Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “pensare”

Pensare nel presente… di Giovanni Leone

Zen

Il nostro Giovanni Leone.. la “Nuvola” che passa sul carcere di Voghera.. il nostro amico dal cuore bambino, che ha sempre voglia di dare, di incoraggiare, di regalare speranza a chiunque legga.

—————————————————————————————————————————

Pensare nel presente la condizione mentale ed emotiva di una persona.

L’afflitto indugia sulle cose negative, e questo rende cattivi e cupi i suoi giorni. Per contro, chi è buono di cuore cerca di concentrarsi sulle cose positive, anche se i giorni nostri sono tempi difficili: un modo di pensare che produce gioia interiore, paragonabile al vivere un amore continuo.

Tutti noi affrontiamo problemi che potrebbero privarci in una certa misura della facilità. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per mantenere la gioia anche nei momenti difficile bisogna conoscere le nostre capacità nel vivere non permettiamo all’ansia per il domani di abbatterci nel presente.

Gesù Cristo disse:

Non preoccupatevi troppo per il domani. Ci pensa lui, il domani, a portare altre pene. Per ogni giorno basta la sua pena: proviamo a concentrarci sulle cose positive che ci sono successe. Quando ci sentiamo giù, può essere utile fare una lista di queste cose e rifletterci sopra. Inoltre è meglio non soffermarsi sugli errori del passato. Facciamone tesoro per migliorarci e andiamo avanti.

Cerchiamo di essere come un autista di camion che ogni tanto guarda lo specchietto laterale ma non le fissa per tutto il tempo del viaggio. Ma guardare avanti. Quando l’ansia ci opprime, dovremmo fare affidamento su qualcuno che sa tirarci su. L’ansiosa cura (…) farà chinare il nostro cuore, ma la parola buona è ciò che lo fa rallegrare. Questa “parola buona” può venire da un genitore o famigliare, un amico o un’amica fidata. Qualcuno che non è cinico o pessimista, ma chi ama in ogni tempo.

Mentre le perle di saggezza sono racchiuse dentro l’anima, hanno aiutati molti a provare più gioia nell’affrontare la vita nei momenti più duri per me che sono ergastolano, quando penso che mi hanno tolto il diritto alla speranza di riabbracciare le persone a me care che non sono più in condizione di viaggiare.

Mentre il tuo momento più duro quale è?

Nella quotidianità la mia speranza è verso la divinità, guardando attraverso le sbarre della finestra che al mattino mi consegna un giorno tutto nuovo.

Perciò non dobbiamo odiare la vita, ma affrontarla tramite la forza dell’amore.

Ogni minuto, ogni ora, ogni giorno, quello che più conta della vita, l’importante è esserci in qualsiasi posto.

Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

Aperte

Il testo di Domiria Marsano che leggerete tra poco ha qualcosa di raro.

Domiria la conosciamo da qualche anno. In carcere per reati finanziari, aveva da diversi mesi ottenuto la semilibertà. Semilibertà che recentemente le era stata revocata per via di alcune contestazioni, ma che le è stata da pochissimo “restituita”, avendo il Magistrato di Sorveglianza riscontrato che non erano, in effetti, venute meno le condizioni per la semilibertà.

Domiria è stata coraggiosa a inviarci le riflessioni che pubblico oggi. Coraggiosa perché è il tipo di riflessioni che può suscitare incomprensioni, e generare ostilità da parte di altri detenuti. Ed inoltre Domiria rivela -e non è la prima volta- la sua lucidità mentale, quella capacità di descrivere le cose, cercando di farlo il meno possibile come “parte”, ma da un punto di vista che possa essere il più obiettivo possibile.

Naturalmente questo non vuol dire che ciò che lei ha riscontrato nel carcere di Lecce sia estensibile a tutte le carceri italiane. Però va apprezzato per avere indicato, con tanta chiarezza, alcune delle problematicità, che una misura auspicata da tutti, noi compresi -ovvero le celle aperte- sta provocando.

In gran parte delle carceri, il regime ordinario di detenzione, prevedeva come “canonica” la regola delle celle chiuse. Il detenuto restava in cella tutto il giorno, a meno di .. ore d’aria.. corsi scolastici.. corsi di altro genere.. messa.. e.. (a seconda delle carceri).. sala hobby.. sala informatica.. palestra. Oltre ai casi di “socialità”, ad esempio in presenza di feste (Natale, Pasqua). Insomma.. la possibilità di uscire dalla cella era condizionata a “cose da fare”.. che sia passeggiare nell’ora d’aria, frequentare corsi, ecc.

Molti hanno spesso sostenuto come un regime carcerario più civile e degno, non può tenere un detenuto dentro una cella dalla mattina alla sera.. a meno di questi possibili eventi. Ma dovrebbe garantire una maggiore “socialità”. Ovvero rendere la possibilità di muoversi per il piano una regola, e le ore obbligatorie da passare in cella, una eccezione.

Anche io, personalmente, ho sempre auspicato che si riducesse il tempo obbligatorio da passare in cella. E che non vi fossero più gli estremi di chi, avendo poche opportunità di seguire corsi o altre iniziative, si ritrovava in cella fino a  quasi venti ore.

Da poco tempo nelle carceri si stanno sperimentando le “celle aperte”. Ovvero la possibilità per il detenuto, entro un determinato margine orario, di potere muoversi nel suo piano di sezione, e di non essere obbligato a stare chiuso in cella.

Domiria ci racconta di alcune problematicità che questo sta provocando.

Problematicità che, a dire il vero, mi sono state segnalate recentemente anche in qualche altro carcere.

In pratica, sembra che, con le “celle aperte”.. siano diminuiti drasticamente i detenuti che partecipano all’ora d’aria, e che siano diminuiti i detenuti che partecipano a tutte le altre iniziative.. corsi scolastici.. corsi d’altro genere.. la messa..ecc.

Sembrerebbe che, dopo anni e anni di un regime che faceva della cella, il proprio fondamentale ambito di vita, e che rendeva le occasioni di “socialità” una eccezione, l’improvvisa “apertura” delle celle abbia fatto venire in secondo piano tutte quelle occasioni di “respiro sociale” che sono sempre state ardentemente ricercate dai detenuti.

Domiria si è “ritrovata” in carcere proprio nei primi tempi di sperimentazione delle “celle aperte”. E lei ha riscontrato che questo ha portato un enorme aumento del tempo passato dalle detenute nelle celle delle loro compagne, a parlare e stare insieme. E una drastica diminuzione della partecipazione all’ora d’aria, e ad altre occasioni di “socializzazione”.

Chi vedesse nell’analisi di Domiria un fare da bastian contrario, o una facile critica del nuovo, prenderebbe una colossale cantonata. Domiria fa invece un ragionamento molto profondo… dove collega quanto ha visto avvenire con le “celle aperte”, a una “restrizione” che si è radicata nell’anima, a una sorta di “castrazione” provocata dal sistema carcerario nell’anima dei detenuti. Cito un passaggio di Domiria:

“Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo. Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.”

Ed è bellissimo il modo in cui Domiria conclude la riflessione precedente:

“Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.”

Il tempo è prezioso. Questo è il senso del discorso di Domiria. E’ normale, è comprensibile che dopo anni costretti a stare gran parte del proprio tempo in cella, un detenuto, una volta “aperte le celle”, senta la novità liberatoria di potere stare finalmente con i suoi compagni gran parte della giornata. Ma questo non deve spegnere la spinta al proprio auto-miglioramento.. allo studio… alle opportunità di crescita personale.. la spinta all’espansione.. a mettersi in gioco.

Non credo che la soluzione possa essere un ritorno alle “celle chiuse”; ma valutare, con equilibrio, che tipo di effetti stiano portando in tutta Italia gli effetti delle “celle aperte”, per -qualora le problematicità descritte da Domiria siano generalizzabili,   cercare di apportare degli interventi che possano incentivare il più possibile la partecipazione a tutte le opportunità di svolgere attività, e di partecipare ad occasioni di crescita morale ed intellettuale.

—————————————————————————————————

Celle aperte:”occasione in fuga?”

 Pur rischiando:

1)il linciaggio da parte dei/lle miei compagni/gne di sventura;

2)di passare(come spesso mi è stato rimproverato) per un’ingrata nei confronti di chi impiegando molto tempo (circa 20 anni), lavoro e caricandosi di un ulteriore responsabilità, è riuscito ad applicare uno dei benefici previsti dalla legge Gozzini; mi accingo a scrivere quanto segue.

Nel carcere di Lecce, poco barocco e molto vintage, dal 20/09/13 nella sez. Femm., in via sperimentale, sono state aperte le celle dalle 8.30 alle 18.00. Ricordo la data in quanto quel giorno mi veniva sospesa la semilibertà e ho avuto modo, per 34 giorni, di vivere la detenzione con questa nuova apertura. La differenza è notevole, dato che prima si stava 20 ore su 24 nella cella 3×2.

Purtroppo,come si dice, non è tutto oro quello che luccica. Non è il voler a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo. Semplicemente lo scopo è quello della critica costruttiva. Nel caso specifico direi anche autocritica! La prima cosa che ho notato è: pochissime persone, spesso nessuna, utilizza più l’ora d’aria. Qui da noi non fa molto freddo e in ogni caso, quasi tutti, usufruivano, anche con tuoni e fulmini, della possibilità di muoversi, di far circolare il sangue, di respirare in un luogo aperto per apportare ossigeno al cervello… necessario per un suo buon funzionamento.

L’altra cosa è la scarsa voglia di partecipare ai corsi e in alcuni casi(rari) addirittura di non lavorare. Prima ogni occasione era buona per fare aprire quel cancello, adesso? Possibile che l’esigenza fosse solo quella di prendere il caffè con le amiche, farsi la fumatina e chiacchierare, ciarlare, chiacciherare…chiacchiere spesso sterili e causa di litigi.

In questo mese sono stata testimone già di un “accapigliamento”. Per carità è accaduto anche in passato a stanze chiuse. Le persone sono state punite, oggi come allora, fine della questione.

Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….

Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo.

Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.

Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.

Allora si può unire la chiacchiera sterile, la risata isterica con la ricostruzione. Per fare questo ci serve aiuto ma sopratutto volontà e impegno. Ho saputo che anche in altre carceri stanno sperimentando le celle aperte e sono alle prese con le stesse reazioni.

A Lecce ad esempio alcuni incontri con delle volontarie stanno avvenendo in sezione, nella saletta ricreativa. Probabilmente ciò non può avvenire sempre e dappertutto. Magari si potrebbe incentivare con un sistema premiante. Tipo,partecipazione attiva e per tutta la durata del corso un’ora di colloquio.

Niente è soltanto buono o solo cattivo.

La forza non sta nel tornare indietro ma nell’andare avanti e tracciare un sentiero.

Questa è la vera forza.

Domiria Marsano

SPOLETO-BOLOGNA, Andata e Ritorno. 2° Scambio

Lo scorso 13 Dicembre su questo Blog abbiamo iniziato una nuova rubrica, che vede oggi pubblicato il secondo scambio. Il primo lo trovate

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/12/13/spoleto-bologna-andata-e-ritorno/

Quelle di oggi di Carmelo Musumeci e di Gianni Lentini sono due lettere veramente stupende. Fermatevi a leggerle. E’ imbarazzante perfino commentarle, ad aggiungere altre parole mi sembra quasi di togliere  la sacralità delle loro parole  e soprattutto dei loro sentimenti…. Due grandi anime, indubbiamente… Difficile trovare tanta umanità e sensibilità insieme, ma anche tanto, tanto dolore… Leggete,  ne vale la pena…la loro! 

Rubrica: Spoleto-Bologna, Andata e Ritorno. 2° Scambio

Due ergastolani, Carmelo Musumeci e Giovanni Lentini, si scrivono

 

Dal carcere di Spoleto, 22/11/2010

Ciao Giovanni,

                           ho ricevuto la tua lettera.

Mi dispiace che non potrai essere presente alla cresima di tuo figlio.

I nostri figli, e ora anche i miei nipotini, sono il simbolo della mia felicità e libertà che abbiamo perduto per sempre.

Che dirti?

Non pensarci.

In carcere pensare è come cadere in una trappola.

Anch’io preferirei non pensare, ma spesso non ci riesco.

Molte volte non posso far a meno di pensare, perché se non lo facessi non riuscirei a liberare i miei sogni.

Non riuscirei a sognare di camminare lungo la spiaggia.

Non riuscirei ad ascoltare i gabbiani.

Non riuscirei a guardare le onde.

Non riuscirei a volare.

E soprattutto non riuscirei a sognare di non sognare.

Non ti nascondo che  a volte mi sento come una lepre in gabbia senza sapere che fare.

Maledizione!

Non abbiamo altro che questi giorni e li stiamo perdendo tutti.

E’ difficile vivere in carcere, ma noi dobbiamo tentare di riuscirci.

Dobbiamo tirare fuori tutto il nostro amore, l’immaginazione e la nostra fantasia per andare avanti.

Giovanni, ormai è da venti anni che vivo dentro una cella, eppure tutte le sere esco dalla mia bara e come un vampiro, con la mente e la fantasia, vado in giro per l’universo.

Ci sono dei giorni che mi sembra di vivere due vite, una vita di fantasia e una reale in catene.

Probabilmente non ci abitueremo mai al carcere, non ci abitueremo mai neppure alla tristezza, alla malinconia e alla nostalgia.

Non so se questo sia un bene o un male, ma penso che sia un bene perché se riusciamo ancora a soffrire per amore vuol dire che siamo ancora vivi.

Vuol dire che il carcere non ci ha ancora ucciso.

Almeno per adesso.

Ora finisco di scriverti perché devo preparare da mangiare, due spaghetti al pomodoro fresco, una grattata di pecorino, un bicchiere di vino.

E poi tanta, ma tanta fantasia, perché senza di quella non  riusciremo ad affrontare le avversità della nostra pena.

E chi se la ricorda più la cassata siciliana, ma mi ricordo  ancora come se fosse ieri le carezze e i baci della mia compagna.

L’ho vista la settimana scorsa e mi ha detto di sbrigarmi a tornare a casa,le ho risposto che lo faccio tutte le notti.

Il mio cuore ti sorride.

Carmelo

 

Dal carcere di Bologna 26novembre 2010

 

         Ciao Carmelo,

                                         ho ricevuto e letto con piacere la tua ultima lettera del 22/11/2010.

Hai proprio ragione, i figli sono per noi il simbolo della felicità e di libertà, ma non mi piace pensare che questi sentimenti li abbiamo persi per sempre, se pensassi di non poter mai più riappropriarmi della libertà, dei miei affetti e di conseguenza di non trovarmi mai più nella condizione di essere felice, la mia vita non avrebbe più senso.

Se siamo qui a lottare è perché ancora crediamo e speriamo che le cose possano cambiare e che un giorno potremo essere uomini liberi non solo di pensare e di scrivere, ma anche di muoverci senza barriere e catene,  altrimenti non avremmo nessun motivo per continuare a sopravvivere in questa e con questa sofferenza, non avrebbe senso coltivare i nostri affetti, non servirebbe a nulla studiare o cercare di intraprendere relazioni con il mondo esterno. E’ vero,  ci sono dei giorni che per attenuare il dolore dobbiamo staccare la spina e lasciarci cadere nella totale incoscienza per non pensare a tutto ciò che abbiamo fuori e alla sofferenza che  provochiamo ai nostri cari, ma non possiamo vivere senza PENSARE, è una brutta esistenza la nostra caro Carmelo, ma come ben sai non possiamo restare inerti nel letto ad aspettare che Dio ci attiri a Lui, dobbiamo amare e lasciarci amare per dare un senso alla nostra esistenza.

Come dici tu, se non si pensa non si riesce nemmeno a sognare, io ad esserti sincero,  nonostante non faccio altro che pensare, faccio fatica anche a fantasticare, gli unici sogni posso definirli incubi, probabilmente sono caduto nella trappola del carcere, ma non mollo, sono sicuro che piano piano ne uscirò fuori, la mia vita non può e non deve finire così. Lo devo a mia moglie e a mio figlio.

Mi dici che non ti ricordi più il sapore della cassata Siciliana, ma che ricordi come fosse ieri le carezze della tua compagna.

Carmelo, io mi sforzo quotidianamente per non ricordare emozioni ormai divenute irreali, ma non ci riesco, credimi a volte riesco persino a  percepire gli odori, i sudori, solo che invece di provocarmi gioia scatenano in me tristezza, un’angoscia devastante e così anche i bei ricordi diventano strazianti incubi. Dico sempre che il carcere atrofizza non solo il corpo ma anche i sentimenti, ma non è vero,  mi contraddico, perché ogni giorno che passa mi rendo conto che i sentimenti che nutro per i miei cari, aumentano in maniera  irrefrenabile.

Ora ti saluto caro Carmelo. Alla prossima.

Con simpatia

Gianni

 

Dialoghi tra due diavoli all’inferno (Gerti e Carmelo)- settimo scambio

Eccoci al settimo scambio del Dialogo tra Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci… eccoci davanti a quest’albero verde, che il protagonista dell’ultimo racconto di Carmelo, citato alla fine, abbraccia.. ecco questa forma di Resistenza.

Che molti potrebbero snobbare o sminuire. Sapienti o militanti tutti d’un pezzo.. quelli che hanno tempo da perdere, e tutto è solo una eterna spietata battaglia. La Battaglia c’è.. ma la Battaglia è anche questa… e la Libertà è anche questa… Conquistarsi angoli di cuori, liberare gallerie nella mente, costruire scale che portano al cielo… e inventarsi una resistenza.. in ogni modo.. anche con quesi dialoghi.

Nessuno può pensare che basti solo questo, ma anche questo serve. Gerti e Carmelo creano teatro e creando teatro si smascherano restanodo se stessi, ritornando ancora di più se stessi. Teatro che diventa Terapia, pretesa di essere e di porsi oltre l’orizzonte e dare il tempo alle domande, domande insolite e scapestrate, poco consone a un carcere. Gerti e Carmelo si concedono di innalzarsi oltre la polvere del quotidiano.

Anche in questo dialogo è pieno di momenti belli.. come le dure parole di Gerti verso tutti quei detenuti che acquisiscono una attitudine compiacente e servile, e non lottano più per la propria dignità e i propri diritti.

Dialoghi come questi sono una occasione.. ricordartelo sempre.. una occasione… di libertà interiore..

——————————————————————————————————————————————-

Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo settimo

 

Carmelo: Che cosa è per te il tempo e come lo passi?

Gerti: Penso che il tempo passato lo conosco,  è certezza, quello presente è un istante, invece il tempo che verrà è solo probabilità. Per me il tempo di realizzare i miei sogni non è ancora giunto. Il mio corpo è prigioniero di questo tempo perduto, ma la mia mente è libera. Passo il tempo leggendo tanto e tenendomi in forma il fisico, pronto per ogni evenienza finchè il mio crudele destino si rilevi. Amico diavolo, il tempo non esiste nell’universo, è solo una dimensione nel tuo spirito.

Carmelo: Oggi al passeggio mi è caduto l’occhio su un compagno che guardava continuamente l’orologio, mi ha fatto sorridere perché la cosa più stupida in carcere è vedere un ergastolano che guarda l’orologio.

Perché contare il tempo?

Per un ergastolano non serve a nulla perché il tempo non ci appartiene più.

Il tempo in carcere non è tuo,  lo gestiscono gli altri,  ma io leggendo e pensando cerco di rubare all’Assassino dei Sogni un po’ del mio tempo sognando e leggendo.

Fratello diavolo, mi stavo dimenticando di dirti che il tempo è una invenzione dell’uomo: in natura non esiste.

In natura esistono i cicli.

 

Carmelo: Sei felice?

Gerti: So molto bene che essere felice è la nostra condizione naturale di ognuno di noi. Per avere la felicità non bisogna fare nulla,  perché la felicita non si può comprare. Ognuno di noi c’è l’ha dentro di se. Diavolo, mi chiedi se sono felice? Io ti dico: perché no? Sono felice ogni giorno per il semplice motivo che ho la vita. Il destino ha voluto che io non morissi quando avrei dovuto,  quindi gli devo obbedienza. È brutto dirlo, sto in carcere da una vita e ho subito tanto, ma sono qui ed è meglio avere questo che niente, non credi ? La mia felicità sta nel mio cuore e fa quello che ritengo giusto, onesto e dignitoso, non dipende dagli altri, né da quello che dicono e soprattutto non da quello che fanno. Mi fermo qui se no faccio una pagina.

Carmelo: Come potrei vivere chiuso in una cella da venti anni se non fossi felice?

Sì! Sono felice perché chi ama e viene amato è felice, anche se a volte mi sento felice nell’infelicità.

 

Carmelo: Che cosa è  per te la vita?

Gerti: Diav000000lo, che domanda? La vita per me è l’amore, è speranza, fiducia, felicità famiglia, rispetto, dignità, onore, bontà. La vita è gioia: già il fatto di essere nato è una fortuna. So che vivere è un atto naturale ed egoistico, dunque io potrei dire che amo la vita più di ogni cosa. Avendo visto tante volte da vicino la morte, l’apprezzo di più, anche se sono in carcere con l’ergastolo. Ma so anche che la vita è una tragedia: guerre, tradimenti, delusioni, sofferenza, ipocrisia, falsità, inganno, ignoranza, fame, povertà e tante altre cose. Il solito dualismo fra il bene e il male. Amo la vita e farò tutto quello che posso per vivere in modo dignitoso e giusto quel poco che mi è rimasto. Ma a dire il vero amo pure la morte e la rispetto. Solo quando si teme la vita si teme la morte.

Carmelo: Per me la vita è un sogno e ci sono dei momenti di malinconia dove spero di svegliami.

Carmelo: Cosa pensi di alcuni detenuti che non lottano per migliorare le loro condizioni?

Gerti: Vedendoli da vicino mi viene voglia di vomitare. Pensano che leccando il direttore o qualche educatore riescono ad uscire. Questo è frutto dell’ignoranza e della mancanza di ideali, essendo la maggior parte dei mercenari e sempre comandati. Tipico della cultura mafiosa. È triste perché pure le istituzioni si comportano come dei mafiosi, sempre questo parlare sotto e fuggi, ed essere individualisti solo per il proprio bene. Nessuno che combatte per i tuoi diritti di detenuto, visto che non siamo ancora- per fortuna- in Guantanamo. Il carcere sembra una palude con l’acqua sporca dove girano coccodrilli pronti a sbranare chiunque capita sotto il loro naso. Ma, ovviamente, io sono un Albanese morto di fame: che vuoi che capisca dei detenuti italiani e delle loro problematiche carcerarie!

Carmelo: Penso male di quei detenuti che non lottano per continuare a rimanere liberi almeno dentro di loro.

In carcere devi imparare veramente a vivere, quando sei chiuso fra queste quattro mura e non hai più la speranza di uscire devi inventarti l’esistenza come stiamo facendo noi due con questi dialoghi che facciamo.

In carcere il mondo va a rovescio, ma bisogna tentare lo stesso di restare in piedi.

 

Carmelo: A quanti anni vorresti morire?

Gerti: Come ogni uomo che si rispetti vorrei morire il più tardi possibile, non troppo vecchio perché potrei essere di intralcio a miei familiari. Poi succede che ti portano all’ospizio: che tristezza,  un “Leone” come me abbandonato da coloro che lo amavano. A parte gli scherzi, vorrei morire quando è ora di morire, prego solo Dio, nel momento del mio ultimo viaggio, di essere in pace e soprattutto di non avere rimorsi.

Carmelo: Questa notte, però mentre dormo e sogno di essere a casa nelle braccia della mia compagna.  

 

Carmelo: Qual’ è la prima cosa che faresti se uscissi fuori domani?

Gerti: Penso che ritornerei da dove sono venuto, anche se so che pure là è diventato una piccola Italia: stessi vizi e virtù. Cosa farei se no, qui non c’è spazio per me e la vita è troppo difficile per EX detenuto. Ecco cosa farei, amico diavolo…ritornare da dove sono venuto con la mia valigia piena di illusioni e di tragedie.

Carmelo: Fratello diavolo, farei quello che ho scritto nel mio ultimo racconto e che ho fatto fare al mio personaggio:

 

Nico guardò il portone chiudersi.

Sorrise amaramente.

In quel posto non lasciava nulla di suo.

A parte sette anni della sua vita.

Si voltò e rimase abbagliato.

I suoi occhi non vedevano da anni la luce dell’aria aperta.

Nel cielo c’era il sole.

L’aria odorava di uno strano profumo.

Di fronte al carcere c’era un parco.

Nico voltò le spalle all’Assassino dei Sogni.

Attraversò la strada e lo raggiunse.

Si levò le scarpe e i calzini.

Camminò con delicatezza sopra l’erba.

Tutto quel verde gli faceva girare il cuore di felicità.

Andò all’albero più vicino e lo abbracciò.

Lo desiderava da sette anni.

Provò una sensazione di felicità come quando anni prima abbracciava Giovanna.

Il verde in tutti quegli anni di prigione gli era mancato.

 

 

 

 

A Sarah…. di Giuseppe Barreca

Giuseppe Barreca… detenuto a Spoleto.. ha scritto queste profonde  e dolcissime parole.. dedicate a Sarah Scazzi. Non aggiungo altro.

——————————————————————————————————-

A SARAH

Avevo molto sonno, ma non ho dormito, così ho acceso la luce e ho cominciato a riflettere, era tano che non lo facevo. Ho pensato a quento sarebbe bello se d’improvviso “scoppiasse” l apace e tutti diventassero meno cattivi, ma anche alla mia vita, quella vita che è un momento speciale, un attimo vissuto d’imprevisti. Quella vita che ha un cuore eterno colpo di sogni, di speranze, di sentimenti. Ho pensato alle persone che sono al mio fianco ogni giorno, a quelle che non ci sono più,  quelle che mi vogliono bene, a quelle a cui non sono mai stato simpatico. Ho pensato a mia madre, al suo sorriso, alla sua semplicità e ai suoi occhioni neri, al suo modo di avermi insegnato che la fortuna non esiste e la sfortuna è solo il risultato di quello che non si è riusciti a prevedere in tempo. Ho pensato a mio padre, al suo carisma, alla sua onestà, a quei discorsi astratti e a quell’avermi insegnato che si può essere soli anche tra centomila persone, e in buona compagnia con una sola persona. Ho pensato alla caparbietà della mia compagna, straordinariamente nica, alla fierezza dei miei figli e ai loro modi di essere semplicemente eccezionali. Ho pensato a mia sorella, alla sua voce dolce, ai suoi occhi vispi, alla sua ingenuità, alla sua spensieratezza. Ho pensato ai miei fratelli, al loro modo di insegnarmi che casca chi non ha fiducia in sé, chi è preda del nulla, del niente. Ho pensato ai miei amici, quelli veri, ma anche quelli meno veri, magari un pò falsi. Ho pensato a Luana; docle, mitica, sensibile, affettutosa, che riesce a darmi consigli anche senza parlare, senza vederci. Ho pensato a quella ragazza simpatica e genticle che a volte mi fa sorridere e mi tira su di morale quando sono triste, che mi fa star bene quando sto male. Ho pensato ai miei insegnanti, a quelli  che mi hanno capito, istruitio, “assimilato” e qualche volta criticato e compreso, a quelli che mi hanno voluto bene e a quelli che mi hanno insegnato che si può essere felici anche in miseria e in povertà. Ho pensato a Franco, a quell’amico straoridinario che mi ha insegnato che nella vita occorre lottare e non arrendersi mai e che so che ora è lassù, vicino a Dio, ricompensato del dolore che ha patito su questa terra.

Ho pensato a quelle immagini di madri che corrono con in braccio i loro bambini insanguinati vittime della malvagità di ceerti uomini. Ho pensato a tutte queste cose e a tutte queste persone e mi sono fermato un attimo. Ho chiuso gli occhi e, col cuore che impazziva di dolore, ho pensato a una persona speciale che ha sofferto senza soffrire, senza saperlo, senza dolore, senza lacrime, senza singhiozzi, senza parlare, senza poter chiedere aiuto, senza un perché, senza un ma, senza colpe. In silenzio Nel suo assordante silenzio. In solitudine. Nella sua impenetrabile solitudine. Grazie Sarah, per avere svegliato le coscienze di tanti e perdona gli orchi e gli assassini che in un solo attimo hanno sciupato i tuoi sogni. Ti guarderemo tutti con la delicatezza di una rosa e  la sensibilità di una orchidea, come un piccolo puntino nell’universo, come una stellina in cielo, come… in una vita.

Giusebbe Barreca

Casa di Reclusione di Spoleto

19 ottobre 2010

scrivere l’abisso.. di Giovanni Farina

Già altre volte Giovanni Farina è stato duro, e ha fatto trasparire anche tutto il suo dolore dalle sue parole..

Ma questa volta, nella sobrietà dello stile, e ancora di più per questa anzi.. porta la sofferenza generata dalle sua parole a un livello mai raggiunto. Proprio perché neanche urla, non fa dichiarazioni di battaglia, non mostra neanche livore. Devo dire che pezzi come questo sono un pugno allo stomaco. Sono inesorabili, lucidi e taglienti, spietati. Invano cercherai una breccia nel muro che emerge.. una breccia di incazzatura anche, o di speranza o di ironia, o di appiglio a qualcosa.

Il testo di Giovanni Farine è una lenta discesa all’abisso. L’effetto è straniante, e forse è proprio questo l’effetto che voleva rendere. E ci riesce benissimo. Il detto e il non detto si mischiano in vagonate di storie alle spalle che sono latenti, anche se non le vedi, anche se appena sono sfiorate.

La prima parte ha un vigore inaspettato. Racconta di una fierezza che io sfiderei molti ad avere. Anzi.. gli direi di non averla. Direi loro.. anche se vi vedono dietro a una teca, fatevi venire a trovare. Anche se mangeranno un pezzo di pane in meno, fatevi mandare qualche pacco. Anche se chiamando i vostri familiari, alle volte li metterete in condizioni non facili, metteteli. Giovanni Farina ha invece dimostrato una forma di fierezza e attenzione alla propria famiglia che ha dell’indicibile. Anni e anni passati nella totale solitudine, senza contatti, senza colloqui, senza telefonate.

QUALCUNO SCRIVERA’ DI TUTTO CIO’? QUALCUNO HA MAI APERTO QUESTE STANZE? QUALCUNO CONSERVERA’ QUESTE STORIE? QUALCUNO SAPRA’ COSA E’ STATO FATTO A UN UOMO?

Anche per questo esiste Le Urla dal Silenzio.. per strappare lembi e varchi di storie e vite all’Oblio.

Basterebbe l’incipit della lettera di Giovanni, per dire tutto.. ogni riga.. come la mancata telefonata che non gli fu concessa per salutare la madre morente.

Ma il testo continua. Nella solitudine e nel dolore, chiuso a tripla mandate, Giovanni ha visto passare i decenni e morire piano a piano la sua famiglia, senza potere avere quasi mai abbracci, contatti, scambi emotivi.

QUALCUNO CHIEDERA’ UN GIORNO RAGIONE DI CIO’? QUALCUNO RISPONDERA’ DI TUTTO QUESTO? QUALCUNO CHIAMERA’ LE COSE PER NOME?

Sì.. almeno questo.. almeno la terza cosa accadrà. Perché non ci sono catacombe che non verranno rivoltate.

E la lettera di Giovanni continua, mentre racconta, con calma e lucidità irreali, di torture e violenze, fisiche e mentali. Fino ad arrivare a dire che ormai non può più provare dolore.

Fino alle.. comiche finali.. perché ci sarebbe da dire. L’ineffabile D.A.P. che alla sua richiesta di trasferimento in Toscana (vi ricorda qualcuno?.. Sebastiano Milazzo spedito invece a Carinola con “trasferimento punitivo” in stile ventennio..) risponde che “tutto il territorio nazionale è considerato territorio vicino alla propria famiglia”. Vorrei credere che Giovanni stia scherzando, che sia una battuta. Perché una risposta di tale demenza non riuscirebbero a darla neppure in un programma di Maria De Filippi. Ve la consegno a voi perché ne abbiate un ricordo eterno…. altro che Platone..

L’ultimo passaggio è degno di tutto il testo.. un altro colpo amaro. Ve lo voglio citare, senza commentarlo..

Leggo sui giornali che delle regioni  chiedono al Governo Italina di costruire carceri di massima sicurezza sui loro territori, perché portano ricchezza alla popolazione. Il mio futuro è assicurato, perché faccio parte di quella categoria di uomini che devono incrementare l’edilizia appaltatrice carceraria. Faccio appello a tutti gli italiani disoccupati. Venite ad abitare in carcere. Non è vero che si vive male. Basta adattarsi. Lo Stato italiano, i nostri politici, come occupazione per il vostro futuro vi possono assicurare  un alloggio sicuro nelle patrie galere. Non preoccupatevi, c’è posto per tutti.. basta spingersi un pò.”

E infine, un altro microtesto di Giovanni.. inviato nella stessa lettera.. l’ultimo rigo fa male…

Vi lascio alla lettura…

———————————————————————————————————————

………………………. Ho letto il giornalino di Mai dire Mai.

Lo leggo sempre: per sorprendermi. Anche se conosco molto bene le patrie galere. Dall’art. 90 all’art. 41bis, dal quale sono stato scarcerato il 30/02/2009. Nelle mia detenzione a regime speciale nn ho mai permesso ai miei familiari di venire a vedermi dietro a un vetro come una mummia nella tèca. Non ho mai ricevuto pacchi, né denaro, perché la mia famiglia guadagnava per vivere. La mia famiglia non si poteva permettere di mantenere un parassita che stava dalla mattina alla sera a oziare, sdraiato su una branda. Non ho mai telefonato alla mia famiglia, perché non potevo telefonare a casa mia. La mia famiglia doveva ricevere la mia telefonata nel carcere di residenza. Non ho permesso allo Stato italiano di violentare l’onestà della mia famiglia con la formula di una telefonata. L’unica volta in tutta la tua carcerazione che ho chiesto al Ministero delle Giustizia di telefonare a mia Madre è stato quanto mia madre era morente a letto. Mi è stata rifiutata.

Attualmente mi trovo in detenzione con l’ergastolo ostativo maturato con un cumulo delle pene dal 1975. Le istituzioni mi hanno notificato che devo iniziare a scontare l’ergastolo ostativo – vendetta dello stato italiano – dal 2010.

Nella mia detenzione ho sempre pensato a tutte le persone che amavo e non potevo vedere, ma avevo capito che se non volevo morire di crepacuore, dovevo tracciare tra noi una linea di vita- di indipendenza.

L’ amore che dimostravo per la mia famiglia era considerato dall amente malata delle Istituzioni dello Stato italiano una debolezza dove colpire la mia stabilità mentale con il ricatto. Ero sottomesso e sono sottomesso a torture psicologiche delle più distruttive per un uomo che amava i suoi figli, i suoi genitori, tutta la sua famiglia.

Ho raggiunto i sessant’anni lottando per quello che credevo, per l’amore della mia famiglia, che, pian piano, è venuta a mancare, con la lontananza, con l’impossibilità di sentire l’amore che ci univa. Fino a non sentirne più la mancanza, a desiderare solo la solitudine della mente.

Non chiedo allo Stato Italiano di farmi andare al cortile con altri reclusi. Non me ne frega un bel niente della compagnia dei prigionieri. Ho smesso da tempo di ascoltare i pensieri ripetuti all’infinito. Desidero restare da solo. La mia mente non accetta più quello che fa parte della libertà dell’uomo. Mi sono abituato a pensare con molte riflessioni nel silenzio della mente, a scrivere quando ne ho voglia, tanto non serve che io sia giornalmente presente.. con chi? Col nulla.

Tutti hanno i loro problemi, e non credo che abbiano il tempo di pensare che io esisto. Egoisticamente ognuno respiri il suo angolo di mondo, il suo buio. Il mio cercevello, tutto il mio corpo, ha smesso di soffrire. E tutte le repressioni  che mi vengono fatte dai miei aguzzini  sono diventate nutrimento per il mio animo di nullità. Mi sento più forte quando li sento gioire nelle loro m iserie: si credono fortunati nel continuare a rubare della dignità l’indifeso che li crede onesti.

Ogni giorno si rivolgono alle platee in televisione, gridando il loro odio contro i loro simili. E nelle loro ipocrisie vanno gridando al mondo le loro oneste civiltà, mandando in Afghanistan dei giovani a morire per i loro sporchi privilegi. Perché all’operai italiano che vive del suo lavoro non gli interessa un bel  nulla che siano spesi milioni di euro per mandare degli italiani ad ammazzare dei Talebani, ma gli interessa dar da mangiare alle loro famiglie.

Delle mie sorelle che vivono in Toscana in una lettera mi hanno scritto che volevano venire a trovarmi in carrcere, ma non potevano venire a Catanzaro, perché troppo lontana. Ho chiesto il trasferimento in Toscana, in un istituto più vicino ai miei famigliari. Il D.A.P. mi ha risposto che sono in detenzione sul territorio nazionale, per il quale per loro sono a norma all’avvicinamento famiglia. Ultimamente mi ripeto spesso: meno male che lo Stato Italiano mi ha assicurato vitto e alloggio per il resto della mia vita. Uscire dal carcere a sessant’anni, senza avere nessun riferimento  familiare, iniziare dal niente a lottare per la sopravvivenza, per il poco tempo che mi resta da vivere.. non so davvero se ne avrei la forza.

Leggo sui giornali che delle regioni  chiedono al Governo Italina di costruire carceri di massima sicurezza sui loro territori, perché portano ricchezza alla popolazione. Il mio futuro è assicurato, perché faccio parte di quella categoria di uomini che devono incrementare l’edilizia appaltatrice carceraria. Faccio appello a tutti gli italiani disoccupati. Venite ad abitare in carcere. Non è vero che si vive male. Basta adattarsi. Lo Stato italiano, i nostri politici, come occupazione per il vostro futuro vi possono assicurare  un alloggio sicuro nelle patrie galere. Non preoccupatevi, c’è posto per tutti.. basta spingersi un pò.

“Viva l’Italita unita dagli eroici garibaldini”.

Ricordiamoci: la storia viene scritta sempre dai vincenti.

Ma i vincenti di turno ci raccontano sempre la verità…

26/09/2010

———————————————————————————————-

La povertà.

Dichiaro di appartenere alla categoria dei mendicanti.

Dal momento che vivo in grazia della gratitudine dello Stato di mia giurisdizione che caritatevolmente mi nutre dentro l’esilio dell’esistenza terrena.

Noi uomini esistenti  nelle prigioni facciamo del nostro meglio per promuovere il successo dei nostri benefattori, che trovano, nelle loro similitudini, deliziose le  prigioni, “imparziali”.. per t utti i comuni mortali.

Spero mi si perdoni se non recito la parte del criminale che dà delle colpe a chi non c’è dove attualmente mi trovo io. Che non dò del ladro al politico, all’avvocato, al giudice, che nella loro onesta arte operano in più sensi contro i disonesti.

E’ ovvio che molti vivono grazie ai disonesti.

Ho solo compassione di me quando capisco che simili esseri hanno così tanto potere su di me da farmi piangere.

 

Navigazione articolo