Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Signora Ministra, mi tagli la testa – di Carmelo Musumeci

Torna a scrivere Carmelo Musumeci alla nuova Ministra della Giustizia, e lo fa perchè Paola Severino si è vantata che il nostro è un Paese “in prima linea nella campagna contro la pena di morte”. Davvero encomiabile, però esiste quello che lo stesso Carmelo chiama la “Pena di Morte Viva”, il carcere a vita, quello che davvero ti fa morire in galera: l’ergastolo ostativo a ogni beneficio, che equivale ad una pena davvero perpetua, che il codice francese riteneva, oltre 200 anni fa, peggiore della pena capitale. Anche Carmelo- e molti altri- la pensano come lui: in fondo che ha senso ha tenere in vita una persona aspettando che muoia? E il famoso art. 27 Cost. (Le pene devono tendere alla rieducazione del condanato)? Quante volte l’abbiamo disatteso? E rieduchiamo una persona per la tomba?  Ecco perchè oggi un Ministro non può dire che il nostro sia un “paese da sempre attento alla tutela  dei diritti della persona”.

Signora Ministra,  mi tagli la testa

 

Sarà pure un governo tecnico, ma il nuovo Ministro della Giustizia ha imparato presto a parlare politichese:

                         “L’Italia è in prima linea nella campagna contro la pena di morte. Lo ha detto il Ministro della Giustizia, Paola Severino, nel saluto rivolto in apertura del sesto Congresso internazionale dei ministri della Giustizia “Dalla moratoria all’abolizione della pena capitale”, organizzato oggi a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio. Quello della battaglia contro la pena di morte, ha ricordato il ministro, è untema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela  dei diritti della persona” e l’applicazione della pena capitale “non dà nessuna garanzia di sicurezza”.  (Fonte: Adnkronos, 29 novembre 2011)

 

Ci vuole certo un bel coraggio a dichiarare che l’Italia è contro la pena di morte quando nel suo paese esiste la “Pena di Morte Viva” che è molto più disumana di quella di  morte.

Signora Ministra, non me ne voglia se mi permetto di ricordarle che lo scrittore e politico Benjamin Constant (Losanna 1767- Parigi 1830) arrivò a giustificare la pena di morte, ma non la pena perpetua, nel quale vide “un ritorno alle più rozze epoche, un consacrare la schiavitù, un degradare l’umana condizione”.

Fu tale nella Francia rivoluzionaria l’orrore di murare vivo un uomo per tutta la vita senza la compassione cristiana di ammazzarlo che l’Assemblea Costituente, mentre mantenne la pena capitale, vietò le pene perpetue.

E fu così che nel codice penale del 28 settembre del 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni di detenzione.

Signora Ministra, molti uomini ombra, come sono chiamati dagli altri detenuti gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario, preferirebbero la ghigliottina che essere murati vivi fino all’ultimo  dei propri giorni.

 Signora Ministra, Lei non può immaginare cosa vuol dire  essere vivi,  ma dichiarati morti dallo Stato, dalle leggi e dalla Società.

E mi creda, l’ergastolo ostativo è una pena bestiale, perché molto più lunga, dura e inumana di quella di morte.

Signora Ministra, l’ergastolo ostativo senza nessuna possibilità di uscita è un inferno ancora più brutto dell’inferno perché quello dell’aldilà lo sconti da morto, ma questo lo sconti da vivo.

La nostra vita è già tanto difficile,  non ci faccia sentire dichiarazioni  a proposito della pena di morte:  “tema caro all’Italia, paese da sempre attento alla tutela  dei diritti della persona”.

E adesso la lascio con una preghiera di Luigi Settembrini, (Napoli 1813- 1876), letterato e patriota italiano condannato dell’ergastolo:

 

O Dio Padre

Fammi la grazia della morte

Giacché gli uomini

Per tormentarmi

Mi hanno fatto la grazia della vita.

 

Le auguro Buon Natale con la speranza che lei mi auguri una buona morte.

 

Carmelo Musumeci

Carcere Spoleto, dicembre 2011

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L’URLO di MARIO TRUDU, in carcere dal 1979

La lettera che inseriamo oggi è di Mario Trudu, un pastore sardo condannato all’ergastolo e in carcere dal 1979. Quella di Mario Trudu è una delle storie più emblematiche, più drammatiche, una di quelle storie che un paio d’anni fa ci hanno dato la spinta per creare questo Blog e per dare voce a questi sepolti vivi. Se abbiamo chiamato “Urla dal Silenzio” questo blog, lo abbiamo fatto anche pensando alla storia di Mario che, esclusi i 10 mesi di latitanza tra ’86 e l’87, vive in carcere da 32 anni. Senza nessuna prospettiva di non morire lì dentro. Mario Trudu è un uomo rassegnato, ma non abbastanza, forse è la rabbia a tenerlo ancora vivo. Eppure anche lui ha chiesto la morte al posto dell’ergastolo  ostativo e ha chiesto di essere fucilato in piazza a Spoleto (città dove sta attualmente scontando l’ergastolo) per dare soddisfazione a tutti coloro che i delinquenti li vogliono vedere morti, anche dopo 32 anni di carcere… Invece il Tribunale gli ha risposto che la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento Penitenziario, nè dalla Costituzione. Bel Paese il nostro,  ci battiamo per abolire la pena di morte negli altri Stati ma nelle nostre prigioni ci si suicida e si muore come mosche e se sei ergastolano e non scegli di usare la giustizia per tirarti fuori, morirai di sicuro  in carcere. Ma  lo Stato non vuole la parte del boia: o lo fai da solo o muori ogni giorno in attesa della fine dei tuoi giorni.

Vi lascio a questa drammatica testimonianza di Mario Trudu:     

 

A scrivere è Mario Trudu. Nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana. Mi trovo in carcere dal maggio del 1979 con una condanna all’ergastolo. Scrivendo questo testo non lo faccio pensando di poter ottenere qualcosa, ma per informare, perché qualcuno in più venga a conoscenza della situazione in cui si trovano le persone che sono recluse, come me,  con una condanna all’ergastolo ostativo. Siamo coloro che ogni giorno affrontiamo la nostra tragedia, la nostra vita senza speranza, eppure, lottiamo e combattiamo per una vita migliore. Mi preme dire a coloro che si trovano nella mia medesima situazione, e verso coloro che eventualmente vi si troveranno in futuro, che bisogna fare qualcosa.
Troppo spesso si sente parlare di certezza della pena, ma occorrerebbe parlare di certezza della morte, perché in Italia chi è condannato alla pena dell’ergastolo ostativo può essere certo che la propria morte avverrà in carcere. Spesso si sente nei salotti televisivi qualche politico che batte i pugni sul tavolo inneggiando alla certezza della pena. A questi vorrei gridargli in faccia che la mia pena è talmente certa da giungere fino alla morte. Solo certe menti malate e distorte possono riuscire a superare l’insuperabile. Non si può introdurre come è stato fatto nel 1992 la norma dell’art. 4 bis O.P. (che nega i benefici penitenziari se non metti un altro in cella al posto tuo) e renderla retroattiva, applicarla cioè a reati commessi diversi lustri prima. Lo stesso vale per l’art. 58 ter O.P.(persone che collaborano con la giustizia),  uno scempio per uno stato che si definisce di diritto. Da quando nell’Ordinamento Penitenziario è stato introdotto questo articolo, se vuoi ottenere i benefici penitenziari, sei obbligato a “pentirti”, lasciando in questo modo che si dimentichi che rieducarsi (se errori ci sono stati in passato) non significa accusare altri, ma cambiare dentro di sé. Il pentimento che pretendono loro è l’umiliazione. Per loro collaborazione significa perdita di dignità, fuoriuscire dalla sfera umana. Come può collaborare chi ha è stato vittima di processi compiuti con la roncola nei cosiddetti periodi di “emergenza” in cui contava solo la parola dell’accusa e dove i testimoni della difesa venivano sistematicamente arrestati e processati anche loro? L’Italia, dagli anni ottanta ad oggi, pare essere un paese in emergenza perenne.
Si può negare ad un condannato all’ergastolo,  dopo che ha scontato già trent’anni di carcerazione, la possibilità di ottenere un permesso? Il due settembre del 2009 il Tribunale di Sorveglianza d Perugia, a una mia richiesta di tramutare la mia condanna all’ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”. All’ergastolano, viene dunque proibito anche di scegliere di morire perché si vuole che affronti la vendetta dello Stato fino all’ultimo dei suoi giorni.
Io ho sempre creduto che gli unici che avrebbero potuto pretendere vendetta nei miei confronti fossero la famiglia Gazzotti, l’uomo che ho sequestrato e che a causa di quella mia azione quel povero uomo morì. Solo loro credo che possano fare e dire tutto ciò che vogliono nei miei confronti, ne hanno tutti i diritti. Sicuramente trent’anni di carcere formano un altro uomo, perché oltre ai valori ed abitudini che già possiedi, ne assorbi altri e rielaborandoli ne ricavi una ricchezza. La pena dell’ergastolo per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perchè quest’ultima dura un istante ed ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza di un individuo, un’esistenza disumana che rende l’uomo “schiavo a vita”.
Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e anche volendo spingere la fantasia verso previsioni future,  resta tutto più cupo del nulla. Si parla spesso del problema delle carceri, ma non cambia mai nulla (o forse qualcosa cambia in peggio e il problema del sovraffollamento delle carceri lo dimostra). I suicidi nelle carceri sono proporzionalmente in numero maggiore di diciassette volte rispetto a quelli che avvengono nel “mondo esterno”. I “signori” politici dovrebbero pensare veramente per un attimo al disgraziato detenuto che non può morire in carcere per vecchiaia. Parlo dei politici perché la responsabilità è loro, perché se la legge del 4 bis non viene cambiata siano consapevoli che noi ergastolani ostativi dal carcere non potremo uscire mai: che diano risposta a questa domanda questi “signori”!.
Sto sognando, lo so! Purtroppo un ergastolano può solo sognare.
Fino ad oggi la mia trentennale carcerazione è stata interrotta da soli dieci mesi di latitanza ( periodo che va da giugno del 1986 ad aprile del 1987). Venti anni fa entrai nei termini per poter usufruire dei benefici penitenziari e da allora ho iniziato a presentare diverse richieste per poterli ottenere, ma sono state respinte sistematicamente tutte fino a quando nel2004 mivenne concesso un permesso con l’art- 30 O.p. (otto ore libero, senza scorta) per partecipare alla presentazione di un CD-ROM sulle fontane di Spoleto,  realizzato in carcere da noi alunni del quarto anno dellIistituto d’arte. Trascorsi quelle ore di permesso a Spoleto insieme ai miei familiari venuti appositamente dalla Sardegna,  ed in compagnia di alcuni professori. Nel novembre del2005 mifu concesso un altro permesso, questa volta di sette ore, per la presentazione di una rivista sui vecchi palazzi di Spoleto,  che avevamo prodotto in carcere. Trascorsi quelle ore a Perugia sempre con i miei familiari. A questo punto mi ero convinto che il fattore di pericolosità sociale attribuitomi fosse oramai decaduto e di conseguenza mi illusi che, di tanto in tanto, mi sarebbe stato concesso qualche permesso utile a curare gli affetti familiari. Purtroppo non fu così, perché dopo quell’ultimo permesso tutte le mie richieste furono respinte. Inizia a questo punto a chiedere con insistenza un trasferimento in un carcere della mia regione di appartenenza, affinché i miei familiari potessero avere meno disagi ad ogni nostro incontro, ma nulla da fare: la prima richiesta fu rifiutata e le successive non ebbero mai risposta. Ho presentato a più riprese richieste di permesso necessità per poter andare a far visita a mia sorella Raffaella che non vedo dal 2004 e che non si trova in condizioni per poter affrontare lunghi viaggi, ma anche queste vengono negate motivando che lei non si trova in pericolo di vita. Sono contento che mia sorella non sia in pericolo di vita. Sono state tante le mie richieste per un avvicinamento a colloquio al carcere di Nuoro, dove mi sarebbe stato possibile incontrare mia sorella, l’ultima l’ho presentata il due maggio 2011. Ma non mi hanno ancora risposto.
 
Mario Trudu
 

24-25-26 Giugno 2011, anche i detenuti di Spoleto aderiscono allo sciopero della fame

Con un documento firmato da tutti, che vi alleghiamo come foto, così da  poterlo vedere in originale, i detenuti ed ergastolani di Spoleto dicono che:  

Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura.

 

Ricordando che in Italia esiste la “Pena di Morte Viva”, una pena che non finisce mai se al tuo posto non ci metti un altro

e che l’ergastolo ostativo è una pena di morte dove il boia è il tempo e vieni ammazzato e torturato ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno, ogni anno che passa.

Ricordando che in Italia il carcere è il posto istituzionale più illegale e dove si muore e ci si toglie la vita di più di qualsiasi altro luogo,

i detenuti e gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto, raccogliendo l’invito dell’Associazione Liberarsi e per dare solidarietà allo sciopero della fame a Marco Pannella,  aderiscono a tre giorni di sciopero della fame

 (il 24-25-26 giugno) contro la tortura del carcere e nel carcere e contro l’ergastolo ostativo.

 Carcere Spoleto,  giugno 2011

“Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Quella pena di morte “lenta” di A. Laggia

 

     Continuiamo a pubblicare i contributi al libro di Carmelo Musumeci,   per tutti coloro che ancora non l’hanno avuto e non l’hanno visto. Abbiamo iniziato con le parole di Vauro Senesi, che è autore anche della copertina, e che potete trovare:

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/01/18/gli-uomini-ombra-copertina-e-prefazione-di-vauro-senesi/ 

Poi abbiamo riportato l’introduzione, “Perchè questo libro”, con le motivazioni che hanno spinto a pubblicare questo libro:

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/01/29/gli-uomini-ombra-di-carmelo-musumeci-perche-questo-libro/

     Oggi vi proponiamo la prefazione del libro: un articolo molto bello e molto deciso di  Alberto Laggia, giornalista, inviato speciale di “Famiglia Cristiana”, autore di libri d’inchiesta, docente e coordinatore della Scuola di cultura del giornalismo “A. Chiodi” di  Mestre. Ha intitolato la sua prefazione

QUELLA PENA DI MORTE “LENTA” 

eccola:

In carcere tutte le storie finiscono male” scrive Musumeci all’inizio del suo ultimo racconto. Ed è così. Lo testimonia tristemente tutto il libro: c’è chi muore  accoltellato alle spalle dall’infame compagno di cella,  chi  tentando una disperata evasione; chi viene picchiato a sangue dai secondini e chi trovato cadavere con un cappio al collo “che non poteva essersi fatto da solo”.  

   Eppure è qualcos’altro che questi racconti vogliono urlare al mondo: ci sono storie in carcere che finiscono anche peggio di quelle che finiscono male. Sono le storie che non finiscono mai, perché la pena è “senza fine”.  

I condannati a questa “morte al rallentatore”, protagonisti dolenti di questo volume, un angosciante viaggio in un girone dantesco,  sono i condannati al cosiddetto “ergastolo ostativo”, sono gli “uomini ombra”, come li definisce l’autore che è uno di loro, galeotto per l’eternità. 

   Dal 1992 nel nostro ordinamento è prevista questa forma di ergastolo “estremo” che priva di qualsiasi forma di beneficio o sconto di pena, e quindi della speranza di lasciarsi alle spalle i cancelli del carcere, il detenuto che abbia commesso gravi reati di stampo mafioso e abbia deciso di non collaborare con la giustizia. Attualmente nei penitenziari italiani stanno in queste condizioni circa 1200 ergastolani. Il carcere di Spoleto ospita alcuni di questi detenuti, tra cui, appunto, Carmelo Musumeci.

   Eppure la Costituzione  afferma all’articolo 27 che “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Il principio, però, pare non valere per questi reclusi. Lo Stato, nel loro caso, si dimentica uno degli scopi fondamentali della detenzione e  si comporta da ricattatore vendicativo: non vuoi collaborare con me? Allora marcisci in cella fino alla fine dei tuoi giorni. Ma tutto ciò cos’ha a che fare con la rieducazione? Che lezione impartisce? Che processo virtuoso innesca?  E ancora: la sacrosanta certezza della pena, da tutti giustamente invocata, non dovrebbe avere come contraltare naturale la certezza delle fine definita della pena stessa, per chi la sconta?

   Così la galera-tomba diventa, per l’autore, un mostro, un essere capace d’uccidere, come e peggio degli omicidi che  tiene rinchiusi. Il carcere si trasforma in un incubo senza possibilità di risveglio: è “l’assassino dei sogni” che “odia la felicità e la speranza, e usa le sbarre, i blindati e i cancelli per non farle entrare”.

   E l’ergastolo è la pena di morte… viva. Che non ti permette di “scontare la pena, pur scontandola nel modo più duro, perché “scontare” significa “estinguere” un debito ma, in questo caso, il debito è sempre pendente per intero, come il macigno di Sisifo, che non si ridimensiona al trasporto successivo. E ogni alba dietro le grate, quindi,  è sempre e soltanto un nuovo inizio di pena.

   Non c’è pagina del libro dell’ergastolano-poeta che non trasudi un lancinante sentimento di dolore, non estinguibile, per la sorte di questi uomini-fantasma, “non morti e non vivi, tagliati fuori dal presente e dal futuro”. Perché un uomo privo di speranze è meno che un animale. “Lì dentro le formiche sono le padrone del giorno e gli scarafaggi  sono i padroni della notte”, invece gli ergastolani vivono “in un eterno presente, morti pur essendo vivi, sognando di non sognare”, recitano  i versi  di una poesia citata nel testo.   

   Tiziano, uno degli ergastolani protagonisti del racconto “Uomini ombra” “pensava che non era vero che avevano abolito la schiavitù, se l’ergastolo continuava a rendere un uomo schiavo  per tutta la vita”.  E a buona ragione.

   Se l’Italia è nel novero dei Paesi civili è anche perché ha rifiutato la schiavitù e la pena di morte. Ma non proprio del tutto, perché vige ancora una forma di schiavitù, che assomiglia a una pena di morte lenta, anzi “al rallentatore” come Tiziano urla  al direttore del carcere prima che  i secondini lo ammazzino di botte. Questa esecuzione capitale si chiama ergastolo ostativo.

Il giorno in cui la pena “di morte lenta” sarà abrogata, finalmente faremo ammenda di un furto sacrilego: quello della speranza. Cioè della risorsa ultima e indisponibile che possiede ogni coscienza umana, fosse anche la più disgraziata e infelice.

Quando rimetteremo in moto le lancette dell’orologio che conta la pena da scontare, potremo dirci una società civile. E qualche storia in più dietro le sbarre potrà trovare un lieto fine. 

Alberto Laggia

La pena di morte viva- 3° Capitolo

 

Inseriamo oggi il 3° Capitolo del Racconto a puntate di Carmelo Musumeci  “La pena di morte viva”.  Per comodità, dopo il terzo, che è nuovo, rimettiamo di seguito anche i primi due Capitoli. 

 

La pena di morte viva  di carmelo musumeci

 Terzo capitolo

 L’avvocato di Mario era un amico.

L’aveva difeso fin dal suo arresto.

Si chiamava Umberto.

Lo conosceva da tanti anni.

Avevano la stessa età.

Era calvo, rotondetto e di statura bassa.

Gli occhi invece erano belli, neri e intelligenti.

Quel pomeriggio Umberto era andato a trovare Mario.

-Che cazzo mi stai dicendo Umberto? Tutte le pene dovrebbero avere un inizio e una fine!

L’amico abbassò gli occhi.

-Non ti arrabbiare, non dipende da me, non lo sapevo neppure io. Se non collabori con la giustizia, se non metti qualcun altro al posto tuo non potrai mai uscire dal carcere.

Mario lo guardò perplesso.

-Non sarebbe giusto, sarebbe un’infamia accusare e fare arrestare delle persone che si sono rifatte una vita, non c’è solo il carcere per scontare la propria pena, c’è anche la propria coscienza.

Umberto sospirò.

La sua faccia era seria e triste.

-Non t’incazzare con me … non posso farci nulla.

Mario con lo sguardo indagatore cercò gli occhi dell’amico.

-È possibile che i cattivi siano più bravi dei buoni?

Umberto assentì con il capo.

-Io sono la parte cattiva, fuori sono la parte buona: perché vogliono che io baratto la mia libertà con quella di qualche d’uno altro?

Umberto non sapeva cosa rispondergli.

-In questo modo gli ergastolani ostativi non sono nell’aldilà,  né l’aldiquà … sono nel mezzo: nè vivi,  né morti … sono solo ombre.

Umberto lo guardava con occhi pieni di comprensione.

-L’ergastolo ostativo, che ti  priva di qualsiasi probabilità di libertà se non metti un altro al posto tuo, è da folli,  e non tiene conto che con il passare degli anni non si punisce più quell’uomo che ha commesso il reato, ma un’altra persona che questo uomo è diventato dopo tanti anni di carcere.

Umberto voleva provare a dire qualcosa, ma non sapeva che cazzo dire e continuò ad ascoltare in silenzio il suo amico.

-In questo modo non esce chi se lo merita, ma solo chi è furbo e collabora con la giustizia.

A Umberto vennero gli occhi lucidi.

-Io non collaborerò mai … non metterò a repentaglio la vita di mio figlio per eventuali vendette … non accetterò mai ricatti da uno Stato infame … non tradirò mai quelli che una volta erano i miei amici, che hanno mangiato, bevuto e rischiato la vita con me.

Umberto annuiva sconsolato.

-Questa non è omertà, ma lealtà.

A un tratto la guardia li avvisò che il colloquio era finito.

Si  alzarono  in piedi.

Si abbracciarono.

Rimasero alcuni istanti in silenzio.

Mario guardò gli occhi di Umberto.

Lui lo guardò con occhi tristi.

Poi a mezza voce sussurrò.

-Forza! Non mollare. Prima o dopo troveremo un modo per farti uscire … le leggi possono cambiare.

Mario scosse la testa.

Gli spuntò l’ombra di un sorriso tra le labbra.

-Dai un’occhiata a Roberto … qualsiasi cosa mi dovesse accadere,  stai attento a mio figlio.

Umberto lo osservò con angoscia.

Ci fu un breve silenzio.

-Ma che cazzo dici Mario? Che cosa ti può succedere? Vedrai tutto finirà bene.

Lui abbassò gli occhi.

Ormai era senza speranza.

-Non ci fare caso Umberto … oggi ci siamo … domani chissà!

Umberto fece un profondo sospiro.

-Non mi piaci che parli così … lo sai che voglio bene a tuo figlio come se fosse mio … per lui stai sempre tranquillo che ci penserò io.

Mario ritornò in cella affranto e a testa bassa.

Era deluso e triste.

Provava pure rabbia verso lo Stato.

Prima l’avevano condizionato con la promessa che un giorno avrebbe preso i benefici penitenziari. E adesso invece gli dicevano che se non avesse fatto la spia non sarebbe più uscito.

Ora che sapeva che non sarebbe mai più uscito,  non aveva più motivo di vivere.

Sarebbe potuto solo sopravvivere.

Ma lui non voleva solo questo.

Ormai Mario sapeva.

Ora sapeva che era un cadavere senza essere ancora morto.

Insieme alla libertà gli avevano ucciso per sempre anche la speranza.

Avrebbe potuto solo tenersi in vita.

Tanto valeva che la facesse finita.

Quel giorno Mario aveva deciso di fuggire dalla vita.

In modo semplice, impiccandosi con la cintola dell’accappatoio.

Era tutto il giorno che ci pensava.

Poi tutta la sera.

Aveva deciso di farlo di notte.

Intanto pensava.

Decise di spegnere la luce.

La cella piombò nell’oscurità.

Preferiva pensare al buio.

Si era accovacciato in terra all’angolo della stanza.

Era bello guardare il buio perché poteva immaginare di vedere quello che voleva.

E se ami qualcuno, puoi pure sentire quello che non vedi.

Lui amava suo figlio.

Lo sentiva e lo vedeva nel cuore.

Immaginò il suo dolore alla notizia della sua morte.

Sentì in fondo al cuore le lacrime che suo figlio avrebbe versato.

Pensò che i primi tempi suo figlio avrebbe sofferto.

Poi sempre un po’ di meno.

E alla fine si sarebbe rassegnato.

Sì!

Sarebbe stato meglio per suo figlio non avere un padre vivo.

Un padre ergastolano.

Morire era la scelta giusta.

Una scelta intelligente.

La scelta migliore.

L’unica cosa che poteva fare.

Non sapeva cosa avrebbe incontrato nell’aldilà, ma di sicuro non avrebbe sofferto e non avrebbe vissuto una vita inutile.

Non aveva bisogno di fare le cose in fretta.

Poteva fare le cose con calma.

I suicidi veloci vengono male.

Ormai era un esperto, ne aveva visti tanti togliersi la vita in carcere.

Aveva deciso d’impiccarsi dopo mezzanotte.

Dopo che era  passata la conta,  così avrebbero ritrovato il suo cadavere solo al mattino.

Si sentì meglio.

Accese la luce e iniziò a pulire la cella, a levare la polvere in giro e a mettere in ordine.

Non voleva fare brutta figura.

Quando avrebbero portato via il cadavere, doveva essere tutto in ordine.

Non aveva mai fatto brutta figura da vivo,  non la voleva fare da morto.

Non aveva tanta fame, ma si fece da mangiare lo stesso.

Una fettina di carne in padella e un’insalata di lattuga.

Rimise tutto a posto.

Poi guardò l’orologio.

Erano le nove di sera, mancavano ancora tre ore a mezzanotte.

Si sdraiò nella branda a pensare.

 (continua)

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La pena di morte viva          di carmelo musumeci

 Dedicato agli ergastolano che si sono suicidati in carcere : solo chi ha paura di morire ha il coraggio di togliersi la vita.

Primo capitolo.

Fu il giorno più lungo della sua vita.

Avanti e indietro.

Su e giù.

Da una parte all’altra delle pareti della sua cella.

La morte camminava accanto a lui.

Era stanco di pensare.

Troppo stanco per vivere.

Era pure stanco di aspettare.

Mario aveva deciso di arrendersi alla vita.

Aveva deciso di morire.

Non poteva continuare più a vivere una vita inutile.

Era mezzanotte.

La conta era già passata.

C’era un rumoroso silenzio nell’aria.

Era l’ora.

Fece il cappio con la cintola dell’accappatoio.

L’attaccò alle sbarre della finestra.

Levò gli occhi verso il cielo.

Non c’era la luna.

Non c’era neppure una stella.

C’era solo la morte che lo aspettava.

Illuminato dai fari del muro di cinta, il cappio gettava un’ombra sinistra sul pavimento della cella.

Mario salì sullo sgabello.

Udiva a malapena i battiti del suo cuore.

Faceva freddo, ma lui era fradicio di sudore.

Si mise il cappio intorno al collo.

Pensò a suo figlio.

Si ricordò di Roberto quand’era piccolo.

Rivide il suo viso di quella mattina di vent’anni prima quando l’avevano arrestato.

Il suo sorriso triste di quando i carabinieri lo portarano via.

Gli sembrò persino di sentire i singhiozzi di sua moglie quando l’aveva salutata per l’ultima volta da uomo libero.

Poi non volle ricordare più nulla.

Diede un calcio allo sgabello.

Sentì una terribile morsa nel collo che lo stringeva.

Si sentì soffocare.

Sempre di più … sempre di più.

Sentì barcollare il suo corpo da destra a sinistra, come un pendolo.

Gli mancò il respiro.

Il petto gli sussultò.

I muscoli del collo gli si torsero.

La bocca si aprì sempre più larga per cercare aria.

La vista gli si annebbiò.

I colori svanirono.

Si sentiva galleggiare nello spazio.

Non sentiva più il peso del suo corpo.

Si sentiva leggero.

Sentiva che la testa era circondata dalle stelle.

Era bello morire.

Non sentiva dolore.

Non stava sentendo più nulla.

Stava incominciando a sentirsi morto.

Iniziò a vedere in bianco e nero.

Gli sembrò di non vedere, né udire, più nulla.

Si accorse che stava morendo.

Si sentì contento da morire.

Presto la sua pena sarebbe finita.

Non stava più soffrendo.

Sembrava che stava morendo un altro al posto suo.

Molto presto non avrebbe avuto più nulla di cui preoccuparsi.

Pochi secondi e la sua vita sarebbe finita.

La morte era accanto a lui.

La stava abbracciando.

Lei lo guardò con desiderio, lui con amore.

A un tratto la cintola dell’accappatoio si spezzò e lui cadde sul pavimento della cella.

Maledizione!

Era ancora vivo.

Doveva iniziare tutto da capo.

                      

Secondo capitolo

 Era tutto il giorno e tutta la sera che faceva avanti e indietro.

Aspettava la notte.

Era ancora presto,  ma stava calando il buio.

Indietro e avanti.

Sguardo fisso nel vuoto.

Un passo davanti all’altro.

Diretto verso il muro di fronte.

Ogni tanto si fermava davanti alla finestra.

La apriva e guardava il cielo.

C’era la nebbia e non si vedeva nulla.

S’intravedeva solo il muro di cinta.

Un vento gelido entrava dalle sbarre della finestra.

Era il mese di febbraio.

Fuori faceva freddo ma lui sentiva caldo.

Era perduto fra la tristezza e la malinconia.

Nel suo cuore non c’era più nessuna speranza.

Era stanco di sperare e contare i giorni e le notti all’infinito.

Invece di aspettare la morte si era deciso di andarle incontro.

Mario aveva cinquant’anni e solo qualche ruga di espressione.

Sembrava un giovanotto.

Si era sempre mantenuto in forma.

Non fumava,  non beveva e mangiava poco.

Camminava molto, sia nel cortile del carcere,  sia nella sua cella.

A volte per nottate intere.

Aveva un corpo asciutto e snello.

Un viso solare.

Non sembrava che quel corpo si fosse fatto venti anni di carcere.

L’avevano arrestato che ne aveva trenta.

Ne aveva passate tante in vent’ anni di carcere.

I primi anni erano stati terribili.

Era stato sottoposto al regime di tortura del carcere duro all’Asinara.

La moglie l’aveva abbandonato dopo cinque anni.

Lei si era rifatta una vita.

Suo figlio lo veniva a trovare di tanto in tanto.

L’aveva lasciato che aveva cinque anni.

Ora ne aveva venticinque.

Era un bravo ragazzo.

Si chiamava Roberto.

Bello com’era la madre quando l’aveva conosciuta.

Faceva il meccanico.

Lavorava in officina dieci ore al giorno.

Metteva i soldi da parte perché voleva presto sposarsi.

Era fidanzato con una brava ragazza.

Lei si chiamava Barbara.

Gliel’aveva portata a conoscere al colloquio.

Roberto abitava già per conto suo.

Non voleva abitare con sua madre che stava con un uomo che non era suo padre.

Mario per quel figlio aveva sempre abbassato la testa davanti all’Assassino dei Sogni.

In tanti anni di carcere non aveva mai partecipato ad una sommossa.

Non aveva mai protestato.

Non aveva mai preso un rapporto disciplinare.

Non era mai stato punito.

Si era sempre piegato davanti alle guardie.

Aveva cercato solo di “farsi la galera”.

Spesso aveva stretto i denti per non reagire neppure con i propri compagni.

Aveva sempre sopportato in silenzio pensando che un giorno sarebbe uscito dal carcere.

Erano stati giorni e anni molto duri.

Dalla tristezza e dalla sofferenza aveva imparato a trovare la sua forza.

Un uomo che vive chiuso in una cella per venti anni è difficile che riesca a rimanere umano.

Lui ci era riuscito con grande sacrificio, grazie all’amore di suo figlio.

Da alcuni mesi aveva presentato per la prima volta la domanda di permesso.

Aveva chiesto di passare qualche giorno in casa del figlio.

Era fiducioso.

Il direttore, il comandante e l’educatore gli avevano dato speranza.

Lui si era sempre comportato bene.

La Direzione del carcere aveva dato parere favorevole.

Mario aveva un brutto reato alle spalle.

Era stato condannato per omicidio e per associazione di stampo mafioso.

Era passato tanto tempo.

Erano passati venti anni.

Non potevano dirgli di no.

Invece proprio quel giorno gli avevano detto di no.

Aveva ancora la risposta sopra il tavolo.

Ogni tanto la prendeva e la leggeva.

C’era scritto che aveva l’ergastolo ostativo.

Prima di quel giorno non sapeva neppure che cazzo fosse l’ergastolo ostativo.

In tutti questi anni non aveva mai saputo di averlo.

Non lo sapeva neppure il suo avvocato.

Gliel’aveva spiegato con parole semplici la guardia della matricola.

-Se vuoi uscire devi vendere la libertà di qualcuno che conosci e con cui hai fatto dei reati,  per avere la tua libertà.

Mario non capiva.

Poi era arrivato il suo amico avvocato a dirgli:

-La pena dell’ergastolo ostativo ti obbliga a trovare un altro da mettere in cella al tuo posto.

Mario continuava a non capire e l’avvocato con pazienza gli aveva detto:

-La pena dell’ergastolo ostativo è una pena interminabile che finisce davvero solo quando muori.

Alla fine Mario quando rientrò nella sua cella aveva capito che era un uomo morto.

Peggio che un uomo morto.

Sarebbe stato per sempre un uomo ombra.

Perché mentre la pena di morte gli toglieva la vita tutta insieme, l’ergastolo ostativo gliene toglieva un pezzo tutti i giorni,  fino a mangiargli tutto il cuore.

Per poi lasciargli solo l’ombra.

Quel giorno Mario era caduto nell’angoscia più profonda.

Nella sua vita non riusciva a scorgere più nessun barlume di speranza.

La sua pena era troppo grande per vederne la fine.

Non gli sarebbero bastati tutti i giorni, i mesi e gli anni della sua esistenza.

la pena di morte viva- 2° Capitolo

 

A partire dallo scorso 5 Aprile abbiamo iniziato ad inserire un racconto a  puntate di Carmelo Musumeci.  So che molti di voi stanno aspettando il seguito… Ecco il  secondo dei 5 capitoli:

 

La pena di morte viva

                       di carmelo musumeci

 

Secondo capitolo

Era tutto il giorno e tutta la sera che faceva avanti e indietro.

Aspettava la notte.

Era ancora presto,  ma stava calando il buio.

Indietro e avanti.

Sguardo fisso nel vuoto.

Un passo davanti all’altro.

Diretto verso il muro di fronte.

Ogni tanto si fermava davanti alla finestra.

La apriva e guardava il cielo.

C’era la nebbia e non si vedeva nulla.

S’intravedeva solo il muro di cinta.

Un vento gelido entrava dalle sbarre della finestra.

Era il mese di febbraio.

Fuori faceva freddo ma lui sentiva caldo.

Era perduto fra la tristezza e la malinconia.

Nel suo cuore non c’era più nessuna speranza.

Era stanco di sperare e contare i giorni e le notti all’infinito.

Invece di aspettare la morte si era deciso di andarle incontro.

Mario aveva cinquant’anni e solo qualche ruga di espressione.

Sembrava un giovanotto.

Si era sempre mantenuto in forma.

Non fumava,  non beveva e mangiava poco.

Camminava molto, sia nel cortile del carcere,  sia nella sua cella.

A volte per nottate intere.

Aveva un corpo asciutto e snello.

Un viso solare.

Non sembrava che quel corpo si fosse fatto venti anni di carcere.

L’avevano arrestato che ne aveva trenta.

Ne aveva passate tante in vent’ anni di carcere.

I primi anni erano stati terribili.

Era stato sottoposto al regime di tortura del carcere duro all’Asinara.

La moglie l’aveva abbandonato dopo cinque anni.

Lei si era rifatta una vita.

Suo figlio lo veniva a trovare di tanto in tanto.

L’aveva lasciato che aveva cinque anni.

Ora ne aveva venticinque.

Era un bravo ragazzo.

Si chiamava Roberto.

Bello com’era la madre quando l’aveva conosciuta.

Faceva il meccanico.

Lavorava in officina dieci ore al giorno.

Metteva i soldi da parte perché voleva presto sposarsi.

Era fidanzato con una brava ragazza.

Lei si chiamava Barbara.

Gliel’aveva portata a conoscere al colloquio.

Roberto abitava già per conto suo.

Non voleva abitare con sua madre che stava con un uomo che non era suo padre.

Mario per quel figlio aveva sempre abbassato la testa davanti all’Assassino dei Sogni.

In tanti anni di carcere non aveva mai partecipato ad una sommossa.

Non aveva mai protestato.

Non aveva mai preso un rapporto disciplinare.

Non era mai stato punito.

Si era sempre piegato davanti alle guardie.

Aveva cercato solo di “farsi la galera”.

Spesso aveva stretto i denti per non reagire neppure con i propri compagni.

Aveva sempre sopportato in silenzio pensando che un giorno sarebbe uscito dal carcere.

Erano stati giorni e anni molto duri.

Dalla tristezza e dalla sofferenza aveva imparato a trovare la sua forza.

Un uomo che vive chiuso in una cella per venti anni è difficile che riesca a rimanere umano.

Lui ci era riuscito con grande sacrificio, grazie all’amore di suo figlio.

Da alcuni mesi aveva presentato per la prima volta la domanda di permesso.

Aveva chiesto di passare qualche giorno in casa del figlio.

Era fiducioso.

Il direttore, il comandante e l’educatore gli avevano dato speranza.

Lui si era sempre comportato bene.

La Direzione del carcere aveva dato parere favorevole.

Mario aveva un brutto reato alle spalle.

Era stato condannato per omicidio e per associazione di stampo mafioso.

Era passato tanto tempo.

Erano passati venti anni.

Non potevano dirgli di no.

Invece proprio quel giorno gli avevano detto di no.

Aveva ancora la risposta sopra il tavolo.

Ogni tanto la prendeva e la leggeva.

C’era scritto che aveva l’ergastolo ostativo.

Prima di quel giorno non sapeva neppure che cazzo fosse l’ergastolo ostativo.

In tutti questi anni non aveva mai saputo di averlo.

Non lo sapeva neppure il suo avvocato.

Gliel’aveva spiegato con parole semplici la guardia della matricola.

-Se vuoi uscire devi vendere la libertà di qualcuno che conosci e con cui hai fatto dei reati,  per avere la tua libertà.

Mario non capiva.

Poi era arrivato il suo amico avvocato a dirgli:

-La pena dell’ergastolo ostativo ti obbliga a trovare un altro da mettere in cella al tuo posto.

Mario continuava a non capire e l’avvocato con pazienza gli aveva detto:

-La pena dell’ergastolo ostativo è una pena interminabile che finisce davvero solo quando muori.

Alla fine Mario quando rientrò nella sua cella aveva capito che era un uomo morto.

Peggio che un uomo morto.

Sarebbe stato per sempre un uomo ombra.

Perché mentre la pena di morte gli toglieva la vita tutta insieme, l’ergastolo ostativo gliene toglieva un pezzo tutti i giorni,  fino a mangiargli tutto il cuore.

Per poi lasciargli solo l’ombra.

Quel giorno Mario era caduto nell’angoscia più profonda.

Nella sua vita non riusciva a scorgere più nessun barlume di speranza.

La sua pena era troppo grande per vederne la fine.

Non gli sarebbero bastati tutti i giorni, i mesi e gli anni della sua esistenza.

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