Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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IN DIRITTO- Interpretazione sistematica e assiologica dell’art. 4 bis OP- di Claudio Conte

interpretazione

La rubrica IN DIRITTO.. nacque da un’idea del nostro Claudio Conte, detenuto a Catanzaro.

Ed è proprio di Claudio il testo che pubblichiamo oggi.

Alcuni credono che io esagero quando dico che ho conosciuto esperti del diritto a cui Claudio potrebbe dare lezioni.  E invece la mia non è una iperbole. Ho potuto constatare in questi anni, come Claudio si sia immerso nel mondo del diritto, non accontentandosi delle spiegazioni fondamentali, ma volendo sviscerare tutte le sfumature del sistema. Unito a  ciò la sua volontà e la sua dedizione, ne è emersa una persona che può davvero essere definita un “cultore del diritto”.

Vi lascio a questo testo interessante che riguarda l’interpretazione dell’art. 4 bis.

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INTERPRETAZIONE SISTEMATICA E ASSIOLOGICA DELL’ART. 4 BIS OP ALLA LUCE DEL SUPERAMENTO DELL’ESEGESI COME RICERCA E INDIVIDUAZIONE DEL SIGNIFICATO LETTERALE DEL TESTO. 

E’ necessario premettere che l’art. 4 bis comma 1 OP vieta l’ammissibilità ai benefici penitenziari per i “delitti commessi per finalità di terrorismo, delitto di cui all’art. 416 bis cp, delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dallo stesso articolo ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni in esso previste, delitti di cui agli art. 600, 600 bis 1, 600 ter 1-2, 602, 609 octies (…) e 630 cp, art. 291 quater DPR 43/1973 e 74 del DPR 309/1990.

Da rilevare la precisa indicazione formale dei delitti fatta eccezione per la generica e omnicomprensiva proposizione testuale: “delitti commessi avvalendosi…” che sarà oggetto di questo commento (trattazione a parte meriterà la altrettanto generica proposizione testuale riferita ai delitti commessi per finalità di terrorismo).

Ostativi ai benefici penitenziari risultano quindi solo quei reati formalmente elencati e quelli gravati dall’art. 7 DL 152/91 (conv. L. n. 203/91), ossia quei “delitti commessi  avvalendosi…” come si deduce da una interpretazione sistematica affermatasi nel tempo (dal 1991 ad oggi), per i delitti innominati.

Per questi ultimi delitti, parafrasando un celebre spot, si potrebbe sintetizzare: “No art. 7 no art. 4 bis”.

Nel tempo si è posta la questione di includere nell’art. 4 bis 1 OP anche i delitti puniti con la pena dell’ergastolo, scardinando in tal modo un sistema normativo che esclude tali delitti con doppia previsione espressa sia dall’art. DL 152/91 che dal comma 1 bis dell’art. 4 bis OP, collocando formalmente i reati omicidiari (ex art. 575 cp)nel comma 1 ter dell’art. 4 bis OP, ossia tra i reati cd “non ostativi”:

Ciononostante alcuni interpreti  hanno inteso forzare tale sistema normativo, proponendo di adottare un (illegittimo) 1 criterio  sostanziale e, attraverso una interpretazione letterale, utilizzare la generica  proposizione testuale “delitti commessi avvalendosi…” per ricondurre nella sfera dell’art. 4 bis OP anche i delitti con la pena dell’ergastolo, deducendo la modalità mafiosa del delitto, non dalla presenza dell’art. 7 DL. 152, ma dal contenuto della sentenza.

La reazione autorevole a questo escamotage ermeneutico   e lo scivolamento in una visione sostanziale del reato, si è avuta con la ratio espressa dalla Prima Sezione penale della Cassazione che (in materia di indulto) ha evidenziato la violazione di principi cardine come quelli della res iudicata, del potere di azione del PM (Cass. Pen. Sez. I, 27.6.2008 n. 25954) e di valutazione della gravità del reato riservata al giudice di cognizione ex art. 133 cp aggiunge chi scrive.

Ma tale metodo si scontra anche con alcune fondamentali decisioni delle Sezioni Unite:

a) Con la n. 14/99 “Ronga” che stabilisce la scindibilità tra reati ostativi e non, anche se finalisticamente collegati (che non avrebbe senso in presenza del criterio sostanziale)2.

b) e la n. 337/2008 che ha esteso l’applicabilità dell. art. 7 DL 152/91 anche ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo per gli effetti diversi dalla determinazione della pena (che anche in questo caso non avrebbe senso ove fosse possibile l’uso del criterio sostanziale). 

I sostenitori del criterio sostanziale, come scritto, fondano le loro asserzioni sull’interpretazione letterale del testo “delitti commessi avvalendosi…” ex art. 4 bis 1 OP.

E in quest’occasione, dopo questa lunga premessa introduttiva, proprio sui procedimenti preme richiamare l’attenzione di chi legge alle conclusioni che conduce l’esame della quaestio alla luce del superamento dell’esegesi come ricerca e individuazione del significato letterale del testo, per il rispetto della superiore e obbligata interpretazione sistematica e assiologica che si impone in presenza di una Costituzione rigida e di una pluralità di fonti.

Le dottrine che sostengono la centralità dell’interpretazione letterale fondata sull’art. 12 delle Preleggi sono ormai superate alla luce della doverosa interpretazione unitaria delle norme in relazione alla pluralità delle fonti gerarchicamente ordinate dall’ordinamento, dunque norme ordinarie, comunitarie, internazionali e costituzionali che prevalgono su tutte.

Nessun testo di legge (o parte di esso) può dirsi autonomo, indipendente, parcellizzato, poiché deve tenere conto di tutte le implicazioni e rinvii espressi o taciti che s’impongono per la conoscenza del completo significato della norma. 

Questo metodo si impone con ancora più ragione nel nostro caso, dato che la proposizione testuale in esame, con la sola interpretazione letterale resta di un’inaccettabile indeterminatezza e genericità, oltre ad andare contro una consolidata interpretazione sistematica (degli artt. 4 bis OP e 7, introdotti col DL 152/91 com’è avvenuto  dal 1991 al 2002-3 e tuttora per i delitti a pena determinata e all’ergastolo dopo la sentenza a SU 337/2008) e assiologica con i valori e principi di tutto l’ordinamento, tra i quali  vigono i principi della determinatezza, tassatività della legge e favor rei.

Garanzie che presidiano il procedimento ermeneutico nel presente caso, anche perché la conseguente ostatività che si determina comporta pregiudizi non indifferenti, che nel caso della pena dell’ergastolo si traducono in un aumento quantitativo di pena indeterminato per effetto dell’esclusione delle misure alternative alla detenzione.

In effetti, se si considera che l’eccezione è rappresentata solo dal caso dell’ergastolo (sprovvisto di aggravante ex art. 7 DL 152 per la sua attrazione nell’art. 4 bis 1 OP), si ha la riconferma che la regola ermeneutica valida resta quella di un’interpretazione sistematica ancorata al criterio formale, che si confermano come gli unici e legittimi metodi ermeneutici, anche perché la contestata interpretazione non si risolve in favore del reo.

Claudio Conte

Catanzaro-carcere 21 settembre 2013

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Il perdono… una introduzione… di Domenico D’Andrea

perdonare

Domenico D’Andrea -detenuto a Padova- è una persona per certi aspetti unica nel mondo carcerario.

In carcere ha conseguito due laurea e tre master di cui uno in criminologia. Probabilmente è l’unico detenuto con un curriculum di questo genere in Europa.

Inoltre ha scritto libri.. e… per campare.. imparò a fare bellissimi velieri, usando stuzzicadenti, e poco altro, materiali semplicissimi.. ma  a vederli c’è da restare sbigottiti su come, partendo da quei materiali poverissimi, riesce ad arrivare a tali creazioni.

Domenico D’Andrea ha sempre avuto un temperamento generoso, e aiuta, in ogni carcere in cui si ritrova, gli altri detenuti nelle pratiche legali, e non  ha pregiudizi verso nessuno,  neanche verso coloro che hanno commesso reati di grande gravità, neanche verso chi è allocato nelle sezioni speciali.

Domenico da tempo ha iniziato studi e riflessioni anche sui meandri dell’animo umano e sulle possibilità della “mediazione” e della “riconciliazione” tra le persone.

L’ultimo testo che ha scritto – e che deve essere ancora pubblicato- è dedicato al PERDONO.. un tema enorme.  

Quella che oggi pubblico è l’introduzione.

L’idea di lavorare sul tema del perdono è nata per me la scorsa primavera ed è stata da un’esigenza personale, cioè quella comune di essere perdonato da qualcuno e per qualcosa e dall’intuizione che tentare dei passi sulla via del perdonare, nel senso di “accettare”, sarebbe stata per me la strada più feconda per superare i nodi del mio percorso, altrimenti difficili da sciogliere.

Così durante la scorsa primavera, come già altre volte nella mia avventura di ricerca spirituale, accademica e di maturazione personale mi sono quasi venute incontro delle letture e delle riflessioni che non potevano essere ignorate e sin dalle prime battute ho capito quanto ricco poteva essere il messaggio che dovevo trasmettere, sia a me stesso che ad altri. Sono messaggi forti poiché il messaggio per me è diventato una necessità imprescindibile da dover trasmettere ad altri con una certa delicatezza, visto che non sono certo un esempio di coerenza.

Serbare rancore e spirito vendicativo verso chi ha fatto del male, o perdonare?

Queste sono le domande che attanagliano la mente di molti e ci spingono a riflettere sul bene e sul male fatto, da mare e che potrebbe farsi ancora se ci allontaniamo dal perdono. Rimanere sempre “impigliati” nel conflitto, oppure riuscire in qualche modo a superarlo, ad “andare oltre”? Rifiutare e ribellarsi a una cosiddetta disgrazia,a una malattia, a un evento drammatico della propria vita, oppure riuscire ad accettarlo fino a coglierne il significato fecondo: sono tutte esperienze che accompagnano la vita dell’uomo e noi cercheremo di diluire queste esperienze rendendole più dolci. Nei legami più stretti della vita personale, nell’ambito dei rapporti di lavoro, nel campo sociale e politico, nel cammino individuale di ricerca spirituale, nel rapporto con la natura e col mondo che ci circonda si trovano quotidianamente le occasioni di perdono.

L’intuizione che man mano si è resa evidente durante questa ricerca è che l’esperienza del perdonare suscita e porta con sé una straordinaria forza positiva, cura e guarisce le ferite prodotte dal male, dall’offesa ricevuta, rimette in movimento l’animo delle persone (altrimenti soffocato e appesantito dai conflitti e dal male subito). Le mie riflessioni e spunti personali li condividerò con altri che hanno rivestito in questo contesto sia i panni di grandi carnefici che di vittime. Persone detenute che hanno fatto del male, lo hanno subito desiderano avvicinarsi al sentimento di perdono in punta di piedi senza per l’appunto sentirsi né vittime, né carnefici del loro vissuto.

Prima di scrivere queste pagine ho studiato le trazioni delle maggiori religioni, letto opere di filosofia e discusso molto con persone che avvertivano questa grande necessità di approfondimento poiché colpevoli di reati molto gravi. Il concetto di perdono è in perenne evoluzione. Ma nonostante questa tesi posso ben affermare che sono stati trovati elementi sufficienti che sostengono la dimostrazione del potere del perdono, un potere che può cambiare la vita alle persone che, per qualsiasi motivo, a ragione o a torto, stanno soffrendo per un male arrecato o ricevuto.

Mi sento quasi in imbarazzo nel volere dire che l’inizio di questa ricerca non aveva nessun interesse accademico o scientifico ma il tutto comincia con una forte esigenza personale di essere perdonato da qualcuno. Le idee, i sogni e le iniziative venivano partorite in ogni istante della mia esperienza come se non potessi più fare a meno di essere perdonato per potere stare meglio e per potere recare sollievo a chi aveva ricevuto il mio torto. Quindi nessun trauma infantile, nessun incubo del mio inconscio: questa curiosità nasce dalla comprensione che il perdono appartiene alla saggezza dei secoli. La gente si aspetta che se dedichi la tua esistenza allo studio e alla ricerca del perdono, allora è naturale che ti abbiano incatenato o inchiodato al muro per un po’ di tempo o che hai avuto qualche trauma infantile. Nulla di tutto questo. Il mio stimolo parte dal volt di una mamma disperata per la morte del figlio e che continua a contorcersi nel dolore perché non ha ancora il coraggio di perdonare e il suo atteggiamento è più che condivisibile se solo riusciamo ad immedesimarci nel suo straziante dolore.

Sono arrivato a scrivere sul perdono perché notavo davvero tanta insoddisfazione intorno a me ed intorno alla mia stessa area di ricerca e sviluppo morale. Il perdono può davvero cambiare la vita in meglio. Ho potuto notare che le persone che sono state perdonate e quelle che hanno perdonato non hanno più deluso nessuno. Infatti sono più impressionato dalla forza del perdono che non dalla forza della legge che tenta di cambiare le persone con la deterrenza di pene terribili che le allontana sempre di più dalla meravigliosa possibilità di concedere e di ricevere il perdono.

E’ un po’ scontato che da quando ho incominciato ad occuparmi di perdono ho dovuto praticare il perdono spesso, anche controvoglia e praticarlo anche molto più di prima, per comprendere quali fossero almeno le ragioni che spingevano le persone a non accostarsi  a quest’arte.

Esistono luoghi e circostanze dove il perdono è palesemente inapplicabile, come il posto in cui scrivo, ma queste sono le sfide più belle della vita: riuscire nelle cose impossibili, o almeno tentare di riuscirci. Meditiamo tutti sulle altre face del perdono perché nessuno può arrogarsi l’idea di avere il monopolio della gestione di questo bel sentimento.

Come sappiamo, questa è un’azione che deve essere fatta con il cuore, non può essere un mero esercizio mentale o intellettuale. Perdonare è come pensare con il cuore e amare con la nostra mente.

(…)

Lettera al Presidente della Repubblica (organizziamo un invio collettivo)

Gli ergastolani di Carinola hanno preparato questa lettera da inviare al Presidente della Repubblica. E’ da ritenere che gliela abbiano già inviata. Fondamentalmente, il “motore” e il principale “stesore” di questa lettera collettiva credo proprio sia stato il nostro Sebastiano Milazzo, da pochi mesi trasferito a Carinola (da Spoleto), probabilmente come misura “punitiva” per avere protestato contro la pratica ILLEGALE, messa in atto in alcune carceri, di adibire le celle degli ergastolani, dall’uso singolo, alla  possibilità di ospitare un altro posto letto (pratica che viola l’art. 22 del Codice Penale che stabilisce l’obbligo dell’isolamento notturno per l’ergastolano):

Questa lettera va al di là della specifica storia di Sebastiano, per essere un grido di protesta, indignazione, ma anche di aiuto, e di speranza nei confronti delle Istituzioni. E’ rivolta formalmente alla più alta carica dello Stato, il Presidente delle Repubblica.

Ecco.. adesso ho qualcosa da proporvi.. qualcosa a cui si stava già pensando. Qualcosa di cui si era già cominciato a parlare, tramite corrispondenza, con lo stesso Sebastiano.  Ossia…

ORGANIZZARE UNO INVIO COLLETTIVO DI QUESTA LETTERA ALLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA.

Allora ci sono essenzialmente due modalità. Io direi di esperirle entrambe, perché continuo a credere che è sempre meglio fare arrivare il supporto cartaceo oltre tante email, in un certo senso le lettere tradizionali sono più “ingombranti” e si notano di più..

Io direi di fare entrambe le cose…

Comunque per quanto riguarda l’indirizzo email.. basta andare a questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Compilare con tutti i dati.. e poi allo spazio dove si deve inserire ilt esto.. ricopiate la lettera degli ergastolani… premettendo prima due parole vostre del tipo..”io tal dei tali sostengo la battaglia degli ergastolani ostativi..di cui alla lettera che segue..”.. ma queste due righe potrete formularle come volete voi. E poi un bel copia e incolla di questa lettera.

Riguardo all’invio cartaceo invece.. Vediamo come fare… se si può semplicemente stampare.. e uno aggiunge una sua firma di sostegno morale.. o se voglia mo mettere un modulo prestampato di formale adesione.. ci penso un attimo, confrontandomi anche con gli altri.. Comunque, l’idea sarebbe questa. Oguno di voi scaricherebbe o copierebbe la lettera e a sua volta la invierebbe al Presidente della Repubblica, come atto di solidarietà e sostegno con la battaglia degli ergastolani ostativi. Per chi vuole già inviare la lettera cartacea… è sufficiente scrivere questo sulla busta da lettera, nella zona del destinatario..

Alla C.A. del Presidente della Repubblica
GIORGIO NAPOLITANO
c/o Palazzo del Quirinale
00100 ROMA

Non è richiesta alcuna affrancatura! In sostanza, vi risparmiate il francobollo!

Da un tale invio di lettere (cartaceo e telematico) può uscirne qualcosa di forte. Innanzitutto la Presidenza della Repubblica vedrà che questa causa è a cuore di molti. E poi si potranno informare giornali, trasmissioni televisive, la si potrà fare circolare su internet. Può essere un ennesimo “mezzo” che tenti di smuovere anche solo un poco questa realtà.. anche solo un poco è meglio di niente..

Ripeto.. intanto.. oguno di voi… può già subito.. fin da ora inviare una email alla Presidenza della Repubblica. Basta semplicemente cliccare su questo link..

https://servizi.quirinale.it/webmail/

Vi lascio alla lettera di Sebastiano Milazzo..

A presto Amigos..

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Al Presidente della Repubblica

Onorevole Giorgio Napolitano

Noi ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola (CE) ci rivolgiamo a Lei per rappresentarLe la condizione in cui siamo costretti a scontare le nostre pene da quando siamo stati privai di ogni beneficio penitenziario e della stessa liberazione condizionale.

Nei fatti, nei nostri confronti, l’articolo 27 della Costituzione repubblicano è stato sostituito con l’articolo 22 del codice della dittatura fascista: “La pena dell’ergastolo è perpetua”. Una sostituzione che ha riprotato le carceri al loro linguaggio punitivo, la cui situazione è stata definita da Marco Pannella: “una riproposizione morale e istituzionale della Shoah”. E mai definizione fu più appropriata per descrivere la nostra attuale condizione, perché noi vediamo morire ogni giono una parte di noi stessi, senza che per noi possa nascere una nuova possibilità.

Questa condizione fa sentire ognuno di noi come quei cadaveri dimenticati all’interno degli appartamenti, che alla lunga ammorbano di miasmi irrespirabili l’intero condominio, perché la mancanza di sperenza di possibilità nuovo colpisce noi, ma ammorba anche la società del sentimento della pena vista come una vendetta.

Un sentimento che non è solo contrario al Diritto, ma è anche una negazione dello stesso. Una negazione che ci costringe a vivere privi di speranza, anche dopo che il nostro passato,  nelle nostre intimità, non potrebbe più fare parte del nostro futuro.

Questa condizione produce dentro di noi sofferenze destinate a durare un’intera vita, mentre quelle procurate dalla pena di morte durano solo il termpo dell’esecuzione. Ed è perché siamo coscienti di questo che, molti di noi, tra una fine spaventosa e uno spavento senza fine, come una pena che non finirà MAI, preferirebbero avere concesso il diritto ad una pena di morte, come facoltà cosciente, se non altro per liberare i propri affetti dal grave peso della propria condizione.

Signor Presidente, non serve dire a parole che la pena di morte nel nostro paese non esiste. Per noi c’è ed uccise. Lentamente, ma ci uccide. Anche se non applicata in sentenza, viene applicata ogni giorno sostituendo il patibolo con l’ergastolo ostativo. Viene applicata con certezza, una certezza contraria ai valori tanto sbandierati, ma poco praticati, della nostra Costituzione. Valori negati del tutto nei nostri confronti, da quella sorta di neorazzismo che ha fatto affermare l’idea che la Giustizia, il Diritto e la stessa Costituzione, quando riguardano noi, sono qualcosa di ben altro di ciò che appartiene alla nostra cultura. Dal momento che sul FINE PENA MAI, alle condizoni in cui lo scontiamo noi, si potrebbero usare tutti gli argomenti che si usano per l’eutanasia.

Un neorazzism che ha prodotto nei nostri confronti differenziazioni di pene effettive da scontare, che nemmeno nelle più tetre dittature sarebbero tollerate.

Basti dire, infatti, che oggi per lo stesso reato – omidicio – e la stessa condanna scritta in sentenza – ergastolo – noi siamo esclusi da ogni beneficio e dalla stessa liberazione condizonale, che era stata introdotta prima dei benefici. Mentre chi non sottostà alle esclusioni previste dall’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario, dopo dieci anni di pena scontata, se lo merita, può cominciare a godere delle misure alternative al carcere, e dopo 26 finire di scontare l’ergastolo. Una differenziazione che non ha niente a che fare con la lotta al crimine, né con la sicurezza attuale dei cittadini; valori che non si garantiscono negando la speranza  a chi avrebbe sbagliato in epoche lontane, e avrebbe dato prova di avere riflettuto sul male fatto agli altri, ai propri affetti, e a se stess.

Quando ce lo meritiamo, non serve negarci ogni speranza. Servirebbe, invece una nuova via che possa portarrci a fraci carico del futuro che è  nelle nostre speranze, assumendocene precise responsabilità. Solo così ognuo di noi avremme modo di “PENSARE E PESARE” sul proprio futuro. “Un pensiero e un peso” che ci farebbe sentire “Patria” la legge, che ci darebbe la possibilità di avere donata ancora un pò di vita, anche in base ai nostri propositi futuri. Non sarebbe astratto e nemmeno folle pensare di farci partecipare al futuro che è nelle nostre speranze, attraverso anche la verifica di nostri propositi e non in base alle attuali burocrazie demnziali che non forniscono mai elementi reali su di noi. Una verifica che ci darebbe la possibilità di ridiventare amici della comunità cui apparteniamo e non continuare ad esserne un peso.

Ma per poter ridiventare amici e collaboratori della comunità servirebbe una prospettiva della pena che non sia vista solo come castigo, ma come un Diritto, il Diritto di potere mettere a frutto ciò che ognuno di noi sente di essere diventato dopo decenni di sofferenze e privazioni affettive. Dopo il rifiuto di quelle regole di vita che ci avevano impedito di stare in contatto con le nostre vere identià, speriamo di poter sottostare a un diritto equo e uguale per tutti, che ci consenta di sperare nel futuro.

Senza questa speranza perdiamo definitivamente ogni ragione per desiderare di continuare a vivere.

Tanto volevamo rappresentarLe, auspicando che ci giunga da Lei una parola di speranza.

 

Gli ergastolani della Casa di Reclusione di Carinola

15 dicembre 2010

A ciascuno il suo.. di Tommaso Amato

Dopo Sebastiano Milazzo, anche Tommaso Amato (pure lui detenuto a Spoleto) richiamando il titolo di un memorabile libro di Leonardo Sciascia.. “A ciascuno il suo” appunto.. scrive una sua lettera aperta al Misericordioso Magnanimicissimo Munifico Ministro Angelino Alfano. Le parole di Alfano in effetti sono state emblematiche… in quei modelli mentali fatti ad absurdum nelle dimostrazioni scolastiche medievali.. esso rappresenta un mirabile esempio di paradosso.. ossia la crassa e totale ignoranza dei fondamenti del diritto e delle finalità del sistema che si erge in cattedra e pontifica. Alfano serve in realtà.. non solo perché è un servo, quello è evidente naturalmente.. ma perché mostra in carne ed ossa a cosa può arrivare il pervertimento mentale e quindi diviene un modello “in negativo” del tipo.. “ecco il contrario di quel che si deve fare”. Quest’epoca sta consegnando allo zoo della storia personaggi che certamente meriteranno di entrare in un futuro teatro dei pupi, personaggi che sono allo stesso tempo gracili e ignoranti, beceri e inconcludenti, faciloni e farisaici.. Alfano poi ha i tratti da romanzo.. di lui Dostoievskji direbbe che è uno di coloro che “nella stessa persona incarna il Servo e il Boia”.

Vi lascio alla lettera-sfogo di Tommaso Amato..

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A ciascuno il suo: a Cesare quello che è di Cesare, al ministro Alfao quello che appartiene ai possidenti. Certo, perché lui, l’Angiolino è fatto così. Appena vede un bene che non gli appartiene si imbizzarrisce e se lo prende subito. E’ come quei tori alla corrida quando vedono il drappo rosso: Vogliono prenderlo a cornate e basta. Non hanno altra idea che quello. A dispetto di tanti altri però, il ministro mostra di avere una certa coerenza. Le sue affermazioni, infatti, armonizzano perfettamente con le sue stesse azioni e l’espressione del viso quando si esprime. Esprimono solo veleno e odio verso l’umanità intera. Complimenti Sig. Ministro perché lei è stato capace di colpire una molteplicità di bersagli con una sciocchezza sola.

Ha messo a tappeto con un colpo da manuale la costituzione italina, che recita: (art. 27c.3cost.) “… le pene non possono consistere in trattamenti diversi al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” (…). Ha palesato tutto il suo odio verso certe categorie di persone e la sua voracità di beni… Se queste parole non corrispondessero al vero, dica allora cosa intenda dire quando afferma che i condannati di una categoria devono morire in carcere e morti di fame? Un cittadino onesto, che si trova in carcere per sbaglio, per essere trattato civilmente, deve condividere necessariamente l’idea di premiare e mandare in libertà chi ha commesso centinaia di omicidi, solo per essersi costui piegato alle onorevoli leggi che gli permettono di poter reiterare i reati (vedi Brusca e Company).

Complimenti sig. ministro! Complimenti per la sua idea di civiltà e per i suoi concetti di libertà. Se questi sono i principi cardini a cui deve aspirare una persona per riottenere la sua agognata libertà, le dico con molta franchezza e con orgoglio, che preferisco morire in carcere, ma da uomo libero. Dico questo sig. ministro perché io non ho niente in sospeso fuori da sistemare, perciò non ho alcun bisogno di avvalermi di certe leggi (a mio avviso immorali perché premiano il reo). Posso, dunque, vivere in carcere con una ragionevole serenità.

Le raccomando Sig. Ministro, pugno fermo verso gli innocenti! Nessun atto di inulgenza verso di loro! Si tratterebbe, in questo caso, di una caratteristica dell’Italia che ne fa un paese unico al mondo. Invidiato da tutti (sic!). Riservi quindi agli innocenti in carcere un trattamento identico a quello che ricevono coloro che effittivamente hanno commesso dei delitti, ma non ne parlano…

Sì, è vero, sono un ergastolano condannato pure per fatti di mafia. Forse per lei non ho nemmeno il diritto di parlare. Ma siccome sono stato “giustiziato” ingiustamente, mi sento legittimita  a farlo. Le assicuro che non è esagerato affermare ciò. La informo, nell’occasione, che se questo accade, è perché gente di potere come lei ha legittimato taluni personaggi a poter adoperare il libero arbitrio nelle Aule di giustizia.

Per lei Sig. Ministro è più urgente proteggere il potere e attaccare il poveraccio in carcere già malconcio. Tanto chi si cura di loro? (dei carcerati di una certa categoria). Chi si azzarda a difenderli? Chi è disposto a credere una sola parola di ciò che affermano? Nessuno! Nessuno Sig. Ministro. Questo glielo assicuro, perché con la vostra politica siete riusciti  molto bene a mascherare la vera realtàe a far puntare l’attenzione tutta sui carcerati, come se loro incarnassero il male assoluto del paese. I politici invece sono tutti dei “santi”. Non sanno di appartamenti al Colosseo, disconoscono pure il fenomeno di tangentopoli…

In conclusione, Sig. Ministro, le chiedo solo meno ostinazione verso i carcerati. Ormai siamo in carcere, ci lasci morire in pace per favore. Abbi invece un pò di pietà per i cittadini apparentemente liberi, e si occupi ogni tanto dei loro veri problemi che, le assicuro, sono tanti. Non guardi sempre la pagliuzza nell’occhio degli altri e prenda invece coscienza della trave che sta lacerando i suoi occhi.

Spoleto, 28 settembre 2010

Cordialità

Tommaso Amato

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