Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Pensare nel presente… di Giovanni Leone

Zen

Il nostro Giovanni Leone.. la “Nuvola” che passa sul carcere di Voghera.. il nostro amico dal cuore bambino, che ha sempre voglia di dare, di incoraggiare, di regalare speranza a chiunque legga.

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Pensare nel presente la condizione mentale ed emotiva di una persona.

L’afflitto indugia sulle cose negative, e questo rende cattivi e cupi i suoi giorni. Per contro, chi è buono di cuore cerca di concentrarsi sulle cose positive, anche se i giorni nostri sono tempi difficili: un modo di pensare che produce gioia interiore, paragonabile al vivere un amore continuo.

Tutti noi affrontiamo problemi che potrebbero privarci in una certa misura della facilità. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per mantenere la gioia anche nei momenti difficile bisogna conoscere le nostre capacità nel vivere non permettiamo all’ansia per il domani di abbatterci nel presente.

Gesù Cristo disse:

Non preoccupatevi troppo per il domani. Ci pensa lui, il domani, a portare altre pene. Per ogni giorno basta la sua pena: proviamo a concentrarci sulle cose positive che ci sono successe. Quando ci sentiamo giù, può essere utile fare una lista di queste cose e rifletterci sopra. Inoltre è meglio non soffermarsi sugli errori del passato. Facciamone tesoro per migliorarci e andiamo avanti.

Cerchiamo di essere come un autista di camion che ogni tanto guarda lo specchietto laterale ma non le fissa per tutto il tempo del viaggio. Ma guardare avanti. Quando l’ansia ci opprime, dovremmo fare affidamento su qualcuno che sa tirarci su. L’ansiosa cura (…) farà chinare il nostro cuore, ma la parola buona è ciò che lo fa rallegrare. Questa “parola buona” può venire da un genitore o famigliare, un amico o un’amica fidata. Qualcuno che non è cinico o pessimista, ma chi ama in ogni tempo.

Mentre le perle di saggezza sono racchiuse dentro l’anima, hanno aiutati molti a provare più gioia nell’affrontare la vita nei momenti più duri per me che sono ergastolano, quando penso che mi hanno tolto il diritto alla speranza di riabbracciare le persone a me care che non sono più in condizione di viaggiare.

Mentre il tuo momento più duro quale è?

Nella quotidianità la mia speranza è verso la divinità, guardando attraverso le sbarre della finestra che al mattino mi consegna un giorno tutto nuovo.

Perciò non dobbiamo odiare la vita, ma affrontarla tramite la forza dell’amore.

Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, quello che più conta della vita, l’importante è esserci in qualsiasi posto.

“Io Vivo già Morto”- introduzione… di Marcello dell’Anna

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Il nostro Marcello Dell’Anna di cui abbiamo già pubblicato nel corso di questi mesi, in tre puntate, il testo “Regime penitenziario” (oltre a tanti altri pezzi, articoli, riflessioni), ci ha inviato un altro suo testo, dal titolo:

“Io Vivo-Già Morto”
La “pena di morte viva” in Italia
L’ergastolo ostativo

Questo testo comincia con delle “Riflessioni personali” a mo di introduzione. Riflessioni che fanno capire la portata morale e intellettuale del testo di Marcello.

Marcello, trasferito nel carcere di Badu e Carros a Nuoro, da fine luglio dell’anno scorso, è una persona che simboleggia il cammino di trasformazione in carcere. Incarna alla perfezione le infinite possibilità del cambiamento umano. Nel tempo si è appassionato alla cultura, e si è dedicato totalmente allo studio, fino alla laurea. La seduta di laurea la visse da “uomo libero”; ricevendo un permesso di 14 ore senza scorta.

Marcello ha scritto libri, ricevuto encomi ed apprezzamenti. 

In lui si percepisce quel rinnovamento esistenziale che è una fioritura di nuovi valori nell’essere. La sua è stata una “riscoperta della vita” da tutti i punti di vista. Prima di lasciarvi alla lettura di queste “Riflessioni”, cito un brano dal testo che leggerete:

“A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri. E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…”.

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Riflessioni personali

Ergastolo….

…. E’ ovvio che per essermi meritato una simile condanna, i miei reati siano stati gravissimi. Però, per quanto siano gravi i reati che ho commesso – e per quanto mi abbiano segnato in maniera irrimediabile- essi sotto il profilo temporale rappresentano comunque solo una frazione  infinitesimale della mia vita: la mia condanna. Fine pena MAI riguarda infatti reati che ho commesso tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Il confronto con la realtà di oggi, invece, ha aperto nuovi scenari e infiniti interrogativi nella stessa misura in cui i titoli di studio conseguiti hanno spalancato in me canali di luce schiarendomi le ombre e illuminando la mia esistenza. Luce che anche oggi continua ad indicarmi la strada e che, per quanto faticosa sia, gli interessi culturali sono così abbaglianti tanto da arrecarmi un appagamento interiore.

Le circostanze passate mi hanno spinto a pormi molte domande alle quali credo di avere risposto nel modo migliore. E seppure il mio cammino sembra ricolmo di insidie, ciò contribuisce a maturare lo stato di cose attuale e, nell’immediatezza, l’evidente crescita culturale non lascia margini di dubbio. Mi auguro di vivere a lungo perché mi piace sottolineare che sarà il tempo a cristallizzare il responso sull’opera di domani.

L’errore “di un tempo” è stato annientato dalla riflessione, così come l’ignorante e l’arrogante “d’antan” ha lasciato il posto all’umile studente di oggi.

Del mio passato, tutto è diverso, perché tutto è cambiato e se nulla è più come prima, lo devo a me stesso; al mio senso critico; alla voglia di rispondere alle infinite domande che quotidianamente affollavano la mia mente; ala voglia di guardare in faccia i miei cari facendolo a testa alta.

Sono certo che questa mia “metamorfosi” contribuisca a riparare alle mie sciagurate azioni di un tempo. I sacrifici ripagano sempre e ritengo un vanto potere affermare che giorni, mesi e anni ingobbito sui libri di scuola hanno rivoluzionato e fatto crollare tutto ciò che di inutilmente nocivo albergava in me.

Oggi, guardandomi indietro, mi sembra incredibile che io possa essere stato diverso di come invece sono diventato. Ma tant’è!

Sia chiaro però che, ponendo l’accento su quel pugno d anni che hanno segnato per sempre la mia vita, non intendo affatto accampare scusanti o giustificazioni, o peggio ancora ridurre le mie responsabilità. Intendo solo rivendicare il mio umano diritto a non riconoscermi soltanto in quel giovane ragazzo che, oltre 20 anni fa e per tutta una serie di circostanze estreme e irripetibili, si è ritrovato a compiere atti che ora paga amaramente. E pagare non significa soltanto scontare, giorno dopo giorno, una condanna lunga come tutta la vita che hai davanti. Pagare vuol dire anche  convivere con un peso sulla coscienza che il trascorrere del tempo non riesce ad allentare, perché ti insegue giorno e notte, impedendoti di dormire serenamente anche quando sei stanco morto. Per quel che mi riguarda, è come se non fossi mai veramente solo: ho come la sensazione di vivere fianco a fianco con il rimorso per la gravità delle azioni che ho commesso. Come in una sequenza fotografica proiettata all’infinito, le immagini di quegli atti si ripetono nella mia mente. E poi il processo, lo sguardo delle persone “insopportabile” da reggere. Un brivido di dolore e un forte senso di colpa ogni volta che ci ripenso e ciò avviene troppo spesso… Non si può rimediare del tutto al reato commesso né pretendere il perdono delle persone coinvolte. Si può soltanto sperare di raggiungere un equilibrio interiore per cercare di diventare persone migliori, e, questo può essere realizzato solo tentando  un approccio per essere ascoltati… Se oggi scrivo cose così intime e delicate, non è per impietosire qualcuno (per nulla al mondo strumentalizzerei così meschinamente le sofferenze altrui) ma lo faccio per farvi capire quando sia pesante il conto che il carcere e la propria coscienza presenta a tutti. E sono anche certo che non esistano pene in nessun ordinamento giuridico che siano in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obiettivo di cancellare il dolore dalle eventuali vittime dei reati.

Nelle mie considerazioni sul fatto che mi trovo in carcere, io e la mia vita spezzata veniamo per ultimi: ed è giusto così, perché in fondo… “io me la sono cercata”. I miei cari invece non fatto nulla, ma proprio nulla, per meritarsi il dolore, l’angoscia e i mille disagi materiali e morali che gli ho procurato. Vorrei che questo messaggio passasse senza volere sminuire in alcun modo la responsabilità delle mie azioni, senza cercare giustificazioni, senza avere un atteggiamento vittimistico. Non per usare captatio benevolenti o sterili frasi ad effetto, ma la mia vita, e soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quanto sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Vorrei francamente convincervi in tutta buona fede che tutto il grappolo dei miei comportamenti antigiuridici si è diramato come una fallace conseguenza e concatenazione di episodi antigiuridici  figli di una stessa madre ovvero quella associazione criminale volgarmente ma efficacemente denominata nelle sedi tribunalizie come Sacra Corona Unita. Associazione criminale che di Sacro non aveva assolutamente nulla e, in termini attuali, la ritengo francamente una oscenità giuridica e civile. Giungere oggi alla persona che sono e  non a quella che ero è stato per me la rescissione radicale di rapporti, relazioni, brame di facile arricchimento, abbandonando una certa forma mentis e certe logiche deviate e devianti che hanno prodotto come risultato la distruzione quasi totale della mia vita. Ho ritenuto di riappropriarmi di quanto è possibile riappropriarsi della propria esistenza, dei propri affetti famigliari e della propria dignità. Oggi ho preso piena e totale coscienza di quanto fatto, e, quindi, dello scotto che ho dovuto giustamente pagare.

In tutti questi anni ho avuto il tempo per cercare dentro me quelle “risposte” sul perché “oggi” sento il dovere di poter parlare di giustizia per la giustizia. La migliore forma di giustizia è quando la società contribuisce a guarire coloro che “ieri” si sono trovati ad infrangere le regole e che “domani” possono ritornare con una visione diversa sentendosi anche loro parte integrante della società sana e onesta. 

Il problema che più scoraggia la società e tutti gli addetti ai lavori, è bene dirlo, sono le realtà poco felici di coloro che approfittano per ritornare ad essere peggio di com’erano prima. In qualunque ambiente  ci sono le realtà  negative. Allora domando: perché bisogna sacrificare i vari tanti per i vari pochi? Se ognuno di noi volgesse lo sguardo verso i migliori si ridimensionerebbero da soli anche i peggiori…

A cosa può servire emarginare questi luoghi quando prima o poi l’emarginato d’oggi si ritrova in mezzo alla “folla” di domani? Come emarginato può costruire solo un piccolo e misero bagaglio negativo che, gioco forza, “domani” porterà e userà fuori in mezzo alla società.

Invece la società può e deve rappresentare un’alternativa al passato, mentre il detenuto sta scontando la sua pena. Serve che la società tenda  ad eliminare le condizioni che favoriscono quei comportamenti devianti agendo efficacemente sulle cause e non, come solitamente accade, enfatizzandole e lasciandosi “travolgere” dagli effetti.

La società è la madre dei propri “figli”.. ed è da dentro il carcere che si possono dare quelle risposte concrete a quella “domanda” sempre più crescente e legittima di sicurezza per tutti i cittadini. Diversamente, quando arriverà il fatidico giorno, colui che ritorna libero rischia di sapere fare meglio solo quello che “sapeva fare prima” perché nessuno ha “saputo” offrirgli quell’alternativa che probabilmente lo potrebbe levare da quell’ambiente che lo aveva visto protagonista in negativo.

Ma per “vivere” l’alternativa serve che lo stesso detenuto sia fortemente motivato, disponibile a rimettersi in gioco e a ripartire; e ciò può avvenire quando ognuno di noi è in grado di riconoscere e risolvere costruttivamente e positivamente i problemi del presente in prospettiva del futuro.

Sono fermamente convinto che il  più efficace deterrente per la sicurezza dei cittadini sia principalmente investire con coraggio nella fiducia di quanti come me hanno  conosciuto il male e si sono incamminati verso il bene. Di quanti come me intendono il carcere non uno “squallido parcheggio” ma un “filtro rigeneratore”: Ma tutto ciò può avvenire solo se la Società civile non assuma le sembianze di un “gigante” che divora i propri “figli”… ma accolga nel suo “seno” quanti sono usciti dal proprio “grembo”:

Si dice che a sbagliare non si è mai da soli, ma si rimane nel momento in cui si deve pagare. Purtroppo tutti ci siamo trovati di fronte a dei bivi e non sempre si è avanzato nella direzione giusta ma, anche attraverso una realtà negativa, si può e si deve trovare l’occasione per cercare la sua parte positiva e anche gli errori, se è così, servono per crescere ed emanciparsi.

Non va dimenticato, inoltre, che dentro il carcere ci sono persone che hanno commesso degli errori e persone che hanno subito degli errori e l’errore più grave sta nel convincersi che sia gli uni sia gli altri diventino, “d’ufficio”, la casta dei pari, per un verso, e gli irrecuperabili per l’altro.

La vita ci lancia continuamente guanti di sfida, temprando i più forti, fiaccando i più deboli, questa vita che non risparmia nessuno e nessuno può penetrare gli arcani. Ed è proprio il mistero della vita stessa che dovrebbe renderci più u mili, farci capire la nostra fragilità su tutto quello che ci accade e che ci circonda. Anche per questo non dobbiamo mai sentirci arbitri degli altri ma solo di noi stessi. 

Il detenuto, mano a mano che passano gli anni, avverte sempre di più il peso ed i “morsi” della solitudine. Oggi, dopo tanti anni, non mi sento solo. Forse tutto questo è servito a farmi riflettere, a farmi crescere e a farmi capire e vedere cosa c’è dentro di me, ma, soprattutto, cosa mi mancava e cosa stavo cercando.

In carcere ho vissuto un lungo periodo dove la condizione di solitudine era determinata dal regime stesso a cui si era sottoposti. Sentivo sempre la mancanza di qualcosa che mi permettesse di potere contrapporre me alla solitudine. Mi mancavano quelle motivazioni che danno altri sentimenti”!

A cosa serve il tempo se non lo si impiega in prospettiva di qualcosa? E’ il tempo l’ancora che permette di ritrovare se stessi e in carcere con il tempo costruisci tutto. Anche in carcere la vita passa, ma nulla dipende da te, tutto dipende dagli altri. Solo il tempo dipende da te, solo il tempo è tuo. L’importante è non farselo togliere dal “primo venuto” perché è con il tempo che si costruisce tutto ciò che serve per poter dire che la civiltà deve essere uguaglianza, parità di diritti , rispetto delle regole e rispetto per gli altri.

E’ solo così che il carcere con la sua solitudine diventa il punto di arrivo del proprio passato e il punto di partenza per il “verde” futuro. Sì, proprio in quelle “mura”, fatte soprattutto per togliere e non per dare. Oggi vedo con “nuovi” occhi che mi permettono di poter guardare oltre quel “muro”, altrimenti perpetuamente infinito, che per tanti anni ha rappresentato una barriera che mi impediva di “guardare” fuori, mi impediva di sognare, mi impediva di vivere…

Tra mille difficoltà e diffidenze credo che anche in carcere, dove tanto “ossigeno” che si “respira” è fatto di ferro e cemento, può nascere la speranza che permette di sentirsi vivi… vivi dentro. Anche chi è privo della libertà, come da tanti anni, può fare delle scelte: io sono riuscito a ritrovar me stesso, e con me stesso ho scelto di rinascere e crescere divenendo una persona diversa e migliore di quella che ero, attraverso lo studio, il lavoro, l’amore per la mia famiglia. L’AMORE: sentimento e vocazione per cui vale veramente la pena di combattere ogni anno della propria vita.

Da qui la necessità di un rinnovamento, una rinascita che coinvolge l’essenza più intime dell’essere in senso socialmente positivo e produttivo. Queste riflessioni vogliono essere un ulteriore, totalmente produttivo e altruistico gesto della mia vita. A voi amici lettori porgo il frutto di queste riflessioni maturate in questi anni di carcere.

Immobili, eppure senza radici… di Grazia Paletta

La nostra Grazia Paletta, sulla scorta del recente episodio dello smantellamento dell’intera sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto, ha scritto un testo, che  va al di là della vicenda cconcreta, per parlare della non vita di territori carcerari, dove uomini si aggirano con regole proprie, appaiono e scompaiono come in certi film del cinema muto, parole retoriche sono la chimera che si dissolve come il vapore sui vetri, e tranne pochi casi, è soprattutto la resistenza personale a evitare la deriva… l’incipit di Grazia è potente ed emblematico..

“immobili, eppure senza radici”.

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Immobili, eppure senza radici.

Come una pianta adagiata sul cemento alla quale non viene concesso di affondare i filamenti nella terra per nutrirsi e alla quale è impossibile trasmettere la linfa vitale ai propri germogli, promesse di vita, perché le radici non la possono alimentare.

E non sono neanche in balia del vento, perché lì il vento non esiste, altrimenti esisterebbe il cambiamento che ad esso è connaturato, in quanto è il vento ad annunciare l’arrivo della nuova stagione, o di un imminente evento metereoligico.

Ma lì è inutile cambiare.

Non sono in balia delle acque, la doccia prevista e concessa è rara quanto preziosa, anche con il termometro a 40°, quindi anche la “purificazione” è un’utopia.

Non possono affidarsi al divenire, dato che per loro non è previsto un futuro, non possono avere un passato, quello è da dimenticare.

Viene concesso uno sfumato presente con cui difficilmente possono interagire e sul quale non hanno la minima capacità decisionale e definire la loro collocazione spazio-temporale come un’invisibile tonalità  del nulla è solo un eufemismo.

Eppure esistono: 1500 o forse 1700, non si riesce a capire, sono tanti comunque e sarebbero troppi anche se ce ne fosse solo uno.

I “Fine pena mai” paiono essere una prerogativa del Bel Paese, un triste fiore all’occhiello di cui la maggior parte della gente ignora l’esistenza. Per loro non è prevista riabilitazione né reinserimento, intanto moriranno lì dentro e quindi sarebbe tempo sprecato, non sono concessi né tantomeno previsti privilegi, permessi o altra minima agevolazione consentita normalemnte dalla legge per i detenuti normali, perché loro  non sono normali, sono “ostativi”, i peggiori, i più pericolosi, quelli da nascondere e ignorare per sempre, eternamente colpevoli.

Eppure nessuno si prende la briga di eliminarli definitivamente, estrema decisione che almeno conferirebbe dignità ad uno stato demagogico,  questo andrebbe a macchiare il nostro alto grado di civiltà, e invece pare sia più funzionale restituire alle persone il senso di sicurezza derivante nel tener rinchiusi per sempre i capri espiatori responsabili del “male” sociale.

Ed ecco quei 1500/1700 uomini, né vivi, né morti, relegati ad un limbo senza tempo e senza dignità che neanche il peggiore dei demoni meriterebbe.

Ma il “non previsto”, elemento nascosto in qualsiasi macchina sociale anche la più perfetta-e c’è da sottolineare che la nostra “perfetta” non è- emerge e si fa strada nel momento in cui qualcuno dei “sospesi” decide di ritrovare la sua connotazione umana.

E allora decide di vivere comunque, con lo sguardo alzato, rendendosi degno di far capolino da quella falla della struttura giudiziaria che è l’ergastolo e dimostrare a sé stesso e agli altri che è un uomo adeguato alla sua natura umana, portatore di cambiamento, capace di adattarsi e di crescere come persona anche nelle peggiori condizioni.

Quindi abbiamo numerosi “Fine pena mai” che leggono, studiano, scrivono, intessono relazioni, si occupano dei compagni, si fanno carico di problemi altrui e addirittura mettono radici là dove il territorio non è loro. Sanno bene di doversene stare in galera fino al termine dei loro giorni e non possono neanche “affezionarsi” alla loro galera, troppo umano, rischierebbero di dimostrare il loro cambiamento.

Non devono, sono relegati alla colpa per sempre, immobili e senza radici.

E quando il processo d’integrazione alla vita diventa palese, per impedire che si inizi ad avere memoria di loro vengono “allontanati”, trasferiti all’improvviso, non si sa dove, non si sa perché.

In meno di un mese sono stati “dispersi” in altre carceri italiane gli ergastolani di Bologna e ora quelli di Spoleto e, pur non volendo pensare che vi sia una volontà feroce e senza scrupoli a immaginare e poi contestualizzare queste azioni “legali” del nostro stato, mi domando solo quanto tempo impiegheremo a ritrovarli…

e quanto ne impiegheranno loro, ad avere il coraggio di ricominciare.

Spero solo che siano così forti per continuare quello che hanno iniziato insieme altrove, andando magari a porgere la mano a qualcun altro di loro che, nel silenzio, era  rimasto solo.

 

La tribù… di Giovanni Arcuri

Giovanni Arcuri -detenuto a Rebibbia- e nuovo amico comparso in questo anno, non è mai superficiale, e non parla mai solo di se stesso e del carcere, ha questa spinta di conoscenza che lo porta ad avventurarsi nel mondo, a riflettere, cogliere le sfumature, affrontare le zone ambigue del presente, della storia, della mente e dell’animo umano e su di essere scrivere, per il piacere di scrivere e per il piacere di comunicare.

Ecco un suo interessantissimo pezzo, che in pratica è una lucida disamina… del conformismo. 

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LA TRIBU’

Siamo arrivati al punto di dovere affermare che la mediocrità e l’anonimato sono le scelte migliiori.

Se agirai così non avrai grandi problemi nella vita.

Ma se tenterai di essere diverso…

Chi esce dalla mediocrità ed ha successo sta sfidando la legge e deve essere punito.

La gente dovrebbe fare più spesso quello che desidera realmente e non quello che le convenzioni impongono. Purtroppo si rischia di camminare sulla lama di un rasoio, perché ciò non fa piacere a chi gestisce il grande spettacolo.

Per loro la gente diversa dal gregge è pericolosa. Appartiene ad un’altra tribù, potrebbe insidiare le loro terre, le loro donne e, cosa ancora più grave, intralciare i loro obiettivi.

Dobbiamo sposarci, avere figli, perpetuare la specie.

Poiché facciamo parte di una società organizzata, si deve accettare di lavorare in un campo che detestiamo, ci dobbiamo alzare tutti i giorni alla stessa ora e fare sorrisi di cortesia: se tutti facessero ciò che desiderano, il mondo non andrebbe più avanti.

Abbiamo l’obbligo di acquistare e indossare gioielli e status symbol: essi ci identificano con la nostra tribù, proprio come i percing connotano una tribù diversa.

Dobbiamo esser divertenti e trattare con ironia quelli che esprimono  loro sentimenti,  per la società è un pericolo lasciare che un membro manifesti ciò che sente.

E’ fondamentale evitare fortemente di dire: <<No!>>, giacché risultiamo più graditi quando diciamo <<Sì!>>, e questo ci permette  di sopravvivere in un ambiente ostile.

Ciò che gli altri pensano di noi è più importante di quello che sentiamo noi.

Non bisogna mai suscitare scandali: si potrebbe richiamare l’attenzione di una tribù nemica…

Se si ci si comporta in maniera diversa si verrà espulsi dalla società perché si potrebbe contagiare gli altri e distruggere tutto ciò che è stato organizzato con grande difficoltà e dovizia di particolari.

Dobbiamo sempre avere presente lo stile che deve caratterizzare la nostra vita nelle nuove caverne: se non ne abbiamo uno, consulteremo un decoratore o un arredatore che sfrutterò le migliori soluzioni del mercato per dimostrare agli altri che abbiamo gusto.

E’ opportuno mangiare tre volte al giorno anche se non abbiamo fame. Dobbiamo digiunare o quasi, quando violiamo i canoni della bellezza, anche se questo ci porterà ad essere affamati.

Dobbiamo vestirci secondo i dettami della moda, fare all’amore con o senza voglia, uccidere in nome delle frontiere e degli interessi economici non sempre ben occultati dai media. Augurarci che il tempo passi in fretta e arrivi presto il pensionamento, anche se ultimamente non c’è più certezza nemmeno in questo, esodati docet…; eleggere i politici, lamentarci per il costo della vita, andare nel locale giusto, maledire coloro che sono diversi, frequentare le funzioni religiose la domenica, o il sabato, oppure il venerdì, a seconda della nostra fede. E lì chiedere perdono per i nostri peccati, riempirci di orgoglio, perché abbiamo la verità e disprezzare l’altra tribù che adora un falso Dio.

I figli devono seguire le nostre orme: in fin dei conti siamo più vecchi e conosciamo il mondo.

Dobbiamo conseguire sempre una laurea, anche se non troveremo mai un lavoro nel campo in cui ci hanno obbligati a scegliere la nostra carriera.

Dobbiamo studiare cose che non ci serviranno mai, ma che qualcuno ci ha detto che era importante conoscere, algebra, trigonometria, e l’economia dei paesi produttori di materie prime.

Non dobbiamo mai rattristare i nostri genitori, anche se ciò significa rinunciare  a tutto ciò che ci rende felici. Dobbiamo ascoltare musica a basso volume, parlare sottovoce, piangere di nascosto, perché così hanno deciso i gestori del circo, coloro che hanno dettato le regole del gioco, l’idea del successo, la maniera di amare e l’importanza delle ricompense e del compromesso.

L’alternativa? Dimenticare ciò che si pensa di essere per potere diventare ciò che si è.

 

Vivere l’ergastolo.. di Antonio Gallea

Certi testi hanno la forza di una intensità straordinaria.

Antonio Gallea, ergastolano, “residente” a Secondigliano. Detenuto da 23 anni.

Quello che leggerete è un estratto di una lettera che Antonio ha scritto alla nostra Monica. 

Dolcezza e amarezza inesorabile scorrono, come in film, dove ancora si cerca, sole vento, dietro i ferri e il cemento.

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Io ho compiuto i 55 anni il 26 aprile e sai cosa ho potuto dire a me stesso? Se sono qui a festeggiare i compleanni (con gli amici a cena abbiamo fatto una festicciola nella mia stanza) non è un male perché significa che sono ancora vivo, a differenza di tanti altri che non ci sono più, io sono ancora qui. Basta questo per trovare ancora la forza e il coraggio per affrontare la vita;in questi posti è la vita stessa che mi sprona a continuare a proseguire nel mio cammino come se fossi in cerca di una certa qualcosa che non so, ma non mi fermerò finché non l’avrò trovata dovessi rivoltare il mondo ai poli… tu vorresti sapere come si vive con l’ergastolo addosso, come posso parlarti di una non vita, devo farti diventare triste? La morte è già dentro di noi poveri disperati, quella che viviamo non è la nostra vita ma la vita di tutti coloro che pesantemente ci schiacciano l’anima e ci impediscono di innalzare i pensieri… Non si può raccontare il movimento dei sentimenti che avviene sotto una lapide di marmo perché ci trovi solo quelli che furono e mai quelli che saranno. Esseri viventi le cui ossa non fanno più ombra, questi siamo noi, pezzi di legno che fanno parte dell’arredamento del carcere. Fossilizzati in quel torno di tempo che non ci appartiene più il pensiero cozza le contraddizioni del presente rivolto soltanto al passato. Questo è la vita di chi è costretto a rimuginare su ciò che era… senza poter sperare in ciò che sarà… alla fine non sa più nemmeno che cos’è… si vive in purgatorio come anime sospese in attesa della chiamata definitiva. Il tempo si dice accomoda tutto, sono passati i tormenti che ho passati una decina di anni fa, adesso accetto con rassegnazione lo scorrere del tempo senza illusione mi godo quel poco che resta della mia vita. Soffro di una malattia che non so definire il nome ma la sento e cioè:

succede immergermi nel pensiero di una passeggiata in riva al mare e avere la sensazione piacevole di sentire l’acqua salire per le caviglie, oppure sentire nelle narici l’odore della brezza marina… come tante altre cose che vivo come se realmente li avessi presente, l’immaginazione è così sviluppata da far sembrare reale qualsiasi pensiero e a volte questo mi spaventa perché quando dovrò affrontare la realtà vera della vita non so chi dei due rimarrà indietro! Cioè la rappresentazione del presente sarà omologa ai desideri costruiti dalla mente? Sarà tutto un enigma che da solo non potrò mai risolvere. Lascio perdere, un giorno scriverò la mia storia. Ed è proprio la storia che va rivista con il senso critico del cambiamento capace di sviluppare un presente proiettato in avanti.

<< Bisogna guardare in faccia il passato e, attraverso la conoscenza innalzarsi sovr’esso idealmente promuovere una nuova azione e nuova vita. Invece di lamentarci e di vergognarci per gli errori che abbiamo commesso, esaminiamo l’accaduto, ne indaghiamo l’origine, ne percorriamo la storia e, con informata coscienza, seguendo l’intima ispirazione disegniamo quel che ci convenga o ci spetti di fare, e ci accingiamo, volentieri ed elacri a farlo. Il movimento fondamentale del mio pensiero è cambiato rispetto a 23 anni fa, come quando un pittore passa da una tendenza all’altra>>.

Monica mia, rigenerarsi questo bisogna fare, in ognuno di noi c’è una parte di bene e una parte di male che estremizzati possono “imbruttire o divinizzare” ma io ti dico che se non conosci il male non conosci neanche il bene, bisogna far coincidere il sorgere del più gran bene con la liberazione del più gran male. Questo è il mio pensiero. Ma a che serve? A niente, è soltanto una verità accettabile ovunque essa sia vissuta. “la cosa peggiore che si possa augurare a un uomo è il non essere in pace con se stesso.

Contingenza annunciata.. di Giovanni Arcuri (seconda parte)

Pubblico oggi la seconda parte (per la prima vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/) di questo testo assolutamente straordinario.. Contingenza annunciata.. scritto dall’ultimo, in ordine temporale, degli amici venuto ad aggiungersi alla squadra del Blog.. Giovanni Arcuri detenuto a Rebibbia.

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati.  La sua vita è stata turbolenta, appassionata, spinta all’eccesso e alla caduta da un’insopprimibile esigenza interiore che lo faceva ribollire dentro, fin da giovanissimo. Il carcere poi piombò nella sua esistenza, come dimensione di sofferenza estrema, ma anche di risveglio e di ripensamento.

Il testo di cui oggi pubblico la seconda parte, è particolarme emblematico riguardo a tutto ciò. Ancora più della prima parte, che già era intensa e splendida. Schizza, con impressioni rapide unite a riflessioni intimissime, il succedersi di spazi di anima e di viscere, che ti entrano dentro e risuonano di tutti i sogni, i pianti, i dolori, le visioni che un uomo vive dietro le sbarre.

Ed è anche un canto della scrittura, un omaggio allo scrivere, non parole retoriche, ma incaranto delle stesse spinte che animano chi scrive, Giovanni appunto. Il carcere è diventato il luogo della sua scrittura. Due libri pubblicati.. un terzo che aspetta di esserlo. La notte, quando il sipario si apre, ed entra una gloriosa, tormentata, dolce, straziata e appassionante magia. Che può conoscere solo chi, almeno una volta nella vita si è cimentato nel foglio bianco, mentre muri, freddo e rabbia lo cingevano d’assedio. E in quel foglio cercava di fare vivere la speranza e la memoria, mentre tutto intorno i passi sembrano celebrare la disperazione.

Ed alcuni momenti vengono scolpiti.. violenti come il miglior cinema. Quando l’araldo, ad esempio -colui che apre la busta della lettera davanti ai detenuti- si trasforma in un demone. E sente il godimento sadico di assaporare tutto il caleidoscopio vorticoso di emozioni che percuotono Giovanni, mentre la mente si accalca coi pensieri intorno a quel pezzo di carta. Chi è che lo invia? Cosa c’è scritto? Forse potrebbe esssere..ecc… E l’araldo gode, dinanzi al volto posseduto dell’emozione del detenuto, di un briciolo di potere sull’anima, prima di riprendere il suo cammino.

Realtà, sogni, incubi e speranze si michiano – con un andamento soffuso e tagliente insieme- in questo grandioso pezzo, degno della migliore letteratura.

Vi lascio a Contingenza annunciata.. seconda parte.. Giovanni Arcuri.. Rebibbia.

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L’esperienza della detenzione è distruttiva, a qualunque ceto sociale si appartenga. Si abbatte come un ciclone su chi vi finisce dentro e su tutti quelli che sono a lui legati affettivamente.

Colpevole o innocente non ha importanza, si è tutti sottoposti agli stessi meccanismi ed alle stesse pressioni. Lo sono anche i nostri familiari, e quindi gli affetti in generale che pagano un prezzo molto alto.

A volte, se la pena da scontare è lunga, si riesce a salvare ben poco.

Il rapporto che il carcere impone con i familiari, e più in generale con i propri affetti, è difficile da descrivere. Nel senso che ci si espone emotivamente su argomenti che provocano sofferenze ed eccessivi coinvolgimenti personali.

L’affettività, quel bisogno irrinunciabile dell’uomo in tutte le sue espressioni, viene soppressa dal carcere con risvolti a volte drammatici.

Si incrinano convincente di anni, proprio perché la totale mancanza di manifestazione affettiva scava nel profondo, pone interrogativi esistenziali, e fa emergere con violenza quel diritto di vivere e quei bisogni che il carcere inesorabilmente impedisce.

La mia vita all’interno del carcere di Rebibbia, dove sono detenuto, è passata per numerose fasi. Dopo lo shock iniziale, ho cominciato a capire che, dovendo trascorrere molti anni in queste condizioni, dovevo trovare degli interessi per non morire interiormente, e mantenere un equilibrio mentale.

Mi sono dedicato alla scrittura fin dagli inizi della mia detenzione e sono riuscito a pubblicare due libri. L’ultimo, Libero dentro, è uscito pochi mesi fa. Per la mia autobiografia ho impiegato quasi tre anni ed ora è finalmente terminata. Ho deciso però di pubblicarla solamente quando  sarò un uomo libero. Scrivere è un lavoro solitario, un lavoro che richiede disciplina, immobilità (fino a provarne il dolore nei muscoli e sul collo…) e concentrazione. Tuttavia il lavoro dello scrittore comporta nello stesso tempo una maledizione e una benedizione. La prima è rappresentata dalla pagina bianca, la seconda dal fatto  che quel biancore accecante può essere riempito in qualsiasi parte del mondo. Basta un tavolo, una sedia, una presa di corrente e una connessione a internet e molta fantasia. Solo chi si trova ad affrontare la pagina bianca può capire quanto grande o quanto piccola possa essere, a seconda dei casi. Quanto pesi o quanto possa essere leggera. E c’è un momento, quando infine le parole sono fissate sulla carta, quando il foglio ha tutte le sue formichine sopra, che sollevo gli occhi e vorrei poter guardare il mare per cercare il suo riflesso.  Nell’attesa  di vederlo, mi limito a guardare fuori dalla finestra della mia cella e spesso immagino quel mare che vorrei avere come scenario del posto dove mi piacerebbe lavorare. Per uno scrittore o un musicista, sviluppare un lavoro di qualità non è sufficiente. L’importante è che la sua opera non finisca ad ammuffirsi in qualche scatolone o cassetto di qualche casa editrice. E in quel caso conta molto anche la fortuna.

Paradossalmente ho iniziato l’avventura di scrittore tra queste quattro mura. Non sapevo all’inizio quanto tempo mi avrebbe preso farlo, anche perché tempo a disposizione  ne avevo molto.

E’ quasi sempre nella notte che comincio a scrivere, poco a poco i rumori vanno scemando, il gracchio dei televisori svanisce quando si passa la mezzanotte e un’atmosfera quasi magica pervade le mura della mia cella. Metto su l macchinetta del caffè e comincio a scrivere. Tutto questo riesce a darmi una sensazione inimmaginabile di libertà. E’ nella notte che si entra nella dimensione interiore dell’ispirazione, della riflessione e purtroppo anche dei rimpianti e della sofferenza. Quando scrivo però non sono più qui, vivo con i miei personaggi, le loro storie e le loro emozioni e sofferenze. Spesso i luoghi sono paesi dove sono stato e conosco quindi nei dettagli gli usi, i costumi, e l’ambiente in cui la vicenda si svolge. Probabilmente in stato di libertà, preso da così tante cose non sarei mai riuscito a scrivere due libri e un’autobiografia. Da questo punto di vista il carcere è stato per me un luogo dove riuscire a mettermi in discussione ed ottenere delle soddisfazioni personali che all’inizio del mio percorso non avrei mai immaginato.

Come dicevo, di solito scrivo nella notte ma oggi ho fatto un’eccezione e sto elaborando il pezzo per il Premio Goliarda Sapienza in orario pomeridiano, un orario dove comunque di solito ci si riposta.  In questo momento sono solo le quattro del pomeriggio, la conta è passata alle 15:30, e non ho sentito nessuno chiamare, ma il rumore dei passi udito precedentemente ora è sempre più forte e vicino. Dedico più attenzione a quello scalpiccio invisibile per vedere che cosa succede. Regolo il volume della radio al minimo per percepire meglio il ritmo. Ascolto, cerco di comprendere, di anticipare gli eventuali sviluppi, in modo da non trovarmi impreparato ad affrontare la contingenza annunciata da quei passi.

Spesso, da fuori delle mura del mio carcere si sente il canto degli uccellini che, con le loro melodie, contribuiscono a formare l’insieme invisibile ma palpabile della vita, la vera vita che scorre lontano, ma che purtroppo non mi trascina con sé, che mi dà soltanto la gioia di affacciarmi alla finestra e guardarla scivolare.

Alcune mattine mi sveglio presto al canto di quei volatili, e mi immagino di trovarmi in campagna, nella grande casa dei nonni materni vicino Roma, dove trascorrevo le mie vacanze estive quando avevo otto anni. Passavo tutto il giorno in mezzo agli animali, mi arrampicavo sugli alberi e mangiavo i frutti appena maturi.

A volte rimango fino all’ora della conta in questo stato quasi ipnotico e dimentico di trovarmi dove sono. In carcere basta poco per essere felici, ci si accontenta dei sogni e si viaggia con la mente.

Tra i tanti sogni c’è quello che una mattina l’agente, mentre mi apre la porta alle otto e trenta, mi dica: <<Prepara la roba, sei liberante…>>. Non succede mai, ed io continuo a straziarmi nell’illusione del sogno.

Sono avvolto dallo stesso strazio, adesso che ho abbassato la musica per sentire nel corridoio vuoto i passi interminabili.

I passi non si sono ancora fermati, dove staranno dirigendosi?

Forse continueranno per l’eternità come il tic tac dell’orologio. Non è l’ora della conta, rifletto guardando l’orologio, è quasi l’ora della posta, a volte l’anticipano.

Quei passi potrebbero essere il messaggero che porta notizie, che, belle o brutte che siano, arrivano sempre attraverso lo stesso corridoio che fende silenzioso l’umanità della gente rinchiusa.

L’agente si ferma davanti il mio blindato. C’è posta per me, notizie da fuori, dalla vita vera.

Dovrei essere contento di essere ricordato da vivi, attraverso la lettera che l’impersonale agente si appresta ad aprire.

L’araldo conosce bene il suo mestiere, sa leggere le facce, l’attesa, il dolore.

Strappa al rallentatore l’angolo della busta, mentre io, con la mente cerco di premere il pulsante dell’accelleratore e con gli occhi sbircio il nome del mittente.

Mi vede aggrondare la fronte dall’impazienza perché non sono riuscito ad identificarlo, e così si sente ripagato. Il disturbo della sua camminata cerca la ricompensa nella mia faccia tesa, ed ora l’ha trovata. Guardo la sua faccia e tremo: ha assunto lineamenti spaventosi, ha gli occhi rossi e le orecchie appuntite, o è solo una mia impressione dovuta al gran caldo.

Riconosco la calligrafia ordinata e pulita di mia sorella e leggo velocemente  la solita introduzione che, terminata, lascia spazio al resto della lettera, fatta di parole consolanti, e di suoni terribili. Leggo, ma mi sembra di udire le parole scritte, il suo singhiozzo invade la mia cella.

Il mio migliore amico, leggo, è morto, e lei, che lo ha visto crescere insieme a me, piange. Mi appaiono immagini sbiadite, sequenze disconnesse, tempi e spazi alterni, di anni scivolati  in discordanti silenzi, lui, il mio migliore amico ormai morto, ed io che passo il tempo nell’attesa infinita di riprendere a vivere.

Chiudo gli occhi e rivedo la sua vita in pochi secondi, un’intera storia passata in rassegna con la velocità della luce. Noi alle elementari a scuola insieme, al liceo maturandi. Poi il nulla. Io lasciai l’Italia dopo il primo anno di università e vi tornai dopo molti anni, ma solamente per brevi periodi.

Lo rivedevo ogni qual volta tornavo a Roma e parlavamo sporadicamente per telefono.

Gli mandavo cartoline dai luoghi più sperduti del mondo, di cui mi disse ne aveva fatto addirittura una collezione.

Nonostante lo abbia rivisto in alcune occasioni dopo la nostra separazione avvenuta quando avevamo entrambi poco più di venti anni, ora mi accorgo che l’ultimo ricordo che ho di lui è un viso da ragazzo dove la barba era appena spuntata senza uniformità.

Tanti anni sono passati da allora, siamo abituati a misurare il tempo frazionandolo in anni, mesi, giorni, ma quando si pensa ad un amico, un’amante o un parente, si misura ricordando gli avvenimenti più importanti della sua vita, a quel punto divenuti sbiaditi, oppure i lineamenti del suo viso sempre più stanco.

Penso al tempo che è scivolato furtivamente dalla mia vita, e lo spezzo in due periodi; una prima parte in cui il mio amico mi era vicino, presente e vivo; ed un’altra in cui è lontano ma ugualmente vivo, sempre fermo nei suoi vent’anni, eternamente presenti nella memoria.

Questo secondo periodo si compone di molte altre vicende, che hanno come scena il carcere dove sono. Non so se è stato felice o triste, se era amato, oppure odiato. Non so nemmeno come era il suo volto nel momento del decesso.  Ignoro se era magro o grasso, ricciuto o stempiato, sorridente o triste.

Noi in carcere conserviamo sempre un ricordo immutabile di chi muore o di chi è lontano. Ho trascorso questi anni di detenzione ricordando in modo anacronistico i miei amici, i miei parenti, le mie donne. Ricordandoli nella loro gioventù, ormai conservata soltanto da me, e cambierò le loro immagini nella mia mente, soltanto se un giorno potrò sostituirle con quelle reali, soltanto se potrò rivederli.

Nel caos di occhi sinceri, bocche indulgenti e dolci, distinguo persone appartenenti al passato, che una volta riempivano il quadro della mia esistenza.

Tutto si muove incolore, senza un ordine di spazio o di tempo.

Ne riconosco tanti, ma non tutti. Mi salutano, mi sorridono, mi fissano intensamente come l’ultima volta che li ho visti.

Quelli che non ci sono più, come il mio amico, hanno lo stesso privilegio di essere rimasti nella mia mente più giovani e più belli di quello che erano nel momento della loro morte.

Forse è per questo che ora mi sorridono: in fondo desideriamo sempre che gli altri ci ricordino belli e giovani, dopo la nostra scomparsa.

La contingenza annunciata è avvenuta come anche quella della mia vita verso la quale, a differenza del segnale dell’araldo , non avevo colto gli avvertimenti che forse avrebbero impedito questo stato di cose. In ogni caso ora chiudo la lettera e finisco di scrivere per inviarvi il pezzo.

 Giovanni Arcuri

Roma, dicembre 2011

La macchina del tempo.. di Nellino

Il tempo e la disperata tensione a dare ad esso un senso. Una delle battaglie classiche di chi, pur detenuto, vuole vivere senza vegetare

E’ del tempo che parla questo pezzo di Francesco Annunziata.. che ama farsi chiamare Nellino.

Di un vago senso di “eterno ritorno”, che non è vago affatto quando vedi riemergere spartiti che consideravi superati.. da..tempo.

E’ che il tempo che ti sembra imperterrito e inesorabile è un tempo che sembra scavarti la pelle, perchè pare quasi sottrarti un livello dell’essere umano.. ossia.. il “cambiamento nel tempo”.. quell’essere costantemente diversi pur essendo sempre noi, cn la nostra natura intima, ma cangianti con i colori, le esperiene, gli incontri, la vibrazione delle stagioni.

E’ tutto questo che mette duramente a repentaglio il carcere.. il sentirsi uomini in quanto anche portatori del tempo e non sottomessi al ciclo indistinto. 

Il carcere come laboratorio dell’eterno ritorno sembra soffocare la contaminazione degli eventi, e farti sentire uguale. In realtà muti.. ma il muro del tempo di gomma lo senti sempre, o quanto meno spesso.

Un bel pezzo di questo di Nellino.. limpido e incisivo come lui sa essere..

Buona lettura

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La macchina del tempo

In questo istituto è come trovarsi in una grande macchina del tempo. Purtroppo la sua funzione è ferma solo al ritorno al passato. Non esiste il presente e il futuro.

Tant’è che siamo ancora al workman, a livello tecnologico.

Non è di questo però che intendo parlarvi, o per lo meno, non è in questo senso che lo intendo come macchina del tempo.

Tutti noi, credo di poterlo affermare sena ombra di smentite, abbiamo trascorso periodi più o meno lunghi in posti e regioni peggiori di questo. Avevamo anche un diverso comportamento, una diversa età e reagivamo in maniera molto diversa.

Dopo avere superato quel periodo, in maniera più o meno indenne, siamo ora in una situazione quanto meno più tranquilla, o almeno crediamo di esserlo.

Quando ne siamo quasi definitivamente convinti, ecco che puntualmente spunta qualcuno che preme il pulsante del passato, ed eccoci ricatapultati in quei tempi dove la ragione lasciava campo libero alla follia.

Accadono cose che ti fanno ritornare indietro nel tempo, a quando bastava davvero poco, forse troppo poco, per scatenare l’inferno.

Oggi non esiste più l’incoscienza di quel tempo e l’età porta alla ragione, eppure l’accumularsi di certi eventi ti riporta al passato in una maniera disarmante, dove neanche ti credevi di poter arrivare.

Ti fermi a pensare, quando ci riesci, a come sia incredibile questo posto che ha la capacità di riportarti indietro così velocemente.

Agli inizi della pena, quando sei in carcere in attesa di giudizio,  è quasi normale combattere tutti i giorni. Hai tanto da pensare. Il processo da seguire e le strutture sono diverse.

Però, una volta condannato in via definitiva, messoti l’animo in pace, vorresti trovare un pò di pace anche nel fisico e nella mente. Vorresti potere scontare la tua pena in santa pace, senza nessuno che ti venga a disturbare. Avere ciò che la legge prevede ti spetti.. e “SOPRAVVIVERE” senza combattimenti e continui, anche per le più piccole stupidaggini.

Invece ti ritrovi qui, dopo avere scontato 10, 15, 20, 30 anni di carcere, quando ormai sei “in pace”… e  in un attimo ti ritrovi nella stessa realtà di 10, 15, 20, 30 anni fa. Col problema anche di avere una risposta ad una richiesta.

Dove per andare dal dentista devi barricarti.

Dove ti riportarno indietro un fax a sei giorni dall’inoltro perchè non avevi apposto una X su una casella.

Dove fai la doccia 3 volte alla settimana e non tutti i gorni.

Dove non è consentito giocare con le carte francesi.

Dove non c’è scuola se manca la guardia.

Dove non si sa oggi ciò che si farà domani.

Dove è impossibile fare un progetto per il futuro.. come vi ho detto qui il pulsante dl futuro in questa macchina del tempo è rotto.

Vi ringrazio tutti per l’affetto che mi dimostrate con le vostre risposte..

In attesa di leggervi preso vi saluto con affetto.

Nellino

P.S.: una comunicazione di servizio..:-)… per Alessandra Lucini.. ti risponderò prestissimo.. ciao..

Credito d’amore.. di Giovanni Zito

Giovanni Zito ha una ispirazione inesauribile. E’ probabilmente l’autore più prolifico di questo Blog. E tocca vari momenti.. la fantasia e il volo fiabesco, la voglia di lottare, l’ironia e la gigantesca malinconia. Come malinconia e dolore abitano il testo di oggi. E come in altri testi Giovanni segue un filo di discorso, ma allo stesso tempo lo trascende.. senza mollarlo, esso continua ad essere presente e poi allo stesso tempo trasceso. L’amore che riceviamo, l’amore che diamo, le ferite sulla pella, gli attimi di abissale solitudine, e di nuovo amore e ali e di nuovo..

Alla fine c’è anche una sua poesia, molto bella…

Vi lascio a Credito d’amore e alla poesia che lo accompagna, di Giovanni Zito..

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Signori e amici del Blog,

come va la vostra vita fuori?

Qui dal mio mondo non si batte chiodo. Solo le sbarre della mia finestra, due volte al giorno, tanto per essere sicuri che tutto sia al proprio posto.

Vi faccio leggere un altro pezzo. Spero che vada bene. C’è anche una poesia.

Non rimproveratemi se non sono bravo. Lo sapete, sono Giovanni. Ma sono costantemente presente.

Con l’affetto di sempre vi abbraccio. Tutti. Ricchi e poveri, belli e brutti.

Buona lettura.

Giovanni Zito

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UN CREDITO DI AMORE

Questa frase mi ha accompagnato per anni durante i miei spostamenti forzati da un carcere all’altro. Di trasloco in trasloco, dal Sud al Nord.

Il battito del batticuore, che dà grandiosamente e drammaticamente vita a un mondo a parte che è poi paradossalmente il mondo reale di un ergastolano ostativo.

Messaggio dirompente.

L’amore… figli veri, immaginari, cercati e voluti, perduti, ritrovati.

Cercare il battito giusto nei gesti quotidiani.

Un credito d’amore .. non ci si può permettere una distrazione, perchè poi arrivano conflitti che ti tolgono le farfalle dentro al cuore, scompaiono le nuvole sopra il mio angolo di cielo. Così nasce il vortice della nostalgia, dettaglio non di poco conto.

Solo il grumo delle sofferenze quando cessa il battito dell’amore.. si diventa friabili, avvizziti, rugosi.

I sospiri diventano fughe, e ci si fa male nel proprio inferno. I ricordi sono cattivi.

Emotivamente ogni disturbo racconta certamente la vicenda di un dolore individuale, e insieme la storia del dolore di qualcun altro.

Il filosofo Cartesio scrive come un maestro, come uno scopritore, un esploratore. Io invece scrivo come un ergastolano, perchè bisogna dividere ciascuna difficoltà per giungere alla migliore soluzione. Come si dice: quando c’è un lauto pasto, carne e pesce, tutti siamo più buoni, più sinceri. L’amore quante stelle ti fa vedere e toccare. Con il pensiero più dolce del miele, quel gran cuore nato tra i banchi di scuola.

Ma poi tutto cambia quando si decide di raccontarsi. E trovi gli amici, quelli veri che scrivono frasi indelebili. Sboccia il cuore con il battito più vero. Si apre quella vena di parole sincere d’affetto. Cadono dall’anima. Si scrive ogni forma di pensieri. Si comincia a seguire gli altri, quelli speciali, ultimo paradiso.

La mia vita è come uno show. Ci ho messo un pò per equilibrare il mio passo verso la società.. grazie anche a quelle persone che hanno messo le ali al mio vivere da prigioniero nato libero.

Anche se adesso la notte rivedo un mondo più disumano di me, per quelli che vivono come me.. adesso posso solo lavorare di fantasia. Nonostante ciò, con le mie storie mi metto in fondo al corridoio della vostra coscienza, perchè siete voi l’amore di oggi, di domani.. e poi.. chi lo sa amici miei….

Con la stima di sempre vi abbraccio tutti.

Giovanni Zito

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Nel mercato degli schiavi

maledetti rumori di catene

fanculo al mondo che mi vuole rubare

 anche l’anima

Ombre vacanti, cuori pesanti,

quando il paradiso diventa in un attimo inferno.

Anche se una carezza cambia le mie giornate

resto sempre schiavo di un pesante presente.

Il destino ha deciso così.

Anche se metto in vendita ogni mia speranza..

è una follia..

sognando il Grande Amore…

Il vento, sembra farlo apposta, si è fermato,

sul mio viso “cuore nero”,

vivo dove nessuno può capire, sentire, sapere,

così metto ancora un pò di poesia

nelle tue mani di fantasia,

una lettera a te, un bacio e poi

lontano mai, lontano mai.

Giovanni Zito

Dialoghi tra due diavoli all’inferno (Gerti e Carmelo)- settimo scambio

Eccoci al settimo scambio del Dialogo tra Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci… eccoci davanti a quest’albero verde, che il protagonista dell’ultimo racconto di Carmelo, citato alla fine, abbraccia.. ecco questa forma di Resistenza.

Che molti potrebbero snobbare o sminuire. Sapienti o militanti tutti d’un pezzo.. quelli che hanno tempo da perdere, e tutto è solo una eterna spietata battaglia. La Battaglia c’è.. ma la Battaglia è anche questa… e la Libertà è anche questa… Conquistarsi angoli di cuori, liberare gallerie nella mente, costruire scale che portano al cielo… e inventarsi una resistenza.. in ogni modo.. anche con quesi dialoghi.

Nessuno può pensare che basti solo questo, ma anche questo serve. Gerti e Carmelo creano teatro e creando teatro si smascherano restanodo se stessi, ritornando ancora di più se stessi. Teatro che diventa Terapia, pretesa di essere e di porsi oltre l’orizzonte e dare il tempo alle domande, domande insolite e scapestrate, poco consone a un carcere. Gerti e Carmelo si concedono di innalzarsi oltre la polvere del quotidiano.

Anche in questo dialogo è pieno di momenti belli.. come le dure parole di Gerti verso tutti quei detenuti che acquisiscono una attitudine compiacente e servile, e non lottano più per la propria dignità e i propri diritti.

Dialoghi come questi sono una occasione.. ricordartelo sempre.. una occasione… di libertà interiore..

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Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo settimo

 

Carmelo: Che cosa è per te il tempo e come lo passi?

Gerti: Penso che il tempo passato lo conosco,  è certezza, quello presente è un istante, invece il tempo che verrà è solo probabilità. Per me il tempo di realizzare i miei sogni non è ancora giunto. Il mio corpo è prigioniero di questo tempo perduto, ma la mia mente è libera. Passo il tempo leggendo tanto e tenendomi in forma il fisico, pronto per ogni evenienza finchè il mio crudele destino si rilevi. Amico diavolo, il tempo non esiste nell’universo, è solo una dimensione nel tuo spirito.

Carmelo: Oggi al passeggio mi è caduto l’occhio su un compagno che guardava continuamente l’orologio, mi ha fatto sorridere perché la cosa più stupida in carcere è vedere un ergastolano che guarda l’orologio.

Perché contare il tempo?

Per un ergastolano non serve a nulla perché il tempo non ci appartiene più.

Il tempo in carcere non è tuo,  lo gestiscono gli altri,  ma io leggendo e pensando cerco di rubare all’Assassino dei Sogni un po’ del mio tempo sognando e leggendo.

Fratello diavolo, mi stavo dimenticando di dirti che il tempo è una invenzione dell’uomo: in natura non esiste.

In natura esistono i cicli.

 

Carmelo: Sei felice?

Gerti: So molto bene che essere felice è la nostra condizione naturale di ognuno di noi. Per avere la felicità non bisogna fare nulla,  perché la felicita non si può comprare. Ognuno di noi c’è l’ha dentro di se. Diavolo, mi chiedi se sono felice? Io ti dico: perché no? Sono felice ogni giorno per il semplice motivo che ho la vita. Il destino ha voluto che io non morissi quando avrei dovuto,  quindi gli devo obbedienza. È brutto dirlo, sto in carcere da una vita e ho subito tanto, ma sono qui ed è meglio avere questo che niente, non credi ? La mia felicità sta nel mio cuore e fa quello che ritengo giusto, onesto e dignitoso, non dipende dagli altri, né da quello che dicono e soprattutto non da quello che fanno. Mi fermo qui se no faccio una pagina.

Carmelo: Come potrei vivere chiuso in una cella da venti anni se non fossi felice?

Sì! Sono felice perché chi ama e viene amato è felice, anche se a volte mi sento felice nell’infelicità.

 

Carmelo: Che cosa è  per te la vita?

Gerti: Diav000000lo, che domanda? La vita per me è l’amore, è speranza, fiducia, felicità famiglia, rispetto, dignità, onore, bontà. La vita è gioia: già il fatto di essere nato è una fortuna. So che vivere è un atto naturale ed egoistico, dunque io potrei dire che amo la vita più di ogni cosa. Avendo visto tante volte da vicino la morte, l’apprezzo di più, anche se sono in carcere con l’ergastolo. Ma so anche che la vita è una tragedia: guerre, tradimenti, delusioni, sofferenza, ipocrisia, falsità, inganno, ignoranza, fame, povertà e tante altre cose. Il solito dualismo fra il bene e il male. Amo la vita e farò tutto quello che posso per vivere in modo dignitoso e giusto quel poco che mi è rimasto. Ma a dire il vero amo pure la morte e la rispetto. Solo quando si teme la vita si teme la morte.

Carmelo: Per me la vita è un sogno e ci sono dei momenti di malinconia dove spero di svegliami.

Carmelo: Cosa pensi di alcuni detenuti che non lottano per migliorare le loro condizioni?

Gerti: Vedendoli da vicino mi viene voglia di vomitare. Pensano che leccando il direttore o qualche educatore riescono ad uscire. Questo è frutto dell’ignoranza e della mancanza di ideali, essendo la maggior parte dei mercenari e sempre comandati. Tipico della cultura mafiosa. È triste perché pure le istituzioni si comportano come dei mafiosi, sempre questo parlare sotto e fuggi, ed essere individualisti solo per il proprio bene. Nessuno che combatte per i tuoi diritti di detenuto, visto che non siamo ancora- per fortuna- in Guantanamo. Il carcere sembra una palude con l’acqua sporca dove girano coccodrilli pronti a sbranare chiunque capita sotto il loro naso. Ma, ovviamente, io sono un Albanese morto di fame: che vuoi che capisca dei detenuti italiani e delle loro problematiche carcerarie!

Carmelo: Penso male di quei detenuti che non lottano per continuare a rimanere liberi almeno dentro di loro.

In carcere devi imparare veramente a vivere, quando sei chiuso fra queste quattro mura e non hai più la speranza di uscire devi inventarti l’esistenza come stiamo facendo noi due con questi dialoghi che facciamo.

In carcere il mondo va a rovescio, ma bisogna tentare lo stesso di restare in piedi.

 

Carmelo: A quanti anni vorresti morire?

Gerti: Come ogni uomo che si rispetti vorrei morire il più tardi possibile, non troppo vecchio perché potrei essere di intralcio a miei familiari. Poi succede che ti portano all’ospizio: che tristezza,  un “Leone” come me abbandonato da coloro che lo amavano. A parte gli scherzi, vorrei morire quando è ora di morire, prego solo Dio, nel momento del mio ultimo viaggio, di essere in pace e soprattutto di non avere rimorsi.

Carmelo: Questa notte, però mentre dormo e sogno di essere a casa nelle braccia della mia compagna.  

 

Carmelo: Qual’ è la prima cosa che faresti se uscissi fuori domani?

Gerti: Penso che ritornerei da dove sono venuto, anche se so che pure là è diventato una piccola Italia: stessi vizi e virtù. Cosa farei se no, qui non c’è spazio per me e la vita è troppo difficile per EX detenuto. Ecco cosa farei, amico diavolo…ritornare da dove sono venuto con la mia valigia piena di illusioni e di tragedie.

Carmelo: Fratello diavolo, farei quello che ho scritto nel mio ultimo racconto e che ho fatto fare al mio personaggio:

 

Nico guardò il portone chiudersi.

Sorrise amaramente.

In quel posto non lasciava nulla di suo.

A parte sette anni della sua vita.

Si voltò e rimase abbagliato.

I suoi occhi non vedevano da anni la luce dell’aria aperta.

Nel cielo c’era il sole.

L’aria odorava di uno strano profumo.

Di fronte al carcere c’era un parco.

Nico voltò le spalle all’Assassino dei Sogni.

Attraversò la strada e lo raggiunse.

Si levò le scarpe e i calzini.

Camminò con delicatezza sopra l’erba.

Tutto quel verde gli faceva girare il cuore di felicità.

Andò all’albero più vicino e lo abbracciò.

Lo desiderava da sette anni.

Provò una sensazione di felicità come quando anni prima abbracciava Giovanna.

Il verde in tutti quegli anni di prigione gli era mancato.

 

 

 

 

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