Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Recensioni- Claudio Conte su “Il cielo ti cerca”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte- Una recensione, da parte dello stesso Claudio, di “Il cielo ti cerca” di Richard Bach.

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Su “Il cielo ti cerca” di Richard Bach ed. Rizzoli

di Claudio Conte

Un romanzo breve, che affronta temi importanti, come quello sul destino e la sua determinabilità. Riproponendo antiche questioni: siamo padroni del nostro destino? E la realtà è quella che percepiamo o è un’illusione? Ci sono altre dimensioni? Bach, con questo racconto, accenna alla teoria dell’universo olografico di Bohm.

Ma non impressionatevi.. :-)! La storia narrata è quella di un istruttore di volo, amante del cielo, con alle spalle un’esperienza di ipnotismo che gli ha cambiato la vita, anzi gli ha svelato la vita. E gli permetterà di guidare all’atterraggio un aeroplano che a causa di un malore al pilota dev’essere condotto da un’ignota passeggera, senza alcuna esperienza di navigazione aerea. Ci riesce perché riesce a ipnotizzarla, facendole credere che ci riuscirà… e così sarà.

Perché gli eventi altro non sono che la conseguenza di determinate scelte e comportamenti determinati dalle nostre esperienze, convinzioni che incidono la realtà. Basta crederci. Non è detto che con la fede si possono smuovere le montagne? La verità è che niente è impossibile. Siam noi a porci dei limiti. Per colpa degli insegnamenti che riceviamo, della realtà che abbiamo imparato a conoscere con sensi “addomesticati”. Perché i sensi ingannano. Basta immaginare un bastone nell’acqua e “vedremo” che è storto…

Per Bach, autore tra l’altro de “Il gabbiano Livingstone”, ci sono solo due cose “reali”: Dio e l’Amore, che poi sono la stessa cosa… entrambe impalpabili e inimmaginabili. Beh! Non per l’amore, non per me che assume le fattezze e concretezza della persona amata…. ma per Bach, tutto il resto è frutto di una grande illusione.

Un tema antico, filosofico… che rinvia al “Velo di Maya” già espresso dai Veda e Purana, ma smetto.. diversamente qualche amica mi scriverà: “lo vedi che sei filosofo”?

Sì, l’argomento è un po’ “pesante”, ma all’interno del racconto è solo accennato in modo ce solo chi conosce il tema comprende il riferimento. Per il resto rimane una buona storia, che suscita qualche buona riflessione e soprattutto ribadisce come sia la volontà, la nostra a determinare il nostro destino, il nostro futuro. Comunque, niente di eccezionale, anche perché non vi sono ancora certezze scientifiche, ma solo ipotesi, teorie “dimostrabili”.

Qui mi sono trovato a confrontarmi sull’argomento con un agente e lui giustamente mi ha fatto notare: “E’ tutto una illusione? Però quando prendo un calcio il dolore lo sento…” e mi è sembrato inutile ribattere che anche il senso del dolore è frutto dell’immaginazione per questa teoria… :-)! Ma non posso dargli tutti i torti.

Nella storia si rievoca un esperimento ipnotico (stato nel quale non senti neanche il dolore…) che il protagonista, Jamus Forbes, aveva subito, durante uno spettacolo da un famoso illusionista, Blachsmith. Questi gli fece credere che folle all’interno di un pozzo, con mura di pietra, in un modo così reale che si era spaventato, salvo scoprire poi che era rimasto semple sul palco e che tutto lo vedevano affannarsi a superare delle mura che esistevano solo nella sua mente. Mura-mente. Un binomio sul quale si potrebbero scrivere mille e mille pagine… tante quante possono essere le “mura” dentro le nostre teste. Altro che “muraglia cinese”…

Essere consapevoli di queste possibilità, condizionamenti è l’unico modo per vincere le nostre paure, essere un po’ più liberi e vivere pienamente, invece di sopravvivere. Comprenderlo ti aiuta ad avere più fiducia in te stesso e a scegliere… la libertà infatti è la possibilità di scegliere.

Catanzaro-carcere 18 giugno 2012

Recensioni- Claudio Conte su “Io e lui”

Per la rubrica delle recensioni, il nostro Claudio Conte detenuto a Catanzaro, per una volta non si occupa di un libero di recente uscita, ma di un libro uscito decenni fa, e il cui autore è uno scrittore considerato celebre, Alberto Moravia.

Si tratta di un’opera dimenticata e – a leggere la recensione di Claudio Conte – si potrebbe dire.. a giusta ragione..

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Su “Io e lui” di Alberto Moravia

di Claudio Conte

Un maldestro tentativo di spiegare il fenomeno della sublimazione  in senso psicanalitico, ossia quella trasformazione dinamica della libido in attività intellettuale o artistica superiore per mezzo dell’io.

Un libro da cestinare… a mio modesto parere. Scritto anni fa e caduto nell’oblio, fatto salvo lo scalpore per il taglio metapornografico datogli, da quello che era riconosciuto come un grande scrittore. Questione di gusti…

Il tema centrale è quello di una divisione del mondo tra sublimati e desublimati… ossia tra coloro che riescono a incanalare l’energia della libido verso alte forme di attività intellettuali, divenendo persone di successo e di potere, e quelli che la consumano in attività sessuale che li relega a essere parte di una casta inferiore, meno civilizzata, incapaci di grandi imprese…

Nella trama si scorge anche qualche sortita ironica nei confronti di quei giovani “rivoluzionari borghesi di sinistra” che hanno caratterizzato gli anni ’70; e la constatazione della coerente, nono ipocrita e non ideologizzata, cultura capitalista.

Il tutto calato nella storia che vede protagonista un aspirante regista già fallito, che abbandona moglie e figlioletto per andare ad abitare da solo, nella convinzione che l’astinenza sessuale gli permetterà di realizzare finalmente l’opera omnia.

Il personaggio principale che esprime evidenti segni di una schizofrenia determinata da una educazione repressiva, è occupato in un “dialogo” col suo fallo, sproporzionato rispetto al corpo. Il fallo come manifestazione di potenza, ma non i potere, innalzato quasi a divinità… quello della fertilità e della riproduzione, che in alcune civiltà era segno di devozione.

Nei fatti siamo di fronte ad una forma di pornografia, tra l’altro mal riuscita, non erotizzata, che cerca di descrivere le forme della libido che non conosce inibizioni, che si confronta e confonde con le varie forme di sessualità senza distinzioni (gerontofila, omosessuale, pedofila, voyeristica, ecc..), on l’unico “pregio” di non arrivare mai a consumare l’atto.

Una narrazione che non si distingue certo per aulicità o sforzo estetizzante nel linguaggio. 

Se un approfondimento della tematica si volesse fare, suggerisco il più specifico testo psicoanalitico “Prospettiva junghiane” di Luigi Aurigemma ed. Bollati Boringhieri. Nel quale in un solo paragrafo “Il concetto di sublimazione”, descrive origine del termine, fondamento, limiti e lacune  delle ipotesi sostenute. Si, perché sempre di ipotesi si tratto. Lo stesso Freud d’altronde è sempre stato cauto sull’argomento.

Lo stesso romanzo, tra l’altro, non conclude.. In senso speculativo, non dà alcuna risposta. Nulla di nuovo, da quello che la “scienza” psicoanalitica era riuscita ad affermare o ipotizzare.

Naturalmente il mio è solo un suggerimento…

Catanzaro-carcere 14 maggio 2012

Recensioni- Claudio Conte su “Fiore di neve e il ventaglio segreto”

Per la rubrica delle “Recensioni” -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro – pubblico oggi la recensione di “Fiore di neve e il ventaglio segreto” di Lisa See. 

Claudio come sempre è acuto, lucido, chiaro nell’esposizione, capace di fare emergere l’anima di ciò che legge.

Gli “contesto” solo uno degli ultimi passaggi, quando sostiene che una certa delicatezza del sentire è preclusa agli uomini, ed è propria solo delle donne. Non concordo, credo che sia più rara negli uomini, ma non preclusa.

Vi lascio alla recensione di Claudio.

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Su “Fiore di neve e il ventaglio segreto” di Lisa See – Ed. Longanesi

di Claudio Conte

Ambientato nella metà del 19° secolo (1845), in Cina… “Fiore di neve e il ventaglio segreto” narra la storia di un legame esclusivo, intimo, nel senso più “alto” del termine, tra due donne, unite da un destino che sembra accomunarle fin dalla nascita. Un legame e un rituale sconosciuti per l’Occidente.

Sullo sfondo… è descritta la dura condizione femminile del tempo, degli spazi alle quali erano relegate  da una società patriarcale e quelli che riuscivano a stenti a ritagliarsi, in una società nella quale la nascita di una figlia rappresentava una disgrazia.

L’autrice, Lisa See, si è recata in Cina, ha voluto visitare i luoghi, per rivivere, anche se a distanza di tempo, tale realtà, che per molti aspetti , specie nelle regioni più remote, hanno conservato molte di quelle tradizioni millenarie. Sì, perché quando parliamo della Cina, siamo al cospetto di una civiltà millenaria, più antica di quella Occidentale. E la See si è trovata catapultata in luoghi nei quali la forza delle tradizione si confonde con la caratteristica riservatezza di un popolo che ritiene di poter bastare a se stesso.

In questo racconto  si descrivono anche gli incivili usi di un tempo… come quello di fasciare i piedi alle bambine, per non farli crescere oltre i 7-9 centimetri, un abbellimento che valorizzava “economicamente” la donna, apprezzato ed erotizzante per gli uomini, poi messo fuori legge, per le deturpazioni fisiche che comportava. Nel libro è descritta minuziosamente questa barbara pratica.

Così come sono descritti altri usi e costumi, che regolavano la vita di quel tempo… tutti molto interessanti, per chi ama l’Oriente e i suoi inestricabili modi di pensare.

Poi ci narra nel dettaglio del bellissimo legame che poteva nascere tra due “anime simili”, che divenivano laotong (più che sorelle di sangue, per intenderci) e del “sollievo” che poteva derivare dalla scrittura segreta, il nu shu (la scrittura delle donne), diversa, meno elaborata e completa di quella degli uomini, con la quale comunicavano, celebrata sui ventagli, simbolo di unioni tra due bambine-ragazze-donne. Unioni più profonde di quelle che potevano realizzarsi con lo stesso matrimonio… un evidente rimedio a destini segnati dalle condizioni socio-economiche più che a scelte dettate dal cuore.

In questo libro, nel quale da ogni frase traspare l’ombra della sofferenza che segna ogni momento della giornata, della vita alla quale era sottoposta la donna cinese, si celebra una forma d’amore che resiste agli anni, agli equivoci, che giustifica il sacrificio per l’altra, che descrive quella delicatezza di sentimento tutto femminile che a noi uomini è precluso, che ci rimane incomprensibile nonostante tutti i nostri sforzi… e così eccoci qui, ancora una volta, a “riconoscere” la superiorità dell’altra nostra metà del Cielo… senza la quale saremmo condannati a guardare solo a terra… (sono stato costretto a scrivere quest’ultima frase..:-) ).

Catanzaro-carcere 30 aprile 2012

Recensioni- Claudio Conte su “Il linguaggio segreto dei fiori”

Per la rubrica Recensioni -nata da un’idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione, dello stesso Claudio, al libro di Vanessa Diffenbaugh, “Il linguaggio segreto dei fiori”.

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Su “Il linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh- Garzanti

di Claudio Conte

Vanessa Diffenbaugh è al suo primo romanzo, ha tratto ispirazione dalla sua esperienza di madre adottiva.

Con “Il linguaggio segreto dei fiori” parla di una ragazza, Victoria, cresciuta in uno di quei moderni orfanotrofi, rimasti freddi contenitori d’infanzie negate. Victoria ha paura di qualunque tipo di legame, del contatto fisico, delle parole, di lasciarsi amare… che trova rifugio solo nel suo giardino segreto… tra i fiori. Con i quali riesce a interagire col mondo e regalare felicità… Diventa una fioraia molto apprezzata nella sua città perché con le sue composizioni floreali… riesce a esaudire molti desideri dell’amore… curare molte ferite dell’anima…

I fiori con il loro linguaggio e misteriose proprietà… quasi poteri… ritornano a essere potenti messaggeri d’amore… ricevere ogni fiore ha sempre rallegrato ogni cuore… una pratica che si è imposta in epoca vittoriana e della quale è giunto, ai nostri giorni, solo una debole eco.

La Diffenbaugh ha, dunque, il merito di avere riscoperto un linguaggio… un modo di comunicare poetico, con i gesti, anziché le tante parole dette che ormai nella nostra epoca… quella della comunicazione… hanno perso senso e profondità.

Alla fine del libro c’è un dizionario… sui significati dei fiori… che possono trovare degna espressione nei versi che molti amanti della scrittura possono utilizzare… per arricchire le loro poesie… e ridisegnare i confini di un linguaggio riservato  a pochi.

Sì… un romanzo bello e utile.

D’altra parte non è un caso che sia stato eletto da tutti gli editori del mondo il libro del 2011, un libro conteso, che la statunitense Random House ha acquistato alla cifra record di 1 milione di dollari, nel caso qualcuno ritenga che nella cultura quello economico possa essere un parametro di valore…

Un libro che come il “fiore di nocciolo”… riconcilia… la conoscenza col… sentimento… l’amore… mostrandoci la forza immensa dell’amore più vero… quello del “muschio”… imperfetto e senza radici, di madre… che dà senza pretendere nulla in cambio… o quello del “cactus” appassionato… o della “rosa rossa” dell’innamorato… che l’amore nelle sue tante forme… che vince e do un senso alla vita.

Catanzaro-carcere 29 marzo 2012

Recensioni- Claudio Conte su “Il deserto dei tartari”

Per la rubrica di recensioni -nata da un’idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione, dello stesso Claudio, del grande libro di Dino Buzzati  “Il deserto dei tartari” , uno dei gioielli della letteratura italiana. Ringrazio Marina, tramite la quale questa recensione c’è giunta.

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Su “Il deserto dei tartari” di Dino Buzzati- ed. Mondadori

di Claudio Conte

Il deserto dei tartari è un romanzo scritto molti anni fa…tra il 1938 e il 1939..il più famoso di Buzzati, scrittore e giornalista per molti anni al Corriere della Sera…che morì a Milano nel 1972, rimasto sempre attuale per i temi trattati…anche se nasce in un tempo nel quale l’ideale militarista di stampo fasci-nazista stende la sua ombra sull’Europa…Un libro pervenutomi per una di quelle infinite strade che apre la letteratura …inviato da una nostra cara amica…frequentatrice del nostro blog…
Avevo visto il film…ma il libro porta a maggiori riflessioni..il tema è quello dell’attesa..per la grande occasione..quella che si può attendere per tutta una vita..per la quale si sacrificano a volte intere esistenze,chiedendoci se arriverà e se ci sarà concessa di coglierla…
Il libro parla della vita come attesa,a volte di rinuncia,in un clima di eroica solitudine che attende la morte per misurarsi con essa..in una battaglia “campale” che soffoca le umane paure..una vittoria dell’uomo sul più grande mistero,la più grande sfida della vita…
Nelle pagine del romanzo prendono vita e forma l’inganno delle abitudini, come gesti ripetitivi che nascondono lo scorrere del tempo..l’inganno di vivere nella speranza che qualcosa accada..
Per certi versi, si potrebbe intravedere l’esistenza di molti condannati all’ergastolo..molti dei quali spendono tutta la loro vita nell’attesa..in un’illusoria speranza per alcuni,di preparazione alla battaglia “campale” per altri..ma senza l’eroismo che regala l’azione..senza la gloria che dona il gesto..ma solo un volgere lo sguardo nell’abisso senza tentennare nella perfetta solitudine del silenzio..
Quello che rende possibile e condanna a tale dimensione-condizione i personaggi di Buzzati, è l’assenza dell’amore..l’amore cambia la vita..l’amore cambia ogni aspettativa…l’amore non ha bisogno di speranza perchè vive il momento e ti completa…la speranza invece altro non è data che dalla sensazione d’incompletezza del momento..si spera…perchè quel momento non ci soddisfa …mentre quando sei avvolto nel mantello dell’amore…vorresti fermare l’attimo….
Sì, nei personaggi di Buzzati ne Il deserto dei tartari manca l’amore. E non potrebbe essere diversamente…per prepararsi alla morte..non bisogna amare niente e nessuno…neanche se stessi…
Per prepararsi alla morte è necessario tagliare i legami col mondo..rifugiandosi nella Fortezza..in una perfetta solitudine e condire di eroica immaginazione, il momento dell’atteso confronto con la fine di se stessi..e così tutto diventa più facile…acquista un senso..il senso che Drogo comprende alla fine quando rimane solo ..in una stanza…cacciato lontano dalla battaglia che si prepara e…che lui ha atteso con fiduciosa speranza….

Catanzaro-carcere, 7 marzo 2012

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