Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “raccontare”

Da Massimo Ridente

Massimo Ridente, è emerso recentissimamente nel nostro Blog raccontandoci grosso modo la sua situazione (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7651/), specie in riferimento ai figli (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/03/ai-miei-figli-strappati-da-me-di-massimo-ridente/).

La situazione di Massimo è molto delicata. Vive l’immensa tragedia di non vedere i suoi due figlie e di non sapere NULLA di loro, da nove anni.

Oggi pubblico buona parte di una lettera che mi ha inviato. Una lettera molto intensa… dove Massimo racconta dell’effetto benefico che ha avuto per lui rendere pubblica la sua vicenda.

——————————

Caro Alfredo,

voglio ringraziarti per avere letto il mio racconto.

Devo proprio dirti che quando ho l etto la tua lettera ho provato una grande emozione.

E’ bello ed importante per me sentirti dire che quello he ho scritto è di grande importanza. Ciò rafforza ancora di più la vogliao di proseguire quanto ho appena inziato….. “ad aprirmi pubblicamente”.. cercando di tirare fuori tutto quello  che ho tenuto censurato dentro di me per molti anni.

Sì mio caro Alfredo, hai proprio ragione. Bisogna tirare fuori il dolore, anche se il dolore non potrà mai scomparire. E la sofferenza rimane racchiusa nel profondo del proprio cuore. Ma personalmente posso dirti che in questo momento sento che qualcosa in me è cambiato, per il solo fatto che ho tirato fuori il mio atroce e inqualificabile dolore, sembra come se il peso fosse diventato un pò meno duro.

Mi sento ancora più forte dentro e fuori di me. E’ una bellissima sensazione  che mai ho provato in tutti questi lunghissimi anni di sofferenza.

Non immaginavo che ciò potesse in qualche modo alleviare il mio dolore.

Quindi non posso che dare lo stesso consiglio a chi si trova nella stessa situazione di sofferenza.

Sono anche contento che il mio racconto nonè risultato “il classico piagnisteo”.

Ho letto il brano di Roberto Baggio, ed è stata una grande emozione, in quanto mi identifico in eso.

Un’altra cosa bellissima che mi hai scritto, e che mi fa sentire ancora più orgoglioso di essermi raccontato “pubblicamente” è quando mi assicuri che il mio racconto avrà un senso anche per altri, li aiuterà a trovare forza e coraggio, per resistere anche nelle stagioni più tremende.

Credimi, ora non vedo l’ora di leggere qualche ommento, così poi potrò megglio dialogare con chiunque ne abbia voglia e piacere.

Sono felicissimo che hai già pubblicato gran parte di ciò che ti ho inviato, compresa la poesia dedicata ai miei cari (Massimo, in questo punto si sta riferendo alla famiglia di origine.. nota di Alfredo), che proprio ieri, quando ho telefonato a casa, mi hanno raccontato che per la prima volta sono entrati nel Blog. Ora non vedo l’ora di sentire o leggere anche il loro commento.

Riguardo alla lettera per i miei figli, sono consapevole che non devo illudermi, perchè non credo che da un lungo silenzio di nove anni, si possa uscire  solo pubblicando le mie lettere, i miei pensieri. Ma la speranza è sempre accesa dentro il mio cuore. E spero nel buon Dio che un giorno non lontano io possa riabbracciare i miei adorati figli, riconquistarli dimostrando loro che il loro papà non è quel mostro che viene descritto nelle carte, bensì è un uomo pieno d’amore, che avrà pur commesso degli errori, ma solo per la sua fragilità, che un tempo lo assaliva e lo tormentava, per una serie di situazioni che spero un giorno di potere loro spiegare personalmente.

Anche se i miei errori li sto pagando più del dovuto, e anche a caro prezzo.

Spero di potere dimostrare loro che non solo il loro papà è una persona totalmente diversa da come purtroppo viene descritta, ma anche che oggi sono una persona cambata dal profondo della propria anima.

Vivo con la voglia e il desiderio di riconquistarli con tutto l’amore che è racchiuso nel profondo del mio cuore.

L’UOMO DELL’EST- la rubrica di Gerti Gjenerali

Ritorniamo ad incontrare Gerti Gjenerali (di origini albanesi.. detenuto a Spoleto) e la sua rubrica, L’UOMO DELL’EST. Pubblico oggi la terza parte di un “materiale” che ho cominciato a pubblicare negli ultimi due appuntamenti della rubrica di Gerti  (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/03/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-7/ e https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/13/luomo-dellest-la-rubrica-di-gerti-gjenerali-8/). Si tratta di rispsote, scritte da Gerti, nell’ambito del questionario che Giovanni Spada, anch’esso detenuto a Spoleto, ha sottoposto a vari detenuti, con almento 12 anni di “esperienza” di detenzione continuativa, al fine di raccogliere materiale per la preparazione della sua tesi di laurea dal   “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”.

Di Gerti ho già diverse volte parlato in questi appuntamenti. Gerti è “vivo”. Di quelli cioè che non si arrendono a vegetare, alzandosi la mattina con lo scopo di tirare avanti per un’altra giornata. Gerti è di quelli che voglio restare vivi, che vogliio restare in pieti. Gerti non è un santo. Non vuole essere. Ai solti strabici o daltonici.. ricordiamo che il gioco dei finti opposti con noi non funziona. Qui non si angelica nessuno. Sulle Urla dal Silenzio non è in voga alcun perdonismo, nessun garantismo peloso o a senso unico. Qui non si passa una lastra di calce bianca sulle storie passate, nè si costruiscono figure da presepe. Noi non siamo per l’impunito l’oblio, ma neppure per linciaggi, forche, vendette e pregiudizi. Quelle ve le lasciamo, ve le lasciamo volentieri. Qui crediamo in una parola molto semplice.. GIUSTIZIA.. GIUSTIZIA VERA.. che è inscindibile dal rispetto della dignità del detenuto, dalla presenza di percorsi riabilitativi veri, dalla scommessa sulla crescita e l’espansione mentale, emozionale… da piccole cosette come la speranza e il rinnovamento delle vecchie storie.. nella prospettiva di una RICONCILIAZIONE tra condannato e vittima.. detenuto e società.

Gerti è onesto. Ammette senza giri di parole ciò che è stato. A un certo puntos scrive..

“Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare!”

Già ammettere questo vuol dire tanto…

Gerti ha fatto onore al suo tempo. Non si è messo a vegetare e a grattarsi. Ma ha studiato e letto come un ossesso. Raramente “qui fuori” ho visto qualcuno che si è dedicato con tanta passione allo studio e alla lettura. Adesso un milione di storie abitano in lui. Potrebbe narrarle in giro. Andare in scuole, istitui, luoghi “traballanti”. Non come divo.. ma come qualcuno che può aiutare gli altri.

Gerti scrive in un altro passaggio..

“La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. “

Il carcere diventa quasi sempre una sorta di campo di sterilizzazione mentale. Anni e anni che passano come un rullo compressore fino a trasformarti in un’Ombra.  Resistere diventa importante. Studia, scrivi, sogna, disegni, dipingi, recita, crea.. scrivi lettere interminabili.. medita, prega, viaggia con la mente.

Lo scopo è restare vivi. Ovunque voi siate.. bambini in istituti.. ospedali.. detenuti.. Chiunque voi siate.. restare VIVI.

Portatevi nel cuore la speranza. Un giorno uscirete e potrete dare qualcosa di buono a tutti gli altri. E riuscirete a farlo non grazie a quello che il carcere è stato.. Ma NONOSTANTE quello che il carcere è stato.

Vi lascio a queste altre risposte di Gerti. Come vedete.. le domande del questionario sono sempre le stesse… ma cambiano i contesti di riferimento. Quindi le risposte sono un costante arricchimento.

——————————–

SECONDA FASE- si tratta di rispondere alle stesse domane facendo riferimento alla seconda fase dell’esperienza di reclusione e ai cambiamenti.

1)- Sfera degli affetti e dei sentimenti (le persone che amavi di più e che ti amavano di più, ciò che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nella seconda fase della mia carcerazione il cammino divenne più arduo. All’improvviso, dopo una piccola battaglia in Cassazione, arriva come una bomba la notizia del mio definitivo. Non potevo più fare niente per me stesso. Per la legge io ero colpevole, dunque cattivo. Dopo il primo stordimento mi sono detto: <<va bene, ne prendo atto, che faccio ora?>>. Chiamo casa e dò loro la brutta notizia; i miei vecchi non capivano che cosa mi era successo. Dico ai miei famiglieri: <<non torno più a casa, mai più!>>.

Il mio vecchio mi risponde: <<Figlio mio non ti preoccupare che il Santo Padre (Giovanni Paolo II) vuole bene ai detenuti, e darà una piccola amnistia>>. Queste parole furono come una coltellata al cuore; loro non potevano capire in che mani ero finito. Fu un bruttissimo periodo, anche perchè mi avevano arrestato l’unico fratello che avevo. Era venuto in missione in Albania per aiutarmi. Fu condannato anche lui. Due figli, tutti e due in carcere in Italia. A casa mia erano in lutto, una vera tragedia.

Per non impazzire mi buttai sui miei adorabili libri. Cominciai a leggere i classici e la mitologia. Studiavo per me stesso, per ingannare il tempo morto. Questa volta non erano le persone che amavo, ma erano i miei libri: Erodoto e Tucidide. Provavo una certa passione per gli antichi greci, essendo anche io di origine Epirota (nord della Grecia). Mi allontanai da tutti gli affetti, dalla mia famiglia, alla ita di fuori e, soprattutto, le notizie non mi appartenevano più. Ero io ed i miei amici spartani, e le loro regole austere. Ritrovavo in loro la mia cultura e il mio vecchio stile di vita. E andai così avanti per un pò di anni. Finchè un bel giorno arrivano i poliziotti e mi dicono che devo cambiare “casa”. Mi stavano trasferendo. Il Ministero, dopo svariate richieste di mio fratello, accetta di mandare me nel carcere dove era detenuto lui. E’ stato umano a parte sua: ci ha sbattuti in carcere sì, ma almeno ci ha messi insieme. Così, una volta a settimana potevo fare colloquio con un mio famigliare, carcerato pure lui. Dopo anni rividi mio fratello che amo molto. E fu un’altra testata in pieno viso.

2- Sfera delle relazioni affettive (le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…)

Nuovo carcere, nuove regole. Ormai ci ero abituato, avevo girato un pò di carceri. Ma questa volta stavo in un carcere con il mio fratellone. Io e lui siamo sempre stati liberi, vederci qui fu triste. Metà della nostra famiglia stava in carcere. Neanche pochi giorni, e la Direzione mi notifica un’altra pena aggiuntiva: un anno e mezzo di isolamento diurno. E’ una pena che danno solo agli ergastolani affinchè non si scordino che lo Stato li educa. Applicai, per non impazzire, il mio stile di vita. Mi ero fissato che questi volevano ammazzare il mio bene più prezioso, la mente. Sport e lettura ogni giorno, e comincio ad aprirmi alla comunità carceraria, visto che qui mancavano i miei paesani.

Dopo mesi di preghiere dei miei familiari, acconsentii a fare venire il mio vecchio a colloquio, dopo tutto erano passati cinque anni. Ci autorizzano una visita unica. Io, mio fratello e mio padre. Fu un giorno molto triste. Vidi nei suoi occhi, oltre alle lacrime, tanta malinconia e delusione. Per la prima volta in vita mia vidi il mio vecchio piangere. Un omone di cento chili che piangeva senza ritegno. Conoscevo la sua disciplina e durezza. Gli dico: <<non piangere, non dare soddisfazione ai mangia spaghetti>>. Lui mi risponde: <<quando diventerai padre e vedrai i tuoi due figli in galera, allora capirai che cosa  vuol dire>>. Quel giorno mi resi conto di avere condannato pure la mia famiglia all’ergastolo. Mio fratello per quasi due ore guardava per terra per la vergogna: <<Cazzo! Avevamo davanti a noi l’eroe nazionale ello sport che piangeva come un ragazzino>>. Non ho parole per descrivere tutto questo, e penso che da lì cominciai a pensare di più alla mia sopravvivenza, ma non a quella fisica.. ma a quella più importante: quella mentale.

3)- Sfera degli interessi (ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condividevi questi interessi, i motivi)

Appresi con molta sorpresa che il carcere dove mi trovavo (Spoleto) era un pò diverso. C’era l’opportunità di frequentare la scuola e di avere più spazio per lo studio. Finì l’isolamento, e cominciai a frequentare i miei compagni di sventura. A dire il vero era la prima volta che frequentavo e parlavo con gli altri, perchè quando stavo fuori ero in compagnia solo di compaesani. Iniziai a migliorare la lingua, dopo di che mi ero messo in testa di frequentare l’Istituto d’Arte. Ma subito sorge un problema. Dovevo avere la terza media! Così faccio la scuola. Cominciai ad avere un confronto con persone che venivano da fuori. Finito l’anno scolastico conseguo la licenza media italiana. Fu importante per me, perchè grazie alla tenacia di una professoressa imparai a scrivere. E intanto andavo avanti facendo visita a mio fratello carcerato. Io e mio fratello eravamo sì nello stesso carcere, ma in regimi diversi, pertanto potevamo incontrarci sono per un’ora alla settimana. E coì, un piccolo ex comunista si stava pian piano abituando alla nuova realtà.

4) Sfera degli apprendimenti  (titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare, le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici..)

Andavo avanti senza una meta, frequentavo la biblioteca, mi dedicavo alla mia lettura preferita. Dopo la licenza media mi ero preso un anno di tranquillità e vivevo così abbandonato a me stesso. Qualcuno mi potrebbe chiedere: <<ma le autoritù cosa facevano?>>. Di sicuro avevano tanto da fare tranne che occuparsi dei detenuti in disagio. Ovviamente io parlo di me e della mia situazione.

Mio nonno era un vecchio partigiano al tempo della seconda guerra mondiale, mi diceva sempre: <<nipote, devi cambiare te, così anche gli altri cambieranno nei tuoi confronti>>. Un giorno andai a parlare con il nostro Direttore e cercari di esporre un mio problema. Essendo io un albanese, sono di ceppo europeo, cioè quasi biondo e soprattutto bianco. Mi siedo e mi chiede: <<lei è straniero?>>. Rispondo: <<Sì!>>. Mi chiede: <<è arabo?>>. Risposi: <<no, cinese!>>. Mio Dio!?! Era da tre anni che stavo in questo istituto con una condanna a vita e non mi conoscevano neanche. Capii quel giorno che tutto era una farsa. Mi hanno dato una lezione molto significativa. Cioè.. non gliene fregava niente di noi, di chi eravamo.

Prendo atto, e come al solito mi ri-butto nella mia vita da carcerato. La vita mi insegnava che in posti come questi non ci sono ideali e gente che fa il proprio lavoro, perchè camminavano come dei pappagalli sempre con la stessa frase: <<siete in troppi, non ce la faccio, sono solo, ecc.ecc.>>. Le occasioni erano quasi nulle, i luoghi freddi e senza anima, i compagni si adoperavano nel progettare un futuro che non c’era più. Dopo qualche tempo ebbi una bella notizia: la scarcerazione di mio fratello.

5)- Sfera dei valori, delle cose per te più importanti (le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazioni, i motivi legati a queste cose in cui credevi)

A quell’epoca ero molto felice. Anche se sembrerebbe una brutta parola, visto il contesto in cui mi trovavo. Il motivo della mia felicità era l’uscita dal carcere del mio amato fratello. Io ho tanti valori che sono fondamentali, tra cui la famiglia, che è la base di tutto. Mio fratello una volta fuori voleva restare in Italia, e sacrificare la sua vita per sostenermi e aiutarmi nel carcere. Gli spiegai che qui per noi non c’era più un futuro, che doveva tornare in Albania e di corsa pure. Gli stranieri in Italia erano malvisti. Quindi gli feci giurare che non doveva venire più qui, mai più, per nessun motivo. Gli dissi che doveva tornarsene al nostro Paese… anche lì ora c’era la democrazia. Ci sono riuscito. Ora vive con moglie e figlio nel mio paese barbaro. Ecco un valore per cui io darei la mia vita senza esitazioni. Il bene dei miei familiari e la loro felicità prima di tutto.

Frequentano tanti compagni, appresi con molto stupore che, nel raccontare le loro questioni problematiche, veniva fuori la parola amicizia. Tante storie finivano nello stesso modo, ex amici che li accusavano di cose alle quali loro erano ovviamente estranei. Io ho sempre pensato che l’amicizia è una forma di amore. L’amore vero te lo scegli con cura, deve essere somigliante a te. I valori, gli ideali, il rispetto, non solo con gente a cui vuoi bene, ma anche con gli estranei.. devi avere tante cose in comune. Ed io, sinceramente, ho avuto pochi amici qui. Perchè gli amici li devi vedere nel giorno del bisogno. Troppo facile volersi bene in un bel ristorante davanti a un bel bicchiere di buon vino. Io ho sempre saputo di essere un ragazzo un poco sciocco. Cerco di capire quali sono i valori più giusti nel contesto in cui mi trovo. Non è facile capire, ci si confonde spesso. Qui si vive in un contesto artificiale. Nulla è originale, tutto quello che si dice o che si fa ha un certo significato.

Stanto la maggior parte della giornata in cella hai molto tempo per pensare ad un mondo che magari non esiste.. è amplificato in una maniera assurda, quindi valori che per me hanno una fondamentale importanza là fuori potrebbero essere ridicoli. Dunque, in quel periodo ero un poco più fiducioso nella vita, credevo che qualcosa di buono dovesse accadere. Le mie radici erano profonde; giustizia, libertà, e anche altri valori erano il mio ossigeno. Vivevo in una tomba e per la mia sopravvivenza dovevo aggrapparmi da qualche parte, se no era la fine. Ecco in cosa credevo… che pure per me c’era una possibilità. Dovevo solo aspettare e comportarmi bene.

6)- Sfera del futuro, delle cose che ti proponevi di fare, delle speranze, di chi, che cosa, saresti voluto diventare (indica a che cosa guardavai, le persone a cui avresti voluto somigliare, chi imitavi… Con chi condividevi questi sogni, chi pensavi ti avrebbe aiutato a realizzarli, le difficoltà, i  motivi che ti spingevano  sperare, le persone che ti sembravano utili per realizzare i tuoi progetti e perchè…)

Futuro? Potrei dire tante buone parole per impietosire il lettore,  ma non è giusto. Alcuni di noi, me compreso, stanno dove devono stare! Ma la questione è: per quanto tempo un uomo deve stare chiuso? Quanto tempo occorrre per cambiare? C’è un limite a tutto questo? E il limite del Fine Pena Mai  qual’è?

Alcuni di noi avevano appena venti anni il giorno dell’arresto. Mi domando: che senso ha tutto questo? Io penso che sarebbe più giusto he dicano che è una vendetta e basta; così tanti di noi possono regolarsi di conseguenza. La speranza qui dentro è una cosa molto pericolosa. Lo puoi pensare da solo nella tua cella. Guai se la alimenti.. sei un uomo morto. E se muori dentro, tutto finisce. Diventi un’ombra. Qui dentro certamente non ho nessuno a cui desidereri assomigliare. Non certo al nostro Direttore o magari a qualche oscuro educatore. No, di certo non sono così illuminati per suscitare un tale desiderio.

E’ vero, non devo generalizzare. Ma per mi sfortuna in galera ci sto da tredici anni. Quindi, lo dico, e se me lo chiedono glielo confermo in faccia, tanto conosco già la risposta: è emergenza, qui siamo nei casini per Dio!.. e parole di questo genere.

Progetto il solito arcaico discorso. Nutrire la mia mente e mantenere il mio fisico il meglio possibile. Qualcuno potrebbe pensare che noi siamo un pò vanitosi. Potrebbe anche essere vero, ma io credo di fare tutto questo anche per me stesso, e soprattutto voglio ripagare la gentilezza all’autorità.

Mi spiego meglio: in questa fase mi sentivo un pò debitore nei confronti delle autorità. Il motivo era molto semplice. Mi davano da mangiare grats, avevo un letto, una cella singola (qui in carcere è un privilegio), non mi mancava niente. Nel mio cuore mi sentivo debitore, e così ho pensato… “farò tanto sport, mangerò sano, curerò la mia salute”. Così avevo deciso.. almeno loro erano contenti, mi dovevano tenere qui per tutta la vita.. il minimo che potevo fare era vivere il più a lungo possibile.

Che progetto magnifico no? Stavo facendo passi da gigante.

Nel frattempo volevo imparare a scrivere bene  e studiare la lingua inglese. Mi occorreva un computer. Ciò era possibile. Come avevo accennato anche prima, qui è un carcere dove ci sono possibilità di crescit. Ritorna quindi prepotente la passione per lo studio. Per avere il computer dovevo frequentare l’Istituto d’Arte. Comincia tutto per gioco! Mi mettevo nelle mani di persone che erano veramente intelligenti. Per il tramite di qualche compagno, avevo saputo che la scuola era una cosa seria e che, se avessi avuto intenzioni giuste, mi dovevo mettere in discussione. Quindi accetto la sfia. Si apre così un nuovo capitolo della mia vita. Le due culture che abitavano il mio essere avrebbero fatto a cazzotti già a scuola. Scendevo con la mia passione che durava a venti anni: i miei libri dentro la testa. Mi sarei buttato nella mischia tra tante culture, dove ognuna si sarebbe messa  a disposizione dell’altra. Poi la cosa che mi incuriosiva era il confronto con persone che venivano dalla vita reale.

Così comincio la terza fase del cambiamento nel laboratorio dell’istituto carcerario.

(CONTINUA)

I miei giorni in carcere… di Ciro Campajola

Ci sono pagine scritte con una tale violenza e intenstà che non si possono cancellare. Ciro Campajola non è un detenuto. Fu in carcere anni e anni fa. Eppure quello che ha scritto ricondando quella esperienza merita di essere fatto conoscere. E’ un testo molto duro, molto violento. E’ un testo di quelli che fanno male… credo che sia anche un dovere verso chi  ha avuto esperienze come quelle di Ciro, fare conoscere un testo del genere..

—————————————————–

Il carcere è un´esperienza che dovrebbero fare tutti gli uomini per
capire fino in fondo il sapore vero della libertà, come se la libertà
fosse una squisitezza che solo quando è finita gusti veramente. E´ il
caso di dire il classico retro-gusto , nel senso che il gusto te lo
puoi solo ricordare mentre impazzisci. Ma è un´esperienza che
consiglio a tutti gli uomini di evitare, quel gusto spesso muore
dentro quelle sbarre.
Oppure ne esci imbestialito e la libertà cominci a sbranartela come un
cannibale, quasi volessi rifarti di quella persa, e anche se sei
entrato per un piccolo reato puoi venirne fuori come uno spietato
killer, o ne esci talmente impaurito di riperdere la libertà
ritrovata  che non riesci più a
vivertela e magari da tossico impaurito puoi diventare aspirante
suicida, o se ti dice bene dalla galera verrai trasferito in una bella
stanza con quattro pareti imbottite. Il tempo che resti dietro le
sbarre è relativo per sentire il retro-gusto della libertà, purtroppo
per tutto il resto non è relativo: c´è gente che, oltre a sentire quel
retro-gusto, esce solo da morta dalla propria cella.
Quando arrestarono me provai una sensazione mai provata prima, mai
provata dopo, e che mai potrò descrivere. Di carcere se ne può
discutere ma non si può raccontare E´ come fare un quadro che per
quanto bene possa venire non può mai rendere giustizia al soggetto
ritratto. Certe polaroid raccontando come un Van Gogh e come per un
Van Gogh non c´è un cazzo da spiegare. Se lo osservi bene ti arriva un
cazzotto dritto allo stomaco, oppure puoi darci un´occhiata
superficiale, dire il tuo “bello, brutto”, dare il tuo giudizio,
magari fare la tua valutazione e poi passare ad altro. E´ quella
maledetta porta di ferro che si chiude per la prima volta dietro di
te, quei giri di chiave che a ogni giro ti allontanano un po´ di più
dal resto del mondo, è quello che vedi di fronte a te, un esercito
nemico che ti ha catturato, sei in balìa delle loro torture e puoi
solo imparare in fretta a non lamentarti se non vuoi che le torture
aumentino. Dipendi completamente da gente incattivita, sadica, in
cerca di qualche vendetta che non avrebbe motivo di esistere se
facesse il proprio lavoro come tutte le altre categorie aspettando
tranquillamente lo stipendio per vivere in pace, ma che ha motivo di
esistere se deve dare un senso alla rabbia che si accumula in una vita
fallita.
Tenere a bada i cattivi significa vivere con loro. Solo che loro prima
o poi escono, tu rimani come uno stronzo a passare i tuoi migliori
anni in carcere.
E´ logico che con qualcuno devi prendertela se non vuoi guardarti allo
specchio e poi spararti con la tua bella pistola in dotazione. Certo
che solo una mentalità di “secondino” può fare un concorso per entrare
nella polizia penitenziaria; lungimiranza zero, e  non venitemi a
raccontare che è un lavoro come un altro perché non lo è, ci devi
essere predisposto.
A me era la seconda volta che mi beccavano, conoscevo già quel retro-
gusto ma non come trattavano l´astinenza queste “altre istituzioni. Al
primo arresto non ne avevo ancora bisogno dei loro “trattamenti”, ero
un semplice consumatore abituale di droghe leggere regolarmente
schedato, poi all´uscita sarei stato un semplice consumatore abituale
di droghe leggere regolarmente schedato con precedenti penali che
sarebbe subito diventato un semplice consumatore abituale di droghe
pesanti con precedenti penali per droghe leggere.
Il manganello dello sbirro che sbatteva contro le sbarre della cella
mi svegliò, questa era la loro sveglia, gli uccellini che cantano al
primo sole del mattino è tutta un´altra storia per intenderci.
 La prima notte riesci sempre a dormire un po´, hai ancora un po´ di
roba nel sangue che ti aiuta a dormire e a non aver paura. E´ quando
senti quel cazzo di manganello che ti presentano la rota della e
nella  galera.
<Perché sei ancora a letto, tu?>, mi urlò il secondino-sveglia.
Sto in astinenza, dissi.
In fondo fino a quando abitavo con il resto del mondo questo era un
motivo giustificato  e “consentito” per starsene a letto, si dicevano
perfino contenti.
Si aggiustò il cappello, altro gesto tipico degli sbirri mentre
pensano a qualcosa, forse senza non  riuscirebbero nemmeno più a
pensare talmente sono abituati a farlo col cappello che toglie aria al
cervello. Ma quando gli sbirri pensano a qualcosa devi cominciare a
preoccuparti, poche volte hanno delle buone idee.
Il secondino-sveglia si trasformò ironicamente (secondo lui), nella
dolce fatina buona, a me sembrava più una vecchia checca con i baffi
che cercava di adescare in maniera disastrosa qualche bel cazzo lungo
e grosso per il suo culo.
<Stai in astinenza? Poverino>, continuò quel tipo strambo in uniforme
color topo di fogna. Non capivo che cazzo volesse da me. Per un attimo
pensai che fosse davvero una checca .
Non lo era.
Mi propose due diversi tipi di psicofarmaci a gocce che usavano in
casi come il mio, così disse.
Scelsi il più forte e concordammo per cinquanta gocce del migliore.
Il secondino-fatina-checca questa volta pareva essersi trasformato in
un maggiordomo.
Ma non era neanche un maggiordomo.
Tornò con due manganelli ben nascosti e mi chiese di nuovo cosa avessi
scelto. Glielo ricordai, come maggiordomo non sarebbe stato un
granché, dimenticava le ordinazioni.
Tirò fuori un manganello con sopra scritto il nome delle gocce più
forti, proprio quelle che avevo scelto, e sostituì il numero di gocce
richieste e accordate con delle manganellate altrettanto forti.
Fortuna che mi ero limitato a chiederne cinquanta.
Anche quella volta le “loro” modiche quantità mi avevano dato una mano
gliene devo dare atto, se le avessi superate chissà cosa mi avrebbe
aspettato.
All’epoca non conoscevo ancora come si divertivano i secondini, in
seguito quando la voce si sparse nessun tossico più chiedeva “aiuti”
se veniva arrestato.
E pensare che quando stavo fuori sarebbe stati tutti contenti se mi
fossi deciso a mettermi in un cazzo di letto per smaltire l´astinenza.
Tutti a chiedermelo, famiglia e istituzioni. Ora che in astinenza ci
stavo, non potevo starci. Non sono mai contenti delle loro stesse
leggi.
L´impossibilità di spiegare la galera è che in questo ipotetico quadro
ogni particolare è il soggetto., non puoi solo parlare della tua
cella, non renderebbe l´idea, bisognerebbe aggiungerci il buio, l
´odore, il freddo, la luce che ti viene accesa e spenta a una
determinata ora. Bisognerebbe metterci l´audio per sentire lo choc di
quei manganelli-sveglia, tutta quella confusione, anche quella del
silenzio. E´ un silenzio diverso, animato dalle voci dei fantasmi di
tutti quelli che sono già passati in quella cella, dalle loro angosce
che tu in qualche modo avverti. Dalle loro urla.
Una notte, a luci spente, cominciammo a sentire dei lamenti. Tutti
sporgemmo naso, gambe e braccia tra le sbarre cercando di capire cosa
stesse accadendo, non era successo niente di particolarmente
importante per il secondino che proprio in quel momento “causalmente”
era andato a pisciare mentre il detenuto veniva accoltellato. A volte
succedono strane coincidenze, come se qualcuno proprio in quel momento
pisciasse sulla tua vita e tu non puoi farci un cazzo.
Per capire bisognerebbe fondere il soggetto con tutti gli altri
particolari in questo quadro, perché quei particolari ti accompagnano
in ogni ora della detenzione, bisognerebbe rappresentare lo stato d
´animo del soggetto sopraffatto e perso in mezzo a questi particolari
onnipresenti, o lo stato d´
animo quando finalmente spengono le luci, metti la testa sotto a
quelle coperte che prima allontanavi per la loro puzza e poi pregavi i
secondini per averne un´altra, sperando che non ci fossero urla né
ispezioni alla cella da parte di uomini dai volti mascherati e
manganelli in evidenza quella notte,e ti accorgi che quello è il
momento peggiore. Non ci sono più avvocati, detenuti, tribunali,
secondini, sbirri, processi, giudici, rumori, urla, comandi,
provocazioni a distrarti, ci sei tu, i tuoi pensieri, le tue paure, la
tua astinenza e le voci di quei fantasmi sotto le coperte.
Docce come fossimo animali, cento persone nude come vermi in fila ad
aspettare il loro turno, dopo
a passare il turno ci voleva un attimo, avevi pochi minuti poi ti
staccavano l´acqua. E´ anche in queste regole che capisci quanto hai
perso e riassapori il retro-gusto della libertà, lì in quei cessi
sporchi mentre ti asciughi come puoi la schiuma che non riesci mai a
sciacquare del tutto in quei minuti preziosi che ti concedono. Oppure
il ricordo di quel sapore, lo puoi sentire mentre mangi, quando
apparecchi un tavolino a pochi centimetri da un bagno alla turca, l
´unica zona della cella non occupata dai letti a castello. Tu mangi e
qualcuno caca, a volte capita . In quelle volte non potevi che pensare
agli ebrei nei lager per darti coraggio, ma in quei momenti perdevi un
altro pò di coraggio.
Niente, non si può descrivere cosa vuol dire essere sbattuti in
carcere.
Ma si può dire che ogni cosa che devi fare te la rendono
maledettamente complicata. Per ogni cazzata devi fare la domandina
sulla letterina che poi verrà vista e valutata e dopo circa un mese se
per caso avevi chiesto un giornale sta pur certo che il giornale
arrivava, solo che non riportava più la notizia per cui lo avevi
richiesto.
Lo slogan dei penitenziari è “ostacolare sempre e comunque il
detenuto, nella buona e nella cattiva
sorte, in ricchezza o in povertà, in salute e in malattia”,
ostacolarti la vita, praticamente, altro che “correggerti” sti figli
di puttana ti cancellano…….

Amicizia?… di Nellino

I contributi che Francesco Annunziata.. detto Nellino.. (detenuto nel carcere di Catanzaro) manda sono sempre interessanti e di valore.

Come nel caso di questo suo ultimo testo, che vuole essere una lettera indirizzata a ragazzi, e comunque a persone giovani.. che possono trovarsi dinanzi a quei bivi e quelle scelte, dove una intera vita può entrare in gioco. Specie quando è in ballo un valore come l’amicizia. E allora, specie in contesti come quello meridionale, è possibile che per “amicizia”, per venire incontro ad un “amico” ci si lasci intrappolare in giochi e  meccanismi loschi, che potrebbero segnare tutto il prosieguo della propria esistenza.

Nellino dice che l’amicia è sicuramente un valore importantissimo.. ma dice anche.. “non buttate la vostra vita”… amicizia non significa seguire un amico se quello sta percorrendo strade criminali o comunque dannose verso altri esseri viventi (oltre che verso se stessi). Nellino dice.. in sostanza.. “se siete molto amici di quella persona, allora trascinate la voi dalla parte del bene, piuttosto che farvi trascinare voi dalla parte del male..”

E’ anche un testo sulla dignità personale. Soprattutto alle ultime battute quando Nellino dice che è voluto uscire dal carcere, se il costo era barattare la propria vita con quella di un altro.

Vi lascio a questa lucida e importante lettera di Nellino..

—————————————————————————————————–

Ciao ragazzi, se anche solo per curiosità siete entrati nel sito degli Uomini Ombra, Urla dal sielnzio, fermatevi e provate a leggere le storie che vi sono raccontate. Sono le storie di uomini che erano ragazzi, come lo siete voi oggi.

Anche io sono uno di essi. Mi chiamo Nellino. Essendo molto vicino a voi nell’età del cuore, ricordo bene cosa pensavo delle prediche dei miei genitori.

Voglio solo raccontarvi come e quanto sia facile entrare in una strada senza via d’uscita e come possa bastare anche solo un attimo per cambiarti la vita per sempre.

Come ho detto e come potete notare dai dati anagrafici, ero un ragazzino come voi, di “buona famiglia”. Non mi mancava nulla, ed ero sveglio e intelligente. Non ero quello che voi chiamate “figlio di papà”, ma non ero nato delinquente. Nessuno nasce delinquente. Ci sono 1000 circostanze che possono farlo diventare tale.

Una di queste è l’amicizia. Sapete sicuramente a memoria la dicitura ripetuta milla volte dai vostri genitori: non frequentare cattive compagnie. Beh! Vi garantisco che ha molto più senso di quanto oggi possiate immaginare. Ecco non sono tanto le “cattive amicizie”, non è tanto il vostro farvi trasportare dall’amicizia. Bensì, una cosa in sé molto positiva, ovvero il vostro senso dell’amicizia. Vi spiego meglio: se un vostro amico, per un qualsiasi motivo, si caccia nei guai, voi cosa fate? Lo abbandonate?

Ecco, mi rivolgo a quanti di voi rispondono no a questa domanda. Sappiate che non tutti hannno questo alto senso dell’amicizia. Ed è proprio in questo momento che può cambiare per sempre la vostra vita. Nell’attimo che il vostro amico vi chiederà aiuto, la vostra vita si deciderà in quell’attimo, a seconda di quale sarà la vostra risposta.

Attenzione, non intendo cambiare la vostra natura. Se siete un amico sincero.. restatelo. Ma lasciate fuori dai guai l’amicizia. Non rimpiangerete mai di averlo aiutato, perché i vostri sentimenti erano sinceri. Maledirete il giorno che lo avete incontrato, guardando alla vostra vita com’è e come potrebbe essere.

L’amico incline ai guai, trascinatelo dalla vostra parte e non il contrario. Convincetevi che la scuola, la cultura rende liberi. E’ l’unico mezzo che avete per riuscire nella vita. Nonostante nel nostro paese, in questo momento, stanno distruggendo la scuola, voi potrete essere il futuro che cambia.E senza la volontà vostra di studiare, non si potrà mai cambiare questo sistema di cose che premia il parete di… e non il merito di…

Oggi la scuola vi annoia, vi “ruba” tempo al “divertimento”, ma domani sarà il vostro lascia passare per avere una vita degna e piena di successi. Io studio oggi, perché oggi ho capito quanto sia importante la conoscenza e voi avete il vantaggio di scoprirlo da uno che ha distrutto la propria vita, ed ora ha solo voglia di ricominciare. Se c’è una cosa su cui non transigo con i miei figli è proprio la scuola.

Vedete, molti, quando pensano alla parola tradimento, pensano subito a quello amoroso. Ma è molto più doloroso quello dell’amicizia. Non a caso anche Dante Alighieri lo pone nella boca di Lucifero, nel più profondo degli Inferi, pensiamo a Giuda che tradisce Gesù, a Bruto che tradisce Giulio Cesare, ecc. ecc.

Una donna la cambi, un amico no. Ve lo dice chi è stato tradito dall’amico che ha barattato la mia vita in cambio della sua. Ed io sono qua, perché non ho voluto barattare la vita di qualcun altro per la mia. Mi sono assunto una responsabilità e pago io per gli errori che io ho commesso.

Spero che un giorno grazie a queste conoscenze non vi troviate a ripterla, ma sarete comodi sul divano a raccontarla.

Nellino

Navigazione articolo