Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La vicenda di Antonio Fiordiso

Colerrelo

Il nostro amico Antonio ci ha inviato questo testo che mira a che non cada ancora una volta il sipario sull’ennesima”strana” morte di un detenuto.

Riporto di seguito il testo che mi ha inviato Antonio.


Ancora una volta il mostro assassino mostra il suo vero volto alla vittima e ai suoi familiari.
Lo Stato, nella sua missione principale di cane da guardia della proprietà privata, decide di prendersi in custodia coatta un ragazzo di 27 anni e, dopo averlo tenuto sotto la sua “tutela” per 4 anni, ne restituisce il corpo privo di vita ai parenti; senza tralasciare tutta la serie di traversie fisiche, morali e burocratiche che in casi come questo riserva loro.
Nell’ottobre del 2015 i familiari vengono a sapere che il loro congiunto, detenuto nel carcere di Borgo San Nicola a Lecce, non si trova più lì.

Dopo richieste insistenti riescono a farsi dire che era stato trasferito in infermeria e da lì a quella del carcere di Taranto per abuso di psicofarmaci. Trovando il tutto molto strano, i parenti riescono a sapere ch,e da Taranto, Antonio (questo il suo nome) era stato trasferito niente meno che ad Asti. Poco dopo il giovane viene di nuovo trasferito all’ospedale di Taranto, dove i familiari riescono finalmente a vederlo.

Lo stato in cui lo trovano è disumano: irrigidimento degli arti e atrofie muscolari, in dialisi per intensa disidratazione, lividi evidenti sul corpo, commozioni cerebrale e intercostale, impossibilità a parlare. Il primario conferma che è arrivato in ospedale in stato comatoso, con polmonite così avanzata che era divenuta una setticemia ormai diffusa anche nel sangue; operato d’urgenza ai reni per la forte disidratazione.

Al carcere di Lecce danno la colpa ad alcuni detenuti che si sarebbero accaniti su di lui, ma tutto ciò non trova conferma in nessun incartamento dell’istituto. Antonio muore l’8 dicembre in ospedale, senza riuscire a dire molto, nelle condizioni in cui era, su cosa sia realmente accaduto, anche se ha fatto intendere ad un pestaggio da parte delle guardie. Un giudice di Taranto ha già chiesto l’archiviazione del caso. Un altro detenuto, compaesano di Antonio, aveva iniziato a fare delle domande un po’ scomode su quanto accaduto al suo compagno, ma è stato subito trasferito a Reggio Calabria. Questi i fatti, in breve.

Ciò che ci preme è che il caso di Antonio non venga taciuto e nascosto e che ancora una volta una morte di Stato passi per mero incidente. Siamo consapevoli che il carcere non ha affatto  la funzione di rieducare ma semmai quella di vendicarsi di chi è uscito fuori dai ranghi e di fungere da monito per chi non si adeguerà alle regole sociali.
Il carcere è il luogo della disumanizzazione, della spersonalizzazione, della violenza istituzionale, della privazione degli affetti.
Il carcere è un abominio e la vicenda di Antonio Fiordiso, come quella di tanti altri detenuti o di persone ammazzate mentre erano nella custodia di qualche forza di polizia ne sono la conferma. Vogliamo sapere chi sono i responsabili della morte di Antonio, vogliamo che nel ricordo Antonio riacquisti la sua dignità vilipesa.

Giuseppe Uva- 7 anni dopo

WCENTER 0XKDCBPDMK                20100321 - VARESE - CLJ - CASO UVA: AVVOCATO ANSELMO, CHIEDEREMO RIAPERTURA INDAGINI. Una immagine di Giuseppe Uva. L'avvocato ferrarese Fabio Anselmo ha annunciato che presentera' nei prossimi giorni un esposto in Procura a Varese ''per chiedere la riapertura delle indagini'' sul caso di Giuseppe Uva, morto nel 2008 nell'ospedale di Varese dopo che era stato fermato dai carabinieri ubriaco per strada. ''I due medici indagati non hanno assistito a quello che e' accaduto in caserma prima del ricovero, secondo noi un pestaggio comprovato dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle lesioni allo scroto riscontrate sul corpo di Uva'', ha spiegato all'ANSA il legale che si e' gia' occupato del caso Cucchi e della morte a Ferrara di Federico Aldrovandi.  ANSA/MILO SCIAKY/DRN

WCENTER 0XKDCBPDMK 20100321 – VARESE – CLJ – CASO UVA: AVVOCATO ANSELMO, CHIEDEREMO RIAPERTURA INDAGINI. Una immagine di Giuseppe Uva. L’avvocato ferrarese Fabio Anselmo ha annunciato che presentera’ nei prossimi giorni un esposto in Procura a Varese ”per chiedere la riapertura delle indagini” sul caso di Giuseppe Uva, morto nel 2008 nell’ospedale di Varese dopo che era stato fermato dai carabinieri ubriaco per strada. ”I due medici indagati non hanno assistito a quello che e’ accaduto in caserma prima del ricovero, secondo noi un pestaggio comprovato dalle fratture alla colonna vertebrale e dalle lesioni allo scroto riscontrate sul corpo di Uva”, ha spiegato all’ANSA il legale che si e’ gia’ occupato del caso Cucchi e della morte a Ferrara di Federico Aldrovandi. ANSA/MILO SCIAKY/DRN

Questo pezzo, che riassume la tragica vicenda di Giovanni Uva, trovato morto 14 giugno 2008 viene dall’ ACAD, Associazione contro gli Abusi in Divisa.

E’ importante ricordare storie come quelle di Giuseppe Uva, che attendono ancora giustizia.

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GIUSEPPE UVA (14 GIUGNO 2008)

Siamo a Varese, ore 2,55 del 14 Giugno 2008. In una stanza del comando provinciale dei carabinieri di via Aurelio Saffi si trova Giuseppe Uva denunciato a piede libero insieme al suo amico Alberto Biggiogero per “disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone.”
Giuseppe quella sera era in giro per la città con il suo amico Alberto Biggiogero. Un po’ alticci i due arrivano all’altezza di via Dandolo e per goliardia spostano alcune transenne con l’intenzione di chiudere la strada al traffico. Ridono, urlano, fanno confusione, troppo per gli abitanti del quartiere che chiamano i carabinieri. Sul luogo arriva una gazzella con a bordo il brigadiere Paolo Righetto e l’appuntato capo Stefano Dal Bosco. La fase del fermo e dell’arresto raccontata da Biggiogero discorda con quella messa a verbale: all’arrivo della gazzella il brigadiere Righetto scende dalla macchina urlando: ”Uva proprio te cercavo stanotte, questa non te la faccio passare liscia, questa te la faccio pagare!”. Inizia quello strano inseguimento a piedi tra Uva e il brigadiere che quando lo raggiunge lo scaraventa a terra e comincia a malmenarlo. Alberto interviene ma viene spinto via e finisce addosso all’altro agente che lo schiaffeggia accusandolo di averlo urtato volontariamente. Nel frattempo Uva viene trascinato verso la gazzella e scaraventato sui sedili posteriori. Il brigadiere continuava a inveire contro di lui prendendolo a calci e pugni. Giuseppe chiede aiuto ma Alberto non può intervenire in quanto immobilizzato dal secondo agente. In quel frangente arrivano due volanti della polizia e viene intimato a Biggiogero di salire in macchina. Lui chiede di andare con il suo amico ma la polizia, per tutta risposta gli mostra il manganello e gli chiede se abbia voglia di provarlo. A quel punto la gazzella con Giuseppe parte e Alberto non vedrà più il suo amico vivo, il peggio deve ancora arrivare. In caserma Alberto sente distintamente le urla dell’amico, ogni volta che chiede di smetterla con il pestaggio viene minacciato dagli agenti fino a che non decide di chiamare il 118 dal suo cellulare per richiedere un ambulanza. L’operatore del 118 dice ad Alberto che avrebbe mandato l’ambulanza ma al termine della telefonata anziché inviare il mezzo il 118 chiama la caserma per avere conferma. Gli viene risposto che non c’è bisogno di alcuna ambulanza e che la chiamata è stata effettuata da due ubriachi a cui adesso avrebbero tolto il cellulare. Alle 6 sono gli stessi carabinieri a chiamare la guardia medica per far portar via Giuseppe Uva. Alle 11.10, otto ore dopo l’arresto e quattro dopo il ricovero Uva è un uomo morto. In primo grado i Pubblici Ministeri Abate e Arduini portano sul banco degli imputati gli psichiatri Carlo Fraticelli, Matteo Catenazzi ed Enrica Finazzi con l’accusa di omicidio colposo. Per i Pm la morte di Giuseppe Uva è da ricondurre a colpa medica. La tesi dell’accusa era che Giuseppe fosse morto per l’interazione dei farmaci sedativi assunti in ospedale e il suo pregresso stato di ubriachezza. Perizie e controperizie fatte anche dopo la riesumazione del corpo dimostreranno che la cura somministrata in ospedale era corretta e che il motivo della morte di Giuseppe Uva non era da ricercarsi nella parte medica inquisita. Il giudice Muscato assolve i medici dall’accusa di omicidio colposo e nelle motivazioni non manca di sollevare critiche all’operato del Pm. Durante tutto il processo non è mai stato accertato cosa sia accaduto nella caserma di via Saffi e non è mai stato ascoltato il testimone chiave, Alberto Biggiogero. In data 11 marzo 2014 viene respinta dal giudice Battarino la richiesta avanzata dai due Pm di archiviazione nei confronti di due carabinieri e sei poliziotti. Il 20 marzo quindi i due Pm si vedono obbligati a formalizzare l’incriminazione per gli otto agenti per omicidio preterintenzionale, arresto illegale e abuso d’autorità, solo che secondo il Procuratore Capo facente funzioni Felice Isnardi i due Pm l’avrebbero si fatto ma in modo tale da costruire imputazioni deboli per illogicità e contraddittorietà, con il risultato di rischiare di minare in partenza un processo nel quale non credono e solo il gip li ha obbligati. Per questo il Procuratore Isnardi toglie il fascicolo ai due Pm con la convinzione che il capo d’imputazione formulato “non abbia rispettato le imposizioni imposte dall’ordinanza del Gip”.
Il 20 ottobre 2014 dopo sei anni dalla morte di Giuseppe Uva è partito un processo che vede sul banco degli imputati quegli agenti che lo hanno arrestato e tenuto in custodia quella notte. Tutti i capi d’imputazione escluso l’omicidio preterintenzionale andranno in prescrizione a dicembre 2015.

Gregorio Durante, fatto morire in carcere-intervista alla madre dopo la sentenza di primo grado

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Gregorio Durante venne trovato morto, nel carcere di Trani, la mattina del 31 dicembre 2011.

Entrai in contatto con la madre, Ornella Chiffi, e, dopo ore di confronto telefonico, pubblicai sulle Urla dal Silenzio, il 3 marzo 2012, un lungo resoconto sulla vicenda (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/04/avete-ucciso-gregorio-durante/). Una vicenda che ha generato l’indignazione di chiunque ne sia venuto a conoscenza.

Il 14 novembre di quest’anno si è concluso il primo grado di giudizio sui fatti di questa vicenda. Si è concluso con una sola condanna, quella del Dirigente Sanitario del carcere di Trani. Condannato a soli 4 mesi di carcere. Condanna che ha fortemente amareggiato la madre e i famigliari.

Oggi, dopo tre anni dalla prima volta che mi occupai di questa vicenda, ci ritorno, con una intervista che ho fatto alla madre, in merito alla controversa sentenza del novembre 2014, e a come lei e i famigliari intendono adesso procedere.

Prima di questa intervista, però, “devo” nuovamente narrare la vicenda di Gregorio Durante.

Quello che avvenne a questo ragazzo è talmente indegno da richiedere che la dinamica dei fatti sia conosciuta. E quindi la narro nuovamente, sia per quelli che non lessero mai il lungo pezzo che pubblicammo tre anni fa. Sia per coloro che lo lessero, ma hanno, nel frattempo rimosso molti aspetti della vicenda.

Riprenderò quindi il resoconto che scrissi 3 marzo 2012, riformulando però vari passaggi, e togliendone altri. Per poi passare all’intervista che ho recentemente fatto ad Ornella.

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Questa è una storia di quelle di cui, se è possibile, non va rimandata la lettura. E’ una di quelle storie che vanno affrontate adesso, perché a un ragazzo che ha passato le pene dell’inferno, glielo dobbiamo. Andate fino in fondo nella lettura, non interrompetela. Perché un ragazzo è morto solo come un cane e merita almeno un po’ del nostro tempo, e lo merita sua madre, e tutti coloro che adesso sono in una posizione simile alla sua e ora rischiano di fare la stessa fine.

Adesso procedo con la storia, per poi, alla conclusione della narrazione, fare delle considerazioni finali.

Nel 1995 Gregorio, all’età di diciassette anni fu colpito da una meningalncefalovirarle. Questa lo portò a quaranta giorni in coma, e, in totale, a tre mesi e mezzo d’ospedale.
Da questa malattia non se ne esce vivi, o se si resta in vita, se ne esce con gravi deficit. Gregorio ne uscì vivo e sano; ma con gravi crisi epilettiche. Le crisi le curava con un farmaco, il gardenale. In qualche modo, supportato dai farmaci, Gregorio non aveva attacchi epilettici e riusciva a fare una vita sostanzialmente normale.

Nel 2004 si ripresentò una crisi epilettica. Aveva 25 anni allora. Questa unica crisi lo portò ad uno scombussolamento completo di tutto il suo equilibrio. Ne derivarono gesti in consulti, tremori, balbettii, momenti di lucidità e no. In quei frangenti di crisi non riusciva a parlare, non riusciva a deglutire. Nel complesso ciò che gli accadeva di frequente, dopo avere avuto una crisi epilettica, viene chiamato “crisi psicomotoria”. Dopo quella crisi epilettica, si succedettero nei giorni,  tutta una serie di crisi psicomotorie. Durante queste crisi si contorceva come un animale, sbatteva le mani e sbatteva le gambe. La madre gli stava vicino per evitare che lui si facesse male.
Venne ricoverato nell’ospedale di Lecce per dieci giorni. Fu dimesso con queste crisi che erano arrivate ad un livello molto lieve. Stette a casa tre mesi. La madre lo seguiva come un bambino. Momenti di lucidità che si alternavano a momenti di lucidità.
Ornella aveva appreso tutta una serie di modalità con cui approcciarsi con lui nei momenti di crisi. Non appena arrivava una crisi, lui la avvisava e lei lo faceva stendere sul divano, e lo aiutava nei movimenti che non riusciva a controlla, per evitare che si facesse male.
Adesso non bastava più il Gardanale, ma dovettero aggiungere un altro farmaco, il Tolep 600. Dopo tre mesi e mezzo, riprese a vivere decentemente. Le crisi scomparvero. Stava anche lavorando, nelle pompe funebri. A conti fatti, stava bene. Era sposato ed aveva due bambini; e guidava regolarmente anche.

Gregorio fu arrestato nel 2010.  Il fatto scatenante l’arresto furono degli schiaffi che diede al figlio di una guardia penitenziaria. L’arresto non si reggeva solo sul singolo fatto violento. Ma anche sul fatto che era stato già precedentemente condannato, per associazione mafiosa –condanna che aveva già scontato agli arresti domiciliari, e che aveva comportato la misura della sorveglianza speciale. L’atto violento, considerato in questo contesto, fu valutato come reato in violazione della sorveglianza speciale, e da questo ne derivava un livello sanzionatorio più elevato.

Il ragazzo finì per essere condannato a sei anni. In appello la pena venne ridotta  a tre anni e mezzo; e poi definitivamente riconfermata in Cassazione.  Gregorio Durante è morto dopo un mese dalla sentenza definitiva; due anni precisi di detenzione. Era stato arrestato il sette novembre 2009. E è morto il 31 dicembre 2011. Due anni pieni, due anni integrali. Senza avere mai un permesso. Ricordiamo che era giovane, e che aveva due figli minori. Ma non gli venne mai concesso alcun beneficio. Tutte le sue richieste -come i domiciliari- gli furono rigettai in quanto socialmente pericoloso.

Gregorio fu inizialmente detenuto a Lecce e poi, dopo solo 20 giorni, fu trasferito a Bari. Sia a Lecce che a Bari Gregorio riceveva regolarmente la terapia.    A Bari, però, la sezione era pericolante, e suo figlio, nell’aprile del 2011 venne trasferito nel carcere di Trani. E questo segnò la sua condanna a morte.
Di colpo gli venne soppressa la compressa di Tolep. Era stato mantenuto solo il gardenale. Nonostante le pressioni della madre perché quel farmaco fosse dato a Gregorio, il Dirigente Sanitario diceva che l’Asl non la passava.

Per otto mesi Gregorio non avrà quel farmaco. Le istanze che, a tal proposito, la madre fece al Magistrato di Sorveglianza, non sortirono alcun esito.

Gregorio è stato relativamente bene fino al 4 dicembre. Da lì iniziò quell’allucinante mese da incubo che lo condurrà alla tomba.

La sera del 4 dicembre Gregorio fu colpito da una crisi epilettica. La mattina del 5 scrisse alla moglie, e quella fu l’ultima lettera che scrisse. In quella lettera raccontava le dinamiche della crisi che aveva avuto. All’inizio aveva avuto fortissimi tremori in tutto il lato sinistro del corpo, la lingua storta di fuori, e altri segni di perdita della consapevolezza e del controllo psicofisico. Doveva essere sorretto dai compagni. Venne poi condotto in infermeria, dove gli fu somministrato il valium, per poi essere riportato in cella.
Dopo altre tre ore, Gregorio venne colpito da un’altra crisi epilettica, ancora più forte della precedente. Lui non ricordava nulla di quest’altra crisi. Furono i compagni a raccontare le dinamiche della vicenda. Gli stessi compagni che, in quel momento, avvisarono chi di dovere. Gregorio venne condotto nuovamente in infermeria, gli fu nuovamente somministrato il valium, per poi ricondurlo in cella. Questa volta, però, venne chiamato il 118. Il 118 arrivò ma i medici non ritennero opportuno portarlo in ospedale. Si limitarono a somministargli un calmante , poi gli somministrarono un altro medicinale, e lo lasciarono in carcere. Gregorio avrebbe dormito fino alla mattina preso del giorno dopo. E, fu quella mattina che, svegliatosi, avrebbe preso carta e penna per scrivere alla moglie il resoconto di queste vicende. Fu l’ultima lettera che scrisse.

Dal giorno di quella crisi, la madre ebbe con lui circa quattro colloqui. E ogni volta stava peggio. Era talmente confuso in quei colloqui, che spesso doveva essere lei ad alzarsi dalla sedia e bloccarlo, perché lui, di prima battuta, non  riconosceva lei e chi la accompagnava.
Dal 4 al 31 dicembre si sono succedute fortissime crisi psicomotorie. Il 118 venne molteplici volte, anche nell’arco della stessa giornata (come risulta dal diario clinico carcerario). Ma, Gregorio non venne mai portato in carcere. Ci si limitava, al massimo, a somministragli calmanti.

Il 10 dicembre, durante un colloqui con la madre, Gregorio ebbe una fortissima crisi psicomotoria. Mentre chi era intorno cercava di farlo riprendere, la madre, furibonda, chiedeva di parlare con chiunque, nel carcere, fosse in grado di intervenire e, comunque, chiedeva che fosse trasferito.  La madre quel giorno parlò con il medico di turno, con l’ispettore, con il comandante e con decine di agenti penitenziari.
Il dialogo col medico fu decisamente emblematico. Mentre la madre disperata esponeva la situazione del figlio e quello che sarebbe successo se fosse continuato a rimanere in ospedale, il medico a un certo punto, tenendo le mani in tasca,  disse: “Signora, è già un miracolo che lei stia parlando con me”.
La madre insisteva, chiedendo se fossero stati fatti gli esami adeguati; tac, risonanza magnetica, ecc. Ma lui continuava a stare con le mani in tasca, facendo spallucce e non dando risposte.

Però la madre tanto disse e tanto fece, minacciando che non si sarebbe mossa di lì finché non fosse stata chiamata un’ambulanza per portare Gregorio in ospedale, che alla fine l’ambulanza venne chiamata e lui fu portato in ospedale, ma venne messo nel reparto psichiatrico. In quel reparto restò solo due giorni –durante le quali ebbe anche crisi psicomotorie- per poi essere rimandato in carcere, con la glicemia, tra l’altro, molto al di sotto della norma.

In tutto questo drammatico succedersi di eventi, la madre si era accorta che i

medici del carcere, il Dirigente Sanitario, direttore sanitario e Direttore della struttura del carcere di Trani, si erano fatti la convinzione che Gregorio simulasse per avere benefici penitenziari. Quindi, appena tornato dall’ospedale, si decide di “punire” questo povero Cristo dandogli l’isolamento diurno. Quindi, Gregorio –sottolineiamolo, già devastato dagli attacchi epilettici, e poi da due giorni di crisi psicomotorie, e con la glicemia bassa-  venne mandato, dalle autorità del carcere di Trani, in isolamento. E questa misura durò tre giorni. Solo in cella. Solo con le sue crisi e con tutto quello che ne comporta.
Dopo questi tre giorni, venne messo in una cella dell’infermeria, dove non vi era alcun oggetto o suppellettile. Questo perché, il trattamento che gli era inflitto determinava, come era preventivabile, dei momenti di aggressività. E allora, per evitare che facesse atti pericolosi, fu piazzarono in una cella dove non c’era niente oltre al letto. Gli venne affidato un piantone. Ovvero un detenuto che non stava in cella con lui, ma che lo lavava, lo vestiva e gli dava da mangiare. Lui ormai era sempre più debilitato e incapace di agire. Non riusciva più a farsi la barba, e tante altre cose. E, a un certo punto, non fu più capace neanche di parlare. E non riuscendo neanche a camminare, veniva trasportato su una sedia a rotelle.

La famiglia, viste le sue devastanti condizioni, aveva scritto a Magistrato di Sorveglianza che Gregorio ricevesse la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Ma il Magistrato di Sorveglianza, invece di dare la sospensione della pena, pensò bene di stabilire per Domenico trenta giorni di ospedale psichiatrico giudiziario, per capire se Gregorio stesse simulando o meno. Avete capito bene. Un ragazzo in fin di vita, con un pregresso stato patologico, con ricorrenti crisi,  ricoverato da poco in ospedale..  e prima il carcere lo punisce con un regime di isolamento, e poi il Magistrato di Sorveglianza lo manda per 30 giorni in un ospedale psichiatrico giudiziario per capire se stava simulando o no.

Gregorio non ci arriverà mai all’ospedale psichiatrico, perché sarebbe morto prima.

L’atto del Magistrato di Sorveglianza giunse il 14 dicembre, ma l’Ospedale psichiatrico giudiziario in quel momento era pieno. E quando si sarebbe liberato un posto, Gregorio aveva già lasciato questo mondo.
Nel mondo “esterno”, Gregorio era assistito da un luminare della neuropsichiatria, il professore Luigi Specchio. Fu lui che nel 2003 lo aveva letteralmente tirato fuori dalla morte. Gregorio, quando cominciò il suo tunnel nero, nel dicembre 2011, chiedeva costantemente di potere avere la visita del suo medico di fiducia, il professore Luigi Specchio appunto. Ma doveva fare la domandina, perché tutto in carcere funziona con la domandina. Il piccolo problema era che Gregorio non era proprio nelle condizioni materiali di riuscire a compilare una domandina.
Il 14 dicembre la madre ebbe un colloquio con Gregorio. Viste le sue condizioni sempre più deterioriate, e la costante possibilità di una crisi distruttiva, la madre chiese alle guardie non lasciarli completamente soli, e di stare nelle vicinanze. In quell’ora di colloquio, Gregorio non riuscì a dire quasi una parola; ma sembrava che riuscisse comunque a capire qualcosa. Questa impressione era confermata dai cenni che dava con la testa. Aveva gli occhi semichiusi. Fu proprio da quel giorno che Gregorio incominciò a non parlare, per poi, a partire dal 17, non dire più neanche una parola.

Torniamo al colloquio del 14. Sul finire del colloquio di quel giorno, comparvero nella sala il Direttore e lo psichiatra del carcere. Lo psichiatra le disse.
“Signora, non so più che cosa devo fare con suo figlio. Sto cercando di stimolarlo in tutti i modi”.
Al che la madre rispose sdegnata..
“Lui non aveva bisogno di stimoli, ma di essere ricoverato”.
“Chiede del professor Specchio”, continua lo psichiatra del carcere.
“Sì, è il suo medico curante”, dice la madre.
E a questo punto è il Direttore ad intervenire..
“Sì, sì, proprio stamattina ho autorizzato la domandina perché venga a visitarlo il medico di fiducia”.

Queste furono le parole del Direttore. Famiglia e avvocati aspettarono un paio di giorni, ma il professor Specchio continuava a non ricevere alcuna chiamata dal carcere.

Successivamente, sostiene la madre, sarebbe emerso come la richiesta del Direttore non è era mai partita dal carcere. Ovvero il Direttore del carcere di Trani avrebbe deliberatamente mentito.

Nel colloquio che la madre ebbe il 17, trovò Gregorio ormai totalmente debilitato, incapace di fare assolutamente niente. Tutta l’ora del colloquio passò con la madre che lo abbracciava, che abbracciava un corpo abbandonato e con gli occhi semichiusi. Tuttavia, vi fu un’ultima fiammata di questo ragazzo. Al momento del saluto, il figlio di colpo ritrovò un ultima scintilla di vitalità, e strinse forte la mamma con una forza inaudita, e la baciò sulla bocca. Quando, alla fine, lo stavano riportando via, poi, Gregorio le cadde sulle braccia. Gli agenti lo presero e lo portarono via sulla sedia a rotelle. Quel fortissimo abbraccio, e quel bacio in bocca, fu l’ultimo estremo saluto di Gregorio alla madre, l’ultimo suo grande atto d’amore.

Quando il 24 dicembre la madre arrivò in carcere per un altro colloquio, Il figlio le venne portato completamente inerte, sulla sedia a rotelle, e con gli occhi ormai completamente chiusi. Neanche il capo reggeva più, ed era la madre a tenerlo, mentre la nuora (la moglie di Gregorio), venuta anch’essa a colloquio, gli teneva le mani.
Sul finire di quel colloquio, un detenuto, chiamando la madre in disparte, le disse “Fate qualcosa, o lui di qui esce morto”.

Il 27 dicembre, finalmente,  vi fu la visita in carcere del prof. Specchio. Dopo la visita, il prof. Specchio disse espressamene che Gregorio doveva essere portato urgentemente in ospedale, perché ormai poteva succedere di tutto. Venne inviata al Magistrato di Sorveglianza una relazione scritta del Prof. Specchio, dove il professore  spiegava in modo chiarissimo la drammatica situazione in cui si trovava Gregorio.

Il Magistrato di Sorveglianza, a questo punto, invece di chiedere un immediato ricovero, fa un atto col quale chiede al carcere di accertare le attuali condizioni di salute di Durante Gregorio. Lo stesso carcere che per un bel periodo aveva considerato Gregorio un simulatore. Lo stesso carcere che aveva lasciato inevase le drammatiche richieste della madre. Lo stesso carcere dove il medico si permetteva di fare spallucce davanti ad una madre col cuore a pezzi. Lo stesso carcere dove il Direttore poteva dire una cosa, rivelatasi poi non vera, come quella per cui, la domandina per la visita del prof. Specchio era stata autorizzata. Era a questo carcere che il Magistrato di Sorveglianza chiedeva fossero accertate le condizioni del ragazzo.

Il 31 mattina la Ornella e la nuora mentre stanno arrivando in carcere per un nuovo colloquio, ricevono una telefonata in cui vengono avvisate che Gregorio non ce l’ha fatta. Gregorio era stato trovato morto, proprio quella mattina, durante un’ispezione nella cella numero cinque.

Nonostante la tremenda notizia, Ornella ha la forza di continuare il tragitto verso il carcere per riprendersi il corpo del figlio. Appena arrivata, vedendo il Direttore che la guarda dalla sua finestra, le dice “Animale, animale”. Il Direttore per tutta risposta, alzò le braccia e fece il gesto di mandare a fare in culo.

Un paio d’ore dopo, comunque, il Direttore ricevette la madre e la moglie di Gregorio nel suo ufficio.  Il Direttore dice ad Ornella che proprio quella mattina si era deciso ad attivarsi presso il Magistrato di Sorveglianza per fare ottenere a Gregorio la sospensione della pena. Proprio quella mattina.. che coincidenza.. Il Direttore, continuava a parlare dicendo che lui in carcere si faceva il mazzo, finché a un certo punto Ornella gli dice:

“E quando vedeva mio figlio, cosa vedeva? Nn vedeva un ragazzo che stava morendo? Io le ho consegnato una montagna. E adesso è stato ridotto ad un corpo denutrito fino alla morte”.
Denutrito.
Sì, perché Gregorio oltre a non essere curato, non è stato neanche messo in condizioni di mangiare. Quando nel 2003, si era trovato in condizioni simili, era stato nutrito con un sondino naso gastrico.

Quando nel dicembre 2011 in carcere non fu nuovamente in condizione di nutrirsi, non si pensò mica a trovare un modo per alimentarlo. Ma, la sua impossibilità a nutrirsi venne interpretata come “rifiuto del cibo”. Sul diario clinico del carcere è scritto..
“Rifiuta il cibo”.
Non sembra che nessuna delle menti sanitarie del carcere di Trani abbia pensato che molto probabilmente non poteva mangiare, che non poteva deglutire, e si doveva cercare di alimentarlo in qualche modo.

Altro dato inquietante. Quando, IL 24 dicembre,  il prof. Specchio era stato a visitarlo, raccontò di avere visto sul labbro di Gregorio, uno strano impasticciamento rosato. Solo successivamente Ornella ricordò  che le compresse di Tolep, che suo figlio prendeva a suo tempo, insieme al Gardenale, erano di colore rosato. Sì, le stesse compresse che per otto mesi, da quando giunse nel carcere di Trani, non gli vennero più date. Quell’impasticciamento rosa  sul labbro di Gregorio –questa fu l’interpretazione a cui giunse la madre- derivava dalle pillole di Tolep che, non potendo il ragazzo ingoiarle, perché ormai incapace di deglutire, si scioglievano lentamente in bocca, per poi formare una pasta rosa, che fuoriusciva all’esterno sul labbro, cristallizzandosi sopra di esso. E ricordò che effettivamente Gregorio, nella lettera che il 5 dicembre scrisse alla moglie, dopo la devastante crisi epilettica del 4, a un certo punto diceva..
“Miracolosamente, subito dopo la crisi epilettica, si è trovato il Tolep”.
E la cosa spaventosa è che una volta che queste pillole uscirono “magicamente” uscite fuori, non ci fosse un cane che capisse che questo povero disperato non poteva più neanche deglutire. Se l’interpretazione della madre corrisponde al vero, ci si limitò a ficcargli queste compresse in bocca. Le ficcavano in bocca ad una persona ormai incapace di reggersi in piedi, di parlare, di fare alcunché. La ficcavano in bocca, e magari non davano neanche l’acqua. E magari non controllavano neanche se riusciva ad ingoiare. Gli ficcavano le pillole in bocca come a una cavia da laboratorio. E queste si scioglievano lentamente. Chissà se qualcuna di queste “menti sanitarie” abbia mai avuto il dubbio che quello strato rosa sulle labbra di Gregorio, fosse la stessa pillola rosa, sciolta però, che loro gli davano.

L’analisi del corpo del ragazzo, è stata causa di ulteriore sofferenza per la madre. Non solo perché, dopo la morte di Gregorio, si è trovata davanti un corpo denutrito, devastato e pieno di ecchimosi. Ma anche per le modalità in cui sembra essere giunta la morte.

Ornella mi disse:
“Mio figlio è morto durante crisi violente. I pugni sono stretti incredibilmente e le dita sembrano artigli. E’ morto solo. Quando il blindato era chiuso veniva lasciato sulla sedia a rotelle, da solo. Senza suppellettili, senza che nessuno lo controllasse, gli mettevano un pannolone se ne andavano. Lo hanno lasciato morire da solo”,
Morto come un cane, in una condizione di totale impotenza ed abbandono. Morto solo in una cella col blindo chiuso, nonostante fosse ormai totalmente non autosufficiente, e avrebbe dovuto avere qualcuno sempre con lui, ad aiutarlo per eventuali esigenze, o pronto ad intervenire in caso di pericolo. Invece era solo, solo, incapace di andare in bagno, incapace di mangiare, incapace di muoversi, inchiodato su una sedia, come un sacco di patate.
Circa sette o otto giorno dopo la morte di Gregorio… casualmente… i detenuti a lui vicino sono stati trasferiti. Questi detenuti si dimostrarono disposti a testimoniare; ed anzi sono stati loro stessi a contattare la famiglia.

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Quella che avete appena letto è il resoconto della vicenda di Gregorio Durante fino alla sua morte e all’inizio dell’inchiesta in seguito alla denuncia della madre e degli altri famigliari.

In questi anni nel frattempo, come ho scritto all’inizio del post, l’istruttoria si è conclusa e vi è stata, il 14 novembre 2014, la sentenza di primo grado. Sentenza fortemente discutibile e fortemente contestata dalla famiglia.

Risentendo Ornella, le chiedo di raccontare quanto avvenuto dai fatti raccolti nel resoconto di marzo 2012 ad oggi.

Allora, da parte nostra, dopo la morte di mio figlio, c’era stata la denuncia. Ci sono state le indagini, è stata fatta l’istruttoria. Durante l’istruttoria il PM aveva fatto le indagini su 14 persone. Alla fine ha fatto richiesta di archiviazione per il Direttore, i medici dell’ospedale, e qualche medico della struttura sanitaria. Il rinvio a giudizio è stato chiesto –e accettato- solo per il Dirigente Sanitario più quattro medici che ruotavano nel carcere.

-Quindi si è arrivati al processo, in cui una parte sostanziosa di soggetti verso i quali sicuramente avete molto da ridire, a cominciare da Direttore, aveva avuto la propria posizione archiviata.. voi avevate pensato di opporvi a queste archiviazioni? 

Noi non ci siamo opposti all’archiviazione del Direttore e company perché non volevamo infuocare gli animi, andando contro la volontà del PM, che comunque, in quel contesto, continuava, in un certo senso, ad essere  il nostro tutore.  Comunque sia, finalmente,  un processo, per quanto solo con parte dei soggetti che ritenevamo responsabili, ci sarebbe stato.. Quando, dopo vari rinvii, il processo è, a tutti gli effetti, iniziato, gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. E’ stato ovvio per loro chiederlo. Nel rito abbreviato non sarebbero state sentite le persone che noi volevamo fossero sentiti. Non sarebbero emersi tutti i fatti che noi volevamo emergessero. Il giudice ha accolto la loro richiesta  e loro si sono evitati la pessima figura che avrebbero fatto se fosse venuto fuori tutto quello che avevano combinato. Noi naturalmente ci siamo rimasti malissimo, ci sono cadute le braccia, avremmo voluto il processo vero e proprio.. 

– Io penso che ci sono tipologie di reati e tipologie di cause dove il rito abbreviato non dovrebbe essere accettato, o dovrebbe essere accettato in circostanze molto rare. 

Il giudice poteva non accogliere il rito abbreviato e fare il processo normale, con le varie parti, ascoltando i testimoni. Ma ha preferito accoglierlo. Il processo normale sarebbe stato scandaloso per le istituzioni. Sarebbero venute fuori tante di le magagne che loro hanno combinato. Mentre con il rito abbreviato tutto si è deciso in base alle carte che loro avevano in mano, senza ascoltare nessuno. Non sono stati ascoltati i testimoni che noi volevamo fossero ascoltati. Non sono stati ascoltati i medici di parte mia, quei medici che all’epoca io avevo mandato per fare visitare mio figlio. Il rito abbreviato si è svolto in tre udienze, a porte chiuse,  senza televisioni, senza giornalisti, solo noi e l’altra parte. Considera anche che al momento del processo il PM che aveva fatto le indagini e che aveva chiesto il rinvio a giudizio, è stato sostituito con un altro PM.  In pratica i giudici fanno quello che vogliono. Hanno un potere illimitato. Io dico sempre“i magistrati sono Dio in terra”.

Dopo queste tre udienze, c’è stata la sentenza. Solo un condannato: il Dirigente Sanitario a cui sono stati dati 4 mesi di pena. Tutti gli altri sono stati assolti. C’è da considerare che non era presente il PM che aveva condotto le indagini, era stato sostituito da un altro. Comunque, inoltre, il pubblico ministero del processo non era più il pubblico ministero dell’istruttoria, col quale si era arrivati al rinvio a giudizio.  Poco prima del processo il vecchio Pubblico Ministero era stato sostituito da un altro che, delle cinque persone rinviate a giudizio, aveva chiesto la condanna solo per due, ma per un reato più grave, “abbandono di incapace”, per il quale aveva chiesto una condanna, per entrambi, a tre anni. Va anche detto che, oltre questo, il nuovo pm aveva chiesto che gli atti fossero rimandati in procura, perché venissero fatte nuove indagini. Evidentemente egli vedeva delle responsabilità anche da parte di altri soggetti, altrimenti non avrebbe fatto quella richiesta.

 -Quindi, i soggetti che voi considerate colpevoli erano varie, il primo pubblico ministero ha fatto le indagini sono su 14 persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto e accolto solo per il Direttore Sanitario e altre quattro persone; con l’archiviazione per il Direttore e tutti gli altri. Il secondo pubblico ministero ha chiesto che venissero condannate solo due persone, però anche che gli atti fossero rimandati alla procura; rinvio che no c’è stato. Alla fine è stata condannata una sola persona, il Direttore sanitario, a 4 mesi. E’ così?

Esattamente… una sentenza vergognosa. Per me non va assolutamente bene che gli altri quattro se la siano cavata, e sia stato condannato solo il Direttore Sanitario. In pratica uno sta pagando per tutti. E quanto poi? Quattro mesi? Se la situazione fosse stata capovolta, a mio figlio avrebbero dato quattro mesi? Se per uno schiaffo è stato condannato a sei anni.

Dopo la lettura della sentenza, il Direttore Sanitario si è messo le mani nei capelli ha cominciato a piangere. Mentre stava piangendo, io sono andata da lui e gli ho detto  “stai piangendo? Assassino .. cosa piangi? .. Io sono tre anni che piango l’assassinio di mio figlio.. e tu stai piangendo perché? Perché ci hai rimesso la faccia.. per quattro mesi..?… No dovevi piangere mesi fa quando non riuscivi a venire a capo di questa situazione.. avresti semplicemente potuto fare come Pilato, lavartene le mani e mandare mio figlio in una struttura adeguata a lui, alla sua malattia. E invece con  caparbietà fino alla fine hai dichiarato che mio figlio simulava”.  Mio figlio poteva simulare di non poter mangiare, di non poter camminare, delle cadute continue che aveva? Mio figlio non sarebbe potuto scappare, non sarebbe potuto andare da nessuna parte. E poi noi chiedevamo soltanto la sospensione della pena che significa “sospendiamo la pena, va in ospedale, si cura, e poi quando torna finisce la pena”.

Io so benissimo che mio figlio è stato ucciso. E’ stato ucciso dall’incompetenza, è stato ucciso dall’ignoranza. E’ stato ucciso per loro volere. Non si uccide solo con la pistola.

-Tornando alla sentenza.. 

Gli altri quattro medici erano pienamente responsabili. Ruotavano in carcere come si fa in ospedale. Otto ore ognuno. Tutti hanno visto che mio figlio stava dando l’anima  a Dio. Tutti lo hanno visto. Tutti sono responsabili, anche quelli che non erano stati rinviati a giudizio. A cominciare dal Direttore che sapeva quanto il medico. E poi il Direttore parlo proprio con me quando mi mandò a fare in culo.

Il Direttore Sanitario, comunque, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, e al risarcimento danni in separata sede. Risarcimento danni noi non abbiamo chiesto una tot di somma, in quanto non c’è somma che possa ripagare me della perdita di un figlio, mia nuora della perdita di un compagno, i miei nipoti della perdita di un padre.

Io, insieme a mia nuora abbiamo vissuto i 25 giorni di calvario di mio figlio. Abbiamo visto con gli occhi, abbiamo toccato con mano. Tutti sapevano quello che stava succedendo a mio figlio. Tutti, a cominciare dal Direttore, fino all’ultimo gatto del carcere. Ognuno ha le sue responsabilità, ovviamente in maniera diversa, perché un Direttore non può fare il medico e un medico non può fare il Direttore, ma tutti sapevano.

Altra cosa grave. Il processo ha “considerato” il periodo che partiva dal 24 dicembre, la vigilia di Natale, fino al giorno della morte di mio figlio. Ovvero solo gli otto giorni finali.  Tutto il periodo antecedente, dal 5 al 24 dicembre, non è stato considerato. Loro hanno considerato il 24, quando mio figlio era arrivato ormai agli estremi. Tutto quello che è avvenuto prima non è stato preso in considerazione. Questo è stato giustificato dal fatto che fino al 24 non c’erano notizie nella cartella clinica di mio figlio. Non c’è scritta una parola di quello che è stato fatto a mio figlio. Se niente è stato scritto, niente è stato fatto. Ma come ci è arrivato mio figlio alle condizioni in cui era il 24? Io lo so che cosa è successo. Non è stato creduto nessuno che poteva aiutare a ricostruire la verità dei fatti. Non è stato creduto mio figlio. Non siamo stati creduti noi famigliari. Non è stato creduto il medico che avevamo mandato per visitarlo. Non sono stati creduti i legali che presentavano le istanze a raffica una dietro l’altra per poterlo portare in ospedale. Non è stato creduto nessuno. E questo perché? Sono domande a cui non ho avuto risposta. Questo è quello che avviene nelle carceri  italiane.

-Farete bene se vi appellerete. Questa vicenda merita che vi sia una riapertura delle indagini e che si ricominci da zero, facendo un processo vero e proprio e non un rito abbreviato. 

Assolutamente,Ora aspettiamo le motivazioni, perché senza le motivazioni è come parlare di aria fritta. Dobbiamo vedere tutto. Comunque, una condanna, se solo per 4 mesi, anche se ridicola, c’è stata. Alfredo, lo ripeto, a me non interessano i soldi. Ma forse mi potresti dire “se saranno condannati tuo figlio ritorna?”.. no mio figlio non ritorna comunque, ma perlomeno sono stati condannati gli assassini di mio figlio. Perché questo sono. Assassini. 

-Ricordo che quasi nessuno vi aveva dato voce..

E così è stato anche dopo. Noi abbiamo mandato email a tutte le trasmissioni possibili e immaginabili; proprio a tutte. Nessuno si è degnato nessuno anche solo di risponderci. A me non interessava niente dei cashet  delle trasmissioni; lo avrei tranquillamente rifiutato. A me non interessava la visibilità televisiva. Io volevo che l’Italia potesse sapere quello che succede nelle carceri italiane. Quello che è successo a mio figlio. Solo dalla trasmissione Pomeriggio Cinque, quella con Barbara D’Urso, ero stata chiamata. Avevo dato la mia disponibilità, ma, poi, non sono più stata ricontattata.

-La vostra battaglia continua..

Assolutamente.. tutto ciò che la legge mi consente di fare, io lo farò, fino all’ultimo respiro. Perché, l’ho detto. Io ho visto quello che hanno combinato a mio figlio. In questa storia Tutto è allucinante fin dall’inizio. Quando penso a tutte le cose che sono accadute, mi chiedo  “ma forse mio figlio è stato portato a Trani perché avevano deciso di farlo morire?”. E non le nascondo che sono tutti i santi momenti della giornata. Nessuno escluso.

L’Italia deve sapere quello che succede nelle carceri. Deve sapere quello che hanno fatto a mio figlio. Lo hanno fatto morire. Non è che è morto.. lo hanno fatto morire.. che è diverso.. Io ad oggi mi trovo a vedere due bambini senza un padre, io senza un figlio e il piccolino di cinque anni che ogni tanto piange e mi dice “Mi manca papà” e io cosa gli devo rispondere. Dai miei occhi non scendono più lacrime normali, vengono giù lacrime di sangue. La mia vita è distrutta. Io nell’animo sento di non avere più niente dentro. Mi è rimasta solo la rabbia. La rabbia di dovere andare avanti. Io vado avanti ormai con la rabbia.

La foto che ha aperto questo articolo e le foto che lo concludono, sono tra le foto che avevo allegato all’articolo che pubblicai il 3 marzo 2012. La foto di apertura mostro come Gregorio era prima di finire in carcere. Le foto che seguono mostrano  com’era dopo otto mesi di “trattamento” nel carcere di Trani.

 

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Intervista a Nina Perna, madre di Federico Perna

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“Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.” (Nina Perna)

Una premessa. Questa è una storia estrema.
La storia di un ragazzo fatto barbaramente morire in carcere e di tutte le complicità, i doppi giochi, le manipolazioni volte a non fare emergere la verità.
Se siete in un momento di particolare sensibilità, o se non sopportate i riferimenti violenti o se, semplicemente, state vivendo una giornata con vibrazioni energetiche molto basse, forse è meglio che, al momento, non la leggiate.
Più di un anno fa di Federico Perna non sapevo assollutamente nulla. Un giorno mi imbattei nella notizia della morta di questo ragazzo. L’ennesimo caso nella mattanza annuale di morti nelle carceri. Non ricordo che lessi la storia dalla vicenda ma mi soffermai sulle devastanti immagini del corpo di Federico, scattate all’obitorio.
Volli conoscere la madre, Nina Perna, e farle una intervista. Una lunga intervista per cercare di entrare, il più possibile, nelle sfaccettature e nei lati oscuri di questa storia.
Quella che adesso leggerete è l’intervista che ho fatto a Nina Perna.
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-Nina, qual è il tuo nome per intero?

Io sono Scafuro Nobile, la mamma di Federico Perna. Tutti mi chiamano Nina

-Da dove vieni?

Sono irpina, originaria della Campania. Mi sono sposata a 17 anni e poi è nato Federico.

-Quando è nato esattamente Federico?

Il 12 aprile del 1979. Era una bruttissima giornata di pioggia. Federico è nato dopo 16 ore di travaglio, con parto cesareo. Era un bambino bellissimo, pesava 3,650 kg, sembrava un bambino già grande di 3 mesi. Era proprio bello, biondino. Dopo, forse perché ero troppo giovane, sono subentrate le nonne, sia materna che paterna, che hanno fatto un bel po’ di danni. Federico era un bambino molto vivace, cadeva dalle bicicletta, dal triciclo, si faceva ogni sorta di danno. Correvamo sempre al pronto soccorso per cucire le ferite. Già a 7 anni guidava la macchina, capiva di motori, era molto bravo. Se avesse fatto il meccanico, forse a quest’ora non ci troveremmo così. Poi ha continuato col suo percorso di ragazzo normale ma, purtroppo, verso i 18 anni, si è trasferito a Roma, con la scusa dello studio. Lì si è trasferito da mia madre che, visto che era sempre impegnata col lavoro non poteva seguirlo bene. Inoltre mia madre lo viziava sempre. Lui le avrà distrutto due o tre macchine. A un certo punto incontrò un ragazzo che fumava spinelli e che glieli offriva e questa divenne un’abitudine. Presto passò anche cose ben peggiori. Faceva una vita caotica, andava a buttarsi nelle discoteche o nei rave, che duravano 3 o 4 giorni e tornava a casa distrutto, anche perché lì prendeva pasticche, acidi. Venendo a sapere queste cose, intervenni drasticamente con mia madre, che lo difendeva dicendo che quelle erano cose che i giovani fanno. Io cercavo di farle capire che avremmo dovuto esprimerci all’unisono in modo da dare una vera educazione a Federico, che era in ballo la sua salute, il suo futuro. Le dicevo che lui stava prendendo un crinale che poteva essere catastrofico. Ma lei ha sempre fatto orecchio da mercante, e lo ha sempre assecondato.
Quando finalmente mia madre si decise a non dargli più soldi, ormai lui era si era troppo affondato in un certo mondo. Tante volte sono corsa a Roma di notte perché lo arrestavano. Federico faceva piccoli furti per procurasi le dosi, perché dagli acidi poi è passato all’eroina. Lo abbiamo messo in diverse comunità, però scappava sempre. Visto che scappava, lo mandavano in carcere; perché, scappando, evadeva e violava la misura alternativa di collocamento in comunità.
Federico ha avuto un rapporto costante con la droga per 14 anni. Ho vissuto 14 anni che sono stati una peripezia. Anni durante i quali abbiamo sofferto come cani. Quando Federico stava con me non si drogava, anche per 3 o dieci mesi. Ma quando ritornava da mia madre, ricominciava. Mia madre abitava al Flaminio, sul lungo Tevere a Roma, lì c’è il villaggio Olimpico, ponte Milvio, che è pieno di droga, di spacciatori. Nel 2007 morì mia madre, che mi fece una brutta sorpresa. Con un testamento nominò unico erede mio figlio Federico, mentre io ero la sua unica figlia. Il testamento era chiaramente impugnabile, e nacquero delle tensioni tra me e Federico. Io non contestai la cosa per una questione di “interesse”. Io ho anche un altro figlio. Se mia madre avesse deciso di lasciare tutto ai suoi nipoti, cioè a entrambi miei figli, non avrei avuto nulla da ridire. Invece lei lasciò tutto a Federico, che fra l’altro aveva seri problemi di tossicodipendenza. Probabilmente mia madre lo fece per farmi dispetto, perché, siccome io dico sempre la verità, alla fine l’ho anche incolpata, le ho detto che se Federico stava in quelle condizioni anche perché lei alimentava il suo modo di fare. E lei questa cosa non me l’ha perdonata.
C’erano comunque gli estremi per agire legalmente contro mio figlio ma, appunto perché si trattava di mio figlio, decisi di metterci una pietra sopra.
Anche io ho fatto errori. Devi capire che la mia vita non è stata facile. In tanti hanno sempre cercato di allontanarmi da mio figlio. Tieni conto che io all’inizio non ho saputo mettere un muro sufficientemente forte, anche perché avevo solo 18 anni e mi sono ritrovata da sola con un bambino, senza lavoro e senza niente.

-Come si è arrivati all’arresto del 2010?

Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 Federico è stato in galera, sempre per piccoli furti, sempre per procurarsi la roba. Furti del tipo rubare in spiaggia la borsa a una signora che era in acqua. Furti piccolissimi, da 20-30 euro. Non ha mai picchiato nessuno, non ha mai fatto violenza a nessuno, anzi aveva pure paura di fare queste cose. I carabinieri regolarmente lo prendevano perché, quando faceva queste cose, neanche si reggeva in piedi. A complicare tutto c’era il fatto che stringeva relazioni con ragazze che avevano anche loro problemi di tossicodipendenza, veniva da queste trascinato e non riusciva mai ad uscirne. Una volta mi scrisse in una lettera che non poteva più stare nell’ambiente dei drogati e che doveva trovarsi una ragazzetta fuori da quell’ambiente, altrimenti ci sarebbe ricascato sempre. “Basta eroina, basta questa vita di merda”, scriveva, e aggiungeva che voleva un lavoretto che gli avesse garantito di sopravvivere e che voleva stare con me, voleva costruire la casetta per Tyson, che è il suo cane.
Certo era difficile uscire da una tossicodipendenza di 14 anni, però magari con il mio aiuto ce l’avrebbe fatta. Nella vita si deve tentare, io non considero nulla impossibile; la speranza è l’ultima a morire. Io di speranza ne ho poca, ma per fortuna c’è quella giusta per credere ancora in un futuro migliore.
Nel 2010 doveva prendere un piccolo sussidio per l’anno di detenzione, ed è stato un mese con me, era tutto contento.
Federico stette con me tutto quel luglio. L’ultimo sabato di quel mese andò via per quello che doveva essere qualche giorno. Lunedì avrebbe dovuto prendere il sussidio. Ma scomparve e io per mesi non seppi nulla di lui. Poi scoprii che a settembre era stato arrestato.

-Quando lo arrestarono non venisti a saperlo subito?

No. Sulle cartelline c’erano gli indirizzi della nonna paterna e quindi avvertivano sempre lei. Con mia suocera non c’era un buon rapporto, non mi parlavo da 20 anni. Però nulla può giustificare ciò che fecero. Io non capivo perché i suoceri non mi avessero mai avvertita, dato che il mio numero di telefono ed i miei indirizzi ce li avevano. Venni a sapere dell’arresto di mio figlio solo dopo sette mesi, quando, molto arrabbiata per non capire cosa stava succedendo, chiamai la mia ex suocera
per capire se sapesse qualcosa, e così mi disse che Federico era stato arrestato, ch’era stato a Rebibbia e poi a Velletri. Quando le chiesi perché non mi avesse detto nulla, mi rispose che tanto a me di Federico non me ne fregava nulla. Io da qualche tempo mi ero lasciata col padre di Federico e avevo un’altra famiglia, un altro marito e anche un altro figlio. Ma ero sempre la madre di Federico, avrebbero dovuto sempre avvertirmi per tutto quello che gli succedeva. Mi tenevano sempre fuori, non so il perché, ma la verità è che non voglio capirlo il motivo o non voglio parlarne. Comunque questo modo di agire, specie in relazione all’arresto di Federico fu molto ingiusto.

-Quindi tuo figlio è stato arrestato a settembre 2010 e tu lo hai saputo a marzo 2011.

Esattamente. Ero abituata a non sentirlo per tanto tempo, perché dopo che morì mia madre ci fu tra di noi dell’attrito. La cosa grave è miei suoceri erano gelosi che Federico stesse con me, e loro sapevano che lui non si drogava quando stava con me. Di questa gelosia assurda tra le due famiglie, che sono state in guerra per anni, le spese le abbiamo pagate io e Federico; il padre non si interessava per niente di lui, infatti andò trovarlo in carcere solo una volta.

-Ci fu un processo riguardo Federico, cosa stabilì la sentenza?

Federico aveva avuto un processo e gli diedero 8 anni. Era entrato nel 2010 e, secondo la Magistratura, sarebbe dovuto uscire nel 2018. Non si trattava di una condanna per una specifica accusa. Vi erano tante pene cumulate, per lo più concernenti la droga.

-Torniamo a marzo 2011, quando scopri che Federico è stato arrestato, cosa fai?

Cominciai a scrivergli, lui mi rispondeva e capiva gli errori che aveva fatto. Io lo esortavo a non angosciarsi, gli dicevo che avremmo trovato un modo per andare avanti, che una volta uscito avrebbe potuto stare tranquillo con me. Lui era contento del mio avvicinamento e del rifiorire del nostro rapporto. del rapporto tra madre e figlio, che aveva subito degli scossoni per via della faccenda ereditaria. Federico mi voleva un grande bene. Tutte le sue lettere trasudavano di amore per me.
Andavo a trovarlo a Velletri dove era detenuto, avevo anche preso una casa in affitto a 4 km dal carcere, poter così andare spesso a trovarlo, portargli biancheria pulita, ecc. Il posto che avevo preso in affitto era un casale di campagna molto semplice, intorno al quale c’era tanta terra. A Federico piaceva molto l’attività cinofila, addestrare i cagnolini di media e piccola taglia. E quindi pensavamo, dato che c’erano questi 3000 m di campagna, di chiedere dei permessi per avviare un’attività che potesse permettere a Federico di lavorare da casa una volta ottenuti gli arresti domiciliari. Un giorno, però, che andai a trovarlo a Velletri, non lo trovai più lì. Lo avevano a Viterbo e, per raggiungerlo, la distanza diventò 130 km per l’andata e 130 km per il ritorno. Tutti dei colloqui, le sei ore di colloquio, mensilmente previste, a Viterbo le feci tutte. Per fare un colloquio, perdevi una giornata intera. Ma non era importante. Io alle 7:10 – 7:30 stavo lì, davanti al carcere.
Quando andai lì, ad un colloquio, durante il mese di maggio, pensai di impazzire.

-Racconta.

Vidi un mostro. Io stavo aspettando Federico; aspettavo, come sempre, quel ragazzo magro, di 68 anni. Ad un certo punto vidi un poliziotto penitenziario con un ragazzo che era.. un gigante.. Lì per lì manco ci feci caso, poi guardai meglio la maglietta, era una maglietta particolare, di quelle che piacevano a Federico, e mi venne il dubbio. Guardai la barbetta biondo-cenere e mi chiesi: “Ma è Federico?”. Guardai i tatuaggi e capii che era proprio Federico. Camminava piano piano come uno zombi, con le gambe aperte. Pesava 144 kg. Ci rendiamo conto? Dopo 3 mesi mi sono ritrovata un ragazzo di 144 kg. Un ragazzo che quando era entrato pesava 68 kg. Tutto questo è successo in 3 mesi. Aveva la bava ed era tutto pieno di crosticine sulla bocca. Mentre lo vedevo mi dicevo chenon poteva essere lui, anche se ormai avevo capito che era lui. Stava morendo. Aveva le gambe piene di acqua; era acqua rosa, quindi siero. Quest’acqua fuoriusciva da sopra le gambe, da sopra i piedi, era acqua rosa, quindi siero.
Con me Federico parlava, anche se molto lentamente, si vedeva che era imbottito di farmaci. Comunque lì mi rivolsi agli ispettori, dissi loro che non era possibile che mio figlio venisse imbottito di farmaci in quel modo, così si mossero e lo mandarono all’ospedale Belcolle e qui il primario gli certificò la prima incompatibilità carceraria.
Federico in quel carcere restò sempre in isolamento. La scusa ufficiale è che aveva una malattia infettiva, l’epatite c, però in realtà non lo èa meno di un probabile contato di sangue. In quel contesto si accentuò il disturbo border line perché lui parlava tutto il giorno da solo. Mi diceva che non volevano mandarlo nei reparti, che non parlava con nessuno che, quando chiedeva aiuto perché si sentiva male, lo lasciavano a terra svenuto, che se fosse morto non gliene sarebbe importato nulla a nessuno.

-Quanto tempo è rimasto in questo ospedale?

C’è stato 8 giorni. Era il giugno 2012.
Fece le analisi e furono riscontrate la leuconopenia e la piastrinopenia, che vuole dire che aveva le difese immunitatire carenti, che le piastrine non c’erano più, che il sangue era quasi acqua. E infatti era sempre molto molto pallido, anche perché denutrito di sostanze vitali. L’enorme aumento di peso era dovuto agli psicofarmaci. Ti racconto un episodio avvenuto proprio davanti a me. Ero ad un colloquio con lui, quando a un certo punto è venuta una infermiera del sert e gli ha schiacciato con le dita, senza guanti, una compressa in bocca, chiudendogli il naso in un modo violento e dandogli un bicchierino dell’acqua, incitandolo a bere. Dopo dieci minuti che aveva ingoiato questa pasticca, Federico non era più lui, gli si abbassavano gli occhi e gli usciva la bava dalla bocca. Mi alterai con gli ispettori e dissi loro: “Perché dovete ammazzarlo con psicofarmaci, può avere un blocco renale”. Lui mi disse che ogni volta che gli davano questa pasticca si sentiva prendere dalla sonnolenza, gli si addormentavano le gambe, e non riusciva neanche a tenere la pentola in cella. Riceveva spesso questo “trattamento” quando stava male. Quando urlava di dolore, cominciava a fare casino vicino alle sbarre in cella, e chiamava “Ispettore, ispettore” e pur di non sentirlo, veniva qualcuno che gli faceva una puntura. Lui con la puntura arrivava a dormire anche due giorni di seguito, e si alzava messo male, avendo anche fatto la pipì addosso. ,
Il 10 luglio Federico venne picchiato da un ispettore, sempre per il fatto che lui si lamentava e loro non volevano sentirlo. Lo lasciarono svenuto a terra sanguinante. Il giorno dopo vado a trovarlo a colloquio; io non sapevo nulla di ciò che era avvenuto. Le guardie mi dissero che Federico aveva rifiutato il colloquio, ma io sapevo che non poteva assolutamente essere vero; mio figlio non rifiutava mai i colloqui, non vedeva sempre l’ora di vedermi. Allora andai in escandescenze, dicendo loro chiaramente che non mi avessero portato mio figlio avrei fatto un bordello totale; avrei chiamato carabinieri, polizia, giornalisti. Mi dissero di stare calma e dopo dieci minuti mi portarono mio Federico. Quando lo vidi uscire dal corridoio insieme a due ispettori e un agente mi ha detto “mi hanno massacrato” e aggiunse: “Ti prego parla con l’avvocato, portami a casa, mi stanno trattando come il loro giocattolino, arriva l’uno e mi mena, arriva l’altro e mi mena”.
Gli ispettori dicevano che si era auto lesionato, ma io gli risposi: “Federico non si può auto lesionare spaccandosi un timpano, e facendosi gli occhi chiusi e gonfi, e le mani piene di botte”.
E Federico guardando l’ispettore gli diceva “neanche la verità hai il coraggio di dire”.
Io non avevo capito che proprio quello era l’ispettore che lo aveva menato, altrimenti gli avrei chiesto la matricola e lo avrei denunciato seduta stante.
Quel giorno che lo incontrai in quelle condizioni spaventose, aveva con se un foglio tutto piegato piccolo piccolo. Io gli chiesi cosa fosse e lui rispose “mettitelo in petto, e dallo all’avvocato”. Era la sua denuncia di tutto quello che era successo. L’agente di turno si era accorto di qualcosa ed era venuto per chiedere cosa avessi preso. Io gli aprii il foglio davanti, e lui capì che era una denuncia, poi me lo rimisi in petto. L’agente disse che glielo dovevo dare, ma io gli ribattei “non ti azzardare a toccarmi, che io non sono una detenuta”.
Con quel pezzo di carta lui aveva denunciato l’ispettore capo e il suo assistente per tutte le percosse che aveva ricevuto.
Dopo due giorni sono ritornata, ma lui non c’era più. Lo avevano rimandato in ospedale, dove stette un paio di giorni. Il loro scopo era di farlo internare nell’OPG; in relazione, appunto, alla sue denuncia. Federico aveva fiutato il trappolone e aveva rifiutato il ricovero.
Volevano farlo passare per pazzo, come avvenne anche nel 2004.

-Cosa successe nel 2004?

Federico fu mandato nell’OPG di Santa Maria Capua Vetere sempre per lo stesso motivo. Ovvero l’avere denunciato le percosse da parte di due ispettori ricevute nel carcere in cui stava allora. Aveva solo 19 anni all’epoca. In O.P.G. rimase per 15 giorni. Era davvero trattato come venivano trattati i pazzi in uno di quei vecchi manicomi. Stava in una stanza con una camicia di forza e sbatteva alle pareti da destra a sinistra. A mia madre chiedeva di portarlo via da lì, perché altrimenti l’avrebbero fatto morire. Pensa che tentarono anche di sodomizzarlo. Federico disse all’infermiere che se voleva avrebbe pure potuto anche accomodarsi, ma che avrebbe dovuto tenere in conto del fatto che lui aveva l’epatite C, così solo per questo lo lasciarono stare.

-Molti dicono che negli O.P.G. ci sono professionisti

No no, almeno non per quello che ho visto io. Si parla proprio di camice di forza e si fanno anche violenze carnali. Purtroppo esistono anche queste cose. Bisognerebbe andare più spesso in questi O.P.G., a fare più visite ispettive, con i movimenti, con i partiti, con qualche parlamentare. Sono luoghi in cui lo è Stato assente e il personale che approfitta di questa assenza, di questo non controllo da parte delle istituzioni competenti. Come avviene troppe volte anche in carcere, del resto.

-Ritorniamo a Viterbo, tu lo vedi ridotto in quello stato, venne anche ricoverato..

Iniziai ad andare lì due volte a settimana, perché aveva bisogno psicologicamente di avere parenti vicino. Piano piano incominciò a migliorare, e a perdere pure un po’ di chili. Federico mi diceva che da quando io avevo fatto casino, tutti avevano iniziato a trattarlo bene. Erano tutti gentili anche con me. Mi chiamarono quando ero in colloquio e se si poteva evitare questa denuncia perché anche quella guardia era un padre di famiglia e tu rispondesti “sti cazzi”. Io comunque avevo sporto denuncia, che era giunta al Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, che non fece niente. Tantissimi detenuti mandano avanti queste denunce per percosse, maltrattamenti, illeciti vari subiti in carcere. Queste denuncie vengono abbandonate sulle scrivanie, insieme alle scartoffie, e si impolverano lì e poi un bel giorno vengono archiviate, senza essere neanche notate. Questa è la giustizia italiana.
Comunque, come ti dicevo, Federico mi diceva che lo trattavano un po’ meglio, che erano tutti rispettosi ed attenti nei suoi confronti.
La Direttrice gli ispettori del carcere di Viterbo, però, pensarono bene di mandarlo via, perché quando tu fai casino, quando denunci, loro ti trasferiscono per non avere il morto dentro il carcere, per non avere guai e problemi.
Prima lo mandarono a Cassino per poche e ore e poi a Federico fu mandato a Secondigliano, che è un carcere super-affollato, come poggio reale.

-Trasferito a Secondigliano, iniziasti ad andare anche là..

A Secondigliano ci andai in tutto tre volte, perché io soffro di crampi e quindi era difficile e pericoloso per me guidare. Due volte potei parlare con lui. La terza volta non lo trovai perché era stato inviato al carcere di Arienzo tra Benevento e Avellino, dove stette alcuni giorni prima di essere inviato a Secondigliano. Federico mi esortava a spingere sull’avvocato in modo che potesse uscire il più presto possibile. Le celle erano molto affollate e faceva in esse un caldo insopportabile. Mi raccontava che, per il caldo, lui posava il materasso a terra e dormiva lì. A Secondigliano Federico fece una visita nel centro clinico interno e anche lì il medico certificò la sua incompatibilità carceraria, e fece un sollecito alla magistratura, in quanto si sarebbe aggravato di saluteì. Ad un certo punto ho avuto un incidente a Terracina; mi hanno investita ed ho sbattuto un’anca contro un palo della luce e quindi si è lesionata. Ho dovuto fare delle terapia, una riabilitazione. Federico mi diceva che dovevo pensare a curarmi e che non dovevo assolutamente pensarci ad andare da lui finché la mia situazione non fosse migliorata, altrimenti non avrebbe voluto neanche vedermi.
Per me, la cosa problematica non era tanto il viaggio, quanto lo stare in fila. La convalescenza durò per tre mesi. In quel periodo, superati i primi periodi, andai per quattro volte a Secondigliano, mi mettevo in filo, ma dopo un’ora, un’ora e mezza dovevo andare via, perché, con i problemi che avevo non ce la facevo a reggere la fila. Ho tutti i biglietti del treno a comprovare che effettivamente andai lì in quel periodo, e a smentire quella gente che disse che io per mesi avrei abbandonato mio figlio. Chi dice queste cose si deve sciacquare la bocca.

-Cosa diceva Federico?

Mi raccontava la sua quotidianità con i compagni di cella, si informava sulla mia salute, mi ricordava sempre di fargli il vaglia. Io mi chiedevo come mai chiedeva sempre soldi, ebbi il sospetto che comprasse la droga anche in carcere, però alla fine stavo tranquilla perché ero certa che in carcere la droga non poteva circolare.
Federico a un certo punto smise di rispondermi, per circa un mese, e questo fatto mi inquietò.
Dopo qualche tempo venni a sapere che era stato trasferito a Poggioreale. Come al solito non ero stata informata. Dovetti chiamare la mia ex suocera per capire dove era finito.

-Quando fu trasferito da Secondigliano?

Questo non so dirtelo con esattezza. So solo che ad agosto smise di scrivermi. Io capii che c’era qualcosa che non andava. Seppi poi che, prima di essere mandato a Secondigliano, era stato trasferito per quattro Non sapevo che da Secondigliano era stato trasferito prima ad Arienzo –dove era stato quatto giorni. Ad Arienzo appena arrivato lo avevano gonfiato di botte.
Lui non mi aveva ancora detto del trasferimento a Poggioreale, per non farmi preoccupare. Anche questa volta fu la nonna, mia suocera a darmi questa informazione. Anche mia suocera mi confermò che anche a lei non stavano giungendo lettere.
A settembre, anche se ancora conciata fisicamente male, ingaggiai una avvocatessa con quale il 18 ottobre andai lì. Insieme a noi c’era pure
Io ero conciata fisicamente male, ma a il fratello di Federico, Christian, che era arrabbiato con Federico perché pensava che avrebbe potuto stare bene e che invece per la sua condotta era buttato in un carcere. Alla fine lo convinsi a venire, dicendogli che Federico era tanto malato e che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che lo vedevamo. Io lo dicevo per scherzare ma, alla fine, quel 18 ottobre, fu davvero l’ultima volta che lo vedemmo.

-Quindi dopo che non lo vedevi da mesi, l’hai visto quell’ultima volta.

Sì. Era da giugno che non lo vedevo. E lo vidi quel 18 ottobre.

-Raccontami quel colloquio.

Il colloquio l’ho fatto tutto il tempo con le mani di Federico tra le mie e me le sbaciucchiavo, me le tenevo vicino. In quei mesi mi era mancato tantissimo. A un certo punto oniziarono a scherzare tra fratelli. Federico si tirò su la maglietta e disse a Cristian – che è un gigantone di 1,95 metri- che anche lui adesso era grosso e quindi lui doveva stare attento. Ad un certo punto, guardando bene la faccia di Federico, notai un livido allo zigomo e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui mi disse che aveva sbattuto contro uno stipite, ma gli feci subito capire che non me la bevevo. Un amico detenuto che era lì vicino mi disse “digli la verità, è tua madre”.
Lui allora mi fece prima capire che dovevo stare zitta e, poi, indicandomi il poliziotto che stava di guardia, mi disse:
“Guarda quel poliziotto che cammina su e giù. E’ cattivissimo.”
Quel poliziotto era bassino, ed emanava un senso di nervosismo che mi dava fastidio.
Mi disse che gli agenti lì erano terribili, e cominciò a raccontarmi che lo gonfiato di botte.
Gli chiesi se era il caso che chiamassi i giornalisti e facessi un po’ di casino, ma mi pregò di non farlo, perché, diceva, altrimenti lo avrebbero ammazzato. Vidi Federico pieno di paura, terrorizzato. Federico non aveva mai avuto prima tanta paura.
Da agosto lui era entrato 3 volte nella cella 0. La quarta volta in cui ci sarebbe stato sarebbe stata l’ultima.

-La cella zero di Poggioreale. E’ emersa dalle tante denunce per pestaggi subiti fatte dai detenuti di Poggioreale. Viene descritta come una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere. Un piccolo gruppo di agenti penitenziari, che pare sia sempre lo stesso, è accusato di portare, di volta in volta, alcuni detenuti in questa cella, dove, nudi e al buio, vengono sottoposti a furiosi pestaggi, per lo più a mani nude o con uno straccio bagnato…

Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.
Un malato di cirrosi epatica non deve essere imbottito di medicine, per tenerlo buono dentro al letto a dormire tutto il giorno e non rompere le scatole; se rompeva le scatole, avrebbero dovuto mandarlo a casa, dove aveva una famiglia che avrebbe pensato a curarlo, avrebbero dovuto dargli gli arresti domiciliari, perché l’hanno tenuto in carcere? Mio figlio non era un 41 bis, era un delinquente comune, avrebbero dovuto mandarlo a casa e noi ci saremmo presi cura di lui, e se fosse comunque dovuto morire, l’avrebbe fatto con la sua famiglia vicino, avvolto certamente dall’amore e non da malvagità e crudeltà gratuite. È morto un ragazzo, adesso i colpevoli devono venire fuori, perché non si muore così da soli.
Tornando alla cella zero, uno dei detenuti che conoscevano Federico, mi scrisse per raccontarmi che Un giorno sentendo rumore di botte e urla, e aveva riconosciuto la voce di Federico. Il giorno successivo, questo ragazzo, passando dalla cella di Federico, lo trovò pieno di ematomi. Questo è successo intorno al dieci ottobre. Fino a quel momento si trovava al padiglione Salerno (il carcere di Poggioreale è diviso in padiglioni).
Subito dopo questo pestaggio venne trasferito al Reparto Avellino, da dove venne il giorno che fece il colloquio con me e dove morì.

-Che senso aveva trasferirlo in un altro reparto?

Per non farlo vedere agli altri detenuti dello stesso reparto. Nell’altro reparto, dove l’hanno trasferito, i detenuti magari l’avranno visto arrivare già malconcio e, quando c’è un detenuto nuovo nel reparto, non si fanno domande.
Cosa posso pensare inoltre? Che era meglio portarlo in un reparto, dove lui nei giorni precedenti non era stato, in modo che non si potessero interrogare i detenuti di quel reparto su quelli che furono gli ultimi giorni di Federico.
Considera anche i detenuti che erano al reparto Salerno si è cercato di trasferirli in altri reparti o in altre carceri per evitare che venissero interrogarti
Comunque, i racconti dei detenuti coincidono con lo svolgimento degli eventi. Raccontano che un giorno gli diedero tantissime botte e poi non lo portarono più nel reparto in cui stava, il reparto Salerno; ma lo portarono al reparto Avellino. Io, il giorno 18, il colloquio lo feci al reparto Avellino.

-Dopo la tua visita del 18 ottobre, cosa successe?

Dopo quell’incontro, naturalmente, mi sentii peggio di prima. Vedevo il volto di Federico terrorizzato; pensavo all’orrore che vige in quel carcere. Federico mi aveva raccontato della cattiveria totale che vigeva là dentro. Lì, appena arrivati, si veniva picchiati. Così, senza avere fatto niente, per il solo fatto di essere una nuova matricola. Pensa a un ragazzino, che magari ha 19 anni e lo hanno buttato lì perché ha fatto uno scippo. E per la prima volta si ritrova in un mondo nuovo, di cui non conosce le regole e, se non le rispetta –se, per esempio, non si mette in fila, per andare alle docce, con le mani indietro o da qualche parte- cominciano ad arrivargli schiaffi dietro al collo.
Comunque, io e l’avvocatessa ritorniamo a Poggioreale il venerdì 1 novembre, esattamente una settimana prima che morisse.
Entrò per prima l’avvocatessa, mentre intanto io ero andato a fare la fila per lasciargli il pacco della biancheria. Gli avevo comprato nuovi indumenti, perché a breve sarebbe andare in ospedale per rifare tutte le analisi che avrebbero certificato certamente un suo peggioramento. Quella volta non ero più con suo fratello, ero da sola. Dopo un’ora e mezza l’avvocatessa uscì fuori e le chiesi come stava Federico. Lei non seppe darmi una risposta, ma mi comunicò che Federico le aveva detto che quel giorno sarebbe andata a trovarlo la zia e che, quindi, io, per poterlo vedere, avrei dovuto abbinarmi con la zia, altrimenti avrebbe rifiutato il colloquio. Si poteva fare un colloquio, non due, e non si sentiva di dire alla zia di andar via, perché andava a trovarlo una volta al mese. Lui sapeva che io non vado d’accordo con lei. Solo oggi capisco il perché Federico mi mandò a dire quelle cose. Era gravemente malridotto e, se io l’avessi visto, certamente avrei fatto tanto di quel casino da farmi arrestare. Abbiamo una video-intervista dell’avocato, in cui racconta di averlo visto pieno di ematomi.

-Ma l’avvocato non ti riferì nulla quel giorno?

No, non mi disse nulla, perché questo gli aveva chiesto Federico che, conoscendomi, sapeva che io non mi fermo davanti alla giustizia e non perché non ne ho rispetto, ma proprio perché ne ho rispetto voglio che tutti la rispettino. Federico chiedeva solo un diritto, quello di essere curato, non chiedeva l’impossibile.
Comunque, come ti ho detto prima, il primo novembre Federico avrebbe dovuto fare il colloquio con la zia. Lui mi telefonò il martedì della settimana seguente, il 5 novembre. Io non ero a casa e allora ha telefonato alla zia, dicendole che gli erano saltati dei denti e che sputava e sangue e di chiamarmi subito per dirmi di andare lì con l’avvocatessa.
L’8 novembre, il venerdì successivo, è morto. Io dovevo il lunedì a fare due ore di colloquio, ma non ho fatto in tempo perché venerdì sera mi hanno chiamata per dirmi che era morto. E anche su quello avvenuto in prossimità della sua morte e subito dopo, ci sono lati oscuri.

-Racconta.

Alle sedici e venti gli amici di Federico, i compagni di cella, appena rientrati dall’ora d’aria, tornano in cella e trovano Federico morto.
Guarda caso quasi sempre i detenuti muoiono o di notte, o durante l’ora d’aria.
Comunque, i compagni di cella di Federico lo trovano a letto tutto blu che rantolava e chiamano l’agente di turno che stava facendo il giro, il quale, una volta venuto, si attiva per farlo mettere su una barella e farlo portare in infermeria.
Come mai ci hanno messo quaranta minuti per chiamare il 118?
Forse perché non sapevano giustificare tutti quei segni addosso a Federico?
Tu vedi una persona cianotica, rantolante e non chiami immediatamente l’ambulanza?
Loro all’inizio hanno iniettato adrenalina con endovena.
Gli hanno fatto anche l’elettroshock.

-Elettroshock?

Ho trovato riportato nei certificati che hanno usato l’elettroshock. Anche se l’elettroshock è vietato da 35 anni.
Ritornando alla successione degli eventi.. l’ambulanza è stata chiamata solo alle 16:50.
Quando è arrivata lui era già morto.
Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16:57.
La morte è stata attribuita a una ischemia miocardica acuta.
E ripeto.. perché si è perso tutto questo tempo? In caso di miocardite in genere si fa un intervento immediato: aprono, mettono una cannuccia che allarga l’aorta ed è fatta; non si muore di miocardite. Se si interviene in tempo, non si muore.

-La notizia della morte ti fu data, mi dicevi, la sera dell’otto novembre..

Non me l’aspettavo. Mi aspettavo che dovesse succedere qualcosa di grave sì, perché a furia di stare da sola ho imparato ad essere come gli animali selvaggi. Mi isolo sul ceppo della montagna e guardo cosa succede sotto la valle, tutto scruto, tutto vedo e non parlo. Quel giorno, otto novembre, comprai un quadro, raffigurava un signore sui 60 anni, bello, con i capelli grigi brizzolati, lo comprai perché costava 15 euro ed era di un autore famoso, Audino, che ha una buona quotazione, quindi per me questi 15 euro spesi in questo modo erano l’affaruccio del momento e così presi in fretta questo quadro, prima che, chi lo vendeva, vedendomi molto interessata, ci ripensasse sul presso. Quando arrivai a casa lo poggiai a terra, avvolto nel suo involucro; pensavo di cenare per poi ritornare a guardarlo bene un’altra volta, prima di appenderlo. Poi quella sera non cenai, perché mi girava la testa, e bevvi un thé. Portai il quadro in camera mia, dove avevo pensato di metterlo e pensavo alla faccia del signore che mi rasserenava, mi dava l’idea di un saggio con la barba lunga. Quando tolsi il quadro dall’involucro mi accorsi che era un frate, anzi era un sacerdote, portava una croce; mi sentivo incredula e lo poggiai di nuovo. Sentivo il cane di Federico sotto la finestra che ululava. In genere si dice che quando i cani ululano non portano bene. Mi addormentai alle 18:30, ma era come uno stato di dormi-veglia e sognai che i denti di sotto mi si sgretolavano e per lo spavento mi svegliai. Dopo circa un’ora e messa è arrivò la telefonata.

-Chi fu a chiamarti?

Mio cognato. Erano le nove e mezza di sera. Non dimenticherò mai quella telefonata.
Erano le nove e mezza di sera e lui esordì dicendomi
“Federico se ne è ito”.
Io pensai che intendeva che lo avessero messo ai domiciliari o che lo avessero portato in ospedale. Ma mi fece presto capire che lui intendeva che Federico era morto.

-Un momento durissimo.

Mi si spaccò il petto. Ho sentito dentro come un rumore.. sfiorai l’infarto. E’ quel tipo di notizia che ti fa impazzire. Dopo quella bruttissima mezzora, la più brutta della mia vita e che non augurerei neanche al mio peggior nemico, ho telefonato subito al carcere di Poggioreale e mi trattarono con una scortesia unica. Mi dissero solo che era all’obitorio, ma non mi dissero di quale obitorio si trattasse. Alla fine, dopo le mie ripetute insistenze, mi dissero che avevo proprio rotto le scatole e passarono la telefonata al posto di polizia, dove furono molto più gentili, mi risposero che erano dispiaciuti per l’accaduto, e mi indicarono in quale ospedale avrebbe potuto trovarsi Federico. Quella sera stessa mi misi in macchina e andai a Napoli, dove feci, con due amici –perché io ancora non guidavo- il giro di tutti gli ospedali. Alla fine lo trovai al Federico II, nell’obitorio giudiziario. Quella sera non mi fecero entrare. Ritornai a Roma e chiamai l’avvocatessa per avvertirlo della morte di Federico. Lei fece subito una denuncia per omicidio colposo.
Quando potei vedere il suo corpo fu una visione sconvolgente..

-Penso che nessuno potrà mai veramente capire quello che provasti in quel momento..

Qualcosa di indescrivibile..
Poi ci fu l’autopsia, che è un’altra parte emblematica della vicenda. L’autopsia, riporta tutto ma, nella relazione finale, c’è solo quello che interessa a loro. Tra l’altro l’autopsia si fa o a Y o si fa dritta, lui invece è stato tagliato a zig zag da sotto il mento. Perché a mio figlio hanno tagliato il collo a zig zag? Cosa è un’altra tecnica di autopsia questa? Forse al medico gli tremava la mano? Oppure l’hanno fatto per cucire meglio il punto dove era stato spaccato? Era forse già aperto in quel punto e quindi hanno dovuto rattopparlo, giusto per far vedere che era una cucitura dell’autopsia, invece che altro? Ci credono cechi, stupidi?
E poi perché ci hanno messo sei giorni per fare l’autopsia?
Inoltre quando c’è un medico legale di parte non si spoglia il cadavere finché non è presente anche il perito di parte. Invece quando arrivò il nostro medico Federico era già nudo.
Comunque, andando un po’ più nello specifico, è riportato che sotto le tempie c’era liquido, infatti in quella zone lui era pieno di ecchimosi. Significa che colpendolo gli hanno rotto le sacche encefaliche. La milza era molto ingrossata e anche questo è un dato anomalo. Dalle foto che abbiamo si vede che ha tutte le vene in risalto.
Il palmo della mano sinistra era pieno di ecchimosi, lui era mancino, come mai queste ecchimosi? Evidentemente è il risultato di un urto contro un corpo contundente.. magari si sarà dovuto riparare da qualche colpo? Il braccio sinistro era completamente bruciato.
Sono riportati poi tutti i tatuaggi, ma le macchie epostatiche, quelle che si formano per il ristagno del sangue in alcuni punti del corpo e che fanno capire come era poggiato, si protraggono oltre le strisce di posizione del corpo. Significherà forse che non sono macchie epostatiche, ma segni di percosse? La pelle è piena di ecchimosi e goccioline ematose e in alcuni punti anche crosticine, magari c’erano già il venerdì precedente? Le orecchie erano piene di cerume, io non l’ho mai visto così, perché lui si lavava tutti i giorni, sarà forse stato a letto per 3, 4 giorni, dal martedì che ha telefonato a casa chiedendo che andassi con urgenza insieme all’avvocato?
Dicevamo che un braccio era bruciato. Non si sa perché, non ci sono documenti in carcere che possano dimostrare che questo braccio era bruciato, ma noi siamo testimoni del fatto che durante l’ultimo colloquio che abbiamo fatto questo braccio non era bruciato.
E tutte le macchie rosse che ha dietro i talloni cosa sono? Uno che muore d’ischemia è combinato così? Dietro la scapola aveva come una forma di piede, di scarpone. E non si può parlare neanche di macchie post mortis. Quando queste macchie sono state notate, mica Federico era morto da 3 o 4 mesi; le macchie post-mortis vengono fuori dopo mesi. Lui era stato messo in frigorifero. Non credo che in 5, 6 giorni il cadavere potesse ridursi in quello stato.
E poi gli mancavano totalmente i denti.

-Quindi prima i denti ce li aveva?

Quelli inferiori sì. Quelli superiori gli mancavano da diverso tempo. Lui per l’uso di droga aveva la piorrea e quindi i denti di sopra li aveva persi per questo motivo; e anche qui c’è da sottolineare una cosa vergognosa. Avendo perso i denti di sopra, Federico aveva una protesi dentaria superiore che gli veniva spedita nei vari trasferimenti tra carcere e carcere. Questa protesi era rimasta a Viterbo. E nonostante le sue istanze, in pratica non la ebbe più. Lo hanno lasciato senza di essa per un anno. Questo gli rendeva praticamente impossibile masticare il cibo. Lui mi diceva “mamma, per mangiare, me lo devo innaffiare sotto l’acqua.. gli spaghetti me li devo ingoiare, mi faccio solo la minestrina, perché quella la posso ingoiare.” E infatti, quando è morto, gli hanno trovato nello stomaco dei pezzettini di cibo, praticamente ingoiava senza masticare. Ma, i 14 denti che aveva di sotto, anche se mal ridotti, ce li aveva ancora. L’ho avuto davanti per un’ora al colloquio e anche l’avvocatessa aveva visto che i denti quella volta ce l’aveva. Quando, però, il giorno in cui fui all’obitorio, mi avvicinai al lettino d’acciaio dove era posto il cadavere di Federico, si aprì la sua bocca e i denti non c’erano più.
Come è possibile che di colpo, in pochi giorni, fossero spariti 14 denti?
Considerando la situazione complessiva, io ho sentito tanti medici e tutti concordano con me, ovvero col fatto ch è stato percosso. I miei avvocati ed il mio medico legale dicono che non sono da escludere i maltrattamenti.

-Non sono da escludere? Sono evidenti.

La vergogna dovrebbe essere enorme, perché hanno infierito su ragazzo che già non stava bene, era un ragazzo gravemente ammalato. E’ stato come entrare in un ospedale, prendere un malato e riempirlo di botte. E’ la stessa identica cosa, perché Federico era seriamente malato.
Ad un ragazzo che ti chiede di chiamare il 118 e che sta sputando sangue, non puoi dirgli “Mi hai rotto la guallera”, questo me l’hanno riferito i suoi compagni, non puoi malmenarlo e portarlo nella cella 0.
Tornando alle analisi; dall’esami tossicologico risultò la presenza, nel corpo di Federico, di una marea di farmaci.

-Soffermati un attimo su questo aspetto

Troppe, troppe medicine. Ogni volta che stava male il dottore gli faceva una iniezione, ma giusto per calmarlo, infatti dall’autopsia sono risultati una marea di farmaci, addirittura il triplo di quello che potrebbe essere tollerabile. Lui soffriva anche di un disturbo borderline, anche chi è fuori può
soffrirne e, magari, neanche saperlo.
Questo disturbo gli era venuto per le intere giornate costrette a stare da solo, dove, a un certo punto, aveva iniziato a parlare da solo. Lui si dissociava, in un attimo diventava un altro, ma dopo due minuti era di nuovo Federico; oppure non tollerava di essere tossico, allora si voltava dall’altra parte e si diceva di essere un bravo ragazzo. Quindi lui aveva certamente questo disturbo. Loro hanno giustificato la grande presenza di farmaci con questo disturbo borderline.
Tra l’altro, erano tutti medicinali incompatibili con l’ischemia, che era un malato ischemico. Mi hanno detto che mio figlio è morto per ischemia miocardico cronica acuta. E quindi ad un malato ischemico si da tutta quella porcheria?

-Si può dire che il disturbo border line è un ulteriore motivo, quindi, per cui non doveva assolutamente stare in carcere.

C’erano 3 cose che in modo univoco determinavano la sua incompatibilità alla vita carceraria:
1-prima cosa perché era un tossicodipendente,
2-seconda cosa perché aveva la cirrosi epatica cronica,
3-terza cosa perché aveva un disturbo borderline.
Avevamo fatto 6 istanze e i magistrati cosa hanno fatto? Se ne sono fregati, non le hanno prese neanche in considerazione. Il segretario del Ministro Cancellieri al Question Time, presentato dall’onorevole Salvatore Mucillo, del Movimento 5 Stelle, che chiedeva come mai Federico non fosse stato curato, rispose che era stato lui a rifiutare i ricoveri. Come è possibile? Noi i ricoveri li sollecitavamo da fuori, lui li sollecitava da dentro, chiedeva di essere portato all’ospedale e, alla fine, ti vengono a dire che era lui che non voleva farsi curare. Lui mi scriveva che non lo curavano, che lo stavano uccidendo. Tutte le sostanze chimiche contenute nei medicinali sono emerse in dosi superiori a quelle che avrebbe dovuto prendere e, nonostante questo dato, l’autopsia riporta invece che le dosi erano adeguate.

-E la sintesi finale cosa dice?

Che le percosse sono da escludere, che Federico non ha subito maltrattamenti e che è morto di miocardite cronica acuta. Gli è sì esploso il cuore, ma dalla paura.

-Come si spiega la contraddizione totale tra i dati oggettivi che tu mi hai precedentemente riportato e la sintesi finale dell’autopsia?

So solo che è una vergogna. E’ tutta una vergogna. Ma baste vedere le fotografie di mio figlio per capire che lo hanno riempito di botte.
Dopo la morte di Federico, alla fine dello stesso mese sono andata a parlare con la direttrice del carcere, che accettò di ricevermi anche perché sotto il carcere c’erano 20 televisioni.

-Ricordo che un giorno ti vidi in un servizio televisivo. Non conoscevo ancora quasi nulla della vicenda di Federico. In quel video tu protestavi sotto il carcere e poi fosti ricevuta dall’ex direttrice. In quel giorno c’era anche Rodotà, con il quale vi fu un momento toccante. Ricostruisci quella giornata.

Quel giorno c’era un convegno, ma io non ero andata lì per il convegno. Ero andata con altre persone per fare un sit-in per Federico ed anche per un ragazzo, Vincenzo Di Sarno, un ragazzo malato di cancro al midollo spinale, per giunta un presunto colpevole, che alla fine è uscito, l’hanno mandato al Cardarelli. A un certo punto direttrice decise di ricevermi, naturalmente dopo che le televisioni la informarono che io ero lì fuori dalle 6 del mattino. Entrai e lei mi disse che mi era vicina, mi diede le condoglianze, la ringraziai e gli chiesi notizie circa le ultime ore di vita di mio figlio, dato che io non ero stata presente. A quel punto un ciccione che stava seduto alla scrivania vicino a quella della dottoressa -noi eravamo su un divanetto rosso- cominciò a ridere, naturalmente gli chiesi che cazzo avesse da ridere. Quel ciccione era il comandante della polizia penitenziaria e non mi diede alcuna risposta. Mi disse solamente che dovevo calmarmi. Io gli dissi di non ridermi in faccia e chiesi alla direttrice che tipo di cure facevano a Federico, quelle col manganello? La dottoressa mi disse che stavo esagerando, ma io risposi che ad esagerare erano stati tutti loro e che qualcuno dovrà rispondere del fatto che mio figlio è uscito fuori di lì morto. È lecito sapere come è morto mio figlio? Cosa è successo? C’era un ordine di servizio, in cui sono riportati i nomi del personale di guardia, oppure no?
Ma ci sarebbero tante altre domande da fare, tante domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere?

-Fanne qualcuna..

Per quale motivo abbiamo chiesto le cartelle cliniche e non ci sono state date?
Perché non gli avvocati della parte lesa non hanno potuto interrogare i detenuti?
Cosa hanno da nascondere?
Perché ancora oggi non ho vistiti e gli effetti personali di mio figlio dopo un anno?
Perché forse hanno paura che faccio vedere i vestiti insanguinati di Federico, 27 centimetri sulla felpa, 16 centimetri sulla maglietta sotto?
Come mai le macchie di sangue erano tutte posteriori, dal collo in giù, dietro la schiena? E’ morto di ischemia e posso pensare che gli esce il sangue dal naso. Non si muore di ischemia con quelle macchie di sangue dietro la testa, allora vuol dire che Federico perdeva sangue dalla testa.
Tornando all’incontro con la direttrice, io le chiesi di parlare con due guardie. Nel nome di esse mi ci imbattei all’obitorio. Quella mattina all’obitorio, siccome nessuno sapeva che io ero la madre del ragazzo morto, ho allungato il collo ed ho dato un’occhiata ad alcuni certificati che erano su un tavolo lì vicino, su quei certificati ho letto i nomi delle guardie che hanno preso il cadavere di mio figlio quella sera; Alla direttrice feci il nome di quelle guardie e chiesi di poter parlare con loro. Lei mi disse che erano in ferie, me lo disse immediatamente, senza prendersi il tempo di capire chi fossero.

-Questa sì che si può definire “eccellenza” nello svolgere il proprio compito. Conosceva vita, morte e miracoli di tutte le guardie penitenziarie? Era in grado di rispondere al volo ad un qualsiasi riferimento nominativo?…

Infatti. Tutte balle. Là dentro ci sono 750 poliziotti e lei poteva ricordarsi che proprio quei due erano in ferie? A quel punto cominciaI a non tollerar più il trovarmi lì dentro e chiesi di uscire perché quel posto puzzava di morti. La dottoressa con fare alterato mi disse che mio figlio era monitorato, come tutti gli altri detenuti malati, che dovevo calmarmi, che il suo carcere era trasparente. Alla fine conclusi dicendole che sarebbe stato meglio se non l’avessi conosciuta.

-Alla fine siete riusciti a sapere quali sono i nomi dei responsabili?

Noi li abbiamo i loro nomi e non posso dirti come li abbiamo ottenuti altrimenti il PM non accetterà i nomi che forniremo. Li abbiamo avuti tramite chi ha visto e sentito, tramite chi sa tutto. La vergogna è che queste persone, invece di essere state sospese dal servizio, sono state spostate in sezioni amministrative.

-Quindi anche i vertici del carcere conosco i nomi, altrimenti non sarebbero stati spostati alle sezioni amministrative.

Certo e li conoscono da tempo. In carcere le guardie usano tra di loro soprannomi, che sono sempre gli stessi: Melella, Penna Bianca, Orso Bianco, Ciondolino. o’ Siciliano, o’ Boss, l’incredibile Hulck, o’ Casalese.
Voglio dirti che, prima ancora di vedere il corpo di mio figlio all’obitorio, io sapevo che è stato ucciso e così è stato, oggi abbiamo i testimoni che possono dire questo.

-Come sono emersi questi testimoni?

Lo dirò alla fine quando saranno finite le indagini. Comunque sono tutti ragazzi che mi hanno scritto lettere. La fonte non posso dirla pubblicamente per lasciare l’opportunità a questi ragazzi di potere aiutare le indagini Ti dico che questi ragazzi mi hanno cercata, si sono informati tramite televisione. Si tratta di detenuti ed ex detenuti, le cui dichiarazioni concordano.

-Penso a tutte le contraddizioni che, in storie come questa, si manifstano tra le frettolose versioni ufficiali e quello che, e emerge. Penso a questa smania di trovare “giustificazioni” che dà, quasi sempre, l’evidente impressione di un’arrampicarsi sugli specchi.

E’ assolutamente così. Ad esempio, il fatto che Federico è morto nel reparto Avellino è attestato nel certificato di morte. Nonostante ciò, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, Donato Capece, ha detto in televisione che è morto nel reparto Salerno.
Quando andò in televisione, c’era con lui un esponente del DAP, Luigi Pagano, il quale sosteneva che Federico aveva ricevuto in carcere 130 visite. Premesso che non è assolutamente vero, ma dando per buona tale assurdità, fate 130 visite e non vi accorgete che aveva la miocardite cronica-
Questi due personaggi dissero anche altre scempiaggini. Come il fatto che lui sarebbe stato in cella con altri 5 detenuti, tra i quali c’era pure un detenuto piantone, pagato dall’amministrazione del carcere per avere cura di Federico e che inoltre mio figlio era assistito dalla Caritas che gli dava i vestiti e che i poliziotti gli compravano le sigarette.

-Gli volevamo davvero bene a Federico..

Naturalmente detenuti ed ex detenuti ci hanno raccontato altro. Cioè, come ti dicevo, che al reparto Salerno l’hanno ammazzato di botte e, per non farlo vedere agli altri detenuti, l’hanno immediatamente spostato al reparto Avellino, dove poi è morto. È vero poi che al reparto Salerno era insieme ad altri 5 detenuti, e che tra di essi c’era un detenuto piantone. Ma questo detenuto piantone non assisteva Federico, ma assisteva un altro detenuto che aveva problemi di incontinenza e che doveva, all’occorrenza, lavarlo. E comunque, se davvero Federico aveva un piantone, dove era questo piantone quando è morto? Perché mio figlio era cianotico quando è morto? Quanto alle sigarette, se le comprava con i soldi che gli arrivavano dalla sua famiglia. E questo vale anche per i panni e le altre cose, che non gli procurava la Caritas. Federico ha sempre avuto il suo conto in carcere, non gli abbiamo fatto mai mancare nulla. I vestiti glieli mandavamo a pacchi. Tutto questo lo dico per rispondere a quel signore che è andato a dire stupidaggini in televisione. La suora portava qualche dentifricio, qualche shampoo, qualche pacco di sigarette da 10 a quei detenuti che non avevano nessuno.
Quel funzionario disse anche che mio figlio aveva avuto 130 visite mediche. Se questo fosse davvero avvenuto, come è possibile che nessun medico si è accorto che aveva una miocardite? Questo è scritto nel certificato di morte, che i detenuti hanno chiamato, che l’agente stava facendo il consueto giro di guardia ed è andato ad aprire la cella 6, che si trova nel reparto Avellino. L’ultimo pacco che ho mandato l’ho mandato alla cella 6, reparto Avelino.

-Quando hai cominciato a ricevere le lettere dei detenuti?

Ad aprile. La vicenda di Federico ha indignato molti di loro e tutti quelli che mi hanno scritto sono arrabbiati e disposti a parlare. Io ho detto loro che così esporranno a rischio la loro incolumità, ma loro sono determinati ad andare avanti perché Federico era loro amico e dicono che non meritava quanto ha subito. Federico ha fatto i suoi errori, ma era un ragazzo generoso. Prendeva sempre le difese di tutti i più deboli, anche se così attirava su di sé l’antipatia delle guardie. Ma non riusciva a non fare nulla di fronte alle ingiustizie. Quando vedeva che le guardie si accanivano contro un poverino, le esortava a prendersele con lui.

-Dopo la morte cos’altro è successo di significativo?

Ho saputo che il Sappe, sindacato autonomo di polizia, voleva denunciarmi. Siccome non è sufficiente quello che è successo, hanno pensato anche di denunciarmi. Poi non l’hanno fatto, hanno pensato di risparmiarsi una figuraccia.

-Pensavo adesso a chi di fronte a vicende come quella di tuo figlio parla di autolesionismo…

Anche di lui hanno detto che si è auto-lesionato, questo succede spesso. Ma come è possibile? Io vedevo mio figlio con gli occhi gonfi, tutto sgraffiato, tutto ammaccato, pieno di ematomi in faccia con gli occhi chiusi che sembrava uno che era salito sul ring, pieno di acqua sotto le palpebre. Si era auto-lesionato? Ma scherziamo? Federico mi diceva che lo trattavano come un giocattolino, che con lui ci giocavano, che non ce la faceva più. Stiamo scherzando, vero?
A quelle persone che pensano che una divisa li autorizzi a poter fare tutto, io dico:
“Ma chi siete? Vi sentite autorizzati solo perché portate una divisa addosso? Allora la Costituzione la state facendo rispettare così? Oppure vi siete messi in testa che la divisa è semplicemente un vostro mezzo per una vostra difesa, non a tutela del cittadino per fargli rispettare la costituzione e a favore di altri cittadini che non fanno degli illeciti, ma devo capire che qua se ne fa un uso personale?”
Dato che ci sono delle mele marce nei corpi di polizia, per queste mele marce dobbiamo avere paura di denunciare? Perché? I fetenti come stanno tra la gente che non ha la divisa, stanno pure tra coloro che hanno la divisa e dovrebbero essere proprio i colleghi bravi a far presente alle istituzioni gli illeciti delle mele marce.
La divisa si porta addosso con onore e con rispetto ed io rispetto tutta la polizia penitenziaria, quella che fa dei sacrifici enormi per stare dietro a detenuti, che sono veramente dei forti delinquenti, che sono persone che non conoscono né madre né padre per quanto sono cattivi, ma hanno scelto quella vita e va rispettato anche il delinquente cattivo, perché quella è la sua vita, quello è il suo modo di essere ed io non sono nessuno per sindacarlo o per sotterrarlo nella vergogna; queste persone vengono arrestate e pagano in carcere la loro pena, quella che gli infligge il giudice in base alla legge. Chi porta la divisa deve aprire e chiudere la cella, è messo custodia di quel detenuto, di quell’altro, di tutto un padiglione, di tutto un reparto, ma nessuno l’autorizza a mettere le mani addosso ai detenuti.
Federico ha subito anche troppi di questi illeciti e so io quanto ho sofferto per tutto ciò. Ogni volta che andavo lì mi si presentava sempre una situazione incredibile: una volta troppi farmaci, un’altra volta troppe botte, poi uno schiaffo, poi un calcio, poi un cazzotto, poi chiudevano l’acqua in cella. Prendeva le botte per cose assurde, per esempio per il fatto che prendeva la coca cola che si vende allo spaccio del carcere e, siccome era luglio e fuori c’erano 40 gradi, lui aveva messo la sua coca cola sotto un filino d’acqua per farla un po’ rinfrescare nel lavandino del bagno. Federico cosa aveva fatto di straordinario?
Quale gran danno stava facendo per gonfiarlo come una zampogna? Per un filino d’acqua? Si nega anche l’acqua adesso ai carcerati? Questa è crudeltà, oltre che tortura. E poi vorrei sapere perché, come ti ho detto anche prima, venisse continuamente trasferito. Ha cambiato 9 carceri in 3 anni.
Qui ci sono specialisti della menzogna. Di Stefano Cucchi hanno detto che era morto per disidratazione. E poi tante di quelle scempiaggini sul suo caso, che poi venivano di volta in volta spazzate via dalla verità dei fatti..

-E poi hanno denunciato la sorella per diffamazione.

Certo, e vedrai che alla fine verrò denunciata anche io. Oltre l’infamia, pure la crudeltà, ma io non ci sto, faccio un macello, vado pure in America a fare casino, alla BBC. Se sarà necessario, farò riesumare il corpo di Federico per tutte le volte che sarà necessario, perché voglio ottenere giustizia e Federico la merita perché era un ragazzo che aveva fatto i suoi sbagli e li stava pagando, l’ha scritto anche nelle lettere: “Mamma, ho sbagliato e sto pagando, ma devo pagare una pena carceraria, non una pena inumana. Ti prego mamma, portami a casa, mi stanno uccidendo”. Sarò un incubo per loro. A me non mi ferma nessuno, a meno che non mi ammazzano.

-Fai bene. Nessuna persona deve morire così.

Ogni persona va trattata con rispetto, va tutelata, va difesa. E non c’è differenza tra le persone. Non c’è differenza tra i ragazzi. Che differenza c’è tra un ragazzo laureato che sta dietro una scrivania, in un ufficio e Federico, o un Aldrovandi, un Cucchi, un Eliantonio? Sono dei ragazzi, questo avevano in comune. Avevano il diritto a vivere, avevano il diritto al futuro qualunque esso fosse stato. Nessuno doveva permettersi di decidere per la loro vita, se morire o vivere, questo è un potere che ha solo Dio, che tra tante chiacchiere, cravatte e giacche, è l’unico Signore. Io quello conosco come Signore, non quelli seduti sulle poltrone rosse.
Quello che è successo a mio figlio può succedere a chiunque.
Abbiamo denunciato un poliziotto penitenziario siciliano che su facebook aveva scritto “Guarda un po’ sta zozzosa, aveva un figlio in carcere che non andava a trovare da 4 mesi e se la viene a prendere con noi! Io non le auguro la morte come ce l’ha augurata lei, ma le auguro la più grande sofferenza”.
Tutto quello che hanno fatto non è bastato, doveva augurarmi pure altra sofferenza?
Alcuni hanno anche detto”La madre di Perna come la Cucchi: vanno in televisione per fare soldiÈ assurdo che dopo quello che è successo debba sentirmi dire anche queste cose
Io non vado in televisione per fare i soldi, ci vado per promuovere il fatto che in carcere non debba essere torto un solo capello ai detenuti, visto che mio figlio è uscito morto da lì dentro. È giusto che adesso io urli, non per mio figlio che comunque non risuscita, ma per gli altri, contro questo sistema che non mi piace.

-Nina, chi parla in quel modo, si squalifica da se.

Ti dico una cosa. Vorrei che venissero da me queste persone che hanno ucciso mio figlio, che vengano davanti a me, io non ho detto che non li perdono, ma vengano a dirmi: “Signora, ci siamo lasciati prendere la mano. Siamo 6, 7 teste di cazzo; quella sera eravamo un po’ ubriachi o c’eravamo esaltati troppo…ci perdoni. Siamo 3, 4, 5, 6, 700000 teste di cazzo.” Solo così io potrei capire, non giustificare. Quello che hanno fatto è un gesto ingiustificabile, per sempre. Che li condannino oppure no, un ragazzo è morto. Morire per le botte è la cosa più brutta che c’è al mondo; ad un ragazzone, ad un gigante, come era mio figlio, hanno dovuto dargliene davvero tante per ammazzarlo. Il corpo di Federico parla da solo, io, guardandolo ad un palmo da me, avrei voluto dargli un bacino, ma non ce l’ho fatta, mi toccava lo stomaco, non sapevo dove toccarlo per fargli l’ultima carezza.
Federico è morto, e adesso chi ne risponde? Non me ne frega niente di avere quattro spiccioli di rimborso dallo Stato. Io voglio giustizia. Per loro era un tossico e un delinquente, per me era, è e sarà sempre mio figlio, sempre.
Non c’è minuto in cui non pensi a mio figlio. Lui già stava male. Per quale motivo non gli hanno fatto vivere la sua vita?
Ho quasi paura a sognarlo, per paura di rivederlo in quello stato. Anzi, alcune volte, mi trovo a dirgli mentalmente “se vuoi venirmi in sogno, non venire in quello stato che mi spavento” . La mia vita è sconvolta, non sto vivendo più. Già prima non mangiavo volentieri la carne, adesso dopo la morte di Federico mi fa proprio schifo, perché ho visto la carne di mio figlio maciullata, tritata. Io non mangerò mai più una lasagna in vita mia, perché lui mi scriveva nelle lettere che non vedeva l’ora di tornare a casa per mangiare la mia lasagna. Ci sono tante cose nella vita di tutti i giorni che mi riportano a lui, anche il suo cane. Mio figlio è dentro una bara, come mia madre e come tutti prima o poi ci finiremo, ma non è possibile crescere un figlio, fare dei sacrifici, mandarlo avanti, farlo studiare, fare tutto per lui, scegliere il meglio nel limite del possibile, per poi arrivare ad un giorno in cui te sballottolano da un carcere ad un altro per farlo finire nelle mani di 4 pazzi esaltati. Loro sono le prime mele marce da togliere, sono loro che non rispettano per primi i diritti costituzionali. Chi si comporta così è un delinquente. Abbiamo pianto la bellezza di 2400 morti in carcere. Ma dicono che questo è morto per cause incerte, e quest’altro è morto per suicidio. Cercano sempre di non fare emergere la verità. È ora di finirla. Un ragazzo morto in quel modo, qualunque cosa se ne voglia dire, prima di tutto era un cittadino, un nostro concittadino, ed era ed è un essere umano; poi dietro quel ragazzo, quella ragazza c’è sempre una famiglia.

-Grazie Nina

Claudio Lazzari- morto in carcere per non avere avuto le cure necessarie?

Tutner

Questa non è una vicenda di cui ci siamo occupati noi.

Eravamo all’oscuro della morte di questo detenuto, e del percorso di non-cura che l’aveva preceduta.

Ci hanno segnato oggi un pezzo di Francesco Oliva su questa vicenda, pubblicato sul Corriere Salentino (

http://www.corrieresalentino.it/2014/08/detenuto-malato-muore-per-non-aver-avuto-le-necessarie-cure-in-carcere-scatta-linchiesta/) e abbiamo voluto condividere questo pezzo anche su questo Blog.

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FRIGOLE (Lecce) – Un approccio terapeutico che avrebbe causato la sofferenza e la morte di Claudio Lazzari al quale se gli fosse stato consentito di ottenere gli arresti domiciliari e di potersi alimentare come sempre aveva fatto dopo un intervento chirurgico di diversione bilio pancreatica non avrebbe sviluppato quel decadimento fisico e quella progressiva ed inevitabile involuzione che ne hanno poi determinato il decesso. Sono i dubbi e gli interrogativi contenuti in una denuncia presentata dall’avvocato Ladislao Massari per conto della moglie del 45enne residente a Frigole deceduto dopo una lunga detenzione il 21 luglio scorso.

I fatti hanno inizio nel lontano 1997 quando l’uomo viene sottoposto ad un intervento chirurgico di “diversione bilio-pancreatica” presso il Policlinico Gemelli di Roma al fine di porre rimedio ad una grave forma di obesità in una persona ad alto rischio cardiovascolare. Come tutti i pazienti sottopostisi ad una simile operazione anche Lazzari successivamente seguì una dieta alimentare molto ricca di proteine e carboidrati, provvedendo ad assumere costantemente integratori alimentari ed a sottoporsi a controlli clinici e di laboratorio periodici.

L’esperienza carceraria inizia il 4 ottobre del 2011 quando Lazzari è destinatario di una ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito della nota operazione “Augusta”. All’ingresso presso la casa circondariale di Lecce veniva annotato nella “visita medica di primo ingresso” che il detenuto risultava essere stato sottoposto ad intervento chirurgico di diversione bilio-pancreatica nel 1997.

 

Nel febbraio dell’anno successivo Lazzari venne sottoposto ad una visita specialistica richiesta dalla difesa, affidata al dottore Francesco Faggiano, medico legale, che rilevava come si fosse ridotto il peso corporeo del detenuto “a causa della incongrua dieta alimentare” e segnalava la necessità di una “dieta ipercalorica ed iperproteica”. Per un anno, per come potrà facilmente evincersi dalla lettura del diario clinico, i controlli medici specialistici e le analisi del sangue sarebbero divenuti saltuari ed episodici, laddove il rigoroso monitoraggio delle stesse era stato più volte sollecitato e prescritto dagli stessi sanitari che avevano visitato il Lazzari nella casa circondariale di Lecce.

E’ nell’estate di un anno fa, a distanza dunque di quasi due anni dall’ingresso in carcere, che la situazione sarebbe precipitata in modo del tutto irrimediabile, ma nella piena prevedibilità legata alla totale ed assoluta inadeguatezza dell’approccio terapeutico alle patologie del detenuto ed alla sua necessità di alimentarsi seguendo una dieta ricca di proteine e carboidrati. Dopo una serie di ricoveri e di richieste di scarcerazione rigettate dal Tribunale e di perizie medico legali, il gip Giovanni Gallo nel novembre scorso dispose finalmente l’attenuazione della misura cautelare con il riconoscimento degli arresti domiciliari presso l’abitazione dei genitori accogliendo il ricorso dell’avvocato Massari che parlava di una persona sofferente, costretta su una sedia a rotelle, dimagrita in modo impressionante e che è sottoposto ad una detenzione degradante e tramutatasi in tortura”.

In casa dei genitori, però, rimase solo per pochi giorni perché venne immediatamente ricoverato presso l’Ospedale Vito Fazzi. Tale degenza durò più di un mese e mezzo e venne riconosciuto invalido con totale e permanente invalidità lavorativa 100% e con necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani: ulteriore tappa verso un decadimento fisico drammatico e che avrebbe avuto inizio proprio nel corso della carcerazione presso la casa circondariale di Lecce. Lentamente, però, il corpo del 48enne si sarebbe deperito in un viaggio senza ritorno e dopo un ulteriore ed ennesimo ricovero e immani sofferenze Claudio Lazzari morì il 21 luglio scorso.

Francesco Oliva

Presto… ricordando Nicola Ranieri

Granos

Il nostro amico Nicola Ranieri morì nel settembre del 2011.

Quando il carcere inviò, alla sorella Mina, il computer del fratello; Mina trovò tantissimi testi al suo interno. 

Decise di stamparceli e di inviarceli.

E da allora, di tanto in tanto, pubblichiamo uno di questi testi per ricordare il nostro amico Nicola.

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PRESTO

Io sono un sogno

e scomparirò al risveglio.

Dimenticherò il groviglio

della ferraglia

e le mura intonacate

che mi hanno soffocato.

Riuscirò a sorridere

nel tiepido calore

 mentre occhi mi scruteranno

e leggerò i pensieri.

Piano piano

entrerò nei cuori

e parlerò alle genti

con dolcezza.

Rinascerò presto,

nuovamente,

con un amore ritrovato

che inseme al sole

….. m’attende.

Camera mortuaria per gli ergastolani… di Carmelo Musumeci

suicidio1

Giovanni Polari, un altro morto in carcere.

Morto, nel carcere di Sulmona, per un infarto fulminante.

Sulla scia di questa vicenda il nostro Carmelo, attento e sensibile come sempre, ha scritto queste riflessioni.

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Camera mortuaria per gli ergastolani

Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu. Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare. (Anonimo)

Ci sono notizie che sarebbe meglio non sapere perché quando le sai poi stai male. E leggere questo articolo mi ha fatto stare male come un cane rognoso. “Giovanni Pollari, 65 anni, siciliano, è deceduto per infarto fulminante nel carcere di Sulmona, dove stava scontando la pena dell’ergastolo. (…) Con oltre 200 ergastolani, l’Amministrazione penitenziaria dovrebbe cominciare a pensare di dotare l’istituto di detenzione Peligno di una camera mortuaria perché, se è vero che si tratta di un carcere ad alta sicurezza, è possibile allora che una parte dei detenuti sconti condanne all’ergastolo e dentro quelle mura probabilmente trascorrerà gli ultimi giorni di vita.” (Maria Trozzi www.quiquotidiano.it, 4 maggio 2014). E mi ha fatto pensare che gli ergastolani hanno meno problemi di tutti gli altri prigionieri, a parte quello di essere ancora vivi.
Proprio l’altro giorno un detenuto mi ha fatto la domanda di rito: “Quanti anni ti mancano a finire la pena?” Gli ho risposto che noi ergastolani non abbiamo mai anni in meno ma sempre anni in più.

È dura scontare una pena che non finisce mai. A volte la tristezza è l’unica cosa che ricorda agli uomini ombra (gli ergastolani) che sono vivi. È difficile per tutti vivere e stare in carcere, ma è quasi impossibile vivere se sai che non uscirai mai. Poi leggere certe notizie ti leva quella poca voglia che ti è rimasta per tentare di lottare, vivere e sperare. 
Purtroppo i “buoni” anche se non ci uccidono, ci vogliono tenere murati vivi tutta la vita. E ti curano e ti danno da mangiare per non farti morire, perché più stai in vita e più dura la loro vendetta sociale. Purtroppo i “buoni” non si stancano mai di cercare giustizia (vendetta) e per trovarla tengono una persona per venti, trent’anni, e spesso per tutta la vita, chiuso in una cella.
Qualche volta succede che i “cattivi” sappiano riconoscere il male che hanno fatto, invece i “buoni” spesso conoscono e puntano il dito solo sul male che commettono gli altri.
Ma le persone che non amano non potranno mai essere amate e le persone che non perdonano non potranno mai essere perdonate.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Maggio 2014 
www.carmelomusumeci.com

Vado nell’aldilà e torno… ricordando Nicola Ranieri

Al

Il nostro amico Nicola Ranieri morì nel settembre 2011, dopo una grave malattia e una.. barbara carcerazione.

Dopo la morte di Nicola, la sorella Mina ricevette, da parte del carcere, il suo computer.

Nel computer erano presenti tanti testi di Nicola, che Mina ha fatto stampare e ci ha inviato.

Così, di volta in volta, pubblico uno di questi testi per ricordare Nicola.

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Nel tunnel buio

del mio angolo

con gli occhi dell’anima

sbocco in una luce

abbagliante.

Una sensazione

di profondo benessere

la mia bambina

sorridente

mi viene incontro.

Mano nella mano

verso la libertà

verso la luce, la gioia.

Con te

per te

da te

Pochi minuti

sono di nuovo

nel mio angolo.

Pensieri… ricordando Nicola Ranieri

barchette

Nel settembre 2011 è morto il nostro amico Nicola Ranieri. Per la sua patologia, allo stadio molto avanzato, era stato scarcerato, ed aveva passato gli ultimi tempi con la famiglia. 

Dopo la morte il carcere aveva inviato alla sorella Mina il computer di Nicola, nel quale la sorella aveva trovato molti suoi scritti, che ha stampato e ci ha inviato.

Da quel momento, di tanto in tanto, pubblichiamo, qualcuno di questi scritti, per ricordare il nostro amico Nicola.

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PENSIERI

Volo, col tuo sangue nel petto mi sento leggero;

volo in alto, lassù, vado incontro alla sera.

Non temo la notte che ormai si avvicina,

son certo che presto vedrò la mattina.

Mi alzerò dopo l’alba, mi guarderò

allo specchio e al loquace

silenzio presterò orecchio:

dirà che non è più lo stesso.

Il mio viso, che una luce più chiara

sprigiona il mio sorriso.

Dirà che negli occhi non si vede più morte,

ma una nuova speranza,

più nitida e forte.

Mi dirà di uscire, di andarmene fuori,

dove passa la gente tra suoni e colori.

Ed io lo farò, come ad ogni risveglio,

ogni sasso sarà un prezioso diamante.

E nella gente che vedo passarmi davanti,

in quei volti ignoti e confusi tra tanti,

riconosco i tratti di chi dona il suo amore,

riconosco lo sguardo di chi pensa al cuore.

E’ così che la morte diventa la vita

e che per nessuno è ancora finita:

non per caso, né per strani avvenimenti,

ma per animi solidali e 

amorevoli sentimenti.

Fine pena mai… ricordando Nicola Ranieri

muro2

Da quando il nostro amico Nicola Ranieri è morto nel settembre 2011 (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/12/ciao-nicola/), noi, di tanto in tanto, pubblichiamo qualche testo per ricordarlo.

Questi testi ce li inviò la sorella Mina, quando, dopo la morte del fratello, il carcere le spedì (con notevole ritardo) il suo,  computer. All’interno di esso lei trovò molti suoi testi, che fece stampare e inviò a noi.

Da quel momento, periodicamente, pubblichiamo qualcuno di questi testi.

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FINE PENA MAI

La mia vita se ne è andata.

Nella mente c’è solo il passato

non più futuro.

Il passato mi è diventato una

memoria confusa.

Il futuro senza speranza. 

La mia vita non è più necessaria

è finita.

Adesso che il peggio

è già accaduto

vivo tra illusione

e delusione.

Solo rifugiandomi

nell’ombra del domani riesco

a essere sereno o quasi…

Perché solo la sicurezza della

morte mi tiene in vita

perché solo con la morte

la mia pena finirà.

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UN MONDO DI SORDI 

Compleanno Barbi.

Buco nero.

Mura di cemento

segni di lacrime

e sangue.

Urla.

Scritte di sofferenza.

Lingue diverse

aprono l’anima

mi fanno

sentire migliore

essendo peggiore

in un mondo

di sordi.

(Cella di rigore Parma)

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LA RAGNATELA BARBI

Mentre tengo

la mia anima

con i denti

guardo un ragno

sospeso in un filo

all’angolo

del mio angolo.

Pur diversi e simili

ci teniamo compagnia

perché amiamo

lo stesso filo

dove ci aggrappiamo.

Novara 23/9/)

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FARFALLINA

Lascio sempre

una finestra

aperta

nel mio cuore

affinché possa

entrare la mia 

farfallina.

Si chiama

Barbi ha

un bel volto

i suoi battiti

di ali 

mi aiutano

a volare

alto.

I suoi occhi

mi fanno

vedere la vita

il suo amore

 mi porta via

lontano 

nella felicità.

 

 

 

 

 

 

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