cancello d’ingresso, ecco che la monovolume si accostò dietro di loro suonando il clacson, che molto probabilmente era il segnale del loro arrivo. A un tratto, il cancello elettronico si aprì e Sandro, ingranando la marcia, entrò posteggiandosi davanti ad un fienile.

Lorenzo raccomandò a Sandro di non spegnere il  motore, mentre l’auto scura si parcheggiò al loro fianco. Scesero due persone e uno di loro era Franco Renna, che avvicinandosi allo sportello di Lorenzo lo invitò a scendere. Lui appena lo vide, sentì in cuor suo un forte senso di rabbia e nervosismo ma senza far trapelare niente dal suo viso impassibile. Con garbo scese dalla macchina e salutò Renna come ai vecchi tempi, mentre Sandro e l’autista di Franco si spostarono insieme lasciandoli da soli.

“Caro Lorenzo, se ti ho voluto incontrare a tutti i costi, è perché io ci tengo a tuo padre, quindi cerca almeno di ascoltarmi e vedrai che aggiusteremo questa situazione” disse Franco,mentre si accendeva la sua sigaretta.

“Guardate che fino a prova contraria, sono stato io a subire un agguato.

Lo so benissimo che anch’io ho trascurato con tutti voi, rendendomi irreperibile quando è stata sequestrata la nostra droga, ma l’ho fatto perché ancora non sapevo se quell’uomo arrestato potesse parlare e farmi ingabbiare dalla polizia. State certi però, che alla fine sarei venuto da voi personalmente per scusarmi dell’intoppo che avrei sicuramente superato” rispose Lorenzo, esprimendo tutta la sua amarezza.

“Lorenzo, tu sei un giovane valente ma ancora non conosci bene la vita che hai intrapreso e sono sicuro, che se tuo padre fosse qui con noi, tutto questo non sarebbe mai accaduto, perché lui con certa gente non si sarebbe mai mischiato in affari” aggiunse Franco.

Lorenzo udendo quelle parole, cominciò a pensare che molto probabilmente il Renna non centrava niente con l’agguato e che forse il vecchio volpone di Schina avesse architettato tutto da solo.

“Allora chi ha cercato di uccidermi?”

“È stato Schina con l’appoggio delle famiglie Zirga e Battoli”. Continuando “Però tu adesso devi ascoltarmi e vedrai che avrai la tua vendetta. Ho saputo che quel ragazzo che è morto era un tuo carissimo amico e che hai tanto pianto per la sua perdita, quelle tue lacrime versate  saranno lacrime di sangue per quelli farabutti e vigliacchi, hai la mia parola.”

“E ditemi, cosa dovrei fare adesso?” chiese Lorenzo.”

“Prima di tutto voglio che vai da tuo padre e che gli spieghi la situazione.

Poi trova due magazzini a Ranella, dove nasconderemo due auto rubate con armi pronte all’uso e raduna a te i pochi uomini rimastoti vicino. Ho saputo che molti di loro sono spariti dalla circolazione e si sono resi irrintracciabili, se me lo consenti, ho capito che non sei ancora pronto nel saper valutare gli uomini, dai veri Uomini d’onore, pronti a tutto per te e per il tuo nome. Comunque ci rivedremo presto e sarò io a farmi vivo” concluse Renna prima di salutarlo.

Senza respiro… di Antonio Dragone (undicesimo capitolo)

Continua la pubblicazione di Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

Siamo arrivati all’undicesimo capitolo.

Una storia questa non esattamente autobiografica, anche vi sono ispirazioni tratte dalle sue vicende personali.

Ogni successivo capitolo, esprime sempre di più la sensazione di progressivo accerchiamento e di inevitabile disfatta che grava sul protagonista fin da quando, da piccolo, fu costretto a intraprendere non il suo destino, ma il destino che il padre aveva scelto per lui.

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Capitolo 11°

Passarono otto mesi e Lidia si dovette ricoverare all’ospedale Sant’ Arcangelo di Trezzi, per prepararsi al parto. Nonostante mancassero ancora quaranta giorni per il termine della gravidanza, in quegli ultimi giorni ebbe forti fitte all’addome e Tina, per essere più tranquilla, insistette affinché si ricoverasse, per stare sotto l’osservazione dei medici. Era la prima gravidanza per Lidia, quindi potevano nascere complicazioni inaspettate, come il caso volle.

Lorenzo lo venne a sapere tramite il suo autista Pino l’Orso, che teneva i contatti diretto fra lui e la sua famiglia ma nemmeno il tempo che Pino finisse di spiegare, Lorenzo si fiondò in macchina con Sandro per condursi dritto in ospedale.

Arrivato sul posto, si camuffò con un berretto e un paio di occhiali scuri per nascondere il suo volto, mentre Sandro rimase in auto nei parcheggi dell’ospedale. Entrato nel policlinico, chiese indicazioni per condursi nella camera della sua amata e mentre saliva le scale, udiva gli schiamazzi dei neonati. Sul piano chiese a un infermiera del reparto, dove poteva trovare Lidia e questa, molto garbatamente lo informò che Lidia era in sala parto, pronta per partorire. In quel momento si sentiva un’ansia addosso talmente forte, che non riusciva nemmeno a immaginare la sua reazione di fronte a quella creatura che stava per nascere. Si precipitò nella sala d’attesa, dove vide Tina con i genitori di Lidia seduti ad aspettare il lieto evento. Lorenzo si accomodò nella poltrona affianco dove era seduta Tina e lei non lo notò nemmeno, ma appena le accarezzò le mani, che stringeva vicino al petto, si voltò improvvisamente e capì subito, che quel ragazzo seduto al suo fianco era il suo Lorenzo.

“Lo sentivo che saresti arrivato!” sussurrò Tina.

“Potevo mai mancare alla nascita di mio figlio?” rispose Lorenzo.

“Certo che no! Tuo padre però, mi ha detto di riferirti che sarebbe meglio che tu partissi dal paese con Lidia e la piccola creatura che sta per nascere, finché non uscirà lui per mettere le cose apposto con le altre Famiglie.”

Lui, orgoglioso com’era, strinse con più forza le mani della mamma dicendole:

“Mamma, sono gli altri che devono avere paura di me. Io prima che papà esca, salderò il conto e tutto si risolverà nel migliore dei modi, ma se qualcuno vuole la guerra e allora che guerra sia.”

Tina lo ascoltò sconfortata, Lorenzo non era più quel ragazzo rispettoso della vita e verso il prossimo, lo vedeva cambiato nei suoi modi di fare, quasi non ragionasse più, lasciandosi guidare solo dalla sua ira. Pasquale ancora non aveva capito chi era quel ragazzo che mormorava con Tina e avvicinandosi ai due, con la scusa di chiedere l’ora a Tina, cercò di capire di chi si trattasse. Fu Lorenzo a svelarsi togliendosi gli occhiali e il berretto.

“Ancora non mi avete riconosciuto?”disse Lorenzo, con tono ironico.

Pasquale rimase impietrito dalla sorpresa e senza aggiungere nulla lo abbracciò chiamando Teresa, per farla avvicinare e salutarlo. Intanto, dalla sala parto si udì il primo urlo di Lidia, al quale se ne susseguirono altri, mettendo Lorenzo in forte agitazione. In quegli attimi, non sapeva come reagire a quella sofferenza che Lidia stava provando, ma nemmeno il tempo di riflettere, che quelle urla furono rimpiazzate dal pianto del loro bambino.

“È nato mamma! È nato mio figlio!” esclamava Lorenzo, mentre i suoi occhi si inumidivano dalla gioia.

La porta della sala parto si aprì e la prima a uscire fu la ginecologa Gaspare, che si era occupata di Lidia in tutti quei mesi di gravidanza. Con molta soddisfazione, per l’esito positivo del suo lavoro, comunicò a Tina e Teresa della nascita del loro nipotino, invitandole  a seguirla per conoscerlo.

“Posso venire anch’io?” chiese Lorenzo, intervenendo alla conversazione fra le tre.

Continuando “Sono il padre!”

“Mi scusi, non l’avevo conosciuta, allora mi segua” rispose la dottoressa.

Arrivati nella stanza delle vaccinazioni, Lorenzo ebbe un blocco emotivo davanti a quel gomitolo d’uomo, che se ne stava tranquillo, accovacciato a pancia in giù su un materassino. L’infermiera nel vederlo emozionato,alzò il piccolo e glielo porse fra le sue braccia. Un brivido intenso lo percorse dal capo ai piedi, un’emozione grande che non aveva mai sentito prima. Le sue gambe cominciarono a tremare e da lì, capì quanto fosse importante per lui quel bambino. Poi si voltò verso sua madre e i suoceri, che erano aldilà della vetrata della camera, e mostrò con molta fierezza il suo bambino. Anche la dottoressa si commosse nel vedere quel ragazzone tanto emozionato, di fronte a quella piccola creatura.

“È la prima volta che mi succede di commuovermi in occasioni simili, eppure, ormai dovrei essere abituata nel vivere questi momenti. Tu sarai un bravo papà, ne sono sicura” affermò la ginecologa, con voce spezzata dalla commozione. E asciugandosi le lacrime, lo invitò a seguirla con il bambino, per portarlo da Lidia che, stremata dal travaglio, era sdraiata sul letto della sua camera debole e stanca. Appena vide entrare dalla porta Lorenzo con il piccolo, si animò improvvisamente alzandosi con l’aiuto delle sue braccia per mettersi comoda e dopo aver dato un bacio sulla bocca del suo compagno, si fece porgere il piccolo che lo appoggiò sul suo petto. I tre nonni lì raggiunsero, per dare il loro ben venuto in famiglia al primo nipotino. Tina, commossa quanto non mai, chiese a Lidia se poteva prenderlo in braccio e quando lo issò in alto, notò subito la sua somiglianza a Lorenzo.

“Avete deciso come chiamarlo?” chiese ai due neo genitori.

“Il suo nome è Leonardo” risposero i due genitori contemporaneamente.

Si fece buio e Sandro preoccupato dell’insolito ritardo di Lorenzo, pensò di andare a controllare personalmente, ma come mise piede davanti all’ingresso del policlinico, intravide Lorenzo che da lontano lo stava per raggiungere con un sorriso stampato sulle labbra.

“Non mi dire che è già nato?” domandò Sandro, in lontananza.

“Prepariamo una festa al casolare, perché dobbiamo brindare alla nascita di mio figlio Leonardo” rispose Lorenzo mentre gli andava incontro.

Insieme si apprestarono a raggiungere l’auto parcheggiata, per fare ritorno al loro rifugio. Giunti al bivio che diramava Ranella dal casolare, i due furono visti di sfuggita da Francesco, il  nipote di Toni Schina, che per puro caso si trovava in quella zona per incontrare un suo vecchio amico.

Dall’auto riconobbe Sandro, che aveva conosciuto a casa dello zio Toni alcuni mesi addietro. Senza pensarci sopra decise di inseguirlo, sperando che potesse condurlo dritto al rifugio del suo capo, senza mai immaginare che Lorenzo fosse proprio in quella macchina. L’auto si fermò in un vecchio casolare che sembrava quasi fosse abbandonato e Francesco, si accostò con la sua macchina almeno un centinaio di metri prima per non destare sospetti. Aspetto per più di mezzora, controllando che la situazione fosse tranquilla, prima di fare ritorno a casa per avvertire lo zio Toni, portargli la splendida notizia. Sandro prese nuovamente l’auto e si avviò verso il paese, per comprare qualcosa da mangiare per i festeggiamenti e per rintracciare tutti gli altri, per invitarli alla cena organizzata da Lorenzo. Il vecchio Schina, quando apprese la notizia resa dal nipote, fu contentissimo come una pasqua e fece radunare i suoi uomini, per scovare Lorenzo dal suo rifugio. Nel casolare intanto, aleggiava aria di festa. Tutti erano impegnanti nei preparativi e mentre Stefano imbandiva i tavoli fuori sulla veranda, Lorenzo, aiutato dallo zio Giovanni, imbottigliava un po’ di vino estratto dalle vecchie ed enormi damigiane, poste nella cantina sotterranea. Sandro riuscì a riunire tutti i suoi compagni e insieme, dopo aver fatto un po’ di acquisti per preparare una buona cena, si avviarono verso il rifugio.

Schina era convinto che anche Lorenzo si nascondesse in quel casolare e ordinò ai suoi adepti di portare con sé le armi e di ucciderlo assieme ai suoi uomini, senza nessuna esitazione. Dalla sua abitazione partirono due auto e a bordo otto dei suoi uomini migliori, tra cui suo nipote Francesco, inesperto negli agguati  ma con tanta voglia di imparare a diventare un killer di tutto rispetto.

La cena ebbe inizio e tutti, allegri per la nascita di Leo, mangiavano e brindavano irrefrenabilmente nella spensieratezza.

Le due auto nere si fermarono a pochi metri dal casolare, scesero solo due uomini, che mimetizzandosi nelle alte vegetazioni, riuscirono ad avvicinarsi al casolare senza farsi vedere. Ed è lì, che appurarono che fra tanti, c’era anche Lorenzo Leone. Così si affrettarono a ritornare dagli altri per avvisarli, dando il via all’imboscata.

Stefano, per condividere la gioia di Lorenzo, si propose di fare un brindisi e alzandosi dal tavolo, con un bicchiere di vino e la mano issata verso il cielo, cominciò il suo discorso che però, un rumore assordante strozzò all’istante. Erano spari da arma da fuoco che proveniva da tutte le direzioni. Molti si sdraiarono a terra, altri sotto i tavoli per schivare quella pioggia infernale di proiettili. Lorenzo invece, riuscì con un balzo felino a rientrare in casa e impugnare la sua pistola, posta nella tasca della sua giacca, ma non ebbe nemmeno il tempo di caricarla che era già tutto finito. Il frastuono delle armi lasciò spazio alle grida sofferenti dei suoi compagni. Lorenzo uscì subito e notò che c’erano molti feriti a terra, tra cui Sandro, mentre Stefano era riverso a pancia in giù tutto insanguinato.

Si accinse a soccorrerlo ma era già troppo tardi, alcuni proiettili gli avevano perforato l’addome e i polmoni senza dargli tregua. Quando lo alzò tra le sue braccia, emise un urlo di rabbia talmente forte, che il suo eco entrò nelle case di tutto il comprensorio e giurò sul cadavere del suo amico, che chi aveva programmato quella vigliaccata sarebbe morto e con sé tutti quelli che gli stavano vicino.

Da lì a poco, giunsero sul luogo  quattro autovetture dei carabinieri seguite da due autoambulanze, avvisate molto probabilmente da persone del posto che avevano sentito quegli spari assordanti, immaginando che qualcosa di brutto fosse accaduto. Lorenzo e Pino l’Orso furono prelevati dai carabinieri e portati nella questura di Ranella per essere interrogati, mentre gli altri, dopo essere stati soccorsi e identificati, furono rilasciati nell’immediatezza. Furono tante le domande poste  dagli agenti di polizia a Lorenzo ma lui, con lo sguardo assente e fisso al muro non disse una parola. Era talmente nervoso che la sua gamba destra non smetteva di tremare, sembrava quasi fosse elettrica. Pino invece, sfogò la sua rabbia sbattendo contro le pareti dell’ufficio, dove fu sottoposto a un’assidua interrogazione, quattro poliziotti che insistentemente volevano sapere chi fosse stato a fare quell’agguato. Dopo tre ore d’incessante interrogatorio, Lorenzo fu rilasciato mentre per Pino scattarono le manette, arrestato per aggressione a pubblico Ufficiale, ma poche ore dopo fu rilasciato anche lui. Dell’efferato agguato, lo seppero anche le altre Famiglie della cupola che, meticolosamente, condannarono a priori il colpevole che aveva programmato una vigliaccata simile.

Lorenzo capì che era arrivato il momento di agire e non di aspettare come invece, suo padre gli aveva raccomandato di fare. Aspettò che si celebrassero i funerali di Stefano, per mettere in atto un piano che aveva già in mente di realizzare, facendosi circondare da quei pochi uomini valenti, che non lo abbandonarono a dispetto dei tanti altri che, per paura, si resero irreperibili andando via dal paese. Sandro fu incaricato a preparare due auto bomba da parcheggiare vicino all’entrata dell’abitazione di Schina, facendole esplodere quando il vecchio boss sarebbe rincasato.

Franco Renna, che era un uomo molto astuto e intelligente, capì che era arrivato il momento di placare l’animo di Lorenzo, sicuramente infuocato dall’odio verso chi avesse programmato quell’agguato mortale nei suoi confronti. E per prevenire che si potesse scatenare  una tremenda faida, che non avrebbe risparmiato nessuno, cercò di far rintracciare Lorenzo per convincerlo a fermarsi un istante e ad aprire gli occhi ormai chiusi dal dolore.

Quando i due uomini di Renna raggiunsero Ranella,furono immediatamente bloccati da due auto nelle quali vi erano Sandro e i suoi amici che con le armi in pugno, gli ordinarono di scendere dall’auto e di salire nelle loro senza fare resistenza, come un sequestro lampo. Lorenzo appena seppe della notizia, si avviò alle campagne sperdute del paese, armato di fucile e pistola. Arrivato sul posto, vide i due imbavagliati e legati nei tronchi di due alberi, con Sandro seduto che lo aspettava per capire cosa farne.

“Chi sono!” domandò Lorenzo, con tono rabbioso.

“E che sono venuti a fare qua?” ribatté Lorenzo, mentre li guardava da debita distanza.

“Hanno detto di essere venuti per portarti un messaggio da parte di Renna”.

Lorenzo si avvicinò a uno dei due e togliendosi il bavaglio dalla bocca, gli domandò:

“Che cazzo dovete dirmi tu e il tuo amico?”.

L’uomo prese fiato e rispose:

“Se siamo venuti a Ranella, è perché Renna voleva portarti un messaggio di pace, non per combattere contro di voi, altrimenti venivamo armati.

Non Credi?”

“Non lo erano? Le loro auto sono pulite?” domandò Lorenzo, voltandosi verso Sandro.

”Si sono pulite” replicò Sandro.

Lorenzo guardò l’uomo negli occhi per capire se stesse bleffando ma nel vederlo tanto tranquillo, pensò che forse, dietro a quelle parole si nascondesse un briciolo di verità.

“Adesso ti faccio slegare, ma se provi a scappare uccido il tuo amico senza pensarci due volte” disse Lorenzo, senza mai abbassare lo sguardo dai suoi occhi.

Sandro armato di coltello, tagliò le corde per slegarlo, levandogli anche il bavaglio che aveva attaccato al collo.

Dopo due sospiri profondi, l’uomo si presentò a Lorenzo.

“Io mi chiamo Federico e vengo per conto della Famiglia Renna”. Continuando “ Franco mi ha detto di riferirti, che è molto dispiaciuto che vi è successo ma devi assolutamente sapere, che la maggioranza delle Famiglie sono dalla tua parte, tutte con l’intento di cercare i responsabili e fargliela pagare. Franco tiene molto a te e a tuo padre, quindi vorrebbe cercare di farti capire che se continui così, ti potresti fare tanti nemici senza giuste ragioni. Noi siamo con te pronti a darti una mano, ma credimi, fare solo e esclusivamente di testa tua non ti porterebbe a nessuna vittoria e non avrai mai la vendetta che cerchi. Franco vorrebbe parlarti di persona se tu lo vorrai.”

Lorenzo nell’udire quelle parole, si rilassò un attimo e riflettendogli sopra, capì che molto probabilmente la sua ira lo stava trascinando a commettere errori senza ritorno. Così accettò l’invito di Renna e dopo aver fatto slegare anche l’altro uomo, li fece accompagnare alla loro auto per fare ritorno a casa.

Senza respiro… di Antonio Dragone (decimo capitolo)

Continua la pubblicazione di Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

Oggi inseriamo il decimo capitolo.

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Capitolo 10°

L’ira di Schina si sarebbe scatenata contro di loro senza accettare nessun chiarimento. Lorenzo gli ordinò di riportarlo a casa e di radunare tutti gli uomini da Sandro, per metterli a conoscenza di ciò che stava succedendo.

Appena salì a casa, chiamò Lidia e la portò in camera per spiegargli che il loro matrimonio doveva essere rinviato, poiché c’erano problemi importanti da risolvere nell’immediatezza. Lidia acconsentì senza tante storie, percependo dal volto teso del suo amato, molta preoccupazione. Si ricambiò velocemente e prese l’auto di Tina per portarsi da Sandro. Tutti i telegiornali e i quotidiani del luogo, riportavano nelle prime pagine della cronaca nera, il grosso blitz che la polizia di Ranella aveva portato a compimento, con un maxisequestro di droga che sicuramente doveva essere spacciata a Ranella e dintorni, dalla mafia locale.

Anche Toni Schina seppe dell’accaduto e collegò subito il fatto a Lorenzo, cercando di farlo rintracciare per appurare la situazione.

Lorenzo arrivò velocemente a casa di Sandro, dove c’erano tutti gli altri ad aspettarlo mentre guardavano il telegiornale nella grande sala da pranzo. Era un comando di ventidue uomini, pronti a qualunque evenienza per la Famiglia Leone. Appena entrato, li fece accomodare tutti attorno al tavolo e senza sedersi, cominciò il suo discorso guardandoli negli occhi uno per uno.

“Amici miei, come avete saputo, abbiamo perso molti soldi per mano degli sbirri. Ora l’unica cosa da fare e controllare che nessuno entra nel paese senza il nostro permesso, sicuramente Toni Schina e i suoi amici ci vorranno incontrare e non certo per fare una chiacchierata, vogliono indietri loro soldi che noi, al momento, non abbiamo. Quindi potrebbero non accettare questa situazione e attaccarci. Noi dobbiamo essere pronti e scaltri a rispondere prontamente a ogni loro mossa. Ora il paese sarà invaso dalla polizia ed io, Sandro e Stefano, dobbiamo nasconderci affinché non saremo certi che Paolo collabori con la questura”.

Concluso il discorso, li salutò a tutti, mentre Sandro e Stefano si prepararono per la latitanza. Misero poca roba ma indispensabile in un borsone e salirono in auto con Lorenzo, per recarsi sul luogo della loro permanenza temporanea. Si trattava di un vecchio casolare a pochi chilometri da Ranella,una zona di campagna dove le persone si facevano trasportare ancora dai muli e le strade non erano altro che viuzze sterrate di campagna.

Lì, vi viveva un prozio di Stefano, che dopo la morte della moglie decise d’invecchiare in solitudine, in quella casa piena di ricordi. Era anziano ma molto arzillo e si dedicava al bestiame che allevava con passione da decenni. Arrivati sul posto, nascosero l’auto in un fienile, entrarono nella vecchia abitazione e Stefano si mise a cercare lo zio Giovanni, ma non lo trovò in casa e così, posarono il borsone davanti all’ingresso di casa e andarono a cercarlo nella stalla. Infatti, era lì, con una carriola piena di fieno, che trasportava faticosamente verso il fienile con tutte le sue forze.

Stefano appena lo vide, si accinse ad aiutarlo e zio Giovanni, quando lo riconobbe, l’abbraccio fortemente a se.

“Finalmente mi sei venuto a trovare nipote mio! È da anni che non avevo più tue notizie” disse il vecchio zio.

E mentre Stefano gli spiegava le motivazioni della sua visita, presentandogli i due amici, nel paese il vociferare del grosso blitz dei carabinieri entrò anche a casa di Tina. Lei capì subito che quel tir aveva a che fare con suo figlio, poiché nessun altro poteva permettersi un carico di quella portata e così, pensò di portare la notizia a Nino, ancora ignaro di ciò che stava succedendo.

Toni Schina, quella stessa sera, mandò i suoi nipoti a Ranella per incontrare Lorenzo, ma di lui nessuna traccia. Così il vecchio boss, capendo del danno che il giovane Lorenzo aveva creato a lui e a tutte le altre Famiglie, decise di chiedere una riunione straordinaria della cupola, per capire come risolvere quel problema e riavere i loro soldi. Il giorno seguente, si ritrovarono tutti a casa di Schina che, come anziano del gruppo, prese la parola.

“Cari amici miei, come avete saputo, Lorenzo ha fallito e i nostri soldi sono andati persi. Adesso fa anche il timido, non rendendosi reperibile.

Cosa grave per un uomo d’onore, perciò io propongo di dichiarare guerra alla Famiglia Leone, perché non sono degni di essere nostri amici”.

Franco Renna, capo mafioso di Ortù, ebbe da subito la sensazione che quelle parole appena proferite dal vecchio Toni, non erano altro che il frutto di un vecchio rancore, covato da anni nel suo animo spietato, verso Nino Leone e non per il fatto della droga andata persa. Così volle prendere parola e con molta diplomazia, aggiunse:

“ E a Nino? Non lo consideriamo proprio? Capisco che chi sbaglia debba pagare,ma non dimentichiamoci che Nino è un uomo d’onore e che è sempre stato molto fedele alla cupola. Non sarebbe giusto dichiarargli così senza dargli voce. Aspettiamo che esca lui dal carcere e poi valuteremo  come comportarci col figlio, non penso che i nostri soldi si siano persi nel nulla, anzi sono convinto del contrario. Nino appena saprà ciò che è successo, farà di tutto per riparare i danni del figlio.”

Toni Schina , che era sempre stato molto schivo nei confronti di Nino Leone a causa del suo essere testardo e presuntuoso, voleva approfittare di quella mancanza di Lorenzo, per scatenare la guerra contro la loro Famiglia e così, propose un patto.

“ Allora facciamo una cosa,decidiamo a maggioranza. Se si decide che la Famiglia Leone deve pagare, allora guerra sia. Mentre, se si decide di dar loro tregua finché Nino Leone non salderà il debito del figlio, aspetteremo la sua uscita. Per chi la pensi come me, alzi la mano.”

Solo tre, con lui compreso, alzarono la mano per la votazione, mentre tutti gli altri si aggregarono al pensiero di Franco Renna. Così la maggioranza volle che si dovesse aspettare l’uscita di Nino, per saldare il debito del figlio. Il vecchio Schina deluso dall’esito negativo che aveva avuto il suo artificio, non si dette per vinto e meditò un modo per innescare comunque la miccia, che avrebbe portato a compimento il suo piano diabolico, con il supporto delle Famiglie degli Zirga e dei Battoli, per dare inizio alla tremenda faida.

Nel frattempo, Lorenzo seppe che il suo amico Paolo, si accollò tutto il carico di droga facendo liberare l’autista che lo aveva accompagnato in quel viaggio. L’avvocato,che era stato nominato da Lorenzo per difenderlo, gli promise che avrebbe chiuso il processo in direttissima con massimo tre anni di condanna e che tra attenuanti generiche e buona condotta, lo avrebbe tirato furori in poco più di sei mesi. Così, grato per il suo silenzio, gli fece sapere tramite il legale che, fin quando sarebbe rimasto in carcere, di lui se ne sarebbe occupata personalmente la Famiglia Leone, mandandogli il mensile alla sua famiglia lì a Padova e tutto l’occorrente che gli serviva, oltre ad occuparsi delle spese processuali.

Superato questo problema di non poco spessore, l’unica preoccupazione che lo tormentava, era quella di mettere apposto le cose con altre Famiglie. Lui aveva un brutto presentimento, perché conosceva bene l’animo spregevole del Toni Schina e di quanto fosse capace e creare scompigli e tragedie senza nessun rimorso, pronto a incitare una guerra contro di lui con l’appoggio delle altre Famiglie, che molto probabilmente, si sarebbero fatti convincere dalle sue utopie. Così, pensò che fosse meglio rimanere ancora latitante per appurare prima la situazione.

Senza respiro… di Antonio Dragone (nono capitolo)

Continua la pubblicazione di Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia. 

Questo romanzo non è esattamente autobiografico, ma vi sono comunque delle ispirazioni reali.

Siamo arrivati al nono capitolo. L’atmosfera da dramma incombente che era sotterranea fin dai primi capitoli, comincia ad emergere in tutta la sua intensità.

 

Capitolo 9°

 

Intanto i due si misero seduti comodi in uno dei tanti tavolini della pizzeria, sorseggiando qualche bibita fresca. Sandro era ormai sfinito per via dell’accumulo di stress che stava agglomerato in quei tre giorni, passati in fretta e furia.

Lorenzo scrutava attentamente ogni auto che entrava e usciva dai parcheggi del centro commerciale, senza risparmiarne una. E quando, dopo più di un’oretta, intravide la monovolume grigia di Paolo, avvertì di colpo Stefano e gli andarono incontro. Un saluto veloce senza farlo scendere dall’auto e gli chiesero di posteggiare nei parcheggi sotterranei, mentre loro due lo seguivano a piedi. Parcheggiata la sua auto, scese e seguì i due che lo portarono fino al furgone bianco, dove vi era Sandro in dormiveglia, con la testa appoggiata sul volante del veicolo.

“Sandro! Dai, scendi che andiamo!” esclamò Lorenzo bussando al finestrino del furgone.

Sandro si riprese di scattò e aprì lo sportello. Salutò Paolo, che non aveva mai visto prima e gli consegnò le chiavi.

“Fai attenzione! Non è una passeggiata qualunque. Devi essere molto cauto” ripeteva Lorenzo a Paolo.

“Non preoccuparti amico mio, fai conto che il carico è già a destinazione. Ti lascio le chiavi della macchina, che prenderò quando ci rivedremo giù in Calabria” ribatté Paolo con sicurezza, mentre accese il furgone, per recarsi in fretta nella sua impresa a Padova.

Stefano si mise alla guida della monovolume, mentre Lorenzo e Sandro si accomodarono nei sedili posteriori, recandosi in hotel per preparare i bagagli per il pronto ritorno a casa.

I tre erano felicissimi dell’esito positivo della loro missione e tra una risata e l’altra arrivarono in albergo, dove impiegarono, suppergiù, quindici minuti a preparare le loro valigie, per poi lasciare le chiavi delle camere alla reception. Il pernottamento era già stato pagato da Khalìr, quindi non gli restò altro che salutare e partire.

Stefano si mise al volante, con l’intento di guidare per tutto il viaggio, mentre Lorenzo si sedette nel sedile a fianco. Sandro invece, decise di coricarsi fra i sedili posteriori, per farsi una bella dormita. Paolo dopo tre ore di viaggio col furgone, arrivò a Padova nella sua azienda e con molta fretta caricò l’eroina su uno dei suoi camion, nel fondo delle gabbie dei pennuti, sbarazzandosi del furgone, così come gli era stato raccomandato.

Lidia si era preoccupata molto quel giorno, poiché non ricevette la consueta telefonata di Lorenzo della buonanotte e Tina, vedendola molto giù di morale, cercava di rincuorarla dicendogli che alla fine si sarebbe fatto sentire, ma anche lei in cuor suo, era molto preoccupata e sparava che non gli fosse successo niente di male.

Lorenzo mentre era attento a guardare la strada durante il viaggio, pensava a lei. Sapeva che molto probabilmente, lei fosse preoccupata per non aver ricevuto la sua telefonata ma conoscendola, sapeva altresì, che appena si sarebbero visti di persona, tutto le sarebbe passato e l’angoscia avrebbe lasciato spazio alla gioia.

Paolo in quella stessa serata organizzò il viaggio con un suo autista, tenendolo all’oscuro di ciò che veramente stavano trasportando ma coscienzioso di doversi accollare tutta la responsabilità, in caso le cose andassero male. Lui tutto ciò, lo stava facendo in nome dell’amicizia pura e fraterna che lo legava da qualche tempo a Lorenzo, senza badare al pericolo che incombeva su se stesso. Così alle dieci di quella sera partì per il lungo viaggio.

La notte trascorse tranquilla e verso le prime ore dell’alba, Lorenzo e i due arrivarono a Ranella. Sandro si fece tutto il viaggio dormendo.

“Svegliati dormiglione, siamo arrivati!” gridò Lorenzo, strattonandolo dalla maglietta.

“Già?”rispose lui, con voce rauca.

Stefano invece, era ancora abbastanza lucido, quasi sembrasse che il viaggio non l’avesse stancato per niente. La prima tappa fu casa Leone e Lorenzo, prima di entrare rinnovò l’appuntamento con i due per le tre del pomeriggio a casa sua. Poi aprì con le sue chiavi il portone, cercando di non farsi sentire, salendo le scale in punta di piedi. Entrato nell’appartamento, si tolse le scarpe ed entrò in camera da letto, dove Lidia stava riposando rannicchiata sotto le coperte, col cuscino sopra la testa. Lui si spogliò, infilandosi nel letto e, spostando con una mano le lenzuola, notò che la pancia di Lidia si era lievitata. Con mano delicata, cercò di sfiorarle il ventre senza svegliarla ma lei di scatto si animò. Una gioia immensa la invase nel vederlo fra le lenzuola e senza dire nemmeno una parola, si lasciarono andare nelle loro effusioni amorose.

Tina, verso le otto, si svegliò per preparare il caffè e i cornetti caldi, come di sua consuetudine, ma si accorse che stranamente Lidia non si era ancora svegliata. Per accertarsi che stesse bene, andò in camera sua a controllare. Bussò alla porta prima di entrare, ma appena girò la maniglia, Lidia balzò come un felino dal letto e trattenne la porta socchiusa.

“Mamma mi sto vestendo, appena finisco arrivo” disse Lidia, con il fiatone.

“Ti sento affannata, stai bene?” domandò Tina, stupita da quell’atteggiamento.

“Si sì… è che mi devo vestire.”

“Ti aspetto di là allora.”

Lidia chiuse la porta e si voltò verso Lorenzo proponendogli:

“Andiamo in cucina insieme, così le facciamo una sorpresa.”

Lei si mise una lunga vestaglia rosa, mentre lui indossò un paio di pantaloncini e una maglietta leggera e insieme raggiunsero la cucina.

“A me il solito!” esclamò Lorenzo.

Tina all’udire quella voce si rianimò e girandosi verso lui, l’abbracciò stringendolo a se.

“Figlio mio! Finalmente sei arrivato. Come stai?”

E mentre discutevano seduti attorno al tavolo, consumando la loro colazione, Paolo e il suo autista stavano per arrivare a Ranella, mancavano pochi chilometri ormai e il trasporto era fatto. Stefano dopo aver lasciato Sandro a casa sua, si recò al magazzino dove era fissato l’appuntamento con Paolo per deporre la merce. Preparò tutto l’occorrente per velocizzare lo scarico, in modo che l’imprenditore non perdesse altro tempo, per continuare il suo lungo viaggio.

Arrivati al bivio di Trezzi, dove era indicata sul cartellone la direzione per Ranella, anche se di difficile lettura, poiché trivellato da proiettili d’arma da fuoco, un posto di blocco della polizia lì fermò per controlli di routine.

Paolo non era alla guida del suo camion e scese dal mezzo per spiegare ai due agenti la rotta che i due stavano facendo per arrivare destinazione, porgendo loro i vari certificati del trasporto e le patenti di giuda. Mentre uno dei carabinieri, controllava la documentazione sul database del computer di bordo nella loro autovettura, l’altro si fece un giro per vedere il trasporto e una cosa lo incuriosì. C’era una gallina che con il becco strappava insistentemente un cellofan sotto le sue zampe.

“Prenda quella gabbia e mi faccia vedere cosa c’è sotto” disse con autorevolezza l’agente, rivolgendosi a Paolo.

In quel momento Paolo si sentì scivolare la terra da sotto i piedi. Cominciò a sudare a freddo, perché aveva capito che un grosso guaio si stava abbattendo su di lui e invocando il buon Dio si accinse a fare ciò che l’agente gli chiese. Poggiò la gabbia a terra e aprendola, prese le ali il volatile per toglierlo fuori. Il carabiniere, mettendosi i suoi guanti, infilò le mani nel fondo della gabbia, accorgendosi che c’era un involucro, che molto probabilmente poteva contenere qualcosa al suo interno. Si fece avvicinare dal suo collega, che lo raggiunse immediatamente e poi, tolse dalla gabbia l’involucro cellofanato, che con molta cautela lo sfoderò.

C’era droga.

Neanche il tempo di poter spiegare a Paolo con il suo autista, si ritrovarono a faccia a terra, con le mani ammanettati dietro la schiena. I carabinieri bloccarono il bivio e chiamarono rinforzi, che in pochi minuti giunsero sul posto. I due furono portati dritti in questura a Ranella, mentre il tir fu trasportato nel magazzino della caserma di polizia per un controllo minuzioso, riuscendo a scovare tutti i cento chili di eroina, posti nei fondi delle gabbie ben cellofanate. A Ranella intanto, si cominciò a spandere la voce per l’accaduto. Stefano fu uno dei primi a saperlo e con molta preoccupazione, si mise a bordo della sua auto dirigendosi dritto da Lorenzo.

“Signora Tina, sono Stefano. Lorenzo è a casa?” chiese freneticamente Stefano, parlando dal ricevitore del citofono.

“Sì, un attimo che lo chiamo!” ribatté Tina, posando la cornetta.

Stefano, agitato, si accese una sigaretta mentre aspettava Lorenzo che scendesse.

Dopo cinque minuti di attesa, ecco Lorenzo che aprendo il portone, notò Stefano molto turbato.

“Che ci fai qua? È successo qualcosa?” gli chiese.

“Entra in macchina, ti dirò tutto strada facendo”.

E dirigendosi verso il magazzino della polizia, gli disse ciò che era successo. Lorenzo rimase spiazzato, non avrebbe mai immaginato una cosa del genere. Con l’auto si appostarono di fronte alla caserma della questura e nel vedere da lontano gli agenti di polizia, che svuotarono le gabbie tirando fuori i panetti di droga, Lorenzo si mise le mani fra i capelli dal nervosismo.

“Quel vecchio volpone di Toni Schina ci scaglierà contro un esercito per farcela pagare, non ci sono soluzioni, dobbiamo prepararci alla guerra” sussurrò, scuotendo la testa.

“Vedrai che capiranno che non è colpa nostra e che rimedieremo al danno” disse Stefano, cercando di rincuorarlo, ma anche lui era convinto di ciò che aveva appena detto.

Claudio Conte su “L’eleganza del riccio”

Ecco il nostro Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- alle prese con la recensione di un libro molto particolare… L’eleganza del riccio Muriel Burbery. Claudio sviluppa una riflessione che arriva a investire i temi della consapevolezza, dell’onesta con sei stessi, dell’azione trasformativa che va oltre la  mera comprensione. La consocenza senza azione è nulla .. sembra dirci Claudio.

Potrebbe nascere uno spazio recensione sul Blog.. dove di volta in volta, sarebbe pubblicata la recensione di un libro effettuata da un detenuto.

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Ogni tanto ci capitano tra le mani libri che meritano nn solo di essere letti, ma anche di essere commentati. Sono quelli che ti lasciano qualcosa, che si donano a te come un atto d’amore di quelli che si fanno tra amanti. In questo caso a farlo è un’autrice, Mauriel Burbery, docente di filosofia all’IUFM di Saint-Lo con L’eleganza del riccio, il suo secondo romanzo, pubblicato in Francia da Gallimard, col quale ha vinto numerosi premi letterari.

E’ il suo primo romanzo che leggo, venutomi tra le mani grazie ad un incontro casuale e speciale a suo modo… Dalle sue prime righe ho capito che si trattava di un libro importante, non che gli altri non lo siano, tutti i libri regalano qualcosa, ma solo alcuni possono fregiarsi di questo aggettivo, solo alcuni possono aspirare a divenire un “classico”. Poiché non sono molti quelli che riescono a parlare di concetti filosofici e renderli così accessibili… accennando quel poco che basta per introdurre i pensiero, il concetto, l’elemento essenziale per la comprensione e non appesantirlo con dei “fronzoli” con cui di regola si orna la fiosofia. Un romanzo importante, che mi porta a paragonarlo a quelli di Milan Kundera per intenderci…

Profondo e accessibile… anto che può essere letto anche da chi non ha “passeggiato all’ombra dei classici colonnati”, e lo troverà comunque un bel romanzo, con delle “verità” seminate al suo interno…

Con una caratteristica particolare sotto il profilo strutturale, che mi ha colpito. Quelal che dal piano filosofico (prevalente nella prima parte del libro), arriva a spostarsi, come in una danza in crescendo, su un piano psicoanalitico, fino quasi a rappresentarne la soluzione nel finale… d’altra parte la psicologia è una “derivata” della filosofia moderna, sua naturalre conseguenza dopo la soggettivizzazione kantiana della coscienza. La bellezza sta negli occhi di chi guarda…  è un principio utilizzato in economia, ma che può essere generalizzato, perchè sintetizza una delle poche verità…

Naturalmente accennerò soltanto a trama e personaggi, come anche al contenuto filosofico, per non rovinare il gusto della lettura a chi ancora non avere letto il libro e volesse farlo…

La storia è ambientata in un antico palazzo abitato dall’alta borghesia parigina, rappresentata in tutta la sua superficialità e “idolatrismo”, e si fonda in particolare su tre personaggi a questi antitetici: Renèe, Paloma e Ozu. La prima, una coltissima signora d’origini popolane, che ha scelto di fare nella vita la “portinaia”, per vivere in incognito… chiusa “a riccio”, al riparo della curiosità della gente, in particolare di quella altolocata… Paloma invece è una non comune ragazzina di 12 anni, facende parte della classe agiata che occupa quel palazzo e dalla quale si sente estranea. Intelligentissima, cerca l’oblio anch’essa per riflettere su questioni esistenziali con “pensieri profondi”…

Infine il signor Ozu, uno degli inquilini del palazzo, già importante commerciante giapponese in pensione, coltissimo e arguto, amante del “profondo” che per lui significa anche “bello”, e che si accorge immediatamente di come Renèe sia una persona speciale… si accorge della sua “eleganza”, di come siano simili, fatti l’uno per l’altra. E’ Ozu che riuscirà a fare intravedere a Renèe quella felicità che lei immotivatamente voleva precludersi e che il “caso” le rifiiuterà… come per gli amorei impossibili.

Questi tre personaggi rappresentano i “tre esempi” sul quale potrebbe reggersi un mondo migliore, perchè più consapevole… e hanno la funzione di mettere in luce l’inadeguatezza di coloro che li circondano (la società tutta) e delle maschere che incosapevolmente si trovano a portare e recitare in un’esistenza senza senso.

Tra i personaggi, Ozu è l’elemento di completameno, l’azione che si contrappone alla contemplazione di Renèe. D’altra parte l’uomo è azione di per sè, mentre Renèe appare più la custode di un sapere che è sedimentato, un sapere quasi  parmenideano. Paloma, invee, con la sua età, rappresenta la ricerca dinamica, colei che cerca risposte esistenziali all’assurdo della vita, con i suoi pensieri profondi, attraverso la fenomenologia, l’osservazione dei fenomeni, le manifestazione dell’essere… nel movimento.. del giocatore di rugby… del petalo di rosa che cade… trovandolo poi nell’amore per gli altri, nella solidarietà umana che riecheggia quella leopardiana de “La ginestra”.

Come anticipato, nella prima parte del libro sono prospettate questioni filosofiche, che spaziano dall’idealismo all’arte e la sua funzione e finzione, dalle prospettive all’idealismo hegeliano a quelle esistenzialiste heideggeriane su vita e morte, fino, ma non solo, alla fenomenologia di Husserl, che altro non è che la scienza di ciò che appare alla coscienza, che può diventare un solitario e infinito monologo della coscienza con se stessa… che conduce al motivo per il quale “di nulla v’è certezza”.. se non dell’amore..

Quello che, in un certo senso, mi ha stupito è la soluzione psicoanalitica del libro.

In che senso? Beh! Ci si attende che una persona colta (com’è Renée) sia anche consapevole e capace di “gestire” gli aspetti psicologici dell’esistenza; e invee la troviamo “prigioniera” di condizionamenti sociali derivanti da un trauma psicologico infantile rimosso, che riaffiora solo alla fine. E quando lo rielabora (incidentalmente), lo supera (grazie a Paloma), e riesce a intravedere la felicità, la libertà… muore… per mezzo di un “ironico incidente” (investita dal pulman della lavanderia). Un modo sottile dell’autrice (credo) che ci ricorda come la vita abbia un gran senso dell’ironia, che la vita è una e non bisogna sprecarla, con troppe e inutili riflessioni e paure.

Le riflessioni fermano l’azione che rimane asse portante della vita e libertà. Non concordo con i “pensieri profondi” della precoce e intelligentissima Paloma, che assegna alle parole un potere superiore alle azioni. Le parole se non sono precedute o seguite dall’azione sono vuote e prive d’effetto per la maggior parte, e il tempo ne rivela tale natura quasi sempre. Le parole non sono altro che “l’eco..” delle azioni che le hanno precedute.

E così la nostra Renèe si è trovata a trascorrere un’intera vita nascondendosi… e poi, quando ha scoperto il motivo… una sua paura… è morta, senza avere la possibilità di vivere una vita, se non felice, almeno piena.

Perchè mai queto mio stupore? Perchè all’inizio ci si forma l’idea che Renèe avesse scelto quell’occupazione poichè consapevole dell’assurdità della vita e dell’inutile affannarsi, godendosi l’affanno di quelli che “si sentono meglio”, perchè arrivati a raggiungere una posizione sociale agiata, il successo nel lavoro, e sono costretti a mantenerlo… gli schiavi della società moderna. Invece no. Scopriamo che anche lei -una persona con la mente eccezionale e di vastissima cultura- alla fine è una persona mediocre; come lo sono tutti coloro che, riusciti a comprendere i condizionamenti ai quali l’uomo è soggetto, resosi consapevoli e dotatisi dei mezzi speculativi necessari, non riescono poi a “gestire” tali condizionamenti col coraggio necessario.

E’ risaputo che il libero arbitrio non esiste nella forma assoluta e ci sono vari livelli di consapevolezza che possono essere raggiunti dagli uomini.

Ci sono, infatti, grandi uomini che si sentono liberi, vivendo nella totale ignoranza della loro condizione, del “giogo” al quale sono incatenati. Ci sono quelli che scoprono, intuiscono di essere soggetti a condizionamenti, senza riuscire a dotarsi degli strumenti per gestirli, e poi ci sono quelli che riescono a dotarsi di tali strumenti, in modo che quando compiono una scelta sanno, in buona parte, il perchè la stanno compiendo, o comunque che non è proprio una loro libera scelta. E’ quello che devono fare gli psicoanalisti prima di esercitare… autopsicanalizzarsi.

E’ quello che dovrebbe riuscire a fare tutta l’umanità per essere finalmente un pò più libera, consapevole e felice, e non lasciarsi ingannare dagli “imbonitori” di turno, soffocare da condizionamenti sociale e invece di vivere.. sopravvivere.

Perchè la libertà è di tutti.

Catanzaro, 8 dicembre 2011.

 

Senza respiro… di Antonio Dragone (ottavo capitolo)

Continua la pubblicazione di Senza respiro, il romanzo di Antonio Dragone, attualmente detenuto a Rebibbia.

Quello di oggi è l’ottavo capitolo..

La vicenda che vive nel libro di Antonio Dragone non è esattamente autobiografica, ma vi sono comunque delle ispirazioni personali.

Questo romanzo inizia con un ragazzino costretto a subire la vita che altri hanno scelto che lui deve vivere. E qull’inizio segna il prosieguo. Lui si affermerà nel mondo del crimine, ma in ogni momento della storia si avverte l’incombere, quasi inesorabile, della caduta.

Vi lascio all’ottavo capitolo di Senza Respiro…

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Capitolo 8

A Trieste, nel frattempo, Lorenzo e Stefano si preparavano per la cena e verso le sette di sera, si apprestarono a raggiungere a piedi un ristorante posto al centro della città. Solo pochi passi e arrivarono sotto i portici della piazza di Trieste e lì, rimase incantato a una vetrina, dove erano esposti vestitini per neonati, il suo pensiero fece un passo avanti dal presente, immaginandosi con suo figlio tra le braccia.

“Eh… avere un figlio è la cosa più bella che mi sia mai capitata” disse Stefano, vedendo Lorenzo attratto da quella vetrina. Aggiungendo “Spero solo che un giorno potrai vivere anche tu quest’esperienza bellissima, ti cambierà la vita e il modo in cui la guardi”.

“Fra non molto ti saprò dire” rispose lui con sorriso beffardo.

“Allora vuoi dire che…” stava per dire Stefano ma fu interrotto istantaneamente dall’intervento di Lorenzo.

“Si, Lidia aspetta un bambino. Adesso però affrettiamoci altrimenti non prenderemo posto” rispose.

Arrivati al ristorante, Lorenzo come di routine, si appartò per cercare un telefono nel locale per la sua consueta telefonata a casa, mentre Stefano occupò uno dei tavoli liberi nella sala e nel frattempo consultava il menù per le ordinazioni da fare.

“Pronto!” sussultò Lidia, appena alzò la cornetta del telefono.

“Pronto amore mio, come stai?” rispose Lorenzo.

“Tutto bene amore. Oggi abbiamo fatto un po’ di cose per preparare al meglio il nostro matrimonio. Siamo stati al negozio di Scilà e ho già scelto il mio vestito nuziale, posso solo dirti che è bellissimo. Poi abbiamo prenotato il ristorante e le bomboniere, però adesso ci manchi solo tu, quando arrivi tesoro?”

“Presto sarò a casa, te lo prometto. Ora però, passami la mamma che voglio salutarla.”

“Si e qua vicino a me, te la passo subito”.

“Pronto, figlio mio! Come stai?”

“Tutto bene Mamma. Lidia mi diceva che siete già a buon punto con i preparativi del matrimonio, ma da Papà sei andata a riferirglielo?”

“Si si… sono andata stamattina, lui è felicissimo per voi due, voleva conoscerla personalmente ma io ho pensato che quando arriverà tu, ci andrete insieme a trovarlo, prima del matrimonio”.

“Va bene! Come arriverò, ci andremo insieme. Mi raccomando statemi bene, che fra non molto sarò da voi, passami Lidia ora, così la saluto.”

“Certo amore della mamma, ti lascio con un bacione grande e ti aspettiamo”.

“Tesoro, ora ti saluto perché mi aspettano di là, ci sentiremo domani”.

affermò Lorenzo alla sua amata.

“Si amore mio, ci sentiremo domani. Aspetterò la tua telefonata con ansia. Ti penso sempre, ricordalo” rispose lei, con dolcezza prima di chiudere la conversazione.

Dopodiché, Lorenzo raggiunse il tavolo, dove Stefano aveva già ordinato del pesce. Conclusa la cena con un bel sorbetto al limone, i due ritornarono a piedi in Hotel e prima di andare a dormire, si fermarono al bar dell’albergo, per gustarsi un bel bicchiere di crema al whisky col ghiaccio. Dopo una breve chiacchierata col barman, i due salirono nelle loro rispettive camere in l’ascensore per farsi una bella dormita. Sandro intanto, stanco della giornata pesante fra viaggi e faccende, si addormentò poggiato con il capo al finestrino del pullman, abbracciato al suo borsone.

La luce dell’alba, filtrante tra le fessure fitte della tapparella, si riflesse sul volto di Lorenzo che, sdraiato quietamente sul letto,cercava di ripararsi con l’aiuto del cuscino per non spezzare il suo riposo. Vano fu il suo tentativo, infatti, come per magia, il suo sogno svanì nel nulla, ribaltandolo da uno stato di subconscio alla realtà. Dopo pochi minuti, decise di alzarsi dal letto e con gli occhi ancora socchiusi, si diresse dritto in bagno per dedicarsi ai suoi bisogni mattutini. Verso le otto, usci dalla sua camera e scese giù al bar dell’albergo per fare colazione con Stefano. Il suo amico difatti, era già sotto ad aspettarlo, seduto in un tavolino mentre sorseggiava un bicchiere di spremuta d’arancio. Lorenzo appena lo raggiunse, si fece portare  una tazza con latte macchiato e due cornetti caldi dal cameriere. Entrambi si guardavano senza dirsi niente ma il loro pensiero viaggiava sullo stesso binario, che li portava dritti da Sandro.

“A cosa pensi?” gli domandò Stefano.

“In questo momento non penso a niente” rispose Lorenzo, mentre assaporava il suo cornetto ripieno di marmellata.

“Speriamo che arrivi da un momento all’altro” aggiunse Stefano.

“Fai bene a sperarlo, bisogna avere sempre fiducia” concluse Lorenzo.

Stavano ovviamente alludendo a Sandro, che nel frattempo si era appena svegliato a causa del fruscio scaturito dal battistrada delle gomme strinanti sull’asfalto, che gli rimbombava nelle orecchie. Appena aprì gli occhi, si vide una bocca spalancata con una dentiera vecchia e ingiallita, che emanava un odore alquanto sgradevole ed è lì che realizzò, che ancora non era arrivato a destinazione. Girò lo sguardo verso il finestrino per capire dove si trovavano, ma vedeva solo alberi e vasti campi incolti. Il suo primo pensiero fu quello di controllare dentro il borsone, che non aveva mai mollato dalle sue braccia, per tutta la notte. Prima si guardò attorno per scorgere se qualcuno lo stava osservando, ma notò subito, che quei pochi vecchietti svegli, erano concentrati a guardare dal finestrino il panorama che il viaggio gli offriva e così, senza farsi altri problemi, aprì il borsone e vide che i soldi erano tutti al loro posto. Poi chiuse immediatamente la chiusura lampo e si alzò andando verso l’autista.

“Buon giorno, mi sa dire dove siamo?”

“Buon giorno Signore! Ora siamo esattamente a ottanta chilometri da Trieste, siamo quasi a destinazione” rispose, con molta cordialità, l’autista.

Sandro quasi non ci credeva, stava arrivando a Trieste e senza aver avuto nessuna difficoltà, come desiderò sin dal momento in cui mese piede sul quel pullman e s’immaginava già la gioia che avrebbe regalato a Lorenzo, appena lo avrebbe visto con i soldi.

Khalìr e i suoi adepti, in quella stessa mattina si recarono presso i grandi magazzini commerciali del GrandAffare, per controllare in maniera capillare il luogo, affinché tutto potesse filare liscio come l’olio, tracciando in maniera oculata il percorso che il furgone, carico d’eroina, doveva fare senza spiacevoli intralci.

I suoi uomini, ormai agili nel loro lavoro di trafficanti di droga internazionale, parcheggiarono il furgone all’uscita esclusiva dei veicoli che trasportavano le varie merci di abbigliamento per i magazzini del GrandAffare, mimetizzandolo con gli altri furgoni.

Il pullman si fermò alle dieci in punto nella piazza di Trieste. Sandro non esitò un momento per scendere giù dal veicolo e dopo aver pagato il biglietto del viaggio all’autista, ringraziandolo molto per averlo favorito, chiamò subito un taxi per farsi accompagnare all’ Hotel Italia, dove i suoi compagni lo stavano aspettando con molta ansietà. Lorenzo era ormai sicuro che Sandro non sarebbe più arrivato in tempo per l’appuntamento e pensò di disdire l’incontro, rimandandolo per qualche giorno, ma Stefano lo fermò.

“Aspettiamo ancora mezzoretta, può darsi che stia per…” nemmeno il tempo di finire la frase ed ecco Sandro che entra dalla porta girevole dell’hotel con un borsone stretto tra le sue mani. Lorenzo era girato di spalle e non aveva ancora capito del perché Stefano si era bloccato con sguardo fisso all’ingresso e così, si voltò anch’egli rimanendo sorpreso nel vedere Sandro che smarrito tra la folla, cercava i due affannosamente.

“Sandro siamo qui!” gridò Stefano, alzando la mano per indicare la loro posizione e Sandro sorridendo si affrettò a raggiungerli.

I due si alzarono contemporaneamente per abbracciarlo e lui, stanco e sudato per il lungo viaggio, chiese:

“Ragazzi ho almeno il tempo di sistemarmi? Sono con gli stessi indumenti addosso da due giorni e non vedo l’ora di andarmi a fare una bella doccia calda e cambiarmi.”

“Per quello che hai fatto, ti meriti molto di più, ma adesso devi fare in fretta, altrimenti salta l’appuntamento con Khalìr” rispose Lorenzo, con la sua impeccabile impassibilità.

“Allora sarò pronto e profumato tra meno di mezzora” rispose Sandro.

E si affrettò a salire in camera, lasciando il borsone a Stefano che appena lo prese in mano, capì dal suo peso che c’erano molti soldi dentro.

“Come ci muoviamo con questo?” chiese Stefano, indicando il borsone a Lorenzo.

“Avevo pensato che sarai tu a consegnarlo, appena riceverai il mio segnale. Ora parti subito e recati sul posto. Fermati laddove abbiamo deciso e non ti muovere finché non sia Sandro a chiamarti, qualsiasi cosa succeda tu non ti muovere” rispose Lorenzo con raccomandazione.

Stefano si fece chiamare un taxi dalla reception e si recò all’uscita dell’ hotel ad aspettarlo. Dopo una ventina di minuti circa, Sandro scesa nell’atrio dell’albergo e raggiunse Lorenzo che era rimasto seduto sul suo divanetto.

“E Stefano?” domandò.

“Ci sta aspettando sul posto, dai che andiamo” rispose Lorenzo alzandosi.

I due uscirono dall’albergo e si avviarono al GrandAffare prendendo un taxi. Il tempo ormai scorreva inesorabilmente e tutti erano tesi per quell’incontro che poteva essere pericoloso per tanti aspetti, ma in quei momenti, è la freddezza che fa da padrona negli animi ribelli di coloro che, fanno di quel mestiere, un’arte dell’avventura. Stefano era già arrivato e si era posizionato nel punto esatto che Lorenzo gli raccomandò, mentre Khalìr e i suoi uomini erano già nei parcheggi sotterranei ad aspettarli. Arrivati, Lorenzo e Sandro notarono che quel giorno il centro commerciale era particolarmente affollato, cosa molto positiva per mimetizzarsi nella folla, in caso di una fuga improvvisa. Da lontano intravidero il turco affiancato da due dei suoi uomini. Giunti di fronte a loro, Lorenzo chiese a  Khalìr:

“Siamo arrivati puntuali spero?”

Il turco guardò l’orologio notando che era esattamente mezzogiorno, proprio come avevano stabilito e con un sorriso sulle labbra rispose:

“Devo dire che la puntualità è il tuo forte e come dicevano i miei antenati la puntualità è segno di serietà!”, quindi sono felice di aver conosciuto una persona come te”.

“Avete avuto problemi a trasportare la roba? Perché a come vedo, non è qui con voi” disse Lorenzo, dopo le lusinghe fatte dal turco.

“La roba è arrivata ed è in un furgone a pochi metri da qui. Per voi invece? Com’è andata?” ribatté Khalìr.

“Anche noi abbiamo qui i nostri soldi, sono nascosti fra i parcheggi”.

“E allora che stiamo aspettando?” domandò Khalìr che, puntando il dito verso il furgone bianco dove c’era la droga aggiunse. “Quello è il furgone, puoi andare a controllarlo”.

Lorenzo si voltò verso Sandro e, per non farsi capire dal turco, gli parlò nel loro dialetto.

“Controlla prima se c’è tutta la roba, dopodiché vai da Stefano e digli di raggiungermi con il borsone. Tu invece, fermati al furgone e aspetta mie indicazioni”.

Sandro eseguì gli ordini impartiti da Lorenzo senza fiatare e dopo aver controllato che la droga ci fosse tutta, avvertì Stefano di andare da Lorenzo con dietro i soldi, mentre lui rimase fermo di fronte al furgone.

“Eccoti i soldi, puoi controllarli tutti se vuoi” disse Lorenzo, appena Stefano lo raggiunse con il borsone.

“Non c’è bisogno. Tu sei una persona responsabile e quindi sai come comportarti” disse Khalìr prima di dileguarsi con una delle sue auto.

Così Lorenzo e Stefano si avvicinarono al furgone, dove c’era Sandro ad aspettarli.

“Devi stare qui, finché non arriva Paolo a pigliarlo, quindi occhio” gli raccomandò Lorenzo.

Poi fece cenno a Stefano di seguirlo e insieme uscirono dai parcheggi, recandosi nella pizzeria posta fuori all’ingresso del GrandAffare. Lì Lorenzo cercò un telefono, per avvertire il suo amico di raggiungerli. Paolo era l’imprenditore, che trasportava i polli e che avrebbe aiutato Lorenzo a far giungere il carico di droga a Ranella. Trovata una cabina telefonica, Lorenzo gli inserì i gettoni  e fece il numero dell’ufficio di Paolo.

“Pronto Paolo?”

“Si sono io. Chi mi chiama?”

“Sono Lorenzo e ti sto aspettando al GrandAffare di Trieste”.

“Sarò lì fra non molto.”

“Ti aspetto, ciao.”

“Ciao, Lorenzo.”

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