Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Decessi in carcere, lo Stato è chiamato a difendersi… di Marcello Dell’Anna

Pena-di-morte

Il nostro Marcello Dell’Anna, detenuto a Nuoro, nel carcere di Badu e Carros, ci ha inviato un testo che prende le mossa dalla vergogna delle morti in carcere. Un testo che pone una vera e propria responsabilità giuridica dello Stato, per quanto sta accadendo. Una responsabilità per “omicidio colposo”.

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Decessi in carcere. Lo Stato è chiamato a difendersi”

Ipotesi di reato. Omicidio colposo?

Federico Perna: un tragico decesso nel carcere di poggio reale che si poteva e si doveva evitare. Il conseguente e d ennesimo intervento ipocrita quirinalizio e senatoriale sul tema dell’indulto. Basta!!! Non se ne può più!!! Oggi in Italia questi dibattiti sulla detenzione, sulle sofferenze dovute alla carenza e all’inadeguatezza delle strutture sono controversi per le differenti opinioni che frequentemente si confrontano in maniera aspra e troppo spesso drammatica con sospetta parzialità o indifferente miopia non conoscendo bene il problema nella sua realtà sistemica. Molte sono le voci che nel dibattito pubblico si avvicendano nelle valutazioni, nelle ipotesi di soluzione, nelle proposte alternative alla detenzione, a fronte della (talora) giusta protesta e denuncia. Molte sono le luci che si accendono su questo mondo separato. Ma altrettanto sono le ombre che nascondono un’ignota realtà, colpevolmente occultando percorsi di sofferenza, di pena , di malattia che con tragica puntualità spesso col suicidio trovano l’inevitabile conclusione. La sottrazione della libertà è già di per sé una grande pena che s’impone a qualsiasi essere umano. Non c’è alcun bisogni di dovere aggiungere a questa pesante sofferenza un’altra ancora più insostenibile. Vivere in una surrettizia forma di tortura in condizioni sub umane, in carcere affollate e malsane, impacchettati e sbattuti lontano dai propri affetti, costretti in ambienti insufficienti, privati di opportunità di recupero, sospingendo individui disperati e senza speranza al suicidio in carcere. Purtroppo in Itali ci stiamo ormai abituando ad ascoltare dai notiziari dell’ennesimo suicidio tra le sbarre o dei detenuti che sono deceduti per cause da accertare e se accertate non sempre corrispondono a quelle reali. Questi decessi non possono più essere definiti come suicidi o per cause da accertare.

Quindi domando: in questi casi, può ipotizzarsi il reato di “omicidio colposo”? il magistrato del pubblico ministero deve procedere contro ignoti o contro un autore ormai noto a tutti? A discolparsi è chiamato, dunque, in nostro Stato. Consapevole e corresponsabile.

Consapevole di detenere una persona in condizioni disumane e degradanti, condizioni queste, accertate e condannate dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (con sentenza dell’8.01.2013) caso Torreggianti e altri c/Italia, ha dichiarato incompatibile l’attuale situazione carceraria italiana con l’art.3 della CEDU), consapevole che da tali condizioni possono derivare suicidi o decessi per assenza di adeguate strutture, di spazio e di adeguati interventi posti a tutela della vita della persona umana, soprattutto quando è privata della libertà. Di conseguenza, corresponsabile di questi delitti, perché delitti vanno definiti e non decessi. E se poi dietro queste atroci morti in carcere si celasse invece un pensiero contorto e consapevole di istigare al suicidio il detenuto, ammalato, annullato della sua dignità, annientato nei suoi affetti e nella sua anima? In fondo, se muore un carcerato a chi importa? “Loro” -i buoni- dicono sempre:”…uno in meno…”. Ecco, questa è, ancora oggi, la vita nel carcere: totalmente distruttiva nel corpo e nello spirito umano. Nella stragrande maggioranza dei casi poi, l’obiettivo della riabilitazione, del recupero sociale e della reintegrazione, in Italia è stato ed è ancora del tutto vanificato. In un paese ove la pena di morte è stata sulla carta abolita, come un convitato di pietra, essa di fatto rientra puntuale nell’inferno delle nostre carceri. Non v’è dubbio che il senso della civiltà (e di umanità) muova da queste semplici ma fondamentali considerazioni. Lo Stato nell’esercitare la giustizia e nell’interpretare con la necessaria equità questi valori, deve porsi nelle condizioni d’essere a sua volta credibile, perciò accettabile, quale primo assertore e attuatore di questi principi.

 Carcere di Badu e Carros –Nuoro, dicembre 2013

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Ribisi Pietro, morto suicida… di Salvatore Diaccioli

Sono un pugno ai testicoli questi testi.

Undici ottobre, otto giorni fa, un altro detenuto l’ha fatta finita. Pietro Ribisi. Carcere di Carinola.

E con lui muore un mondo. Mille altre vicoli del destino si interrompono, mille altre ombre lasciate sul mondo non ci saranno. Mille coltelli devasteranno il cuore e l’anima di chi lo conosceva.

Questa indegna mattanza scorre come se si contassero i numeri di qualche gioco malato. Ogni tanto qualcuno aggiorna  la statistica. Il numero dei morti. Qualcuno farà finta di sdegnarsi, qualcun altro prometterà interventi, qualche vescovo invocherà carità cristiana. In attesa del prossimo cadavere.

Ma questi non sono suicidi.. questi non sono SOLO suicidi.

Questi sono omicidi. Una sistema carcerario intollerabile spinge, specie i più sensibili e fragili, a scegliere la morte.

Vi lascio a questo amaro pezzo… di Salvatore Diaccioli.. detenuto a Carinola.. in memoria di un suo compagno… Pietro Ribisi.

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La fragilità, la sofferenza di una persona ancora una volta ha avuto la meglio. Ancora una volta ha fatto una vittima. A chi si può addossare tutto questo? Di chi è realmente la colpa quando una persona arriva a tanto? Nessuno si può sentire bene in casi come questo, ma ancora di più la colpa è del sistema penitenziario che non ci sta lasciando più nessun’altra alternativa.

Non so e nemmeno voglio sapere i problemi che affliggevano il nostro simile. So solo che in molti si devono battere la mano sul petto e ripetere per mea culpa… per mea culpa. Mentre che scrivo questo mio pensiero, mi vengono in mente i suoi familiari, come fa un familiare ad accettare una così colossale e meschina notizia? Dopo vent’anni di separazione forzata e magari per reato che non ha commesso o se lo ha commesso con una condanna a dir poco mostruosa. Chi avrà il coraggio di portare una notizia di questo genere a questa famiglia? Quando c’è una condanna come l’ergastolo, ogni giorno che passa le speranze diventano utopie. Ecco perché la mente comincia a vacillare. “Fine pena mai” o “9999”. La colpa se il nostro amico Pietro non è riuscito a superare questa debolezza influenza anche noi detenuti che stiamo perdendo quella poca solidarietà  che tempo fa ci teneva uniti. Una volta si lottava per i diritti di ognuno di noi oggi “ahimé” anche questi preziosi valori si stanno scemando.

Ribisi Pietro, giorno 11 ottobre alle h 11.30, si è suicidato in una cella della sezione EIV della Casa di Reclusione di Carinola. Personalmente  non conoscevo Pietro, ma chi lo conosceva di lui ha dei bei ricordi. Pietro, da qualche anno era molto cambiato. Solo qualche anno indietro, quando era ancora nella cinquantina, aveva un aspetto giovanile, era aperto e cordiale. Aveva un sorriso dolce, vagamente ironico. Da un paio di mesi era stato trasferito dal carcere della Sardegna al carcere di Carinola. Chi lo ha incontrato e lo conosceva di vecchia data, ha notato che non era il Pietro di qualche anno indietro, il suo aspetto era invecchiato di colpo. Profonde rughe gli segnavano il volto un tempo sempre abbronzato perché gli piaceva prendere il sole. Chi lo ha conosciuto oggi non gli resta alto che solo bei ricordi. Noi tutti siamo convinti che Pietro troverà un posto migliore di quello appena lasciato.

“In bocca al lupo amico e compagno di sventura”.

“L’uomo dei sogni”  Salvatore Diaccioli

Il memoriale di Rustam Zagirov

Rustam Zagirov è un cittadino russo che attualmente sta scontando una pena di trent’anni di reclusione nel carcere di Spoleto, per l’omicidio della badante ucraina Ljubomira Chuyko. Il cadavere della donna è stato ritrovato all’interno del bagno pubblico di Parco Sant’Anna. Secondo le ricostruzioni, Rustam avrebbe confessato l’omicido nel primo interrogatorio presso la caserma dei carabinieri. Queste sono le ricostruzioni ufficiali.

Rustam da anni sostiene, invece, che quella prima confession in realtà non avvenne e che le sue risposte furono volutamente equivocate e modificate, e sostiene, soprattutto, di non essere lui l’autore dell’omicidio.

Noi non sappiamo naturalmente quale è la verità. Potrebbe essere che la ricostruzione ufficiale della vicenda sia reale, o potrebbe essere che Rustam dica la verità, almeno in parte. Noi qui non sosteniamo un’altra verità dei fatti. Semplicemente vogliamo ospitare la sua versione, il memoriale che ci ha fatto pervenire tramite Luiza Nikoghosyan, donna di origini armene, residente da anni in Italia, che si occupa, tra le altre cose, di diritti umani e di casi “scomodi”.

Vi lascio, quindi, alla versione di Rustam Zagirov.

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LA MEMORIA DI RUSTAM ZAGIROV

Io sottoscritto  Rustam Zagirov, nato in Russia il 28.05.1975 attualmente detenuto presso la Casa di reclusione di Spoleto. Io sono accusato nell’omicidio di signora Lubamira Cuiko 53enne  che è stata ammazzata 16.07.2006 crudelmente nel bagno pubblico di parco S. Anna di Perugia.

In primo grado con rito abbreviato sono stato condannato all’ergastolo.

Durante il giudizio di  primo grado sin dal momento del mio arresto mi sono dichiarato innocente chiedendo il rito ordinario con presenza dei testimoni a mio favore, con il verbale dell’incidente stradale avvenuto prima del mio arresto che dimostrava la mia insufficienza fisica a commettere il reato con analisi  dei RIS di Roma del 12/09/2006 che mi scagionavano completamente, mentre gli avvocati presenti in aula contro la mia volontà chiedevano il rito abbreviato che me lo consigliava anche il giudice del Tribunale . Ignoravano il mio rifiuto e disponevano il rito abbreviato, impedendomi di difendermi.

Nel 2007 era  stata effettuata una perizia psichiatrica con risonanza magnetica e tac che dimostravano la mia normalità. La Corte di appello sapeva che io lavoravo presso il carcere  di Spoleto dal Settembre del 2007 come capo falegname . La Corte di Appello di Perugia mi ha impedito di fare le mie dichiarazioni che dimostravano la mia totale innocenza, insisteva ad effettuare una perizia psichiatrica contro la mia volontà, quindi non c’era nessun motivo di chiedere  una perizia simile. A seguito della perizia per cui loro insistevano ho rifiutato le sedute dello psichiatra e ho messo a conoscenza la  Corte di appello di Perugia.

In appello mi venne riconosciuto un vizio parziale di mente che ha portato alla diminuzione della pena a 17 anni e 3 anni delle cure psichiatriche.

Per tali ragioni trovo davvero arbitrarie e parziali le ricostruzioni di stampa da loro fornite, a proposito della mia asserita appartenenza a corpi speciali dell’ esercito russo, che alimentano solo ulteriori illazioni e fantasticherie prive di senso. Io ho fatto  il servizio militare  come soldato semplice.

Nel ricorso in Cassazione il mio avvocato ha presentato tutti i documenti e le analisi che mi scagionavano. La Corte  di Cassazione, vendicandosi della mia denuncia contro fatti avvenuti e la mia esistenza contro abusi subiti per costringermi a tacere, per tutto questo tempo impedendomi dimostrare la mia totale innocenza. Ho dichiarato sempre che non sono colpevole, non sono omicida, non ho fatto questa crudeltà .

Con l’rinvio della Cassazione alla  Corte di appello di Firenze in data 23.06.2011 mi hanno condannato a 30 anni  di reclusione nell’ambito del procedimento n.5025/06 R GIP n.6593/06 R.G.N. Con questo atto voglio denunciare le irregolarità che sono state compiute nei miei confronti sin dal mio arresto il 27/07/2006.

Dopo la sentenza di Firenze sono pervenuto ad uno stato psicologico estremo, sino all’idea del sacrificio di me stesso, come forma di protesta estrema per dimostrare la mia innocenza.  

Sono una persona amorevole,  mi piace lavorare, aiutare le persone bisognose entro le mie possibilità. 13 luglio 2006 tre giorni prima di omicidio di povera donna Lubomira Cuyko , sono stato a  Perugia, per portare  i miei vestiti e le scarpe  usate ai miei connazionali Vasia e Roman che li avevano bisogno perché erano senza lavoro. Tutto questo può confermare il mio datore di lavoro che mi aveva accompagnato con la sua macchina fino alla stazione.

A quel epoca io abitavo a Passaggio di Bettona. Ero fidanzato con una ragazza, per questo motivo il giorno 16.06.2006 ero  arrivato a Perugia per incontrarla. Arrivando alla  stazione  verso le 11:00, ho visto Vasia, Aleks e altri persone tra cui c’era  anche Lubomira. Mi sono avvicinato per salutarli e ho visto che bevevano e discutevano. Non mi sono intromesso, li ho salutati e me ne sono andato via. Mi sono diretto verso il centro a piedi.

Passando nei pressi del parcheggio dei camper  e della stazione dei carabinieri ho notato che Luba camminava qualche passo dietro di me  e mi chiedeva per quale motivo avessi tutti quei graffi e contusioni sul volto e sul corpo, la mia risposta fu chiara e sbrigativa “Ho avuto un incidente stradale” . Non aggiungendo altro ho proseguito verso il parco S. Anna. All’ ingresso nel parco mi ha fermato un uomo (che non conoscevo) il quale aveva con se un cane. Mi ha chiesto l’ accendino per accendere la sigaretta. L’ho prestato il mio accendino tipo “Zippo” e senza aver nessun tipo di dialogo con lui , ho proseguito verso all’ interno del  parco, dove  ho intravisto diversi gruppi di connazionali alcuni dei quali li conoscevo. Mi hanno invitato a loro tavolo per bere e mangiare in loro compagna, ma  io li ho solo salutato da distanza e ho proseguito per il parco per raggiungere il bagno pubblico. Mentre camminavo ho notato che la signora Lubomira si avvicinava al tavolo dove c’erano un gruppo di donne, le sue connazionali. Uscendo dal bagno ho salito le scale e mi sono trovato nella piazzetta sopra del parco, dove ho visto Vasia e Roman che stavano in compagna di Lubomira, ho salutato Vasia con un gesto della  mano e mi sono diretto verso via Pescara per andare a prendere la mia automobile nel parcheggio della carrozzeria Griffo. All’ uscita della piazzetta mi ha raggiunto in corsa  Vasia  chiedendomi  d’acquistare una macina fotografica di sua proprietà  per la somma 20 euro. All’inizio la rifiutai, dicendo che non  ne avevo bisogno. Ma lui insisteva sostenendo che aveva bisogno un po’ di soldi per vivere. Accettai di comprare la sua macchina fotografica , perché non era la prima volta che l’aiutai. Diverse volte l’avevo regalato i miei vestiti, sapendo che non ha possibilità di comprarli. Mentre parlavo con Vasia nel parco di Sant’Anna ho notato che il suo  amico Roman che si trovava un po’ distante da noi, discuteva con Lubomira gesticolando con il suo cellulare.

Dal 16.07.2011 erano passati 9 giorni. La sera di martedì 25.07.2006 verso le 22:00, ho ricevuto una chiamata da Roman il quale mi chiedeva come mai non ci fossimo più visti e se ci vedevamo di nuovo. Mi ha parlato anche  della donna uccisa dicendomi che noi dovevamo cercare di capire chi era stato. Aggiungendo  mi cercavano i carabinieri, gli risposi che se mi volevano trovare  mi troveranno perché sono rintracciabile.

A questo punto  mi sono ricordato di avere visto Roman e Vasia la sera di domenica 16 luglio 2006 dietro il bagno dove era stata trovata uccisa la povera donna ucraina, Lubomira. Mettendo in ordine le mie idee ho pensato che sono stati Vasia e Roman le ultime persone che la donna uccisa avrebbe incontrato e ho pensato che io potevo essere l’unica persona ad avere visto Roman e Vasia con quella donna.

Il giorno successivo, mercoledì 26 luglio, sono andato a Passaggio di Bettone, alla stazione dei carabinieri per parlare con il maresciallo De Mauri che conoscevo personalmente da tempo, per  raccontarlo tutto quello che sapevo sull’omicidio e sulle persone coinvolte. Davanti la caserma mi sono accorto che la serranda degli uffici era chiusa a metà .  Davanti la pasticceria  ho visto la macchina dei carabinieri , mi sono avvicinato alla macchina e ho visto che il carabiniere conoscevo . Mi sono rivolto a lui e gli ho chiesto se sapeva dell’ omicidio commesso a Perugia e gli ho chiesto di accompagnarmi a Perugia dai carabinieri perché volevo spiegare alcune cose su questo omicidio. Gli ho anche detto che pensavo che alcuni volessero incastrarmi. Lui mi ha risposto “Rustam noi ti conosciamo e se qualcuno ti cerca sappiamo  dove trovarti”. Mi ha assicurato che nessuno mi cerca  e che posso stare tranquillo.

Dopo l’incontro con il carabiniere  ho telefonato a Roman e qli ho detto”che razza di scherzi sono questi , sono stato dai carabinieri e mi hanno detto che non mi cerca nessuno, la prossima volta stai lontano da me”. Dopo aver terminato la telefonata con Roman mi sono recato presso l’azienda di Giorgio Giangabilla.  Fino al giorno successivo sin dopo l’ora di pranzo poi mi sono recato a controllare il capannone sito sopra l’azienda ,prima di giungere al capannone ho notato la pattuglia dei carabinieri con altre automobili e diverse persone armate senza nessun timore mi sono avvicinato ad essi per sapere il motivo di tutto questo.

Carabinieri dicendomi che dovevo seguire in quanto doveva parlare con me, Maresciallo  mi ha detto che non c’erano problemi e il colloquio con esso sarebbe stato breve e mi avrebbe riportato a capannone. Io gentilmente gli ho chiesto di potermi cambiare gli abiti in quanto ero vestito con panni di lavoro e gli ho chiesto se era possibile andare con le ciabatte in quanto avevo il dito del piede destro ferito(il piede ferito era dovuto all’ incidente  con la moto). Il Maresciallo mi ha detto di non cambiarmi perché dovevano farmi alcune domande dopo di che lui mi avrebbe riportato indietro. Sono stato portato alla Stazione dei Carabinieri di Perugia. Sono stato interrogato da un Maresciallo di carabinieri che mi aveva chiesto di ricostruire il giorno 16 luglio 2006 e giorni successivi a questa data. Le  mie risposte sono state verbalizzate. Li avevo riferito ciò che avevo fatto. Un altro agente  si è scagliato contro la mia persona(senza toccarmi ma con gesti minacciosi e alta voce) gridandomi perché avessi ucciso la donna. Io l’ho spiegato la mia versione sul accaduto e che non avrei mai potuto aggredire e far male ad un’ altra persona.

Vorrei precisare un fatto molto importante che  a quel epoca io non parlavo bene in italiano.

Il P.M. a un certo punto non essendo soddisfatto come  verbalizzava le mie risposte l’agente si  innervosì e  iniziò lui a verbalizzare le mie risposte ma non trascriveva quello che io dicevo ma ben  altre cose. Lui trascriveva il verbale come se quello era un romanzo giallo,lui stesso creava i personaggi e la storia, con un finale tutto per la sua gloria ,che ha trovato il colpevole e ha fatto trionfare la Giustizia.  

Ai miei figli strappati da me… di Massimo Ridente

Massimo Ridente, detenuto a Voghera,  è da pochissimo che si è unito agli amici del Blog.

Il 24 ottobre abbiamo pubblicato la sua prima lettera, che vi invito a leggere o rileggere (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7651/).

Massimo è stato abbandonto da tutti famiglia compresa.

Il dolore più atroce e lacerante è l’allontamento dai figli, che non vede da nove anni.

Noi non conosciamo tutti i dettagli della sua vicenda. Ma una cosa mi sento di dirla. A meno di gravissimi e  a noi ignoti motivi, è bestiale e criminale distruggere il rapporto di un padre con i propri figli.

Lo ripeto. Un atto criminale. Uno di quegli atti che possono avere devastanti effetti in primo luogo sulla vita degli stessi bambini.

Un coniuge (come un qualunque altro parente) ha la sacrosanta libertà di non volere vedere più l’altra persona, anche se in carcere, o magari proprio per questo. Ma è di una violenza inaudita, un vero omicidio dell’anima, annientare il legame che un padre (o una madre) ha con i propri figli. Soprattutto se si tratta di un padre (o di una madre che ama i figli).

Massimo se li sogna la notte. Massimo li vede bambini, anche se adesso sono cresciuti, perchè erano bambini l’ultima volta che li ha visti. Massimo si sforza con la memoria, perchè passando gli anni le immagini si fanno sfocate, e teme di non riuscire più, un giorno, a ricordare le loro fattezze.

Massimo muore dentro ogni volta che i suoi compagni parlano orgogliosi dei loro figli, ogni volta che vede i loro figli andare a trovarlo. E sorride,  mentre dentro è un obitorio.

Ci sono tanti modi di uccidere.

E non sempre il modo peggiore è quello con la pistola.

Vi lascio alla lettera di Massimo, che spera i figli possano in qualche modo riuscire a leggere, e a vedere così anche la foto che la accompagna, in modo che, almeno loro, possano vederlo.

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Queste righe le dedico a chi mi abita nel cuore, ma purtroppo vive senza di me.

Mia piccola principessina, e mio grande campione, sono molti anni ormai che purtroppo ci hanno divisi. Io non conosco più neanche i vostri volti, e voi non conoscete il mio. Ormai anche quando vi sogno, vi ricordo bambini come il giorno in cui vi hanno strappati da me.

Ho lottato con tutte le mie forze, sin dal primo giorno, affinchè potessi vedervi o quantomeno sentirvi. Ma mi è sempre stato negato.

Non voglio raccontarvi tutto quello che ho patito e non vorrei neanche prolungarmi tanto in parole, perchè sono certo che soltanto il tempo un giorno vi farà capire quanto male ingiustamente hanno inflitto ai nostri cuori.

Vorrei anche provare a spiegarvi elle ragioni, ma è tanto difficile, quanto impossibile, se una ragione non c’è. Per me questo essere divisi, io in questo luogo, e voi non lo so dove ad affrontare la vita, mi fa impazziere dal dolore.

Mi manca tanto il non potermi prendere cura di voi, il non potervi essere vicino, anche quando ne avete bisogno.

Mi manca tanto il non potervi donare tutto il mio amore. E’ molto dura fare finta di stare bene, anche quano chi mi circonda parla dei propri figli con orgoglio, ed io soffro in silenzio perché anche io vorrei parlare di voi con orgoglio.

Da quando vi hanno strappati da me, ho dovuto sempre recitare come fossi un attore. Spesso la mia bocca ride, ma il mio cuore piange.

Voi siete figli miei, siete il mio sangue, il più bel donno che Dio potesse donarmi.

Figli miei, ormai per tutte le angherie subite riesco a non sentire più neanche il dolore. Possono torturarmi, come hanno già fatto, possono perseguitarmi penalmente e ingiustamente, come hanno già fatto, possono anche distruggere il mio corpo e sicuramente non sentirei dolore.

Il dolore più grande e lacerante che giorno dopo giorno sento nel profondo del mio cuore è quello di stare lontano da voi.

Il vostro papà con queste parole ha voluto esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti e il proprio stto d’animo.

Ho voluto parlare a voi attraverso questo blog, con l’auspicio di raggiungere non solo voi, ma anche i vostri cuori.

E’ stato davvero difficile pe me  aprirmi pubblicamente, ma per ritrovarvi farei questo ed altro.

Ricordatevi sempre che il vostro papà vive per voi e dentro di voi. Il mio cuore batte perchè il vostro batte, io respiro perchè voi respirate.

Con tutto il mio amore vi bacio e abbraccio.

Non posso pensare che non conoscete più neanche il mio viso, quindi vi mando una mia foto affinché possiate quantomeno vedemi.

Papà

Voghera 21/10/2011

L’Odissea di Lucia Bartolomeo

Urla  dal silenzio di vite sotto ruspe e rulli compressori. La corrente trascina anche chi non c’entra niente. Come i bambini messi in mezzo tra le tenaglie del carcere. Come la figlia di Lucia Bartolomeo.

Lucia Bartolomeo.. oggi è tutto suo lo spazio. E le diamo il benvenuto. E’ la seconda donna che scrive al nostro Blog, dopo Domiria Marsano, e anche lei è del carcere di Lecce.

La vicenda di Lucia ha avuto una certa risonanza mediatica. E’ stata condannata all’ergastolo, in primo e secondo grado, per l’accusa di avere ucciso suo marito. Ma lei contesta radicalmente l’esito dei processi, e le modalità con cui sono stati condotti, e si sta giocando il tutto per tutto in Cassazione. Che delibererà praticamente a momenti, il 4 novembre, sulla sua vicenda.

La prima parte della sua vicenda, che giunge fino a marzo del 2010 la troverete nel primo testo dopo questa premessa, testo che Luciana scrisse per la rivista delle donne del carcere di Lecce Fuga di notizie, e, secondo anche il suo desiderio, l’ho pubbicata.

La seconda parte la racconta, sempre lei, dalla lettera che ci ha inviato, e dopo il primo testo, ho inserito estratti di questa lettera.

Il cuore dell’intera vicenda ruota intorno a sua figlia. Dopo l’arresto, nel maggio 2007, la figlia di Lucia, all’età di soli cinque anni è mezzo, è stata messa in una casa famiglia.

La madre non l’ha potuta vedere per 14 mesi. Neanche una volta.

Poi ha ottenuto gli arresti domiciliari, al fine di poterla rivedere fuori dal contesto carcerario, perchè il guidice dei minorenni era nettamente contrario a farla venire in carcere.

Sembra che l’incubo fosse finito. Ma il 23 febbraio 2009, venne emanato un “decreto sicurezza” che stabilizzava il carcere obbligatorio per alcuni tipi di reati. Per cui Lucia dovette rientrare in carcere, seguendone un altro trauma bello grosso dela bambina.

E il giudice, inoltre, non permetteva che la figlia andasse a colloquio con la madre, perchè non voleva che andasse in quel luogo. Con la conseguenza che, avendo avuto revocati gli arresti domiciliari, in pratica tutto ciò si risolveva che Lucia non poteva vedere la figlia.

Lucia iniziò uno sciopero della fame, che portò a una riconsiderazione della vicenda, e alla concessione dell’opportuntà di rivedere la bambina, seppure accompagnata dagli assistenti sociali.

Ma un’altra batosta era in agguato. Lucia racconta la sua vicenda alla trasmissione Storie maledette. Una delle conseguenze di questa azione è stata la revoca dei colloqui. Fu un vero tempo di inferno per Lucia. Scrisse lettere disperate ovunque.

Dopo un pò le furono concessi di nuovo i colloqui con la figlia. Ma solo per un’ora al mese! E al momento questa rimane la situazione.

Un colloquio al mese di un’ora.. E col timore di perdere anche quello. Quanto male è stato inflitto a questa bambina? Fin dal primo distacco forzato di 14 mesi dalla madre. Quell’abbraccio che descriva Lucia nel primo pezzo che leggerete. Quanto le saltò addosso, col volto inondato di lacrime. Una madre tenuta lontano da una figlia per più di un anno, in un’età estremamente delicata come 5 anni. Quanto è alto il prezzo di un trauma? E chi lo paga? Una figlia che viene “protetta” ostacolando i colloqui con la madre. Una figlia che, ancora adesso, può vedere la madre una volta al mese. Un’ora al mese.

Una sistema penitenziario che crocifigge l’anima di una bambina, anche di una sola bambina, ha fallito. Irrimediabilmente.

Vi lascio ai due testi di Lucia Bartolomeo. Il primo è un articolo uscito per la rivista delle donne del carcere di Lecce, Fuga di notizie. Il secondo, che riproduce la continuazione della vicenda è un estratto dalla lettera che Lucia mi ha inviato.

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Era il maggio 2007 quando mia figlia veniva prelevata da scuola dagli assistenti sociali per essere sottratta ai suoi affetti e venire “appoggiata” in una casa famiglia di Ostuni che avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Il suo papà era morto un anno primae io, arrestata lo stesso giorno dell’allontanamento di mia figlia, perchè indagata per la sua morte. La piccola aveva quasi sei anni, compiuti tristemente lontana. Lontana dalle persone che avevano come unico intento quello di alleviarle la sofferenza che già l’aveva colpita.

E la sua mamma?

Le avevano raccontato che la mamma era in ospedale, e che non aveva fatto in tempo nemmeno a salutarla. Ma la sua bambina era molto intelligente e la gente invece molto cattiva: qualcuno improvvisamente aveva deciso di raccontarle perchè la mamma le era lontana, un perchè ancora non dimostrato. La bambina si è trovata a passare due anni e due mesi in un luogo che, pur attentamente seguita da persone preparate, non era la sua casa.

Dopo quattordici  mesi di sofferenze tra queste mura ho avuto il permesso di poterla vedere per la prma volta. Avevo ottenuto i domiciliari. Prima di allora, solo una telefonata settimanale di dieci minuti. La incontrai per la prima volta a luglio del 2008. Quel giorno non lo posso descrivere. Mi è saltata al collo, siamo rimaste a lungo senza parlare. Lei nascondeva il volto solcato dalle lacrime.

La mamma era tornata “e adesso mi porta con lei e torno a casa”. Questo sarà stato il suo pensiero ed è stato difficile trovare il modo di spiegarle che non era così. Poi, la mia bambina, da pochi mesi è stata deistituzionalizzata e affidata ad uno zio paterno e io ho continuato a vederla. Sembravano diradarsi le nuvole e invece una violenta tempesta ci ha nuovamente travolte. Qualche mese dopo, applicando il nuovo “decreto sicurezza”, hanno stabilito che dovevo tornare in carcere. Da allora non ho più alcun contatto con mia figlia.

Le ho scritte tantissime lettere per non farle sentire un ulteriore dramma di abbandono. Allo stremo delle forze e nella totale disperazione, ho dichiarato lo sciopero della fame, protratto per 23 giorni. Il mio unico desiderio era di poterla riabbracciare e poterle parlare. Dopo una lunga odissea, il tribunale per i minorenni ha acconsentito che mia figlia venisse qui in carcere per incontrarmi.

Ogni giorno di sofferenza di un essere umano, la sua dignità, non possono perdersi dietro giorni, mesi, anni di burocrazia. Il dolore non ha muri che possano fermarlo.

Lucia Bartolomeo

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(…) Devi sapere che, nella mia dolorosa vicenda, oltre a me che sto pagando innocentemente qualcosa che non ho fatto, chi ha sofferto di più è mia figlia.  (…)

Quando sono tornata in carcere due anni fa, il giudice dei minori non voleva più farmi incontrare la bambina, perchè ui non la voleva fare venire, e a quel punto, ormai allo stremo delle forze, sia fisiche che mentali, ho dichiarato lo sciopero della fame, che ho portato avanti per ben 24 giorni. Ho perso 10 kg in neanche un mese. Pian piano le cose sono migliorate e ho rivisto la bambina, con le dovute precauzioni, accompagnagnata dagli assistenti sociali, fuori dai colloqui normali con i familiari.

Poi ho raccontato la mia vicenda a Storie maledette, e questo ha scatenato un putiferio. Di nuovo i colloqui mi sono stati revocati (..). Insomma, una vera e propria odissea. Detta così sembra una cosa da niente, ma in realtà è stato tutto così crudele e atroce, soprattutto per mia figlia, che ora è affidata ad uno zio del ramo paterno.

Ora la sto rivedendo, un’ora al mese, una misera ora al mese.

Ma quello che voglio dire è che non è giusto tutto questo. Le istituzioni si impadroniscono dei nostri figli, e non tengono conto affatto dei sentimenti, anzichè agevolare in qualche modo i rapporti con loro, li distruggono. Non mi sono mai esposta a fare interviste e quant’altro, proprio per evitare ripercussioni sugli incontri con la bambina, solo con Storei maledette l’ho fatto, che è una trasmissione molto seria, e si è scatenato il putiferio (..)

Abbiamo il diritto noi detenuti di dire la nostra, appunto.. “URLARE DAL SILENZIO”.

(..)

Diario di Pasquale De Feo 22 giugno – 22 luglio

Il diario di Pasquale De Feo (detenuto a Catanzaro)… ecco il mese di luglio.

Questo appuntamento ormai è un classico, ed è una delle occasioni più coinvolgenti che il mondo del Web offre sulla realtà penitenziaria. Una sorta di costante bollettino – “piccolo libro” dove “Un uomo nel carcere” parla di sè, del carcere e del mondo; alla luce sempre del suo “mondo” interiore, mediando gli eventi con gli occhi che porta, le esperienze vissute, e riconsiderandoli e interpretandoli nel magma di un pensiero da anni dedicato allo studio, alla ricerca, alla riflessione.

Parliamo naturalmente di (Pasquale De Feo) detenuto giudicato “non maturo” per godere della possibilità di usufruire dei benefici, sembra (secondo le parole dell’educatrice dallo stesso Pasquale riportate) perchè, detta in soldoni “critica troppo e scrive troppo”. Vi rimando all’introduzione del primo testo in cui si parla di questa “valutazione” (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/05/29/diario-di-pasquale-de-feo-22-aprile-21-maggio/) se siete appassionati di scienze fiction, o di lettetatura grottesca, o magari anche solo estimatori del surrealismo.. sigh..:-)

A prescindere, rimane un problema concretissimo, che investe tutta l’amministrazione pubblica, e su cui è utile riflettere costruttivamente. Quello dell’adeguatezza morale, culturale ed esperienziale delle persone chiamate a svolgere determinate funzioni (parlo in senso ampio, ripeto, ben oltre il carcere) alle funzioni stesse. Un radicale rinnovamento si attua non solo cambiando leggi e regolamenti, ma anche rinnovando degli uomini, mettendo le persone giuste al posto giusto.

Il diario di Pasquale è sempre un viaggio. Si “sente” il carcere, si parla di carcere, diritto, pena, giustizia.. ma è uno scrivere alieno ad ogni autoreferenzialità e monodimensionalità. Dalle inferriate si aprono sguardi sul mondo, non solo come attuali eventi, ma anche pensiero culturale-storico, in senso lato. Dalla scienziata dell’antica Grecia vittime delle folle aizzate dalle gerachie ecclestiche, Ipazia.. alle proposte per “internet libero”… all’ex funzionario della Camera che ha aperto un Blog sulle magagne del Parlamento.. alla feroce repressione dei No Tav.. al testamento biologico e tanto altro.

C’è anche, a dire il vero, uno di quei momenti che ho cercato sempre di evitare, da quando è nato il Blog. Che insomma ci si faccia apprezzamenti a vicenda.. o  di riportare belle parole sugli amministratori e la loro azione. Infatti, non li riporto quasi mai, quando posso, e nel contempo, diamo libertà totale anche alle critiche più dure (abbiamo pubblicato anche commenti feroci). Questa volta il testo in cui Pasquale parla del mio libro è contenuto proprio nel suo diario. Non riportarlo sarebbe stato un taglio a un testo che è stato immaginato per essere integralemnte pubblicato. Per questo ho lasciato quei riferimenti di Pasquale, che comunque su un piano personale ringrazio.

Prima di lasciarvi alla lettura integrale del diario.. voglio.. come al solito.. riportare alcuni passaggi in particolare…

Pasquale in un passaggio scrive..

Stamane sono andato a un corso istituito da una associazione di volontariato. Si basa sull’economia quotidiana: matematica, conciliazione (la nuova legge sui processi civili), e come aprire e gestire una attività. Mentre stavamo facendo alcune cose sulla matematica, mi sono guardato intorno. Tutti e dieci componenti del corso siamo dei condannati col famigerato 416 bis C.P. Pertanto esclusi da qualsiasi opportunità imprenditoriale, e anche nel ramo della conciliazione, essendo una specie di giudice privato. ” (1 luglio)

Ma se fosse davvero così.. allora perchè non utilizzare gli stessi fondi che vengono spesi per questi corsi… per fare corsi realmente utili e “spendibili” da parte dei detenuti?

C’è poi un passaggio abbastanza delicato. Pasquale scrive..

Pensando a quello che ho scritto ieri, e ricordando il discorso del Presidente della Repubblica qualche mese addietro, sui dieci magistrati vittime di agguati della criminalità e della politica, aveva detto che avevano salvato la democrazia. Non condivido questa affermazione, perchè la casta della magistratura non ha niente a che vedere con la democrazia, anzi  si sono sempre messi a disposizione del potere di turno, come fecero con il fascismo e non mi risulta che ci fu qualcuno che dissentì.” (5 luglio)

Su questo passo mi tocca dire che il mio disaccordo con Pasquale è integrale. Dobbiamo stare attenti tutti a non fare, anche involontariamente e in buona fece, quello che viene fatto verso alcune categorie di persone.. come i detenuti, i tossici, gli zingari, ecc.. ovvero generalizzare. Non dobbiamo farlo neanche con le guardie, e con i magistrati. Il Presidente della Repubblica questa volta ha detto una cosa sacrosanta, secondo me. Quei magistrati uccisi dalla criminalità, e abbandonati dallo Stato, spesso perchè scomodi.. sono Eroi. E dobbiamo essere onorati di averli avuti nel nostro paese. Il fatto che poi il mono della magistratura è ANCHE una casta, che le vittime della magistratura siano tantissime e spesso non considerate.. non ci deve mai impedire di vedere il grande valore che ha rappresentato e rappresenta l’opera di alcuni magistrati.

Poi, Pasquale scrive…

Hanno fatto un  blitz a Napoli, arrestando alcune persone. Tra gli inquisiti c’era il capo della mobile di Napoli, ritenuto un eroe per gli arresti di latitanti fatti in passato. Gli stavano facendo anche un film, bloccato dopo questa inchiesta. Lui non è stato trasferito, ma trasferito alla Criminalpol di Roma. ” (8 luglio)

Concordo pienamente con lui, su questo punto. Il mio ragionamento va al di là di questa persona in concreto, che potrebbe benissimo essere innocente. Ma si incentra sulla realtà “castale” che esiste in Italia. In certe inchieste se appartieni a contesti umili o non hai particolari protezioni e non fai parte di particolari corpi sei trattato con un rigore implacabile.. chi invece fa parte di altri “mondi” è (troppo spesso) trattato con i guanti di velluto.

Adesso passiamo all’intermezzo comico. Pasquale scrive:

Avevo regalato il libro di Carmelo a un mio amico che si trova nel carcere di Salerno, glielo avevo spedito con una busta di spedizione. Oggi ricevo la sua lettera, dove lui mi informa che ha ricevuto il libro, ma che ancora deve leggerlo, perchè è fermo al magazzino, e per le cervellotiche disposizioni della direzione del carcere di Salerno, deve fare uscire il libro tramite colloquio con i familiari, e gli stessi glielo devono spedire, non per corrispondenza, ma con un pacco postale. ” (23 giugno)

Ah.. le meraviglie della mente umana…:-).. non so voi, ma io dopo che leggo di simili strategici interventi mi sento.. già più sicuro..:-)

In un altro punto, Pasquale ritorna sulla sua vicenda penitenziaria e sulle possibiità che gli vengono negate:

“Dopo vari colloqui avuti con gli operatori del trattamento rieducativo per i benefici penitenziari, ho capito che è inutile sperare che possano concedermi qualche giorno di permesso per trascorrerlo insieme a mio padre. Devo rassegnarmi e convincermi che, come è successo con mia madre, lo stesso succederà con mio padre, non lo rivedrò più da vivo. Devo farmene una ragione e prepararmi all’evento per evitare che la sofferenza mi annichilisca per troppo tempo, come successe con mia madre.  Il sistema è spietato. Deve distruggerti in tutto, anche negli affetti più cari. Non si accontenta di seppellirti vivo, toglierti l’intera vita, limitarti in tutto. Vuole punirti anche in ciò che ami, affinché il ciclo di dolore sia completo. Non ci si abitua mai a tutte le crudeltà che in tanti anni ha subito. Ma bisogna essere forti per non soccombere al carcere. Meglio morire in piedi che strisciando, inginocchiati.” (26 giugno)

Se ne è già parlato.. una persona come Pasquale considerata  -dopo trent’anni e dopo un percorso umano e culturale eccellente-  non adeguata ai benefici è lo specchio di quella grande mancanza di responsabilità, competenza e coraggio che tocca ogni settore di questo Paese. Una persona capace di dare tantissimo, viene lasciata, dopo oltre 3o anni, ancora “immobilizzata”. Non gli si permette neanche di vedere il vecchio padre, come non gli è stato permesso di vedere la madre, che ora è morta. Allo stesso tempo si è disumani e ingiusti.

Pasquale sa poi salvare dal mondo incessante dell’informazione.. flash su immagini di speranza.. come questa..:

Li chiamano gli angeli della monnezza. Tramite la rete si sono passati la voce e stanno pulendo Napoli. Si chiamano CLEANAP. Si danno appuntamento nel luogo che vogliono pulire, una piazza o una strada, e, armati di guanti, scope e spugne, lavano per bene il posto scelto. Ciò ha contribuito a fare partire anche la raccolta differenziata. “

Concludo con un momento molto intimo, delicatissimo, e commuovente. Quando Pasquale scrive:

L’amica Antonia mi ha mandato la copia di tutto il diario  dall’inizio fino ad oggi. Nel leggerlo ho trovato le repliche di una mia nipotina.. Annamaria. Le sue parole piene di affetto mi hanno riempito il cuore di gioia. Le voglio un bene dell’anima, anche se non la conosco di persona, ma solo in foto. Ha un posto speciale nel mio cuore, e quando occupa i miei pensieri riempie tutto il mio mondo. Mi rende felice ogni volta che mi scrive. Vorrei tanto conoscerla. Mi auguro che un giorno non lontano arrivi questo momento. Nel frattempo la tengo stretta a me con tutto il bene che nutro per lei.” (29 giugno)

Quanto amore…  questa Nipotina è come un lago nel suo cuore. E pensate che di lei.. ha potuto vedere solo le foto. Non ha potuto incontrarla neanche una volta.

Basterebbe solo questa citazione, più di mille parole…

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. mese di luglio.

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Ieri avevo ascoltato dai notiziari l’intercettazione in carcere di Michele Misseri e di sua moglie Cosima, che la procura ritiene la prova della colpevolezza di Cosima e Misseri. Mi pareva strano che era stato estrapolato un piccolissimo frammento dell’intercettazione.

Chi come me ha subito queste nefandezze dalle procure, coglie subito queste anomalie. Sto parlando dell’omicidio della piccola Sarah Scazzi ad Avetrana, in provincia di Taranto.  Oggi un giornalista ha intervistato Michele Misseri su questa intercettazione. Lui gli ha raccontato il contesto del discorso. Alla fine appariva diverso da quello che la procura aveva voluto trasmettere alla gente disinformandola. Il contesto è la sala colloquio del carcere di Taranto. Cosima Misseri va a trovare il marito Michele. La prima cosa che gli chiede è del perchè aveva dato 5-10 euro a Sarah, il marito risponde che non c’era motivo, la moglie continua.. “non è che l’hai violentata?” Il marito risponde di no, la moglie fa un’espressione non convinta, e il marito gli dice.. “se tu vuoi che dica ch l’ho violentata lo farò”.. la moglie risponde che deve dire solo la verità. Insomma, la moglie che voleva sapere la verità diventa un’accusa nei suoi confronti, e la procura in modo fraudolente distorce la realtà. Il giornalista si è comportato da mascalzone, perchè ha detto di non credere a Michele Misseri, ha fatto il gioco della procura, quando Misseri non poteva mentire, essendo che la registrazione è agli atti.

Sono convinto che Cosima Misseri e la figlia Sabrina sono innocenti. La loro sfortuna è che le procure, come spesso accade, si innamorano di una tesi, oppure, per ragioni  mediatiche scelgono i colpevoli, e credo che ciò sia successo anche in questo caso. Ritengo che il maggior responsabile di questo ginepraio sia stato l’ex avvocato di Michele Misseri, che invece di essere l’avvocato di fiducia di Michele Misseri, era la quinta colonna della  Procura, e ha fatto fare tutte quelle dichiarazioni a Michele Misseri, ed ora non è più credibile, anche se dal primo momento si è autoaccusato del delitto.  –  22-06-2011

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Avevo regalato il libro di Carmelo a un mio amico che si trova nel carcere di Salerno, glielo avevo spedito con una busta di spedizione. Oggi ricevo la sua lettera, dove lui mi informa che ha ricevuto il libro, ma che ancora deve leggerlo, perchè è fermo al magazzino, e per le cervellotiche disposizioni della direzione del carcere di Salerno, deve fare uscire il libro tramite colloquio con i familiari, e gli stessi glielo devono spedire, non per corrispondenza, ma con un pacco postale. Questa non è  burocrazia, ma è dispotismo allo stato puro, il prototipo delle baronie feudali. Ormai non mi meraviglio più quanto sento di queste assurde e cieche disposizioni, perchè ciò è passibile per la complicità dei Magistrati di Sorveglianza, i Provveditorati regionali, e le Procure locali; ma principalmente dell’organo supremo del sistema penitenziario, il D.A.P. (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) del Ministero della Giustizia.

Ci sono tanti abusi e piccole torture quotidiane. Tutti sanno, ma nessuno fa niente. C’è un’omertà istituzionale ferrea. Raramente viene fuori un pentito. L’ultimo che ricordo fu un infermiere penitenziario, lo mandarono al G8 di Genova e fece servizio nella caserma di Bolzaneto. Raccontò ai magistrati tutte le torture avvenute nella caserma di Bolzaneto. Scrisse anche un libro “io, l’infame di Bolzaneto”. E’ stato emarginato e trattato come un appestato. Lessi una sua intervista. Il sistema penitenziario ha lati oscuri, come le segrete dei castelli del medioevo.  –  23/06/2011

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Oggi iniziano tre giorni di sciopero -24, 25, 26. Li ha organizzati l’associazione Liberarsi, anche per dare sostegno a Marco Pannella che sta facendo lo sciopero della fame per protestare contro  il sovraffollamento nelle carceri, e per l’emanazione di una amnistia. L’associazione Liberarsi l’ha organizzata anche per aderire alla giornata internazionale dell’ONU contro la tortura, indetta il 26 giugno. Per ricordare la tortura dell’ergastolo, che è una pena di morte diluita nel tempo, infinita e crudele, ed è umanamente inaccettabile, come insegnava Aldo Moro.  Per ricordare la tortura del 41 bis, che è stato legalizzato istituzionalizzandolo. La legge più infame che la Repubblica italiana abbia emanato nella sua storia. Per ricordare la tortura degli O.P.G. (Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Una sorta di ergastolo bianco, una misura di sicurezza legata all’idea lombrosiana della “pericolosità sociale”, priva di un fine pena definito (quel criminale di Cesare Lombroso c’entra pure in questo). Per ricordare la tortura del quotidiano sovraffollamento carcerario. Settantamila persone pigiate come sardine e in condizioni di degrado assoluto, dove i suicidi si susseguono con  frequenza regolare. La politica non interverrà. Ormai è lontana dalla realtà e dai disagi, che causa anche con le sue assurde leggi. Nonostante tutto ciò, bisogna sempre fare qualcosa. Sono del parere che lottare è sempre meglio che non fare niente.  –  24/06/2011

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Luigi Manconi, ex viceministro della giustizia nel governo Prodi, sociologo e presidente dell’associazione “A buon diritto”, insieme alla ricercatrice dell’associazione e coordinatrice di siti “innocentievasioni.net” e “italiarazzismo” hanno scritto un libro “Quando hanno aperto la cella. Stefano Cucchi e gli altri” (Il Saggiatore).

Nel libro sono raccontati tredici storie di persone.. tutte con un tragico epilogo. Le conosco quasi tutte, perchè in una trasmissione di Lucarelli a Rai Tre furono illustrate, e si capiva chiaramente che furono degli omicidi fatti passare per suicidi. L’uso deliberato e sproporzionato della forza.. per affermare cià che ritengono un loro diritto di superiorità… quando si oltrepassa  il portone di una caserma, carcere e O.P.G. In quel momento diventano spietati e sordi al buon senso di umanità, sicuri dell’impunità assicurata dallo Stato. Manconi scrive “contrastare quelle illegalità e qualunque abuso e comportamento irregolare, chiunque ne sia il destinatario”. Fino a quando ciò non sarà la normalità, questi episodi continueranno sempre.  –  25/06/2011

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Questo governo una ne pensa e cento ne combina. Una elle ultime che ha fatto è stata quella di chiedere ogni mese il certificato di essere ancora in vita a tutte le persone che usufruiscono ella Legge Bocchelli. Questa legge fu emanata per dare un vitalizio a tutte le persone della cultura, arte, spettacolo e sport che vivevano in uno stato di indigenza. Ormai non si preoccupano più di quello che fanno, sono lontani dalla vita reale e non  se ne rendono conto. In Italia, in tutti gli uffici pubblici e privati si chiedono milioni di certificati. La legge Bassanini del 1997 li aveva dimezzati, e con il tempo si prevedeva di ridurli allo stretto necessario, che sarebbe circa 6 milioni. Ma purtroppo lo Stato alimenta ciò che vorrebbe ridimensionare. Pertanto inventa una lotta titanica snellire la burocrazia e renderla a misura della gente.  –  26/06/2011

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Dopo vari colloqui avuti con gli operatori del trattamento rieducativo per i benefici penitenziari, ho capito che è inutile sperare che possano concedermi qualche giorno di permesso per trascorrerlo insieme a mio padre. Devo rassegnarmi e convincermi che, come è successo con mia madre, lo stesso succederà con mio padre, non lo rivedrò più da vivo. Devo farmene una ragione e prepararmi all’evento per evitare che la sofferenza mi annichilisca per troppo tempo, come successe con mia madre.  Il sistema è spietato. Deve distruggerti in tutto, anche negli affetti più cari. Non si accontenta di seppellirti vivo, toglierti l’intera vita, limitarti in tutto. Vuole punirti anche in ciò che ami, affinché il ciclo di dolore sia completo. Non ci si abitua mai a tutte le crudeltà che in tanti anni ha subito. Ma bisogna essere forti per non soccombere al carcere. Meglio morire in piedi che strisciando, inginocchiati  Nietzsche aveva ragione “la sofferenza che non ti uccide ti rende forte”. Posso affermare con consapevolezza che il sistema è più criminale di quello che sono stato io nel passato, ed oggi la mia nuova visione della vita sbatte contro il dispotismo di questo apparato burocratico che non conosce umanità.  –  27/06/2011

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Ho letto un aticolo.. “mai più tossici, ma malati da curare”. Questo lo sappiamo anche noi ignoranti detenti, che i tossici sono malati, solo che lo Stato non vuole saperlo. Li butta in cella, riempiendoli di psicofarmaci per farli dormire tutto il giorno, lavandosene le mani, anche se le cure in una comunità costano un terzo della spesa per metterli in carcere. Lo Stato non si comporta da buon padre, ma da padre sciagurato. Crede che chiudendo  ogni problema sociale nel perimetro elle mura del carcere risolva tutti i problemi. Non fa altro che rinviarli nel futuro. Un giorno usciranno dal carcere e il problema si riproporrà moltiplicato, perchè molto peggiorato. La cura è la soluzione migliore, per recuperare dei malati e dare loro la possibilità di avere un futuro da normali cittadini. I tossicodipendenti sono una sciagura per le loro famiglie, perchè le distruggono in ogni senso, e nessuna famiglia che ha attraversato questo ciclone sarà più come prima. Lo Stato dovrebbe prenderne coscienza e ascoltare gli specialisti del settore e non affidarsi a politici fanatici come il senatore Giovanardi.  –  28/06/2011

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L’amica Antonia mi ha mandato la copia di tutto il diario  dall’inizio fino ad oggi. Nel leggerlo ho trovato le repliche di una mia nipotina.. Annamaria. Le sue parole piene di affetto mi hanno riempito il cuore di gioia. Le voglio un bene dell’anima, anche se non la conosco di persona, ma solo in foto. Ha un posto speciale nel mio cuore, e quando occupa i miei pensieri riempie tutto il mio mondo. Mi rende felice ogni volta che mi scrive. Vorrei tanto conoscerla. Mi auguro che un giorno non lontano arrivi questo momento. Nel frattempo la tengo stretta a me con tutto il bene che nutro per lei.  –  29/06/2011

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I leghisti fanno tanto casino per i rifiuti di Napoli. Come al solito dimenticano i loro trascorsi, quando sotto la loro amministrazione avevano un problema analogo a Milano. Quando il sindaco di Milano era il leghista Formentini, la città era piena i rifiuti come Napoli. Si rivolse  al Presidente della Regione Emilia Romagna, che all’epoca era Bersani, e i rifiuti di Milano furono sversati in Emilia. Con onestà Formentini l’ha dichiarato su  un quotidiano in un’intervista. Credo che l’abbia fatto per fare capire che bisogna aiutarsi tra amministrazioni. Borghezio, come è suo costume, deve dare il tocco di classe in ogni dichiarazione.. “Roma è sporca come Calcutta”. Le sue bestialità servono, credo, solo per farlo stare bene. E’ la sua natura. La decadenza della politica italiana deriva maggiormente da questi tristi figuri. Dimenticano i leghisti che le discariche del Sud sono sature, perchè sono piene di tutti i rifiuti speciali delle regioni del Nord, che hanno rovinato la Campania, che un tempo era considerata Felix, perchè era la più fertile d’Italia.  –  30/06/2011

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Stamane sono andato a un corso istituito da una associazione di volontariato. Si basa sull’economia quotidiana: matematica, conciliazione (la nuova legge sui processi civili), e come aprire e gestire una attività. Mentre stavamo facendo alcune cose sulla matematica, mi sono guardato intorno. Tutti e dieci componenti del corso siamo dei condannati col famigerato 416 bis C.P. Pertanto esclusi da qualsiasi opportunità imprenditoriale, e anche nel ramo della conciliazione, essendo una specie di giudice privato. Questi corsi sono finanziati allo Stato,  nei vari rami della sua amministrazione. Ministro ella Giustizia, regioni, province  e comuni. Mi chiedo.. se non possiamo adoperare ciò che impariamo… perchè lo Stato spende questi fondi che non hanno una finalità né rieducativa per un futuro reinserimento  e né materialmente dopo avere scontato la pena? L’impressione è che lo Stato truffa sia se stesso e sia la società civile. Credo che i detenuti e il carcere in generale siano un buon business, e pertanto tutto viene fatto affinchè le repliche al teatro siano infinite.  –  1/07/2011

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Su un quotidiano c’era la foto di una volpe morta per colpa dei rifiuti. Aveva la testa infilata in un barattolo ed era rimasta soffocata. L’associazione cacciatori altoatesini denunciavano il pericolo mortale che i rifiuti rappresentavano per gli animali selvatici. Non sono non si dovrebbero lasciare i rifiuti quando si va in giro nei boschi e nelle montagne, ma si dovrebbero chiudere tutte le discariche nei parchi nazionali, sia per preservare i luoghi e sia per evitare pericoli alla fauna.  –  2/07/2011

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In Sicilia, a Vittoria, in provincia di Ragusa, nei confini delle acque territoriali della costa ragusana, a una profondità tra i 9 e i 60 metri, vogliono prelevare la sabbia per adoperarla per le spiagge del Nord che sono state erose dal mare. I pescatori si oppongono, perchè tutto questo raschiamento asporterà tutto, uova e specie ittiche. Sarà la distruzione totale e la tomba della pesca. Non basta al Nord usare il Sud come mercato per i loro prodotti e come discarica per i rifiuti tossici. Ora lo vogliono usare anche come cava. La singolarità di queste notizie è che non hanno risonanza mediatica, ma sembrano quasi che vengono occultate dai quotidiani nazionali. Si trovano solo nei quotidiani locali.  –  3/07/2011

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Dopo avere letto un articolo su  un PM che è stato messo in aspettativa per infermità mentale, perchè aveva ipotizzato che il delitto di Melania Rea, la moglie del caporale militare in servizio ad Ascoli Piceno..  fosse stato un omicidio avvenuto in ambito militare da parte di una setta satanica massonica. Il PM in questione si chiama Paolo Ferraro, in servizio alla Procura di Roma. Non credo fosse la prima volta che avesse comportamenti simili. L’hanno fermato adesso perchè il caso di Melania ha molta risonanza mediatica. Chissà quante ne ha combinate in passato. Ma finchè si trattava del popolino, la corporazione dei magistrati l’ha protetto e coperto. Mi viene in mente il PM di Torino che sul quotidiano “Fatto quotidiano” del 27 febbraio 2011, delirava che l’ergastolo si sconta con 15 anni e mezzo di carcere. Questi episodi sono solo la punta dell’iceberg. Per questo motivo ci vorrebbe una legge che istituisca un controllo periodio di salute psichiatrica  e di capacità di saper svolgere il proprio lavoro, per tutti i magistrati.  –  4/07/2011

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Pensando a quello che ho scritto ieri, e ricordando il discorso del Presidente della Repubblica qualche mese addietro, sui dieci magistrati vittime di agguati della criminalità e della politica, aveva detto che avevano salvato la democrazia. Non condivido questa affermazione, perchè la casta della magistratura non ha niente a che vedere con la democrazia, anzi  si sono sempre messi a disposizione del potere di turno, come fecero con il fascismo e non mi risulta che ci fu qualcuno che dissentì. Nell’Università ci furono dodici professori che dissentirono, nella magistratura nessuno. Furono molto zelanti anche con l’adesione ai Tribunali Speciali. Nessuno ha ricordato, nè tantomeno l’ha fatto il Presidente, delle migliaia di vittime della magistratura. Ogni tanto quando conviene alla politica, vengono ricordati i fatti più eclatanti come quello di Tortora. Tutti i giorni ci sono vittime da parte della corporazione dei giudici, anche con suicidi, famiglie distrutte ed economie rovinate. Ma viene tutto coperto dal loro potere di censura e dall’omertà istituzionale. I magistrati non pagano mai per i loro misfatti. Hanno la certezza dell’impunità assoluta, pertanto parlare i una dittatura  giudiziaria non è campato in aria. L’evidenza dei fatti non si può smentire.  –  5/07/2011

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Il capo dei Salesiani olandesi, padre Herman Spranck, ha dichiarato che non condanna la pedofilia. Un’affermazione che meritava la levata di scudi da parte della Chiesa, e ampia risonanza da parte dei media. Invece silenzio, solo un piccolo trafiletto di 7 cm. per 4 cm. La censura del potere della Chiesa è molto forte, pertanto i proclami contro la pedofilia sono chiacchiere al vento, se il capo di un ordine molto importante può dire impunemente una cosa così grave.  –  6/07/2011

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Il popolo della Val di Susa protesta da tanti anni per un’opera che ritengono devastante per la loro Valle. Siccome si è arrivati al punto che se non iniziano i lavori, l’Italia perde 600 milioni di euro dell’Unione Europea, allora lo Stato si è mosso con la forza e con il fango mediatico. Hanno usato la forza della polizia in modo pesante, e il fango mediatico, etichettandoli terroristi. Un linguaggio indegno e infame. I media, con il loro servilismo stanno preparando il terreno per un altro G8. Tutti i fermati vengono massacrati di botte. A parte le loro denunce e i referti medici, lo si vede dalle foto degli arrestati fatte vedere nei notiziari TV. La copertura dell’impunità viene dalla politica di destra e sinistra, una massa di pusillanimi edita solo a preservare il proprio potere e i propri privilegi. Secondo questi signori, il popolo dovrebbe essere un gregge di pecore e sottostare a tutte le loro decisioni, senza avere voce in capitolo. Dovrebbero spiegare alla gente, perchè devastare una Valle e la vita dei suoi abitanti, per una infrastruttura che serve solo gli imprenditori, che a loro volta mirano ai 17 miliardi che servono per finanziare l’opera, che poi si triplicheranno. Quando poi questo governo non fa che tagliare servizi per la comunità (l’ultimo taglio  è di cinque miliardi), sembra pi una prepotenza estorsiva he un intervento dello Stato per il bene comune. Un amico che lotta in Val di Susa, mi ha mandato queste foto che vengono dal Kurdistan “la solidarietà non ha confini”. I Kurdi sono un popolo he ammiro molto . Sanno bene cosa significa la repressione e la lotta.  –  7/07/2011

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Hanno fatto un  blitz a Napoli, arrestando alcune persone. Tra gli inquisiti c’era il capo della mobile di Napoli, ritenuto un eroe per gli arresti di latitanti fatti in passato. Gli stavano facendo anche un film, bloccato dopo questa inchiesta. Lui non è stato trasferito, ma trasferito alla Criminalpol di Roma. Il Ministro degli Interni e il Capo della polizia si sono subito affrettati a difenderlo, credo anche senza sapere i fatti. Le accuse di un pentito, le intercettazioni e i fatti accertati, lasciano pochi dubbi all’immaginazione, anche sei fatti rappresentati ai giornalisti vanno presi con le pinze, essendo che fanno dei ricami per vendere i quotidiani, pertanto solo la verifica di un processo può stabilire bene  i fatti. Quello che non riesco a capire è perchè ci sono sempre di mezzo distinzioni. Il popolino viene sempre arrestato, e questi signori vengono trasferiti, o al massimo sospesi. Il suo amico, con cui avrebbe commesso questi reati, è stato arrestato insieme alla moglie. Due pesi e due misure. Ma ormai in Italia non è una novità.  –  8/07/2011

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L’amico Gianfranco di Parma mi ha scritto una lettera molto bella. Voleva studiare per corrispondenza il Vangelo di Giovanni. Ma siccome non sono molto portato per questi studi teologici, lui ha capito  e mi ha scritto “tutti noi abbiamo la presunzione di pensare che tutto ciò che ci piace deve piacere anche agli altri”. E che questo sia un errore, lo ricorda quel bellissimo aforisma di Oscar Wilde “non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te (Gesù), ma anche non fare agli altri quello che vorresti fosse fatto a te, potrebbero avere gusti diversi”…. “Penso comunque che il tema della libertà sia fondamentale per tutti gli esseri umani, e sono convinto che la parte migliore di te non può essere imprigionata. Tu hai fatto l’esperienza del tuo spirito libero che, liberamente, indirizza intelligenza, volontà e affettività. Il tuo spirito studia, liberamente si arricchisce, si confronta e nella libertà, cresce”. Queste parole mi hanno fatto molto piacere. Mi mancano i colloqui con lui. Un uomo di grande cultura e di immensa umanità, che stimo e ammiro molto.  –  9/07/2011

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Mi ha scritto Luciana da Parma. Come Gianfranco fanno volontariato nel carcere di Parma, dove li ho conosciuti. Aiuta i detenuti per le pensioni, disoccupazione, ecc. Mi ha informato che presto il Direttore del carcere di Parma andrà via. Sarà promosso e trasferito al Ministero. L’impressione è che promuovono tutti i Direttori che sono  rigidi, che limitano e opprimono i detenuti. Tempo fa lessi e scrissi della promozione dell’ex Direttore dell’Ucciardone di Palermo. Ora riesco a comprendere l’immobilismo del Ministero, e la delega totale alle singole carceri. Ciò accadrà fino a quando il Ministero sarà solo un luogo di potere degli estremisti. Luciana è una grande donna, ci facevamo lunghe chiacchierate, alimentava in me la fiducia nella società, in lei vedevo il mondo come desideravo che fosse. Ammiro la sua convinzione in ciò che fa. Nutro una profonda e sincera amicizia nei suoi confronti.  –  10/07/2011

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Leggo che il governatore della Sicilia, Lombardo, ha proposto l’abolizione delle province siciliane, dopo l’indecoroso comportamente tenuto in Parlamento con la votazione contraria del PDL e della Lega, e con l’ostruzione del PD. Il PDL, la Lega e il PD, in campagna elettorale avevano strombazzato ai quattro venti he avrebbero abolito le province. L’avevano messo anche nei loro programmi. IDV e UDC avevano presentato una legge per l’abolizione delle province italiane. Il PD aveva l’occasione sia di tagliare i costi della politica, e sia di sconfiggere il governo materialmente e moralmente. Invece, in modo vergognoso si è astenuto. Sarebbe veramente un evento se la Sicilia facesse questa riforma, danto l’esempio. La casta politica dice di volere fare, ma nei fatti non vuole fare niente. Questa politica non vuole fare riforme, sono lo slogan elettorali. Mirano solo a conservare poteri e privilegi.  –  11/07/2011

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Tempo fa avevo visto la pubblicità di un film.. “Ipazia”.. su una TV, poi non l’ho più visto. Mi è capitato tra le mani un articolo che commentava il film, e un testo teatrale. Non avevo mai sentito parlare di Ipazia, neanche letto qualcosa in un libro. Un personaggio cancellato dalla storia per volere della Chiesa. Ipazia è stata la prima scienziata della storia. Una matematica eccellente, e con un cultura vastissima. Era una donna che, già a quei tempi, riteneva che la ragione dovesse prevalere sull’oscurantismo religioso e le ideologie di qualsiasi genere. Questi ragionamenti visti bene, principalmente dai fanatici religiosi. Il vescovo Cirillo di Alessandria d’Egitto l’aveva attaccata in ogni modo, fomentò la gente contro di lei, e i fanatici cristiani la uccisero e ne bruciarono il corpo per farlo sparire. Il vescovo dichiarò pubblicamente che Ipazia era sana e salva ad Atene, mentendo spudoratamente perchè era stato il mandante morale dell’assassinio e sapeva della sua uccisione e sparizione. Con tutto ciò, questo vescovo fondamentalista venne dichiarato santo nell’ottocento dalla Chiesa. Ipazia fu uccisa nel 415 D.C., per sedici secoli è stata fatta dimenticare dal potere religioso, ma la storia l’ha fatta risuscitare, facendo giustizia e ridandole il posto che merita nell’Olimpo dei grandi.  –  12/07/2011

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Avevo letto già su Wired (una rivista a cui sono abbonato, e che ritengo piena di idee per le nuove tecnologie, principalmente per quanto riguarda l’informatica e internet) questa notizia. Leggo su un quotidiano che il “Movimento a cinque stelle” installa, con poche spese, l’accesso a internet gratuitamente. Ritengo questi ragazzi degli eroi, perchè la rete deve essere gratuita per tutti. Come una volta c’era il telefono fisso  in ogni cosa, così dovrebbe essere oggi con internet. Se ciò fosse fatto, lo Stato risparmierebbe miliardi di euro, perché tutti i cittadini potrebbero fare quasi tutto da casa, dai certificati negli uffici pubblici alle prenotazioni sanitarie.. banche, poste, ecc. Ma principalmente, si risparmierebbero milioni di ore di lavoro, che si sprecano nelle file per accedere ai vari uffici. Questo enorme progresso viene frenato dalle multinazionali del settore, perchè guadagnano tanti miliari di euro. Se l’accesso a internet fosse gratuito, andrebbero in rovina.  –  13/07/2011

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Questa maggioranza di governo per tenersi stretta la Chiesa, si allinea a tutti i diktat del Vaticano, solo per mero opportunismo, mirando esclusivamente ai voti che controllano le gerarchie ecclesiastiche. Stanno discutendo la legge sul testamento biologico. Deve essere una mostruosità, perchè hanno tolto ogni diritto  di decisione sulla  nostra vita. Neanche i dottori possono farlo. Sembra di essere tornati agli anni bui del Medioevo. Mina Welby, vedova di Piergiorgio Welby, ha dichiarato che è inorridita di fronte al mostro che stanno emanando. Si è detta subito pronta a a raccogliere le firme per un referendum, supportata dall’Associazione Luca Coscioni. La libertà di scelta è un diritto, e nessun dogma religioso o politico può soffocarla. Il ministro Alfano è ora segretario del PDL. Ha dichiarato che è una legge moderna, la migliore in Europa. Questo ha la faccia di bronzo peggiore del suo padrone. I referendum devono diventare l’espressione della libertà popolare contro la cricca della casta politica.  –  14/07/2011

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Mi ha sempre affascinato il caso di Ettore Majorana, uno dei ragazzi di via Panisperna. Così erano chiamati un gruppo di giovani fisici italiani, ritenuti i più brillanti dell’epoca. Majorana era il genio del gruppo; lo ha sempre riconosciuto Enrico Fermi, anche lui del gruppo, ma diventato il più famoso, sia per il Nobel avuto nel 1938, e sia per avere partecipato al progetto per la bomba atomica in America, durante la Seconda guerra mondiale. Ettore Majorana scomparve nel 1938 sul traghetto Napoli-Palermo. La tesi è sempre stata il suicidio. Recentemente è stata aperta un’inchiesta, perchè un ex ispettore di polizia ha dichiarato di averlo incastrato in Venezuela e ha prodotto una foto insieme a lui. Tante persone lo avrebbero visto tra l’Argentina e il Venezuela. Non credo che tutti abbiano avuto delle allucinazioni. Personalmente credo che se ne sia andato in Sud America, anche se non immagino il vero motivo, essendo che ne sono stati immaginati tanti.  15/07/2011

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Ho finito di leggere il libro di Alfredo. Una fotografia dei momenti, delle cose e dei pensieri più belli che l’hanno colpito durante il percorso della sua vita. Il titolo “Si viene per dare” è molto significativo, perchè se ognuno di noi avesse presente, durante il percorso della vita, questo concetto, ci sarebbero meno comportamenti egoistici e più azioni altruiste, come è giusto che sia in una comunità, un villaggio, una città o nel mondo intero. Ognuno di noi si può rispecchiare nel libro, troverà un pò di se stesso, di ciò che fu e di ciò che poteva essere, di ciò che è  e non è stato. Un mare dove c’è posto per tutti per fare il bagno.

Tra i tanti capitoli che ho apprezzato, c’è quello a pag. 185 sulla Resistenza Umana (come “Regressisti”).. a pag. 213.. ne potrei citare tanti dei capitoli del libro, da Baggio al frate guardiano.. alle canzoni, ecc. Credo anche io, che abbiamo perso quella sensibilità dello spirito, che alimenta l’empatia con tutti i viventi di questo pianeta. Se tutti avessimo l’equilibrio e la pace dell’anima di Alberto Cantoni (sciamano, si parla di lui in una parte del libro), la terra sarebbe il Paradiso che tanti hanno descritto. La “dedizione totale” a ciò che ci si preffigge, porterà un giorno Alessio (Alessio Tavecchio, ragazzo entrato in coma e risvegliatosi compretalmente paralizzato nell’uso delle gambe) a tornare a camminare con le proprie gambe, con la stessa forza di David (altro personaggio di cui si parla nel libro, come Alessio) che gli anziani della sua tribù buttarono in acqua per richiamare il suo spirito. Carmelo (Carmelo Musumeci, in un capitoletto si parla anche di lui) è sempre una novità. Ogni volta che lo leggo provo emozioni diverse. Riesce sempre a centrare il punto delle cose, senza “se” di sottomissioni o “ma” di condizionamenti del sistema.

ll pezzo del grande saggio indiano Patanjali (uno dei più grandi saggi della storia dello Yoga), tratto dalla sua opera, “Yoga Sutra” è magnifico:

“Quando sei ispirato da un grane proposito, da qualche progetto straordinario, tutti i tuoi pensieri oltrepassano i loro confini. La tua mente trascende le limitazioni, la coscienza si espande in ogni direzione e ti ritrovi in un nuovo, grande mondo meraviglioso. Le forze, le facoltà, i talenti addormentati si ridestano, ed ecco che diventi una persona molto, molto più grane di quello che avevi osato sognare”.

Mi piace molto, perchè anche io penso che siamo noi stessi a porci dei limiti, limiti che ci tarpano le ali.. quando invece dovremmo volare sempre. Caro Alfredo hai scritto un bel libro. Hai tempi e la sensibilità giusta per proseguire su questo percorso. Ti auguro il successo che meriti, ma principalmente che la tua anima continui a volare.  –  16/07/2011

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Mi sono reso conto che  a volte, senza volerlo, con espressioni datate nel tempo, si può offendere le persone e passare per razzista. Mentre discutevo con l’amico Rocco del dentista che deve venirci a fare visita, gli chiedevo di sapere il giorno in cui veniva, siccome lui prolungava il discorso con tanti perchè.. per mettere fine a tante risposte gli ho detto.. “per non farci trovare impreparati e presentarci come degli zingari”. Vicino a me c’era Fiore, si è risentito. Gli ho spiegato che non c’era da parte mia nessun senso offensivo, anche perchè sono cresciuto con loro, ne conosco tanti, ho alcuni amici, ho avuto coimputati e una famiglia è ancora mia vicina di casa. Con calma, riflettendo sull’accaduto, ho pensato che alcune  affermazioni di uso quotidiano, che si perdono nella notte dei tempi, sono state coniate per un pregiudizio ancestrale contro gli zingari, come è accaduto per gli ebrei. E anche se vengono usate senza cattiveria, sono sempre offensive. Dovremmo coltivare il nostro linguaggio, e pulirlo da certe stupide espressioni. Una parola può offendere, ma maggiormente ferire l’animo, anche se detta in buona fede, contribuendo a creare, nell’immaginario di chi la riceve, l’impressione di avere di fronte una persona diversa da quella che è realmente. Il pregiudizio contro gli zingari è ancora vivo. In alcune occasioni mi sono trovato  difenderli perchè ancora esistono retaggi medioevali, ma  ho anche capito che è l’ignoranza di non conoscere che alimenta il pregiudizio. Sono molto dispiaciuto dell’accaduto, perchè comprendo  che Fiore e suo figlio penseranno che abbia dei pregiudizi, quando invece si tratta di pensieri lontani da me anni luce. Ho dei ricordi piacevoli delle storie avute con ragazze zingare, quando abitavo in un rione dove eravamo pari famiglie. Uno dei miei nipoti, Antonio, il figlio di  mio fratello, frutto di una relazione con una ragazza zingare, si è sposato e ha due figli, pertanto ho un nipote e due pronipoti zingari.. come potrei avere pregiudizi? Da oggi in poi, non solo controllerò il mio linguaggio, ma mi adopererò per ripulirlo da riferimenti di qualsiasi tipo che possano offendere.  –  17/07/2011

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Mi è capitato tra le mani uno scritto sulla sentenza della Corte Costituzionale della Germania, in merito ad aveer un posto letto detentivo che non lea la dignità delle persone o, in caso contrario, scarcerarle. Menziona ciò che hanno fatto i norvegesi 25 anni fa. Fanno scontare la pena quando si libera il posto letto. Si potrebbe fare anche in Italia, invece di fare le sceneggiate cinematografiche di andare a prendere a casa le persone che aspettano con lo zaino pronto per il carcere. Come si dovrebbe fare anche con la carcerazione preventiva. La Costituzione sancisce che solo quano la sentenza è definitiva si è colpevoli. Allora, perchè bisogna anticipare la carcerazione senza sapere se si viene condannati? Basterebbero queste due cose per sfoltire del 70% le carceri, ma la politica non vuole. Le interessano che le cose rimangano come sono, così possono attingere nei loro discorsi politici e usarli demagogicamente a 360 gradi. Allego lo scritto, perchè è interessante e meritevole di essere letto:

“La Corte Costituzionale tedesca, con una sentenza storica, obbliga le autorità penitenziarie del Paese, a rilasciare  un detenuto, qualora non siano in grado di assicurare una prigionia rispettosa dei diritti umani fondamentali. Si tratta di una decisione giudiziaria che rovescia una giurisprudenza precedente molto più cauta e che, nella gerarchia dei valori costituzionali, ritiene di anteporre il valore della dignità umana a quello della sicurezza. Il caso riguardava un detenuto originario del Nord-Reno Westfalia. Costui era stato rinchiuso durante la sua carcerazione, per 23 ore su 24, in una cella di 8 metri quadri, con annessa toilette non separata da alcun muro divisorio. Il detenuto doveva condividere lo spazio con un’altra persona. Per cui ognuno di loro aveva a disposizione solo 4 metri quadri, bagno compreso. In quelle condizioni c’era stato 151 giorni. Gli era consentito farsi la doccia solo 2 volte alla settimana. Inoltre, la persona con cui condivideva la cella era un fumatore e ciò, a dire della Corte, aggravava la qualità della vita. Il sistema penitenziario tedesco è organizzato su base federale. La Regione – alla quale egli aveva fatto ricorso – gli aveva dato torto. La Corte Costituzionale federale, invece, lo scorso 9 marzo, gli ha dato ragione. Secondo i giudici supremi tedeschi non si può vivere in meno di 6-7 metri quadri. Se lo Stato non è in grado di assicurare una simile minima condizione detentiva, allora dovrà in extrema ratio, rinunciare alla punizione e liberare i detenuti in surplus rispetto agli spazi disponibili. Di conseguenza, i detenuti che vivono in condizioni simili a quelle descritte, potrebbero richiedere l’interruzione, oppure il reinvio della pena. La decisione tedesca – più radicale nei contenuti rispetto ad analoghe prese di posizione di corti nazionali di altri paesi – di fatto apre la via alle liste di attesa penitenziarie che già sono state realizzate in altri paesi del Nord Europa.

Il governo norvegese, oramai 25 anni fa, così intitolò il piano di edilizia penitenziaria “ridurre le attese per scontare la pena”. Era ovvio, per il governo scandinavo, non incarcerare persone alle quali non potesse essere assicurato  un posto letto. Le liste di attesa per i detenuti sono un’invenzione norvegese. Se non c’è posto in carcere si aspetta a casa che il posto si liberi.

Poi sono arrivati il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e la Corte europea dei diritti dell’uomo a fissare gli standard ineludibili di vita penitenziaria, tra cui metri quadri che ogni detenuto deve avere a disposizione affinchè lo Stato non incorra in trattamenti umani e degradanti. I giudici di Strasburgo hanno, nel luglio 2009, condannato l’Italia perchè, nel caso Sulejmanovic (detenuto di origine bosniaca) aveva costretto un prigioniero a vivere in meno di 3 metri quadri, e ciò, secondo i giudici europei, costituisce una ipotesi di violazione dell’art. 3 della Convenzione sui diritti umani del 1950 che proibisce la tortura. Da allora, centinaia sono stati i ricorsi presentati alla Corte, che da un momento all’altro dovrebbe iniziare a decidere al riguardo.

 D’altronde la Germania – ove è stata presa una decisione che può ben essere definita epocale – ha un tasso di affollamento inferiore al 90%, ossia ha più posti letto che detenuti. L’Italia è messa molto peggio: ha un tasso di affollamento che supera il 150%. In Europa siamo superati sono da Bulgaria e Cipro. Anche per questo è stata avviata dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato, presieduta da Pietro Mercenaro, una indagine conoscitiva sula situazione delle carceri in Italia. Martedì scorso sono iniziate la audizioni.”   –  18/07/2011

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Oggi, sentendo in TV uno dei predicatori di odio, che, come al solito, nei suoi discorsi dispensava odio a piene mani senza  mai dare la soluzione a un problema.. per risolvere un degrato ambientale, sociale e di sviluppo. Forse neanche ci pensano, perchè, se si risolvono questi problemi, cosa fanno poi questi profeti della sofferenza? Pertanto non vogliono che venga sanato nessun problema. Mentre ascoltavo e pensavo a queste cose, mi è venuta in mente una frase che ho letto nel libro di Alfredo, “Si viene per dare”, che ho finito di leggere due giorni fa. Ricordo anche la pagina, 210. La frase diceva… “chiunque parla solo di degrado e di desolazione, anche  se lo fa a fin di bene, è al servizio del degrado e della desolazione”. Ogni problema ha una soluzione. Basta avere il coraggio di trovarla. In questo caso possiamo dire.. se si ha la volontà e l’interesse di trovarla.  –  19/07/2011

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La vendetta di un precario che ha lavorato 15 anni in Parlamento, sta facendo molto rumore su facebook, sta svelando tutti i privilegi e le ruberie varie che commettono i parlamentari. alle lettere anonime che si scrivono per avere l’auto blu con la scorta, alle denunce di furti di oggetti di lusso, perchè beneficiano di una assicurazione con rimborso integrale.. voli aerei gratuiti, bollette telefoniche, e tante altre meschinità. Ormai hanno perso il senso della vergogna. Sono capaci di tutto e vivono lontani dal paese reale. Vivono di politica un milione e trecentomila persone. Credo che non ci siano eguali nel mondo. Bisognerebbe tagliarne più della metà. Ma come finisce la bufera, tutto tornerà come prima. Solo la piazza può sovvertire questa illegalità legalizzata, perchè ormai l’inquinamento  canagliesco non è solo nei piani alti, ma in tutti gli strati delle istituzioni. Nell’ottica generale siamo noi i delinquenti che inquinano la società e bloccano lo sviluppo del Paese. Mi auguro che la gente si svegli e faccia piazza pulita di questi mascalzoni.  20/07/2011

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Li chiamano gli angeli della monnezza. Tramite la rete si sono passati la voce e stanno pulendo Napoli. Si chiamano CLEANAP. Si danno appuntamento nel luogo che vogliono pulire, una piazza o una strada, e, armati di guanti, scope e spugne, lavano per bene il posto scelto. Ciò ha contribuito a fare partire anche la raccolta differenziata. Non è la gente che non vuole fare le cose, ma sono le amministrazioni che non sono capaci, e, per corruttele varie, creano queste situazioni. L’amministrazione di Salerno, distante 50 km, nel giro di pochi mesi, ha fatto diventare Salerno una delle città più pulite d’Italia. La gente risponde sempre bene, quando i politici sono seri, onesti e capaci.  –  21/07/2011

 

Ancora sul caso Aldo Scardella

 
Ritorniamo sul caso Aldo Scardella (di cui già si era parlato nel post.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/11/23/il-caso-aldo-scardella/) sempre attraverso una lettera del fratello Cristiano. Come premettevo in quel post la vicenda di Aldo Scardella fece parlare di sé a suo tempo, essendo la classica vicenda “inquietante”, dove troppe cose non quadrano e il sentore che resta è quello di abusi e ingiustizie.
Aldo Scardella era un giovane studente universitario. Venne arrestatato per l’omicidio di un commerciante. Morì dopo sei mesi.. mentre era in isolamento in carcere.. Sembra sia stato “fatto morire”. E che ci fossero interessi e “convenienze” a che questa morte avvenisse. Va detto, come scrive in questa sua seconda lettera Cristiano, che Aldo fu trattato con accanita rigidità. Basti pensare che ai famigliari fu consentito di vederlo solo 4 volte in 6 mesi.
 
Ma le “stranezze” non finirono con la morte di Aldo. Ma continuarono. E tutto questo lo leggerete nella lettera di Cristiano che oggi pubblichiamo.
 
Queste cose devono essere conosciute. Perchè? Perchè è giusto. E questo basta.
 
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Non ho mai voluto credere ai fenomeni paranormali anche perchè così si vive meglio; tuttavia la  mia amica professoressa Alessandra Vigliotti è convinta che nel mio caso le vie per arrivare alla verità sono infinite come quelle del Signore, anche se per percorrerle tutte, anche le più impensabili, ci vuole coraggio.
 Ed essendo io come un leone dignitoso,fiero, temerario e coraggioso, la mia amica mi dice di  ascoltare il mio cuore: nel silenzio delle mie parole mai pronunciate, ma comunque scritte, troverò le risposte…..
 Poco tempo fa una giornalista Emiliana per telefono mi dice: “Ho davvero voglia di vederti e parlare con te…..poi chissà, magari tuo fratello Aldo (con il suo maglione scuro) ha qualcosa da dirti”.
 E sono tornato indietro nel tempo, a quel maglione scuro di mio fratello Aldo sequestrato dalla polizia per essere sottoposto ad esperimenti giudiziali, ma mai più ritrovato: scomparso nel nulla..
Fu arrestato innocente nel dicembre 1985 per una tentata rapina culminata con un omicidio di un commerciante di bibite e sottoposto al regime d’isolamento e trovato morto dopo sei mesi in circostanze ancora oscure, il 2 luglio 1986.
Uno degli elementi più forti a sostegno del magistrato De Nicola era il fatto che mio fratello la mattina presto dopo  il delitto comprò il quotidiano locale e per De nicola parve
strano quella sete di notizie.
L’isolamento fu totale divieto di incontri con l’avvocato e solo dopo 4 mesi diedero il permesso ai familiari di vederlo ma solo 4 volte in sei mesi..
Fu trattato peggio dei boss di “cosa nostra” e morì dimenticato da Dio e dagli uomini.
Dodici anni dopo un noto boss della malavità Cagliaritana confessò il suo coinvolgimento al delitto per il quale fu accusato Aldo, portando in causa altre persone e successivamente condannate in via definitiva.
Ma l’amarezza fu tanta perchè in quel processo è emerso che malavita e giustizia sapessero dell’innocenza di Aldo.
 Il magistrato Enrico Altieri, il titolare delle indagini sulla sua morte, entrò nella sua cella accompagnato da un sottufficiale della scientifica.
Si presuppone che abbia rilevato qualcosa, ma nelle carte processuali non risulta niente: il magistrato come nel personaggio Del tenente Colombo, che veniva sempre consigliato  dalla
moglie, tempo dopo,  veniva consigliato anche lui dalla moglie dandogli elementi per ricordardargli del  famoso maglione scuro..
 Tra i detenuti interrogati su delega sua vi era anche Attilio Fanari il quale non disse nulla di rilevante sulla morte di Aldo.
Tre anni dopo, Altieri fece la requisitoria  in un processo in cui era imputato Attilio Fanari  per tentata truffa e in quella circostanza parlarono del “suicidio”di Aldo.
Fanari sostenne che Aldo simulò il suicidio per  uscire dall’isolamento, ma sbagliò tempo e calcoli e ci rimase secco, ma in quel dibattimento, della deposizione di Fanari del 1986 non vi è
traccia.
L’inviato del Ministero Giangiacomo Della Torre piombato a Cagliari dopo la morte di Aldo disse: “è una questione troppo delicata non posso  rilasciare dichiarazioni”..senza lasciarsi sfuggire la minima indiscrezione, cordiale ma poco disposto a fornire anticipazioni dando l’impressione di avere avuto un ampio mandato (come si scoprirà più avanti).
 In passato si era occupato di fatti scottanti.
Iniziò la suainchiesta sulla scia delle interrogazioni parlamentari su Aldo.
 Anni dopo, Della Torre, nelle vesti di presidente di tribunale per  il delitto del commissario Calabresi dove era imputato Adriano Sofri,  fu accusato da una donna che faceva parte della giuria di aver cercato di influenzare il suo voto.

“ Mi dispiace Scardella”, scrisse tempo dopo il noto intelletuale, anche quel signore è morto.
La procura di Roma rispondeva che non era configurabile un rapporto di causalità fra la morte di Aldo e un’eventuale condotta omissiva dei magistrati..fragilità emotiva, psicosi,o  forme di autosuggestione sono il presupposto, secondo loro, di quel tragico episodio di suicidio.
 D’ altronde cosa ci si poteva aspettare dall’uomo che per primo si occupò di Ustica……..e sappiamo benissimo come è andata.
 Un medico Piemontese, tra l’altro un radicale storico, fece un esposto al C.S.M. ravvisando dei gravi reati anche dalla Cassazione.
 Continuò nella sua battaglia, dicendomi “ne vale la pena, come sempre nella storia dell’umanità, perchè la lotta continua contro le sopraffazioni e la violenza del potere: anche se non porta
 risultati per il caso personale e familiare, anche se apparentemente si è sconfitti, serve e servirà sempre per altri, per tutta la società”
 Nell’inchiesta ministeriale i magistrati sardi rimasero sgomenti e attoniti per la morte di Aldo, nulla, a loro dire,  faceva presagire un atto del genere anche perchè nè dall’avvocato e nè da lui vi sono state istanze che potessero far intuire o presupporre una sua fragilità psichica.
Ma nelle carte processuali emerge tuttaltro: Aldo e l’avvocato cercarono di richiamare e di sensibilizzare la cosiddetta giustizia così come fece il mio amico Marco Pannella con un interrogaziione parlamentare, ma la risposta in Parlamento, non fu fedele alla realtà dei fatti.
 Peccato perchè  se ci fosse stato un po’ di buon senso avrebbero permesso a Marco Pannella oltre a salvare una vita umana, di evitare che si creasse il caso Scardella con tutte le conseguenze ai danni della magistratura sarda.
 Ancora oggi sto aspettando gli atti dell’inchiesta del mitico procuratore Caselli, piombato a Cagliari come inviato del C.S.M.  per poter avere una valutazione serena e globale di
quell’ incresciosa vicenda.
 Il plenum del C.S.M. fece figurare che il magistrato De Nicola, colui che arrestò mio fratello svolse l’indagine sommaria nei termini consentiti, quando, nella realtà, la oltrepassò, eccome!!
Negli atti non appare  che per una settimana Aldo non ebbe la possibilità di nominare un difensore di fiducia e nemmeno quello di ufficio.
Infine non è menzionato che non gli fecero passare la biancheria personale  incorrendo in questo caso in atti contro l’umanità, un crimine che mai si prescrive.

Da notare che nel plenum faceva parte anche  Caselli.
 Il giudice istruttore Carmelina Pugliese che non interrogò mai Aldo,nonostante una norma del codice di procedura penale glielo imponesse,  12 anni dopo la sua morte, in seguito alla riapertura dell’inchiesta dell’omicidio del commerciante per il quale fu accusato mio fratello,  ha dichiarato in un’intervista che preferiva non pronunciarsi sull’argomento: ha infatti dichiarato: “se parlo scoppia la guerra” dando a intendere che se avesse aperto bocca per molti all’interno del palazzo e non solo all’interno sarebbe stato pericoloso
 E non disse nulla su ciò che avvenne il giorno prima della morte di mio fratello: arrivò una telefonata al suo ufficio  dalla direzione del carcere.
Si sa che con la telefonata si confermava l’ isolamento, ma non si capisce per quale motivo avvisarono il giudice.
 Circa 5 anni fa ho fatto delle istanze alla procura generale di Cagliari, richiedendo atti riguardanti la relazione intercorsa tra la stessa procura e il Ministero della Giustizia e i documenti  nei quali  erano specificate le motivazioni del pubblico ministero Sergio De Nicola a non rivelare il luogo in cui era ristretto Aldo.
 Le istanze vennero rigettate perchè ritenettero gli atti da me richiesti di natura politica…
Non capisco il motivo per cui io non abbia il diritto di essere informato sulle motivazioni del P.M. De Nicola…
 Un signore che è stato amico di Aldo e che fa parte dell’intellighenzia cagliaritana sostiene che la giustizia si è accanita contro di lui perchè  apparteneva ad un movimento politico in quegli “anni  molto difficili”
 Dopo la morte di Aldo scrissero una lettera al Giornale: una settimana dopo, uno di loro a a causa di questa iniziativa fu arrestato e in carcere tentarono di ucciderlo con un punteruolo….
 Questo signore dice che non vuole esporsi non perchè sia vigliacco, ma perchè non può cambiare la storia e poi per loro è solo un pezzo della sua vita che non tornerà comunque..si sente l’ultimo bersaglio di chi non so chi rimasto..non crede al suicidio di Aldo, in quanto molto forte psicologicamente e nutre dei forti dubbi per un altro amico trovato suicididato.
 Queste dichiarazioni trovano riscontro nelle interrogazioni del P. M. Sergio De Nicola che chiese ad un testimone, amico di Aldo, se era a conoscenza dei movimenti politici e come fossero stati  messi in contatto lui e Aldo..Inoltre Aldo giustificò la sua tensione per il fatto che varie volte aveva subito violenze da parte della polizia..
Nel novembre del 2009  la polizia fece irruzione a casa mia senza mandato, dopo aver preso un abbaglio, convinti che avessi tentato una rapina peggiorando lo stato di salute di mia madre affetta da alzheimer..
Il responsabile dell operazione mobile Oreste Barbella avrebbe dichiarato ad un giornalista del quotidiano dell’Unione Sarda che non sapeva nulla dell’irruzione in casa mia e che probabilmente potevano essere state le volanti.
 Ma che c’entrano le volanti???  Credo e voglio sperare siano sempre coordinate dalla mobile stessa!!!
 Infine, quando vi è un reato come una tentata rapina tutto finisce sul suo tavolo: a sostegno delle accuse fatte nella denuncia, presentata a gennaio del 2010 alla procura di Cagliari
contro la squadra mobile dove chiedo di controllare i tabulati telefonici delle utenze del dott. Barbella, dell’ Unione Sarda e di me medesimo dal 20 al 28 novembre 2010.
 Questo commissario procedette alla perquisizione in casa mia 25 anni fa, poichè una fonte anonima, mai registrata dalla polizia e dall’autorità giudiziaria, dichiarò al dirigente che vide Aldo due o tre  giorni prima del delitto, passare con altri due nei pressi del supermarket (d’altronde dove avrebbe potuto passare se era il passaggio obbligatorio per tornare a casa?)
Nel processo di archiviazione di Aldo e degli altri indiziati la fonte parrebbe, che venga figurata come testimone e si sa che un testimone ha più rilevanza processuale..una fonte non viene mai considerata in un processo..il mago era il P.M. Mario Marchetti
 Si denuncia il fatto che mio fratello Mario che non aveva nesssuna colpa se non quella di essere fratello dell’indiziato Aldo Scardella,  fu sottoposto anche lui ad un esperimento osceno: un cane doveva annusare il copricapo incriminato ed individuarne il proprietario.
 L’umiliazione fu lacerante, in quanto era un brigadiere della guardia di finanza: non resse a tale umiliazione: 12 mesi dopo la morte di Aldo,  Mario morì di leucemia.

 E anche un altro fratello di nome Franco è morto in mare:  pare per un malore, mentre si trovava con la canoa in una splendida giornata d’estate.
Durante i soccorsi mia madre senti una voce che chiamava: mamma sono qua..e mia madre indicò il punto in cui sentì la voce del figlio..e li fu trovato…
 La polizia non aiuta a capire come mai non ha trasmesso un rapporto alla procura in cui vi erano coinvolti delle persone che anni dopo sono state indagate e uno condannato per il delitto del commerciante,  infine,  pare veramente grottesco che alcuni dipendenti del negozio abbiano identificato dopo 12 anni alcuni amici e parenti degli indagati.
Da poco mi hanno detto di non nominare i poteri forti e di accontentarmi di quello che mi offrono.
Non è mica colpa mia se negli esposti che ho fatto figurano anche quei personaggi:  cosa vuol dire “accontentarmi” ????
 Dovrei barattare forse la mia vita incambio della verità???
Vorrei solo ricordare che negli ultimi tempi, dopo aver chiesto la riapertura dell’inchiesta, soprattutto perchè non mi hanno ancora spiegato come mai nella cartella clinica i medici stabilirono quantità e dosaggi di una terapia metadonica inesistente e aver incaricato l’ avvocatessa Rosa Federici del foro di Foggia, ho ricevuto, oltre la visita della polizia, l avviso che verrò socialmente ucciso se non avessi fatto quello che volevano loro da qualcuno che non si è esposto
Inoltre un avvocato di Cagliari , che tra l’altro c’era già 25 anni fa in questa vicenda, si è spacciato per il mio legale e ha frugato negli atti della mia istanza per la riapertura del caso di mio fratello.
Cancelliere e due mie amiche testimoni: per il resto è silenzio assoluto, Procura compresa, senza contare che in molti posti in cui vado per lavoro non venga più riconosciuto..nonostante li conosca da più di venti anni..
 Infine un “vigliacco”, non potendosela prendere con me, ha sparso di grasso la lapide di mio fratello.
 Mi sono sempre fatto gli affari miei, le mie uscite in genere, da quando mi ricordo, sono per andare in parrocchia e mi sono trovato in una storia, come dice qualcuno, più grande di me.
Mi chiedo quanto mi dovrà ancora costare quel loro giustificato, ma allo stesso tempo inquietante silenzio dei cosidetti compagni e dello “Stato” ?
Non si è mai voluto far chiarezza in questa vicenda..la mia è un esigenza di far chiarezza  di giustizia: quella giustizia che non si vede sulla terra..mio fratello è morto da tanto..io sto benissimo..la mia coscienza è in pace..dà fastidio perchè non hanno argomenti per chiudere..
 Conclude la giornalista Emiliana: “Aldo stai bene, tu non hai nessuna colpa e non devi sentirti responsabile..i responsabili sono intoccabili,  ma presto non lo saranno più e tra breve ti farò tutte le carte che ti servono”.
Già, pensai,e inchioderanno gli assassini!!!
 Il peso di questa storia  può significare una grave penalizzazione per chi la subisce diventando il bersaglio di uomini senza coscienza.
 In tempi non sospetti ho segnalato alle più alte cariche del mondo… Chi dopo 12 anni sarebbe piombato in casa mia tentando di intimidire me e mia madre e chi qualche tempo dopo si è preso la gentilezza di avvisarmi che verrò ucciso socialmente??
A distanza di 25 anni si attende ancora giustizia per uin ragazzo morto innocente a causa di un accanimento processuale ingiustificato ecrudele.
Una morte che chiede chiarezza,la pretende l’uomo, la esige la storia, poichè la verità processuale di questo caso significherebbe una svolta per correggere un sistema sbagliato che ha fatto molte vittime e ancora ne sta facendo.
Mi rivolgo a tutta la società..vi chiedo di riflettere su questaaffermazione:
 “il tempo prescrive tutto, ma la memoria di un uomo vittima di una grave ingiustizia è sempre attuale, e come tale senza tempo”
  
CRISTIANO SCARDELLA

Il caso Aldo Scardella

Tramite Maria Luce ci è giunto questa ricostruzione del caso di Aldo Scardella, inviatole dal fratello, Cristiano. Fu un caso giudiziario di cui si parlò a suo tempo. E che ancora adesso, specie in certi ambienti, riemerge.

Aldo Scardella era un giovane studente universitario. Venne arrestatato per l’omicidio di un commerciante, in base a quelle che sembrano essere state pure presunzioni elevate al rango di forti indizi. Morì dopo sei mesi.. mentre era in isolamento in carcere.. in circostanze “sospette”.. che, fuor di metafora, significa che molti pensano sia stato fatto fuori. Tutto all’interno di un gioco complesso, di responsabili veri o presunti di crimini, di intrallazzi, vittime sacrificali, colpevoli coperti, mezze verità.

E noi non possiamo sapere naturalmente l’esatta ricostruzione dei fatti. Ma verrebbe voglia di dire che, anche se questi fatti non fossero veri, sarebbero “verosimili”.. in quanto emblematici di ciò che molte volte è accaduto… e ancora accade.

Comunque, queste storie vanno sempre “risvegliate”.. perché qualcuno è morto.. forse “per sbaglio”… o forse no…  Sciasci diceva infatti…

<<Non c’è niente di più tremendo che la frase “qualcuno è morto al momento giusto”>>.

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E’ stato il piu’ giovane vicecapo della squadra mobile d’Italia assieme ad un’altra collega alla quale il settimanale Panorama dedicò un articolo dal titolo”la ragazza con la pistola”.

Erano gli anni ‘80 quando ormai la malavita cagliaritana stava cambiando: si associò con criminali della penisola che si trovavano in soggiorno obbligato in Sardegna,arrivando a gestire traffici internazionali di droga a cui facevano capo mafiosi Siciliani e Calabresi..I malavitosi di Cagliari.erano associati in diverse bande ma primeggiava la cosidetta banda di Is Mirrionis. Alla fine, le stesse bande si fecero la guerra tra di loro a suon di bombe.

Ed è proprio in quel frangente che il più giovane vicecapo della mobile, ora questore, fu destinato ad altri incarichi. Ed è sempre in quel periodo che uccisero un noto commerciante molto vicino alla polizia in relazione a feste di beneficenza. Per quel delitto arrestarono innocentemente, nel dicembre del 1985, Aldo Scardella.  successivamente morto dopo sei mesi di isolamento in circostanze ancora oscure. Arrestato sulla base di semplici sospetti qualificati dagli inquirenti come indizi : aveva l’altezza di uno dei banditi,mio fratello era alto circa 1,70…e all’epoca metà della popolazione maschile in Sardegna aveva quell’altezza . Inoltre i banditi, quando fuggirono dal negozio in cui rimase ucciso il commerciante, presero la direzione, secondo gli inquirenti, di un mandorleto che ora non c’è più…e per il P.M. solo chi abitava nella zona poteva conoscere quel luogo… Ma allora,dico io, perché non hanno arrestato le numerose coppiette che si appartavano lì? Infine un passamontagna venne ritrovato a due isolati dal mio palazzo.. Secondo gli investigatori apparteneva ad uno dei banditi e poteva essere riconducibile a mio fratello. Chi avvisò la polizia il copricapo lo trovò ben occultato ma gli inquirenti verbalizzarono che era ben visibile. Il sospetto maggiore,comunque, il magistrato lo ebbe sul fatto che, il giorno dopo il delitto, Aldo di mattina presto, come era di solito fare, andò a comprare il giornale e al P.M. parve strana quella sete di notizie.

Il Questore, durante le prime fasi di indagini di polizia, prese posizione ritenendo che non vi erano sufficienti elementi per fermare Scardella, ma in questi anni non ha mai confermato né smentito..

Eppure l’avvocato Gianfranco Anedda, ora membro del Consiglio Superiore della Magistratura, in un’stanza in tribunale, cita la Questura definendo come versione ufficiale la frase del questore,del quale non figura il nome.  Quando gli chiesi spiegazioni su questa affermazione, egli rimase sorpreso perché quella frase l’aveva dichiarata ai suoi colleghi che in quel momento si stavano occupando delle indagini di quell’efferato delitto, era una sua valutazione personale che doveva rimanere tra loro e non riusciva a capire come fosse pervenuta ad altri. Ricordò i tempi in cui lavorava alla squadra mobile: era una bella squadra e un periodo ricco di soddisfazioni e di tanti risultati investigativi. Parlammo anche degli amici in comune, in particolare di una donna che era di un paese dei suoi parenti. Aveva avuto a che fare alcune volte con Aldo Scardella , per motivi politici e anni dopo per motivi legati al mondo dell’emarginazione, perché Aldo, dopo che fu disilluso dalla politica, incominciò la sua rivoluzione rimanendo molto sensibile al mondo dei deboli e di chi aveva particolare sofferenza, forse perché anche lui si sentiva uno di loro… Il questore non aveva mai  pensato che fosse pericoloso… Aldo si chiudeva a riccio e poteva apparire diversamente da quello che in effetti era… Disse ancora:

“ capisco che non è morto in un incidente stradale ma bisogna cercare di andare avanti,il passato non può più tornare…”

L’iter processuale di Aldo fu un continuo susseguirsi di abusi , faciloneria e superficialità,molte sono state le incongruenze processuali,egli fu tenuto in carcere illegittimamente. Solo per citarne una, la formalizzazione dell’inchiesta del P.M.: venne svolta oltre 40 giorni i termini consentiti e, superati quei giorni,egli doveva essere scarcerato, non era un interpretazione del magistrato,la scarcerazione doveva avvenire automatica. Le inchieste svolte dal Parlamento confermarono tutte queste storture giudiziarie, come del resto lo confermarono anche insigni giuristi e altri magistrati, ma in questa vicenda ha scarseggiato l’umanità nei confronti di Aldo Scardella.  Egli subì varie volte atti contrari all’umanità.

E’ stato il caso giudiziario,perlomeno in Sardegna,più anomalo e più crudele di cui la giustizia Italiana si sia resa protagonista. Ancora oggi, dopo 25 anni, se ne parla e l’inchiesta ancora non è completamente chiusa. Dopo la morte di Aldo sono stati presentati dei disegni e proposte di legge per una maggiore garanzia per quanto riguarda l’arresto e soprattutto sull’isolamento che è stata la principale causa della morte di Aldo.Queste iniziative parlamentari sono state recepite dal nuovo codice di procedura penale. Di recente la Cassazione ha sancito, a seguito ad una assoluzione nei confronti di un giornalista che aveva criticato la procedura adottata dal magistrato che arrestò Scardella, che i mass media possono criticare l’operato della magistratura.

In tutti questi anni la vicenda, grazie alle iniziative legali e culturali, è rimasta sempre viva, sensibilizzando in qualche modo la giustizia.

Anni dopo la morte di Aldo, un noto esponente della banda di Is Mirrionis confessò la sua partecipazione al delitto per il quale venne arrestato mio fratello, portando in causa altre persone, due delle quali condannate in via definitiva. Nel processo a questi componenti emersero aspetti inquietanti, uno dei tanti : tutta la mala e il quartiere di Is mirrionis sapeva dell’innocenza di Aldo ma parlare significava morire o incorrere in situazioni di notevole disagio..

D’altronde, anche un rapporto di un ispettore, due anni dopo la morte di Aldo, indicava altri responsabili per la morte del commerciante anni dopo imputati e uno di questi condannato. Ma questo rapporto rimase cristallizzato in questura, nonostante i giudici avessero domandato alla questura se vi erano nuovi elementi , la questura rispose:che non ve ne erano.

Il caso di Aldo è stato aperto tante volte, la maggior parte su mia iniziativa; l’ultima istanza da me fatta è stata perché ipotizzavo il delitto volontario, aggravato ai danni di Aldo e sottolineavo anche che nel referto autoptico i medici facevano figurare quantità e dosaggi di una terapia metadonica inesistente. Il caso è stato chiuso ma l’anno scorso ho ripresentato, tramite un’ avvocatessa di Foggia, Rosa Federici, un’altra istanza in Tribunale per la riapertura della vicenda.  Poco tempo dopo, esattamente nel novembre del 2009, fece irruzione in casa mia la polizia, senza mandato , piombò nella mia stanza quando ancora mi trovavo addormentato e mi sottopose a domande e nell’occasione si trovò ad assistere alla scena mia madre affetta di alzhaimer… In parole povere una persona in scooter del colore uguale al mio aveva tentato una rapina, ma la polizia per fortuna dovette constatare che il motore del mio scooter era freddo e che quindi :non poteva essere quello utilizzato per la rapina. Anche i vertici della polizia dichiararono che ero risultato completamente estraneo al fatto delittuoso.

Per dovere di  cronaca devo dire che chi decise di inviare gli agenti 24 anni fa in casa mia, con la motivazione che Aldo era stato visto due o tre giorni prima del delitto del commerciante nei pressi del negozio ,è lo stesso uomo che oggi sta a capo degli investigatori che sono venuti improvvisamente nella mia stanza..e ,credetemi, non è stato tanto bello.

Circa un mese fa è stato appiccato fuoco alla portineria del palazzo in cui abita la madre

di un magistrato cagliaritano. Pare che abbiano utilizzato un giornale pubblicitario e una bomboletta spray che per fortuna non è esplosa. Tutto il mondo politico , soprattutto quello di sinistra e la C:G:L, e  il mondo legale hanno espresso giustamente la solidarietà al magistrato.

Mi chiedo perchè a mia madre non è stata manifestata nessuna solidarietà dopo che la polizia ha fatto irruzione in casa mia con  modalità ancora al vaglio della magistratura. Ma in ogni caso l’errore delle forze dell’ ordine è stato riconosciuto subito da loro stessi anche se nessuno  ha chiesto scusa ufficialmente. La storia di mio fratello, come dicevo prima, ha dato molto e continua a dare a favore di una giustizia più equa.

Tornando al questore, prima di andare via, gli chiesi se nel delitto per il quale fu accusato mio fratello  c’erano persone da coprire, mi rispose:che non sapeva niente perché ormai era già fuori dalla mobile. Lo salutai e, dopo un paio di passi,  mi voltai e l’alto funzionario dello Stato mi disse: ” Scardella,per favore, non mi metta nei guai.”

Pensai: “ a che punto siamo arrivati, la polizia che ha paura di  me”.

I SENZANIMA

quando leggerete queste righe di Carmelo, dopo averle lette, penserete solo una cosa, la stessa che ho pensato io e che stanotte mi ha tenuta sveglia…. è un racconto inventato vero? non è veramente successo quanto scritto dal nostro grande Uomo Ombra, qualcuno mi confermi che non è mai realmente successo…sto pensando a questo da ieri… ma so anche la risposta, è successo davvero..

i Senzanima sono reali, e sono colpevoli di omicidio premeditato, qui la premeditazione ci sta tutta, o sbaglio termine…era solo difesa, difesa da un uomo Silvio che sapendo da subito che sarebbe stato ucciso tenta il tutto per tutto…

penso anche a Carmelo mentre scrive queste parole, al suo dolore dentro, un dolore che lui fascia con una dignità nel racconto che quasi mi spaventa.. una dignità che io in questi mesi trovo solo qui, in questo blog, quando leggo le meraviglie che Alfredo sta pubblicando, che gli giungono da carceri dislocate in varie parti d’Italia.. una dignità però che mi raggela… perchè è limitata dal Fine Pena Mai..

l’immagine che ho messo è quanto sento dentro..

marialuce


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Dedicato a mio fratello Silvio: non c’è più, ma il suo cuore batte accanto al mio.

Si erano arruolati nella polizia penitenziaria che avevano un cuore e un’anima.
Dopo alcuni anni non avevano più cuore.
Poi erano rimasti anche senz’anima.
Col passare degli anni l’Assassino dei Sogni aveva mangiato sia l’uno che l’altra.
I senzanima non erano cattivi, perché non era colpa loro se avevano perso l’anima e il cuore.
Era colpa del mostro infame dell’Assassino dei Sogni.
I senzanima erano vittime e carnefici nello stesso tempo.
Come la maggioranza della popolazione detenuta, le guardie carcerarie nascono nel profondo sud.
E chi nasce in quelle terre, per sopravvivere, non ha molta scelta: o indossa una divisa o fa il delinquente.
In un certo modo i senzanima erano delinquenti mancati.
Ognuno di loro aveva un nome, ma fra di loro non si chiamavano più per nome.
Fra di loro si chiamavano “Collega”.
Invece i detenuti li chiamavano i “Senzanima”.
Erano la “squadretta” del carcere.
Quelli che facevano i lavori sporchi per l’Assassino dei Sogni.
I detenuti li chiamavano anche “I figli di puttana”.
Non perché avessero la madre che faceva la puttana, ma semplicemente perché i senzanima erano dei figli di puttana.
Non discutevano gli ordini che ricevevano, li eseguivano e basta.
Erano dei semplici esecutori.
Da un po’ di tempo in quel carcere c’era una protesta.
Da diversi giorni i detenuti sbattevano le sbarre della finestra, del cancello e del blindato della porta con gavette, caffettiere, padelle e pentole.
Lo facevano ad orari fissi: il mattino presto, a mezzogiorno e alla sera.
Erano tre giorni che facevano la “battitura”, così si chiamava quella forma di protesta pacifica, ma rumorosa.
I detenuti protestavano per avere più ore d’aria e per avere la televisione accesa durante la notte per vedere qualche spogliarello nelle televisioni private locali.
Il direttore e il commissario del carcere avevano deciso di agire e di trasferire i promotori della protesta e si rivolsero alla squadretta.
Era una giornata fredda e nuvolosa.
Neppure il tempo prometteva nulla di buono.
I senzanima piombarono in sezione qualche ora prima dell’alba.
Il corridoio era silenzioso e cupo.
Come facevano di solito, si volevano divertire a picchiare i detenuti.
A un tratto dalle prime celle si sentì un grido d’allarme di un detenuto.
– Arrivano i senzanima!
E subito dopo si sentirono urla e insulti per tutto il carcere.
I figli di puttana incominciarono con i detenuti delle prime celle a rompere nasi e denti, imbrattando di sangue le mura delle loro stanze.
I bastardi ridevano come matti.
I detenuti più deboli, i tossicodipendenti e gli anziani si rannicchiarono negli angoli delle loro celle a piangere e a singhiozzare.
La cella di Silvio era in fondo alla sezione.
Era fortunato.
I senzanima prima di arrivare da lui si sarebbero sfogati con i detenuti delle prime stanze.
Silvio non era alto, ma neppure basso.
Era di statura media.
Aveva i capelli neri, duri e corti come un riccio.
Sembrava giovane.
Poteva avere trent’anni, invece ne aveva quaranta.
Anche Silvio, nel senso buono, era un figlio di puttana.
Ne aveva viste tante.
Da anni faceva avanti e indietro per la galera.
Era sempre stato un prigioniero scomodo.
Un detenuto che rompeva le palle.
L’Assassino dei Sogni non lo poteva sopportare, perché lottava e protestava per i suoi diritti.
Ma quello che mandava in bestia più di tutto l’Assassino dei Sogni era che Silvio non lottava solo per i suoi diritti, ma lottava anche per i diritti degli altri detenuti.
Aveva partecipato a diverse rivolte e sommosse e sapeva bene come anche questa protesta sarebbe andata a finire.
Per attutire i colpi delle manganellate che di sicuro gli sarebbero arrivati, si era messo addosso tre pigiami, due paia di pantaloni e diverse maglie e maglioni, con sopra due tute e aveva indossato le scarpe più pesanti.
Il comandante della squadretta aveva la lista dei facinorosi in mano e gridava come un bastardo perché era un bastardo.
La sua voce echeggiava per tutta la sezione.
Gridava il nome di Silvio:
– Manca ancora questo figlio di puttana … andate a prenderlo!
– Dove cazzo è …?
– Alla cella diciassette.
– Portatelo subito qui … che minchia aspettate … gli altri detenuti sono sul blindato e stanno già partendo.
I senzanima gli piombarono addosso in due.
L’avevano preso per un tossico e gli diedero due ceffoni.
Silvio ci rimase male, si aspettava di tutto, ma non due schiaffi.
Se gli fossero arrivati pugni calci e manganellate forse non avrebbe reagito, ma pensava che gli schiaffi li prendevano solo le donne.
Li stese per terra tutte e due in un batter d’occhio.
Il padre di Silvio era cintura nera di judo, sua sorella di karate.
Lui era nato e cresciuto in palestra.
Era persino arrivato secondo al titolo italiano di judo e terzo in quello di karate.
Il comandante della squadretta non credette ai suoi occhi.
Gli si gonfiarono le vene del collo.

Iniziò a ruggire come un leone
– Che cazzo state aspettando? Prendetelo e portatemelo qui.
Piombarono tutti insieme addosso a Silvio.
Lui invece di provare a scansare qualche manganellata si fece avanti.
Sapeva per esperienza che in quei casi non bisogna mai stare distanti dagli avversari, perché più sei vicino a loro e meno spazio hanno gli altri per colpirti.
Si difese come poteva: scazzottando a destra e a sinistra.
Ma era solo questione di tempo.
In pochi secondi i senzanima lo afferrarono per le braccia e il collo.
Il comandante della squadretta lo guardò con soddisfazione.
– Tenetelo fermo … così … tenete fermo questo figlio di troia che ora ci penso io.
Con un sorriso sadico e maligno s’infilò al rallentatore nella mano un pugno di ferro, ma Silvio lo precedette di qualche secondo.
Appoggiandosi a quelli che dietro lo tenevano fermo, alzò le due gambe unite e con tutti i due piedi lo colpì in faccia.
Nessuno se l’aspettava.
I senzanima videro il loro capo perdere l’equilibrio e sbattere la testa contro il muro dietro.
Iniziò il massacro.
Gli arrivarono pugni, calci e manganellate da tutte le parti.
Silvio s’accorse subito che stava perdendo i sensi perché non sentiva più dolore.
Il suo respiro si fece lento.
Sentiva la nausea: stava per svenire.
Iniziò a vedere solo ombre confuse intorno a sé.
Vedeva tutto al rallentatore.
I rumori si erano trasformati in bisbigli.
L’aria si era condensata.
I colori si erano trasformati in bianco e nero.
I senzanima lo presero per le braccia e lo trascinarono via dal piazzale del carcere dove c’era il blindato pronto a partire.
Lo cacciarono dentro al furgone come un pacco postale.
Gli misero le manette e lo scaraventarono nella celletta interna.
Quando Silvio riprese i sensi, si sentì tutte le ossa rotte, le labbra e gli occhi gonfi.
Era pieno di lividi blu e viola dappertutto.
Gli scorreva ancora qualche goccia di sangue dal naso.
Tirò su la testa per farlo smettere di sanguinare.
Aveva dolore dappertutto: dalla punta dei piedi fino ai capelli.
Gliele avevano suonate di santa ragione.
Fece una gran fatica a rimettere in moto il cervello.
Aveva un terribile mal di testa.
Sentiva il sangue in gola che lo stava soffocando.
Sputò un grumo di sangue, che fu seguito da numerosi colpi di tosse.
Quando respirava a bocca piena sentiva delle tremende fitte nelle costole.
Si sforzò di respirare piano e quando sentì che il dolore si era stabilizzato, guardò fra le fessure della sua celletta.
Vide che i senzanima erano quattro.
C’era l’autista e accanto a lui il comandante della squadretta con una vistosa fasciatura sul naso.
Il capo dei figli di puttana era un omone grasso, con un testone che assomigliava a quello di un mastino napoletano, aveva un paio di grossi baffi alla messicana e con quella fasciatura sul naso sembrava ancora più buffo.
Silvio pensò che prima della fine del viaggio quel calcio in faccia che aveva dato a quel bastardo l’avrebbe pagato.
Non si sbagliava!
Il capo della squadretta aveva scelto proprio di fare quella traduzione.
Si voleva vendicare.
Le altre due guardie erano sedute nei seggiolini davanti a lui e parlavano a bassa voce.
Silvio si sentiva come un topo in trappola, circondato da gatti.
Dallo spazio delle sbarre del finestrino vide che stavano viaggiando in autostrada.
Silvio pensò:
– Chissà quanto tempo sono rimasto svenuto e dove cazzo mi stanno portando.
Sperava che non lo stessero trasferendo in un carcere lontano da dove abitava sua sorella.
Gli era rimasta solo lei.
La madre era morta tanto tempo fa e da pochi anni gli era anche morto il padre.
Solo sua sorella Maria lo andava a trovare quando poteva e appena il lavoro glielo permetteva.
Sua sorella era separata e stava crescendo suo figlio, Lorenzo, da sola.
Lui stravedeva per il suo nipotino.
Glielo portava spesso al colloquio.
Gli voleva bene come ad un figlio, più di un figlio.
Ultimamente aveva deciso di mettere la testa a posto.
Gli mancavano ancora due anni per finire la pena e poi sarebbe uscito.
Aveva intenzione di aprirsi una palestra per insegnare ai ragazzi le arti marziali.
Gli sarebbe piaciuto girare il mondo, ma per un motivo o per l’altro non aveva potuto farlo.
Ora non ne aveva più voglia.
Voleva stare un po’ tranquillo e vivere con sua sorella e suo nipotino.
Smise di pensare.
Era curioso di sapere dove stava andando, in che cazzo di carcere lo stavano portando.
Rimase con gli occhi incollati alla fessura dei buchi delle lamiere fin quando non riuscì a leggere un cartello segnaletico dove c’era scritto: Salerno.
Silvio con apprensione pensò:
– Porca puttana! Mi stanno portando al sud!
I due figli di puttana seduti davanti alla sua celletta si accorsero che Silvio aveva ripreso i sensi e dissero qualcosa al comandante della squadretta.
Il blindato incominciò ad accelerare e a frenare di colpo per farlo sballottare da una parte all’altra della celletta.
I senzanima volevano divertirsi.
Non erano malvagi, erano solo cattivi.
Ma questo a Silvio non gli interessava più di tanto.
Lui non era una persona che si faceva intimorire facilmente.
Il suo cuore era buono, ma anche lui era un figlio di puttana.
Pochi in questo mondo hanno la forza di essere se stessi.
Solo i ribelli ci riescono e Silvio era nato ribelle.
Le manette ai polsi gli facevano male.
I bastardi gliele avevano strette apposta.
Puntò i piedi da una parte all’altra della celletta.
Ora il blindato poteva sbattere quanto gli pareva, lui era ben fermo.
Non disse nulla e non diede soddisfazione ai senzanima.
Sentì dei grugniti da parte del comandante della squadretta e poi il blindato riprese a guidare regolarmente.
Il blindato si fermò dopo una mezzoretta in un piazzale dell’autostrada.
Dalle fessure della lamiera, Silvio vide che si trovava in aperta campagna.
Due guardie scesero a pisciare.
Uno di questi gridò qualcosa e subito dopo scesero anche gli altri due.
Silvio era irrequieto.
Raddrizzò le orecchie e si sforzò di sentire cosa dicevano.
Afferrò solo poche parole.
– Sembra il posto giusto.
– Continuate a dare un’occhiata in giro … state attenti che non ci siano occhi e orecchi indiscreti.
Dopo alcuni minuti due senzanima salirono di nuovo sul blindato e andarono davanti a Silvio e gli aprirono la celletta.
Uno di questi gli ringhiò:
– Scendi figlio di puttana … vai a pisciare che poi per un po’ non ci potremmo fermare da nessuna parte.
Silvio era intelligente e gli venne in mente che c’era qualcosa che non andava.
Pensò:
… perché non si erano fermati in qualche autogrill?
Da poco ne avevano passato uno.
Era disorientato e indeciso.
Non sapeva cosa fare.
Si decise a rispondere:
– Non mi scappa.
Lo sentì il comandante della squadretta che gridò:
– Fatelo scendere a calci nel culo … deve pisciare quando glielo diciamo noi e non quando lo dice lui.
Silvio fiutò l’aria e sentì che sapeva di cattiveria.
Pensò che fosse meglio non farsi mettere le mani addosso e, guardingo, scese di sua volontà.
Appena mise piede per terra vide davanti a sé il capo dei figli di puttana che lo guardava con odio.
Invece di abbassare gli occhi Silvio ricambiò con fierezza lo sguardo e gli disse:
– Che cazzo hai da guardarmi in questo modo?
Silvio sapeva che gli conveniva stare zitto, ma per lui era difficile non dire quello che pensava.
I guai lo affascinavano.
Sua sorella Maria ogni volta che andava a trovarlo in carcere glielo diceva:
– Riesci sempre a cacciarti nei guai! Quando metti la testa a posto?
Ma questa volta le cose non dipendevano da lui.
Questa volta le cose dipendevano dai senzanima.
Il comandante della squadretta gli tirò una sberla a cinque dita.
Silvio cadde per terra come un sacco di patate.
Da terra vide il cielo colorato di rosso.
Incominciava a cadere anche qualche goccia di pioggia.
Poi il capo dei figli di puttana lo prese per il colletto del maglione e lo sollevò come un coniglio.
Silvio gli fissò gli occhi.
Erano occhi cattivi, abituati ad odiare.
Occhi che non avevano mai conosciuto l’amore.
Silvio non credette alle sue orecchie quando sentì dire al capo dei figli di puttana:
-Toglietegli le manette per farlo pisciare.
Sentiva del pericolo.
Lo avvertiva nell’aria.
L’occhio gli cadde nella pistola del cinturone che portava addosso uno dei senzanima … non portava la sicura.
Deglutì!
Ingoiò un po’ d’aria a vuoto.
All’improvviso Silvio capì cosa i senzanima volevano fare, ne aveva già sentito parlare da altri carcerati.
Si trovava in un grosso guaio.
I bastardi volevano mettere in scena una finta evasione per ammazzarlo.
I senzanima, oltre a non avere cuore, non avevano legge.
Silvio pensò di non aver speranza, ma la speranza è dei deboli e lui non era un debole.
Non aveva bisogno di nessuna speranza.
Avrebbe provato lo stesso a salvarsi la vita.
Doveva tentare di scappare.
Sapeva che se scappava si sarebbe messo contro tutti, anche contro sua sorella, l’unica persona che gli voleva bene.
Lei e il nipote erano le uniche persone che aveva per continuare a vivere.
Ma era sempre meglio che farsi ammazzare come un cane senza fare nulla.
Non temeva per la vita, ma se moriva gli sarebbe scocciato non vedere più sua sorella e il nipote.
Senza contare che gli scocciava farsi sparare alle spalle.
Agì mentre pensava.
Diede un calcio nelle palle al capo dei figli di puttana.
Nello stesso tempo, e con la medesima velocità, diede una gomitata in gola alla guardia più vicina a lui.
Poi fu l’istinto che fece smuovere le sue gambe e loro si mossero.
Scavalcò il guard rail dell’autostrada e corse in aperta campagna verso degli alberi che vedeva in lontananza.
Il cuore gli batteva forte, ma Silvio correva più forte di lui.
Correva da destra a sinistra.
Se fosse arrivato nel bosco che incominciava a intravedere, forse ce l’avrebbe fatta.
Iniziò a piovere sempre più forte.
Gli sembrò di sentire dei tuoni, ma non lo erano, erano spari.
I senzanima dopo un attimo di panico avevano estratto la pistola e avevano fatto fuoco.
Silvio non si accorse neppure che due pallottole lo avevano colpito.
Una pallottola lo aveva colpito ai polmoni e una ad un braccio.
Il maglione si era colorato di sangue.
Silvio correva ancora più forte.
La pioggia gli batteva in faccia mentre il cuore gli batteva nel petto.
Intanto sentiva i senzanima dietro.
I figli di puttana li aveva alle calcagna.
Lo volevano finire.
Gli alberi erano sempre più vicini.
Silvio correva e intanto il cielo tuonava e piangeva grosse lacrime.
La pioggia gli sferzava il viso.
I suoi polmoni incominciarono a far fatica a respirare.
Sentiva il rumore dei suoi passi che si confondevano con il rumore dei battiti del suo cuore.
Ora pioveva a dirotto.
Sentì altri spari, ma questa volta nessuna pallottola lo colpì.
Silvio intuì che i senzanima a forza di correre avevano il fiatone e non riuscivano a prendere bene la mira.
Poteva farcela!
Pensò:
– Ancora un centinaio di metri e poi uscirò dalla vista di quei bastardi.
Doveva farcela!
Dietro sentiva imprecazioni di rabbia e odio.
Stava per farcela.
Il sudore gli colava dalla fronte e gli annebbiava gli occhi.
Era ormai allo stremo delle forze quando vide che mancavano pochi metri ai primi alberi del bosco.
Silvio sorrise, ce l’aveva fatta.
Giusto in tempo!
Ora non avrebbe più corso allo scoperto.
Una volta nel bosco se i senzanima lo avessero seguito, li avrebbe ammazzati uno per volta.
Ai figli di puttana, fra gli alberi, le pistole non sarebbero servite a nulla.
Disse a se stesso:
– Ce l’ho fatta, grazie a Dio ce l’ho fatta, ora potrò nascondermi fra gli alberi.
Proprio in quel momento una pallottola lo raggiunse nella schiena e una in testa.
Ebbe l’impressione per un attimo di muoversi troppo veloce, ma non stava correndo per nulla.
Era fermo.
La sua corsa era finita.
Cadde all’indietro.
Non sentì la botta per terra.
Quando si muore, non si sente mai dolore.
Si ha altro per la testa.
Morire è come dormire e dormire è un po’ come morire.
Silvio non aveva voglia né di morire, né di dormire, ma non poteva farci nulla.
Gli giravano solo un po’ le palle perché ce l’aveva quasi fatta.
Gli vennero in mente tante cose, ma non riuscì a pensare a nulla.
Gli vennero in mente pure i suoi sogni più importanti e pensò che ormai solo da morto forse sarebbe riuscito a realizzarli.
Dopo lunghi secondi vide che i senzanima erano accanto a lui con gli occhi da figli di puttana che gli sorridevano.
Il capo della squadretta vedendo che Silvio aveva gli occhi aperti ma lo sguardo da morto gli diede una pedata in faccia.
Gli altri tre figli di puttana vedendo quest’ultima scena sogghignarono.
Silvio stava morendo e quell’ultimo calcio gli diede noia, ma non poteva farci nulla, altrimenti si sarebbe alzato e li avrebbe picchiati tutti e quattro.
Gli scocciava molto che stava morendo solo, ma poi pensò che non si muore mai da soli … si muore sempre in compagnia delle persone che nella vita hai amato.
Lui era fortunato perché nella sua vita aveva sempre amato e morì in compagnia dei suoi genitori, della sorella e del nipotino, come aveva sempre sognato nei suoi pensieri.
Silvio emise il suo ultimo respiro e se ne andò da dove quarant’anni prima era venuto.
Sentì il rumore dell’ultimo battito del suo cuore, poi non sentì più nulla.
Era morto!
Il capo dei figli di puttana scrisse nel suo rapporto che lui e i suoi uomini incuranti del pericolo avevano impedito la fuga di un pericoloso criminale.
I buoni vincono sempre anche quando sono criminali.
I senzanima furono lodati e premiati dal Ministro della Giustizia in persona.

Carmelo Musumeci
Carcere di Spoleto – marzo 2010

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