Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Sette anime… dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona

roses

Margherita Lazzati ci ha inviato questo bellissimo testo che i detenuti del laboratorio di scrittura creativa del carcere di Opera hanno scritto.. un testo dedicato alle sette studentesse italiane morte a Barcellona.

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Sette anime (Catalogna, 21 marzo 2016)

All’imbrunire di questo primo giorno di primavera osservo il cielo dalla griglia del mio spazio metallizzato.

Penso al tepore dei giardini di marzo, ai campi appena sbocciati e a un’altra stagione da vivere dietro le quinte.

Poi uno schiaffo ferisce il mio cuore.

Gli occhi fissano alla televisione sette fiori prematuramente strappati a una terra impoverita.

Mi chiedo: “Perché piango?”. Non vi conoscevo, non sapevo nulla delle vostre vite. Eppure sono qui a scrivere di voi.

Penso a chi non si rassegnerà mai a non sentirsi più chiamare “Papà”, “Mamma”; sentirsi sussurrare “Ti voglio bene”; incrociare il vostro sorriso; gradire il tatto delle vostre mani; inabissarsi nel colore dei vostri occhi; apprezzare il peso di un corpo che riempiva le case al ritorno da una breve vacanza.

Come affrontare adesso la quotidianità?

Stanze, armadi pieni d’indumenti, pareti imbastite di foto invocheranno le vostre presenze mentre il tempo si fermerà per la memoria.

Si cercherà dai vostri radiosi profili di coronare un inutile sogno: ascoltare due parole… “Sono qui”… per capire che era solo un incubo. Quando invece proprio l’incubo era all’inizio. E dopo questa Santa Pasqua non vi saranno resurrezioni.

Sette anime: eravate lì solo per iniziare a costruire il vostro credo, realizzare il cielo degli ideali. Ma da oggi troppo presto siete lassù ad accompagnare per l’eternità chi vi ha dato la vita, stimate, amate.

Appunto, l’eternità: un mare nel quale un detenuto, ma pur sempre un uomo, un padre, ha versato una lacrima d’inchiostro intriso di dispiacere per voi.

Elisa V., Lucrezia, Elena, Francesca, Serena, Elisa S. Valentina… Sette angeli, Sette anime che saranno lì a ricordarmi di voi quando alzando gli occhi al cielo ammirerò i sette colori dell’arcobaleno.

F.P. nome del Laboratorio di lettura e scrittura creativa della Casa di reclusione di Milano-Opera

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Fuga d’affetto- cortometraggio sull’ergastolo ostativo

Fugaaffetto

Fuga di affetto è un cortometraggio direttamente connesso a dinamiche reali; alcuni lo definirebbero un docu-fiction.

Questo documentario è il frutto finale del laboratorio “Fare cinema in carcere… libera la bellezza”. Un laboratorio nato dalla collaborazione della Cooperativa sociale Sirio e della associazione culturale Kinoki con il liceo artistico Paolo Toschi di Parma.

Questo laboratorio ha coinvolto anche 25 detenuti delle sezioni AS1 e AS3 del carcere di Parma, i quali, dal giugno al dicembre 2013, hanno partecipato a una serie di incontri dove hanno acquisito gli strumenti del linguaggio cinematografico e i meccanismi di costruzione di un film.

Da tutta questa complessiva sinergia di soggetti è nata questa opera.

Vedetela, perché entra delicatamente, senza retorica ma con forte intensità nei rapporti umani, soprattutto famigliari, duramente feriti dall’ergastolo ostativo.

Voglio adesso riportare le parole che la nostra Grazia Paletta ha sentito di scrivere, dopo la visione del film:

“Bellissimo e piacevole filmato, coinvolgente e senza perdita di vigore, lo si vede e rivede con il desiderio di guardarlo ancora…mi sono chiesta da subito se gli attori fossero professionisti e no…mi è stato detto, sono studenti, sono persone al loro debutto.

Eppure trapela un’emozione forte ad ogni parola, ad ogni scena, una liricità che commuove, quella che solo si può fruire da una visione d’insieme, da una coralità d’intenti che si fa boomerang e, dopo aver disegnato la sua traiettoria di volo oltre le mura, ritorna a definire i contorni di un filo spinato che non ha più senso di esistere.

E’ un lavoro che apre alla speranza e, nel suo confezionarsi  sulla punta delle dita di innumerevoli mani, nello spazio lasciato dal vuoto  tra due generazioni, diventa testimonianza di esistenze impegnate a mantenere in vita “gli affetti in fuga”. Quegli affetti che il carcere vorrebbe distruggere, quelli che invece diventano esseri viventi invincibili, se le difficoltà si uniscono nella potenza di un unico abbraccio.

Il messaggio che leggo nel fluire delle scene è che niente e nessuno può fermare una richiesta di attenzione e comprensione, là dove gli emittenti sono persone detenute che sanno mettersi in gioco scoprendo le loro debolezze e il mezzo di trasmissione è la cooperazione tra “dentro e fuori”. I fruitori, cittadini di un mondo sovente sordo e cieco, non potranno che inchinarsi a questa sinergia d’intenti.

Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato ad aprire un’altra breccia tra le mura e che hanno saputo, con determinazione e perseveranza, dimostrare che “Insieme si può”. “

Di seguito il link del cortometraggio. Vedetelo e fatelo conoscere..

https://vimeo.com/110998468

Poesie su Lampedusa… dai detenuti di Opera

Mare di sangue
Margherita Lazzati è una donna da sempre appassionata di fotografia, che vive e lavora a Milano.
Le sue creazioni sono molto apprezzate in Italia e anche all’estero.
Da più di un anno partecipa al Laboratorio di Scrittura creativa nella Casa di Reclusione di Milano-Opera.
La sua collaborazione si incentra su una corrispondenza tra fotografie e poesie.
Da questa collaborazione ne sono nati anche calendari che si possono trovare in tutta Italia.
Margherita ci ha scritto per inviarci alcune poesie che i detenuti del laboratorio di scrittura creativa di Opera hanno voluto dedicare a tutti quegli uomini, quelle donne, quei bambini.. morti nel mare di Lampedusa, morti perché disperatamente alla ricerca di un mondo migliore.
Alle persone morte recentemente.. alle persone che da anni muoiono in quelle acque.
Si tratta di cinque poesie molto intense.
L’immagine che apre il post è una fotografia di Margherita, dal titolo.. “mare di sangue”.
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Mar Mediterraneo

Nel buio della notte

l’immensità del mare

padre e madre

generatore di vita… Tu,

io madre… so che nulla

ho da temere per te.

Perché ora che

sento una vita crescere

in grembo so che

ci proteggerai.

 

Le urla… mare

Le lacrime… mare

Il terrore… mare

Dammi aria… mare

per mio figlio…

Non lasciarlo morire

già lo sto lasciando

alla vita!

 

Non vuoi… mare

Ci trascini giù… mare

Mio figlio nato… vivo

Subito morto…

Lo stringo

L’abbraccio

Gli do il mio respiro

Nulla… Nulla più vivo

Sgomenta

ti guardo prendermi

con la tua forza!

 

Perché… mare… perché?

Perché hai tradito

la tua stessa essenza?

Milano-Opera, 12/10/2013

Dino Duchini

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Sono lì accanto a voi…

Sono lì accanto a voi

come uno di voi

sopra una di quelle navi

feriti che zoppicano nel mare

trascinati dal vento delle maledizioni.

Chiudo gli occhi e vedo la spiaggia

come un dipinto che si allontana

dal mio futuro, quella spiaggia

su cui ho sognato di camminare.

Ce la farò!

Ma sono stanco, ho fame, non so nuotare.

Guardo in alto, voglio vivere, “Aiutami, Dio”

urla la mia anima sotto un’onda

che spegne il mio sguardo.

Non sento più freddo né dolore.

Era bello avere paura, era bello il mondo

che non ho potuto vivere, peccato morire

ma ho tentato in tutti i modi di vivere.

La vita è una bella storia… sì, era bella…

non solo la mia storia, la storia dei tanti.

Perché non sono solo qui, vedo luci

che mi circondano, cadono lentamente

nel profondo blu, come i ricordi

di questo secolo.

Volete sapere chi sono? Ve lo dico.

Provengo da una terra che mi ha allontanato…

dalla mia famiglia, e il mio cuore è rimasto lì.

Adesso sono battezzato in questo mare di pace.

Mi chiamano luce delle stelle di Lampedusa.

Meta Erjugen, in memoria di quelle anime che splendono nel blu 

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Lampedusa

Lampedusa

specchio di mare

e nell’immenso mare

corpi d’infanti e adulti morenti

che assistono impotenti

allo spegnersi del loro sole

quel sole che ci accompagna

quel sole che donava loro forza

quel sole nelle luci

della barca capovolta.

Alfredo Visconti

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Non puoi piangere…

Non puoi piangere

se le lacrime hanno lo stesso sapore del mare

se nelle mani protese galleggiano raggi d’acqua

 

Sali… aggrappato ai sottili

       fili taglienti degli aquiloni

 

Sali… nell’anima graffiata e scivolosa

                                                e persa

l’eco del vuoto ti accompagnar

 

Sali… sbatti i piedi freddi e… sali

 

La morte alita sui tuoi sensi

 smuove le urla soffocate

   dalle onde

 Giuseppe Catalano

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Lampedusa, 3-10-2013

Sulle acque del mare

per sempre gridavano addio,

le voci e le anime galleggiano

sulla pelle dell’acqua,

lì in quel cuore di mare.

I soccorritori setacciano

le acque per raccogliere

la carne dei dispersi

che sale a galla.

E lo sciabordio non tace!

Sale il dolore a preghiera

e i nostri occhi guardano in alto

a cicatrizzare il cielo.

È difficile per coloro che

non hanno mai conosciuto

la persecuzione credere

che la vita valga la morte.

Ricordi di stranieri in luoghi

stranieri, stranieri gli uni

dagli altri, che pensavano

uguali pensieri.

Vivere è ancora porsi domande,

non c’è più nulla da capire,

c’è tutto da fare

e prendere coraggio

per il futuro

ricordando il passato.

Giuseppe Pino Carnovale

Francesco Sergi e una bella storia nel carcere di Marassi

serigrafie

A volte dal carcere vengono anche segnali di speranza, e non un interminabile rosario di desolazione e di annichilimento umano.

Francesco Sergi -detenuto a Marassi- lo abbiamo conosciuto tramite la nostra Grazia Paletta. 

Questa lettera è molto bella, perché in essa si racconta come un pugno di detenuti -nel carcere di Marassi- hanno scoperto un lavoro, una passione, una speranza, un’occasione di fiducia e di riscatto.. attraverso il lavoro serigrafico.

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Carissimo Alfredo,

(..)

Se non ti ho risposto prima è perché sono in un posto che, da quello che sento o leggo, nei post che mi hai mandato, in questo istituto, nonostante i pro e  i contro, non mi posso lamentare più di tanto, perché con il lavoro che svolgo posso uscire la mattina dalle otto e trenta in poi, fino alla sera alle diciotto. Ho abbastanza libertà di movimento, in più la custodia cautelare  non è così rigida come in altri istituti, anche se siamo in cella in tre, si vive abbastanza bene… in confronto ad altre realtà carcerarie.

Siamo riusciti a creare un’attività lavorativa, grazie sia alla Direzione e sia a Bottegasolidale, che ci permette di portare avanti il progetto, anche attraverso la nostra serietà e voglia di metterci in gioco, su un prodotto che nessuno di noi conosceva come funzionava. Nessuno di noi sapeva cosa fosse il lavoro serigrafico. Ma abbiamo avuto l’ausilio di persone qualificate che ci hanno formato e dato le basi. Tutto è iniziato per caso. Dovevamo stampare poche magliette perché in quei mesi ricorreva il decimo anno dalla morte di De André, e la signora Dori Ghezzi e l’associazione De André avevano pensato di mettere a disposizione varie canzoni del cantautore. Da queste canzoni abbiamo tirato fuori delle frasi e associato una grafica, tutto ciò è stato possibile perché all’interno dell’istituto c’è una sezione distaccata dell’Istituto Vittorio Emanuele II di Genova, ed io come tanti altri che siamo inseriti nel progetto, frequentavamo la scuola di grafica pubblicitaria, alcuni sono rimasti per tanto tempo qui dentro come me, si sono diplomati. Una volta finito il corso abbiamo iniziato a mettere in pratica l’esperienza che fino a quel giorno era solo teoria.

Oggi facciamo le grafiche, i telai, e alla fine stampiamo magliette. 

Le difficoltà che trovavamo all’inizio si sono risolte con l’integrazione di alcune macchine e qualche nostro piccolo ingegno. Si va avanti anche perché siamo un gruppo che ha voglia di lavorare e vogliamo uscire da quei discorsi stereotipo che non portano a nulla.

Possiamo trascorrere tutti i giorni nel laboratorio, compresa domenica e festivi, anche perché alcuni di noi tengono l computer lì dentro. In cella non ci è permesso tenerlo.

Peno che sai già che provengo dal Paese più povero d’Italia, Platì. Anche il tuo paese fa parte della costa più bella della Calabria, spero che non l’abbiano deturpata in questi ultimi anni con la cementificazione selvaggia. In questo periodo è stupendo guardare i boschi, i prati, per non parlare del mar Ionio che è il più bello della Calabria.

(…)

Presentazione del libro “La mia vita è un romanzo” nel carcere di Catanzaro

Un’occasione da quelle da non perdere.

Un momento importante.

La presentazione, presso la Casa Circondariale di Catanzaro, il 23 febbraio, del libro di Eugenio Masciari, “La mia vita è un romanzo” –“Edizioni La rondine”- che ha raccolto i racconti e le riflessioni dei detenuti dell’Alta Sicurezza 1 che, lo scorso anno, hanno partecipato ad un laboratorio di scrittura creativa tenuto da Eugenio Masciari appunto.

Voglio per un momento ricordare il nome di tutti i detenuti che hanno partecipato a questo corso:

Raffaele Afeltra, Antonio Albanese, Francesco Annunziata, Claudio Conte, Pasquale De Feo, Rocco Donadio, Giovanni Farina, Vincenzo Furnari, Salvatore Giuliano, Alessandro Greco, Mario Lo Russo, Luigi Mancuso, Rocco Moretti, Antonio Rizzo, Gianfranco Ruà, Fabio Valenti.

Eugenio Masciari, attore, regista, scrittore, ha dato un’impronta originale all’opera andando al di là dei classici binari della scrittura creativa, spingendosi fino ai confini della trascendenza, e della riflessione sulla stessa struttura della materia, oltre a ricorrere all’ispirazione di “pesi massimi “come Sofocle, Platone, Shakesperare, Gesù. Ma il libro porta a confronti su temi decisivi per tutti, ma che si colorano di una gradazione particolare in carcere, come la libertà, la colpa, la responsabilità, la coscienza.

Arrivo verso le 15:30 nel carcere di Siano, dopo avere attraversato il quartiere Siano di Catanzaro Nord. Il carcere di Siano sarebbe adattissimo per un film sulle carceri, intese come territorio oltre, imponente, cupo, grigio come quei soffocanti edifici dell’edilizia popolare del realismo sovietico.

Una volta entrato nella “fortezza Siano”, in pochi minuti, dopo avere ottemperato alle necessarie formalità, sono nella sala teatrale del carcere. I relatori sono già seduti, e la sala segue una non esplicitata, ma evidente linea di divisione. I detenuti nella seconda metà della sala. Giornalisti, autorità e funzionari del carcere, parenti dei relatori o altri, nella prima.

La  prima nota stonata riguarda i detenuti appunto. Perché i detenuti presenti, non sono gli autori del libro. Gli autori fanno parte dell’Alta Sicurezza 1. Come ormai sapete, per il cervellotico sistema penitenziario italiano, i “mondi” carcerari interni non si possono “mischiare”. Gli Alta Sicurezza 1 possono stare solo con gli Alta Sicurezza 1, gli Alta Sicurezza 2 solo con gli Alta Sicurezza 2, i  media sicurezza solo con i media sicurezze, e via così. Questo non è un problema del carcere di Catanzaro. E’ un problema nazionale, di disciplina penitenziaria. A quel punto la Direzione del carcere di Catanzaro ha preferito ospitare i detenuti di una sezione che non comprendeva gli autori del libro, ma che erano più numerosi (circa un centinaio presenti in sala), al fine, credo, di permettere a un maggior numero di detenuti di assistere alla presentazione, rispetto a come sarebbe stato se ad assistervi fossero stati solo gli Alta Sicurezza 1, circa una ventina. Logica comprensibile, ma che lascia l’amaro in bocca perché in una presentazione sembrerebbe la prima cosa che vi fossero coloro che hanno contribuito a crearlo il libro.

A salutare i partecipanti è stata la Direttrice con un breve discorso, nel quale fa anche riferimento al fatto che si sta cercando di fare in modo che i detenuti possano partecipare ad attività, che li tengano il più possibile fuori dalle celle.

L’incontro, poi, si è svolto con una modalità “alternata”. I brani, tratti dal libro, letti dall’attrice Anna Macrì, si alternavano agli interventi dei conferenzieri.

Vi dico subito che, tranne per l’intervento finale dello stesso Eugenio Masciari, l’incontro ne avrebbe guadagnato se fosse stato in gran parte incentrato sulla lettura dei brani del libro, visto che gli interventi,  in molti frangenti sono stati privi di mordente, quando non, addirittura, “lunari”.

I relatori, comunque erano, il vescovo della diocesi di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone.

Il nuovo Presidente del Tribunale di Sorverglianza di Catanzaro, Maria Antonietta Onorati.

Il vicario del Provveditore regionale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Rosario Tortorella.

E lo stesso Eugenio Masciari.

Il vescovo della diocesi di Catanzaro-Squillace, Vincenzo Bertolone, ha esordito con un intervento interessante, dove sottolineava il suo stupore per il fatto che di certi temi, come la libertà, la coscienza, la responsabilità, l’anima “bisogna venire in carcere per parlarne”. Il suo intervento è stato sicuramente colto e raffinato, e non privo di una sincera riflessione etica. Ma, è mancato il colpo d’ala, l’afflato poetico, il pathos, il momento della “nobile indignazione”. Il vescovo dice una cosa vera quando sostiene “che si deve imparare a chiedere perdono e ad ammettere i propri limiti ed i propri errori”. E’ di decisiva importanza riuscire a farlo. Ma quelle parole,  a parere mio, sarebbero dovute seguire ad un intervento di forte denuncia del sistema del carcere, un intervento carico di indignazione e “spirito profetico” che il Vescovo avrebbe dovuto fare, e che invece si è ben guardato dal fare. Un intervento piacevole, interessante ed “ecumenico” insomma, ma senza coraggio, senza pathos, senza colpi d’ala.

L’intervento di Maria Antonietta Onorati, nuovo presidente del Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro, ha avuto un momento che merita sincero apprezzamento, quando è stato riconosciuto che l’ergastolo è una pena inumana che “limita il principio costituzionale del fine rieducativo della pena”. Un’affermazione chiara e sacrosanta, ma che non sempre viene fatta, con altrettanta chiarezza, in questi casi. Invece mi hanno lasciato perplesso alcune dichiarazione della Onorati, che si incentravano sull’idea, così l’ho percepita, di “totale” responsabilità del detenuto. In sostanza il detenuto è in carcere perché se lo merita, perché ha sbagliato, ed è pienamente “responsabile” della situazione in cui si trova. E’ vero che un livello di responsabilità personale va sempre tenuto presente. Ma andrebbe ricordato che, in tanti casi almeno, questo livello si aggiunge a fattori famigliari, ambientali ed esperienziali pesantissimi che incidono sul percorso che portano quell’essere umano al carcere. Porla tutto sul piano del libero arbitrio e dimenticare gli altri fattori, credo sia un po’ limitante.

L’intervento del vicario del Provveditore regionale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Rosario Tortorella, è stato invece letteralmente imbarazzante. Un misto di retorica, sminuimento dei problemi, e affermazioni “lunari”. Il carcere viene sostanzialmente raccontato come un luogo “duro ma giusto”. Il problema dell’ergastolo viene lambito con una vaga disapprovazione, aggiunta alla considerazione che però finché l’emergenza criminale continua, è difficile pensare a cambiamenti in tal genere. Ma i momenti più allucinanti sono stati due. Quando il vicario del Provveditore ha detto che “questo libro dimostra che in realtà il carcere fondamentalmente funziona, ed agisce in maniera positiva sui detenuti”, con un salto logico che trasforma l’eccezione in regola. Il fatto che accade una certa cosa non significa che sia prassi che quel tipo di cose accadono, può anche trattarsi di una fortunata eccezione, o di una tendenza minoritaria. L’altro suo intervento “impressionante” è stato quando ha detto che “si dice che il carcere è disumano.. certo non dovrebbe esserlo.. ma la ricordiamo la disumanità di chi commette un reato.. ed è umano fare un omicidio, non è disumano?” Avrei voluto dirgli, che a livello di Ordinamento non importa se un  atto sociale sia disumano. L’intervento “pubblico” (di qualunque tipo, specie se rivolto a persone in condizione “sensibile”) non deve essere MAI disumano, a prescindere se siano stati compiuti o no, atti disumani privati.

Come ultimo è intervenuto Eugenio Masciari, un bell’intervento, lucido, equilibrato ed impregnato di emozione. Non è stato un intervento lungo, e neanche emotivamente sopra le righe. L’intensità emozionale si avvertiva nei modi, e nei gesti. Un libro questo che è sicuramente diventato, anche per come è nato e per quello che simboleggia, parte integrante della sua stessa esistenza. Una delle affermazioni con cui ha esordito è di quelle che ti restano impresse e che, in un certo senso, destabilizzano.

“Ognuno di noi dipende, in qualche modo, da qualcun altro, anche qui in carcere, le guardie rendono conto al comandante, lo stesso Direttore deve confrontarsi e rendere conto ad altri. Ognuno di noi nella nostra vita rende anche conto a qualcuno. Non dimenticherò quando incontrando un detenuto che aveva ricevuto l’ergastolo ostativo, mi disse che, quando lo aveva saputo si era sentito, finalmente libero.. <<tutti gli altri hanno paura che gli possa succedere qualcosa, che qualcuno possa loro fare qualcosa, Io non ho più paura di nulla. Nessuno mi può più fare nulla. Non dipendo più da nulla. Sono libero>>”.

Affermazione coraggiosa questa da fare proprio dentro un carcere, e che sicuramente non tutti hanno capito fino in fondo o accettato fino in fondo. Ma che, credo, vuole anche essere una riflessione profonda sul senso dei condizionamenti  e della libertà, che a volte, può manifestarsi, soprattutto dove meno te l’aspetti.

Le letture hanno rappresentato un momento altissimo. Alcuni degli autori dei testi letti…Mario Lo Russo, Salvatore Giuliano,Francesco Annunziata, Claudio Conte, Giovanni Farina, Pasquale De Feo, L’attrice Anna Macrì all’inizio era professionale, ma leggendo è diventata anche sempre di più capace di rendere l’energia emozionale dei testi, capacità che è cresciuta sempre di più, e ha trovato riscontri nel pubblico, tanto nei “liberi”, e ancora di più nei detenuti presenti. Credetemi, ogni brano letto andrebbe riportato, dovreste leggerlo anche voi, sono state tutte pagine splendide. Ma i limiti inevitabili di questo post mi impediscono di riportare tutto. Riprenderò quei brani in altri post. A livello simbolico, riporterò una parte di quello di Pasquale De Feo, uno degli ultimi ad essere stati letti, e quello sbatte in faccia ai presenti la realtà della situazione carceraria degli ergastolani, e che è, allo stesso tempo, un invito alla dignità e alla lotta.

Tutte le persone hanno la loro prigione, non tutti lo sanno, molti se la sono costruiti da soli, altri sono prigionieri della società, la maggioranza dell’ignoranza. Uscirne è molto difficile perché certi contesti sono così radicati da sembrare delle montagne. Noi detenuti, nella stragrande maggioranza siamo due volte prigionieri; castrati fisici e sessuali e il sistema ci vorrebbe anche castrati mentalmente. Castrati fisici perché prigionieri delimitati di uno spazio ristretto; castrati sessuali perché non abbiamo una vita sessuale, pertanto prigionieri con la costrizione della castità. Il sistema fa di tutto per renderci castrati mentalmente, con la paura, ritorsioni, pressioni di ogni tipo e in alcuni casi con la tortura, in modo da poterci controllare senza problemi, ridurci  ad una specie di vegetali. Per fortuna siamo in un Paese democratico con le libertà civili, in caso contrario cosa ci avrebbero fatto?

Gli ergastolani vivono un eterno presente e non potendo avere un futuro evitano anche di progettarlo, spesso si evita di pensare al passato perché è fonte di ricordi dolorosi. Questa pena ci rende dei morti viventi, civilmente ci hanno ucciso, ma ancora vivi, essendo esseri viventi. La maggioranza di noi del Corso di scrittura siamo ergastolani ostativi e pertanto dobbiamo morire in carcere, anche se la società conosce una realtà artificiosa alimentata dai media, per la quale l’ergastolo non esiste, perché nessuno lo sconta. Se non c’è, perché non lo aboliscono? Pochi hanno questa consapevolezza, la maggioranza s’illude in una speranza futura di cambiamenti, credo sia più per tirare avanti, per evitare il rischio di impazzire o lasciarsi andare. Comprendo che è difficile vivere con la certezza di questo pesante fardello, aspettare la morte, che può portare al suicidio, alla pazzia, scivolare nell’oblio in cui nulla più importa, oppure forgiare un carattere di ferro.

La mia speranza è tutta nella lotta per cambiare le cose, lottare per superare l’ostacolo che mi tiene inchiodato a queste catene. Fino a quando avrò la forza lotterò per cercare di fare abolire l’ergastolo, una pena non umanamente accettabile. La mia speranza è solo nella lotta.

Alla fine della presentazione, ci alziamo tutti. Arrivati nei pressi dell’uscita le guardie ci restituiscono cortesemente carta d’identità, cellulari, ombrelli. Il cielo fuori è di un grigio quasi soffocante, le macchine partono, verso altre destinazioni. Qualcun altro invece resta dentro, a passare un’altra serata, tra le mura di una fortezza, dalle parti di Siano.

 

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