Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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“Mi amerai quando non ci sarò più” (prima parte)… di Pierdonato Zito

Patres

Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- è una di quelle persone che hanno talmente lavorato su di sé, nel corso degli anni, da avere fatto conquiste profondissime, in grado di dare loro una “libertà” che è raro trovare.

Chi ha letto altri suoi testi su questo Blog, è consapevole del valore di quello che scrive, dell’intensità, della delicatezza, della sobrietà, della forza morale che vibrano nelle sue parole.

E’ da anni che conosco Pierdonato -è uno degli amici della prima ora del Blog- e da anni ho potuto frammenti del suo spirito.

Frammenti che potreste intravedere anche nelle sue tante opere artistiche che abbiamo pubblicato.

Pierdonatoha uno stile “classico” , nel senso grecolatino, dove le frasi si succedono in un contesto armonico, e ogni parola sembra “necessaria”, dove non toglieresti né aggiungeresti nessuna parola.

Pierdonato è guidato da un’idea di “ricongiungimento” alla vita, di riscoperta delle radici, di riviviscenza delle profondità dell’essere. Una spinta la sua che è sempre anche un Ritorno.

In questo testo, di cui pubblico oggi la prima parte, Pierdonato parla di suo padre. Si tratta di un grandissimo abbraccio a un padre che per lui era un faro. Si tratta di un grandissimo testo sul rapporto padre-figlio.

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Qui nel carcere di Voghera, un altro anno è passato. Siamo in aprile. Mi trovo alla finestra ad osservare la pioggia che cade da giorni. In lontananza riesco a vedere un pezzo di strada e l’asfalto reso lucido dalla pioggia sottile e continua.
In questo luogo, più che i mezzi fisici, occorre avere mezzi intellettuali, per sorvegliare se stessi dalle cadute irreparabili e dalla perdita di un centro spiritual, e reggere così alle imperfezioni della vita.

Qui dove tutto è noia, tutto è grigiore, uniformità, dove tutto è piatta monotonia, l’odore di questa pioggia mi fa sorgere spontaneamente riflessioni che sono in realtà un concentrato di mille meditazioni e di ricerca depositate per anni nella memoria e infine affiorate qui su queste pagine.

Mi ritrovo a domandarmi se sono stato sfortunato o se semplicemente ho incontrato il mio destino. Sapevo che sarei stato da solo: io e la mia solitudine. Che mi sarei confrontato con il senso di vuoto, di smarrimento, che colpisce tutti coloro che vengono privati della loro libertà e imprigionati per sempre. Ho imparato a convivere con questa solitudine, senza mai smettere di desiderare di ritornare libero, non fare come tanti che simili a leoni cresciuti da molto tempo in uno zoo, non pensano più alla loro foresta, e sono diventati anche loro parte della “cattività” in cui vivono.

La mia è una condizione senza rimedio, senza confine, che devo accettare pur senza avere nessuna vocazione monastica, dove la speranza diventa l’unico mio conforto e compagnia, dove sperimento le parti buie e luminose di me stesso.

“MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”, mi diceva un uomo straordinario che ho conosciuto. Un uomo che ha condotto la sua vita ai vertici dei valori umani. Quest’uomo non si accontentava di una vita mediocre.

E’ questa una storia che parla a bassa voce, ma che a me ha lasciato una grande lezione di vita, ed una grande eredità.

Sono cresciuto vicino a quest’uomo, lo vedevo lavorare, parlare, mangiare, dormire, relazionarsi con noi e con gli altri. Notavo il suo assortimento interiore, la sua aria introspettiva d’assenza dall’effimero e di presenza invece sugli aspetti concreti, reali, delle situazioni. Insomma un uomo di una serietà più unica che rara, impastato di sorriso e animato da fiducia.

Avevo la sensazione che la sua spina dorsale non fosse per niente umana, ma una vera e propria barra d’acciaio. Un uomo inflessibile, stabile, di totale affidabilità, che scelta una strada non defletteva di un capello. Misurava la fatica che lo attendeva con l’esperienza delle fatiche trascorse.

Era uno di quegli uomini che ispirano simpatia di primo acchitto, perché d’istinto, a pelle, si avvertiva di essere dinanzi ad un uomo forte e generoso. Nulla gli mancava nei tratti del volto e nel portamento. Intelligente, colto, poliglotta. Quando lo guardavi negli occhi, d’un colpo ti inducea a fidarti ciecamente di lui.
Io da piccolo, vedevo in quest’uomo una sorta di cavaliere senza macchia e senza paura, che si adoperava per una causa giusta.

Nel tempo in cui lui nacque gli fu insegnato che il sostantivo “PATRIA” si doveva scrivere con la “P” maiuscola, per sottolineare il rispetto che si doveva verso la terra di Padri. Sto parlando di un’altra epoca, di altri tempi. Un discorso che non ha niente a che fare con il marciume che oggigiorno le cronache ci mettono davanti. Il riferimento è, in primis, alla classe politica che pretende di dare lezioni di etica, di moralità, senza averne titolo.

Ovunque ho rivolto lo sguardo, lo spettacolo è stato quasi sempre poco edificante. Fin dalla fine degli anni ’70, inizio anni ’80, ho sempre sentito dire che il problema era… la famosa “QUESTIONE MORALE”.

Scrive B. Goldwater (“il vero conservatore” – Longanesi – Milano)… “Abbiamo dimenticato che la società progredisce soltanto in quanto produce “capi” capaci di guidare e di ispirare il progresso. E non possiamo sviluppare tali capi se i nostri criteri educativi sono diretti alla mediocrità, invece che all’eccellenza”. Mi viene in mente, uno fra tanti, Nelson Mandela.
Intendo dire: Il leader è colui che guida un gruppo di persone verso una meta, non certamente verso il precipizio e lo guida con saggezza e autorevolezza, che sia il “capo” di un partito politico, di un sindacato o più semplicemente della propria famiglia. Un esempio sono stati questi ultimi 20 anni di politica, fatta di litigi e di non cambiamenti.

Scrivendo la storia di quest’uomo, mi sono convinto ancora di più che non bastano poche persone di così altra statura etica, morale, ma serve un’intera società, una società che abbia la forza di cambiare rotta. Intanto lui fu un piccolo esempio e fece la sua parte nel suo piccolo con passione amore verso il prossimo.

Il suo nome era NUNZIO, NUNZIO ZITO. Era mio padre, nato nell’anno 1916 del giorno 3 di maggio, lo stesso giorno in cui sono nato io. E’ venuto poi a mancare l’8 giugno del 1985. Quel giorno furono strappati lembi di pelle dal mio cuore.

Nunzio etimologicamente parlando è… colui che fa un cenno, colui che annuncia la buona notizia. Quest’uomo lo amavo, lo adoravo, lo temevo.

Sono questi i tipi di uomini di cui in questa società si avverte il vuoto. Nasciamo tutti uguali. La differenza la fa il nostro comportamento. Cosicché quando un uomo del genere viene a mancare, si sente un vero e proprio svuotamento di uno stile di vita. Il suo miglior talento era l’umiltà e lo stare sempre con i piedi per terra. Il suo insegnamento mi ha tenuto a galla, nei momenti in cui il mare tempestoso della vita minacciava di portarmi a fondo.

Ai suoi occhi ero troppo giovane per capire l’importanza di quel rapporto, ero troppo trasgressivo a quell’età, tanto da fargli pronunciare più volte quella frase che mi resterà incisa per sempre nel mio cuore: “TU MI AMERAI QUANDO NON CI SARO’ PIU’”…

In memoria di Margherita Hack… da un ergastolano russo (Alexei)

erbas

Carmelo Musumeci, mi ha inviato un testo di un altro detenuto di Padova, un ergastolano russo, che chiama Alexei.

Questo testo è stato scritto, da Alexei, in memoria di Margherita Hack.

Troverete degli errori di scrittura, che non devono stupire, tenendo conto che questo ergastolano è un russo, e la lingua italiana l’ha imparata solo da un po’ di anni. Questi errori non gli ho tolti, perché contribuiscono a dare un senso di umanità.

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In memoria di Margherita Hack

La mia mente è la mia casa

e tutto ciò stato in la inserito

non era per caso da me costruito.

Come dal veno appena sparita

la parte maggiore della mia vita.

Gli anni per niente furono persi

ma come dal soffio si sono dispersi.

Le mie amiche, i nostri festeggi,

rimasta la casa che mi protegge.

Dalla finestra lo stesso paesaggio:

c’è vasta pianura e poi un villaggio.

Sono in casa, la porta è chiusa,

sono da sola e sono delusa

su ciò che io vedo a questo posto,

ma terra è tonda, c’è posto apposto.

Ho preso i toni per far la cosmesi.

La terra è tonda – siamo intesi?

Allora vi spiego: niente paura,

sto colorando la mia pianura-

vernicio la luce, vernicio la tanta!

Ed ecco: pianura si sta asciugando…

Il sole  è l’oro fuso,

il vento di sabbia conta,

il giallo assai diffuso, 

il giallo che sta accanto:

il giallo di calze- c’è un miraggio,

dalla finestra l’ho nuovo paesaggio:

Non giallo morbido, c’è giallo torrido,

qui giallo arido! Qui giallo acido-

nel deserto di Kararkùm!

Le barchàne- barchàne- barchàne,

da qualsiasi paese esse sono lontane

queste dune di semiluna,

dalla finestra la vedo una,

ma dopo di questa c’è l’altra.

Ai confini dell’orizzonte si collimano quelle onde:

poverose, sabbiose, stalle sulla sperduta valle

nel deserto di Karakùm!

Ho già abbastanza dal caldo sofferto-

in pochi istanti la apro ombretto:

c’è una tinta dell’acqua azzurra

per fare rinfrescare roventa pianura

ed essa si sposta sul fiume offerto

(lo spero tanto) nell’altro deserto:

Sono precisa e molto attenta-

tinteggio un corso tra vasto deserto

e vedo che scorre al mezzo pianura

grandissimo fiume- il Nilo azzurro!

Il Nilo maestoso, il Nilo antico:

il dorso del mondo!- con tanta fatica

si move enormi colori bluastri,

a volte portando spietati disastri,

a volte, più spesso, nutrendo le piante

con denso, intenso il blu luccicante.

(il blu dalla tinta del mio ombretto,

mi sento la dea al mezzo deserto)

il blu saturato fra raggi solari

dai piccoli brilli per far scintillare

le acque profonde tra sponde del fiume,

che da millenni non si consuma,

scorrendo sul fondo del mio palazzo

per far irrigare splendente terrazzo:

In cui le fontane ti sprizzano l’acqua,

in cui sopra l’acqua galleggiano gigli,

in cui alle note si apre sigilli

il Nilo celeste, scorrendo su terra

come la pioggia stellata e vera,

mentre quel ciò che sembrava reale

perde la forma dell’ombra totale…

Il viaggio ha fine: la tela notturna

che trapassata le sbarre diurne

sono in casa

e sono curiosa-

sto riflettendo per stella polare:

in quale colore dovrei verniciare

la mia pianura per farla volare?

L’eterno ritorno dell’identico… di Pierdonato Zito

naves

Pierdonato Zito -detenuto a Voghera- è uno degli amici della prima ora del Blog.

Pierdonato è una di quelle poche persone che hanno un “centro interiore”, delle fondamenta al loro interno che li rendono stabili, e non li fanno trascinare dal vento.

Un durissimo lavoro nei decenni di carcere, lo ha portato a conquistare un equilibrio, e una capacità di analisi delle cose e di .. silenzio.. Un uomo capace di trovare nel silenzio nutrimento. Un uomo capace di fare il viaggio con se stesso.

I suoi scritti non sono frequenti, ma non sono mai scritti che si dimenticano. Sono “concentrati”, nessuna frase ha il senso del superfluo. Lo stile è “classico”; nel senso che richiama i classici latini e greci che ama tanto. 

Porta in sé quella nobiltà dell’anima.. che solo chi ha conosciuto grandi prove, cadute, purificazioni, feroci discipline, anni di perseveranza nel silenzio.. possono avere.

Vi lascio a questo suo emblematico testo.

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I lettori del Blog presumo che sappiano che sono di origine lucana. Quindi la Basilicata è la mia regione. E’ molto bella, ma è poco conosciuta.

Voglio raccontarvi cosa succede a stare sulla riva del fiume.

Le cronache di queste ultime settimane, parlano di un terremoto politico giudiziario in Basilicata. La procura di quel capoluogo ha azzerato la giunta regionale. Insomma, quelli che vengono definiti i reati di casta… ovvero un uso allegro della cosa pubblica che viene concepita, non come qualcosa da tutelare e valorizzare la comunità e il territorio, ma per interessi personali.

La politica concepita non per alleviare il disagio sociale, ma una politica intesa, più che per servire, per essere serviti. Più per perseguire gli interessi individuali che quelli generali. Cioè un livello di rapacità, di arraffamento che spiega anche l’odio verso i palazzi del potere che si respira nelle piazze.

La si registra questa situazione da una parte all’altra dell’Italia.

Tornando alla mia Lucania che un tempo faceva parte della florida Magna Graecia… oggi sembra invece avere dato luogo a uno squallido Magna Magna. E forse questo tempo sarà ricordato sui libri di storia come l’era di una classe dirigente arraffona. Un’Italia nella quale sono cresciuti a dismisura privilegi e diseguaglianze e negate alle nuove generazioni le opportunità di crescere e realizzarsi.

Ecco ripetersi l’eterno ritorno dell’identico. Chi mi ha letto nello scritto precedente, può comprendermi meglio. Ero poco più che adolescente, ero uno studente delle scuole superiori… ed ero già sufficientemente ferito da uno scenario di diffusa illegalità. Di rappresentanti istituzionali che mancavano di dignità, di senso di responsabilità, mancanza di coscienza delle proprie pochezze, della loro puerilità.

Il 3 maggio 2013 ho compiuto  il mio 54simo anno di età. Ho ormai i capelli brizzolati, il viso segnato da tante battaglie. Il tempo ci porta via la nostra giovinezza, il nostro desiderio, la nostra bellezza.

Sono però felicemente padre e da poco orgogliosamente nonno di una splendida nipotina e tutto sembra ancora ritornare.  Adesso sono loro i miei figli che vivono il medesimo clima sociale. E’ un po’ come se vivessimo in un mondo che si ripete in un eterno ritorno, cioè non un mondo che procede verso una fine, ma come se tutte le cose eternamente ritornano.

Questa eterna clessidra dell’esistenza che viene sempre di nuovo capovolta, e noi con essa, granelli di sabbia. Quanto accade è già accaduto e tornerà ad accadere. Quanto avviene, avviene per sempre, non si dissolve, ritorna eternamente. Generazioni di disoccupati… mio padre che emigrò… io medesimo disoccupato che h fatto mille lavori quasi  tutti in nero e malpagati prima di intraprendere un autodistruttivo viaggio che mi porterà in carcere. E poi i miei figli che hanno conosciuto anche loro il sapore dell’emigrare. Sto parlando come si vede di un problema sociale. Una regione che sembra essere immobile da 30-40-50 anni?

Non è quindi un alibi con cui giustificare me stesso e le mie azioni. E’ analisi critica, revisione critica del passato e de presente. Una sorta di processo evolutivo della propria personalità, uno sguardo retroattivo che serve a capire e forse anche a… insegnare.

Adesso, chi vive l’esperienza del carcere deve sapere cosa deve fare di sé e della sua esperienza ne deve fare tesoro per gli anni che ha davanti.

Ho insegnato così ai miei figli. A non lasciarsi travolgere dal clima e dal contesto sociale ceh vivono, insegnando loro ad essere autentici, equilibrati… saggi. Qualunque società produce ingiustizie e disuguaglianze. Siamo noi a dovere lottare per avere giustizia e uguaglianza.

La vita ci mette continuamente alla prova. Noi siamo chiamati a superare queste prove, e i genitori devono trasmettere la memoria storica.

Non cedere al pessimismo, come nella visione di Shopenauer il quale sosteneva che la vita è crudele e cieca irrazionalità, è dolore e distruzione. Quindi la vita intesa come sentimento tragico. Tutto fa parte dell’immensa marea della vita.

SULLA RIVA DEL FIUME

A un certo punto il fiume della vita segue il suo percorso. Imprigionato da quasi due decenni ho metaforicamente aspettato sulla riva del fiume. Ho così visto piano piano passare tanti “cadaveri”… ripeto in senso metaforico.

Cosi ho visto finire coinvolti  in bufere giudiziarie gruppi di potere tra i politici e magistrati oppure vertici delle forte dell’ordine, preti antimafia, cioè tutta quella gente che mascherandosi da persone bonarie, si atteggiano a salvatori della società. Proprio quelli che su Pierdonato avevano costruito montagne di carte. E così all’inferno sono finiti tutti quelli che speravano di non andarci.

Aspettando sulla riva è intervenuto sua maestà il tempo che è il migliore dei giudici. La verità quindi figlia del tempo.

Aspettando sulla riva del fiume ho visto il tempo collocare persone e fatti storici nella luce giusta.

Ho sempre creduto che prima o poi le ragioni sarebbero affiorate nella loro interezza. Tutto arriva a chi sa a chi sa aspettare.

Così aspettando sulla riva ho visto passare quella forma parassitaria della politica, noni che si credevano giganti. Non sono forse peggio di chi spara con le armi? Non uccidono forse i sogni della collettività? Non distruggono l’avvenire di tantissimi giovani? Che Paese è quel Paese che non ti dà la possibilità di crescere, di lavorare a casa tua e ti fa emigrare?

Allora mi sono ritrovato nelle parole di Kahil Gibran quando dice..

“…Ho cercato solitudine, perché la mia anima non ne può più di avere rapporti con chi crede che il sole, la luna e le stelle non sorgono se non nei loro scrigni e non tramontano se non nei loro giardini”.

Sono fuggito da chi aspira a cariche pubbliche, che danneggiano la sorte terrena della gente, gettando polvere d’oro negli occhi e riempendo le orecchie con discorsi senza senso

E mi sono allontanato dai sacerdoti che non vivono conformemente a ciò che dicono nei loro sermoni e che pretendono dagli altri ciò che non chiedono a se stessi.

E così sulla riva del fiume ho visto l’inganno ritorcersi sull’ingannatore.

Questi rami secchi  delle società vengono così semplicemente smentiti dal passare del tempo. Ecco un chiaro esempio di come si può vincere anche senza apparentemente combattere. L’attesa paziente come forma di resistenza e di lotta.

Si obietterà: ma in concreto cosa ti cambia? La pena dell’ergastolo rimane. Una revisione del processo, nonostante tutto, resta strada non tanto facile. Quindi una magra consolazione?+

Certo, ma intanto sono io che posso dire di loro. Ho questa soddisfazione, non loro di me. Ecco perché…. Lezioni di onestà, di etica, di morale, di rispetto delle regole sociali, non posso proprio accettarle.

SE IL GIOCO SI FA DURO

Nietzsche sosteneva che la nostra esistenza non deve essere rassegnazione o disperazione quanto piuttosto accettazione dell’irrazionalità dell’esistenza. La vita vissuta come volontà e forza. E se pure è vero che provoca all’uomo continuo dolore e si presenta come un destino crudele. Non per questo l’uomo deve rinunciare alla vita e volere il nulla. Di fronte alla crudeltà della vita bisogna essere ancora più crudeli.

L’abisso non ci deve far diventare abisso il buio non ci deve far diventare buio e per me il “carcere” non farmi diventare carcere. Ma emanciparmi, compiendo un salto evolutivo. Senza smarrire umanità e gentilezza che consumerebbero le nostre forme di bellezza.

Siamo noi stessi che dobbiamo creare i valori. Noi stessi darci un senso. Fare della nostra vita qualcosa che vale. Quindi non assistere passivamente alla vita ma agire noi stessi da protagonisti.

Perciò alla fine, io sono quello che sono. Lo devo solo e soltanto a me stesso, a ciò che ho fatto di buono e di cattivo, ai miei sacrifici e alle mie lotte, non tutte vinte, ma sempre combattutte a viso aperto.

Cerchiamo di percorrere quelle strade che non ci portino a vivere peggio. Incanalaiamo la realtà che viviamo in un progetto di speranza.

Un saluto a tutti i lettori e le lettrici del Blog.

Pierdonato

Voghera 5-5-2013

“Una vita spersa a commettere errori è meglio di una vita spesa a non fare niente..”.

 George Bernard Shaw (1858-1950)

Nuove opere di Pierdonato Zito

Oggi inserisco nel Blog le foto di alcune delle recentissime creazioni di Pierdonato Zito, detenuto a Voghera. Si tratta di olio su te. Se cercherete nella nostra “Galleria”, troverete parecchie opere di Pierdonato Zito pubblicate nel corso del tempo. Meritano tutte di essere conosciute.

Pierdonato è un uomo particolare. Uno dei primi amici conosciuti tra i detenuti, è persona di raro rigore. Ha una cura particolare per ogni cosa che fa, una riflessività profonda, una cultura intrisa di spirito “classico” (ama molto gli autori latini per esempio), un difensore convinto della necessità di recuperare le radici e salvaguardare la memoria. Anche nel suo modo di scrivere, ogni parola pesa, nessun rigo sa mai di superfluo. Tutto vive di una consapevole presenza.. a volte malinconica… sempre interiormente libera..

Tra le opere che  inserisco oggi, la mia preferita è la donna seminuda con i capelli nelle mani, di cui ci sono due versioni, una con colori un pò più intensi sullo sfondo (probabilmente è la stessa opera fotografata in due momenti diversi..o forse sarà dipeso dall’angolazione da cui è stata fotografata e dalla luce in quel momento nella stanza… comunque sia ho preferito inserirle entrambe).

Prima di ogni opera è indicato il titolo..

Buona visione

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Autunno

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Intimità

Intimità

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Tormento

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Ragazza seduta

EE

 

Opere di Pierdonato Zito

In questi  mesi abbiamo pubblicato un’intera serie di foto rappresentante gli acquerelli recentemente creati dal nostro Pierdonato Zio, detenuto a Voghera (vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/10/7114/, e poi   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ ,  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ , ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/).

La seconda immagine che vedrete è preceduta  da un commento. Si tratta di un’opera dall’altissimo valore simbolico.  Emblematica, come leggerete, delle peregrinazioni che l’ergastolano, e ogni uomo sottoposto a condizioni di vita estreme, deve fare. Che poi è lo stesso Pierdonato che si raffigura in quell’opera. Pierdonato dovette lottare anni e anni per riabbracciaree la moglie, detenuta nel carcere di Rebibbia. E dopo dovette lottare ancora contro la burocrazia che gli rendeva difficile il colloquio per “mancanza di fondi”. Bisogna riconoscere che era una obiezione con dei fondamenti. Infatti i fondi devono essere dirottati in consulenze milionarie, commissioni fasulle, bilanci gonfiati, portaborse, finti giornali, trastole di ogni genere sul bottino del finanziamento pubblico alle attività politiche e parapolitiche, superbonuns e intregazioni “deluxe” ai vitalizi “doc”, magnacci, ruffiani e troie di regime. Più una sequela infinita di opere inutili e di trippa per gatti e per polli. Quindi hanno ragione. E’ vero. Non ci sono fondi.. per altro.

Pierdonato è una di quelle persone che riflette a lungo, che so cogliere il silenzio, e che vive l’arte e la letteratura come percorso, anche di autonoscenza e di antidoto all’oblio della memoria.

E’ una persona che potrebbe dire qualcosa lì fuori, se venisse concessa anche a lui, dopo tanti anni, un nuova chance esistenziale. Ma intanto il suo è un tempo non perso. Un tempo combattuto fino all’ultimo, succhiato, tra libri, pittura, riflessioni, sentimenti.

Vi lascio a queste due sue bellissime opere.

Questo dipinto è stato premiato il 16 giugno 2011 alla mostra pittorica c/o l’Auser di Voghera. Il 20.07.2011 mi hanno portato l’attestato di merito, la rassegna stampa sulla mostra e una medaglietta per l’opera premiata. Questo dipinto l’ho fatto nel periodo che combattevo per effettuare il colloquio con mia moglie e che mi dicevano che non avevano fondi!! Ho rappresentato il percorso di vita di tutti noi. Poi, un paesaggio desolato. Non c’è un filo d’erba, un paesaggio surreale dove non c’è ombra di vita. Poi la figura dell’omino solo con la sua ombra. E’ l’ergastolano che è nei pressi di un abisso, di fronte le montagne che simboleggiano le difficoltà che deve superare per sopravvivere, e il suo essere solo in un ambiente immenso. Gli alberi sono alle sue spalle, un tempo rigogliosi e pieni di vita. Oggi resta una solo fogliolina verde, è la vita che non vuole morire, è la speranza che resta ancorata alla vita. Ho impiegato tre giorni per dipingere i giochi di luce nel tronco.

La battaglia infinita…. di Salvatore Guzzetta

Salvatore Guzzetta (detenuto ad Opera), e apprezzato anche per i suoi quadri.. a volte si fa attendere a lungo, ma poi regala pezzi come questo. E pezzi come questo io li definisco memorabili.

Mentre leggevo mi veniva in mente una parola.. DANTE…. E Salvatore ci descrive il suo attraversare momenti radicali di dolore e consapevolezza, caduta e catarsi. Ci descrive il suo Viaggio nell’inferno del carcere, ma soprattutto dell’anima.. e la Luce che ha sentito di trovare.. durante i percorsi accidentati e le acciotttolate strade, e le albe spietate ma sempre desiderate, di quella che era, è, e sarà ancora una battaglia infintia.

E Salvatore vuole esserci. Fino in fondo. Fino all’ultimi.

Amici sono davvero rare le persone che giungono ad un tale grado di consapevolezza e profondità spirituale da fare Viaggi del genere nella propria vita. Pur da dietro le sue sbarre, Salvatore è molto più libero di tanti altri.

Buona lettura

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Sono un uomo oltre il muro, da 20 anni vivo nelle patrie galere. Il tempo mi ha segnato nel fisico, ma mai potrà intaccare la mia anima.

La mia vita è un continuo combattere una battaglia infinita con la morte e la vita, ma ancora batte forte il mio cuore, e mi sento più vivo che mai ogni qualvolta apro il mio cuore a queste pagine glabre e vi intingo sopra i più rilevanti contenuti del mio esistere.

Nel cielo della memoria ha inizio una verticante danza. Sciami d’uccelli che migrano nell’interminabile vastità del cielo, e lo stridio dei loro echi riveste l’anima. Grovigli di pensieri si srotolano secondo un  ordine incomprensibile e incidono l’epitaffio della mia vita di tracce indelebili, laddove il ghigno beffardo della morte sembra attendere con la certezza e la pazienza di chi sa bene quello che vuole un giorno ottenere.

Se mi curassi più del dovuto di questa astrusa entità, come già accadde in passato, queste mani tremerebbero e non produrrebbero nemmeno l’interezza di una frase. Invece sono mani avide di vita, di senso della vita, e lasciano le loro tracce mano a mano che accarezzano lo strato invisibile del tempo. Già una volta fui invitato a salire sul suo  busto funebre.. “LA MORTE” che solcava i mari dell’oblio. Mi sentii gallegiare nello spazio vuoto e silente, ma la terra teneva stretta la mia radice bramosa di vita, mi vi avvinghiai con tenacia.

Nulla sembrò più eterno. Da allora iniziai a calpestare questo solido suolo per sentire la stabilità della base che, seppur roccia,  a volte  anche essa trema, perchè è solo uno strato che ricopre il sottostante mare di fuoco fluido.

Svanì ogni incertezza, e nonostante la sorte mi condusse all’eremo eterno, dove la notte e il giorno si distinguevano dal chiarore di una finestra coperta da una evanescente vetrata a coste; dove volti grigi venivano a tentare la purezza dei miei principi perché sembravo fragile e appetibile ai loro biechi piani… La forza si moltiplicò e si aprì un varco ai livelli s uperiori delle aree “libiche” del pensiero remoto e dunque iniziai a comprendere la magia del silenzio, che agli altri ospiti si presentava come una coltre nera indossata da spiriti del male. Anche io ebbi modo di imbattermi in questa angosciosa entità, un castigo.. che spesso prendeva forma di un intreccio di inquietanti serpenti e di altre forme di insetti scabrosi, con la ferocia di chi cerca di salvarsi dalla paura. Gli staccai le teste a morsi, nelle interminabli notti da incubo.

Dal tumulto interiore della lotta tra le forze del bene e le forze del male seguirono momenti di stasi, per poi giungere il placarsi di tanta tempesta. Mi rievocò le passioni di un tempo, e leggendo le storie dei Santi e ricongiungendomi a Dio, sentii la sua presenza vicino a me, e la divina scrittura divenne poi storia scritta, ricomposta nella sostanza letteraria.

Da lì in poi presero forma i pensieri, i quali mi infusero la letizia.. e attraverso loro si materializzarono i doni della natura, i quali dopo la fame e la sete e il respiro.. si presentarono sotto le sembianze d’angelo.

La mia visione, frammista d’estro e realtà, mi invitò a dare forma ai miei pensieri.

E così ebbe inizio il viaggio dello spirito in cerca della bellezza eterea, la quale poi si tramutò in carne, turbamento della stessa.. e invece di quella rigida coscienza che prima imponeva i suoi limiti, ora è un continuo contemplare la vita  nel suo insieme, e seppure l’assurdo diventa realtà.. anche il tenue brulichio di un andirivieni, di un passaggio di formiche, diventa oggetto di meditazione.

Allora è il caso di dire: la vita inizia all’alba, e in quegli istanti miracolosi, accompagnati dal frusciante silenzio della vita, l’uomo dà il benvenuto al nuovo giorno senza meravigliarsi di fronte a un cielo che si annaspa di nuvole che poi si trasformano e ne esce un rombante temporale.

Niente di più divino nel sentire parlare il mondo e fare parte di esso. La morte la tristezza, il non sapere accettare il nutrimento “, come in questo caso” quello climatico, così quello del tempo in ogni senso.. la vita, l’amore, il sapersi donare, il sapersi proporre, l’altruismo e il non essere avari di sentimenti.

“L’uomo saggio basta a se stesso”, scriveva Socrate, e poi Seneca.

Bisogna superare la debolezza, e, in certi casi, bisogna saper dipendere solo da se stessi, e trovare dentro la forza, il coraggio di trascorrere quelli che avrebbero potuto essere i giorni più belli della tua vita dentro una cella in solitudine forzata o per scelta.

Si può chiamare debolezza l’amore per tua madre, vivendo nella paura di non rivederla più? O amare la propria donna, la compagna che si è scelto per la vita? Le debolezze sono altre, e a volte hanno il senso negativo della vita; soprattutto l’attaccamento morboso a cose priva di sentimento, prettamente materiali.

Si dice sempre che il nostro tempo è prezioso. Allora perchè sprecarlo in inutili amarezze? E’ da nevrotici.

Non si deve mai confondere l’utile con l’indispensabile, se si deve dare senso giusto alla vita.

Il più delle volte siamo ipocriti e cerchiamo Dio solo quando ne abbiamo bisogno. E lo si cerca sempre con frasi fatte e templi costruiti dall’uomo stesso, quando Egli invece ha infuso l’alito vitale e quell’entità che chiamiamo coscienza o anima non è altro che quella parte di Dio che è in noi che ci parla. Basta dargli ascolto come fece S.Agostino e affidare ad essa il compito di tutto. Perché Dio non conosce le debolezze umane, le quali sono instabili e spesso causa dei nostri peccati.

Quanti confondono la stupidità con la scaltrezza. L’apparenza è solo uno strato di vernice fresca pennellata dalla ruggine.

L’essere, anche se non avrà mai vivaci colori splende di suo, e una bella donna che indossa un costoso abito e vaneggia tra gli uomini.. quello stesso abito lei se lo toglierà di fretta con non curanza, non appena il fulmine della passione le trafiggerà i suoi sensi e si perderà nell’idillio amoroso.

L’abito non fa il monaco. E’ solo un’involucro che contiene l’individuo. E l’individuo chi è? Questa è la cosa peggiore. Il non sapere chi realmente siamo. Pirandello scriveva: “uno nessuno centomila”. Tutto quello che resterà di noi sarà quella traccia che noi lasciamo durante il breve tragitto della nostra esistenza, con la scrittura, la poesia e la pittura, restituendo così dignità al sentimento umano.

Salvatore Guzzetta

Opera

Febbraio 2011

Ancora sul caso Aldo Scardella

 
Ritorniamo sul caso Aldo Scardella (di cui già si era parlato nel post.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/11/23/il-caso-aldo-scardella/) sempre attraverso una lettera del fratello Cristiano. Come premettevo in quel post la vicenda di Aldo Scardella fece parlare di sé a suo tempo, essendo la classica vicenda “inquietante”, dove troppe cose non quadrano e il sentore che resta è quello di abusi e ingiustizie.
Aldo Scardella era un giovane studente universitario. Venne arrestatato per l’omicidio di un commerciante. Morì dopo sei mesi.. mentre era in isolamento in carcere.. Sembra sia stato “fatto morire”. E che ci fossero interessi e “convenienze” a che questa morte avvenisse. Va detto, come scrive in questa sua seconda lettera Cristiano, che Aldo fu trattato con accanita rigidità. Basti pensare che ai famigliari fu consentito di vederlo solo 4 volte in 6 mesi.
 
Ma le “stranezze” non finirono con la morte di Aldo. Ma continuarono. E tutto questo lo leggerete nella lettera di Cristiano che oggi pubblichiamo.
 
Queste cose devono essere conosciute. Perchè? Perchè è giusto. E questo basta.
 
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Non ho mai voluto credere ai fenomeni paranormali anche perchè così si vive meglio; tuttavia la  mia amica professoressa Alessandra Vigliotti è convinta che nel mio caso le vie per arrivare alla verità sono infinite come quelle del Signore, anche se per percorrerle tutte, anche le più impensabili, ci vuole coraggio.
 Ed essendo io come un leone dignitoso,fiero, temerario e coraggioso, la mia amica mi dice di  ascoltare il mio cuore: nel silenzio delle mie parole mai pronunciate, ma comunque scritte, troverò le risposte…..
 Poco tempo fa una giornalista Emiliana per telefono mi dice: “Ho davvero voglia di vederti e parlare con te…..poi chissà, magari tuo fratello Aldo (con il suo maglione scuro) ha qualcosa da dirti”.
 E sono tornato indietro nel tempo, a quel maglione scuro di mio fratello Aldo sequestrato dalla polizia per essere sottoposto ad esperimenti giudiziali, ma mai più ritrovato: scomparso nel nulla..
Fu arrestato innocente nel dicembre 1985 per una tentata rapina culminata con un omicidio di un commerciante di bibite e sottoposto al regime d’isolamento e trovato morto dopo sei mesi in circostanze ancora oscure, il 2 luglio 1986.
Uno degli elementi più forti a sostegno del magistrato De Nicola era il fatto che mio fratello la mattina presto dopo  il delitto comprò il quotidiano locale e per De nicola parve
strano quella sete di notizie.
L’isolamento fu totale divieto di incontri con l’avvocato e solo dopo 4 mesi diedero il permesso ai familiari di vederlo ma solo 4 volte in sei mesi..
Fu trattato peggio dei boss di “cosa nostra” e morì dimenticato da Dio e dagli uomini.
Dodici anni dopo un noto boss della malavità Cagliaritana confessò il suo coinvolgimento al delitto per il quale fu accusato Aldo, portando in causa altre persone e successivamente condannate in via definitiva.
Ma l’amarezza fu tanta perchè in quel processo è emerso che malavita e giustizia sapessero dell’innocenza di Aldo.
 Il magistrato Enrico Altieri, il titolare delle indagini sulla sua morte, entrò nella sua cella accompagnato da un sottufficiale della scientifica.
Si presuppone che abbia rilevato qualcosa, ma nelle carte processuali non risulta niente: il magistrato come nel personaggio Del tenente Colombo, che veniva sempre consigliato  dalla
moglie, tempo dopo,  veniva consigliato anche lui dalla moglie dandogli elementi per ricordardargli del  famoso maglione scuro..
 Tra i detenuti interrogati su delega sua vi era anche Attilio Fanari il quale non disse nulla di rilevante sulla morte di Aldo.
Tre anni dopo, Altieri fece la requisitoria  in un processo in cui era imputato Attilio Fanari  per tentata truffa e in quella circostanza parlarono del “suicidio”di Aldo.
Fanari sostenne che Aldo simulò il suicidio per  uscire dall’isolamento, ma sbagliò tempo e calcoli e ci rimase secco, ma in quel dibattimento, della deposizione di Fanari del 1986 non vi è
traccia.
L’inviato del Ministero Giangiacomo Della Torre piombato a Cagliari dopo la morte di Aldo disse: “è una questione troppo delicata non posso  rilasciare dichiarazioni”..senza lasciarsi sfuggire la minima indiscrezione, cordiale ma poco disposto a fornire anticipazioni dando l’impressione di avere avuto un ampio mandato (come si scoprirà più avanti).
 In passato si era occupato di fatti scottanti.
Iniziò la suainchiesta sulla scia delle interrogazioni parlamentari su Aldo.
 Anni dopo, Della Torre, nelle vesti di presidente di tribunale per  il delitto del commissario Calabresi dove era imputato Adriano Sofri,  fu accusato da una donna che faceva parte della giuria di aver cercato di influenzare il suo voto.

“ Mi dispiace Scardella”, scrisse tempo dopo il noto intelletuale, anche quel signore è morto.
La procura di Roma rispondeva che non era configurabile un rapporto di causalità fra la morte di Aldo e un’eventuale condotta omissiva dei magistrati..fragilità emotiva, psicosi,o  forme di autosuggestione sono il presupposto, secondo loro, di quel tragico episodio di suicidio.
 D’ altronde cosa ci si poteva aspettare dall’uomo che per primo si occupò di Ustica……..e sappiamo benissimo come è andata.
 Un medico Piemontese, tra l’altro un radicale storico, fece un esposto al C.S.M. ravvisando dei gravi reati anche dalla Cassazione.
 Continuò nella sua battaglia, dicendomi “ne vale la pena, come sempre nella storia dell’umanità, perchè la lotta continua contro le sopraffazioni e la violenza del potere: anche se non porta
 risultati per il caso personale e familiare, anche se apparentemente si è sconfitti, serve e servirà sempre per altri, per tutta la società”
 Nell’inchiesta ministeriale i magistrati sardi rimasero sgomenti e attoniti per la morte di Aldo, nulla, a loro dire,  faceva presagire un atto del genere anche perchè nè dall’avvocato e nè da lui vi sono state istanze che potessero far intuire o presupporre una sua fragilità psichica.
Ma nelle carte processuali emerge tuttaltro: Aldo e l’avvocato cercarono di richiamare e di sensibilizzare la cosiddetta giustizia così come fece il mio amico Marco Pannella con un interrogaziione parlamentare, ma la risposta in Parlamento, non fu fedele alla realtà dei fatti.
 Peccato perchè  se ci fosse stato un po’ di buon senso avrebbero permesso a Marco Pannella oltre a salvare una vita umana, di evitare che si creasse il caso Scardella con tutte le conseguenze ai danni della magistratura sarda.
 Ancora oggi sto aspettando gli atti dell’inchiesta del mitico procuratore Caselli, piombato a Cagliari come inviato del C.S.M.  per poter avere una valutazione serena e globale di
quell’ incresciosa vicenda.
 Il plenum del C.S.M. fece figurare che il magistrato De Nicola, colui che arrestò mio fratello svolse l’indagine sommaria nei termini consentiti, quando, nella realtà, la oltrepassò, eccome!!
Negli atti non appare  che per una settimana Aldo non ebbe la possibilità di nominare un difensore di fiducia e nemmeno quello di ufficio.
Infine non è menzionato che non gli fecero passare la biancheria personale  incorrendo in questo caso in atti contro l’umanità, un crimine che mai si prescrive.

Da notare che nel plenum faceva parte anche  Caselli.
 Il giudice istruttore Carmelina Pugliese che non interrogò mai Aldo,nonostante una norma del codice di procedura penale glielo imponesse,  12 anni dopo la sua morte, in seguito alla riapertura dell’inchiesta dell’omicidio del commerciante per il quale fu accusato mio fratello,  ha dichiarato in un’intervista che preferiva non pronunciarsi sull’argomento: ha infatti dichiarato: “se parlo scoppia la guerra” dando a intendere che se avesse aperto bocca per molti all’interno del palazzo e non solo all’interno sarebbe stato pericoloso
 E non disse nulla su ciò che avvenne il giorno prima della morte di mio fratello: arrivò una telefonata al suo ufficio  dalla direzione del carcere.
Si sa che con la telefonata si confermava l’ isolamento, ma non si capisce per quale motivo avvisarono il giudice.
 Circa 5 anni fa ho fatto delle istanze alla procura generale di Cagliari, richiedendo atti riguardanti la relazione intercorsa tra la stessa procura e il Ministero della Giustizia e i documenti  nei quali  erano specificate le motivazioni del pubblico ministero Sergio De Nicola a non rivelare il luogo in cui era ristretto Aldo.
 Le istanze vennero rigettate perchè ritenettero gli atti da me richiesti di natura politica…
Non capisco il motivo per cui io non abbia il diritto di essere informato sulle motivazioni del P.M. De Nicola…
 Un signore che è stato amico di Aldo e che fa parte dell’intellighenzia cagliaritana sostiene che la giustizia si è accanita contro di lui perchè  apparteneva ad un movimento politico in quegli “anni  molto difficili”
 Dopo la morte di Aldo scrissero una lettera al Giornale: una settimana dopo, uno di loro a a causa di questa iniziativa fu arrestato e in carcere tentarono di ucciderlo con un punteruolo….
 Questo signore dice che non vuole esporsi non perchè sia vigliacco, ma perchè non può cambiare la storia e poi per loro è solo un pezzo della sua vita che non tornerà comunque..si sente l’ultimo bersaglio di chi non so chi rimasto..non crede al suicidio di Aldo, in quanto molto forte psicologicamente e nutre dei forti dubbi per un altro amico trovato suicididato.
 Queste dichiarazioni trovano riscontro nelle interrogazioni del P. M. Sergio De Nicola che chiese ad un testimone, amico di Aldo, se era a conoscenza dei movimenti politici e come fossero stati  messi in contatto lui e Aldo..Inoltre Aldo giustificò la sua tensione per il fatto che varie volte aveva subito violenze da parte della polizia..
Nel novembre del 2009  la polizia fece irruzione a casa mia senza mandato, dopo aver preso un abbaglio, convinti che avessi tentato una rapina peggiorando lo stato di salute di mia madre affetta da alzheimer..
Il responsabile dell operazione mobile Oreste Barbella avrebbe dichiarato ad un giornalista del quotidiano dell’Unione Sarda che non sapeva nulla dell’irruzione in casa mia e che probabilmente potevano essere state le volanti.
 Ma che c’entrano le volanti???  Credo e voglio sperare siano sempre coordinate dalla mobile stessa!!!
 Infine, quando vi è un reato come una tentata rapina tutto finisce sul suo tavolo: a sostegno delle accuse fatte nella denuncia, presentata a gennaio del 2010 alla procura di Cagliari
contro la squadra mobile dove chiedo di controllare i tabulati telefonici delle utenze del dott. Barbella, dell’ Unione Sarda e di me medesimo dal 20 al 28 novembre 2010.
 Questo commissario procedette alla perquisizione in casa mia 25 anni fa, poichè una fonte anonima, mai registrata dalla polizia e dall’autorità giudiziaria, dichiarò al dirigente che vide Aldo due o tre  giorni prima del delitto, passare con altri due nei pressi del supermarket (d’altronde dove avrebbe potuto passare se era il passaggio obbligatorio per tornare a casa?)
Nel processo di archiviazione di Aldo e degli altri indiziati la fonte parrebbe, che venga figurata come testimone e si sa che un testimone ha più rilevanza processuale..una fonte non viene mai considerata in un processo..il mago era il P.M. Mario Marchetti
 Si denuncia il fatto che mio fratello Mario che non aveva nesssuna colpa se non quella di essere fratello dell’indiziato Aldo Scardella,  fu sottoposto anche lui ad un esperimento osceno: un cane doveva annusare il copricapo incriminato ed individuarne il proprietario.
 L’umiliazione fu lacerante, in quanto era un brigadiere della guardia di finanza: non resse a tale umiliazione: 12 mesi dopo la morte di Aldo,  Mario morì di leucemia.

 E anche un altro fratello di nome Franco è morto in mare:  pare per un malore, mentre si trovava con la canoa in una splendida giornata d’estate.
Durante i soccorsi mia madre senti una voce che chiamava: mamma sono qua..e mia madre indicò il punto in cui sentì la voce del figlio..e li fu trovato…
 La polizia non aiuta a capire come mai non ha trasmesso un rapporto alla procura in cui vi erano coinvolti delle persone che anni dopo sono state indagate e uno condannato per il delitto del commerciante,  infine,  pare veramente grottesco che alcuni dipendenti del negozio abbiano identificato dopo 12 anni alcuni amici e parenti degli indagati.
Da poco mi hanno detto di non nominare i poteri forti e di accontentarmi di quello che mi offrono.
Non è mica colpa mia se negli esposti che ho fatto figurano anche quei personaggi:  cosa vuol dire “accontentarmi” ????
 Dovrei barattare forse la mia vita incambio della verità???
Vorrei solo ricordare che negli ultimi tempi, dopo aver chiesto la riapertura dell’inchiesta, soprattutto perchè non mi hanno ancora spiegato come mai nella cartella clinica i medici stabilirono quantità e dosaggi di una terapia metadonica inesistente e aver incaricato l’ avvocatessa Rosa Federici del foro di Foggia, ho ricevuto, oltre la visita della polizia, l avviso che verrò socialmente ucciso se non avessi fatto quello che volevano loro da qualcuno che non si è esposto
Inoltre un avvocato di Cagliari , che tra l’altro c’era già 25 anni fa in questa vicenda, si è spacciato per il mio legale e ha frugato negli atti della mia istanza per la riapertura del caso di mio fratello.
Cancelliere e due mie amiche testimoni: per il resto è silenzio assoluto, Procura compresa, senza contare che in molti posti in cui vado per lavoro non venga più riconosciuto..nonostante li conosca da più di venti anni..
 Infine un “vigliacco”, non potendosela prendere con me, ha sparso di grasso la lapide di mio fratello.
 Mi sono sempre fatto gli affari miei, le mie uscite in genere, da quando mi ricordo, sono per andare in parrocchia e mi sono trovato in una storia, come dice qualcuno, più grande di me.
Mi chiedo quanto mi dovrà ancora costare quel loro giustificato, ma allo stesso tempo inquietante silenzio dei cosidetti compagni e dello “Stato” ?
Non si è mai voluto far chiarezza in questa vicenda..la mia è un esigenza di far chiarezza  di giustizia: quella giustizia che non si vede sulla terra..mio fratello è morto da tanto..io sto benissimo..la mia coscienza è in pace..dà fastidio perchè non hanno argomenti per chiudere..
 Conclude la giornalista Emiliana: “Aldo stai bene, tu non hai nessuna colpa e non devi sentirti responsabile..i responsabili sono intoccabili,  ma presto non lo saranno più e tra breve ti farò tutte le carte che ti servono”.
Già, pensai,e inchioderanno gli assassini!!!
 Il peso di questa storia  può significare una grave penalizzazione per chi la subisce diventando il bersaglio di uomini senza coscienza.
 In tempi non sospetti ho segnalato alle più alte cariche del mondo… Chi dopo 12 anni sarebbe piombato in casa mia tentando di intimidire me e mia madre e chi qualche tempo dopo si è preso la gentilezza di avvisarmi che verrò ucciso socialmente??
A distanza di 25 anni si attende ancora giustizia per uin ragazzo morto innocente a causa di un accanimento processuale ingiustificato ecrudele.
Una morte che chiede chiarezza,la pretende l’uomo, la esige la storia, poichè la verità processuale di questo caso significherebbe una svolta per correggere un sistema sbagliato che ha fatto molte vittime e ancora ne sta facendo.
Mi rivolgo a tutta la società..vi chiedo di riflettere su questaaffermazione:
 “il tempo prescrive tutto, ma la memoria di un uomo vittima di una grave ingiustizia è sempre attuale, e come tale senza tempo”
  
CRISTIANO SCARDELLA

Per chi scaglia la prima pietra.. di Giovanni Zito

Certi passi, brani, immagini fanno parte dell’immaginario collettivo dell’essere umano, a prescindere dalle sue religioni, credenze, fedi e non fedi..

Come la parabola dell’adultera e degli “zelanti” con la pietra in mano… è di quei passaggi “scandalosi” per una mentalità puramente legalistice e ritributiva.

Chi vuole banalizzare parlerà di deresponsabilizzazione.. chi va più a fondo forse potrà “cavare” qualcos’altro.. al di là anche di ciò che volesse dire Gesù.. potrà volerci vedere un domanda radicale di onestà. Tu… puoi davvero essere aspro, inesorabile e violento con un tuo simile? Fino a che punto puoi esserlo? E ti sei guardato dentro?…prima di tirare ogni pietra… prima di erigere forche.. prima di lanciare pomodori..

La bella lettera del nostro Giovanni Zito, detenuto a Voghera (uno degli autori più prolifici del Blog) .. corre sulla scia della cometa di queste parole..

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Oggi questo mio testo vi farà capire ancora una volta ciò che sento dentro di me. Alcune onde saranno alte, ma voi seguite la scia del cuore, come avete sempre fatto. Perchè poi, alla fine, il motore siete voi. La montagna più alta, la forza vera, così non mi taglio con i ghiacci dell’inferno.

Vi abbraccio a tutti con affetto

Giovanni Zito

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Nel Vangelo di Giovanni si legge della donna adultera portata alla lapidazione. La storia si svolge a Gerusalemme. Il corteo della condannata incontra il forestiero Gesù, gli chiedeva un parere legale e ricevono la celebre frase di risposta:

“Chi di voi è senza colpa commessa, scaglierà la prima pietra”.

So il peso di queste pietre. Le porto dentro di me.. sento questo peso.

Anche di fronte al patibolo, con metà corpo già dentro alla fossa, un condannato deve credere ad una possibilità di salvezza.

L’ergastolano ostativo non ha salvezza, non ha diritto ad una speranza, visto che lo stato infligge una condanna che non potrà più scontare per tutta la sua durata di vita. Caino, primo assassio della storia sacra, sconta con il vagabondaggio il sangue di suo fratello, perché la vita tolta a un assassino non può pareggiare il conto. Invece raddoppia la perdita.

La mia coscienza vive anche di immagini e simboli. Di emozioni e suggestioni. Sono dunque conscio che il percorso della memoria è tutto in salita in questo angusto passaggio. E’ una responsabilità collettiva.

L’ergastolo ostativo fa scorrere degli annie del temopo.. il rischio è che l’oblio e la rimozione inghiottiscano la mia vita. Un paese democratico deve avere memoria delle pagine più buie di un uomo, per quella dignità della persona sancita dalla Costituzione.

Perché è ancora una selezione.. dentro o fuori.. vita o morte.. un’altra volta.

La memoria non invecchia, ma invecchiano le forme della sua storia perché tutto diventa automatico, provinciale e quindi insufficiente.

Ciò che sembra evidente alle persone, avrà sempre meno senso per i nostri familiari.

Cosa posso fare io, per dimostrare che, malgrado io abbia perso il conto degli anni che sfuano una storia.. è quando credo di essere capace di ricordare, comincio a non farlo più. Guardare fuori dalla finestra fa male. L’unico antidoto al sonno della coscienza è tenere sveglio il senso. L’unico modo di uscire dalla zona grigia sono messaggi senza voce sussurrati su fogl di carta.

E’ solo lo sfondo.. le pietre non possono ricordare per noi, perché le mani sono stanche, l’oscurità esiste anche oggi. Io dentro le mura e chi mi ha accusato: tutti gli altri fuori.

Il mio cuore che si ribella.. non si possono tenere gli occhi chiusi, mentre provo a pensare e  non ci riesco, mi scopro ignorante. Riflettere insieme.. comprendere.. per far sì che finisca la fame è il freddo… il significato di queste parole… l’inafferrabilità della vita di un ergastolano ostativo..

Adesso ho bisogno di risposte…

La fermata più lung di qeusto viaggio è stata quella su me stesso.. nella nebbia invernale l’Uomo Ombra scrive…

Io sono memoria.

Giovanni Zito

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