Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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In memoria di Pianosa… di Rosario Indelicato

41bis

Questo testo venne scritto alcuni anni fa. Da una delle persone che furono detenute nel supercarcere di Pianosa.

Una delle due supercarceri.. quella di Pianosa e quella dell’Asinara.. che fecero furore all’inizio degli anni 90 e che adesso qualcuno vorrebbe riaprire, dopo che, nel 1997, furono chiuse.

E che adesso qualcuno vorrebbe riaprire.

Quel qualcuno forse non sa, o non vuole sapere, cosa furono Pianosa e l’Asinara.

Ci eravamo già occupati di questa questione.

Questo di Rosario Indelicato è uno dei testi più emblematici in tal senso.

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In memoria di Pianosa

(di Rosario Indelicato)

Grazie. Buonasera. Io sono stato arrestato nel 1992 a maggio. Mi trovavo nel carcere de l’Ucciardone, nella seconda sezione. Successero le stragi. Dopo l’ultima, ero ristretto nella seconda sezione con altri detenuti. Non avevo addirittura neanche l’associazione di stampo mafioso. La notte dopo la strage ci vengono a prendere alle tre di notte: “dobbiamo fare la perquisizione”, allora dico: “Mi devo preparare, devo prendere qualcosa?”. “No, no, vada nel cortile che dopo la perquisizione risalite tutti”. “Va bene”. Scendo addirittura con un paio di jeans e una camicia e mi buttano lì nel canile, perché così chiamano le celle di isolamento. Dopo tre ore cominciano ad arrivare carabinieri, polizia, finanza. “Ma cosa sta succedendo?”, penso. Ci caricano sopra ai blindati, ci portano all’aeroporto di Punta Raisi e da lì a Pisa. A Pisa con gli elicotteri militari. Ricordo un particolare, terrorizzato com’ero dalla visione del carcere che non avevo ancora fatto, un capitano dei carabinieri contava i detenuti ammanettati sull’elicottero con la pistola, così…: uno, due, tre, quattro, per comunicare agli altri quanti eravamo sull’elicottero.

Arrivati a Pianosa, c’era qualcuno di noi più vecchio che già immaginava cosa potesse succedere. Io, invece, ero ignaro. Sinceramente non avevo la cultura del carcere pesante. Comunque  ci portarono nelle celle, diciamo nella Grippa. Passò un giorno e l’indomani cominciò l’inferno. Di tutto: legnate, manganellate, acqua tirata, sputi, spinte, fatti cadere a terra. C’era di tutto e di più. Ricordo che si cercava di normalizzare la situazione facendo fare delle denunce ai propri famigliari. Ricordo che venne addirittura la Maiolo, venne Taradash, vennero altri politici ma durante il giorno della loro visita era tutto normale perché le guardie, dietro di loro, ci imponevano di stare zitti per cui nessuno, per timore, diceva cosa ci facevano. La cosa durò per mesi. Io lì ce ne feci cinque anni un mese e venti giorni proprio contati. Io ho brutti ricordi, brutti ricordi e dico solo che la violenza è generatrice di violenza e se ad una persona tu levi la libertà, le levi tutto e non c’è più bisogno di usare violenza su quella persona che magari si vuole riscattare, ma ancor di più quando la persona viene infangata nell’onorabilità come è nel caso di molti siciliani, di molte persone. Lasciamo stare queste cose che poi ne sono uscito a testa alta da tutti i processi. Il discorso invece è un altro. Lo Stato che si è prestato a queste direttive che trovo vergognose. Mi devono spiegare perché su di me si è fatto un crimine perché per questo crimine non sta pagando nessuno, anche se ho denunciato gli artefici di questi abusi. Volevo rispondere al Dottor Palma della commissione europea che in Italia pur avendoli condannati, non hanno espiato un giorno di pena e si ritrovano attualmente a lavorare all’interno del carcere, per cui, dico io, non cambia niente. In Spagna e in Italia le cose non cambiano, tanto è vero che poi non c’è stato più luogo a procedere. Per quattro denti mi hanno portato dal dentista e questo dentista, seduto là, fece. “togliete le manette al detenuto”. “No, no, operi così”. “Guardi che deve anche sciacquarsi”. “No, no, operi così e basta, stia zitto”.

E allora si misero in sette otto di loro, chi con le pinze chi con lo scalpello, con gli arnesi diciamo per tirare il dente perché questo medico ha avuto paura e questo è nella mia denuncia. Questo medico ebbe paura e allora diete luogo a sistemare il dente, ma comunque non capì quello che stava facendo, tanto è vero che ha  rovinato quello buono e lasciato quello cattivo. Alla fine mi ha detto: “Fra 15 giorni ci vediamo e completiamo il lavoro”, ma vidi che era più terrorizzato di me. Quindi venni messo sul blindato (andavamo fuori dalla sezione Agrippa, ci portavano in un carcere dove c’erano gli ergastolani che però andavano a lavorare fuori), messo sul blindato e venni massacrato. Questo il 22 dicembre 1992. Ero stato portato lì il 20 di luglio. Figuratevi quello che avevo passato.

Mi portarono in cella, massacrato. Passarono 3 giorni, arrivò Natale e mi portano patate bollite con la pasta condita con la margarina fredda, tutte cose appiccicate. Presi le paste e le buttai –tant’è vero che i primi mesi persi 16 chili- buttai la pasta, non volli mangiare andai a letto. Dopo, il 27 mi vennero a prendere. Ogni volta non volevamo uscire dalla cella per non prendere legnate. Sistematicamente tutte le volte c’era la perquisizione corporale, dovevamo fare piegamenti perché dovevano vedere se eventualmente si nascondesse qualcosa nelle parti intime. Dovevamo aprire la bocca, ci infilavano le dita nelle orecchie, tutto quello che potevano… Ma sicuramente dovevano esserci le istruzioni, le direttive di qualche psicologo o psichiatra, perché non erano persone intelligenti quelle che si adoperavano a fare queste cose, per cui le direttive dovevano esserci dall’alto.

Il 27 dicembre, come dicevo, mi portarono dal comandante e il comandante guardò i miei mandati di cattura, già ne avevo tre, e disse: “Guardi che lei ha una brutta posizione”. Io, sempre con la testa bassa, con le guardie dietro, davanti, risposi: “Guardi che la cosa non mi tocca se lei pensa così, perché lei sui di me non può dare nessun giudizio, questo lasciamolo decidere ad un tribunale e vedrà che la mia onorabilità verrà pulita nuovamente, non infangata come in questo momento”. Il Direttore: “Ma lei vuole andare a casa?”. “No, no, io a casa non ci voglio andare, io le chiedo solamente di finirla con questa vessazioni, queste legnate, queste torture, queste cose. Guardi che io a casa ci andrò a tempo debito2. Lui non fece nessun cenno e disse: “Può andare”. Quando mi girai e già stavo uscendo dalla porta seguito dagli… diciamo aguzzini, non li voglio neanche chiamare guardie per non infangare chi veramente fa questo lavoro con rispetto verso l’umanità, il Direttore mi disse: “Sa Indelicato se ha ricevuto minacce a casa…?”. Risposi: “Son 13 mesi che non faccio colloqui. Sa perché non faccio colloqui? Perché mia moglie, ogni volta che viene qua, viene vessata più di me, perché deve passare le perquisizioni corporali, deve fare i piegamenti, deve fare tutto. Mia moglie che non c’entra niente, i miei figli che non c’entrano niente con queste torture. E allora io, siccome sono stato scelto come agnello sacrificale, preferisco subirle io, per cui qua colloqui non ne faccio. Quindi lei sa meglio di me se io, visto che c’è la censura, posso ricevere informazioni in merito a quello che mi sta dicendo. Se così è e hanno fatto questo abuso…”.

Perché, che cosa fece questo direttore? Mi chiese se avevo ricevuto minacce a casa, tipo incendi, cose varie. Ma io ovviamente non lo potevo sapere. Me ne sono andato. Però questo pallino, questa idea mi rimase in testa. Quella era una mossa psicologica, perché loro ti smontavano, volevano creare il pentito. Questa è la realtà. E questo hanno fatto, perché ci sono state persone che si sono pentite e persone che si sono pure uccise. E persone che, forse la dico grossa, le hanno costrette o le hanno proprio uccise loro, perché uno non può tacere su quello che vedeva.

Per cui andai in cella e cominciò tutta ‘sta trafila. Era il 27 dicembre e non ricevevo neanche la posta, mi avevano bloccato tutto. Feci il telegramma perché volevo che venisse l’avvocato. E il telegramma non partiva. La risposta non arrivò, perché il telegramma non partiva. Comunque sto due mesi malissimo, proprio non ci stavo più con la testa. Poi ci fu un detenuto della mia sezione che andò al colloquio e lo pregai di chiedere che il suo avvocato si mettesse in contatto con il mio per vedere se poteva venire e darmi delucidazioni in merito a quello che mi avevano detto. E venne. Mi disse: “No guardi, tutto a posto, tranquillo”. Dissi: “Va beh, ho capito”. Si trattava di un altro tipo di tortura. Ma al pomeriggio mi portarono tutta la posta che era un bel po’ di lettere, di telegrammi, di auguri di amici, fratelli e così via.

Le altre torture erano: uscivo dalla cella, si doveva correre per circa… il primo braccio – io mi trovavo alla nona -, il primo braccio era 15 metri, c’erano altri 15 metri per arrivare al cancello dell’aria e lì, sistematicamente, si mettevano 20 di loro, o 15, o 30, dipende da chi voleva partecipare al gioco. Allora ci facevano levare le scarpe, ce le facevano buttare a terra, ci facevano la perquisizione, poi andavamo a prendere le scarpe e qualcuno dava una pedata. Andavamo a prendere le scarpe e chi ci metteva la manganellata, chi la pedata, chi la spinta, chi ci sputava, chi ci buttava l’acqua; si scivolava nella curva ed erano botte nuovamente. In una di queste tante  giornate passate così, ci fu una guardia che mi disse “Lei quando esce all’aria, quando esce dalla cella non deve correre. “Guardi, io non lo capisco se corro, se ho corso, perché non ho più cognizione di causa di capire quello che faccio”. “No, lei non deve correre. Prego si accomodi”. Apre il cancello, quello di dietro mi mette una pedata nella schiena, cado all’interno dell’aria, lui chiude il cancello e mi incastra il ginocchio destro che poi mi sono operato una volta finito lì, diciamo la pena, la situazione. Comunque, questa fu una delle tante.

Un’altra fu che nella perquisizione ci fu uno che fece un atto eroico e io non so come ringraziarlo. Prese lo scroto e lo tirò talmente forte che mi staccò una vena all’interno. Caddi a terra e lì ci fu un altro pestaggio. Mi alzai ma non poteva fare più niente: ero una noce dentro un sacco, non potevo parlare, perché il fatto che avessi il processo a Marsala mi comportava che loro mi trasferivano e dalla relazione volevano che arrivasse il chiaro di tutto, che io non parlavo con nessuno, che non facevo nessuna denuncia, sennò erano problemi seri.

Ritornai lì e comunque persisteva sempre questo stato di cose: trovai vetro nella pasta, trovai detersivo nella pasta, trovai un preservativo nella pasta, presi sputi in faccia nella notte quando mi venivano a svegliare. Andavo allo spioncino a chiedere che volessero e, nel momento in cui mi affacciavo, mi dicevano: “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…”. “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…” e seguiva lo sputo: “Buona notte signore”. Allora dicevo: “Buona notte signore”. Andavo a letto e non spegnevano più la luce per cui le zanzare facevano festa.

Poi un giorno ebbi delle coliche renali, mi presero, avevo bisogno del medico, mi ci portarono, e mi prescrisse che dovevo bere tre litri d’acqua al giorno. E loro cos’hanno fatto? Mi hanno preso, mi hanno portato nelle celle d’isolamento, mi hanno dato un litro d’acqua al giorno. Mi piegavo per il dolore perché non resistevo a stare in piedi e non appena mi abbassavo veniva qualcuno di loro e mi diceva: “Alzati, devi stare in piedi se no… non c’è neanche gioia a vederti abbassato che ti attutisti il dolore”. Nel mentre lui andava via, mi riabbassavo perché questo stiramento mi faceva stare un tantino meglio. Queste sono state alcune delle migliaia e migliaia e migliaia di situazioni che mi sono capitate nella detenzione a Pianosa.

Ricordo che una volta dovevo andare al colloquio, allora loro mi vennero a prendere all’aria e mi hanno detto: “Lei deve andare al colloquio”.”Io qua sono, pronto”. Non ci avevo niente. Non ci avevano fatto prendere niente a Palermo. Dicono: “Vada in cella, che poi la veniamo a prendere”. Va bene, vado in cella, esco dalla cella, mi metto le mani al muro che mi dovevano fare la perquisizione, perché questa perquisizione prima era fatta manualmente e poi ti dovevano passare al metal detector. Passo questa perquisizione e uno mi fa: “Ma lei, quando esce dalla cella – ci eravamo visti un minuto prima- come dice? Non saluta?”. “Ho detto buongiorno poco fa quando sono uscito, poi mi siete venuti a prendere, vi ho salutato, sono entrato in cella e vi ho risalutato, sono qua, vi ho detto buongiorno”. “No, no, no. Come si dice?”. A me il “buongiorno signore” non mi usciva, non ce la facevo. Quel “buongiorno signore” non mi usciva e io, sistematicamente prendevo le legnate. “Vi ho detto buongiorno” ripetei, sempre con le mani al muro e allora, da sotto le bracci che tenevo alzate, mi arrivò un pugno qui, nell’occhio. Io ho fatto il pugile da professionista e lo so quello che significa prendere le botte, ma quante ne ho prese lì… manco in vent’anni di pugilato ho preso tutti i pugni che ho preso lì. Va bene. Mi si gonfia l’occhio. Vengono a maniche nude con le unghie sporche, perché quelle erano sporche, perché molti erano anche sardi, napoletani . Mi prendono…

Non sono un razzista però queste persone mi ricordo essere più umane.

Mi prendono uno per un braccio e uno per l’altro, stringono forte e mi entrano le unghie nelle carni, comincia a sanguinare il braccio, mi portano nella saletta, mi fanno rispogliare, mi rivesto e mi ripresento al grande pubblico che erano mio fratello e mia moglie. La situazione è stata disastrosa, io non riuscivo manco a contenere la rabbia, avevo paura di qualche reazione scomposta di mio fratello, anche se solo uno sguardo potesse nuocere a loro, allora dissi: “State calmi, non è successo niente, state tranquilli che piano piano ci rimettiamo”.

In questo modo loro facevano capire ai famigliari… C’era qualche famigliare che diceva: “Ma se tu hai qualcosa da raccontare, la racconti e te ne esci”. Cioè cercavano di fare pressione sui famigliari affinché a loro volta la facessero a noi. Comunque ho fatto colloqui di due minuti: ti portavano là e poi: “Signora si deve preparare perché il mare si sta mettendo brutto, deve partire”. “Ma guardi che sono arrivata ora…”. “Signora non insista, prego si accomodi . Due volte me l’hanno fatta questa discussione. Un minuto… Ogni volta mi costava tre milioni fare venire per un colloquio, uno al mese.

Io, una cosa mi ricordo, ecco perché la voglio porre all’attenzione: non sono tutti così i sardi, però ce n’era uno in particolare che… Gianluca Valletta. Abbiamo fatto n processo e non l’hanno manco condannato, cioè l’hanno condannato ma non ha neanche scontato la pena. Questo ogni volta che arrivava con il carrello nella sezione diceva: “Forza porci, da che si mangia, dai che si mangia. Affacciatevi tutti, porci”. Andavo per prendere il pane e “Levati di mezzo”. “Ma il pane me lo devi dare”. “Togliti”. Mi toglievo e me lo buttava a terra, e dovevo raccogliere il pane… 

Un’altra cosa che mi ricordo e me la ricordo perché… crdetemi ne sono passati di anni  però sono cose che non riesco a cancellare. Il fatto era che lavavi la cella, il giorno, la mattina, tutto bello e sistemato perché  per un detenuto occupare il tempo, lavare qualcosa, lavare qualche indumento, lavare la cella, fare le pulizie significa non oziare, occupare il tempo e non pensare a come ti va a finire, a quanti anni hai da scontare… Lavai la cella la mattina, rientrai dall’ora d’aria che erano le 11.00, presero un prodotto, non so cosa, lo buttarono dentro, gli occhi mi bruciavano e mi fecero: “Era sporca, comincia a ripulire la cella”. Ma questo capitava…

Dentro le docce, dentro le docce era che s’entrava come mandrie, come i tori quando passano attraverso… (anche perché ci chiamavano così), attraverso il valico. Avevamo il tempo di bagnarci, insaponarci e loro chiudevano l’acqua: “Fuori, avanti un altro… avanti un altro”. Gente anziana che soffriva di queste cose. Chi scivolava. Insomma, sono tante le cose… Non riesco a delineare tutto e a raccontare, ma c’è da parlare pure molto di quanta cattiveria c’è all’interno. Si sono fatti dei crimini che non hanno una giustificazione.

Credetemi, io da incensurato non dovevo essere portato lì a Pianosa: che c’entro io a Pianosa e che c’entra quello che ha la pena definitiva? Se il carcere deve essere rieducativo non c’entra nulla la repressione. Ma con chi la fanno la repressione? Con quelli che sono dentro e che non si possono nemmeno difendere?

Io ho avuto come avvocato in Cassazione l’onorevole Alfredo Biondi che venne qui a Piombino per presentare l’appello in Cassazione e disse a mia moglie: “Signora guardi che suo marito lì non ci può stare, suo marito è un semplice indagato e lì non ci può stare, vedrà che le cose cambieranno”. Per undici volte ho avuto rinnovato il 41 bis, il dottor Margara, ogni volta che me lo rinnovavano e io mi appellavo, il tempo di arrivare le carte a lui e mi facevano la traduzione qui nel carcere di Sollicciano, e arrivava nuovamente la carta che me lo rinnovavano. Ma come? Io non ero mai stato in carcere, non avevo mai avuto sequestri di beni, non ero stato nemmeno sottoposto a vigilanza. Il guardasigilli… Io avevo passato tutte queste cose mentre ero un semplice incensurato, perché alla fine si evince che “il soggetto non collabora”. Ma che devo dire, che volete sapere di me che io non so? Vi rendete conto di come viene amministrata la giustizia? Alla fine la giustizia viene amministrata da gente che non ne è degna?

Vi ringrazio.

(…..)

Ricordo che feci un colloquio e volli vedere mia figlia dopo 16 mesi, una bambina di appena 6 anni. Allora mia moglie la preparò e la portò. Io avevo il processo a Termini Imerese. Ero arrivato a Termini Imerese da qualche giorno in traduzione da Pianosa, smagrito. Feci subito la domandina e feci un telegramma chiedendo a mia moglie di portare la bambina che la volevo vedere. Il giorno del colloquio andai nella saletta per due posti, e c’era anche Pippo Calò. Entrai e vidi che c’erano mia moglie e mia madre. Chiesi dove fosse mia figlia. Mia moglie disse: “E’ qui sotto, nascosta”. C’era il muretto  e poi tutto il vetro fino al soffitto; allora mia figlia salta su per farmi uno scherzo, mi vede e si aggrappa a mia moglie e comincia a piangere: “Portami via, questo non è papà, non è il mio papà”, a gridare, a piangere. Ho detto loro di andarsene per non rovinare il colloquio all’altra persona che era nella saletta e che aspettava come me questo momento. 

Perché si perdeva tantissimo tempo prima dei colloqui e nelle traduzioni. Nelle traduzioni pensi che arrivi là, poi ti rimandano su, poi ti dicono che lo faranno da un’altra parte, poi rimandano il processo. I soldi li bruciavano così nelle traduzioni, io non capisco il perché. Dovevo stare un giorno lì, una settimana, per poi ridiscendermi un’altra volta a Palermo. Cose assurde, nondimento era questa la situazione che si veniva a creare anche con i famigliari. (Questo secondo me è da togliere, perché qui non si tratta di un appendice su tutte le tematiche carcerarie, come il problema delle traduzioni, ecc.) Mia figlia la lasciai a 3 anni e la trovai più grande e non ho più intrattenuto un rapporto con lei perché la bambina nella sua crescita avrebbe avuto bisogno di un padre, di una sicurezza che le è venuta a mancare. Ormai è sposata e abbiamo un altro tipo di rapporto, ma quella mancanza le è pesata e grazie alle istituzioni che me l’hanno vietata, che mi hanno vietato di vederla, di toccarla, di abbracciarla, ho perso la sua infanzia, non ho potuto crescerla, volerle bene, esserle vicino quando era bambina. .

(…)

Il piatto veniva lavato con il Cif, quello con il quale si pulisce il bagno. Con il Cif in polvere noi ci lavavamo i piatti dove mettevamo la pasta.

 

 

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Intervista a Nina Perna, madre di Federico Perna

Federicos

“Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.” (Nina Perna)

Una premessa. Questa è una storia estrema.
La storia di un ragazzo fatto barbaramente morire in carcere e di tutte le complicità, i doppi giochi, le manipolazioni volte a non fare emergere la verità.
Se siete in un momento di particolare sensibilità, o se non sopportate i riferimenti violenti o se, semplicemente, state vivendo una giornata con vibrazioni energetiche molto basse, forse è meglio che, al momento, non la leggiate.
Più di un anno fa di Federico Perna non sapevo assollutamente nulla. Un giorno mi imbattei nella notizia della morta di questo ragazzo. L’ennesimo caso nella mattanza annuale di morti nelle carceri. Non ricordo che lessi la storia dalla vicenda ma mi soffermai sulle devastanti immagini del corpo di Federico, scattate all’obitorio.
Volli conoscere la madre, Nina Perna, e farle una intervista. Una lunga intervista per cercare di entrare, il più possibile, nelle sfaccettature e nei lati oscuri di questa storia.
Quella che adesso leggerete è l’intervista che ho fatto a Nina Perna.
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-Nina, qual è il tuo nome per intero?

Io sono Scafuro Nobile, la mamma di Federico Perna. Tutti mi chiamano Nina

-Da dove vieni?

Sono irpina, originaria della Campania. Mi sono sposata a 17 anni e poi è nato Federico.

-Quando è nato esattamente Federico?

Il 12 aprile del 1979. Era una bruttissima giornata di pioggia. Federico è nato dopo 16 ore di travaglio, con parto cesareo. Era un bambino bellissimo, pesava 3,650 kg, sembrava un bambino già grande di 3 mesi. Era proprio bello, biondino. Dopo, forse perché ero troppo giovane, sono subentrate le nonne, sia materna che paterna, che hanno fatto un bel po’ di danni. Federico era un bambino molto vivace, cadeva dalle bicicletta, dal triciclo, si faceva ogni sorta di danno. Correvamo sempre al pronto soccorso per cucire le ferite. Già a 7 anni guidava la macchina, capiva di motori, era molto bravo. Se avesse fatto il meccanico, forse a quest’ora non ci troveremmo così. Poi ha continuato col suo percorso di ragazzo normale ma, purtroppo, verso i 18 anni, si è trasferito a Roma, con la scusa dello studio. Lì si è trasferito da mia madre che, visto che era sempre impegnata col lavoro non poteva seguirlo bene. Inoltre mia madre lo viziava sempre. Lui le avrà distrutto due o tre macchine. A un certo punto incontrò un ragazzo che fumava spinelli e che glieli offriva e questa divenne un’abitudine. Presto passò anche cose ben peggiori. Faceva una vita caotica, andava a buttarsi nelle discoteche o nei rave, che duravano 3 o 4 giorni e tornava a casa distrutto, anche perché lì prendeva pasticche, acidi. Venendo a sapere queste cose, intervenni drasticamente con mia madre, che lo difendeva dicendo che quelle erano cose che i giovani fanno. Io cercavo di farle capire che avremmo dovuto esprimerci all’unisono in modo da dare una vera educazione a Federico, che era in ballo la sua salute, il suo futuro. Le dicevo che lui stava prendendo un crinale che poteva essere catastrofico. Ma lei ha sempre fatto orecchio da mercante, e lo ha sempre assecondato.
Quando finalmente mia madre si decise a non dargli più soldi, ormai lui era si era troppo affondato in un certo mondo. Tante volte sono corsa a Roma di notte perché lo arrestavano. Federico faceva piccoli furti per procurasi le dosi, perché dagli acidi poi è passato all’eroina. Lo abbiamo messo in diverse comunità, però scappava sempre. Visto che scappava, lo mandavano in carcere; perché, scappando, evadeva e violava la misura alternativa di collocamento in comunità.
Federico ha avuto un rapporto costante con la droga per 14 anni. Ho vissuto 14 anni che sono stati una peripezia. Anni durante i quali abbiamo sofferto come cani. Quando Federico stava con me non si drogava, anche per 3 o dieci mesi. Ma quando ritornava da mia madre, ricominciava. Mia madre abitava al Flaminio, sul lungo Tevere a Roma, lì c’è il villaggio Olimpico, ponte Milvio, che è pieno di droga, di spacciatori. Nel 2007 morì mia madre, che mi fece una brutta sorpresa. Con un testamento nominò unico erede mio figlio Federico, mentre io ero la sua unica figlia. Il testamento era chiaramente impugnabile, e nacquero delle tensioni tra me e Federico. Io non contestai la cosa per una questione di “interesse”. Io ho anche un altro figlio. Se mia madre avesse deciso di lasciare tutto ai suoi nipoti, cioè a entrambi miei figli, non avrei avuto nulla da ridire. Invece lei lasciò tutto a Federico, che fra l’altro aveva seri problemi di tossicodipendenza. Probabilmente mia madre lo fece per farmi dispetto, perché, siccome io dico sempre la verità, alla fine l’ho anche incolpata, le ho detto che se Federico stava in quelle condizioni anche perché lei alimentava il suo modo di fare. E lei questa cosa non me l’ha perdonata.
C’erano comunque gli estremi per agire legalmente contro mio figlio ma, appunto perché si trattava di mio figlio, decisi di metterci una pietra sopra.
Anche io ho fatto errori. Devi capire che la mia vita non è stata facile. In tanti hanno sempre cercato di allontanarmi da mio figlio. Tieni conto che io all’inizio non ho saputo mettere un muro sufficientemente forte, anche perché avevo solo 18 anni e mi sono ritrovata da sola con un bambino, senza lavoro e senza niente.

-Come si è arrivati all’arresto del 2010?

Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 Federico è stato in galera, sempre per piccoli furti, sempre per procurarsi la roba. Furti del tipo rubare in spiaggia la borsa a una signora che era in acqua. Furti piccolissimi, da 20-30 euro. Non ha mai picchiato nessuno, non ha mai fatto violenza a nessuno, anzi aveva pure paura di fare queste cose. I carabinieri regolarmente lo prendevano perché, quando faceva queste cose, neanche si reggeva in piedi. A complicare tutto c’era il fatto che stringeva relazioni con ragazze che avevano anche loro problemi di tossicodipendenza, veniva da queste trascinato e non riusciva mai ad uscirne. Una volta mi scrisse in una lettera che non poteva più stare nell’ambiente dei drogati e che doveva trovarsi una ragazzetta fuori da quell’ambiente, altrimenti ci sarebbe ricascato sempre. “Basta eroina, basta questa vita di merda”, scriveva, e aggiungeva che voleva un lavoretto che gli avesse garantito di sopravvivere e che voleva stare con me, voleva costruire la casetta per Tyson, che è il suo cane.
Certo era difficile uscire da una tossicodipendenza di 14 anni, però magari con il mio aiuto ce l’avrebbe fatta. Nella vita si deve tentare, io non considero nulla impossibile; la speranza è l’ultima a morire. Io di speranza ne ho poca, ma per fortuna c’è quella giusta per credere ancora in un futuro migliore.
Nel 2010 doveva prendere un piccolo sussidio per l’anno di detenzione, ed è stato un mese con me, era tutto contento.
Federico stette con me tutto quel luglio. L’ultimo sabato di quel mese andò via per quello che doveva essere qualche giorno. Lunedì avrebbe dovuto prendere il sussidio. Ma scomparve e io per mesi non seppi nulla di lui. Poi scoprii che a settembre era stato arrestato.

-Quando lo arrestarono non venisti a saperlo subito?

No. Sulle cartelline c’erano gli indirizzi della nonna paterna e quindi avvertivano sempre lei. Con mia suocera non c’era un buon rapporto, non mi parlavo da 20 anni. Però nulla può giustificare ciò che fecero. Io non capivo perché i suoceri non mi avessero mai avvertita, dato che il mio numero di telefono ed i miei indirizzi ce li avevano. Venni a sapere dell’arresto di mio figlio solo dopo sette mesi, quando, molto arrabbiata per non capire cosa stava succedendo, chiamai la mia ex suocera
per capire se sapesse qualcosa, e così mi disse che Federico era stato arrestato, ch’era stato a Rebibbia e poi a Velletri. Quando le chiesi perché non mi avesse detto nulla, mi rispose che tanto a me di Federico non me ne fregava nulla. Io da qualche tempo mi ero lasciata col padre di Federico e avevo un’altra famiglia, un altro marito e anche un altro figlio. Ma ero sempre la madre di Federico, avrebbero dovuto sempre avvertirmi per tutto quello che gli succedeva. Mi tenevano sempre fuori, non so il perché, ma la verità è che non voglio capirlo il motivo o non voglio parlarne. Comunque questo modo di agire, specie in relazione all’arresto di Federico fu molto ingiusto.

-Quindi tuo figlio è stato arrestato a settembre 2010 e tu lo hai saputo a marzo 2011.

Esattamente. Ero abituata a non sentirlo per tanto tempo, perché dopo che morì mia madre ci fu tra di noi dell’attrito. La cosa grave è miei suoceri erano gelosi che Federico stesse con me, e loro sapevano che lui non si drogava quando stava con me. Di questa gelosia assurda tra le due famiglie, che sono state in guerra per anni, le spese le abbiamo pagate io e Federico; il padre non si interessava per niente di lui, infatti andò trovarlo in carcere solo una volta.

-Ci fu un processo riguardo Federico, cosa stabilì la sentenza?

Federico aveva avuto un processo e gli diedero 8 anni. Era entrato nel 2010 e, secondo la Magistratura, sarebbe dovuto uscire nel 2018. Non si trattava di una condanna per una specifica accusa. Vi erano tante pene cumulate, per lo più concernenti la droga.

-Torniamo a marzo 2011, quando scopri che Federico è stato arrestato, cosa fai?

Cominciai a scrivergli, lui mi rispondeva e capiva gli errori che aveva fatto. Io lo esortavo a non angosciarsi, gli dicevo che avremmo trovato un modo per andare avanti, che una volta uscito avrebbe potuto stare tranquillo con me. Lui era contento del mio avvicinamento e del rifiorire del nostro rapporto. del rapporto tra madre e figlio, che aveva subito degli scossoni per via della faccenda ereditaria. Federico mi voleva un grande bene. Tutte le sue lettere trasudavano di amore per me.
Andavo a trovarlo a Velletri dove era detenuto, avevo anche preso una casa in affitto a 4 km dal carcere, poter così andare spesso a trovarlo, portargli biancheria pulita, ecc. Il posto che avevo preso in affitto era un casale di campagna molto semplice, intorno al quale c’era tanta terra. A Federico piaceva molto l’attività cinofila, addestrare i cagnolini di media e piccola taglia. E quindi pensavamo, dato che c’erano questi 3000 m di campagna, di chiedere dei permessi per avviare un’attività che potesse permettere a Federico di lavorare da casa una volta ottenuti gli arresti domiciliari. Un giorno, però, che andai a trovarlo a Velletri, non lo trovai più lì. Lo avevano a Viterbo e, per raggiungerlo, la distanza diventò 130 km per l’andata e 130 km per il ritorno. Tutti dei colloqui, le sei ore di colloquio, mensilmente previste, a Viterbo le feci tutte. Per fare un colloquio, perdevi una giornata intera. Ma non era importante. Io alle 7:10 – 7:30 stavo lì, davanti al carcere.
Quando andai lì, ad un colloquio, durante il mese di maggio, pensai di impazzire.

-Racconta.

Vidi un mostro. Io stavo aspettando Federico; aspettavo, come sempre, quel ragazzo magro, di 68 anni. Ad un certo punto vidi un poliziotto penitenziario con un ragazzo che era.. un gigante.. Lì per lì manco ci feci caso, poi guardai meglio la maglietta, era una maglietta particolare, di quelle che piacevano a Federico, e mi venne il dubbio. Guardai la barbetta biondo-cenere e mi chiesi: “Ma è Federico?”. Guardai i tatuaggi e capii che era proprio Federico. Camminava piano piano come uno zombi, con le gambe aperte. Pesava 144 kg. Ci rendiamo conto? Dopo 3 mesi mi sono ritrovata un ragazzo di 144 kg. Un ragazzo che quando era entrato pesava 68 kg. Tutto questo è successo in 3 mesi. Aveva la bava ed era tutto pieno di crosticine sulla bocca. Mentre lo vedevo mi dicevo chenon poteva essere lui, anche se ormai avevo capito che era lui. Stava morendo. Aveva le gambe piene di acqua; era acqua rosa, quindi siero. Quest’acqua fuoriusciva da sopra le gambe, da sopra i piedi, era acqua rosa, quindi siero.
Con me Federico parlava, anche se molto lentamente, si vedeva che era imbottito di farmaci. Comunque lì mi rivolsi agli ispettori, dissi loro che non era possibile che mio figlio venisse imbottito di farmaci in quel modo, così si mossero e lo mandarono all’ospedale Belcolle e qui il primario gli certificò la prima incompatibilità carceraria.
Federico in quel carcere restò sempre in isolamento. La scusa ufficiale è che aveva una malattia infettiva, l’epatite c, però in realtà non lo èa meno di un probabile contato di sangue. In quel contesto si accentuò il disturbo border line perché lui parlava tutto il giorno da solo. Mi diceva che non volevano mandarlo nei reparti, che non parlava con nessuno che, quando chiedeva aiuto perché si sentiva male, lo lasciavano a terra svenuto, che se fosse morto non gliene sarebbe importato nulla a nessuno.

-Quanto tempo è rimasto in questo ospedale?

C’è stato 8 giorni. Era il giugno 2012.
Fece le analisi e furono riscontrate la leuconopenia e la piastrinopenia, che vuole dire che aveva le difese immunitatire carenti, che le piastrine non c’erano più, che il sangue era quasi acqua. E infatti era sempre molto molto pallido, anche perché denutrito di sostanze vitali. L’enorme aumento di peso era dovuto agli psicofarmaci. Ti racconto un episodio avvenuto proprio davanti a me. Ero ad un colloquio con lui, quando a un certo punto è venuta una infermiera del sert e gli ha schiacciato con le dita, senza guanti, una compressa in bocca, chiudendogli il naso in un modo violento e dandogli un bicchierino dell’acqua, incitandolo a bere. Dopo dieci minuti che aveva ingoiato questa pasticca, Federico non era più lui, gli si abbassavano gli occhi e gli usciva la bava dalla bocca. Mi alterai con gli ispettori e dissi loro: “Perché dovete ammazzarlo con psicofarmaci, può avere un blocco renale”. Lui mi disse che ogni volta che gli davano questa pasticca si sentiva prendere dalla sonnolenza, gli si addormentavano le gambe, e non riusciva neanche a tenere la pentola in cella. Riceveva spesso questo “trattamento” quando stava male. Quando urlava di dolore, cominciava a fare casino vicino alle sbarre in cella, e chiamava “Ispettore, ispettore” e pur di non sentirlo, veniva qualcuno che gli faceva una puntura. Lui con la puntura arrivava a dormire anche due giorni di seguito, e si alzava messo male, avendo anche fatto la pipì addosso. ,
Il 10 luglio Federico venne picchiato da un ispettore, sempre per il fatto che lui si lamentava e loro non volevano sentirlo. Lo lasciarono svenuto a terra sanguinante. Il giorno dopo vado a trovarlo a colloquio; io non sapevo nulla di ciò che era avvenuto. Le guardie mi dissero che Federico aveva rifiutato il colloquio, ma io sapevo che non poteva assolutamente essere vero; mio figlio non rifiutava mai i colloqui, non vedeva sempre l’ora di vedermi. Allora andai in escandescenze, dicendo loro chiaramente che non mi avessero portato mio figlio avrei fatto un bordello totale; avrei chiamato carabinieri, polizia, giornalisti. Mi dissero di stare calma e dopo dieci minuti mi portarono mio Federico. Quando lo vidi uscire dal corridoio insieme a due ispettori e un agente mi ha detto “mi hanno massacrato” e aggiunse: “Ti prego parla con l’avvocato, portami a casa, mi stanno trattando come il loro giocattolino, arriva l’uno e mi mena, arriva l’altro e mi mena”.
Gli ispettori dicevano che si era auto lesionato, ma io gli risposi: “Federico non si può auto lesionare spaccandosi un timpano, e facendosi gli occhi chiusi e gonfi, e le mani piene di botte”.
E Federico guardando l’ispettore gli diceva “neanche la verità hai il coraggio di dire”.
Io non avevo capito che proprio quello era l’ispettore che lo aveva menato, altrimenti gli avrei chiesto la matricola e lo avrei denunciato seduta stante.
Quel giorno che lo incontrai in quelle condizioni spaventose, aveva con se un foglio tutto piegato piccolo piccolo. Io gli chiesi cosa fosse e lui rispose “mettitelo in petto, e dallo all’avvocato”. Era la sua denuncia di tutto quello che era successo. L’agente di turno si era accorto di qualcosa ed era venuto per chiedere cosa avessi preso. Io gli aprii il foglio davanti, e lui capì che era una denuncia, poi me lo rimisi in petto. L’agente disse che glielo dovevo dare, ma io gli ribattei “non ti azzardare a toccarmi, che io non sono una detenuta”.
Con quel pezzo di carta lui aveva denunciato l’ispettore capo e il suo assistente per tutte le percosse che aveva ricevuto.
Dopo due giorni sono ritornata, ma lui non c’era più. Lo avevano rimandato in ospedale, dove stette un paio di giorni. Il loro scopo era di farlo internare nell’OPG; in relazione, appunto, alla sue denuncia. Federico aveva fiutato il trappolone e aveva rifiutato il ricovero.
Volevano farlo passare per pazzo, come avvenne anche nel 2004.

-Cosa successe nel 2004?

Federico fu mandato nell’OPG di Santa Maria Capua Vetere sempre per lo stesso motivo. Ovvero l’avere denunciato le percosse da parte di due ispettori ricevute nel carcere in cui stava allora. Aveva solo 19 anni all’epoca. In O.P.G. rimase per 15 giorni. Era davvero trattato come venivano trattati i pazzi in uno di quei vecchi manicomi. Stava in una stanza con una camicia di forza e sbatteva alle pareti da destra a sinistra. A mia madre chiedeva di portarlo via da lì, perché altrimenti l’avrebbero fatto morire. Pensa che tentarono anche di sodomizzarlo. Federico disse all’infermiere che se voleva avrebbe pure potuto anche accomodarsi, ma che avrebbe dovuto tenere in conto del fatto che lui aveva l’epatite C, così solo per questo lo lasciarono stare.

-Molti dicono che negli O.P.G. ci sono professionisti

No no, almeno non per quello che ho visto io. Si parla proprio di camice di forza e si fanno anche violenze carnali. Purtroppo esistono anche queste cose. Bisognerebbe andare più spesso in questi O.P.G., a fare più visite ispettive, con i movimenti, con i partiti, con qualche parlamentare. Sono luoghi in cui lo è Stato assente e il personale che approfitta di questa assenza, di questo non controllo da parte delle istituzioni competenti. Come avviene troppe volte anche in carcere, del resto.

-Ritorniamo a Viterbo, tu lo vedi ridotto in quello stato, venne anche ricoverato..

Iniziai ad andare lì due volte a settimana, perché aveva bisogno psicologicamente di avere parenti vicino. Piano piano incominciò a migliorare, e a perdere pure un po’ di chili. Federico mi diceva che da quando io avevo fatto casino, tutti avevano iniziato a trattarlo bene. Erano tutti gentili anche con me. Mi chiamarono quando ero in colloquio e se si poteva evitare questa denuncia perché anche quella guardia era un padre di famiglia e tu rispondesti “sti cazzi”. Io comunque avevo sporto denuncia, che era giunta al Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, che non fece niente. Tantissimi detenuti mandano avanti queste denunce per percosse, maltrattamenti, illeciti vari subiti in carcere. Queste denuncie vengono abbandonate sulle scrivanie, insieme alle scartoffie, e si impolverano lì e poi un bel giorno vengono archiviate, senza essere neanche notate. Questa è la giustizia italiana.
Comunque, come ti dicevo, Federico mi diceva che lo trattavano un po’ meglio, che erano tutti rispettosi ed attenti nei suoi confronti.
La Direttrice gli ispettori del carcere di Viterbo, però, pensarono bene di mandarlo via, perché quando tu fai casino, quando denunci, loro ti trasferiscono per non avere il morto dentro il carcere, per non avere guai e problemi.
Prima lo mandarono a Cassino per poche e ore e poi a Federico fu mandato a Secondigliano, che è un carcere super-affollato, come poggio reale.

-Trasferito a Secondigliano, iniziasti ad andare anche là..

A Secondigliano ci andai in tutto tre volte, perché io soffro di crampi e quindi era difficile e pericoloso per me guidare. Due volte potei parlare con lui. La terza volta non lo trovai perché era stato inviato al carcere di Arienzo tra Benevento e Avellino, dove stette alcuni giorni prima di essere inviato a Secondigliano. Federico mi esortava a spingere sull’avvocato in modo che potesse uscire il più presto possibile. Le celle erano molto affollate e faceva in esse un caldo insopportabile. Mi raccontava che, per il caldo, lui posava il materasso a terra e dormiva lì. A Secondigliano Federico fece una visita nel centro clinico interno e anche lì il medico certificò la sua incompatibilità carceraria, e fece un sollecito alla magistratura, in quanto si sarebbe aggravato di saluteì. Ad un certo punto ho avuto un incidente a Terracina; mi hanno investita ed ho sbattuto un’anca contro un palo della luce e quindi si è lesionata. Ho dovuto fare delle terapia, una riabilitazione. Federico mi diceva che dovevo pensare a curarmi e che non dovevo assolutamente pensarci ad andare da lui finché la mia situazione non fosse migliorata, altrimenti non avrebbe voluto neanche vedermi.
Per me, la cosa problematica non era tanto il viaggio, quanto lo stare in fila. La convalescenza durò per tre mesi. In quel periodo, superati i primi periodi, andai per quattro volte a Secondigliano, mi mettevo in filo, ma dopo un’ora, un’ora e mezza dovevo andare via, perché, con i problemi che avevo non ce la facevo a reggere la fila. Ho tutti i biglietti del treno a comprovare che effettivamente andai lì in quel periodo, e a smentire quella gente che disse che io per mesi avrei abbandonato mio figlio. Chi dice queste cose si deve sciacquare la bocca.

-Cosa diceva Federico?

Mi raccontava la sua quotidianità con i compagni di cella, si informava sulla mia salute, mi ricordava sempre di fargli il vaglia. Io mi chiedevo come mai chiedeva sempre soldi, ebbi il sospetto che comprasse la droga anche in carcere, però alla fine stavo tranquilla perché ero certa che in carcere la droga non poteva circolare.
Federico a un certo punto smise di rispondermi, per circa un mese, e questo fatto mi inquietò.
Dopo qualche tempo venni a sapere che era stato trasferito a Poggioreale. Come al solito non ero stata informata. Dovetti chiamare la mia ex suocera per capire dove era finito.

-Quando fu trasferito da Secondigliano?

Questo non so dirtelo con esattezza. So solo che ad agosto smise di scrivermi. Io capii che c’era qualcosa che non andava. Seppi poi che, prima di essere mandato a Secondigliano, era stato trasferito per quattro Non sapevo che da Secondigliano era stato trasferito prima ad Arienzo –dove era stato quatto giorni. Ad Arienzo appena arrivato lo avevano gonfiato di botte.
Lui non mi aveva ancora detto del trasferimento a Poggioreale, per non farmi preoccupare. Anche questa volta fu la nonna, mia suocera a darmi questa informazione. Anche mia suocera mi confermò che anche a lei non stavano giungendo lettere.
A settembre, anche se ancora conciata fisicamente male, ingaggiai una avvocatessa con quale il 18 ottobre andai lì. Insieme a noi c’era pure
Io ero conciata fisicamente male, ma a il fratello di Federico, Christian, che era arrabbiato con Federico perché pensava che avrebbe potuto stare bene e che invece per la sua condotta era buttato in un carcere. Alla fine lo convinsi a venire, dicendogli che Federico era tanto malato e che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che lo vedevamo. Io lo dicevo per scherzare ma, alla fine, quel 18 ottobre, fu davvero l’ultima volta che lo vedemmo.

-Quindi dopo che non lo vedevi da mesi, l’hai visto quell’ultima volta.

Sì. Era da giugno che non lo vedevo. E lo vidi quel 18 ottobre.

-Raccontami quel colloquio.

Il colloquio l’ho fatto tutto il tempo con le mani di Federico tra le mie e me le sbaciucchiavo, me le tenevo vicino. In quei mesi mi era mancato tantissimo. A un certo punto oniziarono a scherzare tra fratelli. Federico si tirò su la maglietta e disse a Cristian – che è un gigantone di 1,95 metri- che anche lui adesso era grosso e quindi lui doveva stare attento. Ad un certo punto, guardando bene la faccia di Federico, notai un livido allo zigomo e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui mi disse che aveva sbattuto contro uno stipite, ma gli feci subito capire che non me la bevevo. Un amico detenuto che era lì vicino mi disse “digli la verità, è tua madre”.
Lui allora mi fece prima capire che dovevo stare zitta e, poi, indicandomi il poliziotto che stava di guardia, mi disse:
“Guarda quel poliziotto che cammina su e giù. E’ cattivissimo.”
Quel poliziotto era bassino, ed emanava un senso di nervosismo che mi dava fastidio.
Mi disse che gli agenti lì erano terribili, e cominciò a raccontarmi che lo gonfiato di botte.
Gli chiesi se era il caso che chiamassi i giornalisti e facessi un po’ di casino, ma mi pregò di non farlo, perché, diceva, altrimenti lo avrebbero ammazzato. Vidi Federico pieno di paura, terrorizzato. Federico non aveva mai avuto prima tanta paura.
Da agosto lui era entrato 3 volte nella cella 0. La quarta volta in cui ci sarebbe stato sarebbe stata l’ultima.

-La cella zero di Poggioreale. E’ emersa dalle tante denunce per pestaggi subiti fatte dai detenuti di Poggioreale. Viene descritta come una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere. Un piccolo gruppo di agenti penitenziari, che pare sia sempre lo stesso, è accusato di portare, di volta in volta, alcuni detenuti in questa cella, dove, nudi e al buio, vengono sottoposti a furiosi pestaggi, per lo più a mani nude o con uno straccio bagnato…

Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.
Un malato di cirrosi epatica non deve essere imbottito di medicine, per tenerlo buono dentro al letto a dormire tutto il giorno e non rompere le scatole; se rompeva le scatole, avrebbero dovuto mandarlo a casa, dove aveva una famiglia che avrebbe pensato a curarlo, avrebbero dovuto dargli gli arresti domiciliari, perché l’hanno tenuto in carcere? Mio figlio non era un 41 bis, era un delinquente comune, avrebbero dovuto mandarlo a casa e noi ci saremmo presi cura di lui, e se fosse comunque dovuto morire, l’avrebbe fatto con la sua famiglia vicino, avvolto certamente dall’amore e non da malvagità e crudeltà gratuite. È morto un ragazzo, adesso i colpevoli devono venire fuori, perché non si muore così da soli.
Tornando alla cella zero, uno dei detenuti che conoscevano Federico, mi scrisse per raccontarmi che Un giorno sentendo rumore di botte e urla, e aveva riconosciuto la voce di Federico. Il giorno successivo, questo ragazzo, passando dalla cella di Federico, lo trovò pieno di ematomi. Questo è successo intorno al dieci ottobre. Fino a quel momento si trovava al padiglione Salerno (il carcere di Poggioreale è diviso in padiglioni).
Subito dopo questo pestaggio venne trasferito al Reparto Avellino, da dove venne il giorno che fece il colloquio con me e dove morì.

-Che senso aveva trasferirlo in un altro reparto?

Per non farlo vedere agli altri detenuti dello stesso reparto. Nell’altro reparto, dove l’hanno trasferito, i detenuti magari l’avranno visto arrivare già malconcio e, quando c’è un detenuto nuovo nel reparto, non si fanno domande.
Cosa posso pensare inoltre? Che era meglio portarlo in un reparto, dove lui nei giorni precedenti non era stato, in modo che non si potessero interrogare i detenuti di quel reparto su quelli che furono gli ultimi giorni di Federico.
Considera anche i detenuti che erano al reparto Salerno si è cercato di trasferirli in altri reparti o in altre carceri per evitare che venissero interrogarti
Comunque, i racconti dei detenuti coincidono con lo svolgimento degli eventi. Raccontano che un giorno gli diedero tantissime botte e poi non lo portarono più nel reparto in cui stava, il reparto Salerno; ma lo portarono al reparto Avellino. Io, il giorno 18, il colloquio lo feci al reparto Avellino.

-Dopo la tua visita del 18 ottobre, cosa successe?

Dopo quell’incontro, naturalmente, mi sentii peggio di prima. Vedevo il volto di Federico terrorizzato; pensavo all’orrore che vige in quel carcere. Federico mi aveva raccontato della cattiveria totale che vigeva là dentro. Lì, appena arrivati, si veniva picchiati. Così, senza avere fatto niente, per il solo fatto di essere una nuova matricola. Pensa a un ragazzino, che magari ha 19 anni e lo hanno buttato lì perché ha fatto uno scippo. E per la prima volta si ritrova in un mondo nuovo, di cui non conosce le regole e, se non le rispetta –se, per esempio, non si mette in fila, per andare alle docce, con le mani indietro o da qualche parte- cominciano ad arrivargli schiaffi dietro al collo.
Comunque, io e l’avvocatessa ritorniamo a Poggioreale il venerdì 1 novembre, esattamente una settimana prima che morisse.
Entrò per prima l’avvocatessa, mentre intanto io ero andato a fare la fila per lasciargli il pacco della biancheria. Gli avevo comprato nuovi indumenti, perché a breve sarebbe andare in ospedale per rifare tutte le analisi che avrebbero certificato certamente un suo peggioramento. Quella volta non ero più con suo fratello, ero da sola. Dopo un’ora e mezza l’avvocatessa uscì fuori e le chiesi come stava Federico. Lei non seppe darmi una risposta, ma mi comunicò che Federico le aveva detto che quel giorno sarebbe andata a trovarlo la zia e che, quindi, io, per poterlo vedere, avrei dovuto abbinarmi con la zia, altrimenti avrebbe rifiutato il colloquio. Si poteva fare un colloquio, non due, e non si sentiva di dire alla zia di andar via, perché andava a trovarlo una volta al mese. Lui sapeva che io non vado d’accordo con lei. Solo oggi capisco il perché Federico mi mandò a dire quelle cose. Era gravemente malridotto e, se io l’avessi visto, certamente avrei fatto tanto di quel casino da farmi arrestare. Abbiamo una video-intervista dell’avocato, in cui racconta di averlo visto pieno di ematomi.

-Ma l’avvocato non ti riferì nulla quel giorno?

No, non mi disse nulla, perché questo gli aveva chiesto Federico che, conoscendomi, sapeva che io non mi fermo davanti alla giustizia e non perché non ne ho rispetto, ma proprio perché ne ho rispetto voglio che tutti la rispettino. Federico chiedeva solo un diritto, quello di essere curato, non chiedeva l’impossibile.
Comunque, come ti ho detto prima, il primo novembre Federico avrebbe dovuto fare il colloquio con la zia. Lui mi telefonò il martedì della settimana seguente, il 5 novembre. Io non ero a casa e allora ha telefonato alla zia, dicendole che gli erano saltati dei denti e che sputava e sangue e di chiamarmi subito per dirmi di andare lì con l’avvocatessa.
L’8 novembre, il venerdì successivo, è morto. Io dovevo il lunedì a fare due ore di colloquio, ma non ho fatto in tempo perché venerdì sera mi hanno chiamata per dirmi che era morto. E anche su quello avvenuto in prossimità della sua morte e subito dopo, ci sono lati oscuri.

-Racconta.

Alle sedici e venti gli amici di Federico, i compagni di cella, appena rientrati dall’ora d’aria, tornano in cella e trovano Federico morto.
Guarda caso quasi sempre i detenuti muoiono o di notte, o durante l’ora d’aria.
Comunque, i compagni di cella di Federico lo trovano a letto tutto blu che rantolava e chiamano l’agente di turno che stava facendo il giro, il quale, una volta venuto, si attiva per farlo mettere su una barella e farlo portare in infermeria.
Come mai ci hanno messo quaranta minuti per chiamare il 118?
Forse perché non sapevano giustificare tutti quei segni addosso a Federico?
Tu vedi una persona cianotica, rantolante e non chiami immediatamente l’ambulanza?
Loro all’inizio hanno iniettato adrenalina con endovena.
Gli hanno fatto anche l’elettroshock.

-Elettroshock?

Ho trovato riportato nei certificati che hanno usato l’elettroshock. Anche se l’elettroshock è vietato da 35 anni.
Ritornando alla successione degli eventi.. l’ambulanza è stata chiamata solo alle 16:50.
Quando è arrivata lui era già morto.
Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16:57.
La morte è stata attribuita a una ischemia miocardica acuta.
E ripeto.. perché si è perso tutto questo tempo? In caso di miocardite in genere si fa un intervento immediato: aprono, mettono una cannuccia che allarga l’aorta ed è fatta; non si muore di miocardite. Se si interviene in tempo, non si muore.

-La notizia della morte ti fu data, mi dicevi, la sera dell’otto novembre..

Non me l’aspettavo. Mi aspettavo che dovesse succedere qualcosa di grave sì, perché a furia di stare da sola ho imparato ad essere come gli animali selvaggi. Mi isolo sul ceppo della montagna e guardo cosa succede sotto la valle, tutto scruto, tutto vedo e non parlo. Quel giorno, otto novembre, comprai un quadro, raffigurava un signore sui 60 anni, bello, con i capelli grigi brizzolati, lo comprai perché costava 15 euro ed era di un autore famoso, Audino, che ha una buona quotazione, quindi per me questi 15 euro spesi in questo modo erano l’affaruccio del momento e così presi in fretta questo quadro, prima che, chi lo vendeva, vedendomi molto interessata, ci ripensasse sul presso. Quando arrivai a casa lo poggiai a terra, avvolto nel suo involucro; pensavo di cenare per poi ritornare a guardarlo bene un’altra volta, prima di appenderlo. Poi quella sera non cenai, perché mi girava la testa, e bevvi un thé. Portai il quadro in camera mia, dove avevo pensato di metterlo e pensavo alla faccia del signore che mi rasserenava, mi dava l’idea di un saggio con la barba lunga. Quando tolsi il quadro dall’involucro mi accorsi che era un frate, anzi era un sacerdote, portava una croce; mi sentivo incredula e lo poggiai di nuovo. Sentivo il cane di Federico sotto la finestra che ululava. In genere si dice che quando i cani ululano non portano bene. Mi addormentai alle 18:30, ma era come uno stato di dormi-veglia e sognai che i denti di sotto mi si sgretolavano e per lo spavento mi svegliai. Dopo circa un’ora e messa è arrivò la telefonata.

-Chi fu a chiamarti?

Mio cognato. Erano le nove e mezza di sera. Non dimenticherò mai quella telefonata.
Erano le nove e mezza di sera e lui esordì dicendomi
“Federico se ne è ito”.
Io pensai che intendeva che lo avessero messo ai domiciliari o che lo avessero portato in ospedale. Ma mi fece presto capire che lui intendeva che Federico era morto.

-Un momento durissimo.

Mi si spaccò il petto. Ho sentito dentro come un rumore.. sfiorai l’infarto. E’ quel tipo di notizia che ti fa impazzire. Dopo quella bruttissima mezzora, la più brutta della mia vita e che non augurerei neanche al mio peggior nemico, ho telefonato subito al carcere di Poggioreale e mi trattarono con una scortesia unica. Mi dissero solo che era all’obitorio, ma non mi dissero di quale obitorio si trattasse. Alla fine, dopo le mie ripetute insistenze, mi dissero che avevo proprio rotto le scatole e passarono la telefonata al posto di polizia, dove furono molto più gentili, mi risposero che erano dispiaciuti per l’accaduto, e mi indicarono in quale ospedale avrebbe potuto trovarsi Federico. Quella sera stessa mi misi in macchina e andai a Napoli, dove feci, con due amici –perché io ancora non guidavo- il giro di tutti gli ospedali. Alla fine lo trovai al Federico II, nell’obitorio giudiziario. Quella sera non mi fecero entrare. Ritornai a Roma e chiamai l’avvocatessa per avvertirlo della morte di Federico. Lei fece subito una denuncia per omicidio colposo.
Quando potei vedere il suo corpo fu una visione sconvolgente..

-Penso che nessuno potrà mai veramente capire quello che provasti in quel momento..

Qualcosa di indescrivibile..
Poi ci fu l’autopsia, che è un’altra parte emblematica della vicenda. L’autopsia, riporta tutto ma, nella relazione finale, c’è solo quello che interessa a loro. Tra l’altro l’autopsia si fa o a Y o si fa dritta, lui invece è stato tagliato a zig zag da sotto il mento. Perché a mio figlio hanno tagliato il collo a zig zag? Cosa è un’altra tecnica di autopsia questa? Forse al medico gli tremava la mano? Oppure l’hanno fatto per cucire meglio il punto dove era stato spaccato? Era forse già aperto in quel punto e quindi hanno dovuto rattopparlo, giusto per far vedere che era una cucitura dell’autopsia, invece che altro? Ci credono cechi, stupidi?
E poi perché ci hanno messo sei giorni per fare l’autopsia?
Inoltre quando c’è un medico legale di parte non si spoglia il cadavere finché non è presente anche il perito di parte. Invece quando arrivò il nostro medico Federico era già nudo.
Comunque, andando un po’ più nello specifico, è riportato che sotto le tempie c’era liquido, infatti in quella zone lui era pieno di ecchimosi. Significa che colpendolo gli hanno rotto le sacche encefaliche. La milza era molto ingrossata e anche questo è un dato anomalo. Dalle foto che abbiamo si vede che ha tutte le vene in risalto.
Il palmo della mano sinistra era pieno di ecchimosi, lui era mancino, come mai queste ecchimosi? Evidentemente è il risultato di un urto contro un corpo contundente.. magari si sarà dovuto riparare da qualche colpo? Il braccio sinistro era completamente bruciato.
Sono riportati poi tutti i tatuaggi, ma le macchie epostatiche, quelle che si formano per il ristagno del sangue in alcuni punti del corpo e che fanno capire come era poggiato, si protraggono oltre le strisce di posizione del corpo. Significherà forse che non sono macchie epostatiche, ma segni di percosse? La pelle è piena di ecchimosi e goccioline ematose e in alcuni punti anche crosticine, magari c’erano già il venerdì precedente? Le orecchie erano piene di cerume, io non l’ho mai visto così, perché lui si lavava tutti i giorni, sarà forse stato a letto per 3, 4 giorni, dal martedì che ha telefonato a casa chiedendo che andassi con urgenza insieme all’avvocato?
Dicevamo che un braccio era bruciato. Non si sa perché, non ci sono documenti in carcere che possano dimostrare che questo braccio era bruciato, ma noi siamo testimoni del fatto che durante l’ultimo colloquio che abbiamo fatto questo braccio non era bruciato.
E tutte le macchie rosse che ha dietro i talloni cosa sono? Uno che muore d’ischemia è combinato così? Dietro la scapola aveva come una forma di piede, di scarpone. E non si può parlare neanche di macchie post mortis. Quando queste macchie sono state notate, mica Federico era morto da 3 o 4 mesi; le macchie post-mortis vengono fuori dopo mesi. Lui era stato messo in frigorifero. Non credo che in 5, 6 giorni il cadavere potesse ridursi in quello stato.
E poi gli mancavano totalmente i denti.

-Quindi prima i denti ce li aveva?

Quelli inferiori sì. Quelli superiori gli mancavano da diverso tempo. Lui per l’uso di droga aveva la piorrea e quindi i denti di sopra li aveva persi per questo motivo; e anche qui c’è da sottolineare una cosa vergognosa. Avendo perso i denti di sopra, Federico aveva una protesi dentaria superiore che gli veniva spedita nei vari trasferimenti tra carcere e carcere. Questa protesi era rimasta a Viterbo. E nonostante le sue istanze, in pratica non la ebbe più. Lo hanno lasciato senza di essa per un anno. Questo gli rendeva praticamente impossibile masticare il cibo. Lui mi diceva “mamma, per mangiare, me lo devo innaffiare sotto l’acqua.. gli spaghetti me li devo ingoiare, mi faccio solo la minestrina, perché quella la posso ingoiare.” E infatti, quando è morto, gli hanno trovato nello stomaco dei pezzettini di cibo, praticamente ingoiava senza masticare. Ma, i 14 denti che aveva di sotto, anche se mal ridotti, ce li aveva ancora. L’ho avuto davanti per un’ora al colloquio e anche l’avvocatessa aveva visto che i denti quella volta ce l’aveva. Quando, però, il giorno in cui fui all’obitorio, mi avvicinai al lettino d’acciaio dove era posto il cadavere di Federico, si aprì la sua bocca e i denti non c’erano più.
Come è possibile che di colpo, in pochi giorni, fossero spariti 14 denti?
Considerando la situazione complessiva, io ho sentito tanti medici e tutti concordano con me, ovvero col fatto ch è stato percosso. I miei avvocati ed il mio medico legale dicono che non sono da escludere i maltrattamenti.

-Non sono da escludere? Sono evidenti.

La vergogna dovrebbe essere enorme, perché hanno infierito su ragazzo che già non stava bene, era un ragazzo gravemente ammalato. E’ stato come entrare in un ospedale, prendere un malato e riempirlo di botte. E’ la stessa identica cosa, perché Federico era seriamente malato.
Ad un ragazzo che ti chiede di chiamare il 118 e che sta sputando sangue, non puoi dirgli “Mi hai rotto la guallera”, questo me l’hanno riferito i suoi compagni, non puoi malmenarlo e portarlo nella cella 0.
Tornando alle analisi; dall’esami tossicologico risultò la presenza, nel corpo di Federico, di una marea di farmaci.

-Soffermati un attimo su questo aspetto

Troppe, troppe medicine. Ogni volta che stava male il dottore gli faceva una iniezione, ma giusto per calmarlo, infatti dall’autopsia sono risultati una marea di farmaci, addirittura il triplo di quello che potrebbe essere tollerabile. Lui soffriva anche di un disturbo borderline, anche chi è fuori può
soffrirne e, magari, neanche saperlo.
Questo disturbo gli era venuto per le intere giornate costrette a stare da solo, dove, a un certo punto, aveva iniziato a parlare da solo. Lui si dissociava, in un attimo diventava un altro, ma dopo due minuti era di nuovo Federico; oppure non tollerava di essere tossico, allora si voltava dall’altra parte e si diceva di essere un bravo ragazzo. Quindi lui aveva certamente questo disturbo. Loro hanno giustificato la grande presenza di farmaci con questo disturbo borderline.
Tra l’altro, erano tutti medicinali incompatibili con l’ischemia, che era un malato ischemico. Mi hanno detto che mio figlio è morto per ischemia miocardico cronica acuta. E quindi ad un malato ischemico si da tutta quella porcheria?

-Si può dire che il disturbo border line è un ulteriore motivo, quindi, per cui non doveva assolutamente stare in carcere.

C’erano 3 cose che in modo univoco determinavano la sua incompatibilità alla vita carceraria:
1-prima cosa perché era un tossicodipendente,
2-seconda cosa perché aveva la cirrosi epatica cronica,
3-terza cosa perché aveva un disturbo borderline.
Avevamo fatto 6 istanze e i magistrati cosa hanno fatto? Se ne sono fregati, non le hanno prese neanche in considerazione. Il segretario del Ministro Cancellieri al Question Time, presentato dall’onorevole Salvatore Mucillo, del Movimento 5 Stelle, che chiedeva come mai Federico non fosse stato curato, rispose che era stato lui a rifiutare i ricoveri. Come è possibile? Noi i ricoveri li sollecitavamo da fuori, lui li sollecitava da dentro, chiedeva di essere portato all’ospedale e, alla fine, ti vengono a dire che era lui che non voleva farsi curare. Lui mi scriveva che non lo curavano, che lo stavano uccidendo. Tutte le sostanze chimiche contenute nei medicinali sono emerse in dosi superiori a quelle che avrebbe dovuto prendere e, nonostante questo dato, l’autopsia riporta invece che le dosi erano adeguate.

-E la sintesi finale cosa dice?

Che le percosse sono da escludere, che Federico non ha subito maltrattamenti e che è morto di miocardite cronica acuta. Gli è sì esploso il cuore, ma dalla paura.

-Come si spiega la contraddizione totale tra i dati oggettivi che tu mi hai precedentemente riportato e la sintesi finale dell’autopsia?

So solo che è una vergogna. E’ tutta una vergogna. Ma baste vedere le fotografie di mio figlio per capire che lo hanno riempito di botte.
Dopo la morte di Federico, alla fine dello stesso mese sono andata a parlare con la direttrice del carcere, che accettò di ricevermi anche perché sotto il carcere c’erano 20 televisioni.

-Ricordo che un giorno ti vidi in un servizio televisivo. Non conoscevo ancora quasi nulla della vicenda di Federico. In quel video tu protestavi sotto il carcere e poi fosti ricevuta dall’ex direttrice. In quel giorno c’era anche Rodotà, con il quale vi fu un momento toccante. Ricostruisci quella giornata.

Quel giorno c’era un convegno, ma io non ero andata lì per il convegno. Ero andata con altre persone per fare un sit-in per Federico ed anche per un ragazzo, Vincenzo Di Sarno, un ragazzo malato di cancro al midollo spinale, per giunta un presunto colpevole, che alla fine è uscito, l’hanno mandato al Cardarelli. A un certo punto direttrice decise di ricevermi, naturalmente dopo che le televisioni la informarono che io ero lì fuori dalle 6 del mattino. Entrai e lei mi disse che mi era vicina, mi diede le condoglianze, la ringraziai e gli chiesi notizie circa le ultime ore di vita di mio figlio, dato che io non ero stata presente. A quel punto un ciccione che stava seduto alla scrivania vicino a quella della dottoressa -noi eravamo su un divanetto rosso- cominciò a ridere, naturalmente gli chiesi che cazzo avesse da ridere. Quel ciccione era il comandante della polizia penitenziaria e non mi diede alcuna risposta. Mi disse solamente che dovevo calmarmi. Io gli dissi di non ridermi in faccia e chiesi alla direttrice che tipo di cure facevano a Federico, quelle col manganello? La dottoressa mi disse che stavo esagerando, ma io risposi che ad esagerare erano stati tutti loro e che qualcuno dovrà rispondere del fatto che mio figlio è uscito fuori di lì morto. È lecito sapere come è morto mio figlio? Cosa è successo? C’era un ordine di servizio, in cui sono riportati i nomi del personale di guardia, oppure no?
Ma ci sarebbero tante altre domande da fare, tante domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere?

-Fanne qualcuna..

Per quale motivo abbiamo chiesto le cartelle cliniche e non ci sono state date?
Perché non gli avvocati della parte lesa non hanno potuto interrogare i detenuti?
Cosa hanno da nascondere?
Perché ancora oggi non ho vistiti e gli effetti personali di mio figlio dopo un anno?
Perché forse hanno paura che faccio vedere i vestiti insanguinati di Federico, 27 centimetri sulla felpa, 16 centimetri sulla maglietta sotto?
Come mai le macchie di sangue erano tutte posteriori, dal collo in giù, dietro la schiena? E’ morto di ischemia e posso pensare che gli esce il sangue dal naso. Non si muore di ischemia con quelle macchie di sangue dietro la testa, allora vuol dire che Federico perdeva sangue dalla testa.
Tornando all’incontro con la direttrice, io le chiesi di parlare con due guardie. Nel nome di esse mi ci imbattei all’obitorio. Quella mattina all’obitorio, siccome nessuno sapeva che io ero la madre del ragazzo morto, ho allungato il collo ed ho dato un’occhiata ad alcuni certificati che erano su un tavolo lì vicino, su quei certificati ho letto i nomi delle guardie che hanno preso il cadavere di mio figlio quella sera; Alla direttrice feci il nome di quelle guardie e chiesi di poter parlare con loro. Lei mi disse che erano in ferie, me lo disse immediatamente, senza prendersi il tempo di capire chi fossero.

-Questa sì che si può definire “eccellenza” nello svolgere il proprio compito. Conosceva vita, morte e miracoli di tutte le guardie penitenziarie? Era in grado di rispondere al volo ad un qualsiasi riferimento nominativo?…

Infatti. Tutte balle. Là dentro ci sono 750 poliziotti e lei poteva ricordarsi che proprio quei due erano in ferie? A quel punto cominciaI a non tollerar più il trovarmi lì dentro e chiesi di uscire perché quel posto puzzava di morti. La dottoressa con fare alterato mi disse che mio figlio era monitorato, come tutti gli altri detenuti malati, che dovevo calmarmi, che il suo carcere era trasparente. Alla fine conclusi dicendole che sarebbe stato meglio se non l’avessi conosciuta.

-Alla fine siete riusciti a sapere quali sono i nomi dei responsabili?

Noi li abbiamo i loro nomi e non posso dirti come li abbiamo ottenuti altrimenti il PM non accetterà i nomi che forniremo. Li abbiamo avuti tramite chi ha visto e sentito, tramite chi sa tutto. La vergogna è che queste persone, invece di essere state sospese dal servizio, sono state spostate in sezioni amministrative.

-Quindi anche i vertici del carcere conosco i nomi, altrimenti non sarebbero stati spostati alle sezioni amministrative.

Certo e li conoscono da tempo. In carcere le guardie usano tra di loro soprannomi, che sono sempre gli stessi: Melella, Penna Bianca, Orso Bianco, Ciondolino. o’ Siciliano, o’ Boss, l’incredibile Hulck, o’ Casalese.
Voglio dirti che, prima ancora di vedere il corpo di mio figlio all’obitorio, io sapevo che è stato ucciso e così è stato, oggi abbiamo i testimoni che possono dire questo.

-Come sono emersi questi testimoni?

Lo dirò alla fine quando saranno finite le indagini. Comunque sono tutti ragazzi che mi hanno scritto lettere. La fonte non posso dirla pubblicamente per lasciare l’opportunità a questi ragazzi di potere aiutare le indagini Ti dico che questi ragazzi mi hanno cercata, si sono informati tramite televisione. Si tratta di detenuti ed ex detenuti, le cui dichiarazioni concordano.

-Penso a tutte le contraddizioni che, in storie come questa, si manifstano tra le frettolose versioni ufficiali e quello che, e emerge. Penso a questa smania di trovare “giustificazioni” che dà, quasi sempre, l’evidente impressione di un’arrampicarsi sugli specchi.

E’ assolutamente così. Ad esempio, il fatto che Federico è morto nel reparto Avellino è attestato nel certificato di morte. Nonostante ciò, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, Donato Capece, ha detto in televisione che è morto nel reparto Salerno.
Quando andò in televisione, c’era con lui un esponente del DAP, Luigi Pagano, il quale sosteneva che Federico aveva ricevuto in carcere 130 visite. Premesso che non è assolutamente vero, ma dando per buona tale assurdità, fate 130 visite e non vi accorgete che aveva la miocardite cronica-
Questi due personaggi dissero anche altre scempiaggini. Come il fatto che lui sarebbe stato in cella con altri 5 detenuti, tra i quali c’era pure un detenuto piantone, pagato dall’amministrazione del carcere per avere cura di Federico e che inoltre mio figlio era assistito dalla Caritas che gli dava i vestiti e che i poliziotti gli compravano le sigarette.

-Gli volevamo davvero bene a Federico..

Naturalmente detenuti ed ex detenuti ci hanno raccontato altro. Cioè, come ti dicevo, che al reparto Salerno l’hanno ammazzato di botte e, per non farlo vedere agli altri detenuti, l’hanno immediatamente spostato al reparto Avellino, dove poi è morto. È vero poi che al reparto Salerno era insieme ad altri 5 detenuti, e che tra di essi c’era un detenuto piantone. Ma questo detenuto piantone non assisteva Federico, ma assisteva un altro detenuto che aveva problemi di incontinenza e che doveva, all’occorrenza, lavarlo. E comunque, se davvero Federico aveva un piantone, dove era questo piantone quando è morto? Perché mio figlio era cianotico quando è morto? Quanto alle sigarette, se le comprava con i soldi che gli arrivavano dalla sua famiglia. E questo vale anche per i panni e le altre cose, che non gli procurava la Caritas. Federico ha sempre avuto il suo conto in carcere, non gli abbiamo fatto mai mancare nulla. I vestiti glieli mandavamo a pacchi. Tutto questo lo dico per rispondere a quel signore che è andato a dire stupidaggini in televisione. La suora portava qualche dentifricio, qualche shampoo, qualche pacco di sigarette da 10 a quei detenuti che non avevano nessuno.
Quel funzionario disse anche che mio figlio aveva avuto 130 visite mediche. Se questo fosse davvero avvenuto, come è possibile che nessun medico si è accorto che aveva una miocardite? Questo è scritto nel certificato di morte, che i detenuti hanno chiamato, che l’agente stava facendo il consueto giro di guardia ed è andato ad aprire la cella 6, che si trova nel reparto Avellino. L’ultimo pacco che ho mandato l’ho mandato alla cella 6, reparto Avelino.

-Quando hai cominciato a ricevere le lettere dei detenuti?

Ad aprile. La vicenda di Federico ha indignato molti di loro e tutti quelli che mi hanno scritto sono arrabbiati e disposti a parlare. Io ho detto loro che così esporranno a rischio la loro incolumità, ma loro sono determinati ad andare avanti perché Federico era loro amico e dicono che non meritava quanto ha subito. Federico ha fatto i suoi errori, ma era un ragazzo generoso. Prendeva sempre le difese di tutti i più deboli, anche se così attirava su di sé l’antipatia delle guardie. Ma non riusciva a non fare nulla di fronte alle ingiustizie. Quando vedeva che le guardie si accanivano contro un poverino, le esortava a prendersele con lui.

-Dopo la morte cos’altro è successo di significativo?

Ho saputo che il Sappe, sindacato autonomo di polizia, voleva denunciarmi. Siccome non è sufficiente quello che è successo, hanno pensato anche di denunciarmi. Poi non l’hanno fatto, hanno pensato di risparmiarsi una figuraccia.

-Pensavo adesso a chi di fronte a vicende come quella di tuo figlio parla di autolesionismo…

Anche di lui hanno detto che si è auto-lesionato, questo succede spesso. Ma come è possibile? Io vedevo mio figlio con gli occhi gonfi, tutto sgraffiato, tutto ammaccato, pieno di ematomi in faccia con gli occhi chiusi che sembrava uno che era salito sul ring, pieno di acqua sotto le palpebre. Si era auto-lesionato? Ma scherziamo? Federico mi diceva che lo trattavano come un giocattolino, che con lui ci giocavano, che non ce la faceva più. Stiamo scherzando, vero?
A quelle persone che pensano che una divisa li autorizzi a poter fare tutto, io dico:
“Ma chi siete? Vi sentite autorizzati solo perché portate una divisa addosso? Allora la Costituzione la state facendo rispettare così? Oppure vi siete messi in testa che la divisa è semplicemente un vostro mezzo per una vostra difesa, non a tutela del cittadino per fargli rispettare la costituzione e a favore di altri cittadini che non fanno degli illeciti, ma devo capire che qua se ne fa un uso personale?”
Dato che ci sono delle mele marce nei corpi di polizia, per queste mele marce dobbiamo avere paura di denunciare? Perché? I fetenti come stanno tra la gente che non ha la divisa, stanno pure tra coloro che hanno la divisa e dovrebbero essere proprio i colleghi bravi a far presente alle istituzioni gli illeciti delle mele marce.
La divisa si porta addosso con onore e con rispetto ed io rispetto tutta la polizia penitenziaria, quella che fa dei sacrifici enormi per stare dietro a detenuti, che sono veramente dei forti delinquenti, che sono persone che non conoscono né madre né padre per quanto sono cattivi, ma hanno scelto quella vita e va rispettato anche il delinquente cattivo, perché quella è la sua vita, quello è il suo modo di essere ed io non sono nessuno per sindacarlo o per sotterrarlo nella vergogna; queste persone vengono arrestate e pagano in carcere la loro pena, quella che gli infligge il giudice in base alla legge. Chi porta la divisa deve aprire e chiudere la cella, è messo custodia di quel detenuto, di quell’altro, di tutto un padiglione, di tutto un reparto, ma nessuno l’autorizza a mettere le mani addosso ai detenuti.
Federico ha subito anche troppi di questi illeciti e so io quanto ho sofferto per tutto ciò. Ogni volta che andavo lì mi si presentava sempre una situazione incredibile: una volta troppi farmaci, un’altra volta troppe botte, poi uno schiaffo, poi un calcio, poi un cazzotto, poi chiudevano l’acqua in cella. Prendeva le botte per cose assurde, per esempio per il fatto che prendeva la coca cola che si vende allo spaccio del carcere e, siccome era luglio e fuori c’erano 40 gradi, lui aveva messo la sua coca cola sotto un filino d’acqua per farla un po’ rinfrescare nel lavandino del bagno. Federico cosa aveva fatto di straordinario?
Quale gran danno stava facendo per gonfiarlo come una zampogna? Per un filino d’acqua? Si nega anche l’acqua adesso ai carcerati? Questa è crudeltà, oltre che tortura. E poi vorrei sapere perché, come ti ho detto anche prima, venisse continuamente trasferito. Ha cambiato 9 carceri in 3 anni.
Qui ci sono specialisti della menzogna. Di Stefano Cucchi hanno detto che era morto per disidratazione. E poi tante di quelle scempiaggini sul suo caso, che poi venivano di volta in volta spazzate via dalla verità dei fatti..

-E poi hanno denunciato la sorella per diffamazione.

Certo, e vedrai che alla fine verrò denunciata anche io. Oltre l’infamia, pure la crudeltà, ma io non ci sto, faccio un macello, vado pure in America a fare casino, alla BBC. Se sarà necessario, farò riesumare il corpo di Federico per tutte le volte che sarà necessario, perché voglio ottenere giustizia e Federico la merita perché era un ragazzo che aveva fatto i suoi sbagli e li stava pagando, l’ha scritto anche nelle lettere: “Mamma, ho sbagliato e sto pagando, ma devo pagare una pena carceraria, non una pena inumana. Ti prego mamma, portami a casa, mi stanno uccidendo”. Sarò un incubo per loro. A me non mi ferma nessuno, a meno che non mi ammazzano.

-Fai bene. Nessuna persona deve morire così.

Ogni persona va trattata con rispetto, va tutelata, va difesa. E non c’è differenza tra le persone. Non c’è differenza tra i ragazzi. Che differenza c’è tra un ragazzo laureato che sta dietro una scrivania, in un ufficio e Federico, o un Aldrovandi, un Cucchi, un Eliantonio? Sono dei ragazzi, questo avevano in comune. Avevano il diritto a vivere, avevano il diritto al futuro qualunque esso fosse stato. Nessuno doveva permettersi di decidere per la loro vita, se morire o vivere, questo è un potere che ha solo Dio, che tra tante chiacchiere, cravatte e giacche, è l’unico Signore. Io quello conosco come Signore, non quelli seduti sulle poltrone rosse.
Quello che è successo a mio figlio può succedere a chiunque.
Abbiamo denunciato un poliziotto penitenziario siciliano che su facebook aveva scritto “Guarda un po’ sta zozzosa, aveva un figlio in carcere che non andava a trovare da 4 mesi e se la viene a prendere con noi! Io non le auguro la morte come ce l’ha augurata lei, ma le auguro la più grande sofferenza”.
Tutto quello che hanno fatto non è bastato, doveva augurarmi pure altra sofferenza?
Alcuni hanno anche detto”La madre di Perna come la Cucchi: vanno in televisione per fare soldiÈ assurdo che dopo quello che è successo debba sentirmi dire anche queste cose
Io non vado in televisione per fare i soldi, ci vado per promuovere il fatto che in carcere non debba essere torto un solo capello ai detenuti, visto che mio figlio è uscito morto da lì dentro. È giusto che adesso io urli, non per mio figlio che comunque non risuscita, ma per gli altri, contro questo sistema che non mi piace.

-Nina, chi parla in quel modo, si squalifica da se.

Ti dico una cosa. Vorrei che venissero da me queste persone che hanno ucciso mio figlio, che vengano davanti a me, io non ho detto che non li perdono, ma vengano a dirmi: “Signora, ci siamo lasciati prendere la mano. Siamo 6, 7 teste di cazzo; quella sera eravamo un po’ ubriachi o c’eravamo esaltati troppo…ci perdoni. Siamo 3, 4, 5, 6, 700000 teste di cazzo.” Solo così io potrei capire, non giustificare. Quello che hanno fatto è un gesto ingiustificabile, per sempre. Che li condannino oppure no, un ragazzo è morto. Morire per le botte è la cosa più brutta che c’è al mondo; ad un ragazzone, ad un gigante, come era mio figlio, hanno dovuto dargliene davvero tante per ammazzarlo. Il corpo di Federico parla da solo, io, guardandolo ad un palmo da me, avrei voluto dargli un bacino, ma non ce l’ho fatta, mi toccava lo stomaco, non sapevo dove toccarlo per fargli l’ultima carezza.
Federico è morto, e adesso chi ne risponde? Non me ne frega niente di avere quattro spiccioli di rimborso dallo Stato. Io voglio giustizia. Per loro era un tossico e un delinquente, per me era, è e sarà sempre mio figlio, sempre.
Non c’è minuto in cui non pensi a mio figlio. Lui già stava male. Per quale motivo non gli hanno fatto vivere la sua vita?
Ho quasi paura a sognarlo, per paura di rivederlo in quello stato. Anzi, alcune volte, mi trovo a dirgli mentalmente “se vuoi venirmi in sogno, non venire in quello stato che mi spavento” . La mia vita è sconvolta, non sto vivendo più. Già prima non mangiavo volentieri la carne, adesso dopo la morte di Federico mi fa proprio schifo, perché ho visto la carne di mio figlio maciullata, tritata. Io non mangerò mai più una lasagna in vita mia, perché lui mi scriveva nelle lettere che non vedeva l’ora di tornare a casa per mangiare la mia lasagna. Ci sono tante cose nella vita di tutti i giorni che mi riportano a lui, anche il suo cane. Mio figlio è dentro una bara, come mia madre e come tutti prima o poi ci finiremo, ma non è possibile crescere un figlio, fare dei sacrifici, mandarlo avanti, farlo studiare, fare tutto per lui, scegliere il meglio nel limite del possibile, per poi arrivare ad un giorno in cui te sballottolano da un carcere ad un altro per farlo finire nelle mani di 4 pazzi esaltati. Loro sono le prime mele marce da togliere, sono loro che non rispettano per primi i diritti costituzionali. Chi si comporta così è un delinquente. Abbiamo pianto la bellezza di 2400 morti in carcere. Ma dicono che questo è morto per cause incerte, e quest’altro è morto per suicidio. Cercano sempre di non fare emergere la verità. È ora di finirla. Un ragazzo morto in quel modo, qualunque cosa se ne voglia dire, prima di tutto era un cittadino, un nostro concittadino, ed era ed è un essere umano; poi dietro quel ragazzo, quella ragazza c’è sempre una famiglia.

-Grazie Nina

Lettera a Salvo Sottile… di Nellino

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Pubblico oggi questa lettera che Nellino (Francesco Annunziata), detenuto a Catanzaro, aveva scritto a Salvo Sottile, conduttore della trasmissione Linea Gialla, trasmissione che nel frattempo ha concluso il suo ciclo.

La lettera di Nellino si riferisce ad una puntata in particolare della trasmissione dedicata ai pestaggi che sono avvenuti e avvengono nel carcere-fogna di Poggioreale.

Anche se la trasmissione Linea Gialla si è concluso, questa lettera merita assolutamente di essere pubblicata e letta, per le cose di grandissima importanza in essa contenute. La battaglia di dignità civile sul carcere è ancora in gran parte da combattere.

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Egregio signor Sottile,

le scrivo dopo aver ascoltato le fantasiose spiegazioni fornite da alcuni suoi ospiti nella puntata dedicata ai maltrattamenti in carcere e, più in dettaglio, a vari episodi presumibilmente delittuosi. Ovvero, omicidi avvenuti all’interno di varie strutture penitenziarie, in particolare mi riferisco all’episodio di Napoli Poggioreale.

Chi le scrive è un detenuto da ormai 17 anni, trascorsi in regime speciale ed ancora oggi ivi sottoposto nella misura più lieve denominata AS1. Sostanzialmente trattasi di un 41bis non legiferato, con l’importante e fondamentale differenza che i colloqui sono quelli spettanti, cioè 4/6 ore mensili, ma non è questo l’argomento del mio intervento, magari ci ritorneremo, vista la sua grande attenzione nei confronti di questo sistema e il coraggio che ha avuto nel dire chiaramente quello che tutti pensano, dei fatti avvenuti a Poggioreale, Livorno, Asti… Non è da tutti, mi creda, esporsi pubblicamente come lei ha fatto.

Quei signori ospiti della sua trasmissione, non sono abituati ad un confronto alla pari come l’ha affrontato lei.

Quei signori del DAP e del SAPPE credono di essere dio in terra, perché purtroppo, in carcere, il detenuto non ha voce, né diritti.

Questo accade solo ed esclusivamente se non si hanno i mezzi o “conoscenze” … ministeriali… penso al caso, tanto discusso, della signorina che ha potuto telefonare direttamente al ministro per il tramite dei suoi famigliari.

Egr. dott. Sottile, ascoltando attentamente le risposte che le sono state fornite, anche a fronte di numerose testimonianze, mi sono profondamente vergognato per quelle persone che sentono di appartenere a questo Stato italiano retto da funzionari, come quelli che hanno avuto il coraggio e aggiungo la faccia tosta, di presentarsi di fronte alle telecamere di una trasmissione seguita da milioni di italiani, e ritenere questi italiani milioni di stupidi e deficienti, affermando che a Napoli Poggioreale non esistono pestaggi.

Avessero parlato di qualsiasi altro carcere diverso da Poggioreale, allora, magari per dei telespettatori lontani da queste vicende, avrebbe avuto almeno la parvenza di un senso, in quanto la realtà carceraria non è conosciuta dal popolo; ma Poggioreale è conosciuto in tutto il mondo proprio per questi episodi, che sono purtroppo all’ordine del giorno. Ovviamente non muoiono tutti, ma pestati a Poggioreale ce ne sono decine ogni santo giorno; quello è un carcere dove c’è un flusso di persone, in entrata e in uscita, dell’ordine di centinaia al giorno. E le posso assicurare che tutti quelli che entrano le “buscano” sonoramente, non si scappa. Quello è giusto per mettere subito le cose in chiaro di come funziona quel carcere.

Le scrivo anche per informarla, qualora non ne fosse al corrente, di alcune meschinità che si sono dette durante quella puntata, come ad esempio quando, pressati dalle sue domande di spiegazioni su come fosse possibile che su quaranta intervistati, il 100% affermasse che a Napoli Poggioreale gli agenti picchiano e quindi il ragazzo morto era stato sicuramente picchiato, hanno risposto, come avrà notato con una certa sicurezza, che era il caso di attendere l’esito delle indagini e l’eventuale sentenza della magistratura.

Gentilissimo signor Sottile, lei deve sapere che tutta quella sicurezza deriva dalla certezza che anche gli organi inquirenti fanno parte della stessa “banda” e, se così non fosse, quei signori hanno i mezzi e i modi per far si che le cose vadano come vogliono.

Vede, le malefatte di questi signori sono tante e, nel passato, si sono macchiati di veri e propri crimini (Pianosa e L’Asinara per tutte) per i quali erano esecutori di ordini che provenivano dall’alto, quindi oggi, forti della conoscenza dei loro segreti per i quali molte persone che diedero quel tipo di ordini, rischierebbero grosso, si sono garantiti una sorta di impunità.

Pensi ai fatti del G8 di Genova. Quasi quasi finisce che quei ragazzi si sono manganellati da soli! E chi c’era tra le squadre operative? Il “famoso” GOM, Gruppo Operativo Mobile della polizia penitenziaria.

E allora, staremo a vedere la sentenza cosa stabilirà riguardo la morte di questo povero ragazzo.

Ma non si fermi, caro dott. Sottile, come spero non si fermi la mamma di questo ragazzo, perché quella sentenza potrebbe non essere la verità ma solo la loro verità.

Lei giustamente ha chiesto di farvi entrare con le telecamere all’interno di Poggioreale; le hanno risposto di si e poi vi hanno negato l’ingresso ed ha fatto bene a dirlo nella puntata successiva, ma anche se l’avessero fatta entrare, non significa nulla, perché 1) avrebbe fatto una visita guidata solo nei reparti scelti da loro, preventivamente puliti e con detenuti già indottrinati, 2) difficilmente, sapendo delle telecamere, avrebbe trovato qualcuno disposto a parlare dei fatti che accadono all’interno di quel carcere.

Le visite anche senza le telecamere vanno fatte all’improvviso, e i “nostri” parlamentari ne hanno il potere. Allora sì che vedrebbe (sempre in minima parte) ciò che accade all’interno di un carcere, anche se per il tempo che ci vuole per arrivare dalla porta ai padiglioni, hanno già avvisato tutti.

Ogni parlamentare ha potere ispettivo nelle carceri, allora si accompagni ad uno di essi che è disposto a iniziare questa battaglia di legalità, ma non fatevi portare solo nei reparti che dicono loro, chiedetegli di visitare tutti i reparti e vedrete cosa ne verrà fuori.

L’unico modo sicuro per scoprire la verità è farsi arrestare come uno sconosciuto…!

No, non intendo dire che deve farsi arrestare…! solo che ho pensato a un episodio degli anni Novanta quando un tenente dei carabinieri, a seguito di numerose denunce di pestaggi all’interno del carcere di Secondigliano, e dato che ogni volta che entravano per verificare le condizioni del carcere trovavano sempre tutto in regola, mise in scena un finto arresto.

Accompagnato dai suoi colleghi come un normale ladruncolo, sperimentò sulla propria pelle qual era la regola in quel carcere.

Pensi che i carabinieri che lo avevano tratto in arresto non fecero nemmeno in tempo ad uscire dopo averlo lasciato nelle mani della polizia penitenziaria che il tenente dovette subito qualificarsi per non prendere botte, e così fecero il blitz all’interno del carcere e arrestarono numerosi agenti. Alcuni dei quali furono anche condannati.

Il direttore del carcere di Secondigliano dell’epoca, fu inquisito, indagato, ecc. ecc. Quando succede una cosa in un carcere, quello che paga sicuro è il direttore, perché è lui il massimo responsabile. Ebbene, vuole conoscere la punizione inflitta al direttore del carcere di Secondigliano? Fu trasferito alla casa circondariale di Fuorni Salerno, dove immediatamente cominciarono pestaggi ancora più violenti a cui seguirono 50 denunce alla procura della Repubblica di Salerno. Vuole sapere come sono andate a finire quelle 50 denunce? Con un luogo a procedere.

Ora le chiedo: al carcere di Salerno i detenuti sono costretti a trattamenti contrari a qualsiasi legge, e ancora oggi, chi dirige quel carcere? Indovini un po’! Ebbene si, proprio l’ex direttore di Secondigliano.

Poggioreale è un mondo a parte e non se ne verrà mai a capo.

Ricorda tutti quegli ex detenuti che le parlavano del “famoso” ZERO? La cella zero la conoscono tutti i napoletani di tutto il mondo. I funzionari del DAP invece no.

Gent.mo dott. Sottile, non si fermi e continui a mostrare quanto accade all’interno di istituti penitenziari come quello di Napoli e spieghi alla gente comune come questi signori dello Stato ci prendono in giro ogni volta che aprono bocca.

Le persone che sono in carcere, devono scontare una pena perché eventualmente hanno violato una legge. La Costituzione italiana sancisce che le pene non devono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Nessuna legge prevede che un poliziotto come pena aggiuntiva debba picchiare il detenuto. E allora, se proprio coloro che sono preposti a garantire il rispetto della legge, la violano e restano impuniti, chi ne esce sconfitto se non lo Stato stesso?

Lei spesso ci tiene a sottolineare che all’interno del corpo della polizia penitenziaria la maggior parte è sana. Fa bene a metterlo in evidenza, è vero, la maggioranza non ti mette le mani addosso se non riceve un ordine specifico. Sono come le mosche bianche quelli che non eseguono un ordine, anche se lo riconoscono un ordine illegittimo sapendo di non essere tenuti ad eseguire un tale ordine, e anzi hanno l’obbligo di deferirlo all’autorità giudiziaria.

Ecco qual è il punto: quella parte sana perché non denuncia le angherie che accadono tutti i giorni nel 90% delle carceri italiane?

E allora io dico che anche quella parte cosiddetta “sana” è complice, ergo…

Ringraziandola per l’attenzione che rivolge a questi temi e per lo spazio che gli concede e per il modo in cui tratta un argomento molto caldo come quello dei maltrattamenti in carcere.

Grazie.

Francesco Annunziata

Detenuto nella Casa Circondariale di Siano Catanzaro, reparto AS1.

 

 

Torture nel carcere di Bolzano?

disegnos
L’amico Antonio ci ha inviato una lettera che credo sia giunta originariamente al circolo Cabana di Rovereto. 
La lettera è scritta da un detenuto che ha vissuto il contesto di quella rivolta.
Se ciò che dice questo detenuto corrispondesse, anche solo parzialmente al vero, nel carcere di Bolzano sarebbe avvenuto l’ennesimo stupro del diritto.
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Sono un ragazzo …che ha vissuto di persona la rivolta nel carcere di Bolzano il 23/01/12.
Il motivo di questa rivolta sono state una serie di maltrattamenti da parte di alcuni agenti nei confronti dei detenuti.
Questa rivolta è nata dopo tante manifestazioni nel corso degli anni.
Perché non si poteva più sopportare la violenza usata contro noi detenuti senza motivo.
Tanti detenuti sono stati vittime di maltrattamenti prima di quel giorno e nonostante abbiamo fatto proteste pacifiche per poter denunciare i colpevoli nessuno ci voleva ascoltare. Tutto ciò  che siamo riusciti ad ottenere sono promesse mai realizzate.

Quel giorno un detenuto è stato chiamato dall’ufficio matricola, perché dovevano dargli un foglio di 3 o 4 condanne per un cumulo di 6 anni circa definitivi, ma dentro questo definitivo c’erano 3 anni che lui aveva già scontato, per questo lui ha chiesto di andare all’ufficio per avere informazioni.
È stato ricevuto da un brigadiere dopo l’una di pomeriggio.
Ma quando questo detenuto è tornato in sezione aveva un occhio rosso e dei graffi sul collo perché è stato picchiato da quel brigadiere. Per questo il detenuto ha deciso di protestare assieme ad altri detenuti contro questa crudeltà. Così hanno iniziato ad urlare. L’agente che era di servizio si è spaventato lasciando la sezione e chiudendo il cancello senza far tornare i detenuti nelle celle che erano aperte. Quando i detenuti hanno visto che non c’era più l’agente si sono scatenati rompendo qualsiasi cosa si potesse rompere iniziando dalle finestre e poi lampade, sgabelli ecc..dopo di che hanno incendiato riviste, lenzuola e pure la scrivania dell’agente.
Dopo tutto questo il vice comandante che era presente quel giorno ha cercato di mettersi in contatto con noi detenuti nonostante il fumo fosse dappertutto. Lo abbiamo fatto entrare in sezione per ascoltare ciò che voleva chiederci, infatti lui ha chiesto di scrivere i motivi di questa rivolta. 
La nostra richiesta è stata quella di far presentare il magistrato di sorveglianza e i giornalisti.

Mentre io e altri 5 detenuti eravamo impegnati a scrivere ciò che ci ha chiesto il vice comandante, non si sente più nessun rumore. Tutti i detenuti erano rientrati nelle celle perché nella sezione non si vedeva più niente e piano piano si faceva notte. Dopo di che abbiamo sentito dei passi pesanti nella sezione: erano agenti armati di manganelli e maschere anti-gas che avevano iniziato a far uscire i detenuti dalle celle nel cortile del passeggio e chi faceva resistenza rifiutando di uscire veniva picchiato selvaggiamente.
Con questa operazione sono riusciti a calmare la situazione. Dopodiche siamo stati chiamati uno alla volta  per essere visitati dal dottore che era al piano terra, per il fumo respirato. 
Dopo essere stati visitati è arrivata la terza operazione.
Venivamo chiamati di nuovo uno alla volta dal vice comandante che aveva in mano i nostri fascicoli. Quando uno sentiva il suo nome si presentava davanti all’ingresso del cortile, entrava e lì trovava due agenti che lo accompagnavano in una cella liscia, cioè completamente vuota.
C’erano due celle di questo tipo, e quando si arrivava ad una di queste celle il detenuto trovava 5 agenti che lo facevano entrare chiedendo di spogliarsi completamente, dopo di che veniva ammanettato e dopo tutto questo si arrivò a ciò che non ci aspettavamo: botte su tutto il corpo, schiaffi, calci, manganellate mentre eravamo nudi e ammanettati. 
Posso dire tutto ciò che riesco ma non riuscirò mai a descrivere ciò che succedeva dentro quelle due celle. Non ci sono parole per farlo. Ciò che succedeva era il massimo della crudeltà, la pura violenza selvaggia, il puro maltrattamento (mentre sto scrivendo mi vengono i brividi, purtoppo sono uno di quelli che ha vissuto questa brutta esperienza). Quando questi 5 agenti si stancavano ci chiedevano di rimetterci i vestiti, dopo ci toglievano le manette. Dopo tutte queste botte io personalmente ho fatto una fatica enorme a mettermi i vestiti. Dopo ancora manette e venivamo accompagnati verso il furgone con cui dovevamo essere trasferiti in un altro carcere. Per arrivare al furgone c’erano circa 100 metri di distanza da quelle due celle e mentre si veniva accompagnati da due agenti che ti tenevano dalle braccia mentre gli altri continuavano a darti schiaffi, pugni e calci senza pietà.
Io speravo di morire in quel momento perché non ce la facevo più a sopportare quel dolore.
Arrivati al furgone il detenuto veniva lasciato nelle mani di un altro agente, che posso descrivere come “Hulk bianco” per quanto era forte: riusciva a prenderci con una sola mano e ci sbatteva da un lato all’altro del furgone costringendo a pronunciare ad alta voce: “Mia madre è una puttana”, mentre calci e pugni cadevano come se piovesse. Aveva un modo violentissimo per farti sedere sul furgone.
Io ero con il primo carico di detenuti che dovevamo essere trasferiti al carcere di Trento. Eravamo in 20 dentro 5 furgoni, 4 per ogni furgone. Quando siamo arrivati a Trento c’erano una marea di agenti che aspettavano il nostro arrivo. Siamo scesi dai furgoni e davanti l’ingresso interno ci hanno ordinato di metterci in ginocchio e ci hanno preso a calci sulla schiena , mentre gridavano: “Bastardi figli di puttana! Questo è il benvenuto a Trento da parte nostra”. Poi ci hanno portato dentro, con schiaffi e insulti sulle nostre famiglie.
Prima di venire sistemati nelle celle dovevamo essere immatricolati, in questa fase venivamo lasciati nudi per più di mezz’ora al freddo mentre soffrivamo per il dolore causato dalle botte che nessuno di noi ha mai ricevuto in tutta la sua vita.
Nonostante questo io sono stato chiamato dal dottore 3 giorni dopo il mio arrivo a Trento. Questa è la  realtà che si vive dietro le mura delle carceri italiane!

Mer, 05/06/2013 – 15:15

 
Antonio

Rapporti disciplinari a Tolmezzo.. di Valerio Crivello

Abbiamo già inserito, negli ultimi mesi, scritti provenienti da Tolmezzo. Tolmezzo è  un carcere che, da mesi ormai, è oggetto di forti contestazioni sul modo in cui vengono trattati i detenuti, con frequenti notizie di pestaggi, abusi, rappresaglie ingiustificate. 

Il materiale relativo al carcere di Rovereto ci giunge, tramite l’amico Antonio, dal Circolo Cabana di Rovereto, un gruppo di attivisti che nasce all’indomani dell’omicidio in carcere di Stefano Frapporti (Cabana).

Oggi pubblico questo pezzo di Valerio Crivello, sottoposto in condizione di isolamento nel momento in cui l’ha scritto. Valerio contesta i rapporti disciplinari che ha ricevuto recentemente,

Valerio, nella sua contestazione ai rapporti ricevuti -soprattutto al secondo- usa argomentazioni che, se corrispondessero al vero, sarebbero incredibilmente gravi e radicalmente contrari al modo in cui dovrebbe agire il persone che opera nel carcere. Noi non possiamo sapere con certezza la reale dinamica dei fatti, ma riteniamo giusto dare voce a questo detenuto. 

Il clima particolarmente elettrico che sembra esservi nel carcere di Tolmezzo  pare essere stato “intensificato” dalle lettere di Maurizio Alfieri, detenuto in quel carcere. Maurizio conobbe mesi fa un attivista no Tav -Massimo- arrestato da poco, che invitò. Maurizio a scrivere cosa stesse succedendo in quel carcere. Cosa che Maurizio fece.

Le lettere di Massimo contribuirono a portare allo scoperto una situazione di violenze e di illegalità. Questo sembrerebbe rendere -stando al materiale che giunge da quel carcere- ancora più “nervosa” e repressiva l’azione degli operatori di sicurezza adibiti alla gestione della “sicurezza” interna.

Vorremmo che la Direzione del carcere facesse chiarezza e ripristinasse, nel caso, la legalità. Vorremmo capire se davvero i pestaggi sono frequenti e se un incessante sistema di -anche piccole- rappresaglie continua ad essere praticato. Vogliamo sapere se un carcere è un luogo dove si tutela il diritto o dove il diritto viene calpestato.

Continueremo a seguire questo filone.

Vi lascio al pezzo di Valerio Crivello.

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Detenuto Crivello Valerio sezione isolati della c.c. Di Tolmezzo in custodia cautelare in regime di isolamento giudiziario. Cella 2.

Rapporto n° 1 mese di settembre: 15 gg di isolamento per aver gettato il sacchetto dell’immondizia (chiuso) fuori dalla cella alle ore 20.00 anziché alle ore 07.00 del giorno dopo come segno di protesta, perché la sezione isolati non veniva lavata da 12 giorni, questo in accordo con le celle 1, 3, 5.

Io sottoscritto Crivello Valerio impugno tale rapporto perché il mio gesto come quello di tutta la sezione è stato un modo di sensibilizzare la direzione al problema delle pulizie che non venivano ormai effettuate da tempo nonostante le nostre pacifiche ma costanti lamentele. Solo alcuni detenuti di nostra e loro iniziativa (quando concesso dal personale di guardia) hanno avuto la possibilità di lavare la sezione. La decisione di tale “protesta” è stata altresì causata dalla provocazione di un agente che all’una di notte ha aperto le celle per gettare dentro i sacchetti che ordinatamente avevamo riposto fuori. Tuttavia, e parlo per me, non credevo che tale gesto simbolico e pacifico portasse ad una sanzione disciplinare a mio avviso eccessiva. Tendo a precisare che questa è la mia prima carcerazione, ed è appena 5 mesi che sono qua in un reggime tutt’altro che clemente.

Rapporto n° 2 mese di settembre: 15gg di isolamento per aver minacciato un brigadiere.

Io  sottoscritto Crivello Valerio NEGO CON FERMEZZA tali affermazioni mendaci. Lunedì 10 settembre il detenuto della cella 3 (Maurizio Alfieri) usciva riluttante per andare a rispondere al telefono, solo dopo essere stato rassicurato più volte (davanti ai miei occhi) che avrebbe potuto effettuare sia la telefonata all’avvocato sia quella ai familiari. Dopo la prima chiamata gli fu negato invece senza ragioni apparenti la telefonata successiva alla famiglia. (Voglio precisare che rimasi vicino allo spioncino del mio blindo chiuso perché una cosa analoga era successa anche a me, che addirittura dovetti fare la seconda chiamata dopo 2 giorni e senza spiegazioni).

Il detenuto della cella 3 chiese di poter parlare con l’ispettore ma dopo mezz’ora fu chiamato nel gabbiotto in fondo alla sezione dove vi trovò due brigadieri. A causa del blindo chiuso non riuscì a sentire molto, solamente l’Alfieri che diceva che voleva parlare con l’ispettore e il brigadiere campano che gli gridava che quella sera comandava lui e che un rompicoglioni come Alfieri meritava solo calci in culo. Ci furono altre offese che non è il caso di ripetere anche perché mi fu chiuso lo sportello del blindo senza ragione e quindi molte di quelle successive fortunatamente non mi furono chiare. Qualche giorno dopo mi fu, come agli altri della sezione, imputata l’accusa di aver minacciato il brigadiere. Voglio ricordare che con il blindo chiuso nessuna minaccia o grida distinte, potrebbe arrivare in fondo al gabbiotto, ed inoltre affermo che quando incontrai l’altro brigadiere, alla mia domanda del perché di quella affermazione e di quella denuncia lui rispose che era una punizione per aver mandato fuori una lettera di denuncia per abusi e pestaggi in questo carcere.

Cercai di spiegare al consiglio di disciplina come erano avvenuti i fatti ma non mi vollero ascoltare, e anzi dissero che io dovevo preoccuparmi solo di non parlare con nessuno visto la mia situazione di isolato giudiziario e che la colpa di quel rapporto era solo da imputarsi ad Alfieri che doveva essere punito in quanto era un sobbillatore. Quel rapporto e denuncia ammisi era causato da un abuso di potere e dal desiderio di punire chi aveva denunciato pestaggi perpetrati proprio da quel brigadiere.

 Non posso quindi accettare questo provvedimento perché è nato dall’infamia e dalla menzogna di un individuo che si sente coperto dalla divisa che indossa. Mi permetto di parlare in questi termini non solo come detenuto ma come ex componente delle forze armate che ha operato all’estero ed è rimasto per 3 anni in un plotone scelto.

In cinque mesi ho già visto personalmente 4 pestaggi e non vedo come possa esistere riabilitazione in un posto dove persino una direttrice sembra voler incutere timore. Troverei abominevole dover pagare non solo per un’azione non commessa, ma per la punizione a voler denunciare degli atti contrari ai compiti del carcere e anti etici alle leggi della vita.

22/09/2012

Violenze e illegalità nel carcere di Tolmezzo

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Questa lettera ce l’ha fatta conoscere Edgar Gatto. E stata inviata da un  Maurizio Altieri, detenuto a Tolmezzo. Maurizio ha conosciuto pochi giorni fa Massimo, un anarchico ed attivista NOTAV, arrestato nell’ambito di un’operazione di polizia denominata “Zecca”. Questo Massimo ha invitato Maurizio a scrivere cosa stesse succedendo in quel carcere, cosa che è successa con la lettera che ho contribuito a diffondere qualche giorno fa.

Maurizio ha scritto questa lettera, a quanto credo di avere capito al Circolo Cabana di Rovereto, un gruppo di attivisti che nasce all’indomani dell’omicidio in carcere di Stefano Frapporti (Cabana).

Comunque, questa lettera è giunta fino a noi..

Quello che descrive è uno scenario fatto di pestaggi, umiliazioni, minacce angherie. Se questi fatti fossero, anche solo parzialmente confermati, sarebbero di una gravità assoluta, e renderebbero il carcere di Tolmezzo un luogo di totale illegalità.

Chiediamo che si faccia immediatamente chiarezza su tali vicende, e ci adopereremo in tal senso.

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Tolmezzo, 31/08/12

Carissimi compagni, chi vi scrive è un detenuto (del carcere di Tolmezzo), mi chiamo Maurizio Altieri.
Vi scrivo da una cella di isolamento, senza perdere un momento. Ho avuto il piacere di conoscere Massimo che mi ha dato il vostro indirizzo. 
Brevemente vi racconterò la mia storia sin dal primo ingresso in questo istituto “lager”.
Sono arrivato il 4 giugno dal carcere di Padova, dove avevo denunciato gli abusi degli agenti a Radio Carcere di Riccardo Arena che voi conoscerete.
Arrivato in questo carcere ho avuto subito un diverbio con un brigadiere che era arrogante, prepotente e continuava a minacciare. Così non curante delle sue minacce chiedevo i miei diritti. Finita la perquisizione, con il rifiuto di fare le flessioni, vietate dal regolamento, mi hanno fatto salire in sezione infermeria senza il vestiario.
Arrivato in infermeria, al mattino, al passeggio, iniziano a raccontarmi che qui gli agenti picchiavano senza nessun motivo. Non c’è voluto tanto a capire che erano tutti terrorizzati e avevano paura di prendere botte.
Così ho iniziato a convincere alcuni detenuti che erano stati massacrati a scrivere le denunce, per non lasciare impuniti questi trattamenti disumani.
Dopo tre giorni che ero in infermeria, e dopo aver raccolto 3 denunce dettagliate con i pestaggi a manganellate, i secchi di acqua fredda, nudi senza materasso e nulla, alle 15 arrivò una perquisizione nella cella. Cercavano le denunce. Le trovarono perché stavo scrivendo a Riccardo Arena. Mi portarono in isolamento. Dopo 6 giorni mi chiamarono al consiglio di disciplina e mi contestarono due pezzetti di lamiera. Protestai e chiesi dove fossero le tre denunce ma ricevetti solo minacce. Così mi diedero 15 giorni di isolamento per due pezzettini di lamiera di cui non sapevo nulla. Dall’isolamento ho iniziato a raccogliere denunce di pestaggi.
Sto subendo abusi di ogni genere: mi hanno lasciato senza vestiario, senza sigarette..ho denunciato tutto alla Procura di Udine con 18 denunce per violazione dell’art.27, etc. etc.
Mi trovo dal 7 giugno in isolamento. Non vogliono farmi salire in sezione perché sanno che raccoglierei le firme contro la Direzione dell’istituto.
Qui per far conoscere la realtà di quello che succede ci vorrebbe una manifestazione davanti al carcere.
Massimo vi ha raccontato anche di quello che è successo l’altro giorno ad un ragazzo, che per protesta dopo aver rotto alcuni mobiletti della cella, è stato convinto ad uscire dalla cella che avrebbero risolto i problemi per i quali era andato in escandescenza; invece dopo essere uscito gli hanno messo le manette dietro ed hanno iniziato a colpirlo a calci e manganellate, gli agenti in tenuta antisommossa.
Abbiamo iniziato ad urlare ed inveire contro di loro, ma non abbiamo più saputo nulla di cosa sia successo. Solo il giorno dopo abbiamo saputo che era in una cella “liscia”, senza materasso e nudo.
In tre mesi sono avvenute decine di pestaggi, non abbiamo nessun diritto, la dignità qui viene calpestata, ci trattano peggio degli animali.
Solo un presidio potrebbe dare forza e coraggio a tutti i detenuti di lottare, anche con scioperi della fame, con qualsiasi forma di protesta, atta ad interrompere l’illegalità che vige e regna insieme alla Procura di Udine.
Io combatterò sempre contro gli abusi, non mi fermerò con le loro minacce. Ho scritto alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sono quasi tre mesi che mi trattengono in isolamento contro la mia volontà, trovano sempre scuse per farmi rapporto in modo da poter giustificare tre mesi di soprusi.
Proprio in questo momento hanno avvisato Massimo che domani verrà trasferito…
Noi pensiamo che sia stato il fatto che Massimo abbia detto al G.I.P. ieri, che avevano picchiato un detenuto a manganellate. Logicamente il giudice ha parlato con la Direzione che ne ha chiesto il trasferimento immediato.
Mi dispiace di cuore per Massimo perché stavamo organizzando alcune iniziative volte ad ottenere dei miglioramenti dentro a questo inferno.
Compagni, se vi è possibile far conoscere all’opinione pubblica tutto quello che succede in questo carcere, a nome mio e di tutti i detenuti di Tolmezzo, non finiremo mai di avere parole di ringraziamento per tutti voi. 
Avrei tantissime altre cose da scrivervi, tutto quello che accade qui è quasi irreale.
A nome di tutti vi ringrazio per tutto quello che farete per noi, per non lasciare che tutto rimanga dentro queste quattro mura, occultato, celato dal legislatore.
AIUTATECI A FAR SENTIRE LE NOSTRE VOCI.
Fiducioso vi mando una forte stretta di mano, unito a Massimo, Valerio, Jlir, Redovane (tutti detenuti in isolamento).
Con stima, Maurizio.
N.B. Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e dolore ai familiari e gli amici di Stefano, perché Massimo ci ha raccontato tutta la storia e non abbiamo parole per esprimervi tutta la vicinanza al vostro dolore. Ciao Stefano!

Lettera appello dal carcere di Parma

Ci sono alcune carceri che sono un classico del cinema Horror.

Il carcere di Parma gode da sempre fama di carcere… fogna.. senza offesa per le fogne.

Anche noi, nel nostro piccolo, ci siamo trovati ad occuparci del carcere di Parma e del suo illuminato funzionamento (vai ai link..   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/02/03/sciopero-della-fame-per-essere-trasferito/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/03/17/carcere-di-parma-fuorilegge-lettera-dei-detenuti/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/04/17/appello-per-un-detenuto-in-depressione/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/04/20/cronache-da-parma/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/05/08/carmelo-tripodi-in-sciopero-della-fame-carcere-di-parma-ancora-fuorilegge/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/08/15/nel-carcere-di-parma-il-sole-non-nasce-mai-lettera-aperta-a-pasquale-de-feo/ – https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/25/trattamento-da-cavia-nel-carcere-di-parma/).

Carmelo Musumeci ci ha fatto pervenire una documentazione giuntagli da Michelangelo Cataldi, detenuto a Parma. 

Quello che adesso leggerete è la lettera-appello inviata ad una serie di direttori di giornali, ed una istanza -da parte dello stesso Michelangelo Cataldi- al Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia.

Prima di questi due atti,  ho premesso un estratto della lettera che ci ha inviato Carmelo Musumeci, e un estratto della lettera che Michelangelo Cataldi ha inviato a Carmelo.

Io sto preparando una lettera per il carcere di Parma, di cui proporrò un invio collettivo. Chiunque di voi volesse sottoscriverla, mi scrivi a questo indirizzo email.

erasmuszed77@yahoo.it

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Caro Alfredo,

credo che nel carcere di Parma stia avvenendo qualcosa di brutto.

Capita spesso tra noi ergastolani ostativi con un un fine pena che ci scambiamo parole di conforto, più per loro che per noi, perché non si può ricevere nessun conforto quando non sai il giorno, il mese e l’anno di quando finirà la tua pena. E poi molti uomini ombra preferiscono restare soli con il proprio dolore, le proprie paure e debolezze senza dividerle con nessuno perché si sentono diversi da tutti gli altri prigionieri che hanno la speranza, un giorno, di uscire. Eppure spesso alcuni detenuti con il fine pena mi scrivono  per sfogarsi con me, illudendosi che io possa fare qualcosa, non rendendosi conto che anch’io  sono prigioniero e posso solo chiedere aiuto per loro a voi del mondo dei vivi.

Dal lager di Parma dove sono stato tanti anni fa, ho ricevuto questa lettera e questa documentazione. Ti prego, fate qualcosa, perché se no mi sentirei un vigliacco  e non riuscirei a dormire la notte, se i miei compagni stanno più male di me. Ti ando un affettuoso sorriso tra le sbarre.

Carmelo Musumeci

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Caro Carmelo, chi ti scrive è un detenuto che ha condiviso, se pur per brevissimo tempo, la cella con te! E anzi, scusami se ti do’ del tu.

Innanzi tutto spero che tu stia bene, allo stesso modo posso dirti di  me. 

(…) E comunque, caro Carmelo, non è solo per questo che ti sto scrivendo. Come potrai notare dall’indirizzo, mi trovo nel carcere di Parma dove i detenuti vivono la gogna quotidiana e sono alla totale mercé del personale di polizia penitenziaria prima, e soprattutto della Direzione poi, per gli abusi di ogni genere che siamo costretti a subire in modo passivo, per tutte le angherie, non solo quelle immaginabili, ma anche quelle inimmaginabili, vedendoci violati con proposito i diritti del detenuto, con preclusioni, prevaricazioni, subendo minacce di ogni tipo dalle persone citate qualora protestiamo civilmente per le cose più elementari che ci vengono negate, senza spiegazione o giustificazione che dir si voglia. 

Non mi dilungo oltre, anche perché so che ribadirei le stesse cose finora dette, ma ti mando un esposto denuncia che avevo tentato di inviare ai quotidiani. senza successo, sperando che almeno tu possa riuscirci a farli arrivare a pubblicare, in modo che si sappia quanto i detenuti nel carcere di Parma sono costretti a subire, vedendosi violati i pochi diritti che gli rimangono una volta varcato il cancello che li divide dalla libertà (…)

P.S.: La spesa è sempre la stessa per tutto l’anno, nel senso che non ci viene permesso di acquistare altri prodotti oltre a quelli elencati, nemmeno tramite le domandine mod. 393, se non per farmaci, con l’autorizzazione del Dir. sanitario. Ad esempio, non ci è permesso l’acquisto della frutta e della verdura di stagione, oltre a quella elencata che è valida tutto l’anno senza variazione.

Michelangelo Cataldi

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Al Sig. Direttore de La Gazzetta di Parma

Al Sig. Direttore de La Repubblica

Al Sig. Direttore del Corriere della Sera

Al Sig. Direttore de La Stampa

Al Sig. Direttore de Il resto del Carlino

Al Sig. Direttore de Il secolo decimonono

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Egregio Sig. Direttore

Sono un detenuto, in espiazione da circa vent’anni. Con la presente, sperando vivamente che lei ed i suoi colleghi vogliate pubblicare in modo integrale quanto mi accingo a denunciare. 

Si parla spesso degli istituti di pena del nostro paese come hotel a cinque stelle, come luoghi di villeggiatura o addirittura come oasi di pace e di paradiso.

Chi divulga notizie di questo tipo, non solo scinde la propria professione, ma si macchia di coscienza se una coscienza c’è. I carceri d’Italia sono a dir poco paragonabili a quelli della Tailandia o addirittura a quelli del terzo mondo. Atteggiamenti questi indegni per un paese come il nostro che, a seconda delle circostanze, si ritiene di essere un paese civile e democratico, quando invece è incivile, indifferente, fascista e forcaiolo fino all’inverosimile.

La civiltà, egregio signor direttore, la vera civiltà si misura a favore degli emarginati reintegrandoli nel tessuto della società, dandogli altre possibilità di rifarsi una nuova vita onesta con un lavoro e creandosi una famiglia tutta sua in piena autonomia. Di tutto ciò se ne parla soltanto, mai fatti concreti non arrivano mai e, così facendo, tra meno di un decennio, l’Italia si troverà cn un ‘emergenza carceri da gestire con più 100/200 mila detenuti.

La società esterna che sa, come detto all’inizio, che il cittadino detenuto in carcere sta bene, vive bene, quando la realtà è ben altra. Il detenuto vive la giornata di detenzione sotto ricatto, con atteggiamenti arbitrari che sanno di dittatura fascista. I detenuti sono minacciati, sono ricattati, con il solo intento di incutergli timore.

Per non parlare dei pestaggi gratuiti da parte degli agenti di polizia penitenziaria. Notizie queste, egregio Sig. Direttore che non trapelano mai, se non per qualche singolo detenuto eccellente seguito dai propri legali e che possiedono disponibilità economiche e amicizie importanti.

Per quanto mi riguarda, egregio Signor Direttore, mi trovo, come detto, in espiazione ininterrotta ormai dal lontano 1992 e, in tutti questi anni, ho girato varie carceri d’Italia. Qui, nel carcere di Parma, mi trovo dal 29 settembre 2011, ed è tra i più brutti istituti di pena d’Italia, se non il più brutto e squallido in assoluto. Non per niente negli ultimi 5/6 anni è spesso sulla cronaca della televisione e dei giornali per notizie che riguardano suicidi, tentati suicidi, autolesionismo ed altri gesti che ne decimano il fisico per il resto della loro vita. E tutto ciò è causa di istigazione, provocazione, indifferenza, mancanza ingiustificata di professionalità, ecc.

Nel carcere di Parma il detenuto non ha diritto di protestare civilmente rivendicando i pochi diritti che gli restano, una volta varcato il cancello che lo divide dalla libertà. E, qualora, per mera sfortuna, lo fa, chiedendo gentilmente e civilmente una qualsiasi cosa, che rientra nei canoni  della legittimità, viene immediatamente portato nel reparto di isolamento, dove a sua volta viene percosso fisicamente con ferocia selvaggia e inaudita violenza, non da uno o due agenti di polizia penitenziaria, ma da dieci e più persone e, per completare l’opera, viene spogliato, nudo come madre natura l’ha fatto e tenuto in queste condizioni per giorni.

Questo per quanto riguarda uno dei tanti ed infiniti aspetti negativi che hanno caratterizzato questo istituto in vent’anni di vita (da quando è stato aperto). Per non parlare di tutti gli aspetti xenofobi che influiscono negativamente sullo stato psichico del detenuto per il resto della propria esistenza. Ad iniziare dalle ore d’aria, che non vengono rispettate, come dovrebbe essere in base all’Ordinamento Penitenziario. 

Il vitto è di scarsissima quantità e di pessima qualità, per il solo motivo che nella cucina dove vengono preparati i pasti per i detenuti, vi sono persone non in grado di portare a compimento la loro mansione e, di conseguenza, i detenuti, sono costretti a rivolgersi all’impresa del sopravvitto, dove i prodotti non solo sono esigui, ma quei pochi costano il doppio rispetto a quello che dovrebbe essere e che vengono controllati dalla polizia urbana.

L’istituto di Parma viene indicato dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria come centroclinico, ma questa dicitura non risponde al vero. Infatti, ogni singolo affetto da qualche patologia seria, che potrebbe mettere a repentaglio la propria vita, deve attendere un semestre o più per potere essere visitato dai medici specialistici, presso l’ospedale esterno di Parma. L’esistenza medica e sanitaria all’interno dell’istituto  è pressocché inesistente, anche quando si tratta di emergenze che possono risultare letali per il soggetto in questione.

Di tutto ciò, egregio Sig. Direttore, i signori Magistrati di Sorveglianza, che dovrebbero essere i cosiddetti vigilanti dell’andamento del carcere, ne sono a conoscenza e ben consapevoli, ma allo stesso tempo fanno finta di niente, per non creare pericolosi precedenti che potrebbero mettere in discussione il loro operato, e più ancora la loro professionalità e credibilità. Perché sono di parte e non imparziali come dovrebbero essere e poco serve avanzare richieste per essere ricevuti e denunciare quanto ognuno di noi tranne i pochi subiamo gratuitamente; perché le richieste nonostante le motivazioni, non vengono prese in considerazione o addirittura vengono cestinati.

Per quanto mi riguarda, egregio Sig. Direttore, anche il sottoscritto ha inviato un esposto denuncia al signor Procuratore capo, presso la procura di Parma, chiedendo altresì un colloquio con un sostituto e mettere a verbale su carta scritta quanto ho subito ingiustificatamente, che mi hanno danneggiato non di poco. Ma a tutt’oggi, nonostante una ulteriore richiesta, questa volta avanzata tramite l’ufficio della matricola del carcere, la Procura e i magistrati non si sono fatti vedere né sentire. Gli operatori carcerari, e mi riferisco ad educatori, assistenti sociali, psicologi, ecc… sono sempre assenti, ma ben presenti quando al detenuto deve essere inflitta la sanzione disciplinare se magari ha commesso qualche infrazione  trasgredendo le regole, giuste o sbagliate, che il carcere “impone”.  Atteggiamenti di questo tipo non fanno  altro che innescare nella psicosi del detenuto effetti devastanti di due tipi, trasformarsi in una macchina violenta da guerra o abbandonarsi a se stesso, riducendosi in una larva umana senza reazione se non quella del suicidio.

Egregio Sig. Direttore, potrei dilungarmi ancora chissà per quanto, ma il finale e la conclusione sarebbero sempre gli stessi e cioè che la speranza del detenuto è che le nostre istituzioni politiche, giudiziarie altre, si decidano finalmente una volta per sempre, che anche a chi ha sbagliato debbano essere salvaguardati i diritti e, allo stesso tempo, dargli la possibilità di riscattarsi e rifarsi una vita nella società, senza pregiudizi e indifferenza.

Non avendo altro da aggiungere, e sperando nello stesso tempo di  non essere stato ripetitivo sugli argomenti da me elencati, di non averla infastidita o annoiata, che non era certamente nelle mie intenzioni.

Mi scuso sin da ora degli eventuali errori che Lei potrebbe riscontrare nella presente, anche perché il sottoscritto non un laureato un diplomato, ma sicuro di avere fatto recepire a lei e agli altri suoi colleghi delle altre testate, quando avrei voluto.

Mi ripeto nel dire, affinché vogliate pubblicare in modo integrale o le parti più significative della presente, informando i signori lettori di come e in che condizione il detenuto è “costretto” a vivere il quotidiano della detenzione, in modo particolare nella casa circondariale di reclusione di Parma, che più parte viene equiparato al carcere Killer silenzioso per i modi e per la durezza che spingono poi il detenuto sconosciuto a gesti i quali il più delle volte portano al suicidio.

Mi congedo inviando i più vivi, sinceri e cordiali saluti, estendendoli ai suoi colleghi delle altre testate.

Con osservanza,

Parma 05-04-2012

Michelangelo Cataldi

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AL SIG. MAGISTRATO DI SORVEGLIANZA DOTT.SSA MIRANDOLA, UFFICIO DI SORVEGLIANZA PRESSO IL TRIBUNALE DI REGGIO EMILIA

Gentile Dott.ssa Mirandola,

con la presente le comunico, per informarla che dopo il colloquio con lei, il 29 febbraio scorso, si sono verificati altri fatti che stanno ulteriormente danneggiando la mia persona con proposito e premeditazione da parte di un gruppo ben assortito agli agenti graduati della polizia penitenziaria prima, e del signor Direttore Dott.ssa Lucia Monastero, continuando con il solo e mirato intento di incutere timore e, oserei dire, “terrore” ai detenuti che protestano civilmente contro le vessazioni, le angherie ed altro ancora, che stanno caratterizzando questo istituto in vent’anni di vita.

Non per niente, l’istituto di Parma, da qualche quinquennio a questa parte è spesso teatro di suicidi, tentati suicidi, autolesionismo ed altro ancora e che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Parma sta a guardare passivamente, senza intervenire per porre fine a questo stillicidio e a questa violenza psicologica nei confronti di chi non riesce a fare arrivare la sua voce dove vorrebbe.

Non mi dilungo oltre, ma “chiedo” umilmente e nella più limpida trasparenza delle regole, il suo intervento tramite gli organi competenti affinché venga avviata un’indagine conoscitiva con sopralluogo all’interno del carcere di Parma con un sopralluogo tramite gli organi competenti e qualora si trovassero riscontri ai fatti sopracitati, che i responsabili siano perseguiti nelle sedi di competenza e giudicati secondo la legge.

P.S.: in data odierna ho avanzato una nuova richiesta per conferire oralmente con lei direttamente, sperando che ciò avvenga appena il tempo glielo permetterà. 

Concludo inviando sinceri e cordiali saluti.

Parma, 12-03-2012

Con osservanza,

Cataldo Michelangelo

Diritto al processo.. di Nellino

Il nostro Francesco Annunziata.. Nellino per gli amici.. ci ha inviato questo testo, che parte da un assunto che dovrebbe essere elementare, ma che invece, nei fatti, non è così scontato.. o non lo è sempre. Che tutti, ovvero, hanno diritto ad un processo.

Ciao a tutti,

Mi rivolto a tutte quelle persone che pensano che per taluni realti non ci sia bisogno neanche del processo. Bisognerebbe cndannarli direttamente. I delitti più infamanti comunemente sono quelli contro i bambini e e contro le donne. Premesso che personalmente li spegnerei senza esitazioni, ma una società civiel non può permettersi di pensare in questo odo. Tutti hanno diritto ad un processo equo e ad una difesa tecnica. Bisognerebbe ricordare che secondo la nostra Costituzione si è presunti innocenti fino a sentenza defnitiva. Anche se in tv senti tutt’altro e pare questo principio si sia capovolto.

Se anche queste persone avessero commesso il più infamante dei delitti, hanno diritto ad un processo. Se questo gli viene negato, ci porremmo quasi sul loro stesso piano.

E’ una cosa che mi ritrovo a dire spesso parlando con persone esterne a questo “mondo” – io è come se avessi la patente per sbagliare, tant’è che pago amaramente per i miei errori. Chi è dall’altra parte no! Non può permettersi di sbagliare. Qualora lo facesse non sarebbe in nulla diverso da me.

Ora prendo ad esempio i tantissimi pestaggi che avvengono ad opera delle guardie nelle carceri italiane.

Dunque, se io sono qui dentro e questi signori sono quelli che devono insegnarmi il rispetto della legalità, devono insegnarmi che alla violenza non si risponde con altra violenza, ma con la legge, che gli strumenti per fare valere i propri diritti o le proprie ragioni non sono le armi, ma le leggi.. nel momento in cui, per punirmi di una qualche infrazione che ho commesso, anzichè farmi rapporto, o denunciarmi alle autorità competenti, mi fanno come “Barry White” -e fanno sempre entrambe le cose, ti denunciano e ti picchiano- non è come se mi autorizzassero a rispondere con i miei  metodi? NOn è come se si mettessero sul mio stesso piano? NOn è come volere affrontare la situazione sul mio “territorio”?

Metodi i miei che sono sbagliati, tant’è che mi hanno condotto qui.

Sullo stesso piano i loro, ma nondimeno dietro una divisa.

Sul mio “territorio” non c’è differenza tra noi, ed allora mi rendi legittimato ad agire in quella maniera arcaica e primitiva che non è degna di uno Stato di diritto, di uno Stato civile.

E’ la stessa cosa per il processo.

Tutti ne hanno diritto, anche se oggi non esiste più un vero processo, ma è solo una sorta di vendetta da parte di quello Stato che ha il coltello dalla parte del manico e quindi usa ogni mezzo per distruggere quella parte di noi scomoda.

Anche qui mi fermo, abbracciando tutti.

Nellino

Il memoriale di Pasquale De Feo

Per questo testo che leggerete, bisogna ringraziare oltre che, ovviamente, Pasquale De Feo, anche Antonia Tripodi, che propose mesi fa, a Pasquale, di scrivere qualcosa del genere. Una sorta di memoriale, che avesse anche, nello stile, qualcosa del monologo teatrale, pur essendo i fatti raccontati corrispondenti ad assoluta verità.

Sì parliamo di Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, e uno dei protagonisti principali di questo Blog. Lo stesso Pasquale che ogni mese ci regala l’appuntameno con il suo Diario, che viene letto, per il grande valore che lo caratterizza, e gli stimoli di cui è portatore, anche da tante persone tradizionalmente poco attente al mondo carcerario, ma che ci tengono a leggere il suo diario.

Parliamo di quello stesso Pasquale che sembra essere stato defito dalla Commissione valutatrice interna del carcere di Catanzaro come non ancora idoneo a potere essere proposto per evenutali benefici, perchè ancora non sufficientemente “maturo”. Nel dubbio allora, e sapendo di potere sbagliare, tendo a propendere per quello che Pasquale mi ha trasmesso in questi mesi e per il suo percorso penitenziario e umano nel corso degli anni. E continuo a ritenere che, una persona come Pasquale, è da anni e anni che avrebbe dovuto avere concessa qualche opportunità.

Questo memoriale ci accompagna nel dramma di un uomo. Già mentre leggi sai come andrà a finire. Ma è diverso quando sbatti sul muro di un’esistenza condannata e perduta già diciottanni. Pasquale porta sulla spalla e sull’anima le torture degli anni bui dell’emergenza, quando, per rispondere all’overdose criminale, l’illegalità fu autorizzata ad ogni livello. E vennero le leggi emergenziali (artt. 4bis e 41 bis), le supercarceri fuorilegge di Pianosa e de L’asinara, l’istituzionalizzazione della tortura (fisica e morale) come stumento di pressione e di coercizione per ottenere determinati risultati.

Una citazione dei tempi de L’Asinara..

Nei primi giorni era tanto il mal di pancia dopo che avevo mangiato, che iniziai a nutrirmi solo di pane e frutta, ma dovetti soccombere e vincere la nausea. Tempo dopo seppimo che nel mangiare ci buttavano ogni tipo di schifezza; detersivi, cibi scaduti, urina e altro. Guardavo nel piatto di pasta e fagioli e vedevo numerosi vermi bianchi..”

Nel corso della narrazione c’è un momento bellissimo, una sorta di risollevamento e di spinta, nonostante tutto, a combattere per la vita, a restare in piedi, a difendere la propria mente, la propria integrità. Uno di quei momenti di improvvisa “illuminazione”, che segnano un percorso di vita. Un momento nata dalla lettura di Nietzsche, e non è un caso, se il Pasquale degli ultimi anni e di oggi è un grande divoratore di libri..

Non avevo mai creduto, quando leggevo che può bastare una piccola frase per darti una spinta motivazionale che ti fa superare qualunque ostacolo. Un giorno un amico mi diede da leggere un libro di Friedrich Nietzsche “Così parlò Zaratustra”. Mentre lo leggevo svogliatamente, senza riuscire a concentrarmi per la disperazione dei miei pensieri, lessi la frase: ‘I morti hanno sempre torto” e più avanti “il dolore che non ti uccide ti rende forte’. Scattò in me qualcosa, che innescò una reazione profonda che scosse tutti i miei sensi. Iniziai a fare ginnastica e a leggere. La mente sembrava una locomotiva che andava a tutto vapore e iniziai a vedere il mondo a colori. Ci davano un libro ogni 15 giorni ed io facevo la richiesta anche per altri tre compagni di cella, così avevo da leggere quattro libri ogni due settimane.”

E poi, uno dei suoi momenti di indignazione, quelli che lo rendono così poco “simpatico”.. decisamente uno “che non sa stare al mondo”..

La rieducazione che dovrebbe essere il fulcro del sistema carcerario, è invece in mano ad una burocrazia squallida, dispotica e cavillosa, dove per potere accedere alla rieducazione viene richiesta una prostituzione mentale, una sorta di rieducazione dei campi di lavoro delle dittature comuniste. Devi riconoscerti colpevole, lodare l’operato della rieducazione, non devi mai chiedere che i tuoi diritti vengano rispettati, mentre questi sono assoggettati a tutte le loro direttive, devi fare il ruffiano e il lecchino, e se poi diventi il loro informatore, metti la ciliegina sulla torta della tua schiavitù. Il completamento del loro capolavoro rieducativo.. Se non diventi un automa al loro servizio, sarei sempre classificato irrecuperabile. Non riescono a comprendere che solo fino a che un uomo non si rassegna è veramente recuperabile. Non è un uomo recuperato quello che si adatta a regole cieche e disumane, e non è un uomo recuperabile quello che ne fa un involucro vuoto e senza personalità, senza nessun ideale. “

Il memoriale finisce con un cuore che sembra stritolarsi. Quando giunge la sentenza della Corte di Cassazione, che ribalta tutte le speranze che erano sorte.

Un ringraziamento a Pasquale, anche per avere trovato la forza di scrivere queste pagine.

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La pena di morte dell’ergastolo.

Avevo fame, ogni giorno lo stomaco occupava i pensieri e dopo mangiato avevo sempre mal di pancia. Tutto il contesto era opprimente, persino i colori della cella erano stati dipinti su ordine del Generale dei carabinieri Dalla Chiesa che, dopo essersi consultato con uno specialista dei colori, aveva scelto i più deprimenti per fiaccare le Brigate Rosse che alla  fine si ribellarono e distrussero la famigerata sezione Fornelli dell’Asinara, all’inizio degli anni ottanta.

Nel luglio del 1992 avevano instaurato, nella sezione Fornelli, il regime del 41bis all’Asinara e il trattamento era disumano, soffrivamo la fame e la sete, non avevamo niente, ma con tutto ciò i miei pensieri erano occupati da ciò che avrebbe deciso la Corte di Cassazione sulla mia condanna all’ergastolo. Dall’esito dipendeva la mia vita futura, ero fiducioso che avrebbero preso in considerazione la perizia sul dna e le dichiarazioni di un pentito che mi scagionava.

Con la mente andai indietro nel tempo, quando diciottenne mi trovai nel vecchio carcere di Spoleto e, al mattino, guardandomi intorno dissi: “Questo deve essere il carcere degli ergastolani”. In Questura a Spoleto mi avevano dato tante di quelle botte che le palpebre stavano su a fatica. Il viso sembrava una maschera: per portarmi in carcere dovettero sorreggermi. Le scale del carcere scendevano in profondità e sembrava di scendere nelle viscere della terra. Mi chiusero in una cella senza finestre, senza gabinetto; non c’era niente, solo un letto.

La testa mi girava e le forze mi mancavano. Mentre cercavo di farmi il letto, arrivò un brigadiere con la “squadretta”. Non mi picchiarono, ero troppo malridotto. Credo che questo fu il motivo per cui non lo fecero. Dormii tanto che non ricordo quanto. Mi svegliai con dolori in tutte le parti del corpo. Riuscii con fatica ad aprire gli occhi, mi guardai intorno; la cella sembrava una vecchia tomba abbandonata. I muri erano pieni di escrementi, non c’era nemmeno il pavimento. In un angolo, per gabinetto, c’era il “bugliolo” e una brocca d’acqua. La luce rimaneva accesa 24 ore su 24. Le ore le calcolavo in base alla colazione del mattino e al pranzo unico di mezzogiorno.

Mi avevano dato l’abbigliamento carcerario; una giacca più piccola della mia misura, un pantalone, il doppio della misura e senza cintura, infine le scarpe erano numero 45 e io portavo il 39. Ero goffo quando mi muovevo, dovevo reggermi i pantaloni e cercare di non inciampare con le scarpe troppo grandi e senza lacci. Sembravo Charlot. In quei momenti pensai di trovarmi nel “carcere degli ergastolani”; ma il futuro doveva farmi conoscere qualcosa di ben peggiore: “L’inferno dell’Asinara”.

Dopo un mese in quella cella, appena diventai fisicamente un po’ più presentabile, mi portarono in tribunale per il processo per direttissima, meglio dire in differita, fino a che non scomparvero i segni delle botte. Mi condannarono per oltraggio alle forze di Polizia. Credo che l’oltraggio sia stato quello di non avere reagito ai poliziotti mentre mi pestavano come un tamburo. Per fortuna che le guardie carcerarie, per come ero ridotto, ebbero pietà e non mi picchiarono, altrimenti mi avrebbero condannato pure per oltraggio anche a loro.

Dopo il processo, dalle segrete del Castello di Lucrezia Borgia, questo era stato nell’antichità il vecchio carcere di Spoleto, mi portarono nei piani superiori, alla luce del sole, in una sezione con celle che contenevano fino a venti persone. In queste celle, al centro c’era una stufa a carbone e, nonostante la promiscuità, mi sembrò di rinascere. Nella cella feci la conoscenza di alcuni ergastolani. Per un diciottenne come me questo era un mondo lontano anni luce. Non avendo mai conosciuto un ergastolano, tutto divenne normale amministrazione con il contatto quotidiano.

Avevo fantasticato sulle dicerie popolari a proposito degli ergastolani che li dipingevano come uomini truci, bestiali e spaventevoli. L’ignoranza fa solo ingigantire e mostrificare tutto ciò che non conosce. Uno di questi era stato condannato all’ergastolo per avere ammazzato la moglie, l’amante e la persona che agevolava questi incontri fedifraghi. Era un uomo tra i più miti che abbia mai conosciuto. Aveva lo sguardo del tenero agnellino. Era analfabeta. Aveva lavorato tutta la sua vita. La sua famiglia era tutto il suo mondo insieme al lavoro e al pezzo di terra che coltivava. La sua famiglia era tutta la sua vita, la sua unica gratificazione. Lavorava come un “mulo” per potere dare ad essa tutto quello che lui non aveva mai avuto. A loro non doveva mancare nulla. Aveva costruito lui la casa dove abitava e a sua moglie e ai suoi figli non faceva mancare nulla. Tutto ciò che loro desideravano lui faceva di tutto per soddisfarli. A lui bastava quel motorino sgangherato per raggiungere l’orto che coltivava. Aveva un solo vestito della festa e per tutte le altre feste comandate. L’unico suo hobby era la caccia, che praticava di tanto in tanto. Aveva concesso alla moglie ogni libertà e non si capacitava come questa avesse potuto tradirlo.

Quando gli dissero del tradimento, lo sguardo gli si oscurò e disse che li avrebbe uccisi e quando l’arrestarono gli diedero l’ergastolo per la premeditazione. Alla notizia del tradimento lasciò il terreno dove stava lavorando, ritornò a casa, prese il fucile, rintracciò la donna che faceva da ruffiana, si fece dire dove erano i due fedifraghi, una volta che questa sotto la minaccia del fucile gli indicò dove era il luogo dell’incontro, la uccise e si recò al casale dove i due amanti si incontravano, li scovò e li uccise.

Al processo gli diedero l’aggravante della premeditazione. Il suo avvocato si vendette alla famiglia dell’amante della moglie che era molto ricca ed influente. Tutto questo contribuì alla sua condanna all’ergastolo. Siamo tutti uguali davanti alla legge, ma non lo siamo davanti alla giustizia dei tribunali. Non siamo padroni della nostra vita, l’imprevisto è dietro l’angolo e un attimo di annebbiamento stravolge per sempre la nostra esistenza. Grazie a lui gli ergastolani mi divennero familiari. La conoscenza è come una luce che illumina facendo sparire il buio dell’ignoranza, alimentando l’armonia e la comprensione tra gli esseri umani.

La mia vita sterzò una sera di libera uscita durante il servizio militare. Avevo appena finito il CAR  a Sulmona ed ero stato assegnato al reggimento di fanteria motorizzato di Spoleto con la mansione di autista. La prima sera di libera uscita, dopo avere cenato in un ristorante di Spoleto con un gruppo di commilitoni, forse a causa di qualche bicchiere di troppo, litigammo verbalmente con un gruppo di spoletini ed io venni quasi alle mani con uno di essi. Chiamarono la Polizia e mi portarono insieme agli altri in Questura per accertamenti. Ancora oggi non so dare una spiegazione del motivo per cui i poliziotti si accanirono tanto contro di me. Gli altri furono tutti rilasciati, mentre io fui arrestato per oltraggio, credo a causa delle troppe botte che mi diedero, tanto che si erano procurati delle escoriazioni alle mani. Forse questo era stato il motivo del mio oltraggio. Il caso ci accompagna in ogni momento della nostra vita, in special modo negli eventi più traumatici e in quelli più meravigliosi.

Chi era la persona con la quale avevo litigato quella sera? Quando il Comandante del carcere di Spoleto mi chiamò nel suo ufficio, rimasi di stucco. Era proprio lui quello con cui avevo litigato, temevo il peggio, e invece, ad onor del vero, non si verificò in nessun modo, anzi cercò di confortarmi  ed aiutarmi, avendo presente che aveva di fronte un ragazzo che stava facendo il militare.

Il turbinio di pensieri tra il passato e il presente mi riportava all’Asinara nella sezione Fornelli sottoposto alla tortura del 41 bis e la mia sopravvivenza occupava tutta la mia quotidianità. In certi momenti ci guardavamo e ci dicevamo: “Un giorno quando lo racconteremo non ci crederanno”. Ricordo di avere letto in un libro che gli ebrei nei campi di concentramento avevano gli stessi nostri timori, di non essere creduti. Anni dopo, gli stessi detenuti non ci credevano.

In America su simili torture avrebbero fatto tanti film, come hanno fatto con Alcatraz, in Italia nessun film, perché l’omertà istituzionale è peggiore di quella della criminalità. L’occasione per emanare queste mostruosità furono le stragi del 1992-1993, direi le solite stragi italiane, o, meglio dire, il solito metodo, quello della strategia della tensione. Stavolta avevano solo scelto interlocutori diversi.

Non contento, il potere legislativo nello sfornare leggi emergenziali, diede libero sfogo a tre buontemponi della politica, molto noti per le loro marachelle e cattive frequentazioni. Andreotti-Scotti-Martelli. Questi giullari metafisici imbarbarirono la civiltà del diritto con  la loro sospensione. Si inventarono l’articolo 4bis e l’art. 41bis, il primo è un mostro giuridico che non eguali nel mondo, coniando anche un nuovo ergastolo chiamato “ostativo”, questo articolo elimina ogni beneficio delle misure alternative. Il 41 bis per legalizzare la tortura nell’esecuzione della pena.

Nei primi giorni era tanto il mal di pancia dopo che avevo mangiato, che iniziai a nutrirmi solo di pane e frutta, ma dovetti soccombere e vincere la nausea. Tempo dopo seppimo che nel mangiare ci buttavano ogni tipo di schifezza; detersivi, cibi scaduti, urina e altro.

Guardavo nel piatto di pasta e fagioli e vedevo numerosi vermi bianchi, non mi decidevo a mangiare, la voce del mio coimputato mi arrivò dritto al cervello: “Mangia che sono proteine, dobbiamo sopravvivere!”. Come una sferzata fece il suo effetto, mangiai tutto il piatto e così tutti i giorni in cui rimasi in quell’inferno, cibandomi di tutto ciò che portavano, senza buttare neanche le briciole di pane.

La strategia della tensione serve per destabilizzare, alzare una cortina fumogena con la repressione, affinché il potere reale si stabilizzi e venga portato in trionfo dal popolo ignorante. Fra trent’anni si saprà che furono stragi di Stato, come lo sono state tante nel passato. Nel frattempo il mostro scelto da buttare in pasto all’opinione pubblica ne pagherà tutte le conseguenze. La stessa opinione pubblica, aizzata dai mass media, pagherà essa stessa il conto, con la sospensione dei diritti civili; tribunali speciali e torture nelle carceri e nelle caserme per appagare la sete di odio aizzato con arte affinché copra e dia l’impunità ai burattinai del potere, tipico dei regimi di Stato di Polizia.

Nella gabbia riservata agli imputati, in piedi ascoltavo la sentenza: “Si condanna alla pena dell’ergastolo…”. Mi sedetti e tirai un lungo respiro, ma ottimisticamente pensai che in appello si sarebbe tutto risolto per il meglio. Non riuscivo ad entrare nell’ottica di avere come condanna l’ergastolo. Lo ritenevo un evento provvisorio. Non riuscivo neanche a pensare una eventualità del genere. Ero troppo innamorato per concepire un distacco così prolungato, era fuori dalla realtà del sentimento che occupava tutto me stesso in modo totale e assoluto, pertanto l’ergastolo andava espulso al più presto dalla mia vita.

Il muro della vita può andare in frantumi con lo spostamento di un solo mattone, e ciò avvenne a causa di una voce paesana, che una volta partita, non si sa da chi, e non si sa come, si alimentava da sola, come una scintilla in un pagliaio, che fomentata dal vento, appiccica il fuoco che cresce a dismisura, facendo diventare realtà le fantasie e le paure dei paesani. Stavano giocando con il mio futuro, ma stupidamente ero anche orgoglioso di essere tenuto tanto in considerazione.

Le voci vere o false, quando causano un evento grave, fanno diventare tutto realtà, e nella maggioranza dei casi paga il novello Robin Hood che è stato scelto, colpevole o innocente che sia. “Ucciso superboss della camorra”. Incredulità da parte di tutti, persino dalle forze dell’ordine che lo ritenevano un intoccabile, me lo dissero quando mi arrestarono.

Il colpevole ero io per la gente, ed era stato certificato anche dal morto ai Carabinieri in via confidenziale: “L’unico che può farmi qualcosa è lui. Se succede sapete chi cercare”. Queste affermazioni post mortem ebbero un peso enorme insieme alle voci popolari per cui il colpevole ero io, la giustizia non si affannò a cercare altrove. L’architettura processuale fu costruita con acrobazie cervellotiche, affinché le ipotesi diventassero indizi e le chiacchiere diventassero prove.

Per l’appello ero pieno d’ottimismo per due buone ragioni. La perizia del DNA che era a me favorevole e le dichiarazioni di un pentito che mi scagionava. Ma i giudici sono esseri umani e soggetti ai condizionamenti ambientali e alle influenze esterne alle aule dei tribunali. Fiducioso aspettavo la sentenza, e la gioia si tramutò in delusione per la conferma dell’ergastolo.

Questa pena che gli uffici matricole delle  carceri trascrivono con la dicitura “fine pena mai”, oppure con ironia e sarcasmo “fine pena 9999”, ossia novemilanovecentonovantanove, anche a scriverlo è lungo. L’ergastolo allunga tutto e si sconta tutto, “fino alla  morte del reo”. Una leggenda metropolitana asserisce che il magistrato lo scrisse nella sentenza

Puntando ai bassi istinti della gente, politici prezzolati, giornalisti servi e predicatori d’odio, disinformano, sostenendo che l’ergastolo non esiste perché nessuno lo sconta. Se fosse vero, perché non abolirlo?

Non abbiamo la pena di morte, ma la lunghezza dell’ergastolo, “fine pena mai”, è tale da esserne l’equivalente. “Una pena di morte diluita nel tempo”, talmente cinica e crudele, che anche i rivoluzionari francesi, nel loro codice penale del 28 settembre 1791, lasciarono la pena di morte ma abolirono l’ergastolo, ritenendolo aberrante. La pena di morte ha bisogno di un coraggio momentaneo, l’ergastolo di quello continuo di un’intera esistenza terrena, qualcosa di umanamente inaccettabile.

Gli avvocati mi rassicurarono che la Corte di Cassazione avrebbe preso in considerazione  le nuove prove e annullato la sentenza di condanna all’ergastolo. In quei momenti non puoi che avere fiducia, non hai altre opzioni. Sono loro il tramite con i magistrati e non puoi fare altro che fidarti e affidarti alla loro abilità professionale e giuridica. Sono sempre stato ottimista per natura, ma qualcosa iniziava ad offuscarsi, perché  la Cassazione era lontana, a Roma, e non si celebrava un processo, ma solo un controllo sulle formalità in diritto, se tutto si era svolto rispettando le regole nello svolgimento del processo. Compagni di detenzione mi spiegavano queste cose, mentre  ero all’Asinara, e s’accese di nuovo la fiamma delle speranza, perché di violazioni ce ne erano state molte e certificate. Basta poco a passare dalla disperazione all’euforia della speranza.

Guardavo mia madre attraverso il vetro del colloquio, con il suo sorriso che donava serenità e trasmetteva tutto l’amore materno che una madre è in grado di dare. Nella sua semplicità chiedeva: “Quando esci’”. Lei era all’oscuro dei miei problemi, glieli facevo tenere nascosti. Mia madre era l’essere umano più buono che abbia mai conosciuto. Non ha mai odiato nessuno, tranne il Maresciallo dei Carabinieri del mio paese, che non aveva colpe specifiche, ma lei era convinta di sì. Credo che questo derivasse dalla sua concezione, un po’ arcaica, di vederlo come l’autorità dello Stato che aveva il potere di infliggere punizioni. Il modo che aveva mia madre di rapportarsi con gli altri infondeva pace e armonia, questo la rendeva beneamata da tutti. Per noi familiari era la quercia della famiglia, dopo il suo trapasso non è stato più così.

Non le ho mai detto la verità sulla mia situazione, e avevo sabotato anche la sua ricerca tra i familiari e parenti per non farla stare male, ma credo che lei avesse capito, e questo cruccio  me lo porterò dentro tutta la vita. E’ stata dura superare la sua scomparsa. Ho passato uno dei periodi più brutti della mia vita. Ha lasciato un vuoto incolmabile. Cosa hai fatto? Perché ci dobbiamo vedere attraverso il vetro? Lei non guardava  i telegiornali, ed essendo analfabeta non leggeva i  quotidiani, pertanto era all’oscuro di quello che era successo nel periodo 1992-93. Le risposi che non avevo fatto niente e che erano nuove leggi dello Stato e io ci ero finito dentro. Non credo di averla convinta.

La repressione indiscriminata distrugge ogni cosa e sortisce l’effetto contrario, alimentando un odio contro le istituzioni che passerà alle prossime generazioni. Quando si istituzionalizza la tortura, il meccanismo è di mostrificare chi la subisce, per giustificare agli occhi della popolazione il crimine che si sta perpetrando. Ciò innesca una spirale perversa di rabbia, rancore e odio che coinvolge tutta la cerchia familiare, identificando lo Stato come nemico.

La dura realtà che stavo vivendo produceva profonde riflessioni, crude e prive di condizionamenti. Iniziavo a pensare all’eventualità che la Cassazione mi confermasse l’ergastolo. Stavo di nuovo passando dall’euforia speranzosa all’annebbiamento dettato dal pessimismo. Ciò era dovuto alla realtà del nostro Paese. In quel periodo la politica era in balia delle procure.

I giudici, per paura di essere a loro volta inquisiti, facevano a gara a chi era più aguzzino nel legiferare norme restrittive. I magistrati giudicanti, ostaggi delle procure, erano diventati dei plotoni d’esecuzione, condannavano alla cieca, tipo liste di proscrizione. La Corte di Cassazione era diventata un ufficio notarile, metteva solo il sigillo alle condanne. Il Paese era in mano alle Procure e ai politici che li appoggiavano. Avevano instaurato un clima di paura e insicurezza legittimando ogni tipo di repressione con la sospensione della democrazia e dei diritti civili nelle carceri, nelle caserme e nei tribunali.

Credo dovesse essere simile al periodo dell’Unità d’Italia con la legge Pica. Tutto il Meridione era classificato un covo di briganti. Ora era ritenuto un covo di mafiosi. Il mostro e il lupo non hanno diritti, possono essere torturati e sterminati, senza suscitare riprovazione nella società civile manipolata ad arte. Antonio Gramsci nel 1920 seppe sintetizzare quello che era successo 50 anni prima: “Lo Stato italiano è stata una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri, che scrittori e giornalisti salariati marchiarono con il nome di briganti. Fra 50 anni ci sarà un altro Gramsci che dirà la verità su questo periodo vergognoso.

Incominciai a informarmi sull’ergastolo e a parlarne di più con gli ergastolani rinchiusi con me all’Asinara. Ormai non erano più rari, ma si moltiplicavano a causa del clima politico giudiziario che vigeva. Le nuove disposizioni avevano creato un nuovo ergastolo, si chiamava ostativo, e in esso si era totalmente esclusi dalle misure alternative alla detenzione. Con il 4bis si era espropriati della propria vita, con l’eliminazione d’ogni speranza e con la benedizione anticipata della società civile, nell’attesa della morte biologica. Non puoi programmare nulla perché il futuro è diventato un eterno presente.

Per saltare questa pena di morte e uscire bisognerebbe diventare delatore e mettere altri al proprio posto in galera, un vero atto criminale. Come si fa a chiedere a una persona che si trova in carcere da 20-30 anni, di collaborare con la giustizia? Che cosa potrebbe dire di un mondo di cui ha ormai uno sbiadito ricordo? Non ci si rende conto di cosa sono 20-30 anni fuori dal mondo?

Che civiltà giuridica e sociale è la nostra, in cui oggi le leggi sono uguali a quelle della vecchia Germania dell’Est? Chi collaborava con la Stasi (la polizia segreta) era un cittadino modello e da prendere ad esempio; e chi non collaborava era un nemico della società  da schiacciare. Inoltre la lealtà ad amici che si sono rifatti una vita o hanno scontato la loro pena, non può essere considerata un reato.

Con il 41 bis ti azzerano i contatti umani, ti torturano fino a quando o accusi altre persone o diventi uno zombi, un morto vivente. Per questo motivo in questi reparti ci sono cinque volte in più suicidi degli altri regimi carcerari. E’ una tortura “democratica” elevata a sistema. Forse credono che, essendo “democratica”, sia meno disumana.

La sera sdraiato sul letto i miei pensieri viaggiavano per sfuggire a una quotidianità terribile. Mi rivedevo bambino mentre ero a casa dei nonni paterni, mentre il nonno mi insegnava a ballare la tarantella. Ero felice ogni volta che mio padre mi portava da loro, mi riempivano di coccole. Mia nonna mi adorava e mio nonno pure, perché ero il primo nipote maschio con il suo nome. Il paese dove abitavano è nel Cilento, in provincia di Salerno. Entrambi i miei genitori provengono dal Cilento. Il capostipite Pasquale veniva di là ed era il mio bis-bis-nonno. Con l’Unità d’Italia del 1861 si scontrò con i piemontesi e ne uccise tre, da latitante si rifugiò nel paese dove abitavano i nonni, ospite del marchese locale. I racconti paesani, quelli che chiamano “li cunti”, dicono che il marchese che l’ospitò, prima che potesse tradirlo e consegnarlo ai “savoiardi” piemontesi, una sera fu atteso da questo mio avo che l’uccise. Siccome solo il marchese sapeva chi fosse, visse tranquillo per il resto dei suoi giorni senza mai conoscere il carcere. All’epoca era considerato un brigante.

Il nonno, che si chiamava anche lui Pasquale, mi raccontò che suo nonno era un uomo fiero e che incuteva soggezione, ma era giusto e tutti gli riconoscevano la sua autorità. La nonna per procurarsi i soldi per potermi fare dei regali, si alzava alle quattro del mattino, andava a raccogliere delle piante che adoperava per fare ceste e canestri che poi vendeva. Tutto ciò che ai loro occhi poteva fare piacere a me, loro lo facevano. Mi viziavano in tutto. Il nonno era orgoglioso di portarmi in giro per il paese e farmi conoscere da tutti.

Questo incantesimo con mio nonno si ruppe alla festa del patrono del paese. Eravamo molti nipoti al suo seguito, comprò del torrone, io lo volevo tutto per me, il nonno invece, giustamente, lo divise per tutti i nipoti. Il giorno dopo in campagna, mentre dormiva, gli ruppi la testa con un cavallo di legno che mi aveva regalato proprio lui. Da quel giorno smisi di essere il suo nipote prediletto. Ai nonni ho sempre voluto bene, i ricordi dei periodi trascorsi con loro rimarranno nel mio animo. I luoghi in cui da bambino sei stato felice li tieni con te per sempre come il tuo mondo idilliaco. Il non avere partecipato ai loro funerali, rimarrà per sempre un grande dispiacere, ma loro vivranno lo stesso in eterno dentro di me.

Nel dicembre 1992 mi fissarono l’udienza in Corte di Cassazione. L’ansia per l’attesa era tale che mi toglieva quel poco di serenità che avevo durante la notte. Il giorno dell’udienza mille pensieri attraversarono la mia mente. Dovetti attendere il giorno dopo per ricevere via telex notizie dai miei familiari e mi comunicarono che l’udienza era stata rinviata al febbraio del 1993. L’attesa si prolungava, insieme all’ansia.

In carcere, con la moltiplicazione degli ergastolani, si discuteva di più su questo argomento, e arrivai alla conclusione che l’ergastolo è una pena senza fine, una esecuzione quotidiana, una schiavitù perpetua, dolorosa come la morte, e fa diventare il reo una vittima perché è una pena sproporzionata, vendicativa e disumana, una sorta di crimine contro l’umanità. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che le pene debbano tendere alla rieducazione del condannato. Sarebbe da ridere se non fosse un tema tremendamente serio per chi lo vive sulla propria pelle. Come si fa a rieducare una persona che deve rimanere in carcere per tutta la vita? Rieducarlo a cosa? Rieducarlo per reinserirlo dove?

Neanche la Corte Costituzionale ha avuto il coraggio di dare una risposta seria a questo quesito. Con cinica ambiguità ha risposto che con l’ammissione della liberazione condizionale, è stata eliminata dalla nostra legislatura la pena perpetua. E’ un falso istituzionale, perché non è così, essendo che non c’è nessun automatismo, perché rimane solo a discrezione del Magistrato di sorveglianza. Una truffa legislativa con la tacita, direi conclamata, complicità della Corte Costituzionale.

Mio padre mi dice spesso che prima o poi dovranno farmi uscire: “non possono tenerti in carcere per sempre”. Lui è ottimista perché parla con il cuore e il bene paterno. Se avesse studiato ora sarebbe un eccellente ingegnere progettista, purtroppo la povertà non gliel’ha permesso. Ha sempre avuto un doppio lavoro, avendo imparato molti mestieri. Gli bastava guardare con attenzione uno che faceva un lavoro e subito imparava ad eseguirlo. A casa nostra non è mai stato chiamato un idraulico, un elettricista, un muratore o altri artigiani. Ha sempre fatto tutto lui.

Ha insegnato a tutti noi figli il mestiere di fabbro. Inventava e costruiva una miriade di attrezzi da vendere che hanno contribuito in modo importante alle finanze familiari. Eravamo dieci figli e i soldi non bastavano mai. Dopo che è andato in pensione, ha avuto molti dispiacere. Ha subito anche il carcere per cercare di colpire me. E questo non potrò mai perdonarmelo. Ma la macchina repressiva non conosce umanità e non ha coscienza, è spietata e crudele.

Dopo la scomparsa di mia madre, è andato a vivere nella casa paterna dove è nato, nel Cilento, avendola avuta in eredità dai nonni, da dove ha detto che discende la nostra famiglia. Ricordo le litigate che faceva con mia madre, perché mio padre diceva che dopo la pensione voleva ritornare nel suo paese. Mia madre era contraria, ma mio padre non demordeva. Alla fine, anche se da solo, è voluto ritornare nella casa dove è nato. Tutti i mercoledì m’attende vicino al telefono come un soldato. L’ammiro tanto e desidererei passare una giornata con lui, ma non me la concedono, perché dopo trent’anni di carcere sono ancora integro psicologicamente e pertanto ancora ritenuto pericoloso. Purtroppo, anche una condotta buona può essere giudicata cattiva, se non si diventa uno zombie mascherato. Sono conscio che non vedrò mai più mio padre in vita, così come è successo con mia madre, “grazie all’umanità del sistema”.

Prestavo molta attenzione alle trasmissioni televisive, leggevo i quotidiani e ascoltavo i discorsi dei predicatori di odio che tuonavano contro i governi che la pena dell’ergastolo non si scontava mai e si usciva dopo dieci anni e che l’ergastolo era diventato solo un vuoto aggettivo, niente di più. Tutto quello che sentivo e leggevo era musica per le mie orecchie, perché anche se la mia condanna non era definitiva, ero sempre sull’orlo di un precipizio e on sapevo da che parte sarei caduto.

L’essere umano, quando si trova in certe situazioni, crede in tutto ciò che desidera, ed io volevo credere fortissimamente, avevo bisogno di credere, che l’ergastolo non era per tutta la via. Quando non abbiamo alcuna via d’uscita, ci illudiamo per non cadere nell’oscurità totale e cerchiamo, con tutta la nostra forza di disperazione di tenere una luce accesa. Ciò non porta a niente, serve solo a prolungare l’agonia, un atto di viltà per non affrontare la realtà.

Il mondo sembrava crollarmi addosso, nella disperazione avevo l’impressione che tutto fosse contro di me. L’ansia per l’ergastolo, la tortura quotidiana del 41 bis, il cuore in frantumi per amore, tutto questo pesava su di me come una spada di Damocle. Non quale delle tre angosce mi opprimesse di più, ma cedo si alternassero, impedendo ad una sola di diventare una ossessione. Non avevo mai provato una sofferenza così profonda, tanto forte che spesso diventava dolore fisico. Solo di  notte, nelle 3 o 4 ore ce riuscivo a dormire, trovavo un po’ di sollievo. Spesso pensavo  alla morte per non dovere più soffrire. Molte volte mi sono ripetuto  di non augurare questo mio stato neanche al peggior nemico. Sono stato molte volte sul punto di lasciarmi andare, di addormentarmi e non svegliarmi più per poter ritrovare la pace. Morire per non soffrire più.

Non avevo mai creduto, quando leggevo che può bastare una piccola frase per darti una spinta motivazionale che ti fa superare qualunque ostacolo. Un giorno un amico mi diede da leggere un libro di Friedrich Nietzsche “Così parlò Zaratustra”. Mentre lo leggevo svogliatamente, senza riuscire a concentrarmi per la disperazione dei miei pensieri, lessi la frase: “I morti hanno sempre torto” e più avanti “il dolore che non ti uccide ti rende forte”. Scattò in me qualcosa, che innescò una reazione profonda che scosse tutti i miei sensi.

Iniziai a fare ginnastica e a leggere. La mente sembrava una locomotiva che andava a tutto vapore e iniziai a vedere il mondo a colori. Ci davano un libro ogni 15 giorni ed io facevo la richiesta anche per altri tre compagni di cella, così avevo da leggere quattro libri ogni due settimane. Tutta questa nuova energia mi portò a lottare per i diritti che venivano calpestati e mi scontrai con la Direzione dell’Asinara. Riuscii a fare intervenire un ispettore ministeriale ed avere alcune cose che la repressione ci limitava.

Me la fecero pagare. Trascorsi un intero inverno con un paio di scarpe di tela. Non ho mai sofferto così tanto il freddo ai piedi. Ma quando sei determinato in quello che fai, tutte le repressioni le sopporti con stoica pazienza. Tutte queste prove mi hanno rafforzato il carattere, e costruito una forza d’animo da potere sopportare qualsiasi dolore, anche se ci sono ricordi che ti strappano il cuore.

Sulla carta abbiamo il sistema penitenziario migliore del mondo, superiore anche ai paesi scandinavi, ma nella realtà è da terzo mondo. La rieducazione che dovrebbe essere il fulcro del sistema carcerario, è invece in mano ad una burocrazia squallida, dispotica e cavillosa, dove per potere accedere alla rieducazione viene richiesta una prostituzione mentale, una sorta di rieducazione dei campi di lavoro delle dittature comuniste. Devi riconoscerti colpevole, lodare l’operato della rieducazione, non devi mai chiedere che i tuoi diritti vengano rispettati, mentre questi sono assoggettati a tutte le loro direttive, devi fare il ruffiano e il lecchino, e se poi diventi il loro informatore, metti la ciliegina sulla torta della tua schiavitù. Il completamento del loro capolavoro rieducativo..

Se non diventi un automa al loro servizio, sarei sempre classificato irrecuperabile. Non riescono a comprendere che solo fino a che un uomo non si rassegna è veramente recuperabile. Non è un uomo recuperato quello che si adatta a regole cieche e disumane, e non è un uomo recuperabile quello che ne fa un involucro vuoto e senza personalità, senza nessun ideale. Questo concetto molto equivoco di recuperabile o irrecuperabile è una barbarie che andrebbe superata. Non ci possono essere classificazioni tra barbari e civili. L’Impero Romano d’Occidente è finito 1500 anni fa, quando l’ergastolo era la prigione degli schiavi che erano tutti nemici e barbari.

La condanna non può e non deve identificare la persona come delinquente per tutta la vita, né inchiodare il futuro al passato, con la ripetizione coatta anche dopo trenta anni di prigione. Nessuno nasce delinquente, e nessuno  può esserlo per sempre. Nessuno nasce cattivo. Lo si diventa quando intorno a te c’è il nulla, ma anche questo non sarà così in eterno. L’esclusione e la miseria possono innescare una sorta di ribellione che viene canalizzata in modo sbagliato. In tante zone del Meridione certi equilibri sociali innescano risposte ritenute lecite ai poveri. Quando si vedono i figli dei notabili locali avere tutto nel presente, e sicuri di avere altrettanto nel futuro, come se fosse un diritto acquisito per nascita, come gli aristocratici di un tempo, allora è possibile che ti vena la voglia di prendere delle scorciatoie per salire più velocemente i gradini della società. Lo capisci solo dopo, quando paghi tutta la corsa, che hai buttato la tua vita e ti rimane solo la sofferenza e la profonda sensazione di fallimento di un’esistenza.

Buttare le chiavi delle celle per sempre non risolve alcun problema. La paura della pena di morte nei Paesi dove è in vigore, non ha diminuito i reati. L’unica soluzione equilibrata e civile che produce risultati reali e positivi, sia per le persone private della libertà, sia per la sicurezza della società, è il recupero, la rieducazione e il reinserimento dei rei. Lo Stato, pensando solo ad alzare muri di cemento, dividendo la società in buoni e cattivi, dimostra tutto il suo fallimento. Le sue leggi penitenziarie non vengono applicate, perché le carceri sono baronie feudali e i 54.000 euro all’anno, che è il costo per ogni detenuto, vengono usati  per mantenere lo status quo e tenere in piedi un elefantiaco, dispendioso, e iniquo apparato burocratico, detto sistema penitenziario. Non dare un’opportunità di reinserimento a un detenuto, anche dopo 20-30 anni di carcere, trasforma la condanna in stupida malvagità e controproducente vendetta. In uno stato di diritto tutto ciò è incomprensibile e inammissibile.

Finalmente arrivò il giorno della discussione in Cassazione. Ero molto fiducioso, perché tutti mi dicevano che il rinviare era stato un segno per l’esito positivo del giudizio. La stessa trafila d’ansia avuta con il primo rinvio nell’attesa del telex dei familiari. Con grande sorpresa era stato di nuovo tutto rinviato, nuova udienza sarebbe stata il 28 aprile 1993.

L’euforia cresceva, anche grazie alle parole dei miei compagni di cella, che mi dicevano che tutti questi rinvii erano di certo solo positivi. Un altro detenuto aveva avuto alcuni rinvii, e infine la Cassazione gli aveva annullato la condanna per un nuovo giudizio. Tutto ciò alimentava in me una forma di speranza piena che occupava i miei pensieri e manteneva il mio cuore pieno di gioia. Tutti mi rassicuravano per la situazione molto favorevole, anche i familiari mi spedivano lettere piene di speranza e di fiducia, dovute a ciò che riferiva loro l’avvocato.

Nell’attesa che passassero i giorni che mi separavano dall’udienza, riflettevo sull’esistenza degli ergastolani. La loro vita era simile a  quella dei galeotti di un tempo, che venivano deportati per sempre nelle colonie d’oltremare, in una vita difficile da accettare, lontano da tutto e dovendo dimenticare il passato. Il risveglio alla realtà, come lo era per loro, lo è anche per gli ergastolani. Il trauma è duro da digerire, ma per non impazzire  ci si deve fare forza e con coraggio affrontare la nuova situazione, adattandosi per non soccombere né all’ergastolo né al carcere con i suoi nefasti condizionamenti. Rifiutare l’ergastolo è un  principio di civiltà e di democrazia e tutte le culture del mondo dovrebbero abolirlo.

Avevamo appena finito di mangiare, quando mi diedero il telex. Non stavo più nella pelle. Aspettavo che mi arrivasse finalmente la conferma di ciò che desideravo e che nel mio cuore era già dato per certo. Ero emozionato, e non riuscivo ad aprire l telex. Lo diedi a un mio compagno che era ergastolano da tanti ani. La mia felicità era dipinta sul mio viso. Il compagno lesse, mi guardò e mi disse: “Mi dispiace!”.

Il sole che brillava dentro di me tutto d’un tratto si oscurò e tutto si gelò. Ero diventato anche io un ergastolano: un morto che cammina.

 

L’urlo di Marino Ciccone

Marino Ciccone, carcere di Sulmona..

Di lui qualcosa era già emerso in questo Blog (le lettere che scrisse a Carmelo e alla figlia… link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/18/lettera-di-mariano-ciccone-alla-figlia-antonella/ ….  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/12/21/da-dentro-a-dentro-da-marino-ciccone-a-carmelo/ …. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/09/da-dentro-a-dentro-da-mariano-ciccone-a-carmelo/…) e la lettera, bellissima, che la figlia scrisse a lui (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/08/17/lettere-dal-di-fuori-da-antonella-a-marino-ciccone/).

Adesso ci è giunta questa lunga lettera…

Il suo “urlo”..

Ma un urlo in cui la voce singola si fa voce collettiva.  In cui la sua esperienza particolare, le lunghe prove e i momenti dolorosi ed estremi di una carcerazione inesorabile sono sempre presenti.. non sono mai dimenticati… non è un accademico che sta parlando sul carcere, è chi il carcere lo conosce, chi sa davvero il suo volto e il suo sporco sapore, perchè lo ha provato sulla propria pelle.

Ma.. non è un urlo collettivo.. lui emerge, e resta sempre sullo sfondo.. lui come storia propria, come vicenda personale.. ma la voe si estende e diventa voce dei tanti che abitano il carcere e che ne sono abitati, e “posseduti” dentro la mente, e anche nel cuore, a anche se a volte, molte volte resistono, per contendere al cuore la libertà che non vogliono tramonti nella loro anima.

E’ un urlo che non sbraita, ma che racconta, non alza il tono, ma senti l’indignazione, il dolore, e ancora la domanda.. le domande.. che ritornano, persistono, cercano di farsi strada anche attraverso il muro stopposo, per non rimbalzare, per non rimbalzare ancora, per aprirsi un varco.

Perché… come scrive fin dalle prime battute…

Il carcere ammazza e, come una malattia silente, ti divora dentro, e un pò per volta porta alla morte. “

Quello che ancora non passa è la “percezione”. Il vero senso di dramma e di impotenza che si prova in certi luoghi. La visione è astratta.. e carica di emotività all’ingrosso. Emotività da macello. E’ come una scenetta di film,,, in cui si “vedono” detenuti che in fin dei conti non se la passano male, giocano a tressette, mangiano (“a spese nostre”), giocano a calcetto e vedono la televisione.

Molti di noi hanno sperimentato quel senso di frustrazione che sorge quando ti sembra, in alcuni contesti, di non essere padrone del tuo destino.. quando non ti senti libero.. quando dipendi da altri, specie se particolarmente “insopportabili”, per una risposta vitale. Molti di noi si sono esauriti per certe situazioni ripetutesi nel tempo..

Si dovrebbe provare a pensare.. a “sentire”.. che tutto questo nel carcere è amplificato all’ennesima potenza. Che, anche per le minime cose, vi è tra te e il mondo esterno e tra te e ogni minima richiesta che tu possa fare.. tutta una serie di “mediatori” o di “incaricati” e “addetti”… rispetto ai quali, anche nel migliore dei casi, ti senti dipendente. Nei casi peggiori (che non sono pochi) ti fanno proprio sentire che non sei nessuno, che possono disporre di te in ogni modo, o possono renderti la vita più scomoda.

Ci sei tu e loro.. se vuoi ottenere qualcosa. Il senso di limitazione.. il senso di attesa nervante.. il senso di frustrazione che si prova in contesti del genere.. è difficilmente immaginabile se non si prova a fare uno sforzo consapevole.

Uno dei territori in cui questo si avverte con la maggiore drasticità è quello della salute. TU QUA PROVI DOLORE.. SENTI SOFFERENZA.. HAI PAURA.. HAI ANGOSCIA.. E spesso il dolore rende miti e impauriti, quasi si va docili pur di avere alleviamento al dolore, o scioglimento dell’ansia.. o una parola chiara.. una parola chiara.. che liberi dalle incertezze. E il panorma che spesso ti ritrovi è desolante. Medici stanchi, psicologi depressi, “professionisti” assenteisti e capricciosi.. quando non addirittura malevoli.

A un certo punto Marino scrive..

Supero i venti anni di carcere, sono in una condizione di salute direi precaria, ma eviterò di parlare di me, ma di tanti detenuti con il diritto a “non” curarsi. Sono tante le morti bianche, alcune sospette, ma non con persone alle spalle che possano abbattere questi muri di gomma.  Non sono solo io a gridare ai quattro venti che nelle carceri italiane si muore, anche con malattie importanti, patologie sicuramente incompatibili con il regime penitenziario. Medici che diventano agenti e commissari che impongono la loro autorità ai medici, esperti dell’osservazione scientifica ed ogni altra persona che investe una carica importante. “

O quando scrive..

Non dimenticandomi di chi muore in carcere perchè non riceve le cure dovute, mi riferisco a tutti quei compagni che muiono di cancro, di epatite, e di infarto. Solo per il menefreghismo di medici incapaci ed autoritari, senza nessuna deontologia, che cercano la rissa, per poi assistere ai vari pestaggi. Tutti questi professionissti hanno dimenticato il giuramento di Ippocrate e si scindino dalla scienza per accasarsi ad aguzzini, senza né arte né parte. Questi seri Professionisti del Sistema, che diventano dei piccoli Gruning del processo di Norimberga. “

Le parole sono forti. Ma prima di storcere il naso.. pensate a cosa vuol dire sentirsi una pietra nello stomaco e non sapere cosa cazzo è. E insistere, persistere, bombardare con domandine, bombardare con appelli, supplicare.. per ottenere prima la visita di qualche medico distratto che ti guarda con la stessa empatia con cui guardebbe la mensola del bagno.. e poi.. dopo mesi e mesi.. finalmente uno specialista. Sperando che lo specialista non venga a farti la visita direttamente in obitorio, se nel frattempo non sei passato a miglior vita.

Oppure la pratica indegna, ma diffusissima, dilagante.. di somministrare farmaci a palla. Vai dal medico.. e dopo qualche minuto di ascolto distratto, e dopo che ti ha farfugliato qualche parola, ti molla qualche pillolina.

E il peggio è con gli psicofarmaci. La modalità con cui gli psicofarmaci sono usati nelle carceri è vergognosa. Vengono somministrati in quantitativi ingenti… Non c’è nessuna vera politica di cura psichica dei detenuti.. patologie dalla complessa etiologia, tumulti interiori, crisi di ansia e di panico, disturbi dalla forte radice psicosomatica.. tutta una serie di realtà che avrebbero bisogno di un approccio molteplice, sia psicoterapeutico sia con mutamenti del proprio personale regime detentivo e con altro.. tutto viene invece rozzamente liquidato con psicofarmaci fatti ingurgitare come quando si nutrono con l’imbuto le galline ovaiole. Non vengono curate le patologie psichiche in carcere. Vengono sedati e stabilizzati i “malati”. Un uso eccessivo di psicofarmaci allenta effettvamente le crisi, ma perchè ti allenta l’anima e le mante, perchè intorpidisce le tue funzioni neuronali, perchè atrofizza la tu vitalità, perchè ti rende passivo.. amorfo.. “sedato”. Per non parlare di quegli psicofarmaci che alla lunga fanno nascere psicosi e ossessioni paranoiche.

Ma ci sarebbe altro di cui parlare.. e altro anche di cui parla Marino.. come la vergognosa e diffusissima pratica dei pestaggi in carcere.

Ma non voglio dilungarmi troppo..

Voglio concludere con una frase di Marino.. che è anche una frase che noi, tutti noi, chi scrive, chi legge ora, chi leggerà, pure chi non leggerà ma in qualche modo ci sente e ci ascolta anche se magari non ci sentirà, non ci ascolterà e non ci vedrà mai…

AD OGNI DETENUTO CHE MUORE SI SPEGNE UN PEZZO DELLA MIA ANIMA.”

Dell’anima di tutti noi..

Ogni singolo detenuto che muore non è un numero.. è un mondo..

Vi lascio alla lettera di Marino Ciccone..

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“Carcere senza dignità, carcere=morte”

Il carcere ammazza e, come una malattia silente, ti divora dentro, e un pò per volta porta alla morte. Sì, l’Italia non è una nazione democratica, assolutamente no. Se non c’è democrazia nella giustizia in (parola incomprensibile) sfera. Le persone sono incarcerate con processi indiziari e manipolati, con l’accusa  in base all’art.416 bis che prevede l’associazione mafiosa. Un’accusa che dovrebbe essere simbolo di forza e dipotere, dove il denaro non dovrebbe mancare, e così i grandi avvocati al servizio dei mafiori. Non sono un avvocato d’ufficio dei vari mafiosi, assolutamente. Sono un denigratore di questo sistema che rovina sia la singola persona che le persone più care.

Inviterei i goveranti ad entrare nelle carceri e a visitare le sezioni A.S. e E.I.V. e quelle del 41bis. Certamente non troverete dei galantuomini, ma molti, la stragrande maggioranza, è vittima del sistema, dove le nuove polizie, con i vari dipartimenti, hanno creato mostri su mostri, ma nulla che dia una parvenza di democrazia.

Supero i venti anni di carcere, sono in una condizione di salute direi precaria, ma eviterò di parlare di me, ma di tanti detenuti con il diritto a “non” curarsi. Sono tante le morti bianche, alcune sospette, ma non con persone alle spalle che possano abbattere questi muri di gomma.  Non sono solo io a gridare ai quattro venti che nelle carceri italiane si muore, anche con malattie importanti, patologie sicuramente incompatibili con il regime penitenziario. Medici che diventano agenti e commissari che impongono la loro autorità ai medici, esperti dell’osservazione scientifica ed ogni altra persona che investe una carica importante. Personalmente parlerei di stato di pollizia, sia all’interno delle carceri che fuori, dove esiste una specie di coprifuoco ad personam.

Le carceri pullulano di miseria, ma questa volta senza nobiltà. Dalla miseria può nascere solo il liquame, non certo la mafia. Prendete a caso una persona, imputata con l’art. 416 bis. Vediamo le sue caratteristiche; guardate la sua famiglia, le sue origini, i suoi reati, provate ad informarvi di come vivono e come campano le loro famiglia. Non c’è nessuno status di vero mafioso, non c’è nessuna coerenza, così come non c’è nessuna legalità nella giustizia, e quando la trovi è una eccezione. Proviamo ad osservare qualche Pubblico Ministero d’assalto, divenuto scrittore di romanzi, e che poi  fa il salto in politica.  Dove la toga di un P.M. fa più paura della carica in pollitica.

Sono miope per la lunga detenzione, ma in questo riferimento vedo ombrato.

Poi ci sono quelli come Di Pietro, che della sua permanenza in polizia ne ha fatto un sistema di vita. Parlo di permanenza, perchè Di Pietro ancora oggi è un poliziotto a tutti gli effetti.

Tornando al sistema penitenziario, si può parlare sicuramente di campi di concentramento, dove gli ebrei da una parte, da una parte i rom, e gli omosessuali da un’altra. Ci mancava solo lo spreco di denari per il carcere dei trans in Toscana.

Certamente non si guarda alle persone decedute per maltrattamenti e pestaggi da parte di chi dovrebbe avere tutte le cautele nei riguardi dei detenuti in precarie condizione psichice e fisiche. Ci voleva la signora Ilaria Cucchi, donna meravigliosa, che solo la morte del fratello Stefano l’ha fatta uscire dal seminato. Anche non conoscendo questa donna, nutro per lei un immenso affetto e un’immutata stima. Per il caso Stefano, dopo avere visto le foto dell’autopsia, rimane il ricordo di un giovane mite ed educato, che personalmente  ricorderò sempre alla pari dei miei fratelli deceduti. Non dimenticandomi di chi muore in carcere perchè non riceve le cure dovute, mi riferisco a tutti quei compagni che muiono di cancro, di epatite, e di infarto. Solo per il menefreghismo di medici incapaci ed autoritari, senza nessuna deontologia, che cercano la rissa, per poi assistere ai vari pestaggi. Tutti questi professionissti hanno dimenticato il giuramento di Ippocrate e si scindino dalla scienza per accasarsi ad aguzzini, senza né arte né parte. Questi seri Professionisti del Sistema, che diventano dei piccoli Gruning del processo di Norimberga.

E’ vero, molti di noi hanno commesso dei reati gravissimi. Ed è anche vero che la stragrande maggioranza di noi  patisce e continua a patire. Tanti di noi si sono guardati in tutti i cunicoli dell’anima, molti con grande sofferenza, ed hanno fatto dei grandi passi verso la legalità. Sicuramente chi è ancora in condizione di meditare, ha anche elaborato il dolore arrecato, facendolo proprio. Ma veramente credete di punire un uomo con le torture psicologiche del regime penitenziario? Credete davvero che possa servire a qualcosa? Oppure tenendolo oltre vent’ann in segregazione, sballottandolo da un carcere all’altro. Demolendo le piccole ancora che si avevano, rompendo famiglie.

Siamo anche noi esseri umani, che non abbiamo violentato nessuno, non abbiamo messo bombe, e sicuramente non abbiamo molestato ragazzini idnifesi.  A modo nostro abbiamo una morale e un’etica di vita. Parlo al plurale, non per spirito di solidarietà, ma solamente perchè trovo un qualcosa che ci accomuna. La gente per bene dovrebbe guardare più a lungo, per capire, per sapere, e poi per giudicare. Non è sparando nel mucchio che si colpisce il bersaglio.

Noi detenuti siamo un bersaglio troppo facile per l’opinione pubblica, ma il resto andrebbe tirato addosso ai nostri politicanti, a quella parte della chiesa che fa pedofilia, a chi prende mazzette per assegnare la casa,  a chi lucra sui posti di lavoro, ecc.ecc. Almeno molti di noi non vivono dello sfruttamento della prostituzione, non vivono di usura e di traffico di droga.  L’altro giorno parlando con un vecchio amico mi diceva che la moglie va a lavare le scale e si alza alle tre del mattino. Ecco chi siamo noi mafiosi. Venite a parlare con noi, non per avere voti con false promesse, ascoltateci se siete degli psicoterapeuti. Noi non ammazziamo bambini, non ammazziamo il vicino di casa, siamo più razionali del poliziotto che uccide la moglie, dello psicolabile che stermina un’intera famiglia. Tra di noi c’è molta gente che il più buono in mezzo a voi gli augura la morte tutti i giorni. Ma è anche vero che ce ne sono tanti che si sono rinsaviti, ed oggi dopo vent’anni e più di carcere hanno acquisito un’altra cultura, con altre aspettative, facendo riferimento alla pesona singola e non all’istituzione.

L’istituzione con le sue gerarchie ammazza più della malavita. Molti di noi piangono quando vedono il dolore degli altri. Molti di noi non hanno ammesso determinate carneficine. Il contadino del pavese non sa se le stragi di Palermo sono state volute dallo Stato ed eseguite da gente senza scrupoli.

Con il senno di poi, mi guardo allo specchio e mi dico: “cosa ci faccio in galera da 24 anni, senza avere maii un permesso, che dovrebbe essere uno dei primi passi dell’art. 27 della Costituzione italiana. La rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto. Invece i nostri governanti cosa si vanno ad inventare? L’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario e l’art.7. Sono leggi emergenziali per combattere le varie mafie. L’emergenza in Italia esiste dal 1963, con la storica legge Pica, quando c’erano i briganti, e da quel momento non è stata più tolta. L’Italia con la sua bella Roma, caput mundi, con le sue città di arte e storia, diventa una m etropoli senza democrazia. L’articolo citato, il 4bis, ti esclude da tutti i benefici penitenziari. Fossse solo questo, sarebbe poca cosa. In Italia ti condannano all’ergastolo ostativo, condanna più che disumana. Significa morire di carcere. E’ una pena di morte in bianco. Questa condanna è la cosa più cattiva che si poteva inventare l’istituzione dei nostri governanti.. è dolore, impotenza, solitudine. Potrei aggiungere altre mille parole deprecabili. Ma non è finita, perchè questa ignobile condanna ti lobotomizza, ti rende debole e sottomesso. In carcere così è più faciel cercare la morte. Lo Stato ti ammazza, denutrendoti, portandoti sempre più vicino alla morte, che in questi casi potrebbe essere una liberazione.

Cosa vede davanti a sé un ergastolano ostativo? Nulla.. l’oblio.. vive giorno per giorno… diventando un automa che si nutre di delirio, immaginando cose irreali, frutto della fantasia.

Il carcere è cambiato, ti annienta. Sono i metodi poco ortodossi i metodi che ti spezzano le ali.

Alle mamme di famiglia, ai padri.. attenti.. anche voi siete a rischio..  provate ad immaginare un vostro figlio che viene arrestato, e che si suicida. Dopo avere riflettuto, pensate che in Italia ne muore almeno uno al giorno. L’opinione pubblicona non è a conoscenza che se un carcerato muore in ambulanza, dopo avere tentato un suicidio, non verrà dichiarato morto suicida, bensì per “cause naturali”.

AD OGNI DETENUTO CHE MUORE SI SPEGNE UN PEZZO DELLA MIA ANIMA.

Ad ogni suicidio per colpa di un troglodita, o di un medico aguzzino che si sta pavoneggiando in relax tra colleghe carine e qualche infermiera accondiscendente.

E i detenuti muoiono, per una disattenzione deontologica dove il medico diventa carnefice e ild etenuto che aveva bisongo di un tranquillante muore.  Vorrei che tanti piccoli dittatori provassero il vero dolore, lo strazio.

Il senatore Andreotti, nella sua ironia pungente, diceva: il potere logora chi non ce l’ha. Io dico che, a lungo andare, il potere logora chi ce l’ha.

Vi risparmierò i collaboratori di giustizia, un liquame umano, in combutta con questi grandi investigatori, che correggono il loro collaboratore quando  sbaglia una data, un orario o addirittura persona.

Questa è l’Italia. Chi parla e dice un sacco di puttanate esce, e la maggiorparte si vanno a godere i soldi che hanno accumulato. L’istituzione della menzogna.

Cari italiani, aprite gli occhi, perchè queste spese raddoppiate almeno trecento volte, le pagate voi. La gente onesta e laboriosa. Permettetemi di dire.. ed anche un pò ingenuto. Pena certa e buttate le chiavi. Fatelo gridare a qualche onorevole donna con il cognome che sembra il nome di qualche aperitivo da balera. Fatelo gridare a Barbara D’Urso, che si unisce alla Santanché, e insieme si godono le loro lussurie a suon di slogan, studiati dai partiti politici.

Mariano  Ciccone

Masseria senza padrone.    Sulmona carcere dei suicidi.    23 febbraio 2011

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