Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Io poliziotto penitenziario medaglia d’oro congedato perché non volevo fare entrare telefonini in carcere

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Giuseppe Picone è stato per ventisette anni poliziotto penitenziario.

L’avere svolto questo lavoro con professionalità e senza contestazioni di sorta, gli ha fatto ottenere, dopo i venti anni di servizio previsti, la medaglia d’oro al merito.

Giuseppe nel 2004 si è opposto a che entrasse in carcere una persona che portava con sé un telefonino; mettendosi contro il Direttore e il Comandante del carcere di Trapani, dove lavorava. E da quel momento Giuseppe Picone è entrato in un altro mondo. 

Un mondo di rappresaglie, che hanno portato progressivamente, al suo licenziamento. Rappresaglie che non sono finite col licenziamento.

Un mondo anche di lotta, perché Giuseppe che immaginava sarebbe stato sempre un poliziotto penitenziario, è diventato una di quelle persone che alcuni definiscono “lottatori civili”, che, con tutte le armi legali che hanno a disposizione, intraprendono quella che è una lotta di dignità. Una lotta dove, sostiene Giuseppe, i colpi bassi, bassissimi, nei suoi confronti non sono mancati.

Giuseppe con la sua barba ricorda un po’ il poliziotto Serpico del famoso film di Sidney Lumet. Ma Serpico è esistito veramente. Come esistono veramente le persone come Giuseppe Picone che vorrebbero “semplicemente” fare il proprio lavoro. E farlo in modo chiaro, trasparente, corretto, onesto. Che poi basterebbe dire.. in modo.. integro.

L’inizio fu il telefonino, racconta Giuseppe. Poi la sua contestazione aperta dei favoritismi nell’assegnazione dei compiti e delle funzioni in carcere. A quel punto, Giuseppe è diventato un corpo estraneo, un personaggio da “squalificare”. E qual’è da sempre il classico modo per squalificare qualcuno? Farlo passare per pazzo. Ed è emblematico vedere come le prime “azioni” verso Giuseppe sono state quelle di farlo sottoporre a visita medica in modo da fare rilevare delle “turbe psichiatriche”.

A Giuseppe ho voluto fare una intervista, che ora leggerete.

La storia sarebbe ancora più lunga e articolata di quella che leggerete, ma abbiamo preferito non fare una intervista troppo “chilometrica”. Potrà più in là essere pubblicata una “seconda parte”.

Giuseppe ha un blog, dove troverete tanti suoi post, i resoconti delle sue iniziative di lotta, foto (vai al link  http://gepico.blogspot.it/).

Vi lascio all’intervista a Giuseppe Picone, “poliziotto penitenziario” per 27 anni.. medaglia d’oro al merito di servizio.. “lottatore civile” tutt’altro che in pensione.

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-Giuseppe, Dove sei nato e quando?

Il 18-8-59 a Nicosia. Adesso ho 54 anni. Sono siciliano.

-Da quant’è che lavori nella polizia penitenziaria?

Ho cominciato a lavorare nella polizia penitenziaria.. ti dico la data del corso che ho fatto.. il nove gennaio del 1979.

-Come mai sei voluto entrare nella polizia penitenziaria?

Be voglio essere sincero. Dovevo fare il militare e ho deciso di fare un anno nella polizia penitenziaria. Dopo quell’anno ho deciso di rimanere per altri due anni. In quel frattempo avevo conosciuto la mia attuale moglie e ho deciso di continuare per avere un posto sicuro e mi piaceva onorare le leggi dello stato.

-Tu ti riconoscevi in quella figura, il poliziotto penitenziario…

Sì, sì, io mi riconosco sempre in quella figura. Nel poliziotto per le leggi dello Stato, per la tutela dei cittadini onesti.

-Tu in che carceri hai lavorato? All’inizio nel carcere di Trapani. Poi sono stato in missione a Torino, a Le Vallette, quando hanno aperto il nuovo carcere de Le Vallette dove vi erano solo i brigatisti come detenuti. Di là sono passato a Le Nuove, il vecchio carcere di Torino. Dopodiché sono stato ritrasferito a Trapani e da Trapani a Palermo, all’Ucciardone. All’Ucciardone sono stato un 4… 5 anni, dall’80 all’85, non ricordo bene. E poi in questo tempo mi sono sposato, ho richiesto di essere ritrasferito a Trapani e mi hanno ritrasferito a Trapani.

-Questa esperienza, fino a prima del momento di non ritorno che ci racconterai, che cosa ti ha dato, cosa ti ha trasmesso?

I miei anni di servizio totali sono 27. Fino a quel momento, l’esperienza mi ha dato la voglia di continuare, perché, secondo il mio punto di vista, rispettavo quelle che erano le leggi dello Stato e, nello stesso tempo, tutelavo il cittadino.

-Perché ricevesti la tua medaglia d’oro?

Arrivati a venti anni di servizio, ricevi la medaglia di bronzo se non hai commesso nessun errore. Arrivati a 25 anni, sempre se non hai commesso alcun errore, ricevi la medaglia d’oro.

-Che rapporto avevi con i detenuti?

Io ho sempre avuto rapporti con la precisione. La legge dice che devi stare chiuso; devi stare chiuso. La legge dice che devi uscire; devi uscire. I rapporti con il detenuto erano giornalmente sempre uguali. Il nostro lavoro era, tra l’altro, quello di fare capire al detenuto che può reinserirsi nella società e di non fare più certi errori.

-Tu mi accennasti anche a casi di detenuti che stavano male e hai chiamato l’ambulanza.

Sì, era il mio dovere. Il detenuto per me era una vita umana. Quando in un momento di disperazione cercava di togliersi la vita, io intervenivo immediatamente. Allo stesso modo, se il detenuto stava male, chiamavo l’ìnfermiere o il dottore. E se il dottore vedeva le condizioni gravi del detenuto, mi assumevo anche la responsabilità di portare il detenuto al più vicino ospedale. L’ho fatto di notte, l’ho fatto anche con detenuti a livello di alta sicurezza e 416 bis. E comunque ho salvato la vita a tanti, e di questo ne sono orgoglioso. Per me in quel momento si trattava di una vita umana. Era il mio dovere.

-Quando parli della “responsabilità di portare in ospedale”, vuol dire che portavi direttamente tu in ospedale il detenuto che stava male?

Sì.. se la notte mi trovavo nella funzione di capoposto, vuol dire che ero capo dei reparti, dove vi erano le guardie. E questo significa che io, eventualmente ero il responsabile per procedere al ricovero. Il medico dice “si deve ricoverare”. E allora io devo predisporre il ricovero e accompagnarlo direttamente in ospedale. E l’ho fatto più volte, sia da capoposto che da guardia normale. E il tutto sempre con la massima tranquillità. Figurati che il Comandante veniva avvisato e a volte veniva anche con noi. La figura della guardia penitenziaria non è solo una figura che si limita “chiudere il detenuto”. Ma è anche una figura che tutela il detenuto. Nel momento in cui si tratta di salvare la vita di un detenuto, il poliziotto penitenziario, in alcune circostanze, mette a rischio anche la sua incolumità. A volte la figura dell’agente penitenziario è dipinta come se si trattasse di un carnefice, cosa che non .

-E i casi di pestaggio?

Il pestaggio io non l’accetto. Comunque a volte c’è la colluttazione, che è una cosa diversa. Nel caso di colluttazione, se un detenuto va in escandescenze, deve essere bloccato,perché si tratta sempre di un rischio per la sua vita. Il pestaggio è tutta un’altra cosa. Il pestaggio è un abuso che tu fai nei confronti del detenuto, e quello per me va denunciato.

-Si dice sempre che il lavoro del poliziotto penitenziario è “come stare in galera”, cioè che è durissimo. Concordi?

Certo.. è durissimo. Ma non te ne accorgi. I primi due anni ti trovi chiuso. Poi man mano sai che è il tuo lavoro, che ti dà da mangiare, e non ci fai caso. Ora si fanno sei ore di servizio, ma quando mi sono arruolato io ne facevo 8, 12, 15.. C’erano giorni che proprio non ci facevano uscire. C’era sempre qualcosa che prolungava la tua permanenza in carcere, ad esempio una perquisizione straordinaria. Praticamente la giornata la vivevi là dentro. Eri pagato per niente e passavi un giorno intero dentro il carcere. Facendolo tutti gli anni,hai scontato.. tra virgolette.. una pena.

-Quand’è che è emersa quella vicenda gravissima che ti ha portato al giorno d’oggi, a queste battaglie che stai conducendo?

Nel 2004. Io ti posso dire che per 25 anni della mia vita ho lavorato con tranquillità, rispettato sempre le regole, e ho avuto tanta stima da parte dei miei superiori. Tant’è vero che sono stato anche premiato. Fino al 2004 su di me non risulta praticamente nessuna contestazione. Ero già diventato un assistente capo per la mia anzianità. Ero pulito.. era pulito.

-In che periodo del 2004 accadde quella vicenda?

Nel mese di giugno.

-Racconta.

Ti devo fare una premessa. Per tanti anni avevo prestato servizio nelle varie portinerie, specie alla prima porta. Per cui il sistema di quei luoghi lo conoscevo alla perfezione. -Tutte le normative attinenti a quello che può entrare o non può entrare.. Sì, sì.. tutto quello che può entrare o no.. tutto quello che devi fare depositare alle persone, prima che entrino dalla prima porta.. telefonini, armi,.. nemmeno le armi bianche potevano entrare dentro. -Per armi bianche cosa intendi? Coltelli ad esempio..

-Ok.. ritorniamo alle armi “normali”..

Ci sono certi avvocati che hanno una pistola, per la propria tutela. Automaticamente devono lasciarla in una cassetta di sicurezza che sta alla prima porta. La polizia, raggiunta la prima porta, deve lasciare tutte le armi per entrare all’interno del carcere. Praticamente nessuno può entrare con le armi e con i telefonini in carcere.

-E la polizia penitenziaria può?

No, no… nessuno. Neanche la polizia penitenziaria. Alla prima porta, ci sono i cassetti di sicurezza.. dove noi, tutte le mattine, prima di entrare, lasciavamo la pistola nel nostro cassetto privato di sicurezza, e poi entravamo nella prima porta.

-Ma in casi estremi, la polizia non deve essere armata all’interno del carcere?

 No, no.. assolutamente. All’interno dell’istituto, e nei reparti detentivi, negli uffici, ecc.. nessuno può portare un’arma..la polizia che porta i detenuti, gli arrestati, prima di entrare lasciano telefonino, armi, mitra, ecc. Ci sono i cassetti di sicurezza, appunto per questo. In ogni carcere.

-Ma un caso estremo.. di rivolta.. come si affronta senz’armi?

In questi casi si affronta lo stesso, non c’è bisogno di armi. E’ la stessa cosa che si fa per garantire l’ordine pubblico. Praticamente per l’ordine pubblico non c’è bisogno di armi. Si usano gli scudi, i manganelli.. In carcere è sostanzialmente la stessa cosa. In ogni istituto vi è un’armeria dove ci sono scudi, manganelli.. ci sono anche i mitra. Ma i mitra.. in una rivolta carceraria.. non vengono usati. Viene rinforzato il muro di cinta dove ci sono dei colleghi con le armi; quei colleghi vengono “rinforzati” con altra polizia penitenziaria con le armi. Se il detenuto si trovasse con una pistola e sparasse nei confronti della guardia, solo in quel caso rispondono al fuoco. Ma di questi casi ne saranno successi uno o due, nel periodo in cui ho lavorato io nelle carceri. Una volta è successo, mi ricordo, a Napoli, che avevano le armi i detenuti.. e allora c’è stato qualche conflitto. E allora in quel caso interviene anche la polizia con le armi e la fanno entrare. Ma solo in quel caso. E deve esserci un’autorizzazione in merito. Ma sono casi eccezionali. Normalmente si usano solo manganelli e scudi.

-Quindi solo in casi estremi di gente armata si fa entrare la polizia armata dall’esterno..

Sì.. ma è una esperienza che io non ho mai fatto. Ho fatto l’esperienza che in qualche cella dove si siano barricati. Siamo intervenuti con i manganelli e abbiamo cercato di sistemare la faccenda nel migliore dei modi possibili. Ma entrare col manganello non significa inevitabilmente picchiare il detenuto. Se ce ne fosse bisogno, hai un’arma per difenderti. Perché un detenuto può avere nella mani anche un pezzo di lametta, e cercare di aggredirti. Allora in quel caso ti difendi, tutto lì. Quello che ti ho detto io riguardo le armi, di polizia armata che è entrata in carcere, negli anni ’80 sentii dire che accadde a Napoli, dove i detenuti.. non si sa come.. riuscirono a ricevere delle armi.. a piccoli pezzi.. che poi ricomposero.. erano i tempi delle guerre di camorra.

-Adesso andiamo all’evento che ha inciso così tanto sulla tua vita..

Era giugno 2004… lavoravo nel carcere di Trapani. In quel periodo non facevo più servizio nelle portinerie. Ma facevo servizio nel magazzino agenti. Praticamente distribuivo il vestiario ai miei colleghi. Senonché visto che vi era poco personale, mi chiesero se potevo fare dei turni di servizio nelle portinerie. Per me non c’erano problemi al riguardo. E così mi hanno messo di servizio alla seconda porta. Praticamente, mentre svolgevo il mio lavoro, una mattina mi viene un geometra civile che lavorava all’interno dell’istituto, in un reparto detentivo; e mi ha chiesto di entrare dalla seconda porta. Il personale di questa ditta, compreso il geometra, veniva radunato ogni giorno nel piazzale, che si trova tra la prima portineria e la seconda. Alle sette di mattina si dovevano trovare tutti là per essere accompagnati, da un mio collega, nel reparto dove si svolgevano i lavori. Tutti gli operai della ditta, compreso il geometra, solo che il geometra veniva successivamente. Tutti questi lavoratori erano accompagnati dalla parte esterna. In questo piazzale ci sono due grandissimi cancelli e c’è un percorso dalla parte esterna delle sezioni detentive.. Per andare nella sezione dove stavano facendo i lavori dovevano andare in questo percorso esterno, e non passare attraverso la seconda porta, in modo da non entrare in contatto con i detenuti. Quel giorno io mi trovavo alla seconda porta. Il geometra veniva in carcere verso le ore 8:30 e mi disse che doveva andare nel reparto dei lavori. Allora dissi a un mio collega “senti collega, accompagna il geometra dalla parte esterna al reparto dei lavori”. La prima volta il geometra non disse niente e se ne andò dalla parte esterna. La giornata successiva – mi trovavo sempre alla seconda porta- allo stesso orario viene questo geometra. E mi chiese di potere entrare per andare nella parte dove si svolgevano i lavori. Io chiamai un collega e gli dico “collega accompagni il geometra dalla parte in cui si fanno i lavori”. E il geometra dice “guardi che io posso entrare dalla seconda porta, è solo lei che non mi fa entrare”. Io gli dissi “senta, mi faccia fare la guardia, lei faccia il geometra. Di qua lei non può passare perché non ha nessuna autorizzazione”. Entrando dalla seconda porta, infatti, poteva venire a contatto con detenuti che andavano nella sala colloqui, che andavano nella sala per parlare con gli avvocati, che andavano in matricola. Io senza non ho una autorizzazione specifica non potevo farlo entrare da quella porta, Ma lui sosteneva che ero solo io che non lo facevo entrare. Per questo mi disse che voleva parlare con il Comandante. Perché ad ogni posto di servizio vi è un capoposto, prima che facessi presente al comandante questa situazione, ho chiamato il sorvegliante di quella giornata che è il capoposto che viene prima del comandante. Al sorvegliante spiegai la situazione che si era creata, e gli dissi che il geometra diceva che ero solo io che non lo facevo entrare. Il sorvegliante spiegò al geometra che io stavo effettuando il mio lavoro come ordine di servizio, e che, non essendo autorizzato doveva essere accompagnato -come i muratori- dalla parte esterna. E così avvenne anche quella volta. Poiché si era creata questa situazione, io dissi al sorvegliante “parliamone con il comandante, visto che lui afferma che sono solo io”. E in effetti ero solo io, perché.. ad ogni posto di servizio c’è un registro, in cui è scritto chi entra. E nel registro di quel posto di servizio era scritto che quel geometra a volte entrava dalla seconda porta, ma questo era assolutamente sbagliato Andammo dal Comandante, ed io ed il sorvegliante gli abbiamo spiegato la situazione. Io gli dissi “guardi che questo afferma che sono solo io che non lo faccio passare dalla seconda porta. Ma lei sa benissimo, che non vi è un ordine di servizio per il quale questo geometra possa passare di là. Ma il Comandante mi disse “va beh, non ti preoccupare, tanto altre volte è entrato, non fa niente”. E io gli risposi “non è così.. perché se quel geometra, in quel momento che entra c’è un detenuto che viene accompagnato ai colloqui e se quel detenuto, casualmente, va in escandescenze, prende il geometra e incomincia.. o lo scambia per qualche altra persona.. e lo sbatte contro il muro.. tutto questo poi si ripercuote su quell’agente che lo aveva fatto passare senza autorizzazione scritta”. Senonché il Comandante mi ribatté “ma non ti preoccupare, altre volte è entrato, e non ci fa niente”. E io “guardi che se non lo mette per iscritto, se altre volte me lo trovo davanti alla portineria, io non lo faccio passare”. E lui “faccia il suo posto di servizio. Che sostanzialmente voleva dire che se io mi trovavo là e non lo facevo passare, a lui non fregava niente. Non mi ha dato una affermazione da Comandante, del tipo “beh lo mettiamo per iscritto e così evitiamo questa situazione”.. E io “va benissimo, non ci sono problemi”. Una volta uscito dall’ufficio del Comandante, essendo in quel momento libero dal servizio, me ne sono andato alla prima porta. In portineria vi sono le autorizzazioni di tutte le persone che entrano in istituto, per una qualsiasi cosa, per lavori di elettricità, ecc. E ho chiesto al mio collega di farmi avere l’autorizzazione che avrebbe avuto questo geometra. E’ lì che sono cominciati i veri e propri problemi. Perché su quell’autorizzazione leggevo che il lo autorizzava ad entrare per andare nell’area dei lavori, anche era anche autorizzato a portare con sé un computer portatile ed un telefonino. Mi sono allarmato immediatamente. Era un’autorizzazione da far rabbrividire, perché in tutte le carceri d’Italia, alla prima portineria vanno depositati tutti i telefonini.

-Spiega bene la questione dei telefonini.

L’unico soggetto che può entrare, col telefonino, all’interno di un istituto penitenziario è il magistrato, per ragioni d’ufficio. Oltre lui, nessun altro può entrare col telefonino. Né le forze dell’ordine, né il capo del dipartimento. Neanche il politico che viene in visita. Idem per la sua scorta del telefonino, che deve lasciare anche le armi. L’ordine di servizio è a livello nazionale. E’ un ordine che si applica in tutte le carceri d’Italia. L’unica eccezione, come ti dicevo, è il magistrato per ragioni d’ufficio. Il magistrato di turno deve essere reperibile 24 ore su 24.. ecco la motivazione per la quale deve portare il telefonino. Praticamente se deve venire a fare un interrogatorio al carcere, e stare due, tre, quattro ore.. essendo anche il magistrato di turno, deve avere un telefonino per potere essere rintracciato dalla polizia in qualsiasi momento. Ad esempio.. se nel frattempo hanno fatto un arresto, se ci sono dei morti.

-Quindi tu vedi questa cosa e ti viene un colpo..

Rabbrividii. Io avevo passato più di cinque anni in quella portineria. Al mio collega dissi “ma che state facendo qui?”. “Ma è autorizzato”. “Autorizzato di che cosa?”. Immediatamente andai dal Comandante, e ci fu questo dialogo:

“ma come fa il Direttore ad autorizzare il geometra ad entrare col telefonino all’interno dell’istituto?”.

“Ma lei vuole fare il Comandante”.

“Io non voglio fare il Comandante, io so solo che fare entrare il telefonino all’interno dell’istituto, sono arresti, come sono avvenuti a Palermo, come sono avvenuti in altre carceri”.

“Lei non si deve preoccupare, lei si deve fare il suo posto di servizio”.

“Va benissimo, io mi farò il mio posto di servizio, ma spero questa persona di non incontrarla mai”.

Me ne sono andato e per quella giornata era finita lì. Pensavo che non mi avrebbero più messo in quei luoghi. Disgraziatamente mi sono ritrovato di nuovo nella seconda porta, perché mancava del personale per malattia. Tu non ci crederai, ma quando mi chiamarono per dirmi che sarei stato di servizio alla seconda porta, mi sarei buttato anche io malato, perché sapevo cosa poteva comportare andare in quel luogo. Ma, siccome amavo il mio lavoro, ci sono andato. Ogni mattina alle 6:30 c’è il cambio del personale. Praticamente subentra il personale che fa dalle 6:30 alle 12:30. Alle 6:30 non vi è il Comandante, ma vi è il Sorvegliante generale, che in quel momento fino alle 8:30 fa da Comandante dell’istituto. Alle 6:30 chiamai il Sorvegliante e gli spiegai che cosa stava succedendo nell’istituto. Gli dissi di come io non avessi nessuna autorizzazione a fare passare quel geometra dalla seconda parte, e di come alla prima porta risultasse un’autorizzazione assurda, e che ne avevo parlato anche col Comandante. Il Sorvegliante mi disse “senti Picone, quando lui viene qui alla seconda porta, tu non lo devi fare entrare, lo devi fare accompagnare dalla parte esterna. Dato che non lo perquisisci visto che lui passa dalla parte esterna, non è tua la responsabilità”. Il Sorvegliante voleva dirmi che, una volta che mandavo il geometra dalla parte esterna, veniva meno per me l’obbligo di perquisirlo, come avrei dovuto fare se fosse passato dalla seconda porta; e non perquisendolo non avrei rilevato telefonino e portatile, e così non avrei avuto responsabilità. Ma io gli dissi “Sì, ma io le ricordo che questa persona ha un telefonino, a quale titolo? Un geometra non fa dei lavori digitando una tastiera e, indipendentemente, noi abbiamo il divieto assoluto di fare entrare telefonini, escluso il caso del magistrato”. “Tu fai così, che poi ne parlo con il Comandante”, mi rispose. E così ho fatto. All’otto e mezza, puntuale, si presentò il geometra, alla seconda porta. Dissi a un mio collega di accompagnarlo all’esterno dalla parte dei lavori. “ Il geometra si rifiutò e chiese di parlare con il Comandante. In quel momento era presente il Sovrintendente che mi disse “Picone fallo passare, che lo accompagno io”. Io mi avvicinai al Sovrintendente e, in modo riservato, gli dico che avevo già parlato col Sorvegliante e che gli avevo detto di questa situazione e che lui doveva essere accompagnato dalla parte esterna. Il Sovrintendete non contento, telefona a quel Sorvegliante che mi aveva dato l’ordine, che in quel momento si trovava dalla parte femminile per una perquisizione giornaliera. Il Sorvegliante confermò l’ordine che mi aveva dato e gli disse, se voleva accompagnarlo, di accompagnarlo dalla parte esterna. Il Sovrintendente, non contento, andò dal Comandante; in quel giorno vi era un altro Comandante di turno. Proprio in quel frangente alla seconda portineria entra il Direttore e il geometra gli disse subito “la guardia non mi vuole fare entrare dalla seconda porta”. Il Direttore mi fece cenno di farlo passare. Io mi sono rifiutato dicendo “io non lo faccio passare”. Il Direttore a quel punto salì alla sala convegni, che è un bar che vi è in quell’istituto, dove vanno gli agenti. Dopo due minuti uscì il Comandante e mi ordinò di fare passare il geometra dalla seconda porta. In un primo momento mi sono rifiutato “mi dica come faccio a perquisire .. visto che qui ho un ordine di servizio ben preciso.. mi dica come faccio a perquisire che il geometra c’ha il computer e un telefonino portatile”. Ma perché lui me lo ha ordinato “Io le ordino di far passare il geometra, l’accompagna il Sovrintendente che si era preposto, è un ordine che le sto dando”. “Va bene, io non lo perquisisco, perché non ha senso”. Sono stato costretto a fare entrare questa persona dalla seconda porta. Il Comandante, dandomi questo ordine, doveva metterlo per iscritto. E così è stato fatto. Io finii il servizio all’una meno un quarto. Dopo che me ne ero andato, nella stessa giornata, hanno emesso l’autorizzazione che consentiva al geometra poteva entrare dalla seconda porta, portando con sé un telefonino e il computer portatile.

-Un autorizzazione illegale, se ho ben capito..

Esatto. L’autorizzazione che vietava l’ingresso di telefonini in carcere, tranne nel caso del magistrato era stabilita da un ordine di servizio a livello nazionale. E un ordine di servizio che è a livello nazionale, nessuno può cambiarlo a livello locale. Lo può cambiare solo quell’organo, a livello centrale, che lo ha emesso. L’autorizzazione scritta che venne fatta nel carcere di Trapani non era regolare. Quel tipo di ordine di servizio, a livello nazionale, può essere modificato solo dall’ufficio che lo ha emesso. Non si può scrivere “autorizzo il geometra a fare entrare il telefonino”. Si può scrivere “a parziale modifica dell’ordine tot..”. Ma è qualcosa che può fare il Ministero che ha emesso quell’ordine di servizio, non il Direttore. Praticamente il Direttore avrebbe dovuto chiedere, a quell’ufficio centrale, l’autorizzazione a fare entrare quel soggetto, spiegando il perché; e l’ufficio superiore doveva dare autorizzazione in merito. A quel punto, immaginando ci fosse stata l’autorizzazione, il Direttore avrebbe dovuta leggerla per tre giorni consecutivi, ogni mattina, al personale, per renderlo edotto di quello che stava succedendo, in modo anche da rassicurarlo circa il fatto che il tutto veniva stabilito dall’organo superiore. Tutti questi passaggi il Direttore non li ha fatti. Il Direttore e il Comandante hanno fatto una semplice autorizzazione -che io ho messo sul web tantissime volte- tramite la quale autorizzano a fare entrare quella persona. Da lì sono incominciati i miei problemi. Quando ho visto quell’autorizzazione dissi “con questa voi potete solo andare in bagno. Perché questa non è un’autorizzazione a livello ministeriale”. Io sono una persona diretta. Quando devo dire una cosa, la dico tranquillo e sereno, senza problemi. Sono intervenuto tante volte nelle assemblee. Quando dovevo dire una verità io la dicevo e basta. Perché amavo il mio lavoro, a amavo farlo nella precisione, nelle regole. Ero fiero di portarlo avanti, come avevo iniziato nel ’79. Non è colpa mia essere diretti. A quel punto cominciarono gli abusi su di me. C’è un altro momento emblematico. Io tra le altre cose ero un dirigente sindacale locale della CGIL. E in una contrattazione con l’amministrazione, mi permisi, in quella giornata in cui si parlava dei “posti di servizio”, ad accennare che vi erano “figli e figliastri”. Per via di queste parole successe di tutto. -Questa riunione coinvolgeva tutti, Direttore compreso? Certo, nelle riunioni sono compresi.. il Direttore, come parte pubblica, il Comandante come responsabile dei reparti del carcere, e i vari dirigenti sindacali che sarebbero colleghi miei, della cigl, cisl, uil, ecc.

-Perché in quell’incontro parlasti di figli e figliastri?

In quell’incontro si parlava della rotazione dei posti di servizio. Secondo il principio della rotazione dei posti di servizio, tutto il personale deve, di volta in volta, cambiare da un reparto all’altro reparto. La persona che lavorava di un ufficio poter passare ad un altro ufficio. Chi aveva fatto anni di reparto, poter andare anche in ufficio. E invece c’erano persone che da dieci anni erano in un ufficio e continuavano a rimanerci. Anche perché, tra l’altro, era successa una cosa del genere. Quando lavoravo in portineria, ci fu ad un certo punto la possibilità di fare un interpello per l’ufficio servizi. Decisi di partecipare a questo interpello. E vinsi. Siccome però in portineria vi erano dei lavori e io ero uno dei maggiori esperti di quella portineria, il Direttore e il Comandante mi dissero “senti, quando finiscono quei lavori, tu sei vincitore dell’interpello, ti passiamo all’ufficio servizi”. Accettai. Questi lavori durarono un paio di anni. Resi quella portineria di una trasparenza assoluta. Avevo pure un computer dove mettevo tutte le autorizzazioni. Non mi sfuggiva niente. Anche i miei colleghi si sentivano tranquilli e sereni che avevamo quel luogo di servizio alla portata di mano e con la tranquillità di potere svolgere un servizio. Inoltre mi veniva facile lavorare in portineria perché conoscevo tutti quelli che entravano, conoscevo i civili, conoscevo la maggior parte degli avvocati. Solo che quando sono fui tolto dalla prima portineria, chiesi di essere messo nell’ufficio servizi dove avevo vinto l’interpello. Ma questo non avvenne mai. Io avevo vinto l’interpello nel 2000, fui congedato nel 2006, ma in quell’ufficio non vi sono stato mai. La cosa vergognosa è che in quell’ufficio, fino a quando mi sono congedato, vi erano quattro miei colleghi, e nessuno dei quattro risultava vincitore di interpello. Comunque, quel giorno, nell’assemblea sindacale, parlai in generale e dissi “guardate che questa cosa ora deve finire, perché non stanno né in cielo né in terra. Se si parla di rotazione di servizio dev’essere tale. Qui ci sono figli e figliastri”. Quando ho detto queste cose, il primo ad abbandonare la riunione è stato il Comandante. Un collega mi disse “Giuseppe, vieni che andiamo a prendere un caffè”, mentre io e quel mio collega eravamo andati a prendere il caffè, il Direttore buttò le carte per aria e a un mio collega, della stessa mia sigla sindacale, che era segretario disse ‘la colpa è sua perché ha portato qui un pazzo incapace di intendere e di volere’. Le cose che ti dico sono tutte cose che posso documentare. Io tutto quello che dico lo posso documentare. La mia forza sta nella documentazione. Senza questo sarei nessuno. Tornando al Direttore, fossero state le sue soltanto parole dette sul momento, si sarebbe potuto capire. Ma la storia non finì là. L’indomani ero tranquillamente al mio posto di servizio dove stavo lavorando e venni chiamato in segreteria dove scoprii che, con verbale scritto con numero di protocollo, il Direttore mi inviava a visita medica dentro l’istituto, per via di “comportamenti anomali” alla riunione sindacale del giorno precedente. Il nove avevo fatto la riunione sindacale, il dieci mi inviava a visita medica. Un atto del genere era contro la Costituzione. Era contro la legge. Era contro i nostri regolamenti. Era un abuso d’ufficio. Ma io all’epoca non sapevo queste cose. E non sapevo che il Direttore non poteva impormi un atto di quel tipo. In quel momento andai dal medico del lavoro della polizia penitenziaria e gli dissi “Dottore, mi può visitare?”. Il medico gentilmente mi visitò e dopo la visita mi disse “lei è idoneo, e può fare il suo lavoro”. Ma al ritorno trovai un mio superiore che mi aspettava e che mi disse “Picone ha passato la visita?”. “Sì, sono tornato adesso dal medico del lavoro. E lì dentro e può chiedere come sono andate le cose”. E il medico dice che era tutto a posto, che stavo bene e che sono sereno”. Ma il superiore mi disse di andare con lui perché “io ho ordini tassativi di portarti dal medico del carcere”, che tra l’altro era il sanitario dei detenuti. Io gli dicevo “ma che cambia? Medico generico era quello, medico generico è questo”. “Piccone se vuoi te lo metto per iscritto. Io ho ordine tassativi di accompagnarti da quel medico”. Io andai e secondo quest’altro medico c’erano dei problemi e mi mandò all’ospedale militare. Due visite mediche, due esiti diversi. Ma indipendentemente da questo io non dovevo fare né la prima né la seconda visita medica; sia perché ero tranquillo e sereno; sia perché quell’atto di imporre una visita medica, era un atto del tutto illegale. Comunque, dopo che quest’altro medico mi aveva fatto il certificato, mi ritrovai in portineria due ispettori e due miei colleghi per il ritiro dell’arma. Praticamente tutto il carcere sapeva che mi avevano inviato all’ospedale militare per la riunione del giorno precedente. Andai ospedale militare dove mi fecero fare 500 test, visite psicologiche e psichiatriche. Dopo 30 giorni, mi dichiararono idoneo al servizio. Avevo giusto lievi note d’ansia. Ma queste lievi note d’ansia le avevo da tempo e non è che incidevano più di tanto. Tutti possiamo avere lievi note d’ansia. Io talvolta mi ero sentito male –sbandamenti, senso di vomito- e mi era stato detto che si trattava di stress da lavoro. Comunque, tornando all’ospedale militare, l’esito degli esami era che potevo regolarmente lavorare. Quando rientrai in istituto, non mi ritrovai più nel mio posto di servizio, il magazzino agenti. Chiesi la motivazione al Comandante e il Comandante mi disse che dovevo attenermi agli ordini di servizio. Fui spostato in varie mansioni. Vedevo che spesso mi sminuivano l’anzianità. Mettevano una persona meno anziana di me come capoposto e io che ero più anziano come subalterno.

-Queste cose sono avvenute dopo la vicenda del telefonino?

Dopo. Ma prima di tutti questi eventi… riunione sindacale, visite mediche.. subito dopo la vicenda del telefonino, avevo voglia di cambiare aria, anche perché nessun mio collega mi venne incontro per questa vicenda del telefonino. Siccome era periodo d’estate, c’era l’interpello per il lido balneare, che significava che un’unità doveva andare presso un lido marittimo che era un lido riservato ai colleghi e alle famiglie. Siccome non c’ero mai andato in 25 anni, feci domanda, vinsi e così per un po’ uscii dall’istituto. Ero deluso dal fatto che nessuno dei miei colleghi mi aveva sostenuto e dato ragione; che mi disse “Picone sta facendo una cosa giusta, per tutti”. E sai perché hanno agito in questo modo? Perché se ci fosse stato un controllo a livello ministeriale, tutte quelle persone che avevano fatto entrare il geometra, avrebbero avuto contestata un’infrazione disciplinare, e quindi praticamente metà carcere sarebbe andato ad infrazione disciplinare. Sia quelli che lo facevano entrare dalla prima porta, sia quelli che lo facevano entrare dalla seconda porta. E perciò il silenzio per loro era la cosa migliore.

-Quindi prima è successa la vicenda del telefonino, poi tu hai fatto l’interpello per il lido balneare.

Sì.. ci sono stato per tutto il periodo estivo.. e sono rientrato alla fine del settembre del 2004.

-Sei tornato e sei incappato in quest’altra vicenda su figli e figliastri..

Immediatamente..

-Quindi potremmo dire che i “gestori” del carcere ce l’avevano con te per due motivi.. per il telefonino e per i “figli e figliastri”..

Sostanzialmente sì.. possiamo dire che la vicenda avvenuta nel corso della riunione sindacale è stata l’inizio di un complotto per farmi totalmente fuori. Dopo i trenta giorni trascorsi nell’ospedale militare, non mi ritrovai più nel mio luogo di servizio come ti dicevo, fui spostato in vari posti e mi veniva sminuita l’anzianità. Praticamente loro “mi toccavano”… nel senso che volevano farmi esplodere. Ma io non sono esploso. Vedendo però che mi sminuivano l’anzianità, andai da un mio collega –all’ufficio servizi- che tra l’altro era uno che non aveva vinto l’interpello per quel luogo- e gli dissi “senti , per favore tu mi devi mettere una persona più graduata di me come capoposto e allora io non dico niente. Ma se tu mi devi mettere una persona con cinque anni meno di me e io devo fare il suo subalterno, non mi va più bene; perché, in tutti gli ambiti delle forze dell’ordine, il più anziano fa il capoposto. Oppure il graduato fa il capoposto. Ma se vi sono due persone di grado uguale, il più anziano fa di capoposto”. Pensa che questo giochetto me lo fecero anche il primo gennaio. Comunque dopo che dissi al collega di non fare più queste cose; lui immediatamente fece una relazione di servizio al Comandante, scrivendo che io lo volevo aggredire. Anche stavolta non è vero niente. Ho una dichiarazione di un mio collega -che in quel momento si trovava all’ufficio servizi- il quale attesta che io ho solo parlato con il mio collega. Invece, il Comandante, il Direttore, in base alla relazione di questo collega, mi danno immediatamente una censura. E questo è contrario al decreto di legge che tratta situazioni di questo genere. Il giorno successivo, infatti, il Comandante mi chiamò e mi contestò l’infrazione. Ma non me la poteva contestare. Il decreto dice infatti che “un superiore può contestare l’infrazione al momento in cui è stata commessa”. In pratica, se io ho fatto l’errore, tu che sei un mio superiore, me lo contesti in un rapporto disciplinare. In parità di grado però, poiché non si trattava di un mio superiore ma un collega, il Comandante mi avrebbe dovuto chiamare e mi avrebbe dovuto chiedere relazione di servizio per chiedermi come, secondo me, fossero andati i fatti; dopodiché avrebbero potuto decidere di confermarmi o meno il rapporto disciplinare. Invece quello che avevano fatto era un’altra illegalità. Io dissi al Comandante: ”scusi ma perché mi sta contestando questo rapporto?”. Lui “lei ha avuto comportamenti anomali con il collega dell’ufficio servizi”. Questa parola “comportamenti anomali”a me mi ha subito colpito dentro; perché anche quando, dopo la riunione sindacale, ero stato inviato ad espletare la visita medica, mi aveva detto che avevo avuto “comportamenti anomali” nella riunione sindacale. Ora avevo “comportamenti anomali” con il mio collega dell’ufficio servizi. In quel momento ero all’ufficio del Comandante, l’ufficio servizi si trova davanti all’ufficio del Comandante. Sono uscito dall’ufficio del Comandante e sono andato nell’ufficio servizi, e ho detto al collega che mi aveva fatto la contestazione: “collega vuoi spiegare al Comandante quali comportamenti anomali ho avuto con te?”. Il Comandante, che mi aveva seguito fin là, disse “poi glielo spiega nel rapporto che gli ho contestato”. E mi invitò ad uscire fuori, cosa che feci. Uscii nel corridoio dove c’era tutto il personale che stava cambiando ordine di servizio; erano le 12:30; me ne stavo andando verso la seconda porta, ma prima mi girai verso il Comandante e gli dissi “ma perché mi volete rovinare?”. Il Comandante davanti a tutto il personale chiamò l’ufficiale di sorveglianza e disse “chiama il dottore e lo fai visitare”. In quel momento mi sentii perso.. Dentro di me dicevo “di nuovo?”. Ho visto che c’era l’ufficio ancora aperto e mi sono detto.. “quanto meno sta relazione la strappo che mi sta rovinando la vita”. Ma anche lì era pieno di colleghi miei. Ho alzato le mani e ho detto “non faccio più niente”. E me ne sono salito alla caserma. Lì dopo un dieci minuti vengono due ispettori e il medico, lo stesso medico che mi aveva inviato trenta giorni prima all’ospedale militare. E così ci fu quest’altra visita, in presenza di due ispettori e di un mio collega che mi stava vicino e che mi aveva detto “se non escono gli ispettori non esco nemmeno io per tutela tua”. Sai come è avvenuta la visita? Misurazione della pressione. Poi mi ha detto “Come va?”. “Bene”. “Cosa è successo?”. “Niente”. Dopodiché gli ho chiesto “posso andare al mio posto di servizio?”. “No deve andare all’ospedale militare”. Mi sono alzato davanti al collega e agli ispettori.. C’era lì vicino una stanza dove noi ci cambiamo. Entrai Essendo dentro e la chiusi con la mia chiave. I miei colleghi che erano tutti là e stavano vedendo queste belle scene, si sono preoccupati e hanno rotto la serratura. Non ci crederai, ma in quella stanza sono stato sei ore. Alcuni colleghi non se ne andarono nemmeno a casa, per rimanere con me. In quella stanza non si vide né il Direttore, né il Comandante,e nemmeno quel medico che mi aveva visitato. Se un medico che sia un medico vero, segnala –come tra un po’ vedrai- che un medico è di notevole ansietà, e segnala nel certificato –come tra un po’ vedrai- che mi ero barricato; il medico cosa avrebbe dovuto fare nel momento in cui mi ero messo in quella stanza per sei ore? Mi doveva cercare di tutelare visto che, secondo lui, avevo queste problematiche psichiche? E invece il medico per tutto il giorno non si fa vedere. Comunque, poco dopo mi venne ritirata l’arma e la sera stessa mi comunicarono che devo andare all’ospedale militare. L’indomani andai all’ospedale militare con una busta chiusa. Non sapevo assolutamente niente di quello che c’era scritto al suo interno. Consegnai la busta chiusa al maresciallo che era lì. Appena aprì la busta, chiamò immediatamente due militari che fecew affiancare a me. Io gli dissi “ma che sta succedendo? Perché mi ha messo questi militari vicino?”. “Signor Picone, dopo quello che lei ha fatto”. “Cosa, cosa.. cosa avrei fatto io?”. “Signor Picone, qua è scritto che lei si è barricato in una stanza urlando”. “Guardi che io non mi sono barricato, io mi sono chiuso con la mia chiave.” Ma le mie parole servirono a poco. Quello che era scritto in quella busta mi portò a perdere il mio onestissimo lavoro. Lo psichiatra che mi aveva fatto idoneo la prima volta, questa volta, dopo che si vide quel certificato, mi disse chiaramente “Signor Picone, io adesso non posso più farla idoneo. Perché se succede qualche cosa, qua c’è scritto che lei si è barricato”. “Dottore io non mi sono barricato”. Da quel momento cominciarono a darmi giorni di aspettativa.. convalescenza, convalescenza, convalescenza. E tutto questo mi portò al congedo, nel 2006. E questi due anni, dal 2004 al 2006 non sono stati mica anni di “cure”. Sono stati anni di processi. In questi due anni mica sono stato a curarmi. Ho fatto solo processi. In che mese avvenne il congedo? Praticamente il mio comandante mi denuncia. Il congedo avvenne a maggio 2006. Ma fin dal 2004 iniziò anche il mio calvario legale..

-Racconta…

In primo luogo ti dico che il Comandante, quando mi fece “visitare” una seconda volta, fece una relazione di servizio dicendo che io lo volevo aggredire e la mandò all’autorità giudiziaria.

-Sembrerebbe la strategia di chi agisce per primo, per “squalificare” eventuali denunce che potessero arrivare contro di lui.

Esatto… A quel punto l’autorità giudiziaria mi chiamò e mi interrogò. Cominciò il contenzioso legale. Praticamente io ero all’ospedale militare, in aspettativa perché mi dovevo “curare” ma per l’autorità giudiziaria dovevo partecipare al processo. Nel frattempo, visto che loro mi avevano denunciato, denunciai a mia volta tutto quello che mi era successo alla procura di Trapani, sperando che quella procura mi avrebbe aiutato. Ahimé mi sono trovato davanti a tutto quello che non è legge dello stato. In un luogo di giustizia dovrebbe esserci onestà, legalità e giustizia. Io non ho trovato nessuna traccia di questi valori. Anzi no, inizialmente avevo trovato qualcuno che voleva realmente che emergesse la verità dei fatti. Un PM onesto e scrupoloso. Ma, a un certo punto, gli venne tolta l’inchiesta. Comunque, io feci questo processo per due anni. In quest’arco temporale cercai di documentare tutto il possibile al giudice. Ma la mancanza di fiducia, collaborazione e lealtà era anche nel mio avvocato. Figurati che mi diceva sempre “eh, sicuramente lei sarà punito.. eh sicuramente lei sarà punito”. E queste cose me le diceva anche davanti a mia moglie. Ma la cosa gravissima è che quando io gli dissi “mi presenti questo materiale al giudice, in modo da dimostrargli che sono una persona corretta”, lui si rifiutò di presentare quelle cose. A quel punto mi insospettii davvero. E non è finita.. La mattina dell’udienza ho presentato io personalmente al giudice il materiale che serviva a contestare tutto che mi avevano fatto i miei superiori. L’avvocato siccome era costretto a firmare il tutto, perché era il mio legale in quel procedimento, dovette firmare l’atto dove erano presenti le mie contestazioni, ma, nell’udienza, immediatamente, chiese al giudice che voleva lasciare il suo mandato, per “incompatibilità col suo cliente”. Naturalmente questo rese i sospetti ancora più forti. Mi dicevo “qua c’è una anomali, ci sarà qualcosa che a questo avvocato fa paura. E dalla mia analisi del fascicolo –è facoltà dell’imputato infatti visionare gli atti- compresi alcune delle anomalie che erano presenti in quel procedimento. E anche qui, nel mio tentativo di chiedere risposte su quello che avevo riscontrato negli atti, accaddero cose vergognose.. ma non voglio raccontare troppi fatti.. perché se no, tante me ne hanno combinate, non finirei più. Ti dico però che dopo quattro anni di processo sono stato assolto. Mentre il processo che avevo intentato io fu insabbiato. Come ti dicevo prima, a quel Procuratore serio che da un anno e mezzo svolgeva le indagini, fu all’improvviso tolta l’inchiesta per darla ad un PM che era nella procura di Trapani da un mese, in missione addirittura. Questo nuovo PM nell’arco di un mesi archiviò tutto.

-Estremamente rapido..

Se un tuo collega PM ha fatto un anno e mezzo di indagini e aveva riscontrato reati penali, tu PM come fai in un mese ad archiviare il lavoro del tuo collega, e non intraveda neanche un reato? Queste sono ingiustizie che una persona piccola – che non appartiene a nessun giro potente- deve subire. Io continuai con le mie denunce..

-Con quale esito.

Sempre lo stesso.. mancanza di qualunque volontà di ascoltarmi e di procedere con serietà. Mi rivolsi anche al CSM.; ma il CSM archiviò i miei esposti. Ne avrei davvero da raccontare.. ho anche subito un tentativo di TSO.

-Racconta.

Una giornata, mentre manifestavo contro le ingiustizie che subivo, si presentarono due vigili urbani con uno psichiatra, per una visita psichiatrica autorizzata dal sindaco.

-Come si era arrivati a questa “autorizzazione”?

Praticamente, in un primo momento, i due vigili erano andati presso il laboratorio del mio medico e gli avevano detto che io ero andato in escandescenze. Tutto questo al fine di farsi rilasciare dal mio medico un certificato per farmi visitare. Poi andarono dal sindaco e il sindaco, davanti a quel certificato –senza chiedere, tra l’altro da dove proveniva e come l’avevano ottenuto- emette tra un’ordinanza. La mattina dopo venne un medico davanti al tribunale dove manifestavo, dicendomi che doveva farmi una visita. Io accettai la visita tranquillamente, ma gli dissi “non per la strada.. vado a prendere mia moglie, andiamo nel suo ufficio.. è giusto che mia moglie si renda conto di quello che sta succedendo, qualora volesse poi denunciare tutto quanto”. E così è avvenuto. Siamo andati a casa, ho preso mia moglie e in macchina – con noi c’era anche il dottore – siamo andati al centro servizio mentale, dove mi ha fatto la visita, dopodiché mi ha fatto la sua relazione, dove era scritto “Non necessita di nessun trattamento urgente”.

-Bene, o meglio, nella follia di tutta la vicenda, almeno non si è arrivati al “trattamento psichiatrico”…

Si è trattato di un’azione vergognosa verso di me. Io poi sono andato dal mio medico e ho voluto sapere per iscritto come era avvenuto questo incontro tra lui e quei vigili urbani. Il mio medico che è una persona pulita, mi mise per iscritto come si sono svolti i fatti. In pratica, con i miei successivi approfondimenti, ho potuto capire come i vigili urbani fossero andati là senza autorizzazione del Comando, senza nessuna autorizzazione da parte dell’autorità giudiziaria. Hanno fatto tutto di testa loro. Naturalmente bisognerebbe vedere se due vigili urbani per inscenare una cosa del genere, abbiano davvero potuto agire “di testa loro”. Io, comunque, con tutta questa documentazione andai da uno dei vigili urbani e chiesi come fosse venuto in possesso del certificato e lui mi dichiarò il falso, mi “Mi ha chiamato il suo medico”. A quel punto andai in Procura e denunciai vigili urbani. Il PM archiviò tutto. Ma quante te ne potrei raccontare..

-Un labirinto di illegalità..

Io ho provato ad agire anche rivolgendomi ai miei superiori, a Roma e a Palermo. Feci subito immediatamente tutto presente al Ministero della Giustizia; in modo particolare al DAP. Il DAP che è il mio datore di lavoro mi ha inviato 4 lettere. Ho pensato che ci sarebbe stata davvero la volontà di intervenire. Invece è stato tutto un gioco. Loro non sono mai veramente intervenuti. -In queste quattro lettere che dicevano? Nelle lettere dicevano che prima non ero chiaro.. e allora specificavo. Poi mi dicevano che demandavano tutto al Provveditorato di Palermo, e allora al Provveditorato di Palermo ho fatto delle dichiarazioni. Ma non accadeva nulla. Allora mi sono rivolto di nuovo al dipartimento dicendo “io ho presentato tutto questo”. Cosa è successo? Il vicecapo del Dipartimento ha mandato un ispettore per un’inchiesta in Sicilia. Quell’inchiesta doveva assolutamente svolgersi partendo dal carcere di Trapani. E invece cosa ha fatto quel funzionario che doveva fare l’inchiesta? Mi ha chiamato a Palermo. A Palermo voleva che io raccontassi la mia storia. E io gli ho detto “Guardi che la mia storia io gliela ho documentata. Indipendentemente da questo lei deve andare a Trapani per vedere se tutto questo corrisponde a verità”. C’erano dieci dichiarazioni dei miei colleghi. -E lui non è andato? Assolutamente. Come me ne sono accorto che al carcere di Trapani non ci sarebbe andato? Riceveva delle telefonate. Io per educazione quando riceveva la telefonata, cercavo di uscire, ma lui mi faceva “puoi rimanere tranquillamente”. E mentre era al telefono gli sento dire “rientro stasera”. Come rientra stasera? La prima volta..”se rientra stasera questo al carcere di Trapani non ci va mai”. Ad un’altra telefonata.. “verso le cinque sono a Milano”. Una volta chiuso il telefono, gli dissi “Io con lei non ci parlo più. Mi vuole dire quando ci va a Trapani a sentire i miei colleghi? Mi vuole dire quando va a leggere i registri?”. E lui mi disse “E’ il mio lavoro e so quello che devo fare”. E io “Sa cosa deve fare? Lei deve andare in quell’istituto. Io adesso parlo solo con il vicecapo del Dipartimento. Con lei non parlo più”. E me ne sono andato. Sai cosa ha fatto questo? “Ha relazionato che io avevo avuto un diverbio con il geometra”. Assurdo. Cioè, tutti sapevano e io solo avrei avuto il diverbio con il geometra perché non lo facevo entrare con il telefonino. Se io nel posto di servizio ho un ordine di servizio, mi devo attenere all’ordine di servizio. Quale diverbio ho con il geometra? Io non ho avuto nessun diverbio. E come fa a scrivere, un funzionario, una cosa simile? E ricorda, tutto quello che ti sto dicendo, te lo posso dimostrare. Io questa documentazione c’è l’ho avuta per caso. Perché alla quarta lettera che mi inviò il DAP, demandò tutto quanto all’autorità giudiziaria. Dal momento che tutto quanto fu demandato all’autorità giudiziaria, io ebbi la facoltà di vedere il fascicolo e mi copi tutto. Così sono venuto a sapere dei miei superiori, del provveditorato regionale, delle lettere che si mandavano tra di loro. Io adesso tutte queste cose ce l’ho in mano. Ecco perché non possono negare niente a me, solo nascondere. Ma sono sempre stati tutti d’accordo. E comunque, anche chi non era d’accordo, mi ha fatto terrà bruciata intorno.. anche i miei colleghi.

-Ti sei sentito abbandonato dai tuoi colleghi?

I miei colleghi, quelli di Trapani, mi hanno abbandonato totalmente. Ma sempre riguardo al DAP, te ne racconto un’altra.. Quando ho visto che il funzionario di cui ti ho parlato prima non aveva fatto il suo dovere, andai direttamente in udienza con il Vicecapo del Dipartimento. Quando sono arrivato là gli dissi “Se lei mi dice che questo geometra poteva entrare con il telefonino all’interno dell’istituto, senza l’autorizzazione dell’ufficio competente, io mi alzo, le chiedo scusa e la chiudiamo qua”. Sai cosa mi ha risposto? “Signor Picone, ma lei voleva fare in comandante del carcere?”. Mi sono alzato e gli ho detto “Si vergogni, nemmeno lei può entrare con il telefonino. E lei lo sa meglio di me”. Da quel momento anche il Dipartimento mi ha abbandonato totalmente.

-Sembra quasi che la colpa sia stata la tua a volere che fosse rispettato il regolamento… piuttosto di chi ha violato il regolamento.

Proprio così..

-Grazie Giuseppe

Picone1

La vita dell’ergastolano.. di Tommaso Amato

Tommaso Amato -detenuto a Spoleto- scrive uno di quei testi che mostrano la violenza logorante e asfissiante intrinseca nella stessa quotidianità carceraria  di chi si sente perso in un limbo, perduto, abbandonato, trattato come un pacco postale.

Una sofferenza fisica che è, ancora prima una sofferenza morale ed emozionale.

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LA VITA DELL’ERGASTOLANO

Come un animale abbandonato, vaga il galeotto a passi lenti. Calpesta tutti i giorni quel manto di cemento inanimato senza mai mostrare cedimenti. Spazia coi pensieri, qua e là nel mondo, costruendo spesso dei progetti. Quando poi ritorna in sé, con la mente lievemente affranta e sconsolatamente rattristita, scruta le muraglia degnamente come fa un leone in gabbia. Pensa in cuor suo che, prima o poi, questi ostacoli dovrà superarli. Dovrà trovare, da qualche parte, un piccolo spiraglio, un appiglio, una fessura per superare quella cinta e mettersi finalmente dall’altra parte, e annusare una buona volta il sapore della vita.

Ma quando poi, il tintinnio delle chiavi annuncia che è passata un’altra giornata senza alcuna novità, un brivido gelato attraversa il suo fusto prima di stramazzare di colpo coi pensieri sul pagliericcio. Si ritrova in un battibaleno col viso tutto tramortito, le mani al petto dolorante e il corpo tutto ranicchiato.

Non parla, cerca di contenere il fiatone e si tocca, si palpa tutto il corpo, pensa di essere stato ferito. Rimugina silenziosamente per non insospettire i vicini, carcerati pure loro. Cerca di capire cosa gli sia successo. Perché quella sofferenza al petto? Da dove arriva? A cosa è dovuta?

Sto morendo! Sicuramente sto per morire!!

Si alza, cerca di riprendere il respiro, ma poi si rimette nella cuccia. E ancora, gira e rigira sul paglione. Non riesce a chiudere un occhio, mentre il tempo passa e si fa notte fonda.

Echeggia nella quiete della notte la sua voce: “appunta! Appuntatooo!” lo chiama con un filo di voce e timidamente. Lo fa con garbo, un po’ per non disturbare gli altri carcerati, un po’ perché la forza sta per lasciarlo.

Arrivata la guardia, si fa chiamare urgentemente il medico. Questi arriva dopo circa mezzoretta, lo visita  attraverso le grate, nel cuore della notte, come un fuggitivo che non vede l’ora di scappare. Tuttavia gli dice che non ha niente di grave e lo congeda con una dose massiccia di ansiolitico. Si metta a dormire e non si preoccupi, vedrà che domani non ha più niente.

Una volta richiuso il portone, scalpita, e zappa sul pavimento con gli zoccoli come un cavallo eccitato che annusa l’odore della Giumenta in calore. Fiuta lui, sente l’arrivo della morte che vede ormai  alle calcagna. E’ convinto, questione di qualche minuto, forse qualche ora, poi dritto all’inferno con un biglietto di sola andata.

No, non ce la faccio!! Non arrivo all’alba!! Non vedrò un’altra volte il sole!!

Nel frattempo, il curativo comincia a far sentire il suo effetto e, giunta quasi all’alba, soccombe sotto uno sfiancamento che non gli lascia nemmeno la forza per pensare.

Presa coscienza il giorno dopo cerca di parlare ancora col medico.

Dopo mille peripezie riesce a comprendere a stento che lui non era stato colpito da un qualche oggetto contundente, ma da una inquietudine. Un qualcosa che lo ferisce, ma senza toccarlo materialmente. Una trepidazione, appunto, una non non noncuranza, che arriva da lontano, ma che lo colpisce direttamente al cuore senza perforargli il petto.

Una frenesia. E’ l’ergastolo che gli suggerisce la sua fine come uomo, e gli fa rendere conto di persona quanto male riesce a fare l’incuria congedandolo definitivamente dagli affetti. Un male atroce, che lo lascia soffocare senza nemmeno potere chiamare aiuto, in quanto nei momenti di accesa desolazione gli affligge la gola impedendogli perfino di respirare.

Ecco cos’era il dolore al petto. Una sofferenza telepatica di una intensità così grave da far pensare, al galeotto di avere perso la possibilità di oltrepassare quei muri, e che sicuramente meno asfissiante sarebbe stata per lui una morte fulminea. Certo, perché la morte arriva senza fare tanti complimenti. La freddezza, invece, l’essere continuamente snobbati, emarginati, spesso insultati ed umiliati dai capoccioni, corrode a poco a poco la vita delle persone, non considerate più tali, e per questo privati di tanti diritti costituzionali.

Dai loculi di Spoleto 10 giugno 2012

cordiali saluti

Tommaso Amato

Mario Arena da Biella… calvario sanitario

Sì Mario, mandami il testo che hai detto di avere preparato. Sarà un piacere e un dovere leggerlo.

Mentre intanto assistiamo ad altre puntate miserabili del festival della vergogna.

Mario Arena. Detenuto a Biella.

Sul nostro Blog ha fatto conoscere i suoi bellissimi dipinti.

Sul nostro Blog ha fatto conoscere la bestialità della sua vicenda sanitaria. Mario (andate a questo post… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/25/trattamento-da-cavia-nel-carcere-di-parma/) ci ha raccontato come sarebbe stato trattato come una cavia dai funzionari sanitari del famigerato carcere di Parma (la cui Direzione è stata condannata dal Comitato europeo dei diritti dell’uomo di Strasburgo). Nel 1999 Mario Arena si ritrovò i valori del colesterolo altissimi. Per intervenire sarebbe bastato prolungato cambio di dieta. Invece il medico e il Dirigente sanitario del carcere avrebbero, con un atteggiamento da terrorismo emotivo, spinto Mario ad accettare una recentissima cura a base di statine. In seguito a questa cura si sarebbe determinata l’insorgenza, in Mario, di una grave patologia, la “rabdomiolisi” (la “rabdomiolisi” (condizione che deriva da un danno alle cellule muscolari, e per la quale sono morte tremila persone in tutto il mondo). Appena questa patologia è stata riscontrata, sarebbero “magicamente” scomparsi tutti i certificati. Dopo anni di disinteresse ostilità (così racconta Mario) da parte di tutti, la Dott.ssa Maria Cristina Sarli avrebbe riaperto il caso. E, se tutto fosse confermato, attendiamo che i responsabili vengano messi in condizione di non nuocere e che il carcere venga condannato a risarcire i danni.

Poco meno di un mese fa ci giunge un’altra lettera di Mario Arena (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/05/18/istanza-drammatica-di-mario-arena-da-biella/), dove segnala una concreta problematicità fisica che sta vivendo e chiede il suo superamento. Io non so se questa problematicità sia connessa ai danni causati all’organismo dalla “rabdomiolisi”, ma non lo escludo. In sostanza Mario chiedeva urgentemente di essere alimentato tramite vena “giacchè il suddetto detenuto non può nè mangiare né defecare a causa di emorroidi di grado 3 e di una arachede-lesione interna, guaribile solo tramite intervento chirurgico” e, naturalemnte, il più presto possibile, un intervento chirurgico per risolvere “questo” problema.

Ed eccoci arrivati alla lettera che mi è giunta, da pochissimo, da parte di Mario. E che rende ancora più emblematica l’intera vicenda.

In pratica l’autorizzazione per l’operazione di cui si faceva richiesta (e di cui ho parlato immediatamente sopra) è stata rigettata, per parere contrario (sembra) e, “legittimo”, della Dott.ssa sanitaria.

Diciamo che per quanto riguarda il carcere di Biella… Mario poteva stare tranquillamente in carcere senza problemi e senza particolari interventi. Per fortuna c’è ancora, talvolta, chi si ricorda di essere un ESSERE UMANO, e non un grigio funzionario,  o un conformista connivente di norme e prassi disumane, un coltivatore stitico del proprio gramo orticello, uno specialista dell’arte di “non vedere.. non sapere.. non agire….” che è la malattia morale del nostro Paese. Dicevo.. a volte c’è qualcuno che si ricorda di essere UOMO o DONNA.. UMANO insomma. In questo caso è stata la moglie del Prefetto di Biella. Quando il Prefetto di Biella è andato in visita al carcere di Biella con la moglie Marcella… appena ha visto come era ridotto Mario Arena è rimasta sconvolta. Temo che abbia avuto l’impressione di avere visto uno zombie (stando alla descrizione che delle sue condizioni di salute fa Mario).. e ha fatto il diavolo a quattro. Giustamente (ripeto, se tutto fosse confermato) sdegnata per il fatto che possa accadere che un essere umano venga lasciato completamente in balia di se stesso e le sue condizioni vengano fatte deteriorare fino a condizioni intollerabili. La moglie del Prefetto ha (ricordandosi di essere UMANA) prontamente chiamato il suo medico. Che ha fatto un bel quadretto delle condizioni di Mario. Ha detto che, tra l’altro, è a rischio infarto. E se infarto non vi è ancora stato è probabilmente dovuto alle frequenti emorragie interne che questo così tormentato amico ha (nel lungo insieme dei suoi guai fisici). Vogliamo esprimere alla signora Marcella tutta la nostra stima.

Ora, sempre umilmente, si intende.. con la massima umiltà possibile.. ci mancherebbe.. 🙂 Vorrei osare fare una domanda alla Illuminata Dirigenza del carcere di Biella.. e agli Illuminati Dirigenti sanitari e medici…  se tutta la dinamica descritta è reale nei suoi vari passaggi… che ne pensate voi? Ha torto la moglie del Prefetto e il suo medico? Perchè se non ha torto.. quali sono le riflessioni che ne dovrebbero conseguire sul modo che i detenuti vengono considerati trattati nel vostro Illustrissimo carcere (in tanti altri)?

E’ una domanda difficile?..:-)

Ognuno saprà trovare da sè le proprie risposte…

Andando a Mario… la situazione sembrava avere trovato per lo meno questa svolta positiva. Un medico “onesto” e “capace” che si sarebbe occupato di lui. Ma probabilmente Mario deve essere trasferito. E tutto l’odissea comincia di nuovo…

Mario porta con sè non solo il suo volto, e sarebbe sufficiente, ma anche il volto di tutti coloro che vengono trattati come pezze, presi e buttati via, ignorati e liquidati. Non auguro a nessuno, davvero a nessuno, di conoscere la disperazione e il senso di impotenza che si provano in certi  momenti.

Vi lascio alla lettera di Mario Arena.. carcere di Biella.

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14.06.2011

Ciao carissimo Alfredo…

(…)

Riguardo l’istanza per l’operazione, è stata rigettata perchè la Dott.ssa sanitaria si è opposta. Ma il medesimo magistrato nel contempo ne ha presentata una lui per me, per gli arresti domiciliari. L’udienza è per giorno  21 del corrente mese. Come già avevo scritto a Monica, verrò trasferito nel carcere di Sulmona certmente, se va male.

Caro Alfredo.. sicuramente ho passato giorni migliori. Adesso sto un pò male e ho gli occhi neri come un panda. Ma c’è di buono  che alcuni giorni addietro c’è stata la visita del prefetto di Biella e di sua moglie Marcella, la quale appena mi ha visto ridotto così ha fatto un casino e subito ha chiamato il suo medico di fiducia e mi ha fatto visitare. Dopo la visita è emersa tutta la gravità del problema.. e che sono a rischio di infarto e che, se sono ancora vivo, è grazie alle emorragie che ho, perchè tutti gli organi interni funzionano male, per via del fatto che non riconoscono i cibi. Sono allergico a tutto, ma proprio a tutto. In effetti, diverse volte sono dovuto ricorrere per crisi allergiche.

Vorrei comunicarti che, dopo questa visita, tutto andrà bene, ma purtroppo non è così, perchè il Dottore si era offerto d curarmi, ma devo essere trasferito e quindi non è possibile.

Peraltro non volgio farmi ricoverare in un centro clinico, poichè sono peggiori del carcere. Li conosco molto bene.

Comunque, ti avevo scritto che dovevano togliermi l’ergastolo, sostituendolo con 30 anni di reclusione, ma la Corte d’Assise di Catania non ha voluto entrare nel merito, per cui adesso sono in Corte di Cassazione se (parole che non comprendo) devo uscire perchè ho superato i 30 anni.

Adessi cambiamo discorso. Il libro che ti avevo detto è quasi pronto, con tutti gli errori corretti, e, credimi che è molto interessante. E’ anche la mia idea per pubblicizzarlo, perchè il ricavato andrà per sostenere l’azioone degli avvocati che si battono per l’abolizione dell’ergastolo.

Certo, debbo scrivere a tutti, perchè conosco quaasi tutti i detenuti. Ma quelli che non conosco io li conosceranno gli altri, con il passaparole.

Come è pronto te ne mando subito una copia.

Alfredo, hai ragione per quanto riguarda il fatto che dovrei scrivere un libro sulla mia vicenda. Lo farò caro Alfredo.

Adesso passo ai saluti per Antonia, Monica e per te..

Con stima Mario..

La sanità in carcere

Questo brano è tratto da una lettera che mi ha scritto una persona che ha lavorato anni in carcere… ha svolto attività infermieristica. E ne avrebbe da raccontare, credetemi. Da riempire volumi.

Oggi voglio condividere con voi solo questo brano.

E qualcuno dirà che sono solo eccezioni. E’ vero che la sanità in carcere non è sempre questa. Certo. Ma è vero che in una quantità indescrivibile di volte è così. Non potrete contarle, tante sono, le situazioni in cui il diritto alla salute in carcere è completamente calpestato.

Ripeto. Non si tratta di sgradevoli eccezioni di un corpo sano funzionante. Ma di una presenza costante. Non totalizzante. Ma costante.

Come si riduce spesso la cura sanitaria in carcere? Somministrazioni di medicine della Madonna. E se hai problemi mentali.. psicofarmaci a manetta. E’ così. E’ un sistema prigione che imprigiona anche gli stessi esecutori sanitari. Il tempo, i colleghi e l’istituzione li addestrano a essere “morti”. Sono vittime anche loro. Perchè.. credo sia evidente. Una persona che svende e prostituisce la propria missione medica rimpinzando i malcapitati con farmaci e psicofarmaci… vive una vita disperata, una vita.. sprecata.  Ha prima o poi la sgradevole sensazione non solo di non arrecare utilità al genere umano.. ma di essere sostanzialmente dannosa. Non è bello per nessuno quando te ne accorgi.

E intanto domandine su domandine stanno trasandate ad aspettare. A vole neanche le leggono.. o le leggono distrattamente.. o arrabbattano risposte standard e burocratiche.

E c’è chi aspetta mesi per una visita decente. Mesi e mesi..

E c’è chi deve insistere anni per un trattamento umano.

Ma queste cose non amiamo dirle. E chi è all’esterno del carcere non le conosce.

E non sa quanto è inaccettabile il senso di impotenza che si sente in certe occasioni.

E poi ci sono quelli che vanno controcorrente.. quelli che vanno “in direzione ostinata e contraria” come questa donna che mi ha scritto la lettera da cui ho tratto il brano che leggerete.

Chi non si adegua viene rimpiazzato.. e se ci metti dell’anima o del dovere ti fanno passare per fesso o per “disturbatore”… “lasciali stare che sono bestie”…

Lei ha dovuto chiudere con quel mondo.. non era più “compatibile” con esso.

L’istituzione in sé per come è attualmente organizzata.. corrompe.. ma non deve essere una scusa, non può essere una scusa. Ogni persona è poi di fronte al suo volto e alla sua storia. E se cominciano a essere tantissimi che decidono di non-cooperare… a costo di andarsene o di essere licenziati, a quel punto si sarebbe costretti a intervenire.

Di alcune persone si dicono.. che “sono una storia”.

Di altre … compresi tanti Direttori di carcere.. si dice che.. “sono una carriera”.

E’ un triste modo, il secondo, di impiegare la vita.

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Eccomi qua, Alfredo.

Per ciò che riguarda la mia esperienza nella sanità penitenziaria ti dirò che ogni sera, ogni santissima sera era una lotta per cercare di dare ai detenuti meno psicofarmaci possibile. L’orario della terapia un incubo, spesso si finiva per prenderci insulti perchè ci rifiutavamo di dare ciò che loro chiedevano, ciò di cui avevano bisogno per stordirsi e cancellare tutto, tutto quello che c’era intorno di loro…dentro di loro. Poi non so, magari altre realtà sono diverse e i medici prescrivono quintalate di tavor o rivotril solo per stare tranquilli. Eppure forse no, non è neanche questo il fatto.

Il problema sta a monte, ancora a monte. La psicoterapia è assolutamente, completamente ignorata e assente. La psicologa è una figura marginale, quando presente, invece dovrebbe avere un ruolo essenziale. Le educatrici vanno a simpatie, il prete a ispirazione divina. Nessun programma reale di recupero, nessuna valorizzazione della persona in quanto tale, nessun lavoro sull’individuo. No, no…niente va come dovrebbe.

Se un medico non si adegua all’andazzo viene presto rimpiazzato da un altro, se qualcuno ci mette un po’ di cuore si sente dire di lasciar stare, che tanto sono bestie. Non mi ci far pensare… E’ vero…sulla scrivania di certi dirigenti medici ci sono decine e decine di domandine, istanza, richieste di visite specialistiche. Tutto ignorato, tutto in stato di abbandono. Che tristezza, e che senso di impotenza… Che fare?

La morte può attendere

Quella che leggerete è la parte finale di una lettera che mi ha scritto Alfredo Sole. E come è già accaduto altre volte in questo blog, Alfredo sole ci regala emozioni uniche (tutte le sue lettere sarebbero da leggere.. una delle più belle la troverete cliccando su questo link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/02/17/nessuno-e-solo-lettera-di-alfredo-sole-agli-amici-del-blog/) . E’ una di quelle persone cadute in un abisso e flagellate dalla vita, che hanno dato e preso colpi violenti. Ma negli anni nasce in loro una passione antica.. qualcosa da sempre presente che rende le loro parole cariche di una malinconica speranza, di un desiderio che mentre stringe attimi straziati.. dice.. NON ANCORA.. NON ANCORA.. NON ANCORA.

L’estratto che leggerete consta di due momenti. Tra loro connessi certo, ma che vanno considerati uno per volta, visto la ricchezza di senso che hanno. O meglio li scindo perché nessuno di essi vada perso.

Nella prima parte vediamo all’opera la sciatta pestilenza dei senzanima e dei senzasangue. Nosferatu, anime morte, senza passione vegetano fino alla morte che sarà il loro degno epitaffio. Non sto parlando dei detenuti. Ma di medici, operatori, persone come questo medico che incontra Alfredo Sole. In preda ad atroci dolori allo stomaco, che per giorni gli impediranno di mangiare.. questo simulacro umano, questo burocrate della cura, gli butta un farmaco, glielo lancia come si lanciano le noccioline alle scimmie. Non controlla veramente, non esamina veramente, non tocca veramente, non c’è sguardo, non c’è rapporto empatico, non c’è alcuna vera vicinanza. Nessun interesse. Solo numeri per lui. Solo numeri per tutti coloro che vestono la cappa dei disillusi. E si trascinano in un infinita stanchezza, in un disinteresse cronico. Passivi soprammobili di una vita mediocre. 

Pensiamoci un attimo. Pensiamo a ciò che per noi è inimmaginabile. Pensiamo a noi stessi, a una madre, una moglie e un figlio.. che sono in preda a dolori atroci e stanno male. Ma noi cercheremmo per noi stessi o per loro il meglio. E pretenderemmo e otterremmo attenzione, vicinanza, analisi e controllo reali, profondi, efficaci.. cure vere e non droghe, palliativi, farmaci a piovere tanto per dare qualcosa. Ci sembrerebbe anzi scontato tutto ciò.. e già sarebbe duro pensare al dolore che chi ci è vicino deve sopportare. O noi.. chiunque ha almeno una volta affrontato il dolore fisico, sa come puoi sentirti spaurito, fragile, indifeso in certi momenti. E immaginiamo chi è un paria, un “intoccabile”, qualcuno parcheggiato da ventanni in carcere.. che si sente male.. e si sente solo… Non può ricorrere a nessuno.. non può prendere una macchina e partire.. non può chiamare al telefono qualche specialista, consigliarsi con un amico.. farsi soccorrere dalla famiglia. Niente. Può solo aspettare che questi castrati, che da anni hanno person ogni passione per ciò che fanno, si prendano il disturbo di andare  a gettare una occhiata distratta al cane di turno che geme, e che rompe tanto.. e tanto rompe che proprio ci tocca alzare il culo della sedia, fare finta di vederlo.. e dargli qualche farmaco.. qualcosa ma si sta zitto finalmente.. questo rompicoglioni di ergastolano.

Alfredo Sole ha dovuto non mangiare per nove giorni e minacciare di dar fuoco alla cella, per avere finalmente una seconda visita e un appuntamento  con uno specialista. Appuntamento che ancora non c’è stato. Si spera che non passino mesi..

E questa è la prima parte. Poi c’è la seconda. E con la seconda si vola oltre. Tremendamente, splendidamente, malinconicamente, ardentemente.. oltre…

Nessuno vuole veramente morire. Questo è il succo di ciò che leggerete. Malediremo la vita se ci troveremo di fronte a inferni, inquisizioni, trappole per topi, drammi devastanti. Giureremo di voler morire. Diremo che tra vita e morte non c’è differenza. Ma quando il Cavaliere Nero si avvicinerà alla nostra strada.. allora faremo di tutto, ci inventeremo di tutto, ci giocheremo tutto, ci butteremo nel fango e nella polvere, cacceremo urla mai udite, sputeremo sangue in notti insonni, ricorreremo a risorse inaspettate.. tutto.. pur di continuare a vivere…  e continueremo a dire… NON ANCORA.. NON ANCORA… NON ANCORA..

NON ANCORA dice Alfredo Sole.. Sicuro per anni che la morte non avrebbe fatto differenza.. intravista come vagito di paura partorito dal dolore.. ribalta il tavolo  e scazzandosi dice COL CAVOLO!.. No.. sono stato nel girone dei dannati per ventanni. Strappato alla famiglia dopo le stagioni tetre della mia giovinezza di sangue, ho fatto il globetrotter delle carceri, mi hanno appioppato di tutto, ogni forma di detenzione speciale, ho visto il mio mondo frantumarsi, i miei amici mandarmi alla malora, ogni mio sogno andare a puttane..  ma anche altro.. ho ricominciato mille volte, mi sono messo a divorare libri, ho asfaltato autostrade all’interno della mia anima per cercare di vedere in faccia questo me stesso, oltre le maschere, oltre i ritmi del pendolo e la musica della piazza. Ho cercato bagliori di vita nei regni della morte, voci che scavassero uno spiraglio nel silenzio.  Ho sempre dovuto arrampicarmi su muri lisci, e ho persino trovato una fontana dentro le macerie dei miei giorni, e a volte ho anche sperato sotto il martello pneumatico della rabbia.. E ADESSO.. ADESSO.. DOVREI MORIRE?

NON ANCORA.. NON ANCORA.. NON ANCORA..

Vi lascio alla lettera di Alfredo Sole..

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(…)

Adesso voglio raccontarti di come è contraddittorio un “pensiero”; e il pensiero che quel “pensiero” si stia realizzando.

Ho sempre pensato che la morte non è qualcosa di così tragico da fare tanta paura. Anzi, ho sempre pensato che, in realtà, per uno come che vive in cattività e per il quale la speranza di ritornare a una vera vita è qualcosa di molto remoto, la morte potrebbe solo essere una liberazione, uno scacco matto  a chi vuole vedermi invechiare e morire qui dentro.

Col cavolo! Dodici giorni fa, mentre cenavo, un dolore allo stomaco mi piegò in due. Il giorno dopo andai dal medico, che, senza nemmeno visitarmi, mi prescrisse  una pillola. I dolori continuano, giorno dopo giorno. Non riesco a ingerire nessun tipo di cibo. A digiuno sto bene. Ma non appena metto qulcosa nello stomaco ecco tornare il dolore. Decido di non cibarmi finché non verrà visitato di nuovo. Ma questa volta il dottore non si fa vedere. Per nove giorni chiedo la visita medica.

Solo il nono giorno, dopo aver minacciato di dare fuoco alla cella, arriva il medico per la visita. Mi prescrive altre pillole (senza neanche sapere che cosa causa il mo dolore.. sono dimagrito di sei chili..) e finalmente fa richiesta di una visita specialistic.

Oggi è il tredicsesimo giorno, ma già da un pò sto meglio. Questa è la parte tecnica dell’accaduto.

Ma l’aspetto psicologico è ancora peggio. In questi giorni mi torna in mente cià che è accaduto a un mio coimputato-amico. Siamo in cella insieme quando  inizia ad avere dei dolori allo stomaco. Gastrite, gli dicono i medici, e cercano di curarlo con la solita pillola. Ci reincontriamo dopo un anno circa. Ha sempre problemi allo stomaco. Dopo un pò inizia a peggiroare. Finalmente decidono per un controllo più accurato. Troppo tardi! Il cancro gli aveva invaso tutto l’apparato toccando organi vitali. Lo scarcerano per farlo andare a morire a casa.

Secondo te, dopo che mi è tornata in mente tutta questa stori, quale è potuto essere il mio pensiero?

Bene!, penso.. E’ finita! Adesso mi diranno che ho un cancro e che sto per morire!!

Ma.. il pensiero che sarebbe stata una liberazione.. se ne va a farsi b enedire… E invece penso..

PORCA PUTTANA.. CHE DESTINO DEL CAVOLO SAREBBE MORIRE DOPO VENTI HANNO DI CARCERE. HO FATTO TANTA STRADA PER POI NON POTERMI GODERE NEANCHE UN PO’ DI LIBERTA’? NON E’ GIUSTO! TUTTI MERITANO UN PO’ DI PACE DOPO TANTA SOFFERENZA. PERFINO IO!

Qui scatta il mio pensiero contraddittorio. Non più una morte liberatrice, ma una morte infame, ingiusta. Sono attaccato alla mia pellaccie, e non la mollerò così facilmente.

Vivo.. ma.. in carcere? E CHI SE NE FREGA! NON PARTECIPERO’ ALL VITA, MA FARO’ PARTE DI ESSA ANCHE SE DA DENTRO UNA CELLA.

Ricordo una storia, ma solo la storia, non ricordo dove l’ho letta e in quale circostanza.

Un uomo che corre con il fucile in mano verso la trincea del nemico sa bene che verrà tranciato dalle mitragliatrici  e dai cannoni del nemico, ma morirà con orgoglio e con grida di battaglia Prendi lo stesso uomo, legagli le mani dietro la schiena e accompagnalo al muro per fucilarlo. Sarà terrorizzato, piangerà come un bambino. In entrambi i asi sa che dovrà morire.. perché nel primo caso affronterà la morte da “eroe” e nel secondo caso no? Non serve che ne dia la spiegazione.. è abbastanza chiara.

Comunque, anche se oggi sto molto megliio, non è del tutto scomparso il mio “cattivo” pensiero, e credo non scomparirà finché non verrà fatta una visita approfondita. Anche se tutta questa situazione non mi ha certo tolto il sonno…

Un abbraccio..

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