Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La macchina del Dott. Frankstein si è messa in moto… di Giovanni Zito

Alessandro-Caligaris-La-città-dei-folli-2012

Giovanni Zito lo conosciamo da un pezzo. E’ una delle presenze storiche di questo Blog. Abbiamo visto i suoi testi ispirati, la sua ironia, le sue malinconie, il senso di abbattimento, la voglia di combattere.

In questi anni ha girato varie carceri, fino ad arrivare a Padova.

A Padova ha effettuato un percorso eccellente.. ma… la trottola gira.. e ha saputo che dovrà cambiare carcere. Prossima destinazione Sulmona. Il carcere di Padova dovrà essere adibito solo per i detenuti comuni; e quindi tutti quelli che non lo sono verranno inviati in altre carceri che hanno ancora la sezione di Alta Sicurezza.

La trottola gira… e Giovanni dovrà ricominciare tutto da capo…

Chi è all’esterno queste cose difficilmente può capirle. Difficilmente può capire che vuol dire seguire  un percorso, cominciare a trovare un equilibrio, “costruire” qualcosa.. e.. di colpo.. essere rigettato in alto mare…

A Padova Giovanni, visto l’eccellente funzionamento di quell’istituto, aveva fatto un “salto”.

Lui ha fatto di tutto per cogliere le opportunità che gli venivano offerte. Ha frequentato la scuola superiore, ha frequentato il catechismo, è entrato nella redazione di Ristretti Orizzonti… ha partecipato a convegni e seminari dove si incontrava la società esterna. In mezzo a tutto questo ha lottato faticosamente per avanzare nella sua crescita interiore e per costruire un futuro diverso.

Il contesto di Padova stava valorizzando le potenzialità di Giovanni, e Giovanni ci ha messo tutto il suo impegno.

Poi un giorno ti alzi.. e.. puff.. si cambia casa…

La follia di tutto questo è difficile anche da descrivere. Il controsenso di un percorso dove mentre ti stai “strutturando”, mentre stai “crescendo” e mentre ti stai “allineando” a tutto un nuovo contesto di opportunità, di colpo ti viene tolto tutto. Psicologicamente si rischiano forti contraccolpi. Si potrebbe dire che sarebbe stato meglio non dare certe opportunità, sarebbe stato meglio non dare occasioni di crescita, non aumentare i momenti di valorizzazione.. se poi si deve perdere tutto.

E si potrebbe anche dire che senso ha per un detenuto impegnarsi assiduamente nel suo percorso carcerario.. se da un momento all’altro può essere sbattuto in un altro carcere, anche molto diverso dal precedente e dovere ricominciare da capo.

Persone come Giovanni per resistere devono fondamentalmente contare sulla loro forza interiore, visto che tutto il mondo di chi dovrebbe aiutare, fornire opportunità, “risocializzare”.. finisce con l’essere un ostacolo al percorso del detenuto.

PS: l’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un’opera di Alessandro Caligaris, dal titolo “La città dei folli”.

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La macchina del Dott. Frankestein

si è messa in moto

portando la morte ai defunti

che cercavano di sopravvivere nel mondo

dimenticato dei superbi civilizzati

 

Scusatemi tantissimo amici del blog.

Vi racconto l’ultimo evento di Padova, in cui sono ristretto da circa due anni.

Sorpresa del dopo Pasqua, la sezione AS1 verrà smantellata perché l’istituto dovrà essere declassificato, cioè deve essere adibito -o riempito- da detenuti comuni.

Mentre il sottoscritto verrà trasferito con altri 36 compagni nei seguenti istituti entro la fine del corrente mese, io sono fortunato, vado a Sulmona, poi c’è Parma, Voghera, Opera, Sardegna, Oristano.

Ciò significa ricominciare da capo il percorso rieducativo, malgrado io abbia scontato oltre 20 anni di carcere duro, di cui 10 al 41 bis, e sia stato revocato da quel regime deplorevole perché il sottoscritto non aveva più contatti con il crimine organizzato e doveva essere declassificato dal regime 41bis.

Così fu, signori miei, ma con l’unico risultato di essere sballottato da un carcere all’altro come un qualsiasi pacco postale. Vi ricordo che due anni prima fui trasferito da Carinola a Padova, perché anche Carinola doveva diventare carcere comune.

In questo istituto di Padova mi sono subito adoperato per attuare il mio reinserimento andando alla scuola superiore, frequentando il catechismo, inserendomi nella sede di Ristretti Orizzonti a pieno titolo, mettendomi in prima persona, partecipando ai convegni e seminari, incontrando la società esterna e studenti universitari, con corsi di scrittura, lottando e faticando sul modo di pensare e vivere correttamente per costruire un futuro migliore.

Tutto questo decade nel momento in cui il Ministero della Giustizia, o meglio il DAP, dispone il trasferimento del suddetto ergastolano.

Mi domando a che cosa serva questa assurda tortura, perché mi lasciano vivere serenamente per un certo tempo, se poi ogni volta mi costringono a tornare indietro di dieci passi. Non è più accettabile da parte di chi gestisce questo sistema degradante, perché l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che ogni detenuto deve essere reinserito. Come si spiega allora tutto questo meraviglioso percorso di vita attiva dentro queste mura? Come si può pensare che possiamo giocare a calcetto con degli studenti esterni e nello stesso tempo essere pericolosi per lo stato? Ho dato testimonianza ai vari convegni che non si può essere colpevoli per sempre, io ho fatto un percorso con me stesso, ho rivisto la mia detenzione del passato e mi sono disancorato dal mio datato percorso istruendomi, grazie ai vari professori che con struggente disappunto sono venuti a conoscenza del mio imminente trasferimento presso il carcere di Sulmona. Tutte le persone che sono state in contatto con me sia epistolarmente che visivamente, rimangono sbalordite nel vedere uomini come me che stanno dando il massimo impegno per uscire da un sistema orrendo e senza riguardi verso chi vuole cambiare sul serio il proprio futuro o destino che sia. Questo signori è l’unico istituto che cambia la prospettiva di ancora di salvezza.

Non cerco nessuna giustificazione, voglio e credo che sia giusto esprimere il mio dissenso ai dirigenti amministrativi che puntano il dito verso quelle persone che cercano, malgrado tutto, di vivere dignitosamente la propria condanna in serenità. Non posso più accettare che con un percorso del genere io rimanga inchiodato al passato, quando nel mio animo vivo un cambiamento positivo e serio, non che radicale, della mia persona e lo dimostra il documento allegato della coordinatrice Ornella Favero, donna responsabile che mi ha dato forza e volontà per rivedere le mie scelte del passato.

Se tutto questo mio scrivere non è segno di ravvedimento costruttivo, ditemi voi: che cos’è?

Spero vivamente che nel mio futuro possano avverarsi tutte quelle aspettative positive che ho intrapreso in questo istituto, sono sicuro che parte degli organi amministrativi non vogliono che i detenuti cambino radicalmente, forse loro sono più cattivi di me. Oppure hanno da guadagnarci sopra la mia, la nostra pelle, perché io sono capace di superare gli ostacoli, ma chi vige sulla mia vita carceraria sarà mai capace di comprendere che i detenuti ergastolani come il sottoscritto possano redimersi con volontà nuova?

Non mi faccio rubare la speranza, perché così disse Papa Francesco.

09/04/2015

Giovanni Zito

Socializzazione e rieducazione… di Salvatore Pulvirenti

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Ecco un testo del nostro Salvatore Pulvirenti -detenuto a Nuoro- sul tema della risocializzazione  e della rieducazione.

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Per socializzazione si intende quel processo di apprendimento e di adattamento alle regole sociali. Questo processo si sviluppa in base all’educazione che noi riceviamo dai nostri genitori sin dall’età adolescenziale, e fino alla maturazione della persona stessa. 

Questo sistema viene determinato anche dal contesto sociale dove una persona ha trascorso parte della sua vita. La socializzazione è anche rieducazione negli istituti di pena.

Non è tanto facile da descrivere. Nel senso che se devi affrontare questo processo con persone esterne, esse fanno fatica a comprendere la situazione che si viene a creare negli istituti di pena. Non è colpa di psicologi, criminologi o educatori che non sanno fare il proprio mestiere. Anzi a volte fanno uno sforzo multiplo per cercare di entrare nella mente del soggetto. Tutto questo richiede molto tempo. L’operatore che segue il detenuto deve essere sensibile e versatile. Anche se questo mi porta a dire che deve cementarsi nel ruolo del carcerato e, nello stesso tempo, essere poliedrico. Se si riesce ad entrare in questo meccanismo, probabile che qualcosa si riesca a concludere. Non c’è bisogno che gli operatori facciano ulteriori sacrifici per gestire la situazione. Ma la cosa più importante che riguarda il detenuto è la famiglia, che fa parte della rieducazione. Quando il detenuto viene allontanato dai propri famigliari, fa molta fatica ad entrare nell’attuale condizione perché comincia ad annullarsi e a chiudersi in se stesso e a volte emana e sprigiona quel nervoso che danneggia lui stesso e chi gli sta accanto.

Il metodo da adoperare secondo un mio giudizio sarebbe  quello di creare due rette parallele  di rieducazione; la prima riguardante il percorso di rieducazione all’interno del carcere; la seconda, quella di far sì che il detenuto sia in contatto con i propri famigliari, ma fuori dall’istituto e a rapportarsi anche con le regole sociali. 

Certo, posso dire la mia, perché mi trovo in carcere da ventidue anni e non ha senso vivere in un istituto di pena per tutto questo tempo, senza potere concludere niente e senza sapere nulla della vita che corre e concorre fuori delle mura del penitenziario. Per questo a volte si fa fatica a capire cosa sia e a cosa serve la rieducazione all’interno dell’ìstituto.

Salvatore Pulirenti

6 aprile 2015

Lettera di Luciano Rossa, dal carcere di Spoleto

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Pubblico oggi una lettera di Luciano Rossa, detenuto a Spoleto.

Quello che racconta Luciano è emblematico di come il carcere non dovrebbe funzionare.

Nei fatti, Luciano a Luciano viene reso impossibile vedere la propria famiglia e viene reso impossibile studiare.

Ma, è accettabile che un padre di famiglia abbia potuto vedere, in circa 11 anni di detenzione, il figlio per non più di 20 volte. O è un’autentica barbarie? La seconda.. indubbiamente la seconsa..

Vi lascio a questa lettera che ci ha inviato Luciano Rossa.

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Cari compagni, ciao sono Rossa Luciano e vi scrivo dal carcere di Spoleto, dove mi trovo da 11 anni, da quando ho l’ergastolo in odo definitivo. In questi 11 anni ho avuto sempre un buon comportamento. Ho sempre lavorato, anche in cucina. Ho fatto tutte le scuole fino ad arrivare a prendere il diploma. 

Da un paio d’anni cerco di essere trasferito in un istituto qualsiasi della Lombardia dove vivono i miei fratelli, così da poter agevolare la mia famiglia per venirmi a trovare, sia economicamente, ma soprattutto per le condizioni di salute di mia madre. Mi è sempre stato rigettato il trasferimento per motivi di sicurezza; quando da 15 anni, come dicevo prima, ho avuto sempre un buon comportamento, perciò la motivazione non regge. Come mai, se le direttive della Corte Europea R. 2006 n. leggi relative previste dalle regole penitenziarie  europee art. 42 art. 28  230/2000  art. 61 comma 2 prevede che dobbiamo stare al massimo 200 km dai nostri famigliari.  Non è che la mia condanna all’ergastolo lo prevede che io debba essere allontanato dalla famiglia. 

Perché non posso vedere mio figlio che quando mi hanno arrestato aveva 2 anni e oggi ne ha 17. In undici anni non ho potuto vederlo neanche 20 volte. Chi lo prevedere questo, il DAP? Come può il DAP violare tutte le leggi, le direttive della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ammassandoci uno sopra l’altro e e nessuno di loro ne paga le conseguenze. Non si possono contrastare. Gli avvocati dicono che con il DAP non si parla in nessuna maniera. Perciò noi da qua cosa possiamo fare? Non sapendo più cosa fare, quando mi hanno chiamato per raddoppiare le celle in questo istituto.. celle che prima erano celle singole.. mi sono rifiutato. Sono ergastolano e l’art. 22 prevede l’isolamento notturno, ma il DAP, quando gli conviene una certa situazione, la lascia così. 

E quindi mi ritrovo da 8 mesi in isolamento. Se le è dimenticato a prendere un provvedimento, magari la direzione e non gliela ha detto, non accettandomi l’istanza per andare dalla mia famiglia in Lombardia. Mi sono messo in contatto con il Garante di Roma e mi hanno proposto se volevo andare a Rebibbia per frequentare l’università visto che lì non è a pagamento, o meglio pagano loro; a differenza di qua dove non mi posso iscrivere perché non ho la possibilità economica. Così, con il parere della mia famiglia ho subito accettato, in quanto, venendo da Catania con l’aereo, qualche colloquio sarebbe stato possibile farlo e soprattutto, quando mi sarebbe ricapitata una occasione come questa. La possibilità di laurearmi senza avere spese. Era un riscatto per me, mi mettevo in gioco per un paio d’anni, era una bella sfida. Così abbiamo fatto l’istanza con il garante di Roma (a Spoleto non esiste). Ma l’hanno rigettata, sempre per questioni di sicurezza. Se voglio studiare, mi devo iscrivere qua, ma io soldi non ne ho. Come faccio? 

La mia famiglia non la posso vedere, non posso studiare. E’ questo il modo per rieducare il detenuto? Tenendomi 8 mesi in isolamento. Ma, soprattutto, se quelli che mi debbono rieducare non rispettano per niente le regole e se ne fregano delle leggi, che esempio mi danno? 

Non so se mi potete aiutare, ma sicuramente lo possiamo fare sapere a tutti quello che fanno questi “signori per bene” del DAP.

Il vostro indirizzo me lo ha dato il compagno Carmelo M. e compagno G. che è qua. Grazie tanto e a presto.

Diario di Pasquale De Feo- 22 novembre – 21 dicembre

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Il Diario di Pasquale De Feo è uno degli appuntamenti speciali in questo Blog.

Anche questo diario appare con un po’ di ritardo, essendo quello del mese di dicembre. Quello di gennaio, comunque, seguirà nelle prossime settimane.

Questo Diario che raccoglie tutte le riflessioni che Pasquale scrive giorno per giorno è sempre una occasione. Non è detto che tutto sia condivisibile. Io stesso, tante volte alcune cose le condivido, da altre magari mi sento più distante. Ma, comunque, la si pensi, queste pagine sono un’occasione per riflettere, e anche per confrontarsi. Un’occasione offerta da una mente che -e questo nessuno può negarlo- non sta mai ferma, ma è in perenne ricerca. Qualunque cosa possa essere letta, Pasquale cerca di leggerla o vederla, se passa in televisione. E tra rabbia, speranza, nostalgia, indignazione, apprezzamento.. si sviluppa il suo diario.

Prima di lasciarvi voglio citare alcuni passaggi..

I primi sono alcuni dei volti del male. Uno lo abbiamo imparato a conoscere. Il 41 bis. Tra anni tutti faranno a gara a denigrarlo, come per anni, fino ai nostri giorni, hanno fatto a gara a fare finta di non sapere. Ecco il passaggio:

“Stamane mentre mi lavavo i denti ho pensato ai carcerati nel regime di tortura del 41 bis. In inverno per evitare problemi ai denti, riscaldo un po’ d’acqua per lavarmene. I reclusi del 41 bis, per via di una legge dettata dall’apparato repressivo al famigerato duo Alfano-Berlusconi, hanno tolto ai detenuti la possibilità di usare il fornelletto, pertanto non possono scaldarsi, un po’ d’acqua per lavarsi i denti, senza dimenticare che non possono farsi un caffè, the o un po’ di acqua calda per l’igiene. Tenendo presente che la maggioranza dei reclusi nei luoghi di tortura si trovano al Nord, alcuni sulle Alpi, dove in inverno fa molto freddo, ed essendo tutti meridionali, le sofferenze si moltiplicano per il clima temperato in cui sono nati. Lascio immaginare nelle carceri di Cuneo, Novara, Tolmezzo (Udine). Ieri è arrivata la notizia che due anziani al 41 bis sono morti di vecchiaia, ma creo anche per i patimenti derivanti dalla tortura del 41 bis. L’apparato repressivo è riuscito a fare metabolizzare la tortura alla popolazione del Paese, come fosse un fatto naturale. “Questo fa molto riflettere”.  (27 novembre)

Il secondo volto del male, è la piccola quotidiana inciviltà che costringe un ragazzo a dovere fare un tragitto di 57 km in due ore e mezza. Emblema della devastazione che i trasporti stanno subendo nel Sud.. espressione di questa ideologia bastarda che considera in svendibili i diritti e che si mette a pecorina di fronte ad assurde idolatrie dell’austerity.

“Ho letto una lettera di uno studente della Basilicata, che ha inviato a un quotidiano che l’ha pubblicata, c’è da rimanere allibiti, credo che neanche in Africa sono ancora in queste condizioni. Il ragazzo è di Irsina, comune della provincia di Matera, studia all’università di Potenza, facoltà di agraria, la distanza dal suo paese a Potenza è di 57 km. Tutti i fine settimana li passa a casa, ma per arrivarci è un lungo viaggio. Nel raccontarlo gli viene da piangere per la rabbia, un servizio che crede sia rimasto ai tempi del fascismo.  Parte da Irsina alle ore 15:30 con il pulmino che lo porta alla stazione di Genzano, dove prende il bus fino ad Acerenza (entrambi comuni della provincia di Potenza), risale sul treno fino a Potenza, arrivo alle ore 18:00. Per 57 km ci vogliono due ore e mezzo, lo stesso orario Milano-Roma (…)”.  (14 dicembre)

In un altro passaggio… ulteriori inquietanti retroscena su un territorio da sempre saturo di Ombre.. quello del pentitismo.

“Su una rivista leggo un articolo sul processo a Palermo sui rapporti Stato-Mafia. All’interno trovo un articolo che conferma ciò che negli anni tanti di noi pensavamo, che dietro c’era una regia occulta che pilotava i pentiti. Questo progetto si chiamava “Protocollo Farfalla” in segreto portato avanti dal SISDE (servizi segreti) e il DAP, un protocollo illegale come quello degli americani con i terroristi islamici, oggi chiedono che venga coperta con il segreto di Stato per paura della sua divulgazione. Ora comprendo come potevano fare apparire degli stupidi mentecatti come dei grandi depositari di verità, anche sei loro racconti facevano lacune da tutte le parti, condannavano senza problemi.” (20 dicembre)

Voglio concludere con una riflessione che trascende la lotta quotidiane, il corso degli eventi e “la follia del mondo”. Uno di qui momenti che rendono gli uomini più uomini.

“Come siamo il peggior nemico di noi stessi, così, se lo volessimo potremmo essere il migliore amico di noi stessi. Incolpiamo la sfortuna sulle nostre disgrazie, quando invece nella maggior parte delle volte provengono dalle nostre decisioni le problematiche che ci colpiscono. Ci viene più semplice trovare un colpevole anche se immaginario su cui scaricare le nostre responsabilità, è molto più facile. Diviene più difficile, diventare amico di noi stessi, ci facciamo de male da soli e non riusciamo ad avere cura di noi. Credo che capirsi e volersi bene ci renderebbe la vita più sereni e ci agevolerebbe nell’affrontare gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Dovremmo tutti provare ad essere il migliore amico di se stessi, non avendo mai affrontato nelle mie riflessioni questa tematica, cercherò di imparare a volermi più bene per il futuro. (19 dicembre).”

Vi lascio al Diario di Pasquale De Feo.. Catanzaro.. mese di dicembre.

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Stavo leggendo l’articolo che aveva redatto sul mio scritto del commento dell’art. 27 della Costituzione, il direttore Pippo Guerriero del quotidiano settimanale “Sicilia Libertaria”.

Ha redatti un bellissimo articolo dove niente viene nascosto. Tutto è chiaro e limpido: sulla pena di morte dell’ergastolo, sulla tortura del 41 bis, sullo strumento dei rastrellamenti del 416 bis, sulla fine della speranza del 4 bis, e tutte le torture delle leggi emergenziali, che come al solito sono diventate ordinarie. Mentre leggevo, l’occhio è andato a finire su un piccolo articolo in fondo alla pagina “Dall’inferno di Tolmezzo”, ho letto, anche se già conoscevo queste notizie, la solidarietà della gente ha mitigato i pestaggi, ma il settimanale invita tutti  a scrivere all’autore delle denunce di continuo minacciato: Maurizio Alfieri – via Paluzza 77 – Cap. 33028 – Tolmezzo (Udine). Sarebbe un’ottima cosa mandare un’email al sito del carcere per protestare, oppure al sito del Ministero della giustizia.  –  22/11/2012

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Oggi discutono il regime di tortura del 41 bis a Davide. Sia l’area tratta mentale che tutte le persone venute a conoscenza della sua situazione, sono rimasti perplessi per l’accanimento nei suoi confronti, tre revoche da tre tribunali diversi, fanno riflettere chiunque. Mi auguro che l’apparato della repressione anche oggi perda per la quarta volta, un po’ di giustizia darebbe più lustro a questa giornata. Ormai sono diventati così potenti da sostituire il vecchio potere con propri politici, come Crocetta, Lumia, Sonia Alfano, Borsellino, per citare sol quelli più famosi. Talmente è la paura che incutono, che nessun politico, giornalista, intellettuale, ecc. ha il coraggio di dirlo. “Altro che mafia”. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma, se non avrà il condizionamento della DNA, farà un’ordinanza secondo giustizia e verità. Mi auguro che arrivi la felice notizia.  –  23/11/2012

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In tutta Europa le polizie hanno un codice per essere identificati, in Italia ancora no, per la resistenza di tutto l’apparato, perché non vogliono essere identificati durante le operazioni dove spesso esercitano una violenza gratuita, con la sicurezza dell’impunità e per l’omertà che circondano le carcerazioni. I sindacati, invece di discuterne, come al solito, si mettono di traverso. Addirittura ne ho sentito uno in TV ribattere “se dobbiamo metterlo noi il codice, devono metterlo anche i manifestanti”. Siamo alla follia. Ormai vogliamo  decidere anche quello che deve essere fatto il loro ruolo. Qualcuno dovrebbe dirgli che le polizie sono dipendenti dello Stato e al servizio dei cittadini, pagati con le tasse della popolazione. Come impiegati dello Stato non possono decidere come svolgere il loro lavoro, ma devono attenersi alle decisioni degli eletti in Parlamento, votati ed espressione dei cittadini. I manifestanti non devono sottostare a nessun obbligo come le polizie, essendo liberi di protestare e far sentire la loro voce, questa è la democrazia, viceversa sarebbe una dittatura. L’impressione che danno è che vogliono essere liberi di fare ciò che vogliono, come se fossimo in uno stato di polizia, non intervenendo i politici avallano questo pensiero. Questo fa capire che il G8 di Genova non è stato un evento casuale, ma una modalità ormai inserita nel sistema di sicurezza del Paese. La colpa è anche degli organi europei, che non intervengono per dare un segnale forte all’Italia, visto che l’essere il Paese più condannato d’Europa non basta, per fargli rispettare i diritti umani.  –  24/11/2012

 

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Leggo un articolo “Finalmente il sogno di avere un figlio sano non è più un privilegio da ricchi”. Con la legge 40, figlia dell’oscurantismo della Chiesa, non permetteva che ci fosse il test prenatale per la fecondazione. Il costo del test è dai 6000 ai 10000 euro, solo chi poteva permetterselo, lo faceva in una clinica privata. Una coppia sarda, malata di talassemia, assistita dall’associazione Coscioni e dal suo Presidente, avvocato Filomena Gallo, hanno fatto ricorso  e il Tribunale di Cagliari ha considerato il rifiuto a fare l’esame di reimpianto da parte dell’ospedale pubblico “del tutto illegittimo e gravemente lesivo dei diritti costituzionalmente garantiti”. Inoltre “considerato l’evoluzione giurisprudenziale non vi è dubbio che la diagnosi genetica reimpiantato debba considerarsi pienamente ammissibile”. Ora tutte le strutture pubbliche del Paese dovranno dotarsi degli strumenti per gli esami. Sicuramente la Chiesa farà di nuovo ostracismo con tutto il suo potere. Mi auguro che i politici abbiano un po’ di decenza e la finiscano di genuflettersi alle chiamate del Vaticano, non permettendo più questa discriminazione contro la stragrande maggioranza dei cittadini.  –  25/11/2012

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Leggendo una rivista mi sono soffermato su un articolo che parlava della città stato di Singapore. Non sapevo che era lo Stato più ricco del Sud Est asiatico e che la ricerca per il futuro tecnologico è pane quotidiano. Il piccolo Stato è grande appena 650 km quadrati, con circa cinque milioni e mezzo di abitanti, ma ha una delle economie più dinamiche del mondo, anche se in materia di libertà è molto carente. Quello che mi ha molto colpito è la formula coniata per il nuovo corso politico-economico di Singapore. “M/PH”- meritocrazia, pragmatismo- onestà- la stabilità politica, unita alla fermezza nell’applicazione delle decisioni nell’interesse della città stato, saranno attuate sicuramente. Pensando alla nostra politica, che ha trasformato lo Stato in un patrimonio dei partiti. Ha creato un clientelismo sfrenato; riducendo il Paese a uno dei più corrotti del mondo; e occupando il triste primato dei politici più disonesti d’Europa. Questo dovrebbe molto fare riflettere la gente. Per coprire tutto ciò agli occhi della popolazione, hanno mostri fiato la criminalità come responsabile di tutti i mali causati da loro, affinché la gente avesse un colpevole su cui scaricare tutte le frustrazioni. Purtroppo la gente catechizzata dalla TV e dai quotidiani, si sono convinti che questa sia la verità. In ogni paese c’è criminalità, ma non c’entra niente con il progresso. Se fosse così gli USA e la stessa Europa sarebbero fanalini di coda nel mondo. Negli USA si commettono più reati e ci sono più detenuti di qualunque Stato del mondo, eppure primeggiano in tutto. Quella che ci propina il marcio di questo sistema è una grande menzogna, come le ideologie dittatoriali. “Formalmente l’Italia è una democrazia, ma ha un apparato repressivo che neanche le dittature hanno più”. Nel frattempo che la gente si sveglia, continuano il latrocinio, i privilegi e i vitalizi scandalosi. Non bisogna dimenticare che continua il saccheggio e la repressione per legittimarlo, nella colonia meridionale. Un tempo fu Patria, oggi impera l’ilatismo coloniale.  –  26/11/2012

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Stamane mentre mi lavavo i denti ho pensato ai carcerati nel regime di tortura del 41 bis. In inverno per evitare problemi ai denti, riscaldo un po’ d’acqua per lavarmene. I reclusi del 41 bis, per via di una legge dettata dall’apparato repressivo al famigerato duo Alfano-Berlusconi, hanno tolto ai detenuti la possibilità di usare il fornelletto, pertanto non possono scaldarsi, un po’ d’acqua per lavarsi i denti, senza dimenticare che non possono farsi un caffè, the o un po’ di acqua calda per l’igiene. Tenendo presente che la maggioranza dei reclusi nei luoghi di tortura si trovano al Nord, alcuni sulle Alpi, dove in inverno fa molto freddo, ed essendo tutti meridionali, le sofferenze si moltiplicano per il clima temperato in cui sono nati. Lascio immaginare nelle carceri di Cuneo, Novara, Tolmezzo (Udine). Ieri è arrivata la notizia che due anziani al 41 bis sono morti di vecchiaia, ma creo anche per i patimenti derivanti dalla tortura del 41 bis. L’apparato repressivo è riuscito a fare metabolizzare la tortura alla popolazione del Paese, come fosse un fatto naturale. “Questo fa molto riflettere”.  –  27/11/2012

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Non mi meraviglio più delle stupidaggini che dice Roberto Saviano, ma rimango perplesso che il quotidiano La Repubblica gli conceda tanto spazio alle sue baggianate. E’ stato invitato al Forum di Assago, organizzato da Libertà e Giustizia. Non è andato di persona, ha mandato un video dove ha denunciato che il centrosinistra alle primarie non ha affrontato adeguatamente il tema della lotta alla criminalità. Questo posso anche comprenderlo; con questo argomento è diventato ricco e famoso, pertanto difende il suo orticello, “tiene famiglia e deve mangiare povero Cristo”. La castroneria che ha detto e che “le mafie vivono proprio sulle ‘carceri-tortura’, perché l’affiliato viene aiutato e non viene maltrattato”. Siamo arrivati al paradosso che la colpa è dei reclusi accusati di reati di mafia se i carceri sono in questo Stato di detenzione-tortura. Qualcuno dovrebbe dirgli che tutti i regimi di Alta Sicurzza: AS-1; AS-2; insieme al regime di tortura del 41 bis, ci sono tutti detenuti accusati di reati ritenuti mafiosi, e non sono né aiutati né privilegiati. Questo dimostra che non solo non conosce il carcere, ma ha esaurito tutti gli argomenti dell’apparato repressivo e ora se li inventa di sana piana. Possibile che in Italia non ci siano intellettuali degni di questo nome, che dicano chiaramente ce questo signore non merita di essere ciò che è diventato, perché non ha le capacità intellettuali. C’è un giudice a Berlino? In questo caso, c’è un intellettuale in Italia?  –  28/11/2012

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Leggo alcuni articoli sui vari quotidiani “arrestati due super latitanti”, rimango basito quando leggo l’età, entrambi ventunenni. Ormai non sanno come riempire quelle caselle dei latitanti. I primi dieci, poi i primi trenta, poi i primi cento, ecc. Danno l’impressione che in Italia ci sono centinaia di latitanti, così inseriscono i ragazzini. Non mi meraviglierei di vedere un minorenne in queste liste. Ritornando all’origine di queste leggi feroci, crudeli e oppressive della legge Pica, che non solo arrestavano i bambini ma li uccidevano e spesso insieme alle loro famiglie. D’altronde in un sistema coloniale tutto ciò è pane quotidiano, pertanto non c’è da meravigliarsi.  Non rimangono che due strade per rompere questo circolo da girone dantesco: o ribellarsi o rassegnarsi a essere cittadini di serie B.  –  29/11/2012

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E’ venuta di nuovo la direttrice, come ci aveva promesso, ci ha radunato come l’altra volta, ha parlato un nostro compagno, ora dobbiamo attendere che la settimana prossima si riuniscano per decidere se ripristinare le aperture precedenti. Reputo la direttrice donna intelligente, avrà compreso che il tira e molla degli ultimi mesi non ha giovato al dialogo instaurato prima della brusca interruzione Mi auguro che la riunione vada a buon fine, che tutto ritorni come prima, aprendoci le celle, darci i computer, e iniziare di nuovo con i corsi che contribuiscono a sviluppare pensieri, cultura e idee, e se fosse possibile anche un corso per imparare un mestiere per quando usciamo.  –  30/11/2012

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Tutti i giorni leggo dei saccheggi perpetrati nel Meridione, legittimati da una legge colonialista, quella emanata dopo l’omicidio La Torre, “voluto dagli americani per le proteste che organizzava contro i missili di Comiso, appaltato ai servi di Roma”. Questa legge è diventata un’oppressione per il  Meridione. L’altro giorno leggevo che a un’imprenditrice le avevano sequestrato un conto corrente di 5000 euro; apprendo di sequestri di  motorini, biciclette, biancheria, ecc. Fra poco sequestreranno anche i giocattoli dei bambini. Leggo una notizia incuriosito dal titolo “La mafia investe nell’alimentare, confiscato ortofrutta”. C’è la foto di questo fantomatico sequestro. E’ una baracca dove vendevano frutta, quei prefabbricati  tipo container. Il proprietario era morto nel 2008, ed era gestito dai familiari. Ormai non sanno più cosa sequestrare per avere visibilità mediatica. Stanno raschiando il fondo del barile, impedendo alle persone di guadagnarsi da vivere, costringendoli a ritornare a delinquere. Lo Stato con questi metodi è più criminale di chi dice di combattere, perché alimenta questo girone dantesco, per mantenere il mastodontico apparato repressivo e continuare ad opprimere una parte del Paese, che vogliono fare rimanere così com’è e non farlo progredire.  –  1/12/2012

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Stamane ho ascoltato un’intervista al capo della DNA Piero Grasso, chiedeva leggi per andare a fare sequestri all’estero, come fanno in Italia. Dubito che all’estero gli permetterebbero lo scempio che fanno in Italia. Lo vedevo nel suo vestito impeccabile. Mi ha dato l’impressione di vedere quei procuratori delle dittature che, per dimostrare la loro fedeltà, sono più feroci e crudeli del loro padrone. Ho pensato che nella sua divisa militare di comandante del Sud occupato, il generale Enrico Cialdini, criminale sanguinario, adoperava gli stessi argomenti come alibi per legittimare il genocidio economico, culturale e fisico del Meridione. Grasso non ha la possibilità di quello che consentiva la legge Pica, fucilare che si voleva con la scusa che erano briganti, anche donne, bambini e anziani. Si può uccidere anche usando le leggi come bastoni; e negli ultimi 20 anni ne sono state uccise tante, e migliaia rese disperate dall’oppressione, con arresti indiscriminati, sequestri di beni e le torture del regime del 41 bis. Non estremizzo nell’affermare che nel Meridione esiste un finta democrazia che copre uno stato di polizia.  –  2/12/2012

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Leggo un intervento di un magistrato di sorveglianza Monica Coli, su www.ilsussidiario.net del 18 novembre 2012, rimango allibito. Scrive per contrastare l’intervista di Umberto Veronesi sulla Stampa, che come in altre interviste chiede l’abolizione dell’ergastolo. I suoi pensieri sono una visione distorta della realtà, distorta da un’ottica a senso unico, ma credo che leggere il suo intervento valga molto più delle mie spiegazioni. Segue il suo scritto.

Giustizia: Veronesi e l’abolizione dell’ergastolo… riforma perfetta per uomini “a metà” di Monica Cali

www.ilsussidiario.net   18 novembre 2012

Mi ha molto colpito l’articolo di Umberto Veronesi su “La Stampa” di venerdì scorso, dal titolo “Perché sostengo che l’ergastolo va abolito”, suscitando in  me alcune perplessità. Lavoro col “fine pena mai” dal 1996, come giudice di Sorveglianza con giurisdizione in particolar modo sul detenuto sottoposto al regime di cui all’art. 41 bis O.P. e non posso condividere il giudizio complessivo di sfiducia sulla pena dell’ergastolo, come strumento che fallisce sostanzialmente gli obiettivi primari della rieducazione e del reinserimento previsti dalla Costituzione e che, “darwinianamente”, si porrebbe in contrasto con una sorta di evoluzione naturale in positivo della specie umana, destinata, in futuro a non sbagliare più Tale posizione è dettata, ritengo, da una scarsa conoscenza dell’esatta valenza dell’art. 27 della Costituzione. L’espressione “la pena tende alla rieducazione…”, implica il riconoscimento del condannato come “uomo” che –anche in condizione di segregazione- può giocarsi nella libera scelta di continuare a delinquere o cambiare rotta, desiderando “davvero” un mutamento per sé e affidandosi al percorso rieducativo  proposto dal carcere. E che tutto si decida a questo livello trova riprova nel fatto che anche coloro che per complessi meccanismi processuali espiano una condanna in forma alternativa –senza avere mai fatto un giorno di carcere e nella commissione dei reati- non sono esenti da recidiva; possono cioè ricadere nella commissione di reati, proprio per non avere maturato una genuina volontà di cambiamento. Né possiamo affidare questo desiderio di cambiamento ad una ottimistica evoluzione della specie umana, destinata a non commettere più errori e pertanto a vanificare qualsiasi forma diretta a correggere le conseguenze del suo agito. Non ritengo poi accettabile un giudizio di sfiducia sulla stessa funzione dell’ergastolo, suggerito sull’evoluzione naturale della specie, in quanto  si tratta di un giudizio basato su una dinamica che mira a non riconoscere l’uomo “uomo”: oggi visto come solo capace di  male, un domani (grazie al miglioramento della specie) solo capace di bene indipendentemente da una sua libera scelta. Ma l’uomo è tale perché può scegliere o il bene o il male. Andatelo a dire ai miei 41 bis che in realtà il loro errore dipende da circostanze di luogo, tempo, sociali: “Dottoressa, diamocelo chiaramente, io sono un mafioso e di male ne ho fatto tanto… ‘a chi se lo meritava’, sto pagando il giusto, ma l’ingiustizia più grave è la mia donna che mi ha lasciato. Se solo potessi riavere lei e i miei figli…”. Sono consapevoli del loro male e della pena loro inflitta, ma qualcuno di loro meglio per sé. Quando un uomo commette un crimine (e qui sto parlando di reati il cui disvalore è pacifico e spesso molto grave perché minano le condizioni stesse della vita sociale) è perché non ha rispettato il suo rapporto corretto con la realtà. E di ciò è anzitutto consapevole lui stesso. La funzione rieducativa della pena riaffermata dalla Costituzione, lungi dal muoversi in un’ottica esclusiva di pacificazione sociale –destinata, come tale, a “scadere” a mere apparenze- propone e richiede un lavoro per recuperare  innanzitutto il rispetto per se stessi. E’ un lavoro articolabile in due momenti riconoscere che si è sbagliato e, conseguentemente, disporsi ad una espiazione che non sia vissuta come un’ingiustizia, ma come tempo nel quale recuperare quanto con il crimine si era rotto o incrinato, accettando qualsiasi circostanza valevole a rendere più stabile il proprio percorso rieducativo. La distinzione tra il bene e il male e la possibilità di scegliere l’uno o l’altro è nel cuore di ogni uomo. L’art. 27 della Costituzione, anche nelle sue forme più contenitive, propone un percorso vero per tutti coloro che hanno deciso di essere uomini sino in fondo.  –  3/12/2012

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A Tallin, capitale dell’Estonia, per proseguire con la politica verde di inquinare meno, il sindaco, dopo un referendum vinto con il 75%, ha reso bus e tram gratis. A chi gli chiedeva come farà con i conti, ha risposto che saranno i turisti che li risaneranno. Credo che sia una splendida decisione, così la gente è invogliata a non prendere l’auto, avendo i mezzi pubblici gratis. Ci sono alcune cittadine nei paesi europei  che avevano già adottato questa rivoluzione, tra cui Settimo Torinese in Italia. Questa idea ha suscitato anche l’interesse di altre due capitali baltiche, Vilnius e Riga, ed anche la capitale della Finlandia, Helsinki. Se questa decisione venisse presa a tutte le capitali europee, sarebbe un grande passo avanti contro l’inquinamento. La politica deve avere il coraggio di prendere decisioni anche drastiche per pensare alle future generazioni, abbattendo l’inquinamento attuale.  –  4/12/2012

Pensavo su un punto che può sembrare irrealizzabile, ma che potrebbe rivoluzionare tutto il sistema del Paese. Questa riflessione deriva dalla lettura della rivista Wired, di cui sono abbonato da circa due anni. Dare internet gratis a tutti i cittadini italiani, e per impedire qualsiasi agguato della politica, per limitarlo, metterlo sotto controllo o tassarlo, inserire un articolo della costituzione. Si creerebbe una società orizzontale, tutti i cittadini potrebbero controllare le spese di tutte le attività del governo, dei ministeri, delle regioni, province, comuni e di tutta la galassia di enti dello Stato, come anche i partiti, sindacati, banche, ecc. Saremmo tutti più informati, tutto sarebbe alla luce del sole, pertanto il saccheggio delle casse pubbliche diventerebbe molto difficile- Si aprirebbero tutte le segrete medievali costruite dalle caste e si abbatterebbero gli abusi delle corporazioni, che tanti danni hanno creato al Paese. Non credo di esagerare nell’affermare che si creerebbe una vera democrazia e più civiltà, e si avrebbe il rispetto dei diritti per tutti.  –  5/12/2012

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All’inizio degli anni novanta, avevo letto un libro sulle invenzioni del futuro, tra quelle che c’erano mi colpì un aereo, ci avrebbe messo un paio di ore sulla tratta Roma-New York. Oggi leggo su un quotidiano che hanno costruito un prototipo di aereo, il LAèCAT-A2, che viaggia a 6500 km orari,  percorrerò il tragitto Londra-Sidney (18000 km) in circa 4 ore, sarà una rivoluzione. Quello che l’ha permesso è il motore Sabre, che è in grado di raffreddare l’aria da 1000 a meno 150 gradi centigradi nello spazio di un centesimo di secondo. Questo aereo è stato presentato a Londra, e fra dieci anni andrà in produzione se i progettisti troveranno i 300 milioni di euro che servono per la realizzazione. Questo motore sarà anche applicato al nuovo aereo spaziale che sostituirà lo Shuttle. I motori dei jet a reazioni hanno cambiato radicalmente la vita del ventesimo secolo. Il Sabre cambierà quello del 21esimo secolo. Signori miei.. è il progresso che va avanti.  –  6/12/2012

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Abbiamo avuto una bellissima notizia. Sul quotidiano “Italia Oggi” c’è un articolo molto importante; il 28 novembre si sono riunite tutte le Corti dell’Unione Europea, per decidere il ricorso sull’ergastolo come pena perpetua, di tre reclusi inglesi ergastolani, che violerebbe l’art. 3 della Convenzione: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. Siccome la decisione riguarda tutti i Paesi europei, stanno decidendo tutti insieme. Non si può negare che l’ergastolo è un pena inumana e nel tempo una tortura. Si è riaccesa una speranza per tutti noi paria. La Corte Costituzionale con una sentenza machiavellica stabilì che l’ergastolo non era una pena perpetua, perché con 26 anni di carcere si poteva uscire con la liberazione condizionale, omettendo spudoratamente che non è automatica, ma discrezionae, e che si contano sulle mani gli ergastolani scarcerati con questa misura. Purtroppo la Consulta è un piccolo parlamento politico, che decide secondo le indicazioni dei partiti che li hanno eletti. La vera Corte Costituzionale è quella europea, dove il putridume dei partiti politici e il partito dei savonarola con il loro odio viscerale, non riescono a influenzarne le decisioni. Solo in Europa possiamo avere legalità e diritti e principalmente civiltà, perché dallo Stato ricattato dal sistema feroce e crudele della repressione italiana, non possiamo sperare niente. Mi auguro che sia la volta buona per ricominciare una nuova vita.  –  7/12/2012

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Riflettevo sul concetto di rieducazione che dovrebbe essere insegnato a noi reclusi. Facendo la premessa che le carceri e nell’insieme il sistema penitenziario, sono le istituzioni più illegali del Paese, dove l’arbitrio impera come fosse una norma scritta, con la complicità dei PM delle varie DDA che gestiscono il potere del ministero della giustizia; pretendono legalità, ma non per loro. Chi conosce questi ambienti è consapevole che risulta molto difficile insegnare la legalità in un ambiente illegale, dove la pena ha la funzione di punizione e afflizione, invece del reinserimento sociale come stabilisce l’art. 27 della Costituzione. Le parole hanno il loro peso e indirizzano i comportamenti di chi deve applicare le norme. Le persone che sbagliano commettendo azioni di rilevanza penale, pagano il loro debito verso la società, con il carcere e tutte le conseguenze che comporta, di dolori, sofferenze e la gogna sociale e mediatica, per loro e le loro famiglie molto spesso pagano più del dovuto se fanno parte del popolino. Le caste non pagano mai. Ho sempre in mente quello che disse Alberto Sordi nella veste del Marchese del Grillo: “io sono io e voi non siete un cazzo”, rivolto a tutti i clienti di un’osteria che venivano arrestati in una rissa con lui e il suo servo, mentre lui veniva mandato a casa con tutti gli onori; “l’impunità per diritto di casta”. Con una legge popolare bisognerebbe chiedere la rieducazione dei politici, essendo una casta che sbaglia e non paga mai, come i magistrati. I nostri politici sono lì da 20, 30, e anche 40 anni, riducendo il Paese nello stato attuale, sbagliano in continuazione, ma non ci sono gli strumenti per chiedere il conto e fargli pagare le loro malefatte, le loro ruberie e i loro vergognosi privilegi che non toccano mai, neanche di fronte a questa spaventosa crisi. Hanno messo un banchiere per fare il lavoro sporco, tagliare lo stato sociale e vessare la popolazione, ma le caste  non sono state toccate, addirittura hanno aumentato i loro privilegi. Bisognerebbe iniziare ad applicare le indagini patrimoniali, e nel caso non riescano a giustificare i loro averi, sequestrargli tutto con la legge La Torre, come viene fatto con il popolino. Tutta le loro proprietà, reddito, titoli, azioni, partecipazioni, conti e occupazioni, devono essere di dominio pubblico, pertanto messi in rete. Devono avere solo lo stipendio di parlamentari e se sono pensionati o hanno un’altra occupazione devono scegliere quale vogliono. I funzionari pubblici, forze di polizia, militari, magistrati, o di qualunque settore pubblico, devono licenziarsi prima di entrare in politica. Se commettono un errore devono essere licenziati come tutti i cittadini. Lo stipendio deve essere proporzionato alle presenze in aula, come fanno al Parlamento europeo. Non solo loro, ma , anche tutti i politici italiani, che sono circa 200.000, un esercito di parassiti. Devono capir che il benessere del Paese viene prima di tutto, e che sono impiegati al servizio dei cittadini e non viceversa. Questo lo possono comprendere solo con la perdita dell’impunità. In materia di giustizia, corruzione e libertà di informazione, l’ONU ci ha messo dopo i paesi africani; addirittura siamo dietro lo Zimbawe, dove da 32 anni c’è la dittatura di Mugabe, la più feroce del mondo, che ha cancellato la parola libertà.  E i nostri politici inamovibili continuano imperterriti a rubare, corrompere, mettersi proni nei confronti dei loro complici: banche, sindacati, confindustria e Chiesa, ai danni dei cittadini, che vengono criminalizzati al minimo dissenso, usando la magistratura, e la faccia feroce dei gendarmi in divisa. Il Paese è occupato in modo dittatoriale dal potere menzionato, la democrazia è solo virtuale. Ormai si è creata una casta aristocratica intoccabile, come qualche secolo addietro, non hanno titoli, ma questi sono peggiori, perché non si preoccupino di salvaguardare il loro buon nome. La stragrande maggioranza di noi reclusi, siamo in carcere per ignoranza, povertà, ma, principalmente per il disagio creato dallo Stato nell’abbandonare metà del Paese al suo destino, e usarlo come serbatoio di voti alle elezioni e come mercato per i prodotti dell’industria del Nord. E nel degrado creato, l’unica forma di ribellione sociale più semplice è delinquere, sia per fame, sia per difendersi dagli abusi e sia per un riscatto sociale. La rieducazione in carcere dovrebbe insegnarci che lo Stato siamo noi e pertanto il rispetto delle regole e dei diritti costituzionali, servono per vivere correttamente nella comunità. Diviene difficile recepire questi concetti quando chi rappresenta le istituzioni si comporta in modo più criminale di come eravamo noi. I politici diventano più colpevoli di noi; la nostra attenuante è che non conoscevamo il vivere secondo le regole sociali, loro, invece, le conoscevano le leggi, le regole e la Costituzione, per questo motivo dovrebbero essere rieducati per legge.  –  8/12/2012                                                                                                       

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Ho seguito in TV un servizio televisivo su Scampia (Napoli), trasmesso dopo un omicidio davanti ad una scuola materna. Per lo scalpore suscitato, la ministra degli interni, è andata a Napoli e solennemente ha dichiarato “manderemo i militari per ristabilire l’ordine pubblico”. Niente di nuovo sotto il sole, un teatrino che si ripete ogni volta. Anche un mentecatto capirebbe che la repressione non risolve un problema di degrado sociale, voluto, alimentato e perseguito dallo Stato stesso. Nel servizio hanno intervistato un ragazzo che ha dato una risposta semplice ed esaudiente del problema “con il lavoro si risolvono questi problemi sociali, non con i militari”. Aggiungo che i militari sono solo un evento mediatico, che tanti ne ho visti in passato. Il metodo è sempre lo stesso, i problemi non si risolvono , ma si usa la soluzione della repressione, affinché nulla cambi. Tutto ciò continuerà fino a quando le popolazioni meridionali non avranno la consapevolezza di essere considerate cittadini di serie B e ostaggi degli interessi di chi gestisce il potere, che ha creato un sistema criminale che opprime la metà del Paese per farlo rimanere un malato permanente, e nello stesso tempo mostrificarlo e colpevolizzarlo, in una sorta di razzismo strisciante di tipo coloniale. L’unica strada è ribellarsi, o diventare tutti cittadini di serie A, oppure dividersi e tornare alla nazione delle Due Sicilie.  –  9/12/2012

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Sfogliando la selezione dei nostri scritti, mi è caduto l’occhio sul diario del 29 luglio 2012. Avevo scritto del libro appena finito di leggere “l’invenzione del Mezzogiorno-una storia finanziaria” dello storico Nicola Zitora. Alla fine dello scritto non compare una frase tratta dal testo. Mi voglio augurare che sia stata una svista di chi ha trascritto e non una censura. A riscrivo perché è molto significativa e di grande valore sociale: “Questo Paese è un oggetto antico, nato nel mare prima della storia. Nessuno può pretendere che cambi facendogli trascinare il carro del sole. Cambierà soltanto quando i Raffaele Cutolo e i Totò Riina di mestiere faranno i ministri invece che i mafiosi. Mi fermo qui. Auguro buon lavoro a chi proseguirà il racconto. La storia del Sud è tutta da riscrivere”. La frase che manca è quella che cita Cutolo e Riina, se qualcuno non l’avesse capita è una metafora che dovrebbe essere e non è. Persone con enormi capacità non trovano altro sbocco per affermarsi socialmente che delinquere. Quando anche i meridionali avranno tutte le opportunità del Nord, non ci saranno più i Cutolo e i Riina mafiosi, ma gli stessi potranno  essere ministri, industriali, imprenditori, ecc… Nel Nord non nascono simili personaggi, crescono solo al Sud. Questo dovrebbe fare riflettere sull’enorme discrepanza esistente nel Paese.  –  10/12/2012

Nel leggere una rivista, trovo due pagine sui diritti degli animali, dove menzionava che l’Italia, dopo 25 anni, ha ratificato la Convenzione europea per la protezione degli animali sottoscritta a Strasburgo il 13-11-1987. Gli art. 554 bis; ter; quater; e quinquies del codice penale, sono state aumentate le pene, fino alla reclusione. L’unione europea ha stabilito a seconda delle razze i metri quadrati, dai 20 metri quadrati per i cani, ai 9 metri quadrati per i maiali, ecc. Queste decisioni sono giuste, perché gli animali non devono essere maltrattati e ne torturati, ma tutelati come tutti gli esseri viventi. La Corte dei diritti dell’uomo europea, con una sentenza aveva avallato ciò che aveva stabilito la Commissione per la prevenzione della tortura europea, che per ogni recluso lo spazio minimo deve essere 7 metri quadrati, di meno è ritenuto tortura. Nelle carceri italiane ci sono situazioni spaventose, in celle di 7-8 metri quadrati ci mettono tre persone e anche di più. Anche i nuovi padiglioni fatti costruire dall’ex ministro Alfano sono celle da tre posti “violando l’ordinamento penitenziario europeo firmato dall’Italia nel 1987”, che stabilisce  che i reclusi devono avere la cella singola e solo in casi eccezionali si possono mettere due persone con il loro consenso”. Il DAP viola non solo le Convenzioni europee e i suoi trattati, ma anche le leggi e i regolamenti italiani, senza che nessuno interviene, neanche gli organi adibiti al controllo e alla tutela dei reclusi. In queste nuove celle da tre posti, sono diventate già di sei posti, e presto si moltiplicheranno fino a nove. Noi reclusi dovremmo chiedere alla protezione animali di essere tutelati da loro, forse solo così saremmo trattati con dignità, visto che da essere umani veniamo calpestati peggio che fossimo bestie.  –  11/12/2012

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Un compagno di sezione, ieri sera mi dice che nella sezione isolamento si è impiccato un ragazzo tunisino. Ogni volta che abbiamo notizie simili, ci restiamo male, perché ci tocca molto da vicino. La disperazione che deriva da tanti fattori, molto spesso sfascia in gesti estremi, perché le carceri sono un sistema totalizzante basato sulla punizione e l’afflizione. La pena è sinonimo di castigo, punizione, tormento, sofferenza, ecc., pertanto la parola stessa indica che il prigioniero deve soffrire e essere tormentato. Fino a quando questa parola non verrà capovolta e sostituita con umanità, tolleranza, rispetto della dignità e dei diritti, ricostruire l’autostima per ridare un uomo migliore alla società, questi tristi episodi succederanno ancora. Abbiamo bisogno di civiltà, il degrado etico e morale ha raggiunto livelli inaccettabili, ma purtroppo nessuno fa niente, non c’è autorità morale che possa alzare la voce e tuonare contro i mercanti del tempio: “il sistema ha fagocitato tutti nel suo cinico e crudele mercimonio”.  –  12/12/2012

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Casualmente vengo a sapere da un compagno in sezione con me, che lui nel 1991 si trovava recluso all’Asinara. Mi ha detto che prima di aprire la sezione Fornelli, avevano iniziato a metterla a posto un anno prima, e sapevano che dovevano aprirla per portarci reclusi in regime speciale. Nel 1991 mi trovavo recluso a Volterra (PI), con me c’era Pierino, recluso perché aveva ucciso la moglie; all’inizio del 1991 l’avevano chiamato e avvisato del suo trasferimento a Pianosa, per ristrutturare la sezione Agrippa, alcuni mesi dopo rifiutò perché doveva discutere la semilibertà per uscire. Mettendo insieme le sue cose, è palese che l’apertura dei due lager, erano programmate prima delle stragi, l’input per aprirle era la strategia stragista. In TV ho sentito anni fa l’intervista all’ex ministro degli interni Enzo Scotti, che le leggi infami dell’emergenza, furono scritte da Falcone, con il suo appoggio e quello di Martelli all’epoca ministro della giustizia. Per farle applicare usarono lo stesso Falcone inalandolo con la strage a Capaci. Quando hanno constatato che non sarebbero passate in Parlamento, perché anticostituzionali, subito misero in cantiere la strage Borsellino, l’indignazione che ne seguì, nessuno si oppose alle Camere. Una sorta di strategia della tensione che serviva per altri scopi; ma allo stesso tempo avevano bisogno di un mostro su cui scaricare la responsabilità e canalizzare l’attenzione e l’indignazioni della gente che aveva interesse che succedesse? Un po’ a tutti, ogni potere aveva i suoi interessi; tanto non fregava a nessuno che a pagare sarebbe stato il Meridione, con una repressione feroce e selvaggia, come è sempre stato.  Le colonie non hanno diritti, servono per essere sfruttate e usate per ogni cosa. La storia li condannerà? Ma! Sono 150 anni che lo fanno e non succede niente, perché la storia la scrivono loro.  –  13/12/2012

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Ho letto una lettera di uno studente della Basilicata, che ha inviato a un quotidiano che l’ha pubblicata, c’è da rimanere allibiti, credo che neanche in Africa sono ancora in queste condizioni. Il ragazzo è di Irsina, comune della provincia di Matera, studia all’università di Potenza, facoltà di agraria, la distanza dal suo paese a Potenza è di 57 km. Tutti i fine settimana li passa a casa, ma per arrivarci è un lungo viaggio. Nel raccontarlo gli viene da piangere per la rabbia, un servizio che crede sia rimasto ai tempi del fascismo.  Parte da Irsina alle ore 15:30 con il pulmino che lo porta alla stazione di Genzano, dove prende il bus fino ad Acerenza (entrambi comuni della provincia di Potenza), risale sul treno fino a Potenza, arrivo alle ore 18:00. Per 57 km ci vogliono due ore e mezzo, lo stesso orario Milano-Roma. Questa è una delle tante aberrazioni delle due Italia; quella del Nord sempre più progredita, quella del Sud sempre più una colonia che regredisce. Il capo delle ferrovie Moretti, potenzia in tutti i modi le vecchie tratte e ne fa costruire di nuove nel Nord, mentre al Sud non solo non ne costruisce, ma taglia e chiude quelle esistenti dell’era del fascismo. Moretti obbedisce ai padroni del Paese che gli hanno ordinato di spendere i soldi al Nord, come sempre. Si salva Roma, perché essendo “Fort Apache”, posizione strategica  per tenere in soggezione la colonia del Meridione, per questo motivo qualche soldo lo spendono, anche perché è la capitale della penisola. Se qualcuno avesse dei dubbi che l’Italia vive e prospera su un sistema coloniale, la cui vittima è il Sud del Paese, questa è una prova evidente.  –  14/12/2012

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Una ragazza del Bahrein esule in Danimarca Maryan Al Khawaja, ha partecipato alla quarta conferenza mondiale di Science for Peace organizzata il 16 e il 17 novembre della fondazione di Umberto Veronesi; in quei due giorni si è parlato anche della pena di morte dell’ergastolo in Italia. Queste conferenze annuali hanno come maggiore obiettivo la pace nel mondo, di conseguenza promuovono la libertà di pensiero e lo scambio di idee sui temi di forte rilevanza sociale. Tutti possono partecipare, previa iscrizione al sito di Science for Peace. Questa ragazza da bambina insieme alla famiglia si rifugiò in Danimarca, per sfuggire alla repressione contro i dissidenti in Bahrein. E’ diventata una cittadina danese, e dall’arresto del padre e dalla sorella, ha preso il loro posto nella condizione del Bahrein Center For Human Rights, fondato da suo padre per lottare contro la feroce dittatura che opprime il suo Paese. Contesta il premio nobel per la pace all’Unione europee, perché l’Europa parla tanto dell’importanza dei diritti umani, delle donne, delle minoranze, ma poi chiudono gli occhi di fronte a palesi violazioni che avvengono in zone dove hanno interessi economici che avvengono la Francia e la Gran Bretagna attaccano la Russia per la sua posizione favorevole alla Siria, ma tacciano sul Bahrein. Anche nel suo Paese c’è stata la rivolta con le proteste di piazza, come in tutto il mondo arabo, ma sono state represse, aiutati militarmente dall’Arabia Saudita, con la complicità degli americani e il silenzio della stampa occidentale. Hanno sacrificato alcuni dittatori per mantenere  lo status quo, e hanno lasciato mano libera alle dittature del golfo, perché l’interesse viene prima di tutto. Per aiutarli nella repressione, gli americani con l’Europa hanno indirizzato la stampa occidentale ad amplificare tutte le bugie della dittatura del Bahrein: dalla rivolta religiosa; alla fomentazione dell’Iran verso gli sciiti del Paese; ai fondamentalisti islamici, ecc. La repressione si sussegue con arresti arbitrari, torture scomparsi e uccisioni, nel silenzio della stampa libera del mondo. Le dittature hanno sempre la complicità di altre nazioni per continuare a governare, diversamente da sole cadrebbero in breve tempo.  –  15/12/2012

Ho visto un piccolo articolo su un settimanale che mi ha incuriosito, lo leggo e quello che apprendo conferma le mie convinzioni ma non mi meraviglio più di tanto. La Cassa depositi e prestiti presieduta da Franco Bassanini; se ricordo bene era ministro nel governo Prodi, ha finanziato opere pubbliche per due miliardi di euro, non c’è un centesimo al di sotto di Roma: 500 milioni di euro per la costruzione della terza corsia nel tratto autostradale tra Barberino e Firenze Nord; 295 milioni per Roma la metropolitana; 166 milioni per Firenze il tranvia; 760 milioni per il collegamento autostradale Brescia-Bergamo-Milano. Quando lo Stato finanzia un’opera pubblica nel Meridione la risonanza mediatica occupa molto spazio, viceversa le centinaia di miliardi di euro sotto varie forme di finanziamento che prendono la via del Nord, c’è un silenzio omertoso raccapricciante.  –  16/12/2012

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Guardando i notiziari ho visto un servizio sulla lega. Nel parco dove parlavano questi signori c’era in bella mostra una scritta riprodotta più volte “Prima il Nord”;  nel loro quotidiano “La Padania” è sempre scritto il prima pagina, come fosse un logo, “Prima il Nord”. Mi sono ricordato di quello che ho scritto ieri, vorrei chiedere a questi signori di spiegarmi in quale occasione sia venuto prima il Sud, non mi riferisco agli ultimi 20 anni, ma dalla fondazione del Paese, quando è successo? Mai! e lo si può controllare. Gi ascari in Parlamento, nei ministeri , enti dello Stato, i savonarola meridionali e i tanti scribacchini  nei quotidiani,  non dicono una parola su questa menzogna fatta passare come verità. Ormai è totalmente consolidato il sistema coloniale e la superiorità del colonizzatore, che possono dire qualunque cosa senza che nessuno risponda. La rassegnazione è il germe della sottomissione ha fatto il suo nefasto lavoro, ha infettato tutti.  –  17/12/2012

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Prima di Natale ci sono le udienze papali con gli ambasciatori dei Paesi cattolici e non. Tutti vengono reclamizzati con enfasi, quest’anno c’è ne è uno, che addirittura è stato cancellato ufficialmente e l’udienza è diventata fantasma, si tratta della Presidente del Parlamento ugandese Rebecca Kadaga, promotrice della legge che prevede la pena di morte per omosessualità, mai il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Nel sito istituzionale del Parlamento dell’Uganda c’era l’incontro con tanto di foto di due che si stringevano le mani. Il Vaticano non poteva pubblicazione del messaggio in cui il Papa condanna l’omosessualità e difende la vita dal concepimento alla morte naturale, non era opportuno. La contraddizione sulla morte è palese; un aborto diventa una sorte di pena di morte, altrettanto l’eutanasia, ma una vera pena di morte la si sorvola cercando di nasconderla. La condanna negli stessi giorni dei matrimoni omosessuali, ritenuti del Papa contro la pace, diviene una legittimazione morale alla pena di morte in Uganda. Anche la parola pace è usata a sproposito, perché i soldati che uccidono sono ritenuti dalla Chiesa “Profeti di pace”, ma un essere umano che la natura ha fatto nascere così, diventa un peccato e un reato di pena di morte. Nella Bibbia sta scritto che “ogni essere umano nasce a immagine e somiglianza di Dio”. Come la giustificano questa cosa? Forse che Dio ogni volta che nasce un omosessuale non se ne accorge perché si distrae? Allora loro sono più attenti e vogliono sanare la distrazione in cielo, tagliando alla radice il problema.  –  18/12/2012

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Come siamo il peggior nemico di noi stessi, così, se lo volessimo potremmo essere il migliore amico di noi stessi. Incolpiamo la sfortuna sulle nostre disgrazie, quando invece nella maggior parte delle volte provengono dalle nostre decisioni le problematiche che ci colpiscono. Ci viene più semplice trovare un colpevole anche se immaginario su cui scaricare le nostre responsabilità, è molto più facile. Diviene più difficile, diventare amico di noi stessi, ci facciamo de male da soli e non riusciamo ad avere cura di noi. Credo che capirsi e volersi bene ci renderebbe la vita più sereni e ci agevolerebbe nell’affrontare gli ostacoli che troviamo sul nostro cammino. Dovremmo tutti provare ad essere il migliore amico di se stessi, non avendo mai affrontato nelle mie riflessioni questa tematica, cercherò di imparare a volermi più bene per il futuro.  –  19/12/2012

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Su una rivista leggo un articolo sul processo a Palermo sui rapporti Stato-Mafia. All’interno trovo un articolo che conferma ciò che negli anni tanti di noi pensavamo, che dietro c’era una regia occulta che pilotava i pentiti. Questo progetto si chiamava “Protocollo Farfalla” in segreto portato avanti dal SISDE (servizi segreti) e il DAP, un protocollo illegale come quello degli americani con i terroristi islamici, oggi chiedono che venga coperta con il segreto di Stato per paura della sua divulgazione. Ora comprendo come potevano fare apparire degli stupidi mentecatti come dei grandi depositari di verità, anche sei loro racconti facevano lacune da tutte le parti, condannavano senza problemi. Sembrava di assistere alla “legge del sospetto” usata come la legge Pica del 1863, la madre di tutte le leggi repressive, con cui per un semplice sospetto si fucilavano e si arrestavano le persone, questo permise la stessa cosa degli ultimi 20 anni, arresti di mossa e relativi saccheggi “sequestro di beni”. L’unica nota stonata, d’altronde non poteva essere diversamente trattandosi della rivista “venerdì” inserita nel quotidiano “La Repubblica”, che la magistratura era all’oscuro del protocollo farfalla. Dovrebbero spiegarmi perché i PM con i G.I.P. facevano mandati di cattura a livello industriale e nel 99% venivano confermati, nei giudizi di 1° e 2° grado anche tre palesi contraddizioni, bugie e invenzioni dei pentiti si veniva condannati, sembrava di essere sotto dei plotoni di esecuzione. Non è che sia cambiato molto; la Cassazione come uno studio notarile metteva il timbro di conferma alle condanne. Inoltre attualmente  il ministero della giustizia è stato occupato dai PM antimafia, se non fossero stati parte attiva all’aberrazione dei pentiti con il protocollo segreto, gli facevano fare la conquista del ministero nel silenzio generale, non credo proprio; oggi arrestano riempiendo le carceri e controllano l’esecuzione della pena tra cui il regime di tortura del 41 bis, credo sia unica al mondo una situazione del genere. Tutto ciò è possibile perché riguarda i “mostri” della colonia meridionale, non avendo diritti possono essere oppressi e calpestati senza problemi. I servi meridionali che fanno la volontà dei padroni, diranno che non è vero perché credono di non essere servi ma protagonisti; anche i liberti della Roma Antica credevano di essere potenti, fino a quando decidevano diversamente i padroni di Roma.  –  20/12/2012

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Trovo un piccolo scritto di Luciano Bianciardi del 1970-71, lo scrittore aveva risposto in un sua rubrica di corrispondenza gli chiedono della mafia, lui risponde che non fu inventata a Palermo. E’ una componente sociale eterna. Una minoranza si dispone a difesa dei propri privilegi, o alla conquista di privilegi che ancora non ha e agisce dentro un contesto sociale estraneo, e si dà le sue regole e le sue leggi occulte, e un codice d’onore che va rispettato, pena la vita, lì è la mafia. Dove è carente lo Stato, lì gli uomini inventano uno Stato per proprio conto, e vi amministrano la giustizia. Sorge ed esiste dovunque vi sia una carenza comunitaria, dovunque occorre farsi “giustizia” da soli. Finisce il suo discorso con una verità semplice quanto drammatica: se nel nostro Paese non si migliorano le sorti d tanti uomini, donne e giovani condannati alla marginalità sociale, fra non molto cesseremo di essere una nazione. Credo che una nazione non lo siamo mai stati, perché le disuguaglianze sono troppo distanti tra l’Italia padrone del Nord e l’Italia colonia del Sud. Questo concetto da lui espresso dimostra che è lo Stato a creare il brodo di cultura per l’emarginazione che alimenta profonde ingiustizie. Il sistema crede di risolvere i problemi da lui creati, esclusivamente con la repressione, come fanno sbrigativamente nelle dittature. Tutto ciò non fa altro che alimentare una forte avversione verso le istituzioni e vedere nello Stato un nemico.  –  21/12/2012

Intervista a Sebastiano Milazzo

inters

Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- ci ha inviato una intervista a lui fatta. Fa parte di una serie di interviste a molti detenuti ergastolani, che rientrano in un progetto editoriale per la conoscenza della tematica, portato avanti da Carmelo Musumeci.

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Domande a Sebastiano Milazzo

Fatte d Giovanni Donzella psicologo C.R. Padova

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1) Perché non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

Perché in Italia tutte le cose di cui ci si deve vergognare si preferisce tenerle celate.

2) Perché, molti, anche chi dovrebbe, non conoscono che esistono gli Uomini Ombra?

La gente non conosce l’esistenza degli uomini ombra perché non ne viene informata, “chi dovrebbe”, invece, ne conosce l’esistenza, ma fa di tutto perché non emerga la vergogna di una pena destinata a non finire mai.

3) Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno la stessa possibilità?

In Italia ci sono due giustizie, una per i galantuomini a prescindere e una per i senza nome e i senza fama. Non a caso molte leggi si fanno per la Giustizia che interessa qualcuno.

4) La legge è uguale per tutti?

I nostri legislatori preferiscono una Giustizia Programmata per non funzionare. Una giustizia inefficiente, lenta e politicizzata, programmata per assicurare l’impunità a tutti coloro che si ingozzano alla mangiatoia del potere e forche per i senza nome e i senza fama.

5) Quale percorso rieducativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Premesso che la pena la deve scontare chi, giustamente o ingiustamente, è stato condannato e se c’è la condanna è giusto scontarla, ma la si dovrebbe scontare permettendo all’ergastolano, se lo merita, di potersi riappropriare di un frammento della sua esistenza e della sua cittadinanza. E’ pura retorica affermare che abbiamo una Costituzione che parla di finalità rieducativa della pena se non si da’ al condannato la possibilità di ritrovare un corretto rapporto con la società, dedicandosi magari ad aiutare bambini handicappati, aiutare gli anziani o fare lavori socialmente utili. Questa sarebbe una pena utile, che potrebbe realizzarsi attraverso un patto scritto in cui il condannato, dopo avere scontato una parte di pena, si possa impegnare a seguire un preciso e ben delineato percorso di vita fuori dal carcere, violato il quale avrebbe la revoca definitiva di ciò che era stato concesso. Sarebbe come fare una serie verifica “sul campo”, per offrire al condannato la possibilità di mettere a frutto la sua volontà di essere artefice del proprio futuro, adoperandosi per diventare una risorsa concreta per la stessa società, invece di continuare ad esserne un peso sino alla fine dei suoi giorni. Una volontà che non sarà di tutti, ma che è più diffusa di quanto si possa immaginare tra coloro che hanno sofferto decenni di privazioni materiali ed affettive e devono scontare l’ergastolo. Questa sarebbe una pena utile e un paese serio, con una giustizia vera, si dovrebbero cominciare a considerare questi aspetti, solo così, il carcere potrebbe tornare a svolgere la funzione di verificare quando sia arrivato il momento in cui il condannato  è in grado e merita la fiducia di ritornare  a relazionarsi con uomini dalla vita normale. Una seria verifica che permetterebbe di riconciliarsi con le  proprie vite e i propri affetti e che farebbe crescere la convinzione che ognuno debba assumersi il peso del proprio destino, attraverso la sua volontà di riscatto. Dico questo perché ritengo che l’uomo è ciò che diventa sotto il peso della sua esperienza e non ha senso non consentire a chi ha riconquistato una nuova innocenza, di riappropriarsi di ciò che intimamente sente di essere diventato. Lo dico con la quasi certezza che tutti coloro che hanno provato decenni di privazioni affettive, il momento che riassaporano il senso di libertà non tradiscono la fiducia concessa, come dimostrano l’esperienza  le statistiche. Non è possibile dare sempre risposte negative che non corrispondono  quelle sensibilità che sarebbero necessarie soprattutto in presenza di famigliari che sono le vere vittime del carcere; vittime che hanno scelto di essere tali per amore di esserlo, quell’amore che supera ogni forma di egoismo, ma che li costringe a condividere per intere vite le sofferenze dovute  a colpe che sicuramente non sono loro.

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla Chiesa?

La Chiesa, malgrado faccia le prediche sulla conversione dei santi, non ha mai speso una parola sull’ergastolo ostativo. Tranne qualche eccezione, vedi i cardinali Martini e Tettamanzi e qualche prete di strada, la Chiesa preferisce  stare sempre dalla parte del carceriere, piuttosto che dalla parte del condannato.

7) Che pena daresti al posto dell’ergastolo se tu fossi giudice di te stesso?

Una pena che abbia un senso e uno scopo, il senso di pagare ognuno la sua specifica colpa e lo scopo di fare ritornare il reo ad essere una risorsa per la società, invece di farlo continuare ad esserne un peso, sia per i propri affetti e per la stessa società, sino alla fine della vita.

8) La definizione che recita la Costituzione, che la pena deve avere una finalità rieducativa, è in sintonia con il fine pena mai?

L’ergastolo ostativo è la negazione della finalità rieducativa della pena e della stessa Giustizia, perché la vera giustizia, quella della morale e del cuore, non solo non è fatta quando la pena è perpetua, ma probabilmente non esiste affatto, anche perché una pena che non prevede una fine permette il linciaggio dell’individuo da parte del carceriere, il quale quando si rende conto che ha il solo compito di accompagnarlo alla morte, agisce, inevitabilmente, per ridurlo come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che a un certo punto appassisce, perde le foglie, non produce né fiori né frutti, perde le radici e diventa come legna da ardere.

9)Come vive un ergastolano la mancanza di speranza?

La mancanza di speranza ha trasformato le carceri in luoghi dove gli ergastolani vedono i loro corpi, le loro menti e le loro anime prima blindate e poi allineate  e trattate per vite intere come quei tappeti pettinati con spazzole di ferro, per scopi che nulla hanno a che fare con la Giustizia. Carceri dove non si sconta una pena, ma si pratica una sorta di vendetta, un sentimento che contraddice le stesse premesse che giustificano l’esigenze della Giustizia, perché la forza di uno Stato non sta nelle ritorsioni che attua nei confronti del reo, ma nel tentativo di recuperarlo. Un tentativo che dovrebbe essere fatto per cercare di dare una risposta giusta al male e la risposta giusta al male non sta certamente in una pena che toglie ogni speranza, perché all’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, ma non la speranza, perché senza speranza la vita è solo disperazione e  la disperazione è un’infamia di Stato sulla quale si potrebbero usare tutti gli argomenti etici, morali, giurisprudenziali e teologici che si usano sull’eutanasia. L’unico filo che divide la pena di more dall’ergastolo è che con la prima le sofferenze durano un attimo, mentre con l’ergastolo le sofferenze durano un’intera esistenza Per rendersene conto della labile differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo, bisognerebbe immedesimarsi, per un solo attimo, nella pietosa condizione di chi, dopo una vita di inutili attese e false illusioni, si rende definitivamente conto che la sua pena è diventata una sostanziale condanna a morte, anche se diluita nel tempo.

Lettera al Prof. Pugiotto… di Pasquale De Feo

Dopo la lettera al giornalista Giovanni Aversa (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/29/lettera-a-giovanni-anversa-di-pasquale-de-feo/), pubblico un altra lettera di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro. Questa lettera è indirizzata al professore Andrea Pugiotto, docente dell’Università degli studi di Firenze.

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Egregio Prof. Pugiotto,

Sono un ergastolano ostativo da circa trent’anni in carcere; sono molto contento che lei partecipi al convegno del 2 ottobre al Senato, dove si discuterà dell’abolizione dell’ergastolo.

Comprendo che le tematiche del carcere sono per lo più sconosciute, perché i media riportano la realtà artificiosa che i funzionari e i politici di turno gli propinano. Essendo cresciuto in questo luogo conosco bene il sistema e la realtà carceraria. Con questa mia lettera vorrei darle qualche delucidazione in più e anche esporle alcune riforme che andrebbero fatte.

Faccio una premessa; l’amnistia non risolverà i problemi. Potrà alleggerire per qualche anno il sovraffollamento, ma poi tutto tornerà come prima. L’amnistia serve  alla magistratura per alleggerire i milioni di processi che hanno accumulato mentre pensavano ad altro..

Le carceri sono i luoghi più illegali delle istituzioni del Paese. Pertanto, parlare di fine rieducativo della pena, come stabilisce l’art. 27 della Cost., sono parole vuote prive di contenuto.

Le statistiche  e i numeri che riferiscono i funzionari del ministero della Giustizia sono elasticizzati secondo la convenienza del momento, ma non sono mai veritieri.

I 46000 posti disponibili non sono reali, perché in una cella da un posto letto, se ne possono mettere tre di letti, come di celle che, dallo spazio di tre posti letti ce ne mettono nove di letti Da questo può comprendere che i posti letto si possono moltiplicare.

I cani per legge devono avere 14 metri quadrati di spazio; i maiali devono avere 9 metri quadrati; i detenuti, come stabilito dal CPT (Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio Europeo), devono stare in uno spazio non inferiore ai 7 metri quadrati, ma questo diritto a noi non viene riconosciuto. I nuovi padiglioni che sono stati costruiti nelle carceri (limitano ancora di più il poco spazio che avevamo) sono illegali, perché nel codice penitenziario è stabilito che di detentu devono avere la cella singola. Solo in casi eccezionali possono essere messi in due, con il consenso di entrambi. Invece hanno fatto celle con tre posti letto, che subito sono diventati sei posti e presto diventeranno nove posti letto.

Anche da questo può capire il motivo dell’ostruzionismo  per introdurre il reato di tortura nel codice penale.

Ci sono norme che risalgono alla dittatura fascista, che nullla hanno a che fare con la Costituzione e con l’Unione Europea e la sua Convenzione.

E’ possibile fare riforme a costo zero, anzi si recupererebbero risorse che sono disperse in una repressine cieca, dettata solo dall’oppressione: chiudere le case di lavoro e le colonie agricole, che non hanno niente della loro terminologia, ma è solo altro carcere. Sono misure di sicurezza di mussoliniana memoria, che sono state abbinate alle condanne oppure applicate in base alla pericolosità sociale di ricordo lombrosiano.

Le carceri e le sezioni adibite a queste obsolete istituzioni possono essere usate per dare sollievo al sovraffollamento, con nuovi spazi e risorse per questo scopo.

In molte carceri ci sono le sezioni adibite alla pena alternativa della semilibertà. Questo strumento consente di andare a lavorare fuori tutto il giorno e la sera tornare in carcere a dormire. Potevo comprendere cinquant’anni fa, ma oggi, con tutte le tecnologie disponibili è uno spreco di spazi e di risorse, e si potrebbero chiudere queste sezioni e mandare a dormire i detenuti in semilibertà  a casa.

Rendere automatica l’applicazione delle pene alternative, togliendo una mole di lavoro ai magistrati di sorveglianza. Così possono fare il loro lavoro, “sorvegliare l’esecuzione della pena”, lasciandogli il controllo esterno. Principalmente si elimina tutta la burocrazia che opprime tutto il sistema, perché nlle pene alternative ci mette becco tutto l’apparato repressivo, che limita opponendosi, nella totalità, alla concessione delle pene alternative.

Eliminare le misure di sicurezza o usarle come pene alternative, poiché una persona dopo avere scontato la pena deve avere il diritto di rifarsi una nuova vita ovunque ritenga opportuno, e non deve essere costretta a rimanere nel luogo  dove ha commesso i reati, e c’è quel brodo di coltura che ha contribuito alla sua devianza. Lo Stato con queste norme è più criminale di chi commette i reati, perché alimenta la recidiva invece che combatterla.

Chiudere le sezioni dei regimi di tortura del 41bis, sia perché la tortura è indegna di un Paese che si definisce civile, e sia perché 700 detenuti sepolti vivi occupano lo spazio di 20000 detenuti, altrettanto in quanto a risorse.

Tutte le associazioni internazionali, la Corte dei diritti dell’uomo, l’ONU e persino gli USA hanno scritto a chiare lettere che il regime del 41 bis è TORTURA.

Purtroppo da vent’anni in Italia è stata istituita la pena di  morte e la tortura nel silenzio omertoso di tutti; l’ergastolo ostativo è una pena di morte anche se diluita nel tempo; la Corte Costituzionale ha smentito più di una volta se stessa, perché con una sentenza ha ritenuto l’ergastolo costituzionale perché c’è l’istituzione della liberazione condizionale dopo 26 anni di carcere, pertanto l’ergastolo non è perenne, viceversa ha confermato in varie sentenze l’art. 4 bis, che rende l’ergastolo ostativo perenne per tutta la vita, fino alla morte biologica.

Il 41 bis è tortura senza se e senza ma. Se lei sapesse tutte le norme che sono applicate, stenterebbe a crederci, ma la censura dello Stato fa buona guardia. Anche per questo hanno creato un solo tribunale speciale per discuterlo, quello di Roma; sinonimo dei tribunali speciali di Mussolini.

Tutti i tossicodipendenti dovrebbero essere messi in strutture dove siano curati. Tenerli in carcere ed imbottirli di psicofarmaci per farli dormire tutto il giorno, non li aiuta, perché, quando sono scarcerati, “si svegliano” e ritornano a  fare quello che facevano prima, fare reati per procurarsi i soldi per la dose.

Alcuni anni fa fu inaugurata, dall’allora Ministro della giustizia Roberto Castelli, una struttura pilota per la cura dei detenuti tossicodipendenti. All’interno c’erano solo medici ed infermieri, mentre la polizia penitenziaria sorvegliava il perimetro esterno.

Come purtroppo succede nel Paese, le cose buone rimangono solo ottime intenzioni, e quella struttura è rimasta pilota.

I malati non li possono curare con la galera e con gli psicofarmaci, perché in questo caso si rinvia solo il problema, e tutto diventa un girone infernale senza fine.

C’è un carcere, Bollate (Milano), che è nato come carcere pilota, i risultati sono stati superiori alle attese, ma, con tutto ciò, è rimasto ancora un carcere pilota.

La media nazionale di recidiva in Italia è al 70%, con punte massime in alcune località del 90%. Il carcere di Bollate è riuscito portarla al 10%. Neanche la civilissima Norvegia è riuscita a portarla così in basso; loro sono al 20%.

Ogni punto di recidiva costa allo Stato 51 milioni di euro. Il 60% in meno di recidiva equivale a circa 3 miliardi di euro, che potrebbero  essere usati per costruire un sistema penitenziario da paragonare alla Norvegia, e creare una rete esterna per supportare i detenuti che finiscono di scontare la pena. Oggi tutto è lasciato alla bontà dei volontari, che sono anche ostacolati dal sistema penitenziario. Basterebbe far diventare tutte le carceri italiane come  Bollate e, nel giro, di un decennio, si vedrebbero i risultati.

Viene naturale chiedersi perché non è fatto. Il motivo è semplice. C’è un apparato mastodontico della repressione, l’unica industria nel Meridione che non conosce flessione, che ingoia miliardi di euro all’anno senza controllo, che non vuole queste riforme, perché non vogliono perdere il potere che esercitano nel Paese, i privilegi di cui godono e il pozzo di San Patrizio cui attingono. Per questo motivo la tensione deve rimanere sempre alta, la pericolosità sempre attuale, e la criminalità sempre più forte.

Bisognerebbe abolire le leggi emergenziali che hanno incancrenito la vita del Paese. Persino un ignorante come me capisce che sono anticostituzionali, perché fanno a pugni non solo con la Costituzione, ma anche con le libertà civili e con la stessa legge a cui tutti siamo soggetti.

Con l’art. 4 bis hanno tolto ogni speranza, perché con l’ergastolo ostativo si è destinati e morire in carcere ed è peggiore della pena di morte, perché non c’è bisogno di un coraggio momentaneo, ma di tutta la  vita.

Con l’art. 41 bis hanno istituzionalizzato la tortura. Ci sono persone che da vent’anni sono seppellite vive in questo regime.

Hanno limitato con varie alchimie ogni accesso alle pene detentive usando la burocrazia come sistema di controllo e repressione.

L’art. 416 bis è usato come un manganello, condisce ogni pietanza come il prezzemolo, un reato non reato, pertanto uno strumento  micidiale, simile a quelli delle dittature; arrestare e tenere in carcere per tanti anni le persone senza che mai abbiano commesso reati.

La legge Pica non è mai morta. Ha continuato a rendere un inferno il Meridione, come fecero le SS piemontesi dopo la sua conquista e feroce occupazione di tipo coloniale.

Sui Tribunali.. ci sarebbe da riformare la custodia cautelare e i riti alternativi.

La custodia cautelare è diventata una consuetudine. Si arrestano persone ritenendole già colpevoli, rovinando la vita di migliaia di persone. Sarebbe giusto limitarla al minimo, non più del 10%.

I riti alternativi dovrebbero diventare una facoltà dell’imputato.. scegliere quale rito sia più adeguato alla sua difesa. Un diritto e non una concessione della corte con l’assenso del PM. Se ci fosse questo diritto, oltre il 60% dei processi sarebbero celebrati con i riti alternativi, con un risparmio economico, di tempo, e di processi definiti, evitando l’accumulo di milioni di processi e una lentezza che ci relega negli ultimi posti al mondo, con condanne annuali della Corte europea dei diritti dell’uomo.

L’industria repressiva blocca ogni cambiamento, perché le riforme eliminerebbero lo strapotere che ha nel Paese. Il potere di ricatto è talmente forte, che la paura impedisce persino di discutere dei loro metodi illeciti. Ci vorrebbe uno scatto d’orgoglio da parte di tutti, affinché il Paese ritorni dove è giusto che sia, “nei Paesi civili”.

Dal carcere il mondo si vede in modo diverso, perché noi viviamo sulla nostra pelle i soprusi e la repressione collettiva. La Costituzione stabilisce che la responsabilità è personale. Viceversa, nel Meridione, è collettiva, anche se lo è sempre stata. Una volta si chiamavano stati di assedio per il brigantaggio, oggi si chiamano emergenze per la mafia.

Le ho portato la mia testimonianza, quella di un meridionale discendente dei briganti, che, come teorizzò Cesare Lombroso, siamo per conformazione genetica propensi a delinquere. Pertanto non devono punire il reato, ma attuare una repressione etnico-generazionale, affinché capiamo quale deve essere il nostro posto di brutti-sporchi-e-cattivi.

La ringrazio per il tempo che mi dedicherà, e mi scuso se in alcuni punti sono andato fuori tema.

La saluto cordialmente, augurandole ogni bene.

 

Catanzaro 2 ottobre 2010

 

De Feo Pasquale

 

 

 

 

 

In diritto- la rubrica giuridica del Blog

In due precedenti puntate di In diritto – la rubrica giuridica del Blog – Claudio Conte – detenuto a Catanzaro – aveva affrontato la questione dell’affettività in carcere (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/26/in-diritto-la-rubrica-giuridica-del-blog/ e al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/29/in-diritto-la-rubrica-giuridica-del-blog-2/).

Nell’appuntamento di oggi Claudio tratterà invece dei rapporti con la comunità esterna.

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Comunità esterna e carcere

di Claudio Conte

Si è già trattato dei rapporti relativi a “Famiglia, colloqui e affettività in carcere”. In questa si scriverò di quelli con la comunità esterna e la sua partecipazione all’opera rieducativa.

Con l’occasione ringrazio coloro che, intervenendo negli scritti precedenti hanno, di fatto, completato gli argomenti con il loro personale punto di vista socio-affettivo esterno, evidenziando le conseguenze e le contraddizioni delle storture giuridiche esisten.

Per questo un grazie a Pamela, Pina, Francy, precisando però che “i problemi italiani, assenti in altri Paesi”, non giustificano quelle restrizioni (su modalità, tempi e legittimati a colloqui e telefonate). anche per i detenuti  c.d. “comuni”, a basso indice di pericolosità. A dimostrazione che è il sistema che on va, avvitato in un vortice di incapacità, paure, strumentalizzazioni, che fanno passare ogni mosca per un elefante…. La paura è uno strumento che i “grandi” usano per costruire nazioni di “bambini”.

Ritornando all’argomento del giorno, l’Ordinamento Penitenziario (L. n. 354/1975), informandosi ai principi costituzionali e ala funzione rieducativa della pena, ha previsto un ruolo della comunità esterna attraverso il c.d. “modello partecipativo”. Anche per limitare  gli effetti criminogeni d sconforto e prostrazione che le forme di detenzione in isolamento provocano, inficiando la stessa partecipazione all’opera trattamentale. Un’opera che svolge una funzione di prevenzione speciale, ossia evitare che il condannato ripeta il reato, dunque un interesse diretto della Comunità.

Come sostiene Pamela, l’uomo è un <<animale sociale>>, che necessità di relazione interpersonale. Anzi, in senso filosofico ed esistenziale l’uomo è relazione. Dunque, tutte quelle raffinate forme di “eliminazione sociale” di una persona, contrastano col senso d’umanità, che è un principio giuridico che legittima una pena. Le forma d’isolamento sono stigmatizzate anche dalle Norme penitenziarie europee che le ammettono  sopo per periodi limitati (15 giorni), mentre in Italia, come sappiamo, arrivano ad anni, decenni.

Le norme che disciplinano questi rapporti, possono individuarsi agli articoli 1, 15, 17, e 21 OP e 68 DPR 230/2000 (Regolamento di esecuzione). Così si legge che la partecipazione della comunità esterna è strumento ed elemento del trattamento rieducativo (1 e 15). L’art. 21 consente permessi temporanei per coltivare interessi affettivi, culturali  e di lavoro o di essere assegnato al lavoro esterno o avere contatti con la comunità esterna per collaborare all’approntamento di servizi vari: istruzione, sanitari, ecc.; organizzati all’interno dell’istituto. L’art. 17 OP consente la partecipazione di privati o associazioni  pubbliche all’azione rieducativa del condannato. Mentre a livello europeo sono l’art. 62 Regole minime per il trattamento dei detenuti e l’art. 7 Regole penitenziarie europee – approvate con Raccomandazione R (2006)- a incoraggiare queste forme di partecipazione.

E’ il magistrato di sorveglianza, previo parere del direttore, che autorizza tutti coloro che dimostrano di potere promuovere utilmente lo sviluppo dei contatti tra comunità carceraria e libera.

Le aree di intervento, riguardano le iniziative da realizzare all’interno dell’istituto (recita l’art. 68.5 DPR), dunque animazione culturale, ricreativa e sportiva (organizzare gare, competizioni, eventi, spettacoli, concerti, intrattenimenti teatrali, conferenze); corsi informativi di orientamento volti a soddisfare interessi culturali e professionali dei reclusi.

In ogni caso l’opera prestata deve essere considerata come integrativa di quella svolta dagli operatori penitenziari, in armonia con il programma individualizzato di trattamento di ogni singolo detenuto.

Questa è la legge. Nei fatti, nel Meridione, l’esperienza dimostra che la partecipazione della comunità esterna non è sempre presente, come dovrebbe e potrebbe essere. Non poco influiscono i problemi relativi alla presenza di fenomeni criminali che si è deciso di combattere eliminandoli attraverso le varie forme d’isolamento previste dal nostro ordinamento.

Catanzaro-carcere 22 maggio 2012

Vuoi studiare? Quest’anno no, la scuola è finita! Lettera dai detenuti di Spoleto

Quella di oggi è un’accorata lettera scritta per i detenuti di Spoleto da un loro compagno, Carlo Marchesi, già laureato ma che difende il diritto alla scuola per coloro che quest’anno si sono  visti negare la possibilità di continuare il 4 e il 5 anno dell’Istituto d’Arte. Pensate al valore rieducativo della Scuola, pensate a chi dopo una vita riprende a studiare in carcere e dopo tre/quattro anni si sente dire che non può frequentare il 4° o il 5° anno, perchè la classe quest’anno non viene istituita. Tagli su tagli, e allora i primi a rimetterci sono sempre gli studenti, ma questi studenti particolari non si possono permettere di andare in un’altra scuola di un altro quartiere o della città vicina… E allora???

Leggete questa lettera e dite la vostra:

Dai detenuti/ studenti,

dalla Casa di Reclusione di Spoleto.

Al Ministro dell’istruzione,

On.le  Mariastella Gelmini,

                                     Roma

 

Al Magistrato di Sorveglianza di Spoleto,

 

All’Ufficio Scolastico Regionale dell’Umbria,

Via Palermo n.4,

Perugia.

 

Ai Direttori della Casa di Reclusione di Spoleto,

 

Al Dirigente Scolastico

I.I.S. “Pontano Sansi-Leonardi”,

Spoleto.

 

All’Educatore della C.R. di Spoleto,

Gentile Ministro dell’istruzione, On.le  Mariastella Gelmini,

e destinatari di questa lettera, siamo alcuni detenuti della C.R. di Spoleto, abbiamo bisogno del vostro aiuto.

Necessita per subito sottolineare l’importanza della Carta costituzionale, che prevede tassativamente il diritto inviolabile della “umanizzazione” e della “tendenza alla rieducazione” di tutte le pene, detentive o meno che siano.

 Sulla rieducazione il discorso è molto lungo, e non è questa l’occasione per approfondirlo.

È certo, però, che tale finalità della pena può essere ottenuta principalmente  con lo studio scolastico e, come ha detto la Corte costituzionale nella sentenza 2 luglio 1990, n.313, è cogente e non facoltativa, coesiste nella pena.

Il carcere deve proseguire nel cambiamento, il trattamento penitenziario si realizza con il progetto dell’istruzione scolastica presente in quest’istituto da parecchio tempo, che deve favorire a non bloccare il percorso di orientamento e di reinserimento sociale, perché è anche utile a sottrarre molti detenuti all’angoscia dell’ozio forzato, in cui spesso maturano tensioni e conflitti verso l’istituzione.

Non è possibile che 5 alunni del quarto e 5 del quinto “anno scolastico 2011-2012”, non possono più frequentare l’istituto statale della scuola d’arte I.I.S. “Pontano Sansi-Leonardi” di Spoleto.

È stata un’amara sorpresa venire a sapere dalla polizia penitenziaria che non sono stati istituiti i corsi scolastici del 4° e 5°.

È stata appresa la notizia senza l’intervento del Dirigente Scolastico, Dr.ssa Roberta Galassi, ci è sembrato molto indelicato, irriguardoso.

Tagliare il numero dei docenti per l’attuazione della riforma scolastica è un fatto a sé, ma chiudere la scuola a coloro che hanno intrapreso uno studio per 3 e 4 anni, è a dir poco sconcio, indecente.

Studenti che hanno faticato studiando per anni, si vedono all’improvviso sbattuta in faccia la porta per completare lo studio, per ottenere un diploma, e magari successivamente intraprendere lo studio universitario, come è accaduto per tanti condannati.

Anche l’anno scorso hanno accorpato in una unica classe il 2° e il 3°, per un totale di una decina di alunni, circostanza accettata da tutti, docenti compresi.

Ci chiediamo: perché il Dirigente Scolastico, Dr.ssa Roberta Galassi, non ha accorpato in un’unica classe il 4° e il 5° ?

Lo dice e lo prescrive il legislatore, razionalizzando il sistema e mettendo tutti i condannati sullo stesso piano, realizzando una vera parità di trattamento.

Sono stati autorizzati quest’anno i corsi scolastici del 1°, 2° e 3°, escludendo il 4° e il 5°.

Per molti di noi lo studio è una passione, molti sono rammaricati nel non aver studiato da bambini, sarebbe stata forse la nostra salvezza, e adesso ci troviamo in un contesto che ci può sicuramente far crescere.

Se potessimo tornare indietro, andremmo a scuola appena iniziato a muovere i primi passi.

Addirittura, per motivi di sicurezza è previsto fare socialità in poche persone, ma con la scuola cambia il metodo, dobbiamo essere invece numerosi, in barba alla sicurezza.

Il legislatore ha imposto un punto fermo in modo chiaro: anche i condannati hanno dei diritti precisi, cui corrispondono doveri altrettanto precisi, la cui violazione, pur non specificatamente sanzionata, dà adito a responsabilità, anche sul piano etico, sociale e politico.

Nel nostro caso è evidente addirittura la violazione di più disposizioni della Carta Costituzionale, il diritto alla scuola, sancito dalla L. n. 390/ 1991, la tendenza alla rieducazione del condannato, ecc.

Molti detenuti hanno voglia di imparare quale eventuale lavoro svolgere appena scontata la pena, imparare come muoversi preparati nel mondo del lavoro che fuori li attende.

Con lo studio vogliono capire quello che non abbiamo capito prima, siamo certi che è un percorso che ci aiuterà a entrare nel mondo del lavoro.

Molti di Noi sono bravi nei lavori artigianali, il laboratorio è un ambiente che fa venire fuori delle doti straordinarie, ringraziando le figure professionali degli insegnanti.

Anche il cameriere, se impara bene a farlo, ha una professionalità che sarà spendibile per sempre appena fuori.

Se ci togliete lo studio, restiamo disillusi, senza speranza.

Noi non stiamo in carcere perché “bamboccioni”, che non vogliono uscire di casa, noi siamo l’eccezione , siamo stati puniti, ed anche  ad essere un numero inferiore alla formulazione di una classe, non può esserci negata l’opportunità, perché non possiamo andare in un quartiere sito nell’altra parte della città, o in un paese vicinitorio, per trovare una classe completa, e concludere il nostro studio.

Il pensiero di tutti i detenuti è racchiuso sinteticamente in questo scritto, è stato redatto da un condannato alla pena dell’ergastolo ostativo, tale Marchese Carlo, che grazie allo studio scolastico in carcere, si è laureato in legge con “11o e lode”, e siccome uscirà di carcere solo da morto, per la propria acquisita professionalità, sarà in grado di svolgere la funzione di avvocato nelle aule giudiziarie dell’aldilà, dove la Giustizia del nostro Signore è giusta e benedetta.

Ci sono anche degli ergastolani ostativi nella lista dei 10 studenti appiedati per la frequenza scolastica.

Se non è possibile istituire il corso scolastico per il 4° e il 5° in forma autonoma, in subordine, chiediamo che siano accorpate le due classi in una sola.

Siamo certi della disponibilità a venirci incontro due Direttori della C.R. Spoleto, Dr. Ernesto

Padovani e Dr. Pantaleone Giacobbe,qualora fosse necessario, per la loro sempre dimostrata umanità, è giusto “dare a Cesare quel che è di Cesare”.

Ai destinatari di questa lettera, in primis al Ministro dell’istruzione, On.le  Mariastella Gelmini, chiediamo cortesemente un rapidissimo impegno, perché ancora nulla è compromesso.

Spoleto, 26 settembre 2011

                                                            Ringraziamo, porgiamo cordiali saluti e alleghiamo le nostre firme.

La mirabolante storia della Gatta e della Volpe.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito è stato da poco trasferito dal carcere di Voghera a quello di Carinola.

Un carcere ritenuto “punitivo”… Resto sempre un pò perplesso di come certi “trasferimenti” sembrano essere pensati più per ostacolare la rieducazione, che per… agevolarla. E poi, un trasferimento può avere  particolari “padri”. Ci sono spesso logiche che sfuggono a i comuni mortali…. a volte si allontana un detenuto scomodo, a volte un detenuto effettivamente pericoloso, a volte gli si fa “scontare” un’azione precedentemente intrapresa dallo stesso, e che non è risultata gradita alla Direzione del carcere in cu quel detenuto era “alloggiato”. Comunque sia, nel caso specifico di Giovanni non si sa con chiarezza per quale  motivo potrebbe essere stato trasferito.

Con questo post però voglio anche riportare un testo di Giovanni “collocato” ancora nel contesto di Voghera.

E questo perchè lo ritengo un testo emblematico.

Detto con poche parole:

Una donna, che noi conosciamo, tempo addietro espresse il desiderio di avere un colloquio con Giovanni. Da considerare che erano già da mesi in una situazione di fitta corrispondenza epistolare, che aveva portato  al sorgere di autentica stima e autentica amicizia. Il colloquio viene concesso. Viene fatta richiesta per un secondo colloquio. Anche questo viene concesso. Questa donna sviluppa l’idea di vedersi periodicamente.. ogni mese… da allora in poi. Giovanni all’inizio è un pò recalcitrante, ma alla fine consente. Ma il Direttore del carcere di Voghera si oppone. Si oppone proprio alla possibilità che i due possano avere ulteriori colloqui.

Giovanni sostiene che il Direttore gli avrebbe detto… CHE NON CAPISC IL MOTIVO DI QUESTI COLLOQUI.. NON VEDE IN ESSI UNA COSA LOGICA.

Non ne vede il senso, insomma…

E in effetti… ha ragione.. che cosa significheranno questi benedetti colloqui? Che senso ha tutta sta storia?

Come non capirlo? In effetti, se ci pensiamo un attimo onestamente, che senso ha che una persona che è da una ventina d’anni in prigione e che vedeo pochissimo i suoi parenti, anche per ragioni di lontananza e di costi… che senso ha… che UNA volta che una persona dalla grande anima e sensibilità emerga e sia disponibile a fara colloqui..  questi colloqui possano essere fatti?

CHE SENSO HA TUTTO CIO’?

Che un essere umano dopo anni di 41 bis prima… e poi di carcerazione con pochi colloqui familiari… e che magari resta mesi senza incontrare nessuno.. che senso ha che voglia incontrare una persona che, a sua volta, si è resa disponibile?

E che senso ha tutto ciò per ils uo percorso psichico ed emotivo..  e per le proprie prospettive future?

Davvero difficile scoprire una logica in tutto ciò no?…

Comprendiamo il Direttore del Carcere di Voghera.

Sensibili come sempre ai grandi interrogativi e drammi dell’essere umano… vogliamo correre in suo Aiuto..

Sto personalmente contattando una serie di premi nobel, cervelloni, fisici quantistici e detective alla Sherlock Holmes.. affinchè si riuniscano tutti insieme e individuino questo benedetto e sfuggevole SENSO..:-).. così che potremo contribuire alla risoluzione del dilemma del Direttore del carcere di Voghera.

Vi lascio al pezzo di Giovanni Zito.. la mirabolante storia della Gatta e della Volpe..

Ricordo ancora una volta che Giovanni non è più a Voghera, ma che da pochi giorni è stato trasferito nel carcere di Carinola.

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Cari amici e lettori  del Blog

ancora una volta entro educatamente

nelle vostre case.

Spiegarvi la vita quotidiana di un ergastolano è molto difficile. Ma spero con tutto il cuore che questo mio scritto sia abbastanza chiaro.

Le cose che saranno pubblicate oggi sono fatti veri, con articoli come l’art. 18o O.P., che nello specifico vuol dire Ordinamento Penitenziario.

Basta avere a casa il Codice Penitenziario, o magari lo trovate sul vostro sito.

Tanto per capire il mondo degli ergastolani ostativi e di come vengono limitati i nostri contatti con l’esterno quando si dà il potere alle persone sbagliate.

Come sempre metto un pò di ironia nel mio breve racconto.

Grazie a tutti

Giovanni Zito

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Lo sapete che in questo istituto c’è la gatta e la volpe. Non sono quelli del film di Pinocchio.

Questi personaggi sono veri nel ruolo che svolgono. Sanno sempre come complicare la vita dei detenuti, compresa quella del sottoscritto.

Ma andiamo con ordine, cari lettori.

Nel 2010 lo scrivente rivolge alla Direzione l’istanza di colloquio con l’art. 18 O.P. La richiesta viene accolta. Così faccio il mio colloquio di un’ora con la persona che voleva incontrarmi. Tutto si svolge nella regola, liscio come l’olio. Entrambi siamo soddisfatti e contenti  di questo incontro caduto dal cielo. Questa persona a me cara, avendo corrispondenza con il sottoscritto, scrive che vuole vedermi per un altro colloquio. E io accetto senza esitazione.

Riformulo la mia richiesta di colloquio. La Gatta e la Volpe autorizzano il secondo colloquio, ma questa volta cerco di mercanteggiare per quattro ore di colloquio e vinto. Tutto nella meraviglia. Si para della mia vita carceraria, di come si vive in certi posti, anno dopo anno. Alla fine del tempo la persona che mi viene a trovare formula le seguenti parole: “Giovanni voglio vederti ogni mese”. Lì per lì rispondo di no senza riflettere. Una risposta istintiva più che altro, perché io non voglio complicare la vita di nessuno. Questa è la mia detenzione. Cerco di fare capire alla persona a me cara che starmi dietro è impossibile visto che sono un ergastolano ostativo. Niente da fare. Il mio tentativo sfuma. La mia protesta fallisce. Così ci mettiamo d’accordo per il prossimo colloquio mensile.

Come sopra indicato, presento la mia istanza di colloquio per il mese di gennaio 2011. La Gatta e la Volpe respingono la richesta.. dicendo che non ci sono motivi per concedermi colloqui singoli o permanenti con la persona che intende vedermi ogni mese.

Nel frattempo, nel presente istituto e nella sezione dove io mi trovo vi sono delle proteste verso la Direzione, in quanto i detenuti vogliono rimanere da soli nelle celle, visto e considerato che siamo 20 ergastolani ostativi in totale su 25 celle e ci stanno 27 detenuti (non sono convinto di avere letto esattamente i numeri che Giovanni Zito ha scritto.. nota di Alfredo). Questa è la situazione attuale.

La Volpe convoca quattro detenuti di ogni regione per pacificare l’animo di chi alza la testa per i propri diritti. Il discorso della Volpe non è nella norma, in quanto il suo volere è quello di obbligare i detenuti della medesima sezione a convivere in due nelle celle per 20 ore al giorno senza sindacare sul problema, perchè comanda la Volpe e la Gatta. Per farla breve la Volpe esprime il suo punto di supremo dirigente di questo carcere. Ci saranno ripercussioni nella sezione se non facciamo la sua volontà. E così è stato.

Quindi il sottoscritto Giovanni Zito chiede colloquio con La Volpe per capire come dovrebbe chiedere o formulare la richiesta di colloqui mensili ex art. 18 O.P.

Il confronto è breve e tagliente, perché non vi è dialogo tra chi non ascolta i diritti dei detenuti. La Volpe si fa carico delle vesti della sua autorità, e con la sua filosofia da Volpe mi dice che non capisce il motivo di questi colloqui. Non vede una cosa logica nel fatto che una persona detenuta possa avere un affetto, una amicizia con persone al di fuori della sfera familiare. Non accetta la Volpe questo mio punto di sentimento. Perchè nella sua camera oscura vede il detenuto solo ed esclusivamente come un numero, un oggetto, da spostare o comandare a suo piacimento. Questo succede perchè in questo carcere non vi sono educatori che svolgono il proprio compito, ma solo la volontà della Volpe. Se no a casa.

Ma io non ho mollato la presa. Resto fermo sulla mia decisione, informando il mio legale di fiducia affinchè possa mettere per legge questa persona come mia tutrice. Passerà sicuramente un pò di tempo, ma vincerò anche questa battaglia, fatta contro ciò che viene fatto solo ed esclusivamente per isolare dal contesto umano e affettivo un detenuto.

Questo è il carcere di Voghera… la repressione, la sottomissione, la mancanza di una struttura mentale. Perchè un corpo dovrebbe contenere anche il cervello. Cosa rara quando si ha un potere così forte nelle mani e nella penna.

Ricordatevi sempre, cari lettori del Blog, che  detenuti hanno dei diritti così come dei doveri, sia verso la società si averso il proprio rispetto verso il compagno sfortunato che vive affianco alla propria cella.

Anche se a volte la Gatta e la Volpe di questo istituto non dorme la notte per creare costantemente difficoltà ai detenuti già condannati a scontare il resto della loro vita in persecuzioni degradanti.

Questa è la storia vera della Gatta e della Volpe.. la storia di un sistema che fallisce ogni giorno di più.

Giovanni Zito

Una giornata alla sala colloqui del carcere di Lucca

Una nostra amica, una di quelle “alleate” che rendono forte e autentico lo spirito de Le Urla dal Silenzio…un’anima viva e generosa.. ci racconta una giornata in attesa di un colloquio nella Casa Circondariale di Lucca.

Non siamo in quei famigerati carceri del Sud… tutta un’altra storia…. no?

Quando ci si comincerà a indignare anche per cose che non sono “eclatanti” come un pestaggio o una tortura.. anche per una quotidianità ridotta a brandelli… sarà un bel giorno.

Vi lascio al diario di quella giornata.. da parte della nostra amica.. che ringrazio di cuore… non solo per il “diario”, ma per quello che è lei come persona.

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Le otto e dieci, è una bella giornata cammino veloce per le strade del centro mi fermo per un caffè sono riuscita a partire presto e a godermi il tragitto.

Vengo sempre malvolentieri di sabato, c’è una fila lunghissima e i tempi di attesa sono estremamente lunghi, ma mercoledì era festa, ho chiamato per sperare in una sostituzione ma  lo hanno annullato e basta.

Troppa fatica, probabilmente.

O forse solamente menefreghismo.

Arrivo e non credo ai miei occhi…è una valanga, una ressa, avrò almeno venti persone davanti…va bhè non ho tutta questa fretta aspetterò.

Ma non è come credo, mi rendo immediatamente conto che il problema è ben più complesso e l’attesa sarà interminabile.

È crollata la sala colloqui già da tempo pericolante, gli incontri vengono effettuati in un’altra saletta allestita alla benemeglio…ma è di parecchio più piccola, per cui ci chiamano due alla volta.

Fa caldo, e dopo un po’ siamo diretti sotto il sole, sulla strada perché bisogna stare aldilà della sbarra.

Le nove e mezzo.

Hanno chiamato quattro persone  cerchiamo di ripararci dal sole ma ci mandano indietro.

Mi guardo intorno…macchine parcheggiate, camioncini della nettezza urbana, il portone che si apre solamente ogni tanto per far passare le inservienti con i  carrelli del vitto  o qualche avvocato.

Le dieci.

In via S.Giorgio qualche macchina e qualche passante, si girano a guardarci con sguardo di disprezzo, siamo parenti, mogli, compagne, madri figli di detenuti, “gentaccia”  da evitare come appestati, quando entri “là dentro” smetti di essere una persona e con te tutti quelli che ti circondano.

Poco importa, la mia mente va oltre non riesco a non guardarmi intorno a non ascoltare a non allibire: donne anziane che aspettano di poter incontrare il figlio, qui fuori si brucia  , dentro c’è un atrio spazioso perché non fanno entrare almeno loro? …persino al supermercato c’è un sistema in cui si prende il numero, perché ci dobbiamo accalcare così, terrorizzati dall’ansia che qualcuno ci passi avanti?

Bambini piccoli, c’è una signora incinta con una carrozzina, il piccolo non avrà più di sei mesi.

Sotto il sole anche lui.

Una bimba piange, avrà un paio d’anni, ha degli enormi occhi neri e i capelli lunghi e scuri…ha caldo è stanca la mamma cerca di consolarla ma è durissima per noi come può lei piccolo angelo capire che per stare un poco in braccio a suo padre deve passare le forche caudine?

Una signora anziana si sente male, è quasi cieca cammina con il bastone ma qui siamo tutti uguali l’atrio serve al personale  per chiacchierare e prendere il caffè.

Le undici.

Hanno fatto entrare circa dieci persone…non che siano entrate per carità…hanno solamente avuto miracoloso accesso all’atrio   a fare un’altra fila per presentare i documenti…per i colloqui c’è” da aspettare, la sala è piena”

Esce una guardia, ma è solo per intimare di stare indietro…è piuttosto sgarbata, tutti capiamo che sta solo lavorando, ma il rispetto farebbe forse parte del lavoro, probabilmente è un capitolo delle istruzioni che viene saltato per fare prima…non è nemmeno colpa sua, il suo mestiere è duro, l’errore sta molto più in alto come spesso accade

Una signora racconta che il marito ha dovuto fare lo sciopero della fame per dieci giorni per rivedere i bambini, mancava un timbro sull’autorizzazione…al mio fianco c’è una signora magra e stanca, ha gli occhi vuoti, spiega che il figlio ha tentato il suicidio e lo hanno salvato per miracolo, ma lei lo ha saputo solamente dopo una settimana.

Le undici e mezzo il sole è cocente se non si passa tra mezz’ora non c’è più tempo per i documenti e ci rimanderanno a lunedì…vociare confuso le battute si sprecano e si alzano le prime timidissime proteste, ho i piedi in fiamme ma la mia mente è distratta da ben altro.

Un uomo dal volto scuro e dagli occhi di brace si gira con calma e sfrontatezza, dice che fino a poco tempo fa era dall’altra parte, e consiglia di stare calmi perché se qualcuno protesta o fa confusione esiste una incomprensibile logica per la quale a pagarla è il suo congiunto che sta al di là delle sbarre.

Silenzio  attonito.

Gli unici rumori sono i pianti dei bambini più piccoli…a loro non si può spiegare il pericolo di una protesta.

La porta blindata si apre ma è solamente per fare uscire un detenuto che deve andare in tribunale, il camioncino è appena arrivato.

Avrà non più di vent’anni, è un ragazzino magro e pallido, grandi occhi azzurri e smarriti, ammanettato in maniera così stretta da bloccargli la circolazione…le guardie sono quattro, due stanno alla porta del pulmino e due lo trascinano con tanta violenza da farlo inciampare,

Una stupidissima vacca al macello.

Tre chiavistelli da chiudere ed è fatta, la piccola gabbia è sicura.

Entro a mezzogiorno meno un quarto, gli occhi devastati da troppe insulse e disumane immagini, un film dell’orrore trasmesso troppo a lungo, mi sento il protagonista di Arancia Meccanica con i ganci negli occhi e senza nemmeno Beethoven di sottofondo, costretta a guardare ciò che mai avrei creduto da altra voce estranea.

Sporcizia ed avvisi attaccati al muro con lo scotch in una stanzetta che gronda disperazione.

Due ragazzi rumeni vengono mandati indietro, manca lo stato di famiglia i documenti non bastano, tornate in Romania lo fate e tornate se volete vedere vostro fratello…forse si fa prima a fare il DNA.

Una bimba deve andare in bagno ma quello  “non è un bagno pubblico” la mamma deve riuscire e andare al bar più vicino.

Sono in tempo per i documenti chi è ancora fuori verrà mandato via dicendo solo “tornate lunedì”

Entro all’una meno dieci dopo un’altra coda per consegnare gli abiti di ricambio e un’altra ancora per essere registrata al colloquio.

Mi chiamano come da un altro mondo sono confusa, accaldata, con i piedi arrostiti e il cuore devastato  dai pianti dei bambini e dai malori degli anziani.

Un lungo corridoio e una  saletta  angusta non c’è  nemmeno una finestra quest’estate si soffocherà ma si sorride tuttavia per non sprecare quel poco tempo anche se l’anima è a brandelli,…strappata dalla vergogna e dalla rabbia che provo.

Troppe immagini devastanti e un’unica domanda: dove sono i diritti umani? Dov’è il rispetto dov’è la “rieducazione” se un detenuto vede come e quanto vengono puniti anche i suoi cari che stanno “fuori” e nulla di male hanno fatto?

Non riesco quasi a parlare con te, sono al limite dell’ipnosi e ti accorgi che non sono la solita….provo ad accennarti qualcosa, comprendi e in silenzio mi abbracci attraverso il  tavolo che ci separa per dirmi a volte capita non badare troppo all’esterno o ti fai male.

Non guardare tu, donna-bambina cresciuta su un altro pianeta…chiudi gli occhi della tua anima prima che si sporchi di realtà… tieni lontanissima la tua mente dalla memoria di queste immagini…

Sei qui per amore, non badare ad altro, concentrati solamente sull’incontro che aspetti, sul cuore che batte, sulla bella emozione di poter vedere il tuo uomo, di guardarlo, di poterlo toccare e baciare per quel poco.

Godi come puoi di questi pochi momenti se vuoi…ma volta la testa davanti a ciò che vedi, è un mondo estraneo che non puoi capire e non devi osservare, può cambiarti il cuore può cambiarti opinioni può cambiare te. A te hanno insegnato che esistono i DIRITTI UMANI…senza avvisarti  che esisterebbero ma spesso non vengono applicati ed è un’altra bella teoria per riempire le pagine di un libro di scuola

Cancella subito quelle immagini dal fondo dei tuoi occhi, sii cieca e sorda fai barriera con le tue ataviche illusioni di un mondo giusto…hai solo sognato immaginato…non hai visto nulla.

Nulla bambina nulla…non c’è nulla di strano nulla di insolito né di così straordinario…non siamo all’inferno…

No…non siamo all’inferno.

Siamo solo nella Casa Circondariale di Lucca

 

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