Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il punto di riferimento (seconda parte)… di Giovanni Arcuri

Il tre novembre avevo pubblicato la prima parte di questo pezzo, del nostro Giovanni Arcuri, detenuto a Rebibbia (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/11/03/il-punto-di-riferimento-prima-parte-di-giovanni-arcuri/).

Oggi pubblico la seconda e ultima parte.

Libertà, prigionia, potere, consenso. In questo testo Giovanni vola alto. Quale è il volto del potere? Quali sono le parole che stanno dietro alle parole? Quanto è  esteso il carcere? Quanti qui fuori sono prigionieri di altre prigioni? Quante risorse sono impiegata per fare perpetuare nel tempo il dominio dell’uomo sull’uomo?

E il nostro nemico chi è, dov’è? Sempre visibile, o impalpabile, abile a mascherarsi, pronto a dare caramelle e a nascondere fruste.

Il testo di Giovanni parla un po’ di tutto ciò. L’unico limite, se vogliamo, è che il tema è talmente COLOSSALE, che richiederebbe centinaia di pagine. Ma sicuramente, Giovanni non ha concluso con il suo interesse e i suo scritti su queste dinamiche.

Vi lascio ora alla seconda parte de “Il punto di riferimento”.

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Alcune notti fa ho sognato con mia figlia, però era piccolina e stava prendento lezioni di nuoto in una piscina coperta.

Indossa un costume rosso. Sa già nuotare ma non si sente ancora abbastanza sicura per farlo senza sostegno.

L’istruttrice la porta sul lato della piscina dove non si tocca.

La bambina deve saltare nell’acqua afferrandosi ad una lunga bacchetta che l’insegnante tiene tesa verso di lei. E’ un modo di aiutarla a vincere la paura dell’acqua.

Oggi però l’istruttrice vuole che la bambina salti senza aggrapparsi alla bacchetta. Uno, due, tre! La bambina salta, ma all’ultimo momento afferra l’asta. Nessuna delle due dice niente, ma si scambiano un vago sorriso.

Mia figlia esce dall’acqua arrampicandosi sulla scaletta e torna sul bordo della piscina.

<<Lasciami saltare di nuovo…>> dice. La donna fa un cenno di assenso. Roberta ispira, sibilando e salta, le mani lungo i fianchi e senza afferrarsi a niente. Quando riemerge la punta della bacchetta è proprio lì davanti  al suo naso. Fa due bracciate fino alla scaletta senza toccarla. Brava!

Nell’istante in cui mia figlia è saltata in acqua senza la bacchetta, nessuna delle due era in prigione.

Mi sveglio ed inizio la mia giornata con positività.

Osservate la struttura del potere senza precedenti che circonda il mondo, e come funziona la sua autorità. Ogni tirannia scopre ed improvvisa il proprio insieme di controlli.

Ed è per questo che al principio non ci rendiamo conto che si tratta di controlli viscosi.

Le forze del mercato che dominano il mondo asseriscono di essere inevitabilmente più forti di ogni stato-nazione. Questa asserzione è confermata ogni istante. Da una telefonata o e-mail non richiesta per convincere l’abbonato a sottoscrivere una nuova assicurazione sanitaria o pensione privata fino al più recente ultimatum dell’Organizzazione mondiale del commercio.

Il risultato è che la maggior parte dei governi non governa più. Un governo non procede più nella direzione che si è scelto.

La parola orizzonte, con la su promessa di un futuro in cui sperare, è svanita dal discorso politico, a destra e a sinistra. La sola cosa ancora aperta alla discussione è come misurare quel che c’è.

I sondaggi di opinione rimpiazzano l’ordinamento e si sostituiscono al desiderio.

La maggior parte dei governi ammassa il branco invece di governare.

Nel settecento alla pena della carcerazione a lungo termine si dava con tono di approvazione la definizione di “morte civile”. Tre secoli dopo i governi stanno imponendo con la legge, forza, le minacce economiche ed il brusìo mediatico sempre più influente, regimi di massa di “morte civile”. Vivere sotto una qualsiasi tirannide del passato non era una forma di carcerazione? Non nel senso che sto descrivendo: quel che viviamo oggi è nuovo, per via del rapporto che ha con lo spazio.

Le forze del mercato finanziario che oggi governano il mondo sono extraterritoriali, vale a dire libere dalle costrizioni territoriali, le costrizioni della località. Sono perennemente remote, anonime, e dunque non devono preoccuparsi dell conseguenze fisiche, territoriali, delle loro azioni.

<<La posta odierna è creare condizioni favorevoli alla fiducia degli investitori…>> affermava poche settimane fa  il presidente della Banca federale tedesca. La sola e suprema priorità.

Ne consegue che il controllo delle popolazioni mondiali, composte d produttori, consumatori e poveri emarginati, è il compito assegnato ai docili governi nazionali.

Il pianeta è una prigione ed i governi di destra e di sinistra sono i carcerieri. 

Il sistema prigione opera grazie al ciberspazio. Il ciberspazio offre al mercato una rapidità di scambio pressocché istantanea, in funzione ventiquattro ore su ventiquattro in tutto il mondo per commerciare. Da questa rapidità, da questa velocità, la tirannia del mercato ottiene la sua licenza extraterritoriale. Una simile velocità, tuttavia, ha un effetto patologico su quelli che la praticano: li anestetizza. Qualunque cosa succeda, business as usual.

Quella velocità non lascia spazio al dolore: forse alle sue avvisaglie ma non alle sofferenza. Di conseguenza, la condizione umana è bandita, esclusa, da chi fa funzionare il sistema, che è solo perché non ha cuore.

In passato i tiranni erano spietati e inaccessibili, ma facevano parte del vicinato ed erano esposti al dolore. Non è più così, ed in questo sta il probabile punto debole del sistema.

Loro sono miei compagni di prigionia. Questo riconoscimento, con qualunque tono di voce lo si dichiari, contiene un rifiuto. Da nessuna parte più che in prigione il futuro è conteggiato e atteso, come qualcosa di assolutamente opposto al presente. Chi è in carcere non accetterà mai che il presente sia definitivo. 

Nel frattempo, come vivere questo presente? Che conclusione trarre? Come agire? Adesso che il punto di riferimento è stato fissato ho qualche indicazione da suggerire.

Di qua dai muri si dà retta all’esperienza, nessuna esperienza è considerata obsoleta. Qui la sopravvivenza è rispettata ed è inutile dire che spesso dipende dalla solidarietà dei compagni di prigionia e dalla forza  di carattere di ciascuno. Essere attivi mentalmente e fisicamente. 

Le autorità lo sanno, ecco perché spesso ricorrono all’isolamento, attraverso la segregazione fisica o il loro brusio mediatico, per disconnettere le vite individuali della storia, del lascito del passato, della terra e, soprattutto, un futuro comune.

Ignorate le chiacchiere dei carcerieri dentro e fuori dal muro. Ovviamente tra i carcerieri, ce ne sono di cattivi e meno cattivi. In certe condizioni è inutile notare la differenza.

Ma quel che dicono sono una marea di cazzate. I loro inni, le loro parole, per esempio Sicurezza, Democrazia, Identità, Civiltà, Flessibilità, Produttività, Umanizzazione della pena, Diritti Umani, Integrazione, Terrorismo, Libertà, sono ripetuti all’infinito per confondere, dividere, distrarre e sedare tutti i compagni di prigionia, fuori e dentro.

Le loro parole sono prive di significato perché c’è l’inganno. Riflettete in silenzio e mi darete ragione, analizzate i particolari, gli accanimenti mediatici su un qualcosa che poi puntualmente sparisce dalle scene e non se ne parla più. Sono segnali, piccole cose che s’insidiano nelle menti e condizionano atteggiamenti e punti di vista. Per raggiungere scopi ben precisi di volta in volta.

Tra i compagni di prigionia non mancano i conflitti, fuori e dentro. In alcuni casi anche violenti.

Tutti i prigionieri sono deprivati (non depravati mi raccomando…) eppure ci sono diversi gradi di deprivazione e le differenze di grado suscitano invidia. Di qua dai muri la vita in molte prigioni del mondo vale poco. Il fatto che la tirannide globale sia senza volto incoraggia la ricerca di capri espiatori, di nemici immediatamente identificabili tra gli altri reclusi. E’ fondamentale mantenere un livello di allarme sociale, contrariamente i fondi che i poveri contribuenti sono costretti a sborsare finirebbero altrove. E questo loro  non lo vogliono. Sono anch’essi parte di un meccanismo ma la loro catena serve a chi si trova più in alto di loro e continui ad operare indisturbato. Se ogni tanto bisogna inventare qualche ricca storia, fabbricare prove dal nulla, condannare sull’intenzione ed altre cose aberranti è un sacrificio accettabile per il mantenimento dello status quo, poi se il sacrificato è uno qualsiasi o un pregiudicato, meglio ancora. Carne da macello.

Questo stato di cose alla lunga crea il caos. I poveri aggrediscono i poveri, chi è stato invaso saccheggia invasore. I compagni di prigionia non andrebbero idealizzati.

Senza idealizzare, prendete nota di quello che hanno in comune, la loro inutile sofferenza, la loro resistenza, la loro scaltrezza, la loro esperienza, è più significativo, più eloquente di quel che lì separa. E’ a partire da qui che si creano nuove forme di solidarietà. Le nuove solidarietà iniziano con il reciproco riconoscimento delle differenze e delle molteplicità. <<Se questa è vita!…>>. Vi ricordate? Una solidarietà non di massa ma reticolare, di gran lunga più appropriata alle condizioni di vita di un carcere.

Le autorità fanno sistematicamente del loro meglio per tenere i compagni detenuti di prigionia male o poco informati su quel che succede altrove nella prigione del mondo. Non indottrinano nel senso  aggressivo del termine. L’indottrinamento è riservato alla formazione di una piccola èlite di operatori ed esperti di management e mercato. Riguardo alla massa della popolazione carceraria globale lo scopo è non attivarla, bensì tenerla in uno stato di insicurezza passiva, per ricordarle senza rimorsi che nella vita non c’è altro che rischio e che la terra è un posto pericoloso.

Lo si fa mescolando informazioni accuratamente selezionate, informazioni sbagliate, commenti, dicerie, storie inventate di sana pianta. Gossip, cronaca nera, sport… peanuts. Nella misura in cui riesce, l’operazione propone e alimenta un paradosso allucinante, poiché spinge la popolazione carceraria a credere che per ognuno dei suoi membri la priorità sia organizzare la propria difesa personale e ottenere, in qualche modo, nonostante il comune stato di reclusione, la propria speciale esenzione dal destino collettivo. Emergere dal branco ed avere successo.

L’immagine dell’umanità che ci viene trasmessa dalla visione del mondo è ancora una volta senza precedenti. L’umanità è presentata come una massa di codardi: solo i vincenti sono coraggiosi. Inoltre non ci sono regali: ci sono solo premi.

I prigionieri hanno sempre trovato dei sistemi per comunicare tra loro. Nell’attuale prigione globale il ciberspazio può essere usato contro gli interessi di chi lo ha originariamente installato. In questo modo i pochi reclusi con consapevolezza raccolgono informazioni su quel che il mondo fa ogni giorno e ricostruiscono le storie del passato, trovandosi così fianco a fianco con i morti.

Nel farlo riscoprono piccoli doni, esempi di coraggio, testimonianze di qualche valoroso che non ha accettato a schiena curva i condizionamenti. Un’unica rosa in una cucina dove non c’è abbastanza da mangiare, odio religioso, conflitti, dolori indelebili, l’instancabilità delle madri, risate, aiuto reciproco, silenzio, una resistenza che continua a crescere, il sacrificio volontario, altre risate…

I messaggi sono brevi, ma si protraggono nella solitudine delle loro (nostre)  notti.

L’indicazione finale non è tattica ma strategica.

Il fatto che i tiranni del mondo siano extraterritoriali spiega la misura della loro capacità di sorveglianza, ma indica anche una debolezza a venire.

Operano nel ciberspazio e abitano in condomini strettamente vigilati. La privacy però è un lusso passato di moda, il controllo è quasi totale. Il nostro, ma anche il loro. Le cose gli stanno sfuggendo di mano. Non sanno niente della terra che li circonda. Né vogliono conoscerla, perché a sentir loro si tratta di un sapere superficiale, senza profondità. Contano solo le risorse che ne estraggono., compreso l’oppio dall’Afganistan e il petrolio e gas dei paesi limitrofi per cui migliaia di poveri ragazzi ignari, italiani inclusi, continuano a morire. Non possono prestare ascolto alla terra, sul terreno sono ciechi. Nello spazio fisico e locale sono persi, a loro interessa il raggiungimento di un mercato unico globalizzato, ad ogni costo. Lo spread è un male accettabile, va e viene, e poi c’è sempre tra di loro chi specula e non poco…

Per i compagni di prigionia è vero il contrario. Le cellule hanno pareti che si toccano da una parte all’altra dal mondo. Gli atti  concreti di resistenza, derivanti da una presa di coscienza, se prolungati, si radicheranno nel locale, vicino e lontano. Il risveglio delle coscienze dopo generazioni. Ognuno avrà il diritto di scegliere quale strada percorrere, autonomamente e senza condizionamenti.

Lentamente la libertà viene ritrovata non all’esterno, ma nel cuore della prigione. Uniti.

Rebibbia jail, Year of hope

Giovanni Arcuri

Venti leggeri.. scritti e disegni di Giovanni Leone

E’ difficile descrivere Giovanni Leone.. detto Nuvola.. detenuto a Voghera.

Cӏ tantissimo di lui in questo Blog. Soprattutto, tanti dsei suoi disegni, che hanno uno stile potreste riconoscere sempre, anche in mezzo a mille altri disegni.

Difficile descrivere Giovanni, è uno di quei personaggi talmente improbabili, che stenti a credere possano esistere.

Un cuore bambino, non infantile, bambino.. gravido di profonda innocenza, così tanta da fare piovere innocenza, da farla trasudare in ogni tratto dei suoi disegni. Sembrano fatti alla bell’è meglio, con tratti apparentemente rozzi, ma è in realtà è l’anima che prende lo scalpellino per estrarre altra anima dall’anima.

E le sue parole.. a volte comprensibili. Altre volte più confuse. Ma puoi sentirle sempre, puoi “capirle” sempre, anche quando ti sembra di non capirle, perché né afferri il senso profondo, anche quando ti sembra di non capirne il significato immediato.

C’è un Bambino nel carcere di Voghera, che allo stesso tempo è un antico Saggio, uno capace di dire cose come..

“Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.”

Giovanni Saggio-Bambino.. ha quella libertà del Cuore, che lo porta struggersi per le sofferenze altrui e a desiderare la tua felicità, di Te, che stai lì fuori. Cerca di trovare il tempo e la forza per dirti qualche cosa che possa darti forza e speranza, come quando dice.. 

“Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.”

Vi lascio ad altri due dei suoi intensi disegni; ognuno dei quali l’ho fatto precedere dalle parole -di Giovanni- che l’accompagnavano.

Ancora prima, ho inserito una sua breve riflessione sulla persona… “superficiale”.

Vi lascio a Giovanni Leone, allora.. detto Nuvola..

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IL SUPERFICIALE

Il superficiale è quell’essere che non approfondisce mai. Perché si sposa con l’ignoranza. E’ stupido. Perché ormai  non sa più distinguere il male dal bene e si crea delle regole personali. Mentre il saggio pensa quello che c’è da fare e non quello che ha fatto. Poiché ogni essere è nato per crescere e non per morire

I MIEI GIORNI ESTIVI

Un sole cocente batteva nella parete della cella dove mi hanno ubicato, la finestra chiusa e un grave malore mi insozzava il corpo. 

Sognavo montagne dove  i meandri mi conducevano nella cascata, e il vapore acqueo si espandeva e respiravo l’ossigeno nella atmosfera.

Come se fosse una purificazione dell’anima. Ma l’esistenza reale del carcere è crudele. Mi sento come tenuto in ostaggio. Perché le leggi sono mortifere?…

Sono ricordi..

Sono ricordi che  riaffiorano da quella scogliera dove affioravano le onde come il peso di una rondine di mare…

Era deserta, sotto quella luna con una luce tutta particolare che ti destava come vera incarnazione della bellezza della natura.

Un luogo ove la pace era di una dolcezza smisurata, come a ritrovarsi sotto l’effetto di un sonnifero, perché ho sentito il cuore battere come i martelletti di un vibrafono. Fu allora che mi sono concesso al mare con tutto me stesso. Anche se non avevo mai visto, prima di quella sera, i raggi luminosi della luna specchiarsi nell’acqua, insieme alla mia ombra. Fuori dall’acqua il mio corpo ancora gocciolava. Sono uscite dalla mia bocca parole per la madre natura che non avevo mai pronunciato prima… “Erano soltanto parole di rispetto.

Mi sono ripetuto la mattina dopo, cercando  di convincermi di essere semplicemente nel bel mezzo di una piacevole solitaria avventura estiva.

Perché il risveglio è stato ancora più travolgente, in quell’acqua chiara in cui mi sono tuffato, e non so spiegare quale onda mi abbia travolto. Era una semplice mareggiata che mi trascinava sulla schiuma illuminata del sole, rotolandomi nella più grande meraviglia che si potesse immaginare, come una madre che avvolge il suo figliolo nel suo scialle e lo stringe tra le braccia e il cuore…

Lì mi sono perso, in quell’infinito equinozio di dolcezza dove il mio cuore mi ha detto che ero libero.

VENTI LEGGERI

Venti leggeri dell’Africa, araldi nel sole della Sicilia, mare a nuoto, e terra di prelibati frutti, alberi di agrumi sempre con fiori bianchi e profumati frutti succosi, con piante selvagge ma ricche di delizia. Mentre le scogliere si specchiano nel mare. Voi dolci gabbiani ubriachi di baci tuffate il corpo nell’acqua sacra.

Ahimé, dove li potrei trovare i fiori della primavera, dove la luce del sole e della terra  è nell’ombra? Le pareti si ergono mute e fredde, come bandierine di ghiaccio che tintinnano dentro le celle di congelatore. Nessuno ha diritto di umiliare il prossimo, chiunque sia. Poiché nobile è colui che combatte coraggiosamente e con la ragione anche per la sua terra nativa.

Mentre misero è quell’essere che rinnegando la patria, fugge dai fertili campi per vivere nella vergogna dell’elemosina.

Perciò quando l’essere ha delle abilità preziose, persegue lo scopo che si è proposto, superando ogni difficoltà. Anche se a volte le lacrime ti travolgono, soprattutto per le sofferenze dei tuoi cari, che ci restano sempre vicini come angeli custodi. Anche se a volte percorriamo sentieri a noi sconosciuti, e si viene travolti come una valanga anche nei sentimenti.

Quando non si è tagliati a rivelare i segreti del tuo cuore, non devi dare la colpa a chi ti lascia, perché le virtù non si comprano in piazza, come il DNA. E le prigioni più oscure del tuo cuore possono fari mancare ugualmente le forze, e non farti sentire fiducia in te stesso. E’ per questo che in fondo al cuore della notte ci consideriamo un po’ falliti. Non che questo ci importi molto. Perché tutti noi, senza eccezione, abbiamo fallito in qualcosa.

Ma rallegratevi. Perché la vita è dolce verso nuovi meandri, dove i fiori sbocciano sempre come l’amore.

Con il cuore ringrazio tutti.

Uomo… di Giovanni Zito

Giovanni Zito -detenuto a Carinola- è uno degli autori storici di questo Blog.

Di lui in archivio troverete una marea di materiale.

In lui l’ironia travolgente si alterna a malinconie sconfinate, e  momenti di surreale andamento, dove i simboli parlano come poesia, tracciando un segno al confine tra parole e dolore, tra lividi e spirali del tempo.

Un po’ come in questo suo pezzo.

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Rotolando verso il fondo, trovo ancora il silenzio nascosto. Lo sento palpitare dentro di me questo rumore assordante..”uomo”.

Sto cercando quel calore fiammante sgargiante che attiri la tua attenzione del giorno appena trascorso dietro un velo di gioia riposto “uomo”.

Poi volano parole senza senso nel tempo di chi cade per non essere più tu.

Basta, si può essere vivi anche così “uomo”.

Santi e chiese non fanno per me, preti e padroni figli della stessa forza. Miracoli scadenti in momenti di illusioni.

Cerco fino in fondi in piedi “uomo”, dietro le mura davanti alle sbarre grida con la penna. Solo così le parole andranno in cerca del sapore, busseranno alla pora del tuo vicino sospetto “uomo”.

Silenziosamente questo muto scritto sarà letto, osservato, spiato.. coraggio del reduce, passaggio del tempo piombato.

Croce presente perenne dal diluvio, costante matricola di zeri “uomo”, che allunga, che stende il minuto di luce del volto sconosciuto del mittente sbagliato.

In piedi accanto al tuo letto la foto di un flash della memoria, lontano pensiero nei miei occhi, nelle mie mani, tra le dita e poi domani.. “uomo”.

Il silenzio logico del mio cammino, un traguardo ostinato e lento, come il sogno irraggiungibile estraneo, come il battito del mio cuore “uomo”.

Pezzi d’anima… di Giovanni Leone

Giovanni Leone… che a volte si fa chiamare Nuvola, come la nuvoletta che intravedeva tra i loculi del 41 bis e a cui si aggrappava per non fare morire la sua anima, e farla, ancora, in modi sconosciuti alle parole, volare.

Giovanni Leone, detenuto a Voghera, anima bambina, cuore antico, matite e colori a spendersi sui fogli, per ore, in uno stile che è tutto suo. Semplice ma diverso insieme, armonico nelle sue disarmonie, pieno di una dolcezza sognante, e di una ferocia lirica.

Giovanni Leone con oceani d’amore, che traboccano, nel suo desiderio che gli altri, che tutti.. siano felici.

Oggi pubblico alcuni suoi disegni… sono tutti notevoli. Ma guardate la potenza straniante del primo, e la dolcezza smisurata dell’ultimo, dove la luna si riflette negli occhi incantati degli amanti.

Prima del primo e dell’ultimo disegno ho anticipato alcune parole di commento dello stesso Giovanni.

Prima del terzo ho trascritto le parole presenti nello stesso disegno.

Buona visione.

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Alberi ch’eravate a me sconosciuti, io vi guardo con attenzione da dietro le sbarre, considerando la lontananza, non sono riuscito a qualificarvi. Ma è tanta la mia ammirazione, che ho fatto di tutto per sapere la vostra provenienza. Siete alberi di pioppo con delle salicali con foglie espanse, lungo picciolo e amenti maschili penduli, di rapido accrescimento, coltivato per trarne cellulosa, a foglie bianche nella pagina inferiore.

Poiché siete nel pieno vigore della stagione di primavera, il vostro fogliame è così fitto, come il piumaggio dei colibrì e dallo splendore variopinto quanto esercita a suggere il nettare dai fiori, con altrettanta dolcezza che riescono a restare sospesi in aria ferme attraverso la vibrazione delle ali, senza un graffio per il fiore.

Perciò, quando le giornate sono di spirito leggero come dormiente, il fogliame lo vedo tutto verde, mentre quando il vento di scirocco fa vibrare il fogliame come le ali dei colibrì, con un sussurro di tensione e di attesa che acquistano i riflessi luccicanti d’argento.

E’ questo dublefas mi danno l’ebrezza che mi fa evadere dalla realtà. Perché la vita è come il tempo, può cambiare in qualsiasi momento.

Mentre gli alberi raccontano storie vecchie e nuove che il vento culla mantenendole intatte con il passare oltre il trentennale, piantati fuori le mura, dove le cime possono parlare delle storie che riposano in bare di cemento aspettando il giorno in cui tornare di nuovo al mondo.

Come si sveglia la primavera..

Perciò chiunque ha il diritto del perdono..

Perciò bisogna apprezzare tutto quello che ci circonda anche se a volte può provocare una sofferenza fisica.

Ma l’importante è esserci..

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(Scritta presente sul disegno): “A te questa rosa non giungerà mai, inebriante come il profumo della tua pelle, linfa del cuore mio, ubriaca di luce e amore”.

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La notte

Poiché la notte era buia, solo la luna  magica inangenta nell’ombra luccicavi. In quello specchio di mare, dove le onde parlavano d’amore, sulla riva stavano tranquille sedute.

Mentre il fuoco ardeva in quelle anime felici, passeggiando come i detenuti avanti e indietro.

Attraversando i piccoli mucchi di rete, come per pescare e intrappolare quelle parole che parlano di sentimenti che rimangono per sempre nel cuore.

Tutto era bello, anche le stelle si sono messe in gioco, risplendendo di luce viva, perché più di ogni altra cosa, si doveva  custodire per salvaguardare  i principi. Beh, c’erano tutti gli ingredienti per l’opera dell’amore.

 

 

Da Franco Cesarini.. una lettera al Blog

Il 25 giugno abbiamo pubblicato per la prima volta qualcosa di Franco Cesarini, detenuto a Rebibbia (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/06/25/davanti-allo-specchio-di-franco-cesarini/).

Franco Cesarini ha una condizione di salute molto debilitata, con diversi infarti alle spalle.

Siamo entrati in contatto con lui, tramite Pamela Iamundo che lo ha incontrato personalmente, nell’ambito dell’azione che sta svolgendo nelle carceri romane.

Franco ci ha inviato una lettera breve, ma intensissima.

Ma prima di lasciarvi ad essa, voglio riportare alcune parole della stessa Pamela:

“Franco è un uomo dagli occhi di bambino; ne portano fuori tutta la sua purezza d’animo. Si direbbe che uso parole inappropriate per descrivere un “criminale” della portata di Franco. Non è così, perché quello che Franco ha dentro è il dolore di aver vissuto una vita non sua, nella consapevolezza che il suo è stato un percorso obbligato ma che, tuttavia, non vuole giustificare. E’ cosciente del suo passato, sa di non poterlo rinnegare, ma nella sua umiltà ha saputo andare oltre la sua tragedia divenendo quel gigante buono che a molti è di aiuto. Franco è un poeta, di cui d’ora in poi si leggerà sul blog. E’ una persona alla quale il ritorno in vita spetta di diritto, in un riscatto di se stesso nei confronti della società che lui merita. Doniamogli questo diritto.”

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Il mio nome è Franco Cesarini, sono nato il 03/01/1964 a Roma, attualmente ristretto presso il Nuovo Complesso Rebibbia, fine della pena 2025.

Oggi, nutro nel cuore la certezza che questa mia sarà considerata un modo semplice, come lo sono io.

La mia infanzia ebbe inizio, purtroppo, in un quartiere di Roma la “Magliana”, il suo nome è rimasto purtroppo storicamente impresso ed immortalato nella mente di chi ancora oggi ne convive le conseguenze, voi siete i destinatari di chi scrive con coscienza e consapevolezza del suo ormai “passato” modo di vivere.

Ecco, questo farò oggi, questo indicherà il giusto indirizzo là dove c’è un uomo solo, un uomo ormai seduto accanto alle pagine del tempo.

Non me ne voglia colui che leggerà queste poche righe, se in me c’è un passato burrascoso e che purtroppo l’importante era rimanere persona rispettata sulle basi di un codice d’onore.

Ora sono qui, chiuso in una stanza buia che sempre più racchiude non solo il mio corpo ma anche la mia coscienza, una stanza che contiene misteri infiniti, fra queste pareti senza pace, ondeggiano davanti ai miei occhi veli dai nomi antichi, come i vizi e le virtù. È una stanza chiusa dalle suggestioni della mente, lì vive parte migliore di ognuno di noi illuminata da pochi spiragli di luce provenienti… da chissà dove.

Ogni tanto, la sento muovere in me, in giorni che ha bisogno di pace, in giorni che ha bisogno di luce. In questa stanza buia… è racchiusa la mia anima, incatenata da anelli costruiti dai limiti e dalle ragioni, dai desideri e dalle illusioni. In questa stanza, dove io da tempo ne sono prigioniero, vive quella parte di me che non sempre riesco a capire, vive in compagnia del dolore, a volte, nel silenzio della sera, in giorni come questi dove esisto solo io e tutto ciò che mi circonda… è poco, forse niente. Ora vorrei concludere e dire a voi: grazie ragazzi. Grazie di essere gli unici ad ascoltare le mie parole, grazie per aver illuminato una stanza buia… il mio cuore.

Grazie di esistere.

Cesarini Franco

Rebibbia, 27/06/2012.

Opere di Massimo Ridente

Massimo Ridente – il nostro amico di Voghera, di cui, tra l’altro pubblicammo una lettera dolorosissima, che riguardava la situazione estrema che vive riguardo ai suoi figli (vai al link.. ) – ci ha inviato tramite Pamela Iamundo la riproduzione di questi quattro suoi dipinti, accompagnata da una sorta di spiegazione.

Io la pubblico, anche se i dipinti in questa modalità escono troppo piccoli. Quindi, chiederemo a Massimo di inviarci foto grandi ed unitarie dei singoli dipinti. Già che ci siamo però, riproduco qui, gli scritti che nell’immagine accompagnano le singole opere, proprio perché, appunto, poco leggibili.

-Prima opera: Da premettere che si tratta di una crosta, ossia copiata da un altro quadro. Ho voluto riprodurre il soggetto in questione per la semplice ragione che mi ricorda la campagna dei miei nonni. La comparazione che, di per sé, può sembrare semplice, ha fatto riaffiorare i ricordi di bambino. Quando andavo, appunto, in campagna dai nonni: dove, proprio vicino casa, c’era un albero di ciliegio e, con l’immaginazione, davo l’acqua alle piante vicino casa, per non parlare dell’effetto luce massima che solitamente viene proiettata in questi lavori.

-Seconda opera: Ogni mio dipinto mi sembra di viverlo. Pennellata dopo pennellata, colore su colore, ho la sensazione di dialogare con essi, immergendomi come se vivessi realmente quel momento, sentendomi in qualche modo libero. Per me non c’è modo migliore per poter spiegare i propri sentimenti e i propri stati d’animo.

-Terza opera: Trattasi di una copia. Ho voluto riprodurre questo quadro perché quando l’ho visto mi ha emozionato, mi ha fatto ricordare i bellissimi tramonti che guardavo seduto sulla spiaggia.

-Quarta opera: Nella valle dei colori e dei sapori.

Alla fine non è mai la fine.. di Emidio Paolucci

Emidio Paolucci -detenuto a Pescara- che non scrive poesie ma è un  Poeta, capace di maneggiare le parole trascendendole in un grido malinconico e un’ansia di vita, che tra disillusione e resistenza, cerca scampoli di alba e di respiro.

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IO

Non sono più chiare neanche  a me le vostre ragioni

non riconosco più tutto il vostro essere

io ormai non credo d’essere capace di capirvi

resto disorientato tra le righe di fogli sgualciti  che vorrei dimenticare

non so più cogliere le metamorfosi dei vostri desideri

non sono più capace di comprendere il tempo dei vostri sentimenti.

Quante distanze a cancellare quest’incontri impossibili

mi ostino svogliatamente a rianimare una normalità che—-

                       tracolla ogni giorno

Tuttavia con tenacia m’illudo di disporre di qualcosa

forse del tempo e di tutta quest’attesa senza tempo

l’unico rimedio è abituarsi agli addii

bisogna perdere per avere

bisogna non capire per credere

bisogna arrivare al nulla per riavere il tutto.

Con cura abbandonerò le illusioni

le lascerò morire per sopravvivere

ormai non sono più capace di tenere per mano i vostri desideri

non sono più capace di mantenere il passo delle vostre vite

non sono più capace di sostenere lo sguardo ai vostri sentimenti

non sono più capace

non sono più

io non sono.

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ALLA FINE NON E’ MAI LA FINE

Su un cammino

che non abbiamo percorso 

mi riprendo —–

Un pezzo di vita sciupato

lo faccio cercando di dare un senso

a tutto questo dissenso…

Lo so

le tue pene

assomigliano alle mie

ma per noi

la fine

non è mai stata la fine

e tu lo sai

lo sai che

i nostri rimpianti

arrivano sempre a domani.

Senza respiro.. di Antonio Dragone (sedicesimo capitolo)

Oggi, con la pubblicazione del capitolo sedicesimo, si conclude Senza respiro.. il romanzo di Antonio Dragone, detenuto a Rebibbia.

La tragedia incombente fin dall’inizio, trova la sua realizzazione. Un ragazzo era stato privato dal suo destino da un padre padrone che lo aveva costretto a fare una vita che non era la sua, fino ad appicicarsi addosso la maschera del capoclan, e anche altre maschere si erano attaccate, come avrete modo di leggere. 

L’atto finale scolora tutto, rendendo ogni cosa recita e ipocrisia. E rendendo vuote parole tracotanti come.. onore… Famiglia (nel senso di clan).. boss.. alla fine parole di morte. 

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16° Capitolo

“Non importa, andiamo sul posto immediatamente per controllare”.

Così si misero nelle loro rispettive auto e si diressero verso quel magazzino. Lidia e Tina si accorsero del loro movimento repentino e in cuor loro speravano che lo avessero rintracciato. Arrivati in via Dei Germogli, l’auto di Sandro si appostò proprio davanti al magazzino. Era tutto chiuso ma dalle fessure del finestrone semiaperto, s’intravedeva la luce accesa del deposito. Bussò più volte ma nessuno rispondeva. Così, Sandro si fece aiutare dai suoi compagni per afferrarsi alla finestra e cercare di intrufolarsi dentro. Ci provarono più volte, ma il finestrone era troppo alto affinché potesse aggrapparsi. Sandro però non desisté e spostando la sua auto sotto quella finestra, vi salì sopra la cappotta per riprovarci.

Questa volta però, dopo un paio di tentativi vi riuscì. Con una gomitata ruppe il vetro della finestra e con un salto felino vi entrò. Il magazzino era gigantesco, con scatoloni dappertutto, ma la prima cosa che intravide da lontano, fu l’auto di Lorenzo, parcheggiata tra due pilastri e, un brutto presentimento cominciò a farsi sentire in cuor suo. Si avvicinò all’auto e senza accorgersene, si ritrovò sotto il corpo esamine di Lorenzo che oscillava a rilento, appeso a una corda legata attorno al suo collo. Rimase atterrito da quell’immagine aberrante. Invano fu il tentativo di Sandro di provare a sganciarlo da quel cappio, era troppo alto. Cercò aiuto dai suoi compagni, facendoli entrare dalla porta principale del magazzino e tutti, sconvolti da quella cruda realtà, si aiutarono a vicenda per slegarlo e portarlo d’urgenza all’ospedale di Trezzi. Sandro era rimasto scioccato da quella realtà così cruda e inconcepibile. Non poteva mai pensare che un uomo forte e coraggioso come Lorenzo potesse arrivare a un gesto simile. Non poteva esserci una motivazione tanto valida, che potesse mai giustificare quel senso di disperazione e fragilità, non per un uomo come Lorenzo. La famiglia fu avvisata  direttamente dall’ospedale, che gli comunicò il decesso del loro famigliare. Tanta fu la disperazione dei suoi cari, che non riuscivano a credere a quella brutta verità. Lorenzo non aveva mai dato alcun segno di fragilità interiore ed era proprio questo che acclamava più scalpore nei cuori dei suoi famigliari e di tutta la popolazione di Ranella che, chi più e chi meno, conosceva Lorenzo come un ragazzo forte e coraggioso, degno di portare quel suo nome. Tina non riuscì a portare di persona quell’orrenda notizia a Nino che, in qualche modo, riteneva responsabile di ciò che era accaduto. Se solo lo avesse lasciato libero di vivere la propria vita, in quel suo mondo fatto di studi e lavoro, sicuramente tutto questo non sarebbe successo. Fu Pasquale, il padre di Lidia, a spedirgli un telegramma a Nino per spiegargli l’accaduto.

Dal reparto specialistico del policlinico di Trezzi, da dove si eseguivano le autopsie dei cadaveri, si udì un forte grido di dolore. Era il pianto straziante di Lidia che, accarezzando il corpo freddo del compagno, si chiedeva il perché di quel suo gesto insensato e sprezzante della vita, ma a quelle sue domande non potevano avere risposta alcuna. Nino appena ricevette quel telegramma, si chiuse nella sua cella e dai suoi occhi non fuoriuscì nemmeno una lacrima, ma solo tanta rabbia e tensione dentro di se, perché inerme di fronte a quella sciagura. Rifiutò per circa trenta giorni, il vitto dal carrello che puntualmente passava dalla sua cella due volte al giorno, e per il pranzo e la cena. Inoltre rinunciò a qualsiasi terapia psicanalista che lo psicologo del penitenziario cercava in qualche modo di somministrargli. Quel suo chiudersi in se stesso, senza dar sfogo alla rabbia e alla tristezza che si portava dentro, non faceva altro che alterare la sua psiche. Sandro non riuscì in nessun modo a dare il suo sostegno a Lidia, che sentiva piangere disperatamente. Forse perché anche lui aveva bisogno di un supporto per superare quell’angoscia dentro di se. Il funerale si svolse dopo due giorni dalla sua morte e ci fu tanta gente a parteciparvi, per commemorare la sua salma. Anche Franco Renna e gli altri boss parteciparono al suo funerale, restando per tutto il tempo al fianco di Sandro, che in quel momento vedevano come l’unico referente della Famiglia Leone. Lui, nonostante il dolore che stava attraversando, riuscì comunque a restare lucido, continuando a prendersi cura degli affari della Famiglia. Infatti, nello stesso istante in cui si stava celebrando il funerale di Lorenzo, lasciò il compito a due sei suoi compagni di scaricare il camion di eroina che il turco, fece pervenire a Ranella senza nessun intoppo, proprio come aveva garantito. Dentro di se, capì che non poteva essere che lui il successore di Lorenzo e che era giunto il momento di darsi da fare per tenere alta la bandiera di quella Famiglia, tanto amata dai propri amici, quanto odiata dai suoi nemici. Anche Tina riconobbe in Sandro l’unico uomo della Famiglia che avesse potuto occupare il posto di Lorenzo, ammirandolo molto anche durante il funerale, il quale faceva gli onori di casa come nessun altro avrebbe mai potuto.

Dopo il funerale, Sandro decise di farsi forza e salire su a casa di Tina, per porgere le sue condoglianze alle due donne. Non ebbe nemmeno il tempo di formulare i suoi compianti, che si bloccò dinnanzi a Lidia con le lacrime agli occhi. Quelle lacrime che esprimevano tutta la sua vicinanza a quel dolore immenso. Lidia nel vederlo in quello stato di tristezza, lo abbracciò a sé come un fratello e guardandolo negli occhi gli disse:

“Lui ti voleva molto bene, me lo diceva sempre quando si parlava di voi”.

Sandro rimase meravigliato da quelle sue parole, sapeva che Lorenzo lo stimava, ma non pensava così profondamente. Da quelle parole avvertì l’ennesimo stimolo a fare ciò che aveva appena cominciato e cioè, prendersi cura della Famiglia Leone fin quando non sarebbe uscito Nino. Tina dopo quasi un mese dalla scomparsa di Lorenzo, pensò che fosse arrivato il momento di andare a trovare Nino con Lidia e a Leonardo, per dargli il conforto e la forza che solo il sorriso del piccolo Leo poteva trasmettergli. Così insieme a Sandro, si organizzarono per andare a fargli visita, lo stesso giorno in cui si celebrava la Santa Messa per il ricordo di Lorenzo e, dopo essere andati al cimitero per fargli visita, partirono per Trezzi. Sandro decise per la prima volta, di entrare pure lui a fare colloquio. E così, giocando con Leo nella sala d’attesa per cercare di non farlo spazientire, aspettò con ansia il momento del suo primo incontrò con Nino. C’era molta gente quel giorno ma riuscirono in meno di due ore a entrare nella sala colloqui, aspettando che Nino arrivasse da un momento all’altro.

“Eccolo!” esclamò Tina, appena lo vide entrare nella sala.

Aveva un vestito elegante scuro e una lunga barba, segno di lutto per suo figlio. Appena li raggiunse,riconobbe subito il suo nipotino che stava giocando attorno al tavolino dove erano seduti Sandro, Tina e Lidia.

Lo prese in braccio e lo bacio in bocca.

“Assomiglia tutto a suo padre!” disse Nino, rivolgendosi a Lidia.

Leonardo, forse spaventato dalla sua barba, cominciò a piangere.

“Tu devi essere Sandro?” domandò Nino, mentre versava il caffè nei bicchieri di plastica.

“Sì!” rispose timidamente Sandro.

Poi guardando Lidia negli occhi, disse:

“Figlia mia, immagino come starai soffrendo per la morte di Lorenzo ma credimi, non sei la sola. Ti assicuro però, che tuo figlio vivrà come un principino, lontano da questa vita indegna e piena di sofferenze. Avrò cura di te e di Leonardo perché questo è l’ultimo dovere che Lorenzo mi ha lasciato e Sandro si prenderà cura di voi, finché io non sarò fuori”.

“Lo farò con molto piacere” aggiunse Sandro, emozionato da tale riguardo.

Mentre Lidia, nonostante fosse lusingata dalle belle parole che il suocero le stava riferendo, scoppiò a piangere, pensando al suo Lorenzo che non sarebbe più ritornato.

Tina quasi non riusciva alle sue orecchie. Molto probabilmente, quel gesto di disperazione di Lorenzo, lo aveva fatto riflettere molto su quelle decisioni sbagliate, che avevano condotto Lorenzo alla sua autodistruzione. Per quasi tutta la durata del colloquio, Nino tenne il suo nipotino in braccio accarezzandogli la pancia, mentre Leonardo cominciò a tirargli la barba, perché curioso di tutta quella peluria sul viso. Inoltre, ebbe anche modo di parlare da uomo a uomo con Sandro, conferendogli temporaneamente i suoi poteri all’interno del clan e assegnandoli la tutela della sua famiglia. Usciti dal colloquio, tutti erano come se rigenerati da stimoli e incoraggiamenti che Nino riuscì a trasmettere a ciascuno di loro, perfino Sandro ne uscì più motivato di prima e si promise di non far mancare nulla a Lidia e al piccolo Leo, crescendolo come se fosse suo figlio. Anche Nino, dopo il colloquio con la sua famiglia, riuscì a riprendersi dall’angoscia di quei giorni cupi e, la prima cosa che fece appena rientrato in cella, fu quella di radersi la barba e ricominciare le sue attività all’interno dell’istituto,sotto gli occhi increduli dei suoi compagni, che pensavano non riuscisse più a riprendersi dalla depressione acuta che lo stava devastando.

Pino era all’oscuro di tutto e questo per volere di Sandro, che proibì categoricamente ai suoi uomini di farglielo sapere. Per quel poco tempo che avevano trascorso insieme a lui a Trieste, capì quanto fosse attaccato emotivamente a Lorenzo e che una rivelazione del genere, potesse sconvolgerlo e renderlo nervoso e istintivo. Infatti, lui era tranquillo a coltivare sempre più quel sentimento d’amore corrisposto da Miriam, tanto ché un giorno lei lo portò a casa dei suoi per presentarglielo come il suo primo fidanzato. Pino, sapendo che da un giorno all’altro Sandro sarebbe andato a riprenderlo, cominciò a prepararla per il loro distacco momentaneo, fino a quando non avrebbe trovato casa a Ranella per sistemarsi e continuare a vivere all’unisono, promettendole che per la vigilia di Natale di quello stesso anno, l’avrebbe portata sull’altare per il fatidico sì.

Sandro e i suo gregari furono capaci a piazzare sul mercato tutti i dieci chili di droga e con i soldi guadagnati, riuscirono a riparare il danno con Franco Renna e con le altre Famiglie. Inoltre, riuscirono a ritagliarsi il loro guadagno dall’enorme cifra, che in meno di un mese riuscirono a portare a casa. Sandro decise di regalarne un bel compenso a tutti i suoi uomini, tenendo da parte  una somma più consistente per Pino, come regalo di nozze per il suo prossimo matrimonio. Da Ranella partirono Sandro ed Enzo, il suo nuovo braccio destro, per andare a saldare il debito con Khalìr e riprendersi Pino per riportarlo a casa. Arrivarono verso mezzanotte e anche questa volta, Sandro decise di pernottare al solito hotel, facendo una bella sorpresa a Pino che, non sapendo del loro arrivo, rimase meravigliato nel vederseli davanti alla porta della sua camera.

“Perché non mi avete avvisato?” domandò Pino.

“Non mi dire che le sorprese non ti piacciono?” rispose Sandro, con ironia.

“Se sono belle, certo che sì!” ribatté Pino. Aggiungendo “E Lorenzo non è venuto?”

Sandro, non rispose subito a quella sua domanda ed entrando nella camera, si sedette sul letto con lo sguardo fisso al pavimento. Pino si accorse del cambio repentino d’espressione sul viso e continuò “È forse successo qualcosa?”.

Sandro, emettendo un sospiro acerbo, si alzò e avvicinandosi a lui poggiandogli la mano sulla spalla, gli disse:

“Pino, devi sapere che Lorenzo si è impiccato circa un mese fa, non siamo riusciti a…”

Non ebbe nemmeno il tempo di continuare il suo discorso, che Pino lo interruppe.

“E solo adesso me lo dite?” domandò con tono rabbioso, stringendo i suoi pugni dal nervosismo, mentre i suoi occhi cominciavano a lacrimare.

Sandro capendo la forte commozione che Pino stava subendo in quel momento, decise di farlo sedere vicino a lui per dargli tutte le spiegazioni dovute, parlandone fino alle prime luci dell’alba.

Lidia dopo aver allattato col biberon il suo Leonardo, lo lasciò di là in cucina con Tina a svagarsi con i suoi giocattoli, mentre lei era intenta a fare le pulizie nella sua camera. Intanto che cambiava le lenzuola del letto, vide che sotto il materasso c’era una busta lettera bianca. Lì per lì, non le diede peso, tanto che pensava fosse qualche pezzetto di carta messo dal piccolo Leo mentre giocava. Quando però la prese in mano, notò che dal peso ci potesse essere una lettera dentro e mettendosi comoda sul letto, la aprì incuriosita per vedere cosa ci fosse dentro. Un tremolio la pervase istantaneamente, quando notò che era una lettera fatta dal suo Lorenzo prima di uccidersi. Non riuscì a leggerla perché le sue lacrime le offuscavano gli occhi e cominciavano a scendere senza freno, cadendo sul pezzo di carta che reggeva fra le mani precariamente. Poi fece un profondo respiro e togliendosi le lacrime con il palmo della sua mano cominciò a leggerla.

“Cara Lidia,

se stai leggendo queste lettere, vuol dire dunque, che io non sarò più tra di voi.

È un gesto vigliacco nascondersi dietro a un foglio di carta per esprimere il proprio pensiero e per questo ti chiedo umilmente scusa, ma non ho avuto la forza di affrontarti.

Perdonami se non sono stato un buon marito, ma credimi, ti ho voluto molto bene.

Lo sai, in questo mondo fatto di pregiudizi e preconcetti, non c’è spazio per persone che come me, subiscono il peso della vergogna quando capiscono, di essere diversi.

Mi sono accorto negli ultimi periodi di essere omosessuale.

 Lo so, è assurdo fare un gesto come il mio per una rivelazione simile ma questo vale solo per le persone che vivono nella normalità.

Per uomini come mio padre invece, questa è una macchia brutta per una “Famiglia Onorata” come la nostra e nel suo mondo, nel quale ho fatto parte anch’io, anche se per un breve periodo della mia esistenza, non c’è posto per imperfezioni simili.

Non avrei mai avuto il coraggio di esternare la mia vera identità e questo avrebbe comportato in me molti dispiaceri che inevitabilmente si sarebbero ripercossi su di voi e questo non potevo permettermelo.

Ed è per ciò, che ho deciso, di farla finita e lasciare spazio alle vostre vite, affinché possiate continuare il vostro percorso senza alcun peso, senza di me.

Vi vorrò per sempre bene!”

Lidia strinse forte a se quella lettera, che in qualche modo aveva dato un significato a tutto ciò che era successo, decidendo che nessuno doveva saperne di tutto ciò, tranne il suo Leonardo appena sarebbe diventato tanto maturo da poter conoscere una verità così forte. Strappò la lettera in mille pezzi e la buttò nel gabinetto tirando lo sciacquone e sdraiandosi sul letto, chiuse gli occhi, cercando di sognare il suo Lorenzo.

Lettera collettiva delle detenute di Lecce

La sezione femminile del carcere di Lecce, il Nuovo Complesso di Borgo San Nicola, è una sezione molto attiva. Le prime detenute a scriverci, sono detenute di questo carcere. Abbiamo già nei mesi conosciuto Domiria Marsano, Lucia Bartolomeo, Mariella D’Amico.

Adesso ci giunge una lettera collettiva, che pubblico con piacere. Sulla amnistia ho da sempre delle perplessità. Ma capisco che, in un contesto di sfascio generale e di totale irresponsabilità e incapacità della politica, si possa vedere nella amnistia, una delle poche armi a disposizione. E comunque una cosa è certa, evidente anche per i sassi. Qualcosa andrà fatto, qualcosa che non siano solo vuote parole. Concordo pienamente con la parte della lettera dove le detenute dicono.. BASTA!.. esasperate dall’eterna orgia di retorica che viene fatta su queste tematiche. Tutto il carrozzone di commentatori, esperti, politici addolorati, documentari drammatici, tavole rotonde, conferenze, alti auspici.. e il resto del Circo basato sul nulla, del Circo che vive sul nulla, del Circo che vomita nulla.

Vi lascio alla lettera collettiva delle detenute di Lecce, che avranno sempre spazio sul nostro Blog.

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Amnistia: un miraggio oppure…

s.o.s. emergenza rifiuti umani

Dal carcere di Lecce, Borgo San Nicola meglio identificato, sezione femminile, giungono pesanti lamentele dalle detenute deluse dalle opinioni rese in sede parlamentare durante il vuoto della cosiddetta legge “svuota carceri”.

Un decreto inutile così come il precedente dell’anno scorso, perché, secondo la valutazione dei magistrati competenti, verrà scarsamente applicato.

Siamo stanche di sentire, ormai da quasi due anni, politici, opinionisti, conduttori televisivi che elencano giornalmente, come ulteriore derisione, la nostra drammatica esistenza all’interno delle carceri.

Basta con le umilianti immagini televisive di celle sovraffollate, 4-5-6 letti a castello in spazi stretti, pentole sparse, mestoli di legno, scolapasta, materassi “sottiletta”, freddo siberiano, acqua che non si sa da dove entra e da dove esce, cessi da campeggio posizionati di fronte alle tavole da pranzo imbandite di pane secco e frutta marcia, lavandini corrosi e docce scassate.

Basta con le visite guidate dei politici… non siamo allo zoo!!!!!!

Non abbiamo bisogno delle loro noccioline “svuota carceri”… siamo stanche!!!

Facciano qualcosa per risolvere questa drammatica emergenza, altrimenti ci lascino in pace nella nostra sofferenza.

Non siamo fenomeni da baraccone. Se non vogliono venirci incontro, abbiano almeno la delicatezza di non offenderci, violando ripetutamente, con immagini e nomee, la nostra dignità.

 

RIASSUMENDO

Ringraziamo Marco Pannella per il suo concreto impegno, visto che lotta da sempre, senza alcun pregiudizio, affiancato dal suo partito dei Radicali, a fianco dei detenuti, mettendo continuamente a rischio la sua salute, con molteplici scioperi della fame.

Basta con le parole, con le chiacchiere… Quelle se le porta il vento. Basta con gli rum carcerare… Devono passare ai fatti i nostri parlamentari, ai fatti veri e concreti.

L’unica vera svuota carceri è L’AMNISTIA. E da lì ripartire per una giustizia più equa.

Che si informino bene tutti i veri criminali che stanno fuori, i cosiddetti colletti bianchi. In carcere ci sono anche molti innocenti, che dopo tanti anni si scopre poi che non hanno commesso alcun reato. Chi ci ripagherò del danno subito?

Se non vogliono dare l’indulto, o l’amnistia o misure alternative al carcere.. facessero come n America, i nostri cari signori politici. Metteteci sulla sedia elettrica, così la facciamo finita con questa storia e non soffre più nessuno e non sentiamo più stupide ed inutili polemiche.

Così sono più felici i politici che non vogliono concedere nulla, ed è più felice l’opinione pubblica colpevolista e chi vuole vederci morti in galera

Siamo persone umana, con una dignità che va comunque rispettata.

Dio perdona, loro no.

Non siamo rifiuti umani da smaltire, beché meno una discarica sociale, ma persone che hanno diritto ad una seconda possibilità.

Se vogliono veramente fare qualcosa per i detenuti, che ci facciano uscire da questo limbo infernale

AMNISTIA!!!

GRAZIE

TUTTE LE DETENUTE DELLA SEZIONE FEMMINILE DEL CARCERE DI LECCE

Il male oscuro… di Giovanni Arcuri

Giovanni Arcuri è stato uno delle ultimissime “entrate” tra i protagonisti di questo Blog. Il suo primo testo pubblicato (unito ad una sua lettera di presentazione) risalgono al 24 dicembre dello scorso anno (vai al link…  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/12/24/un-nuovo-amico-ci-scrive-giovanni-arcuri-da-rebibbia/

Giovanni ha 54 anni, è detenuto da 10 anni, è prossimo alla laurea, e ha scritto tre libri, di cui due pubblicati. Il carcere in cui si trova attualmente è quello di Rebibbia.

Ha avuto una gioventù impetuosa e ribelle, e ha innescato nel tempo una serie di dinamiche azzardate che hanno finito col portarlo in carcere (nella prima parte pubblicata del suo pezzo “Contingenza annunciata”, si parla anche di questo.. vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/01/04/8364/).

Giovanni, ha una cura particolare delle parole, e del modo di accompagnarle nelle frasi. E’ uno scrittore nato dai pugni pestasi sul tavolo, e dalle notti insonni del carcere, dall’urlo e dall’emozione che corre su fogli bianchi, e fa male sì, ma anche libera.

Giovanni non cerca ruoli prefissati, non rivendica un ruolo collaudato. Cerca di pensare oltre le etichette, e di aprirsi a dimensioni più ampie, che coinvolgono la realtà sociale, e l’essere umano, intravisto anche nelle sue dinamiche interiori.

Vi lascio oggi a questo suo pezzo intitolato.. Il male oscuro.

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IL MALE OSCURO

L’Italia celebra il suo 150° anniversario della sua unificazione politica in una situazione d’incertezza e di affanno alle prese con gli effetti di una crisi economica di dimensione globali che non ha precedenti.

Si sommano incertezze a debolezze antiche: nodi mai sciolti che il trascorrere del tempo  rende più stringenti. Ma non è solo l’economia a suscitare sconforto e preoccupazione.

E’ tutta la società ad essere come pervasa da un senso d’incertezza, da un torpore spirituale che si riverbera in molti aspetti della vita della collettività. Un malessere insidioso sembra essersi impadronito del paese; non se ne mette a repentaglio l’esistenza ma, provocando uno stato diffuso di astenia, ne debilita lo spirito e ne menoma le capacità di reagire.

La complessità delle società contemporanee, con i problemi in essa insite. E’ fenomeno di scala mondiale, risultante dal sovrapporsi di processi di segno e di spinte contrastanti.

La velocità delle trasformazioni e la propagazione a cerchi concentrici  dei loro effetti rendono incerta l’interpretazione dei processi in atto e ancora più ardua l’individuazione delle tendenze di lungo periodo. Sullo sfondo comune di queste trasformazioni che sembrano condurre a ritorno della nostra civiltà, si collocano  le specificità del singolo paese, delle singole collettività nazionali.

Storici, politologici, opinionisti di varia estrazione e orientamento, sollecitati dall’anniversario del 2011, si sono esercitati in direzioni diverse per interpretare, diagnosticare, spiegare: una nazione e un popolo sul lettino dell’analista per scavare fino ad arrivare alla radici del male oscuro.

In quest’ultimo anno ho seguito con assiduità e interesse questa sorta di seduta psicoanalitica collettiva. Di questo affollato dibattito sono stato osservatore attento, partecipe ed emotivamente coinvolto. Dall’altra parte mi trovo in una condizione personale in cui non si lasciano cadere le occasioni che si presentano anche per ripercorrere la propria vita e le scelte compiute, non poche delle quali avvenute e in parte determinate o strettamente connesse con le vicende che hanno segnato il secolo passato. Sono quegli appuntamenti dove le nostre piccole e insignificanti vicende personali incrociano la Storia. Vuoi o non vuoi, determinate scelte di vita sono spesso condizionate da situazioni sociali. L’ “andare via da certe cose” in un particolare momento storico, il trovarsi leggi speciali ed emergenziali a conseguenza di azioni scellerate di altri, la guerra fredda, la caduta del muro, il caro petrolio, le crisi monetarie, ecc. ecc.

Non possiedo le capacità interpretative dello storico. Non padroneggio le categorie del politologo, non ho approfondito le valutazioni economiche di Friedman, mi faccio bensì delle opinioni, ma queste restano per lo più confinate nella ristretta cerchia familiare e nelle conversazioni animali.

Non sono per nulla un pessimista, tutt’altro, ma oggi come oggi devo dire che questa non è l’Italia che sognavo. Mi vado persuadendo che l’origine del male oscuro che ci affligge è di natura culturale ed etica più che politica, economica e sociale.

Credo che l’affievolirsi di valori ispirati e ideali di solidarietà, di rispetto della propria e altrui dignità, di integrità morale coadiuvati da una finanza senza regole hanno portato alla situazione in cui ci troviamo oggi. La corsa al benessere ad ogni costo, sempre più soppiantati dagli idola del successo, del guadagno, di una totale mancanza di senso civico, di un individualismo esasperato che si allontana di molto dalla meritocrazia pura nella quale credo e continuerò a credere, porta a perseguire ossessivamente il proprio interesse a scapito degli altri. Questa è a mio avviso una realtà così diffusa che genera indubbiamente uno stato di assuefazione.

In mancanza di un approfondito esame di coscienza rischia di diventare la normalità.

Solamente un processo di autoanalisi, che è presupposto indispensabile per rifondare la società italiana su basi culturali ed etiche più solide, più console , possiamo sperare in una resurrezione della nostra tradizione di civiltà che giace nel dimenticatoio.

Nell’attesa che questo avvenga speriamo che il governo tecnico dell’economista Monti metta in condizione il nostro Paese di risolvere l’emergenza che è ormai arrivata a livelli di insostenibilità.

Novembre 2011

Giovanni Arcuri

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