Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Consola… da “Aspettando il 9999” di Giovanni Farina

Benfenati

Pubblico oggi una poesia di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, tratta dal suo libro “Aspettando il 9999”.

L’immagine che accompagna il post è la riproduzione di un opera dell’artista Giuseppe Benfenati.

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CONSOLA

Consola

il mio esilio

con lunghe lettere,

dai al prigioniero

il segno della vita,

fa ch’egli

possa attendere

la sua sorte senza morire.

Poesia di Salvatore Pulvirenti

BerlinWall_1989_01Il nostro Pulvirenti che ci ha scritto molte volte dal carcere di Badu e Carrus a Nuoro; quella che lui chiama “la prigione senza luce”.

Oggi ci invia questa bella poesia, che pubblico.

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Io so di essere me stesso.

Romperò queste catene

abbatterò queste mura

distruggerò il male

spazzerò la polvere infetta

combatterò l’oscurità.

Aprirò le porte del mio cuore

illuminerò la lampada del mio cammino

guarderò all’infinito.

Abbraccerò l’esistenza.

Salvuccio Pulvirenti  da Nuoro

Una storia da raccontare… di Nino Pavone

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Pubblico oggi un’altra stupenda poesia di Antonino Pavone, detenuto a Reggio Calabria.

Antonino è il fratello del nostro Piero, detenuto a Spoleto.

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UNA STORIA DA RACCONTARE

Tra le pagine del mio destino

ancora bianche di candido lino

c’era una storia da raccontare

c’era una donna da inventare

come fosse una favola

come dentro a una nuvola

come fosse successo davvero

come fosse un amore sincero

come una stella, bella e lucente

che gaia brilla nella mia mente

come una cometa d’argento vestita

come la mia vita d’aria smarrita

poggiasti il tuo viso sopra il mio cuore

come a volere riposare

e ascoltavi in silenzio il suo tremore

poggiasti poi le mani, tenere e stanche

ed io a riempire le mie pagine bianche

il sogno di te nella mia memoria

come fossi in un libro di storia

in queste mie righe scrivo di te

e disegno un cielo che più azzurro non c’è

ho messo il tuo sorriso dentro a una nuvola

come fossi dentro a una favola

c’era una donna da inventare

c’eri adesso tu da amare

c’era una storia da raccontare

c’erti tu dentro il mio cuore

mia stupenda dolce creatura

meraviglioso gioco della natura

come fosse un progetto divino

a riempire le pagine del mio destino.

Nino Pavone

Reggio Calabria 

14/05/2015

La Commissione… di Piero Pavone

Siolo

Il nostro Piero Pavone -detenuto a Spoleto- ha da poco fatto gli esami scritti per la maturità, e presto affronterà gli orali.

Questa è una poesia che ha dedicato alla commissione esaminatrice.. ed è anche un bellissimo modo per dire “eccomi, sono qui, sono arrivato fin qui..”.

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LA COMMISSIONE

La commissione giudicante

per una volta non aberrante.

Mi giudica per quel che è il mio sapere

e non per quel che fu il mio deviare.

I libri miei compagni di viaggio

e anche se sono diventato un saggio

hanno arricchito il mio personaggio.

Le loro pagine mi hanno incuriosito

a tal punto da essere stupito.

Io che credevo di sapere tanto

mi sono ricreduto al primo canto.

Dante era il nome di un mio commilitone

non credevo fosse pure quello del girone.

I suoi versi un po’ complicati

che dopo averli capiti

ho viaggiato con lui per itinerari sperduti.

L’arte è stata dalla mia parte

io pittore improvvisato

ai primi tempi incasinato.

Lo studio e l’esperienza mi hanno migliorato

e da Leonardo-Michelangelo e Raffaello sono stato ammaliato.

Loro maestri di tanti

hanno scolpito e dipinto anche i santi.

Inimitabili per molti versi

ma è doveroso ispirarsi.

Oggi sono davanti a voi con il mio sapere,

spero vi possa soddisfare.

Ho fatto del mio meglio

anche con questo mio piglio.

Un grazie lo devo fare

a chi ha creduto in me e al mio sapere.

Pino Pavone

Spoleto 29 aprile 2015

L’amore sfuggente… di Giovanni Leone

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Il nostro Giovanni Leone -detenuto a Voghera- che da sempre ci invia i suoi disegni pieni di anima, e di cui abbiamo pubblicato anche molti brani pieni di uno spirito positivo dal cuore “bambino”, ci ha mandato qualche tempo fa questa poesia, che oggi pubblico.

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L’AMORE SFUGGENTE

La tua mente usa mille e mille forme di sotterfugi.

Mentre il volto è rosso

come la linfa del vulcano.

Dove il cuore batte costante

come una gazza ladra.

Ma quando i tuoi occhi

incroceranno i miei.

Non possono più esistere

meandri per nascondere

le parole d’amore…

Fedeli come il cigno.

 

Voghera   10-6-2013

Giovanni Leone

Morte… di Alessandro Rodà

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Pubblico oggi questa poesia che ci ha inviato Alessandro Rodà detenuto a Tempio Pausania.

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Dedicata a Giuseppe e Antonia che non vedranno più sorgere il sole.

LA MORTE

Due cuori stesi sul cemento

lo imbevono di sangue.

In mezzo all’oscurità

si perdono le anime.

Non sentiranno più né la voce

né la carezze della mamma,

gli sguardi non si incroceranno più,

ora piangono a dirotto.

E’ solo buio!

La morte squarcia la notte

e penetra negli abissi,

la crudeltà spezza il fiore, 

viola la libertà della vita.

Lei per l’amore così forte per te

si è inchinata di fronte alla morte.

Non potrà più coronare il sogno d’amore,

non suoneranno più le campane della felicità.

Non indosserà più l’abito bianco per salire

sull’altare, quel sogno è finito.

Nel mare di sangue

si odono grida senza quiete,

lacrime copiose scendono come pioggia.

Anche stasera piangono le stelle,

voi non volevate ma,

vi hanno uccisi.

I volti squarciati dai colpi

sanguinano per terra.

La morte così spietata

ha spezzato la vostra vita

infrangendo il silenzio.

Il cuore sanguina,

non avrà mai pace

e un po’ alla volta

lo sotterra in una tomba.

 

Vibo Valentia, 25 settembre 2005

Alessandro Rodà

 

Il tempo… di Tommaso Amato

tempo

Ecco una poesia -segnata da malinconia- di Tommaso Amato detenuto a Spoleto.

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IL TEMPO

Attendere un momento che non arriva mai,

è come coltivare un arbusto che non produce frutti.

Così come il contadino aspetta invano una raccolta che non arriva mai.

Allo stesso modo, l’ergastolano indugia inutilmente nell’attendere i raccolti.

Perché zappa un terreno che non germoglia mai.

Spoleto  07-08-2014

Il condannato a vita

Tommaso Amato

Poesia di Tommaso Amato

Poesias

Tramite la nostra Alessandra Lucini, ci giunge questa poesia di Tommaso Amato, detenuto a Spoleto

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Attendere un momento che non arriva mai,

è come coltivare un arbusto che non produce frutti.

Così come: il contadino aspetta invano una raccolta che non arriva mai. 

Allo stesso modo l’ergastolano indugia inutilmente nell’attendere i raccolti.

Perché zappa un terreno che non germoglia mai.

Spoleto 07-08-2014

Tommaso Amato

 

 

Presone de Santu Gimilianu…. di Mario Trudu

Sangimi

Questa poesia la dobbiamo alla preziosa Francesca De Carolis, che l’ha ricevuta e l’ha trascritta.

E’ stata scritta dal nostro Mario Trudu che l’ha scritta pochi giorni dopo il suo arrivo a San Gimignano.

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Presone de Santu Gimilianu su 10 de mau de su 2014

Meno male o finestra ci sei tu
che dal primo giorno mi allieti la vista,
con quel tuo bel panorama,
con il verde, dei boschi e dei campi,
la vita mi consoli aih! quanto
te ne stai lì a poca distanza,
se allungare il mio braccio potessi
di sessanta metri, ti tocco.
Gli occhi mi ridono in un pianto
è troppo forte la luce ch’emani,
alle narici mi arrivano gli odori
che cuore e cervello mi infiammano,
e quanti doni mi porti all’udito
il vento… o bosco, che fra le tue fronde
si culla e ti canta qualcosa,
ti sussurra pian piano all’orecchio
fai finta di niente, ma guarda
quel vecchio che sta alla finestra
che soffre, ma ti guarda estasiato,
non pensare… o vento, ti ho sentito,
è vero, un po’ sordo lo sono
ma della natura palpiti e rumori
non sfuggono a me, stanne certo,
vi conosco da quando bambino
quante volte mi cullavi giocando,
quante volte sdraiato dormivo
al sole a un masso appoggiato,
avvolto da un sogno fortunoso
salendo le scale del mondo
mi vedevo sul punto più alto
circondato da tanta natura,
mai più quel sogno io ho fatto
aih! tempo maledetto… perché?
ormai tanto tempo d’allora è passato,
oggi di nuovo m’arriva all’orecchio
il forte, e dolce mormorio di te,
sento le rane alla sera gracidare,
e i grilli che fino al mattino
accompagnano i miei sogni turbati,
di giorni quanti canti d’uccelli
che si rincorrono nell’aria festosi
c’è il cuculo a quell’ora ogni mattina,
ed io puntuale alla finestra
a sentire felice, il tuo cantare,
più ti ascolto e più mi piace
di sentirti cinguettare, o vecchio ancora qui?
tutto mi fa compagnia, che sollievo
o natura vivi dentro di me,
anche se tanto di tempo n’è passato,
riconosco tutto non ti ho mai dimenticato.
Quando dalla finestra mi volto a guardare
quanta tristezza che c’è intorno a me,
in una grande sezione son chiuso
destinata soltanto, solo a me,
è grande spaziosa sai quanto
di uomini ce ne stanno altri cento,
è lontano il posto di comando
e i poveracci rinchiusi come me,
non so se son vivo o son morto
ma è tanta la pace che c’è,
la solitudine la stimo assai tanto
ma forse è tanta, anche per me,
abbracciato mi sento di certo
da tanto cemento, e di ferro possente,
è vero, non c’è che non sopporti
sulla terra non esiste più niente
eppur emi dà da pensare… o morte
quando hai perso la grinta dimmi tu?
Mi ricordo quando Zeus ti dette
un compito, per lui assai penoso,
lacrime di fuoco gli scendevano
accendendo dei fuochi sulla terra,
per il suo amato figlio Sarpedone
Re della Licia, che in carcere morì,
Patroclo ucciso l’aveva
Difendendo i compagni suoi, Achei,
per mano d’Apollo, Deifobo e Ettore
pure Patroclo la vita ci lasciò,
Apollo sottrasse il corpo del Re
Che dagli ache tanti oltraggi sopportò,
lo lavò nel fiume Scamandro
e lo vestì di candido lino,
e per volere di Zeus lo consegnò
in mano a te, o morte, e al buio eterno
portatelo, disse, alla sua Corte,
e onorato sia da quel fiero popolo
che ama, e stima il suo Re.
Quanta grinta avevi a quel tempo
In ogni luogo morte semenando,
spietata ti sei sempre mostrata
non risparmiavi né giovani né vecchi,
la grinta, il fuoco, la passione,
non c’era pietà per nessuno,
con tanta oscura e spietata baldanza,
oggi, o morte, ti accendi anche tu,
nelle mani di un misero mortale,
con tutti non ti mostri sempre uguale,
ti comporti come la “giustizia” italiana
lasciando me, da solo ib questo inferno
sulla terra, da uomini infami creato

Mario Trudu

Quattro giorni dopo il mio arrivo

 

Una poesia inviataci da Giuseppe Barreca

Cases

Il nostro amico Giuseppe Barreca, detenuto a Spoleto, ci ha donato questa poesia di Tonino Crimaldi, che condivido con voi.

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STORIA AMARA

Un bel giorno

all’Albero dell’arancio

colsi il fiore;

volevo averlo accanto

nelle tristi sere d’autunno

e dimenticarmi

che cos’era la solitudine.

Lo posi con l’acqua

nell’anfora rustica

di creta ben tornita

dalle mani laboriose

dell’artigiano.

Quanti discorsi,

quante promesse:

la felicità era in me.

Un mattino,

così… all’improvviso…

il bel fiore ch0era allora

lo trovai appassito:

volle lasciarmi solo.

Gli occhi si annebbiarono

di lacrime,

la gola strozzata

da singhiozzi:

volevo morire anch’io.

Ma no!…

piangere più non dovrò,

e il fiore d’arancio

lasciarlo al posto suo;

così…

nessuno potrà mai capire

l’essere mio.

(Tonino Crimaldi)

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