Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro brano tratto dal bellissimo libro “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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E’ facile essere amati, e dopo un attimo essere odiati.

L’uomo è più plasmabile della bestia.

Basta una sola parola d’un suo simile per farlo camminare nell’illusione. Ormai mi avevano chiuso dal lavoro.

E’ molto raro incontrarsi nella gioia, l’uomo la felicità la tiene nascosta, ha paura che gli venga rubata. Ogni grido di dolore ha pronto il suo carnefice  che scaglia la pietra e nasconde la mano.

L’odore del sangue attira gli avvoltoi, gli spazzini degli esseri senza vita che non si possono difendere.

L’abbattimento del vento ci fa sentire forti, per il momento il vincitore si sente immortale. Non ci rendiamo conto che cancellando dal sentiero della vita i nostri simili, cancelliamo dalla terra le nostre origini, uccidiamo i nostri padri.

Mio padre… da “Nonostante i cacciatori di uomini”.. di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro brano tratto dal bellissimo “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina.

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Un giorno viene mia madre a colloquio. Solo dopo mezz’ora circa di conversazione mi fa: “Sai, tuo padre l’abbiamo sotterrato nel cimitero di Pari, ormai abitiamo in quel paese”. Alla notizia improvvisa, stravolgente, della morte del babbo, peraltro comunicata in quella fortuita maniera, per qualche minuto reso in silenzio. Mi si ferma il pensiero, non sento più il mio cuore battere. Credo di non avere capito quanto ha appena detto la mamma. Dopo un po’ domando  quando è morto e risponde: “Quindici giorni fa”. La guardo quai assente. 

Prima di pronunciare parole domando: “Ma come! Mio padre è morto da quindici giorni e non mi viene fatto sapere della sua morte neppure con un telegramma?”. Chiedo il perché  di tutti quei giorni di silenzio. “Come? Non te l’hanno dato il telegramma? Abbiamo chiesto al giudice di mandarti al funerale, volevamo che tu ci fossi, almeno per vedere l’ultima volta tuo padre. Almeno il telegramma credevo che l’avessero consegnato”. Il telegramma me l’hanno dato la sera, dopo tornato dal colloquio con i miei familiari. Per i giudici si vede che non era mio diritto sapere che mio padre era morto. Il babbo morì che aveva 76 anni, eppure era nel pieno della vita. Era più giovane della maggior parte degliuomii dell’età di cinquant’anni, più roseo, gli occhi lucidi, la pelle soffice e chiara; era asciutto, di bell’aspetto. Aveva avuto la sua gioventù molto tardi nella vita. Era diventato giovane di colpo, come un melo che sbadatamente fiorisce in ottobre. I suoi genitori erano gente rispettabile e religiosa. Era nato in una piccola città chiamata Orune. Al tempo della sua infanzia, la piccola città della Sardegna non aveva teatri, cinematografi, automobili. Tutto si concentrava attorno alla chiesa. La domenica vi era messa, le riunioni in parrocchia; e durante l’anno le feste tradizionali, quando tutti si sfrenavano in balli e canti tribali, corse di cavalli, manifestazioni culturali tramandate dai tempi più lontani, più antichi. Orune è un paese esposto a tuttii venti, domina le valli che lo circondano. Mio padre restò sempre figlio di quel libero vento.

“Nonostante i cacciatori di uomini”- recensione di Caterina Serra

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Caterina Serra è una donna sarda di grande intelligenza e sensibilità.

E’ stata molto colpita dal libro di Giovanni Farina -detenuto a Catanzaro- “Nonostante i cacciatori di uomini”.

Ci ha inviato una sua recensione, che volentieri pubblico.

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Ho letto più volte il libro di Giovanni Farina “Nonostante i cacciatori di uomini”.
Apprezzo molto il suo modo di scrivere e raccontare ,con le sue parole semplici ma profonde riesce a trasportarti lontano.Quando racconta della sua giovinezza in campagna circondato dalla natura e dai suoi animali sembra di essere dentro una favola.
Dietro ogni storia c’è una morale.
Il libro di G.Farina è molto interessante sia da un punto di vista storico che da un punto di vista umano.
Storico in quanto è un vero e proprio documento,siamo nell’Italia del dopoguerra.In quell’epoca i pastori sardi,spinti dalla voglia di migliorarsi,insieme alle loro famiglie e alle loro greggi,lasciano la Sardegna per stabilirsi nel centro Italia soprattutto nelle campagne toscane,terre ormai abbandonate dagli abitanti del luogo,investiti dal boom economico ed industriale di quegli anni.
I pastori sardi oltre alle difficoltà ambientali avranno a che fare con un male maggiore che sarà il pregiudizio.
Pastore sardo=criminale.
Hanno lavorato duramente e onestamente per creare delle valide aziende agricole e garantire un futuro migliore ai propri figli,la maggior parte ce l’ha fatta ma purtroppo molti sono stati inghiottiti da questo pregiudizio .Tuttora se pur in maniera meno esplicita questo pregiudizio persiste,lo testimoniano alcuni fatti di qualche anno fa.Una delegazione di pastori fu bloccata a Civitavecchia dalle forze dell’ordine,negandogli il diritto di andare a Roma esporre le proprie ragioni ed essere ascoltati ,tutto ciò perché considerati delle persone pericolose.
Dal punto di vista umano ,ciò che più mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è com’è possibile che una persona bollata dalla giustizia italiana come un “criminale pericoloso”,possa custodire dentro di se cosi tanta poesia,una poesia non solo fatta di parole ma di gesti e di amore profondo verso ciò che lo circondava,la sua famiglia i suoi animali.
In ognuno di noi risiede il bene e il male e sono tanti i fattori che influiscono affinché emerga un aspetto più che un altro.
Ho capito che la giustizia non tiene conto di questi fattori o di come una persona sia realmente dentro di se,giudica solamente il reato e applica sconti solo se parli e vendi la vita di un altro in cambio della tua,ma se sei integro nei tuoi principi è la fine.
Consiglio vivamente di leggere il libro di G. Farina,per me oltre ad essere stato una lettura gradevole, è stato soprattutto  una fonte di riflessione e mi ha aperto gli occhi sulla realtà delle carceri,che non sono fatte di numeri ma di persone che sbagliano,pensano ,amano.
Caterina

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro intensissimo brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, il bellissimo libro scritto da Giovanni Farina, attualmente detenuto a Catanzaro.

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Mi è stato scritto un telegramma da casa, mi è stato consegnato con venti giorni di ritardo, per dirmi, nel telegramma, che eri morto, che non ci sei più, babbo. Non potrò più vederti su questa terra. Continuerò a sentirti nel mio pensiero, i miei giorni non saranno mai soli, la tua figura resterà per sempre dentro di me. L’altra notte ti ho sognato, eravamo lassù, a casa nostra, dove la vita ci ha visto per tanti anni insieme e dove i nostri pensieri più volte si sono incontrati, uniti in uno solo. E tramite la tua persona, padre, ho vissuto dentro al tuo tempo, ho camminato dentro ai tuoi occhi nella tua gioventù. In questo giorno triste per la tua scomparsa, mi resta la conclusione che tramite il tuo tragitto di vita, vivo la tua vita. Con gioia riconosco il mio tempo. Sono contento che tu, padre, mi hai fatto assaporare il profumo della vita della terra che mi ha visto nascere. Ti ringrazio per avermi fatto ricordare col tempo le mie radii, e riconoscermi uomo nel mondo.

“Svegliati, devi andare a mungere le pecore. Il cavallo è già sellato, ti aspetta; svegliati, i bidoni in alluminio per il latte sono a cavalcioni sul cavallo”. Ascolto la tua voce che mi chiama, e mi indica la strada del monde. Con la tua voce di padre mi parli penetrando il mattino, e il mio sonno di fanciullo. La luce del mattino fa guardare il sole e l’erba che cresce nel mondo. La mia casa è stata la gioia degli anni felici: quando si parla guardando oltre le barriere visibili ed invisibili del cuore.

Non si vorrebbe mai salutare la sera.

Perché ogni giorno ha una bellezza irripetibile. 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Inserisco oggi un altro brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini” del nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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Il padiglione della terza sezione sarà il luogo ove inizieranno le mie giornate infinite. La mattina, alle otto e mezza, apertura della porta della cella. La guardia carceraria le apriva una ad una e aperte restavano fino alle otto di sera. I detenuti potevano girare nel padiglione. Non vi era la televisione, in cella. Ve n’era una in bianco e nero nel corridoio vicino al finestrone. All’ora del telegiornale veniva accesa da una guardia, e anche per le manifestazioni sportive. Lo sport aveva la precedenza su tutti gli altri programmi. Ogni carcerato che volva vedere la TV si portava dalla propria cella lo sgabello in formica e vi si metteva a sedere. In inverno non resistevi molto seduto in quel corridoio, nemmeno il tempo del telegiornale perché era un luogo freddo. Vi era solo una stufa a carbone, piazzata dov’era la guardia, vicino al cancello che apriva e chiudeva ogni volta che qualcuno entrava o usciva dal padiglione. Era l’unica forma di calore per l’intero padiglione. Nelle fredde giornate invernali i carcerati più freddolosi si accalcavano addosso a quella piccola stufetta senza lasciarla libera per un solo istante nell’arco dell’intera giornata. Quando non erano attaccati alla stufetta, restavano a letto sotto le coperte, l’unico altro modo per salvarsi dal freddo. Un giorno qualche irresponsabile, senza essere visto, buttò nella stufa una bomboletta di gas da campeggio, che scoppiò mentre vi erano attorno quattro persone; le portarono all’ospedale con seri danni fisici causati dalle schegge della stufa andata in mille pezzi. Per quell’anno non ebbero il coraggio di rimetterne un’altra.

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Oggi pubblico un altro estratto tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, bellissimo libro scritto dal nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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Nella mia prigione, per riempire gli spazi vuoti che si creavano intorno a me iniziai a leggere qualche libro. Erano molti anni che non leggevo un libro, nemmeno il titolo o il nome dell’autore. Da quando avevo finito la quinta elementare, non avevo avuto occasione di leggere libri o di scrivere lettere. I miei giorni erano stato impegnati a crescere, a diventare adulto con il mio lavoro.

Nel silenzio del mio pensiero iniziai a comunicare con i protagonisti che l’autore di ogni libro mi proponeva. Iniziai con loro a scrivere il mio pensiero. Mi sono messo a scrivere tutto ciò che sentivo in ogni momento, lontano dal mondo avevo creduto mio e non c’era più. Scrivere tutte le vicissitudini che trasportavo dentro al mio corpo e che ero costretto a soffocare, perché credevo che non mi appartenessero più.

Il mio pensiero con la lettura aveva iniziato a vivere nuove emozioni, riusciva in parte a cacciare le ombre che si erano posate su di me. Riuscivo di nuovo a fermare lo sguardo in mondi lontani. A rivivere il vissuto, a capire quello che non ero mai stato. A quel punto sentivo di migliorare il mio tempo, desideravo frequentare una scuola, avere una guida per migliorarmi. Non volevo farmi conquistare da quel luogo senza espressione.

Avevo vissuto tutta la mia vita fino a quel momento in un luogo dove anche l’aria aveva una luce inesauribile. Quel luogo grigio era stato costruito per annullare la mente dell’uomo, era indispensabile trovare una strada che portasse di nuovo verso la vita.

Aspetto il silenzio

Perché questo posto me lo fa sognare

come è bello il silenzio

quando il solo rumore

è il grido dell’anima.

Come desidero il silenzio

se la vita non è fatta di canto, di luce,

di aurore, di tramonti.

Il silenzio molte volte

è la notte che chiude la tua ombra.

Perché uomo aspetti il silenzio?

Perché vivo la sofferenza del cuore.

Il silenzio è l’unica voce che riesco ad ascoltare.

Non si può imparare a sentire quello che la vita non ti ha fatto ascoltare. Non avresti mai pensato di impegnare un solo minuto della luce del tuo giorno, a scrivere su un foglio di carta il tuo ricordo. Avevi paura di svelare agli altri il tuo pensiero, la voce del tuo cuore, quello che ha sempre detto la tua mente, quando ti fermavi a pensare.

Non avere paura, ogni momento di felicità che hai vissuto nessuno lo può strappare. La vita è un dono prezioso, e quando un essere la possiede deve amarla, rispettarla, anche se è chiusa dentro la cella di un carcere. La vita di un giovane spensierato, nato e vissuto all’aria dei monti, non tornerà più. Resterà in me il ricordo, l’insegnamento di tutti i padri che ho incontrato nel mio cammino e la parola della natura viva e genuina della terra. Quando vivevo al suo contatto, non ha mai smesso di farmi imparare qualcosa. Mi ha fatto guardare nella sua nascita e la mia momentanea morte non conta. Anche se mi è stata fermata la crescita, perché avevo tanto da imparare sotto la sua guida. Ogni strada va attraversata, e ogni polvere trasportata dal vento va masticata con la propria bocca.

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

CANSEL

Pubblico oggi la poesia “Hanno sottolineato” tratta da “Nonostante i cacciatori di uomini” -il bel libro di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro – di cui altre volte ho già pubblicato estratti.

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HANNO SOTTOLINEATO

Hanno sottolineato 

il mio nome

la mia data di nascita

più volte

su  un foglio di carta

mi hanno contato le ore

come se fossero dolenti

che io abbia raggiunto

questo giorno di vita.

I numeri di esistenza vissuta

non mi fanno barriera

alla gioia di lottare

per i miei ideali.

Sono sicuro

che il loro continuo arruffarsi

non li porterà 

al traguardo ambito

che siano maturi a sufficienza

per vivere la vita

come l’ho vissuta io.

Io ricordo ancora

i panorami del mondo

che mi appartenevano

quando li guardavo

dalla cima del monte.

Non sono riusciti a cancellarli

dalla mia mente.

Ora mi trovo nel fondo valle

dove tutto mi è limitato

il giorno è uguale alla notte

ripetitivo e uguale. 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un altro brano tratto dal libro “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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Nessun uomo può allontanarsi  dal riconoscere i battiti del suo cuore.

Come non può non riconoscere il pane che lo ha nutrito. Se ciò avvenisse, significherebbe che ha dimenticato se stesso e quello che ha significato la sua nascita su questa terra. Il tempo ci ricorda i passi dei nostri padri che hanno sacrificato la loro vita per darci un mondo migliore. Sentirmi lontano da loro avrebbe voluto dire aver consumato l’amore che ha formato la mia esistenza e la speranza di credere che non sono esistito inutilmente, nella gioia della vita.

Un essere che ha attraversato il buio può continuare a sognare la luce del domani? O si deve rassegnare a farsi trascinare dentro quel fiume che non domanda chi sei nemmeno dopo che ti ha travolto e annientato?

Quando l’uomo non conosce cosa c’è dentro la scia dell’esistenza, la sua mente spazia lontano, in un mondo che non è il suo, dimenticando la terra che lo ha nutrito. Per vivere con l’anima serena bisogna vivere dentro la pietà dell’esistenza, e non essere ciechi o sordi a tutto quello che vediamo intorno a noi.

Quando la pietra si fa penetrare dalla luce del sole, anche dentro al nocciolo più duro c’è un cuore che batte. Per un animale ferito c’è sempre una mano pietosa che mette fine alle sue sofferenze. L’uomo non può morire nell’indifferenza e non può vivere nella delusione della vita. Che è più amara della morte. 

I cuori infelici guardano cieli sempre uguali… da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Oggi pubblico un altro brano da “Nonostante i cacciatori di uomini”, libro scrio da Giovanni Farina detenuto a Catanzaro

E’ il brano conclusivo del libro.

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I cuori infelici guardano cieli sempre uguali

Ero nato come una tenera pianticella, fragile come un asparago con poche foglioline delicate e pelose.

Giorno dopo giorno il mio corpo si è costruito intorno una giungla spinosa.

Piangete nuvole, nel tuono dell’inverno.

Scuotiti cielo, come un amore fuori misura, dove ogni desiderio diventa cibo bestiale e ogni terra deserto senza espressione e fertilità.

Maledetti siano i pensieri degli uomini quando il passato è sempre migliore del presente e di quel tempo che deve ancora venire.

I colori che tracciano i cammini dell’uomo sono tanti.

Io ho cercato di identificarmi in più colori, ma non ci sono riuscito.

Sarà perché fino ad oggi non sono riuscito a fermare la mia corsa,

non si può vivere nel vuoto della propria identità.

Abbiamo il desiderio di raccogliere dalla vita quello che abbiamo seminato. Qualsiasi motivo ci porta a desiderarlo. Sarà con molta facilità desiderio di capire il nostro vivere e per quali scopi siamo nati. Si vuole capire se abbiamo percorso le strade maestre del mondo o piccoli sentieri, se ci siamo accontentati delle fantasie, o se abbiamo preteso qualcosa di più. Se abbiamo cercato il continuo contatto con la nostra verità o abbiamo ascoltato la verità degli altri, che tocca solo le cose.

I miei desideri sono sempre stati tanti, come piccoli sentieri che ho dovuto percorrere per giungere fino ad oggi. Non lo so ancora, se tanti piccoli sentieri riescono a fare un’unica strada maestra. Ho una sola certezza: i piccoli sentieri da me attraversati mi hanno insegnato tanto. E non è vero che ognuno ha dalla vita quello che si merita.

Non è facile difendere la propria vita, quando si è assaliti da feroci lupi. E restare onesti verso se stessi e gli altri.

La Guardiana dei Sogni… da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

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Pubblico oggi un brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

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La notte calda mi fa tornare con la mente in un passato, sento ancora il suo respiro. Ero in un’isola tropicale, le cui usanze del popolo mi hanno lasciato nel cuore tutta la loro magia, più di ogni altro luogo visitato prima di quel giorno. La prima sera la trascorsi in compagnia di un amico e di una ragazza che mi era stata presentata: lei era una “guardiana dei sogni”. Chiesi al mio amico cosa volesse dire, e mi rispose che faceva di mestiere la guardiana dei sogni degli altri. Pensai fosse un modo locale per definire l’incontro tra un uomo e una donna, incontro amoroso definito in altra maniera. Ma l’amico mi spiegò che non era come l’intendevo io. Non era un modo di prostituirsi. Quel popolo umile e genuino non voleva che alcuno perdesse i suoi sogni. Pensai più volte a quelle genti dalla cultura antica piene di spirito e ricche di pensiero. Per me era solo una esperienza nuova, non avevo preso sul serio il lato spirituale della guardiana dei sogni.

L’indomani, dal risveglio, ho pensato a lei per tutto il giorno, i raggi del sole non erano riusciti a cancellare dalla mia mente né lei, né i miei sogni: l’uomo e la donna che l’alba ritrovò insieme erano stati legati dal solo sogno di una notte. 

L’uomo col suo pensiero chiama a sé ogni minuto della sua vita. Quel giorno chiamava in ogni istante colei che mi aveva accompagnato nel sogno della notte. La mia accompagnatrice dei sogni di una notte mi aveva lasciato da solo al sorgere del sole, dicendomi che se volevo, potevo chiamarla di nuovo appena calata la notte. Tornai bambino. Desideravo tornare indietro nel tempo, a quando per la prima volta vidi la luce del giorno. E subito dopo volevo descrivere tutto ciò che mi era vicino. Volevo guardare con la luce della guardiana dei sogni, di nuovo solo lei, che era riuscita a farmi  vedere dentro ai miei sogni con gli occhi della vita. Sino ad allora la mia vita aveva avuto un limite: non ero riuscito a guardare oltre. Lei mi aveva fatto esplorare con i sogni anche la mia mente, ciò che diceva il mio cuore, tutto ciò che sino a quel momento avevo ignorato e non riuscivo a capire. 

Il correre di quel giorno mi fece trovare la notte nella solitudine di sempre. Pensai a chi potesse vegliare sui miei sogni quella notte. Mi addormentai con l’illusione che vi era sempre stato chi vegliasse su di loro, anche quando non erano toccati da altri occhi. Quella notte i miei sogni furono attraversati da lunghe corse in prati infiniti, colorati da mille stelle della forma di cavalli bianchi sparsi in quella immensità. Non conoscevo quel mondo, ogni volto che incontravo non l’avevo mai conosciuto. In quella vita ogni mia domanda, ogni mia parola, restava senza risposta perché abbiamo la presunzione di voler capire sempre tutto. Nel mio corpo molte volte germogliò un seme misterioso che mi dava visioni e mi faceva udire suoni a me sconosciuti. Desideravo  quello che sino a quel giorno non avevo mai pensato, due occhi dolci che non facessero più sentire soli i miei sogni, che vi fosse qualcuno che respirasse il loro respiro. Avevo conosciuto, dopo tanti anni, chi era riuscita a cullarli, a entrare in essi ad occhi chiusi. E avevo raccolto l’ansia di un solo momento della mia vita. Il suo volto delicato aveva cullato nelle braccia il suo bambino, quelle braccia apparentemente fragili, in realtà forti, come il mondo che le avvolge, perché hanno la forza dell’amore, della vita.

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