Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il valore dell’uguaglianza… di Piero Pavone

Uguaglanza

Quello che pubblico oggi è il tema che Piero Pavone ha scritto per un concorso sulla legalità bandito dalla Corte d’Appello di Perugia e aperto a tutte le scuole medie superiori della regione Umbria, quindi comprese le classi di “media superiore” all’interno delle carceri.

L’oggetto specifico del tema assegnato agli studenti verteva sull’art 3 della Costituzione e il principio di uguaglianza.

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L’uguaglianza dei cittadini consiste nell’essere alla pari, ovvero che non ci siano, in alcun modo, dei preconcetti sul ceto sociale, sul luogo cui proviene il soggetto, sul sesso… pregiudizi che sono sempre esistiti e che i padri costituenti hanno voluto regolamentare con l’articolo 3 della Costituzione per abbattere questa assurda e stupida barriera.

Tale articolo è lodevole poiché, oltre a precludere le discriminazioni, aggrega i soggetti di razza, sesso, ceti sociali… diversi. Quindi in teoria è un articolo cui noi italiani ne possiamo andare fieri, ma in pratica, ahimé, non è così.

Siamo nel XXI secolo e le discriminazioni esistono, come sono sempre esistite, in tutti i settori, ovvero sia per questioni di giustizia, sia per questioni lavorative, sia per i ceti sociali… Quindi è una grande sconfitta per lo Stato quando, come nel caso in esame, non vengono attuate le leggi costituzionali.5

In merito alla giustizia sono palesi le discriminazioni fra ceti sociali. Infatti persone che sono accusate di mafia vengono giudicati pregiudizievolmente. Prendiamo in esame il caso Andreotti; accusato da una miriade di collaboratori di giustizia, viene assolto, mentre per un semplice cittadino basta e avanza un pentito di turno. Discriminazione c’è anche tra soggetti provenienti dal Sud e quelli del Nord. Se un sudista viene giudicato nei tribunali del Nord c’è un certo condizionamento poiché per alcuni giudici il Sud è sinonimo di mafia, d’illegalità… Altra cosa che si può citare, sempre in merito alla giustizia, è che si attuano due pesi e due misure, come se ci fosse un doppio binario. Nel senso che, se si è accusati di reati di mafia, si attua un rigore estremo; altrimenti si procede attuando le norme per come è giusto che vengano interpretate. Ulteriore esempio: l’art. 25 comma 2 della Costituzione recita: “Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso”. Tale articolo in questi ultimi tempi, soprattutto ieri al Senato, quando si è votato per la decadenza di Silvio Berlusconi da Senatore, è stato citato più e più volte poiché hanno applicato una legge retroattivamente. A squarciagola, tale violazione, l’ha marcata e rimarcata il vice premier Angelino Alfano. Proprio Angelino Alfano nel 2009, quando era Ministro della Giustizia, ha emanato una legge retroattivamente. Questa legge riguarda il 4 bis che osta ai benefici del condannato. Ha trovato un escamotage per aggirare l’ostacolo dell’illegittimità, poiché il nostro Codice Penale sancisce, a chiare lettere, che le leggi retroattive si devono applicare solo se  “Favor Rei”, dunque, dicevo che, l’ex Ministro della Giustizia Alfano, ha trovato l’escamotage dicendo che “Il tempo regge l’atto”. Non so di preciso cosa voglia dire, ma so, per averlo subito sulla mia pelle, che è una forzatura mista ad ipocrisia… Conferma di ciò (mi ripeto) l’ho avuta in queste ultime ore sentendo in tv il vice Premier Alfano, in merito alla decadenza, da Senatore, di Silvio Berlusconi.

Le disuguaglianze esistono anche per quanto concerne il sesso. Infatti una donna viene spesso discriminata anche per ottenere un posto di lavoro. Malgrado abbia un ottimo curriculum lavorativo, si preferisce l’uomo. Questo fa parte dell’ignoranza e della ristrettezza mentale dell’uomo, poiché crede che la donna sia un essere inferiore.

Discriminazione c’è pure per l’omosessualità. Si attua una sorta di caccia alle streghe, come avveniva nel 500-600.

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Il Giudice e l’Uomo Ombra: Giustizia insieme… di Carmelo Musumeci

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Le persone sanno intendersi, anche da punti di vista diversi, quando è l’onestà morale e la libertà mentale a guidarli.

Come in questo duplice contributo, del nostro Carmelo Musumeci -in qualità di ergastolano ostativo- e del Dott. Paolo Canevelli in qualità di magistrato (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia). Contributi scritti per un numero di “Giustizia insieme”; rivista che predilige la compresenza di “due voci” (mondo della magistratura, mondo esterno alla magistratura) nel trattare le tematiche della giustizia.

Prima di lasciarvi alla lettura, voglio citare una parte del contributo, intensissimo, di Carmelo Musumeci:

Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia, provo un brivido di paura nella schiena; invece quando me lo aprono, provo sollievo ed è come sei mi aprissero la mia cassa da morto. 

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La rivista “Giustizia insieme” del Movimento per la Giustizia-art. 3 (Aracne editrice) si propone di parlare del mondo della giustizia sempre attraverso “Due voci. Ogni tema appartenente alle vaste problematiche del mondo della giustizia, sempre trattato a due voci. Una interna alla magistratura; una a lei esterna, competente sul tema per esperienza di vita, professionale o di studio, di aree culturali anche tra loro diverse”.

Il fondatore e direttore della casa editrice, dottor Gioacchino Onorati, ha avuto il coraggio di dare voce anche a chi non ce l’ha e tempo fa mi ha chiesto di scrivere un articolo sulla  mia vita da ergastolano.

Ho accettato e ho scritto la mia testimonianza dal di dentro, senza sapere chi sarebbe stato il mio interlocutore. Solo dopo la pubblicazione di questi giorni sono venuto a sapere che il mio interlocutore è il Dott. Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che due anni fa mi aveva concesso un permesso di necessità (previsto dalla legge in casi particolari di eventi gravi, irripetibili, anche di lieta natura) di undici ore da uomo libero, per discutere la mia tesi di laurea.

Ricordo che in quel periodo, nei giorni antecedenti al permesso, nel mio diario avevo scritto:

“La speranza per gli uomini ombra è solo creata dai loro sogni. Sono venti anni che sogno, ma fra due giorni, anche se per sole poche ore, il mio sogno diventerà realtà. Credo che in venti anni di carcere il mondo sia andato avanti, mentre io sono rimasto indietro e il mio cuore si è fermato. Domani il mio cuore riprenderà a battere. E saranno undici ore d’amore. Poi, forse, l’Assassino dei Sogni (il carcere) mi divorerà per sempre. E pazienza se dopo il mio cuore si fermerà di nuovo. Dopo anni perduti, smarriti, disperati, domani sarà il giorno più bello e più difficile della mia vita.”  (da “Undici ore d’amore di un uomo ombra” Gabrielli Editori).

Il Giudice nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:

“L’ergastolo non è una pena assimilabile alla reclusione, ma è una pena qualitativamente assai diversa, assai più simile alla pena di morte. Le motivazioni per le quali un condannato all’ergastolo ostativo non effettua la “scelta” di collaborare con la giustizia non sempre coincidono con il desiderio o la necessità di rimanere legato al gruppo criminale di appartenenza, ma possono trovare spiegazione in diverse considerazioni, quali il rischio per la incolumità propria e dei famigliari, il rifiuto morale di rendere dichiarazioni di accusa nei confronti di uno stretto congiunto o di persone legate da vincoli affettivi o di parentela, il ripudio di un concetto di collaborazione utilitaristica che prescinde da un effettivo interiore ravvedimento”.

L’Uomo Ombra nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:

“A volte per tentare di vivere devi sapere morire. Ed io inizio a morire appena mi sveglio al mattino. Spesso un Uomo Ombra in carcere è troppo impegnato a sopravvivere. E non ha tempo di pensare al male che ha fatto. Piuttosto pensa al male che riceve dai buoni, tutti i giorni. Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia, provo un brivido di paura nella schiena; invece quando me lo aprono, provo sollievo ed è come sei mi aprissero la mia cassa da morto. Nessuno dovrebbe essere colpevole per sempre. La cosa peggiore per un Uomo Ombra è continuare a vivere, eppure, non si sa per quale mistero, lo facciamo lo stesso. E non è vero che lo facciamo peer le persone cui vogliamo bene, perché, con il passare degli anni, diventiamo un peso anche per loro. L’unica pena che potrebbe davvero cambiare le persone è di amarle, perché l’amore è la migliore delle medicine per fare guarire i cattivi. Peccato che i buoni non conoscano questa medicina.”

Carmelo Musumeci

Lettera aperta ai Magistrati di Sorveglianza di Perugia, di Carmelo Musumeci

Non poteva che essere l’ urlo di Munch l’immagine che oggi introduce questa lettera che Carmelo Musumeci ha scritto ai suoi giudici di Perugia. E’ una lettera che non ha bisogno di molte presentazioni, perchè è molto chiara, molto diretta e senza mezze misure mette in risalto tutte le contraddizioni dello stesso Tribunale, che tanto si prodiga per dirgli sempre di NO. Una lettera che davvero vale la pena di leggere:

Lettera aperta ai Magistrati di Sorveglianza di Perugia

                                                                                                              Dott. Paolo Canevelli

                                                                                                              Dott. Beatrice Cristiani

                                                                                                              Dott. Piercarlo Frabotta

 

                                                                                                  p.c.      Dott. Fabio Gianfilippi

 

 

                                                                                                  p.c. alla Procura della Repubblica

                                                                                                          e ai Sigg.

                                                                                                          Dott.Anna Maria Paladino

                                                                                                          Dott.Tiziana Luchini

 

 

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile.

E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile. ( S. Francesco d’Assisi)

 

 Condannato alla “Pena di Morte Viva”, dopo venti anni di carcere, lo scorso anno mi era stato concesso  un permesso di necessità di undici ore, per andare a laurearmi da uomo libero. Di questa esperienza ho scritto un libro dal titolo: “Undici ore d’amore di un uomo ombra” (Gabrielli editore, 2012).

I miei  relatori di tesi, Prof. Carlo Fiorio e Prof. Stefano Anastasia, insieme all’Amministratore Unico AdiSU, Prof. Maurizio Oliviero, hanno organizzato per il 29 febbraio scorso una presentazione del libro all’Università di Perugia, alla presenza di oltre 150 studenti, e non solo. Avevo chiesto di nuovo un permesso di necessità per essere presente all’evento e perfino il Procuratore Generale, con sensibilità e umanità, aveva espresso parere favorevole, sostanzialmente con queste parole: L’Italia continua spesso ad essere condannata dalla “Corte Europea dei Diritti dell’Uomo” (…) In attesa che il legislatore cambi la legge sull’ergastolo ostativo che ci impedisce di concedere qualsiasi beneficio, bisogna che sia questo Tribunale di Sorveglianza a fare un passo avanti usando i permessi di necessità con più elasticità per rispettare la nostra Costituzione, che ci ordina che la pena deve avere una funzione rieducativa.

 Nonostante questo valido intervento,  il Tribunale di Sorveglianza ha respinto la richiesta:

“Con riferimento alla categoria generale degli eventi familiari di particolare gravità, questi ultimi di portata eventualmente lieta oltre che luttuosa, si è inoltre dell’opinione che la nozione di “evento” rimandi ad un accadimento che l’interessato non ha concorso a produrre, ma che si trovi piuttosto ad incontrare lungo il percorso della vita, così che il relativo verificarsi risulti accidentale.

In caso contrario, si darebbe spazio e cittadinanza a eventi “autoprodotti”(…)

 Signori Magistrati, siete lo stesso Tribunale che mi ha concesso il permesso per andare a laurearmi, quindi in base a questo criterio io oggi mi sento umiliato e offeso che la mia Laurea possa essere da voi definita   un accadimento che non ho concorso a produrre perché non so, con tutto rispetto, se abbiate idea di cosa significhi studiare e laurearsi in carcere. Mi sento umiliato per tutto il tempo passato,  ore e ore, giornate intere,  seduto sullo sgabello a studiare, per quante ore d’aria ho rinunciato e quante  moke di caffè per stare sveglio a studiare tutta la notte, in attesa della commissione d’esame che magari l’indomani non veniva, senza che nessuno mi avvisasse, o perché si era dimenticata, o perché non era potuta entrare in carcere per un qualsiasi intoppo burocratico. Per non dire delle centinaia di Km percorsi dentro le gabbie dei furgoni penitenziari, come un animale e spesso senza neanche la possibilità di andare in bagno, per essere tradotto in altri istituti per dare esami universitari. Tutto questo è per voi un accadimento che non ho concorso a produrre .

Signori Magistrati, io non ho  incontrato lungo il percorso della vita la mia laurea,  e vi chiedo, con il massimo rispetto ma desideroso di risposta,  se la vostra di laurea sia stata un verificarsi accidentale lungo il percorso della vita o se piuttosto anche voi come me abbiate “autoprodotto” i vostri risultati di studio.  

Sempre nella stessa sentenza di rigetto, questo Tribunale scrive: 

“(…) si è dell’avviso che l’istituto p. dall’art.30 co.2 Ord pen. non persegua finalità trattamentali-che in definitiva sarebbero proprie della uscita del MUSUMECI- non essendo stata tale la volontà del legislatore in sede di lavori preparatori.”

  Signori Magistrati, siete lo stesso Tribunale che mi ha concesso il permesso per andare a laurearmi, scrivendo nella sentenza del 28.04.2011:

“Ed, invero,le situazioni valorizzate dalla norma in esame ai fini della eventuale concessione di un permesso di necessità, devono trovare una chiave di lettura e di interpretazione nell’ambito degli interventi rieducativi di cui l’ordinamento si fa promotore, volti a garantire, secondo un necessario criterio di individalizzazione, un possibile reinserimento sociale.”

 Signori Magistrati di Sorveglianza, vi ricordo che un giudice dovrebbe anche ubbidire alla Costituzione del suo Paese e una pena che non finisce mai non potrà mai essere giusta,  né avere nessuna funzione rieducativa.

Io credo che nonostante ventuno anni trascorsi  nelle condizioni di vita disumane, degradanti e spesso illegali, in cui ho vissuto nelle vostre prigioni, il carcere non sia riuscito a peggiorarmi. Forse solo per questo meriterei che anche nei miei confronti si applicasse la funzione rieducativa della pena.

Ricordo che tempo fa il Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia aveva dichiarato: Ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere. Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.

 Infine, ma non per ultimo, considerato che questo Tribunale scrive:

(…) considerato che il legislatore, attraverso la previsione di cui all’art.30 Ord pen. ha inteso concepire un rimedio di carattere eccezionale, diretto ad evitare al detenuto quell’afflizione aggiuntiva che sarebbe derivata dall’impossibilità di essere vicino ai congiunti, o di adoperarsi a favore dei medesimi, in occasione di particolari vicende della vita familiare”   non riesco a non osservare che non è prerogativa del diritto stabilire quando, quanto e perché un detenuto soffra.

Ancora una volta mi avete detto no, continuate a dirmi che dovrei avere fiducia in una legge che mi considera cattivo e colpevole per sempre, ma non potete dirmi come e quando soffrire.

 Carmelo Musumeci

Spoleto marzo 2012

Il memoriale di Rustam Zagirov

Rustam Zagirov è un cittadino russo che attualmente sta scontando una pena di trent’anni di reclusione nel carcere di Spoleto, per l’omicidio della badante ucraina Ljubomira Chuyko. Il cadavere della donna è stato ritrovato all’interno del bagno pubblico di Parco Sant’Anna. Secondo le ricostruzioni, Rustam avrebbe confessato l’omicido nel primo interrogatorio presso la caserma dei carabinieri. Queste sono le ricostruzioni ufficiali.

Rustam da anni sostiene, invece, che quella prima confession in realtà non avvenne e che le sue risposte furono volutamente equivocate e modificate, e sostiene, soprattutto, di non essere lui l’autore dell’omicidio.

Noi non sappiamo naturalmente quale è la verità. Potrebbe essere che la ricostruzione ufficiale della vicenda sia reale, o potrebbe essere che Rustam dica la verità, almeno in parte. Noi qui non sosteniamo un’altra verità dei fatti. Semplicemente vogliamo ospitare la sua versione, il memoriale che ci ha fatto pervenire tramite Luiza Nikoghosyan, donna di origini armene, residente da anni in Italia, che si occupa, tra le altre cose, di diritti umani e di casi “scomodi”.

Vi lascio, quindi, alla versione di Rustam Zagirov.

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LA MEMORIA DI RUSTAM ZAGIROV

Io sottoscritto  Rustam Zagirov, nato in Russia il 28.05.1975 attualmente detenuto presso la Casa di reclusione di Spoleto. Io sono accusato nell’omicidio di signora Lubamira Cuiko 53enne  che è stata ammazzata 16.07.2006 crudelmente nel bagno pubblico di parco S. Anna di Perugia.

In primo grado con rito abbreviato sono stato condannato all’ergastolo.

Durante il giudizio di  primo grado sin dal momento del mio arresto mi sono dichiarato innocente chiedendo il rito ordinario con presenza dei testimoni a mio favore, con il verbale dell’incidente stradale avvenuto prima del mio arresto che dimostrava la mia insufficienza fisica a commettere il reato con analisi  dei RIS di Roma del 12/09/2006 che mi scagionavano completamente, mentre gli avvocati presenti in aula contro la mia volontà chiedevano il rito abbreviato che me lo consigliava anche il giudice del Tribunale . Ignoravano il mio rifiuto e disponevano il rito abbreviato, impedendomi di difendermi.

Nel 2007 era  stata effettuata una perizia psichiatrica con risonanza magnetica e tac che dimostravano la mia normalità. La Corte di appello sapeva che io lavoravo presso il carcere  di Spoleto dal Settembre del 2007 come capo falegname . La Corte di Appello di Perugia mi ha impedito di fare le mie dichiarazioni che dimostravano la mia totale innocenza, insisteva ad effettuare una perizia psichiatrica contro la mia volontà, quindi non c’era nessun motivo di chiedere  una perizia simile. A seguito della perizia per cui loro insistevano ho rifiutato le sedute dello psichiatra e ho messo a conoscenza la  Corte di appello di Perugia.

In appello mi venne riconosciuto un vizio parziale di mente che ha portato alla diminuzione della pena a 17 anni e 3 anni delle cure psichiatriche.

Per tali ragioni trovo davvero arbitrarie e parziali le ricostruzioni di stampa da loro fornite, a proposito della mia asserita appartenenza a corpi speciali dell’ esercito russo, che alimentano solo ulteriori illazioni e fantasticherie prive di senso. Io ho fatto  il servizio militare  come soldato semplice.

Nel ricorso in Cassazione il mio avvocato ha presentato tutti i documenti e le analisi che mi scagionavano. La Corte  di Cassazione, vendicandosi della mia denuncia contro fatti avvenuti e la mia esistenza contro abusi subiti per costringermi a tacere, per tutto questo tempo impedendomi dimostrare la mia totale innocenza. Ho dichiarato sempre che non sono colpevole, non sono omicida, non ho fatto questa crudeltà .

Con l’rinvio della Cassazione alla  Corte di appello di Firenze in data 23.06.2011 mi hanno condannato a 30 anni  di reclusione nell’ambito del procedimento n.5025/06 R GIP n.6593/06 R.G.N. Con questo atto voglio denunciare le irregolarità che sono state compiute nei miei confronti sin dal mio arresto il 27/07/2006.

Dopo la sentenza di Firenze sono pervenuto ad uno stato psicologico estremo, sino all’idea del sacrificio di me stesso, come forma di protesta estrema per dimostrare la mia innocenza.  

Sono una persona amorevole,  mi piace lavorare, aiutare le persone bisognose entro le mie possibilità. 13 luglio 2006 tre giorni prima di omicidio di povera donna Lubomira Cuyko , sono stato a  Perugia, per portare  i miei vestiti e le scarpe  usate ai miei connazionali Vasia e Roman che li avevano bisogno perché erano senza lavoro. Tutto questo può confermare il mio datore di lavoro che mi aveva accompagnato con la sua macchina fino alla stazione.

A quel epoca io abitavo a Passaggio di Bettona. Ero fidanzato con una ragazza, per questo motivo il giorno 16.06.2006 ero  arrivato a Perugia per incontrarla. Arrivando alla  stazione  verso le 11:00, ho visto Vasia, Aleks e altri persone tra cui c’era  anche Lubomira. Mi sono avvicinato per salutarli e ho visto che bevevano e discutevano. Non mi sono intromesso, li ho salutati e me ne sono andato via. Mi sono diretto verso il centro a piedi.

Passando nei pressi del parcheggio dei camper  e della stazione dei carabinieri ho notato che Luba camminava qualche passo dietro di me  e mi chiedeva per quale motivo avessi tutti quei graffi e contusioni sul volto e sul corpo, la mia risposta fu chiara e sbrigativa “Ho avuto un incidente stradale” . Non aggiungendo altro ho proseguito verso il parco S. Anna. All’ ingresso nel parco mi ha fermato un uomo (che non conoscevo) il quale aveva con se un cane. Mi ha chiesto l’ accendino per accendere la sigaretta. L’ho prestato il mio accendino tipo “Zippo” e senza aver nessun tipo di dialogo con lui , ho proseguito verso all’ interno del  parco, dove  ho intravisto diversi gruppi di connazionali alcuni dei quali li conoscevo. Mi hanno invitato a loro tavolo per bere e mangiare in loro compagna, ma  io li ho solo salutato da distanza e ho proseguito per il parco per raggiungere il bagno pubblico. Mentre camminavo ho notato che la signora Lubomira si avvicinava al tavolo dove c’erano un gruppo di donne, le sue connazionali. Uscendo dal bagno ho salito le scale e mi sono trovato nella piazzetta sopra del parco, dove ho visto Vasia e Roman che stavano in compagna di Lubomira, ho salutato Vasia con un gesto della  mano e mi sono diretto verso via Pescara per andare a prendere la mia automobile nel parcheggio della carrozzeria Griffo. All’ uscita della piazzetta mi ha raggiunto in corsa  Vasia  chiedendomi  d’acquistare una macina fotografica di sua proprietà  per la somma 20 euro. All’inizio la rifiutai, dicendo che non  ne avevo bisogno. Ma lui insisteva sostenendo che aveva bisogno un po’ di soldi per vivere. Accettai di comprare la sua macchina fotografica , perché non era la prima volta che l’aiutai. Diverse volte l’avevo regalato i miei vestiti, sapendo che non ha possibilità di comprarli. Mentre parlavo con Vasia nel parco di Sant’Anna ho notato che il suo  amico Roman che si trovava un po’ distante da noi, discuteva con Lubomira gesticolando con il suo cellulare.

Dal 16.07.2011 erano passati 9 giorni. La sera di martedì 25.07.2006 verso le 22:00, ho ricevuto una chiamata da Roman il quale mi chiedeva come mai non ci fossimo più visti e se ci vedevamo di nuovo. Mi ha parlato anche  della donna uccisa dicendomi che noi dovevamo cercare di capire chi era stato. Aggiungendo  mi cercavano i carabinieri, gli risposi che se mi volevano trovare  mi troveranno perché sono rintracciabile.

A questo punto  mi sono ricordato di avere visto Roman e Vasia la sera di domenica 16 luglio 2006 dietro il bagno dove era stata trovata uccisa la povera donna ucraina, Lubomira. Mettendo in ordine le mie idee ho pensato che sono stati Vasia e Roman le ultime persone che la donna uccisa avrebbe incontrato e ho pensato che io potevo essere l’unica persona ad avere visto Roman e Vasia con quella donna.

Il giorno successivo, mercoledì 26 luglio, sono andato a Passaggio di Bettone, alla stazione dei carabinieri per parlare con il maresciallo De Mauri che conoscevo personalmente da tempo, per  raccontarlo tutto quello che sapevo sull’omicidio e sulle persone coinvolte. Davanti la caserma mi sono accorto che la serranda degli uffici era chiusa a metà .  Davanti la pasticceria  ho visto la macchina dei carabinieri , mi sono avvicinato alla macchina e ho visto che il carabiniere conoscevo . Mi sono rivolto a lui e gli ho chiesto se sapeva dell’ omicidio commesso a Perugia e gli ho chiesto di accompagnarmi a Perugia dai carabinieri perché volevo spiegare alcune cose su questo omicidio. Gli ho anche detto che pensavo che alcuni volessero incastrarmi. Lui mi ha risposto “Rustam noi ti conosciamo e se qualcuno ti cerca sappiamo  dove trovarti”. Mi ha assicurato che nessuno mi cerca  e che posso stare tranquillo.

Dopo l’incontro con il carabiniere  ho telefonato a Roman e qli ho detto”che razza di scherzi sono questi , sono stato dai carabinieri e mi hanno detto che non mi cerca nessuno, la prossima volta stai lontano da me”. Dopo aver terminato la telefonata con Roman mi sono recato presso l’azienda di Giorgio Giangabilla.  Fino al giorno successivo sin dopo l’ora di pranzo poi mi sono recato a controllare il capannone sito sopra l’azienda ,prima di giungere al capannone ho notato la pattuglia dei carabinieri con altre automobili e diverse persone armate senza nessun timore mi sono avvicinato ad essi per sapere il motivo di tutto questo.

Carabinieri dicendomi che dovevo seguire in quanto doveva parlare con me, Maresciallo  mi ha detto che non c’erano problemi e il colloquio con esso sarebbe stato breve e mi avrebbe riportato a capannone. Io gentilmente gli ho chiesto di potermi cambiare gli abiti in quanto ero vestito con panni di lavoro e gli ho chiesto se era possibile andare con le ciabatte in quanto avevo il dito del piede destro ferito(il piede ferito era dovuto all’ incidente  con la moto). Il Maresciallo mi ha detto di non cambiarmi perché dovevano farmi alcune domande dopo di che lui mi avrebbe riportato indietro. Sono stato portato alla Stazione dei Carabinieri di Perugia. Sono stato interrogato da un Maresciallo di carabinieri che mi aveva chiesto di ricostruire il giorno 16 luglio 2006 e giorni successivi a questa data. Le  mie risposte sono state verbalizzate. Li avevo riferito ciò che avevo fatto. Un altro agente  si è scagliato contro la mia persona(senza toccarmi ma con gesti minacciosi e alta voce) gridandomi perché avessi ucciso la donna. Io l’ho spiegato la mia versione sul accaduto e che non avrei mai potuto aggredire e far male ad un’ altra persona.

Vorrei precisare un fatto molto importante che  a quel epoca io non parlavo bene in italiano.

Il P.M. a un certo punto non essendo soddisfatto come  verbalizzava le mie risposte l’agente si  innervosì e  iniziò lui a verbalizzare le mie risposte ma non trascriveva quello che io dicevo ma ben  altre cose. Lui trascriveva il verbale come se quello era un romanzo giallo,lui stesso creava i personaggi e la storia, con un finale tutto per la sua gloria ,che ha trovato il colpevole e ha fatto trionfare la Giustizia.  

Undici ore d’amore di un uomo ombra di carmelo musumeci 5° e ultimo Capitolo

E’ con un po’ di emozione che pubblichiamo oggi il finale, con la descrizione del rientro in carcere, del racconto di Carmelo Musumeci sulle sue 11 Ore d’amore e libertà che ha goduto lo scorso 11 Maggio per un permesso di necessità concesso dal Tribunale di Sorveglianza per potersi recare in Facoltà a Perugia a laurearsi in giurisprudenza e in seguito in una casa della Comunità Papa Giovanni XXIII a festeggiare con la sua famiglia. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato gli altri 4 capitoli, quello di oggi è sicuramente il più triste, perchè se è vero che non si può misurare, e forse neanche raccontare, l’emozione  e la gioia di un uomo che esce dal carcere dopo oltre 20 anni ininterrotti di carcere, è anche altrettanto vero che immenso è  il dolore per gli addii ai propri cari e per quel rientrare in quello che oggi, allo stato attuale delle leggi, è il suo destino a vita : il carcere.   

Gli altri capitoli potete trovarli:

 https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/24/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-1%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/26/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-2%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/28/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-3%c2%b0-capitolo/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/30/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-4%c2%b0-capitolo/

Nella foto sopra, Carmelo con uno dei nipotini.

Ecco il 5 ed ultimo capitolo di oggi:

 

Quinto capitolo

 

Ad un tratto mio figlio mi confida che mi deve parlare.

Rimaniamo soli.

Ci guardiamo a lungo in silenzio.

Poi lui inizia a parlare.

Ed io l’ascolto.

– Figlio, ti ho sempre pensato ogni giorno e ogni notte.

Vedo la sua tristezza.

– Anch’io papà.

Sento la sua malinconia.

– In questi venti anni l’Assassino dei Sogni ha solo avuto la mia ombra, il mio cuore è sempre stato con te.

Poi inizio a parlare io.

E lui ascolta.

Alla fine ci abbracciamo.

E stiamo abbracciati a lungo.

Poi rimango un po’ solo con la mia compagna.

Le mie mani non la toccano e non l’ accarezzano da anni.

I suoi baci sono buonissimi, non me li ricordavo più così buoni.

Ne faccio una scorpacciata.

E ne nascondo qualcuno dentro il cuore.

Per i momenti difficili, perché non si sa mai che non mi faranno più uscire.

Poi scendo a giocare nel cortile con i miei due nipotini, mio figlio e mia figlia.

Federico ci fa delle foto.

Nel prato c’e uno scivolo.

Lorenzo e Michael ci giocano e si divertono.

Io con loro.

Nel frattempo sposto lo sguardo da tutte le parti.

Guardo il cielo e mi sembra più grande di quello che riesco a vedere dalle sbarre della mia cella.

E ancora più grande di quello che vedo dal cortile del carcere.

Sembra ancora più azzurro di quello che ricordavo.

Forse perché sono fuori.

Forse perché sono felice.

Forse perché è uno dei giorni più belli della mia vita.

Torniamo al piano di sopra.

Poi il mio angelo mi passa numerose telefonate.

Sento alcuni amici e parenti che mi seguono e che mi vogliono bene da tanti anni, ma purtroppo non riesco a parlare con tutti quelli che vorrei.

Guardo l’orologio.

Si sono fatte le otto di sera.

E dalla mia testa da lontano sento l’Assassino dei Sogni che mi sussurra:

– Ne hai ancora per poco.

E ad un tratto il mio angelo grida:

– Presto a tavola.

Per tutto il giorno non ha smesso un attimo di organizzare la giornata e mi ha seguito come un angelo.

Mi siedo a tavola con tutta la mia famiglia.

Dopo tanti anni finalmente ho davanti a me posate, bicchieri e piatti veri.

Il mio angelo m’invita a fare un discorso.

Provo a dire qualcosa, ma dalla gola non mi esce nulla.

Riesco a solo a ringraziare tutti e a dire che li voglio bene.

Tutti mi battono le mani.

I miei due nipotini mi guardano con uno sguardo bellissimo.

Davanti a quegli occhi mi emoziono.

Mi ricordano i miei di quando ero bambino.

Di quando ero buono e innocente.

Poi iniziamo a mangiare.

E penso che sono venti anni che non mangio più con la mia famiglia.

A un certo punto la mia compagna, vedendo che guardo continuamente l’orologio, per farmi coraggio, mi versa due bicchieri di vino.

Non sono più abituato a bere vino forte e buono.

E mi accorgo subito che mi gira la testa.

Per questo non mi ricordo bene cosa è accaduto dopo.

Non riesco più a mettere ordine nei miei ricordi e nelle mie emozioni.

Mi sembra che la mia famiglia, d’accordo con il mio angelo, mi abbia dato una botta in testa, tramortito e legato.

E che quei giuda del mio angelo, di mia figlia, di Federico e Giuseppe si siano presi il compito dì portarmi davanti all’Assassino dei Sogni.

Prima di vederlo sento nell’aria il suo odore.

Lo sento ridere sottovoce.

E mi da il benvenuto.

Il figlio di puttana mi stava aspettando.

Una volta lì davanti mi accorgo che non ho più tempo.

Penso che il mio tempo sia finito.

Faccio tutto in fretta per cercare di non pensare.

Primo saluto Federico come un figlio.

Quando l’abbraccio mi si stringe il cuore.

Gli rivolgo un sorriso stanco.

Poi bacio mia figlia.

Sento il mio cuore accelerare.

Non la guardo, perché il dolore si capisce osservando gli occhi.

Ed io non voglio vedere la sua sofferenza.

I miei occhi non piangono perché c’è l’Assassino dei Sogni che mi guarda.

Riesco solo a sussurrarle:

– Figlia, sei la roccia dove è appoggiato il mio cuore.

Poi saluto Giuseppe.

E gli vedo la tristezza negli occhi.

Per ultimo abbraccio il mio angelo.

Le accarezzo il cuore con gli occhi.

Non le parlo, è troppo doloroso.

Alla fine mi volto.

Da fuori l’Assassino dei Sogni fa ancora più paura.

Sembra ancora più brutto.

Ad un tratto il suo cancello enorme di ferro si apre.

Sembra la bocca di un mostro.

Il suo rumore metallico rimbomba nelle mie orecchie.

Quella è la sua voce.

Ancora un passo e poi sarà tutto finito.

Sarò di nuovo un uomo ombra.

Un’ombra fra tante.

Faccio quel passo.

Provo la sensazione di non esistere più.

E mi faccio divorare dall’Assassino dei Sogni, lasciando alle mie spalle la libertà, l’amore e la felicità.

Cammino lentamente senza voltarmi.

Il mio cuore non vuole camminare.

Mi tocca trascinarlo.

Ogni passo sembra un chilometro.

Sento il mio cuore scalciare.

Sento che sto facendo una cazzata.

Sento che dalla luce sto rientrando nell’ombra.

Ad un tratto metto male un piede per terra.

E prendo una leggera storta, ma mi sforzo di riprendere a camminare normalmente.

Rido.

Quando sono triste, rido.

Ho paura, ma entro di nuovo dentro l’Assassino dei Sogni.

Chi mi vuole bene è sicuro che uscirò.

Io invece non ne sono sicuro per nulla.

Varco il primo cancello.

E inizio a sentire la voce dell’Assassino dei Sogni.

– Guarda chi si rivede!

Non c’è più il sole di questa mattina.

– Non mi hai dato retta…

È buio.

– Sei ritornato.

Buio nero.

– Ben tornato.

Guardo il cielo.

– Hai perso una buona occasione.

La luna è quasi rotonda, ne manca solo uno spicchio.

– Non ne avrai altre.

Il mio cuore piange in silenzio per non disturbarla.

– Peggio per te…

L’Assassino dei Sogni è taciturno.

– Ti mangerò anche i tuoi ultimi sogni.

Mi guarda.

– Gli ultimi sono anche i più buoni.

Lo guardo.

– Sei solo un’ombra.

Ci guardiamo.

– Ricordatelo.

All’improvviso mi viene in mente che io riuscirò a distruggerlo.

– Solo questo.

E non solo per me, ma anche per tutti gli altri.

– Non riuscirai mai a scapparmi…

Non sono ancora troppo vecchio.

– Levatelo dalla testa…

Ce la posso fare.

Non c’è mai riuscito nessuno.

Il cortile davanti è deserto.

– Lo so…

C’è un po’ di vento.

– Tu ci speri

E penso che solo lui riesca a correre libero dentro l’Assassino dei Sogni.

Secondo cancello.

– Tu sei un sognatore…

Entro nel corridoio.

– Ma io mi nutro di sogni.

Terzo cancello.

Lo percorro.

– Ora per te sarà peggio.

Mi sento malinconico e triste.

Quarto cancello.

– Da adesso soffrirai di più.

Guardo avanti.

-Sarai sempre più debole.

Quinto cancello.

Mi sforzo di essere sicuro.

– Ti sbranerò il cuore.

Determinato.

Sesto cancello.

– Ti distruggerò l’anima.

Cammino lentamente.

-Ti divorerò tutto l’amore che hai dentro.

Settimo cancello.

Respiro piano con malinconia.

– E per ultimo ti mangerò tutti i tuoi sogni.

Non penso.

-Ottavo cancello.

– Ti farò diventare ancora più cattivo.

Avrei avuto troppe cose da pensare per farlo.

– Molto di più di quello che sei adesso.

Nono cancello.

Cammino come un morto o forse come uno vivo.

– Ti farò odiare la vita.

Non lo so.

Decimo cancello.

– Ti farò maledire Dio.

I miei passi per terra battono con lo stesso ritmo del mio cuore nel petto.

– E ti farò amare la morte.

Undicesimo cancello.

Ora sono di nuovo solo.

Io e l’Assassino dei Sogni.

Entro nella mia cella.

Non mi spoglio.

Non ce la faccio.

Mi butto vestito nella branda.

Metto in fila i secondi, i minuti delle undici ore passate da uomo libero.

È stato bello vivere undici ore come una persona normale, ma ora è tutto finito, sono di nuovo un uomo ombra.

Io non credo a Dio, ma spero che esista, non per me, ma per tutti quelli che credono in lui.

Sento le lacrime del mio cuore.

Finalmente posso piangere, dentro le lacrime non si vedono.

Sono fatte di ombra pure quelle.

Urlo all’Assassino dei Sogni:

– Io sono prigioniero, ma vivo, invece tu sei forte, ma morto.

E mi addormento.

Undici ore d’amore di un uomo ombra di carmelo musumeci 3° Capitolo

Siamo arrivati al 3° Capitolo del racconto che Carmelo Musumeci  ha scritto  sulle sue undici ore di permesso dopo oltre 20 anni di carcere. Le motivazioni del permesso e il primo capitolo li trovate su:

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/24/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-1%c2%b0-capitolo/

Il secondo capitolo:

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/26/undici-ore-d%e2%80%99amore-di-un-uomo-ombra-di-carmelo-musumeci-2%c2%b0-capitolo/

Eccovi oggi ilseguito:

Terzo capitolo

 

Usciamo dalla superstrada.

Arriviamo a Perugia.

Il mio angelo ferma la macchina.

Scendo dall’auto.

Sono stordito.

Non ho tempo di pensare.

All’improvviso non so da dove, forse dal mio cuore, mi compare davanti mio figlio.

Gli sorrido con dolcezza.

Mi emoziono.

Lui mi abbraccia.

Io lo bacio.

Mi sembra di essere sopravvissuto venti anni solo per vivere questo momento.

Questa volta mi ricordo che le mie lacrime non sono più fatte di ombra.

E non piango.

Poi mi sento chiamare:

– Nonno Melo…

E’ mio nipotino Lorenzo.

Lo prendo in braccio.

Mi sento chiamare di nuovo.

– Ci sono anch’io…

E’ l’altro mio nipotino, Michael.

Prendo in braccio pure lui.

Poi mi accorgo che tutti e due insieme pesano.

Mi viene il dubbio che forse sono invecchiato e non sono più forte come prima.

Li rimetto per terra.

E prima che lo faccio io, i miei occhi abbracciano Erika, la moglie di mio figlio.

Poi l’abbraccio anch’io.

C’è anche Paolo, l’amico affettuoso di famiglia da più di trent’anni.

Abbraccio pure lui.

Nel frattempo il mio cuore mi ricorda che manca qualcuno.

Sento che accelera i suoi battiti.

I miei occhi la cercano.

La trovano.

È la compagna del mio cuore.

Sorrido.

È ancora bellissima.

E penso che forse in libertà si invecchia più lentamente che dentro.

Quando si tratta di lei il mio cuore è più furbo di me.

Questa volta è lui che mi fa lo sgambetto.

E arriva da lei prima di me.

La bacia.

E le sussurra:

– Grazie amore per tutti i giorni e gli anni che mi hai aspettato.

Il suo cuore risponde:

– Non c’è stato bisogno di aspettarti perché tu non sei mai andata via… hai sempre abitato dentro me.

Poi arrivo io.

Ci abbracciamo.

E le dico:

– Grazie di avermi tenuto nel tuo cuore.

Lei mi guarda negli occhi.

E mi dice:

– Il mio cuore è stato dove sei sempre stato tu…

Poi lei mi sorride con ironia.

E aggiunge:

– È stato facile amarti… impossibile è stato smettere di amarti.

A un tratto penso che la mia vita senza di lei sarebbe stata completamente inutile.

E al mio cuore viene voglia di piangere di felicità.

Io gli dico di farlo pure, tanto a lui non lo vede nessuno.

Di nuovo il mio angelo grida:

– Presto in macchina … a mezzogiorno ci aspettano all’Università per discutere la tesi.

Salgo di nuovo in macchina con mio figlio a sinistra,  mia figlia a destra e mio nipotino Lorenzo in braccio a me.

E mi sento Dio.

Arriviamo all’Università.

E’ circondata da alberi.

Poso lo sguardo su tutto quel verde e mi riempio gli occhi per cancellare tutto quel cemento che ho visto per venti anni.

Scendo dalla macchina.

Cammino con i miei figli accanto.

Dalla felicità i miei piedi non toccano per terra.

Non ho il tempo di guardarmi intorno che mi ritrovo nell’aula dove devo discutere la tesi di laurea dal titolo: “La pena di morte viva”: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità.

Sono emozionato.

Mi sento circondato.

Senza nessuna via di fuga.

Davanti a me hola Commissioneesaminatrice.

Dietro c’è mia figlia con il peso della sua laurea in ingegneria con 110 e lode.

Penso che se farò brutta figura potrò contare solo sulla solidarietà di mio figlio che negli studi è molto meno severo che mia figlia.

Ordino al mio cuore:

– Aiutami..

Tiro un lungo sospiro.

E continuo:

– E smetti di battere così forte…

Lui mi risponde:

– Sono cazzi tuoi …

Rallenta i battiti.

E aggiunge:

– Mi dispiace, ma io non ti posso aiutare perché mi occupo di sentimenti e non di legge.

Per fortuna incrocio lo sguardo incoraggiante del mio relatore, Carlo Fiorio, e del controrelatore, Stefano Anastasia di Antigone, che mi mettono a mio agio.

Il professor Carlo Fiorio inizia a farmi la prima domanda:

– Che cos’è l’ergastolo ostativo?

Lentamente inizio a parlare.

– L’ergastolo ostativo è una pena che se non parli e  non  fai la spia non esci, ed è incredibile che si lasci allo stesso detenuto, e non allo Stato di Diritto, la possibilità di uscire o stare dentro…

Intanto mi guardo intorno.

– Si potrebbe uscire, però non usciamo perché non vogliamo mettere un altro al posto nostro.

Mi colpiscono gli odori…

– L’ergastolo è una pena di morte dove il boia è il tempo…

I colori…

– Una pena di morte dove vieni ammazzato ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, ogni anni anno che passa.

Mentre parlo inizio a riflettere per conto mio.

– Sotto un certo punto di vista gli ergastolani sono le persone più “fortunate” della terra perché sono gli unici che guadagnano qualcosa dalla propria morte: la libertà.

E mi domando: chissà se il futuro arriverà anche per me?

– La condanna di un uomo al carcere a vita equivale ad una riduzione in schiavitù…

In tutti i casi io lo aspetto…

– Cesare Beccaria affermò che l’ergastolo poteva essere adottato dal legislatore come una pena sostitutiva di quella di morte, perché più efficace, giacché più lunga e dolorosa da scontare.

Sono già pronto perché lo aspetto da vent’anni.

– I rivoluzionari francesi, con molta più umanità dei nostri politici attuali, nel loro codice penale del 28 settembre 1791 abolirono l’ergastolo perché aberrante e lasciarono la pena di morte …

Poi è il turno della domanda del professor Stefano Anastasia:

– Chi sono gli “Uomini Ombra”?

Rispondo continuando a riflettere per conto mio.

– Sono uomini che non hanno neppure la speranza di un’ombra…

E penso che sono vent’ anni che proteggo la mia anima dall’ Assassino dei Sogni.

– Tutti detenuti sperano un giorno di tornare liberi, solo l’uomo ombra non può sperare di tornare libero se al suo posto non ci mette un altro…

Oltre che dall’Assassino dei Sogni la proteggo anche dal mio cuore…

-L’ergastolo normale è una pena inutile, crudele e disumana, quello ostativo è una tortura giuridica, ricattatoria, delinquenziale e criminale.

Perché anche il mio cuore vuole fare sempre di testa sua.

Proprio quando incomincio ad ingranare mi dicono che la discussione è finita.

Dopo un breve pausa mi comunicano che mi sono laureato con la votazione di 97/110.

Ancora una volta mia figlia mi ha superato, ma che m’importa?

Lei non me lo fa pesare e mi dice:

– Bravo papà … hai preso più di quanto ha preso Federico alla laurea.

Avere preso un voto migliore del suo fidanzato mi rende felice.

Mi fanno le foto.

Mi mettono in testa una corona d’alloro.

Mi abbracciano un po’ tutti.

Non smetto mai di sorridere, non ci riesco.

C’è Maria Luisa Boccia, la nipote di Pietro Ingrao, l’ex senatrice che, per il suo impegno contro l’abolizione dell’ergastolo,  noi uomini ombra l’avevamo chiamata “La fata rossa degli ergastolani”.

C’è Adriano, che mi abbraccia con l’affetto particolare di chi è stato in carcere.

C’è Alessandro, l’amico che da cinque anni batte i miei scritti da inserire sul sito, con la sua splendida compagna e il suo adorabile bambino Diego.

Ad un tratto di nuovo il mio angelo grida:

– Presto in macchina, ci stanno aspettando, andiamo a festeggiare a Bevagna nella Casa di Accoglienza “Il Sogno di Maria”.

Mi viene da ridere perché penso che il mio angelo, più che ad un angelo, assomiglia ad una manager, perché non mi sta dando un attimo di tregua sic!

 

Lettere dal di fuori.. da Mita a Carmelo…

Per la rubrica “Lettere dal di fuori”, nata da una idea di Carmelo Musumeci.. pubblichiamo una lettera inviata a Carmelo Musumeci appunto e spedita da Mita (di cui nel blog sono presenti altre lettere e qualche altro contributo..

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Perugia     2/9/2010

Carmelo carissimo,

gioia del mio cuore, ho un turbine di emozioni dentro di me e non so se riuscirò a scrivere tutto ciò che il mio cuore vorrebbe.

Quando oggi ti ho visto al tribunale di Perugia, il mio cuore ha sussultato. Eri bellissimo. Avevi un sorriso meraviglioso. Ho fissato dentro di me la tua immagine di questa mattina. Anche se non ti ho potuto né parlare né toccare, è stata una grande gioia poterti vedere.

La gioia che ho provato nel vedere il tuo sorriso è riuscita a coprire il dolore che ho sentito nel vederti in mezzo a tutte quelle guardie, con le manette. Ho provato un grande dolore anche a livello fisico, come un pugno dello stomaco, ma poi tu hai sorriso e hai illuminato tutto, e il dolore è passato ed è rimasta la gioia di vedere il tuo sorriso.

Avrei tanto voluto correre da te, strapparti le manette e quella specie di “guinzaglio da cane”. Avrei voluto urlare al mondo che tu sei una creatura meravigliosa.

Quando poi siamo usciti fuori, io ed Eleonora siamo passate vicino al blindato che era parcheggiato lì fuori. Nadia ci ha detto che noi dovevamo passare lì vicino con aria indifferente e forse tu ci avresti  viste, e magari nel vederci saresti stato felice. Allora Eleonora mi ha preso la mano e siamo passate davanti al blindato e io ho avuto una stretta al cuore perché al pensiero che tu eri chiuso lì dentro, sotto il sole, mi veniva da piangere.

Sapessi quanto ho desiderato abbracciarti. Mi sento tanto impotente davanti a tutto questo, è tutto così ingiusto. Super Mario è stato stupendo. E’ venuto anche se era il suo compleanno. Anche Super Mario ti vuole bene. Super Mario ha degli occhi bellissimi e poi si muove come un attore di teatro, mi è piaciuto tanto.

Anche se il PM ha dato parere negativo, io ancora spero che questo permesso te lo diano, finché non ti arriva la risposta io ci spero.

Lupa Nadia mi ha detto che la richiesta dell’art. 18 per me è andata male, sic. Nadia pensava che io lo sapessi già, ma io non ho niente e Nricevuto la tua lettera dove mi dici questa cosa, e quindi io non sapevo niente e Nadia, poverina, ci è rimasta male nel vedere che io non lo sapevo.

Quando ho saputo che questa cosa dell’art.18 è andata male, mi veniva da piangere. Ma non ti preoccupare, l’Assassino dei Sogni potrà impedirci di vederci e di toccarci e di parlarci, ma non potrà MAI impedirci di volerci bene. Il nostro affetto reciproco non finisce solo perché non ci vediamo.

Il non poterti vedere è una sofferenza, ma io non smetto di volerti bene. Io non ti lascio, spero che non mi lasci neanche tu.

Ti voglio bene con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima.

Tua figlia del cuore

Mita

La lotta per lo studio e altre vicende.. di Gianmarco Avarello

Di Giovanni Marco Avarello, che per comodità preferisce essere chiamato Gianmarco Avarello, avevamo già pubblicato qualcosa mesi fa (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/02/05/da-me-a-te/). Dopo un bel lasso di tempo ecco il suo ritorno. Un ritorno corposo e ricco di condivisione. Lui si scusa per.. l’ “assenza”. Ma ogni scusa è impensabile. Il carcere è già un ambiente in cui devi lottare ogni giorno per cose vitali. Ci mancherebbe solo che ci si dovesse scusare per non scrivere all’esterno. E poi, leggerete tra poco.. che vita all’ultimo respiro è quella di Gianmarco.. da anni succhiata fino all’ultimo centimentro per cercare di studiare, lavorare quel pò che consente il carcere, e mantenere la salute mentale.

Testi come questi sono un’altra specie di patrimonio per il blog e per tutto coloro che leggeranno. Perché raccontano la vicenda di un uomo. Le radici, la caduta, i duri anni di dolore, la riscoperta delll’impegno e delal passione. Questi testi dovranno essere letti anche altrove; perché sono illuminanti della condizione umana e danno ammaestramento e spunti per ricerche e percorsi personali.

Non è solo la considerazione dell’importanza dello studio, ciò che io vedo in questo testo. Ma anche la titanica volontà di mettersi alla prova, di dimostrare qualcosa, di raggiungere qualcosa, di riscattarsi in ogni modo, di crescere e di espandersi. E li vediamo, questi nostri compagni di un tratto di strada, questi ergastolani, bollati dal mondo come “supercattivi”, sbattere la testa contro il muro di gomma dell’Assassino dei Sogni, e costruirsi un proprio percorso. Vediamo il sangue buttato sullo studio, la voglia spasmodica di cultura e conoscenza.. in Carmelo Musumeci, Alfredo Sole…Giuseppe Barreca… e altri.. fino, oggi, a Gianmarco Avarello.

Vedete, qui nessuno angelica o demonizza nessuno. Ma da molta ispirazione questa capacità di andare avanti, senza mollare mai, per quello in cui si crede. E paradossalmente alcuni di questi detenuti possono “dare” a molti di coloro, “a piede libero”,c he si approcciano ad essi. Perchè spingono alla lotta, al sacrificio, alla perseveranza. Gianmarco è arrivato ad un buon punto della laurea, partendo da una istruzioni a livelli minimi, dovo averne passate di tutti i colori. Compresa la… “criminale” pollitica di obbligo di cambiare sede universitaria, ad ogni trasferimento di sede dei detenuti, per far risparmiare quattrini al D.A.P. Io francamente penso che se il D.A.P. decide un trasferimento allora deve garantire che il detenuto continui a svolgere le sue attività di studio universitario presso la precedente sede. Il detenuto si iscrive a una sede universitarai in relazione alla scelta fatta dal D.A.P. circa il luogo di assegnazione della detenzione. Se poi il D.A.P. “cambia coppola”, allora faccia fronte a lui alle conseguenze. Volete trasferire un tipo dalla sera alla mattina? Ok.. ma vi toccherà garantirgli la posizione scolastica attuale. Invece si costringono quei detenuti che intraprendono spontaneamente un pe rcorso importantissimo per la rieducazione, a dover riaffrontare ogni volta la trafila delll’iscrizione, senza avere alcuna certezza di quali esami verranno convalidati di volta in volta oppure no.

Gianmarco ci descrive anche la sua attività di lavoro, durata pochi anni, come “assistente” di una persona con gravi patologie fisiche e psichiche; ora fortunatamente liberata.

E conclude con la narrazione degli ultimi esami sostenuti.. l’impegno verso se stesso a buttarsi subito sugli altri (il prossimo sarà “fondamenti di geografia) e il riconoscimento della grande importanza che lo studio e la cultura hanno per la crescita di una persona.

Vi lascio alla sua lettera…

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Vi avevo detto, amici del blog, che mi tenevo occupato studiando e lavorando (cosa che faccio tutt’ora), ed è di ciò che oggi vorrei parlare.

Inizio con lo studio. La prossima volta vi parlerò del mio lavoro.

Dico sempre a me stesso che l’errore più grave, o, meglio dire, iniziale della mia vita, è stato quello di avere abbandonato la scuola quando ero ragazzino. Chi lascia la scuola in età adolescenziale, credetemi, rischia di cacciarsi in guai seri.

I miei genitori non erano d’accordo che io lasciassi la scuola a tredici anni. Avrebbero voluto  che almeno prendessi un diploma, ma i loro buoni consigli non sono serviti a nulla. Mio padre fece di tutto per farmi cambiare idea. Ci provò anche a suon di schiaffi, ma quando capì che ero ostinato a non volere più studiare, mi portò con lui a lavorare. Voleva farmi capire cosa significava guadagnarsi da vivere sudando. Nella sua vita ha sempre lavorato duramente, mi diceva che era bravo a scuola, avrebbe voluto continuare a studiare, ma mio nonno aveva bisogno di lui, aveva bisogno della sua manodopera, del suo unico figlio maschio, per aiutarlo nei lavori della propria campagna; a falciare il grano, a raccogliere le olive, le mandorle e quant’altro produceva  la sua terra.

Ora capisco perché mio padre voleva, con rabbia, che io andassi a scuola…

Lui sapeva cosa significasse lavorare a mani nude… Lui voleva il mio bene, voleva che seguissi una strada diversa, una strada meno tortuos, più comoda. Ma così non fu. Delusi le sue aspettative. Da grande mio padre faceva il camionista. Trasportava collettame (non sono sicuro di aver capito bene la parola..) per conto delle Ferrovie dello Stato, facendo consegne di varia merce in mezza Sicilia. Era un lavoro molto pesante per un ragazzino della mia età. Mi alzavo alle cinque del mattino e ritornavo a casa di sera. Non era lavoro per me. Dopo circa un anno, litigai con mio padre e non andai più a lavorare. Altro errore della mia vita.

a lì a poco, il passo verso la perdizione fu breve. Erano gli anni ’80, cominciai a frequentare ragazzi e ragazze più grandi di me. Giravamo con i vesponi, andavamo nelle discoteche, mare, falò, spiagge, e via discorreno. Non è il caso di prolungarmi raccontando tutte le mie vicessitudini negative, che poi mi portarono nelle patrie galere. Non è l’argomento di oggi.

All’età di 23 anni andai alla scuola serale. Mi occorreva la licenza media.

Faceno un lungo passo avanti negli anni.. nel 1999 mi trovavo già in carcere da circa otto anni, con alle spalle cinque anni di 41 bis e con diversi ergastoli da scontare.

Come se non bastasse, in quel periodo (1999) mi applicarono l’isolamento diurno (una pena accessoria all’ergastolo), sicché, trovandomi completamente isolato dal resto del mondo, ed essendo messo a dura prova psicologia, mi abbracciai ai libri di scuola. Cominciai a farmi mandare da casa i libri che un tempo avevo messo da parte, libri di scuola media, per rinforzare le basi.

Le mie giornate da carcerato, da allora, cominciarono a trascorrere più velocemente. Studiavo e imparavo molte cose. La sera mi sentivo stanco e dormivo più serenamente.

Finito l’isolamento diurno, e avendo rinforzato le basi, mi decisi di iscrivermi alla scuola superiore: Istituto Tecnico Commerciale.

In quegli anni mi trovavo detenuto al carcere di Ascoli Piceno, un supercarcere di massima sicurezz, il quale ospitava circa settanta detenuti di un certo “spessore”, famigerati. Insomma non era possibile ottenere un aiuto scolastico, né all’interno, né all’esterno del carcere. Il regime carcerario del 41 bis vietava di avere contatti con terzi. Eravamo esclusi dal mondo.

Malgrado le difficoltà che incontravo nell’apprendere, malgrado non avessi nessun tipo di aiuto, non mi sono mai arreso. Non volevo mollare. Non mi sono mai arreso. Studiavo autodidatticamente, con le mie sole capacità intellettive. Gli esami li sostenevo all’interno del carcere.

Finito il 4° anno scolastico, fui trasferito al carcere di Spoleto. La vita carceraria di Spoleto era più vivibile rispetto a quella di Ascoli Piceno, era meno stressante, ma le difficoltà ad iscriveri al 5° anno di ragioneria, per giungere al desiderato diploma, non mancarono. Persi un anno prima di iscrivermi. La burocrazia nelle patrie galere è sempre lenta, a volte inesistente. Purtroppo, ripeto, quando ero sottoposto al regime del 41 bis non ho mai avuto nessun tipo di aiuto ai fini  della scuola; sono andato avanti con le mie sole forze. L’unico aiuto che potevo ricevere, e che in effetti ricevevo, era quello dei miei familiari.

Le mie ue sorelle, malgrado i loro impegni, di tanto in tanto mi davano una mano. La grande, Luisa, esseno laureata in Scienze Sociali, mi ha sempre aiutato nei momenti di difficoltà di apprensione. Ma anche nella fase burocratica, fungeno da tramite tra me e l’università. Invece la piccola, Tanya, fresca di diploma, mi aiutava la 5° anno di ragioneria. Parliamo di aiuti scolastici molto limitati, in quanto avvenivano tramite corrispondenza epistolare, con la posta censurata.

Mi sono diplomato il 3 luglio 2003, al carcere di Spoleto. E’ una data che non potrei mai dimenticare, in quanto proprio quel giorno nacque mio figlio. Sì, sono padre di un bellissimo bambino di sette anni, nato grazie all’inseminazione artificiale. Ero doppiamente felice, avevo appena conseguito il diploma di ragioneria, e opo un pò un telegramma mi annunciava la nascita di mio figlio.  Avrei voluto correre da mia moglie e abbracciare entrambi, ma non potevo. Ho dovuto aspettare che mia moglie si riprendesse dal parto, e che mio figlio crescesse un pò, prima di vederli e abbracciarli. Ho dovuto attendere circa tre mesi.

Non voglio aggiungere altro. La tematia di oggi è quella di cercare di spiegare alla gente comune quali possono essere le problematiche, le difficoltà di un ergastolano sottoposto ad un regime carcerario ristretto, quale il 41bis, l’alta sorveglianza e il 14bis. Tutte forme di detenzione che tendono ad annullare la persona, isolandola il più possibile dal contesto sociale, culturale, ecc.

Se da ragazzino ho avuto la sfortuna di abbandonare gli studi, avviandomi verso la perdizione; da grande ho avuto la fortuna di riappropriarmene, salvandomi dall’ozio carcerario. Chissà che fine avrei fatto se non avessi deciso di dedicarmi allo studio…? Forse avrei messo un punto alla mia vita.

Dopo alcuni anni di sosta, annoiato dal non far niente, ho deciso di iscrivermi all’Università di Perugia, alla facoltà di Lettere e Filosofia, con precisione.. e al corso di Lettere Moderne. Non avrei mai pensato di andare oltre il diploma. Raggiungere ciò, per me era già unaimpresa molto ardua.. figuriamoci la laurea…! Non ci pensavo proprio.

Invece pian piano maturai l’idea di proseguire gli studi universitari. All’inizio ho avuto paura di non farcela. Mi presentarono un programma di studi vastissimo, circa ventitré esami da sostenere, fra cui latino e inglese. Non sapevo davvero da dove incominciare. Lì al 41 bis ero a binario morto, nessuno poteva aiutarmi. A chi potevo rivolgermi se non a mia sorella? Mi consultai di nuovo con lei, sempre tramite corrispondenza epistolare censurata; e così alla fine concordammo che avrei iniziato a sostenere gli esami di “Storia della letteratura italiana”. Due “mattoni” che non finivano mai! Com’era possibile studiare tutta quella roba e poi ricordarsi tutto agli esami? Pensavo davvero di non farcela.

Eppure non potevo mollare, dovevo provarci; avevo pagato l’iscrizione universitari, la prima rata dell’anno accademico. L’impegno preso con me stesso e con i miei cari, i quali sostenevano tutte le spese. Insomma dovevo avviarmi. E così ho iniziato questo lungo e difficile percorso. Però, credetemi, non trovavo il tempo per studiare. Uno può pensare che in carcere se c’è una cosa che non può mai mancare… è il tempo. Invece non è così. Dovete sapere che un carcerato conduce, per necessità una vita da casalinga. Lava la propria biancheria; pulisce la cella che occupa; cucina per poter mangiare un pasto decente; cura gli affetti familiari e non attraverso corrispondenza epistolare; si dedica alle attività sportive per potersi mantenere più in forma possibile; va ai passaeggi a prendere una boccata d’aria e un pò di sole; in saletta a socializzare con i compagni i sezione; legge un giornale, una rivista, o guarda la televisione per sapere cosa accade nel mondo esterno, dove si vive la vita, chi lavora, ecc.

Ecco cosa fa un detenuto attivo durante il giorno… Si autogestisce la propria vita quotidiana per necessità di sopravvivenza. Naturalmente uno che vuole studiare seriamente non può pretendere di dedicarsi a quanto sopra detto. Non può avere, come si suol dire, la moglie piena e la botte ubriaca. A qualcosa deve rinunciare. Bisogna eliminare, per forza, le esiegenze meno importanti, o comunque alternando. Un buono studio richiede almeno 5/6 ore al giorno. Altrimenti non studi, ma studicchi. E poi, cosa importante, ci vuole serenità mentale. Lo studio va affrontato a mente serena, fresca, in modo tale da assorbire ciò che leggi. Quindi occorre ritagliarsi uno spazio temporale adeguato alle proprie esigenze di studio, a scapito di altro. Il problema diventa serio quando vi è anche la necessità di lavorare per mantenersi economicamente, come nel mio caso. Quando è così, è veramente difficile far coincidere studio, lavoro e tutto il resto.

Dove lo trovi il tempo? Devi per forza rinunciare alle cose più necessarie per la vita di un detenuto, come le ore d’aria, le attività sportive, ricreative. Devi ridurre la corrispondenza, e via discorrendo. E’ chiaro che se uno si priva per lungo tempo di quanto appena detto, il rischio di una crisi depressiva è altamente possibile. Un detenuto che sta chiuso in una cella venti ore su ventiquattro, non può rinunciare ad andare ai passeggi o in palestra. La tensione nervosa si accumulerebbe nel giro di pochi giorni.. e il rischio di ricorrere ai tranquillanti è dietro l’angolo.

Allora, innanzi tutto, bisogna svagarsi, curando un pò di tutto, studio compreso. Ma senza esagerare. Occorre trovare il giusto equilibrio in tutto, evitando lo stress carcerario.

Può anche capitare l’inconveniente di un improvviso trasferimento di carcere; il che comporterebbe un enorme danno per chi poi è costretto a cambiare Università, iscrivendosi in quella vicina al carcere di assegnazione., così come impone il Dipartimento Amministrativo Penitenziario, per risparmiare soldi di traduzione con i furgoni blindati. Il D.A.P. risparmia, ma il detenuto no. Anzi, viene danneggiato, sia economicamente, che temporalmente. Economicamente perché è costretto a cambiare iscrizione da una all’altra Università, e ciò comporta una spesa notevole. Poi si aggiungono altre spese per l’iscrizione, e altre rate da pagare. Insomma un danno economico non indifferente. In quanto ai danni temporali, c’è da perere circa un anno prima di riprendere nuovamente gli studi. L’iter burocratico è così. Inoltre ti ritrovi con un programma di studi diverso, perché ogni Facoltà ha il proprio programma.

Queste cose le so per esperienza diretta, in quanto sono stato trasferito dal carcere di Spoleto a quello di Voghera, dove risiedo attualmente. Quindi ho dovuto cambiare iscrizione, dall’Università di Perugia a quella di Pavia. Tuttavia il mio è stato un trasferimento gradevole, perché sono stato declassificato. al 41 bis all’Alta Sorveglianza Uno (AS1). Però se da una parte ho riacquistato un avvicinamento agli affetti familiari, in quanto sono aumentate sia le ore di colloquio visivo, sia le telefonate; dall’altra ho perso la possibilità di avere la cella singola, cioè la comodità di studiare a qualsiasi ora del giorno, senza vincoli da pare del compagno i cella, nel rispetto del quieto vivere.

Quando arrivai al carcere di Voghera, mi collocarono in una cella già occupata da un detenuto, il quale non era interessato, come lo ero io, allo studio. Dovetti fare sforzi enormi per ritagliarmi un piccolo spazio di tempo da dedicare giornalmente ai libri. Nonostante ciò, studiando due ore al giorno, sono riuscito a sostenere tre esami di fila: “Storia della Letteratura italiana”, “Storia medioevale” e “Storia moderna” (con buoni profitti).

Poi, come vi ho già detto, sono stato costretto a cambiare Università. Mi sono iscritto a Pavia.

Il circuito in cui sono ristretto non è come il regime del 41 bis; si vive meglio. Siamo sempre sorvegliati, ma è anche vero che abbiamo la possibilità di avere aiuti  ai fini scolastici, sia interni che esterni. Ma limitati. Personalmente ho avuto la possibilità di essere seguito da una insegnante di italiano, la quale insegnava all’interno dell’Istituto carcerario di Voghera. Una gentilissima e bravissima professoressa, disposta a nche a fare volontariato, venendomi a trovare quando era possibile. Purtroppo adesso non mi segue più; in quanto lavora in un paese distante.

E’ da molto tempo che chiedo alla Direzione l’autorizzazione ad acquistare un computer (come prevede l’art. 40 D.P.R. 230/1000), ma il Direttore è ostinato a non volermi concedere tale mio diritto. Trova sempre delle scuse  e rinvia sempre a dopo. Stanco di ciò, mi sono rivolto più volte al Magistrato di Sorveglianza di Pavia, il quale mi ha dato ragione. Ma lui prende sempre tempo. Vedremo come andrà a finire.

Circa un anno fa ho dovuto mettere da parte lo studio, in quanto subentrò un’altra fase della mia vita carceraria: il lavoro. Ci fu un lungo periodo della mia detenzione in cui ero diviso tra studio, corsi rieducativi e lavoro. Lo stress fu tanto e alla fine crollai. NOn riuscivo più a conciliare tutto quanto. Decisi così, a malincuore, di fermarmi con lo studio.

Ho continuato a lavorare per diversi motivi; non solo per bisogno economico, ma soprattutto per dare una mano al compagno di sezione di cui mi occupavo. Facevo il piantone di una persona molto ammalata, con patologie psico-fisiche. Lo accudii per oltre tre anni. Lo trattavo come un padre. Anche lui mi voleva bene, non me la sentii di lasciarlo al suo destino, preferii mettere da parte lo studio.

Pochi mesi ffa, il signore i cui mi occupavo è stato scarcerato per sospensione di pena. Era incompatibile col regime carcerario. Sono stato molto contento di ciò, anche perché eravamo diventati buoni amici, ma soprattutto perché sapevo che la libertà gli avrebbe ato la possibilità, non solo di curarsi in una struttura ospedaliera adeguata, ma anche di stare vicino ai suoi cari. Per un brevissimo periodo sono rimasto senza lavoro.

Ma non potevo restare con le mani in mano, senza fare nulla. E così mi sono rimboccato le maniche. Nel giro di un mese ho ripreso sia a lavorare che a studiare. Un mese fa ho sostenuto gli esami di “Storia della lingua italiana”, una disciplina molto complessa in quanto tratta anche la parte tecnica della linguistica; ma è andato tutto bene. Non mi era mai capitato di sostenere gli esami in una sala infermieria, dove avvengono prelievi di sangue e quant’altro. Mi è capitato di trovarmi in una biblioteca, in sala colloqui familiari, in un’aula di scuola, ma mai in una sala infermieria. Mi sono dispiaciuto per l’insolita accoglienza della docente e dell’assistente da parte della Direzione. Proprio quel giorno aule e sale erano tutte impegnate. Eppure la data degli esami era stata fissata molto tempo prima… Però capita anche ciò. Ma non importa. Ciò che importa è l’aver sostenuto gli esami. Anche se questa volta non sono andato oltre il 26/30esimi.

Adesso bisogna andare avanti.

Il prossimo esame sarà “fondamenti di geografia”.

Sono del parere che lo studio non è una perdita di tempo; specialmente per un detenuto ergastolano, il quale di tempo ne ha da perdere. La cultura arricchisce dentro, aiuta a crescere eticamente, cambia la p ercezione di vita, migliora umanamente.

Lo Stato italiano dovrebbe investire di più sulla divulgazione del “sapere” nelle carceri; dove la stragrande maggioranza della popolazione detenuta si trova “dentro” proprio a causa dell’ignoranza. Investire nella CULTURA significa restituire alla società uomini, non più pericolosi, uomini pronti a riscattarsi.

Concludo con una bellissima frase che proprio oggi una Professoressa mi ha scritto:

“Portare la conoscenza di cose nuove in carcere significa aprire qualche porta e permettere un pò di evasione”.

A presto

Voghera 03.08.2010

Gianmarco

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