Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Intervista a Carmelo Musumeci

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Pubblico oggi questa intervista fatta al nostro Carmelo Musumeci apparasa su “Vice” (https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci).

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VICE: Raccontami come sei finito in carcere.

Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell’Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?

     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l’impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l’ergastolo. Be’, inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l’isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com’è stato?

     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l’anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell’articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?

     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l’ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo “ritorno all’inferno.” Quali sono le cose più brutte che hai visto?

     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l’unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al “io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno.”
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici “cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando.” Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?

     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l’alba e iniziavo a studiare, nell’ora d’aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?

     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l’anima e la storia di un paese, per questo m’illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all’università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l’iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?

     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po’ che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all’ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti…

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?

     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un’infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l’odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l’esplosione di Internet…

     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po’ mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

Recensione di un ergastolano ateo a “Il nome di Dio è misericordia”

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Pubblico la recensione fatta dal nostro Carmelo Musumeci del libro “Il nome di Dio è misericordia”, libro interista di Andrea Tornielli a Papa Francesco.

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Carmelo, non ti preoccupare se non credi in Dio perché Lui crede in te. (Suor Grazia)

Suor Marie Agnes mi ha mandato il libro-intervista di Andrea Tornielli a Papa Francesco dal titolo: “Il nome di Dio è misericordia” (Piemme) .
Leggo di tutto, ma di solito i libri religiosi li lascio sempre per ultimi. Questa volta, sia perché Papa Francesco mi è simpatico, sia perché ha abolito la pena dell’ergastolo (definendola “Pena di Morte Mascherata”) nella Città del Vaticano, ho letto subito questo bel libro.
Le risposte di Papa Francesco ad Andrea Tornielli riportate sul libro ti illuminano il cuore. Eccone alcune: “Tu puoi rinnegare Dio, tu puoi peccare contro lui, ma Dio non può rinnegare se stesso, Lui rimane fedele. (…) Chi non crede in Dio, non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto. (…) L’amore di Dio c’è anche per chi non è nella disposizione di ricevere il Sacramento. (…) Senza la misericordia, senza il perdono di Dio, il mondo non esisterebbe. (…) Mi spiace di non essere pentito. Quel dispiacere è il piccolo spiraglio che permette al prete misericordioso di dare l’assoluzione. (…) Nel dubbio si decida sempre in favore della persona che è sottoposta a giudizio. (…) Anche san Pietro e san Paolo erano stati carcerati. Ogni volta che varco la porta di un carcere mi viene sempre questo pensiero: perché loro e non io? Io dovrei essere qui, meriterei di essere qui. Le loro cadute avrebbero potuto essere le mie, non mi sento migliore di chi ho di fronte. (…) Non c’è giustizia senza perdono.

Vi confido che fin da bambino in collegio non ho mai avuto simpatia per i preti e le suore. Mi ricordo che a quel tempo la cosa che odiavo di più era che tutte le sante mattine mi portavano di forza in chiesa per ascoltare la messa. Io non avevo mai avuto un’educazione religiosa e non capivo perché dovevo stare in ginocchio davanti a un Signore sconosciuto messo in croce, anche perché a quel tempo pensavo di non aver nulla da farmi perdonare, a parte forse la colpa di essere nato.
E così ho iniziato molto presto a litigare con Dio. Qualcuno in seguito mi ha detto che anch’io alla mia maniera sono credente, perché credo di non credere.
Da grande le cose sono cambiate soprattutto da quando nel 2007 ho incontrato nel carcere di Spoleto Don Oreste Benzi (Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII) che incredibilmente appoggiò il primo sciopero della fame collettivo degli ergastolani, per l’abolizione della “Pena di Morte Viva”. Subito dopo conobbi Suor Grazia, monaca di clausura del Monastero di Pratovecchio, che è diventata un po’ la mia musa religiosa. E tempo fa la sua Priora, dopo le sue ripetute insistenze, le ha concesso di uscire dal monastero per venirmi a trovare. L’incontro con Suor Grazia è stato bellissimo. Lei è graziosa, delicata e fragile. Tutta cuore e anima. Mi è sembrata un uccellino che ha preso il mio cuore come suo nido per tutta la durata dell’incontro. Bella, solare e buona. Piena d’amore di Dio. Solo le persone come lei mi fanno venire il dubbio che forse Dio esiste. Mi ha raccontato che c’era un ladro che andava a rubare l’elemosina al loro convento. Loro invece di andare a chiamare i carabinieri gli hanno lasciato un bigliettino con scritto: “Se hai bisogno vieni da noi”. E i furti sono finiti.

Continuo però ancora a credere di non credere, ma cerco di comportarmi come se Dio mi guardasse. Penso che credere in Lui sia la soluzione più a portata di mano, ma credo pure che sia anche la più difficile. Poi penso che in tutti i casi di Dio non si può sapere nulla, anche perché lui è un anarchico e ti lascia libero di credere o di non credere. Sotto un certo punto di vista assomiglia un po’ a Papa Francesco, ma forse è meglio affermare che sia lui ad assomigliare a Dio. E la lettura di questo libro ti avvicina un po’ a tutti e due.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, febbraio 2016

Gregorio Durante, fatto morire in carcere-intervista alla madre dopo la sentenza di primo grado

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Gregorio Durante venne trovato morto, nel carcere di Trani, la mattina del 31 dicembre 2011.

Entrai in contatto con la madre, Ornella Chiffi, e, dopo ore di confronto telefonico, pubblicai sulle Urla dal Silenzio, il 3 marzo 2012, un lungo resoconto sulla vicenda (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/04/avete-ucciso-gregorio-durante/). Una vicenda che ha generato l’indignazione di chiunque ne sia venuto a conoscenza.

Il 14 novembre di quest’anno si è concluso il primo grado di giudizio sui fatti di questa vicenda. Si è concluso con una sola condanna, quella del Dirigente Sanitario del carcere di Trani. Condannato a soli 4 mesi di carcere. Condanna che ha fortemente amareggiato la madre e i famigliari.

Oggi, dopo tre anni dalla prima volta che mi occupai di questa vicenda, ci ritorno, con una intervista che ho fatto alla madre, in merito alla controversa sentenza del novembre 2014, e a come lei e i famigliari intendono adesso procedere.

Prima di questa intervista, però, “devo” nuovamente narrare la vicenda di Gregorio Durante.

Quello che avvenne a questo ragazzo è talmente indegno da richiedere che la dinamica dei fatti sia conosciuta. E quindi la narro nuovamente, sia per quelli che non lessero mai il lungo pezzo che pubblicammo tre anni fa. Sia per coloro che lo lessero, ma hanno, nel frattempo rimosso molti aspetti della vicenda.

Riprenderò quindi il resoconto che scrissi 3 marzo 2012, riformulando però vari passaggi, e togliendone altri. Per poi passare all’intervista che ho recentemente fatto ad Ornella.

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Questa è una storia di quelle di cui, se è possibile, non va rimandata la lettura. E’ una di quelle storie che vanno affrontate adesso, perché a un ragazzo che ha passato le pene dell’inferno, glielo dobbiamo. Andate fino in fondo nella lettura, non interrompetela. Perché un ragazzo è morto solo come un cane e merita almeno un po’ del nostro tempo, e lo merita sua madre, e tutti coloro che adesso sono in una posizione simile alla sua e ora rischiano di fare la stessa fine.

Adesso procedo con la storia, per poi, alla conclusione della narrazione, fare delle considerazioni finali.

Nel 1995 Gregorio, all’età di diciassette anni fu colpito da una meningalncefalovirarle. Questa lo portò a quaranta giorni in coma, e, in totale, a tre mesi e mezzo d’ospedale.
Da questa malattia non se ne esce vivi, o se si resta in vita, se ne esce con gravi deficit. Gregorio ne uscì vivo e sano; ma con gravi crisi epilettiche. Le crisi le curava con un farmaco, il gardenale. In qualche modo, supportato dai farmaci, Gregorio non aveva attacchi epilettici e riusciva a fare una vita sostanzialmente normale.

Nel 2004 si ripresentò una crisi epilettica. Aveva 25 anni allora. Questa unica crisi lo portò ad uno scombussolamento completo di tutto il suo equilibrio. Ne derivarono gesti in consulti, tremori, balbettii, momenti di lucidità e no. In quei frangenti di crisi non riusciva a parlare, non riusciva a deglutire. Nel complesso ciò che gli accadeva di frequente, dopo avere avuto una crisi epilettica, viene chiamato “crisi psicomotoria”. Dopo quella crisi epilettica, si succedettero nei giorni,  tutta una serie di crisi psicomotorie. Durante queste crisi si contorceva come un animale, sbatteva le mani e sbatteva le gambe. La madre gli stava vicino per evitare che lui si facesse male.
Venne ricoverato nell’ospedale di Lecce per dieci giorni. Fu dimesso con queste crisi che erano arrivate ad un livello molto lieve. Stette a casa tre mesi. La madre lo seguiva come un bambino. Momenti di lucidità che si alternavano a momenti di lucidità.
Ornella aveva appreso tutta una serie di modalità con cui approcciarsi con lui nei momenti di crisi. Non appena arrivava una crisi, lui la avvisava e lei lo faceva stendere sul divano, e lo aiutava nei movimenti che non riusciva a controlla, per evitare che si facesse male.
Adesso non bastava più il Gardanale, ma dovettero aggiungere un altro farmaco, il Tolep 600. Dopo tre mesi e mezzo, riprese a vivere decentemente. Le crisi scomparvero. Stava anche lavorando, nelle pompe funebri. A conti fatti, stava bene. Era sposato ed aveva due bambini; e guidava regolarmente anche.

Gregorio fu arrestato nel 2010.  Il fatto scatenante l’arresto furono degli schiaffi che diede al figlio di una guardia penitenziaria. L’arresto non si reggeva solo sul singolo fatto violento. Ma anche sul fatto che era stato già precedentemente condannato, per associazione mafiosa –condanna che aveva già scontato agli arresti domiciliari, e che aveva comportato la misura della sorveglianza speciale. L’atto violento, considerato in questo contesto, fu valutato come reato in violazione della sorveglianza speciale, e da questo ne derivava un livello sanzionatorio più elevato.

Il ragazzo finì per essere condannato a sei anni. In appello la pena venne ridotta  a tre anni e mezzo; e poi definitivamente riconfermata in Cassazione.  Gregorio Durante è morto dopo un mese dalla sentenza definitiva; due anni precisi di detenzione. Era stato arrestato il sette novembre 2009. E è morto il 31 dicembre 2011. Due anni pieni, due anni integrali. Senza avere mai un permesso. Ricordiamo che era giovane, e che aveva due figli minori. Ma non gli venne mai concesso alcun beneficio. Tutte le sue richieste -come i domiciliari- gli furono rigettai in quanto socialmente pericoloso.

Gregorio fu inizialmente detenuto a Lecce e poi, dopo solo 20 giorni, fu trasferito a Bari. Sia a Lecce che a Bari Gregorio riceveva regolarmente la terapia.    A Bari, però, la sezione era pericolante, e suo figlio, nell’aprile del 2011 venne trasferito nel carcere di Trani. E questo segnò la sua condanna a morte.
Di colpo gli venne soppressa la compressa di Tolep. Era stato mantenuto solo il gardenale. Nonostante le pressioni della madre perché quel farmaco fosse dato a Gregorio, il Dirigente Sanitario diceva che l’Asl non la passava.

Per otto mesi Gregorio non avrà quel farmaco. Le istanze che, a tal proposito, la madre fece al Magistrato di Sorveglianza, non sortirono alcun esito.

Gregorio è stato relativamente bene fino al 4 dicembre. Da lì iniziò quell’allucinante mese da incubo che lo condurrà alla tomba.

La sera del 4 dicembre Gregorio fu colpito da una crisi epilettica. La mattina del 5 scrisse alla moglie, e quella fu l’ultima lettera che scrisse. In quella lettera raccontava le dinamiche della crisi che aveva avuto. All’inizio aveva avuto fortissimi tremori in tutto il lato sinistro del corpo, la lingua storta di fuori, e altri segni di perdita della consapevolezza e del controllo psicofisico. Doveva essere sorretto dai compagni. Venne poi condotto in infermeria, dove gli fu somministrato il valium, per poi essere riportato in cella.
Dopo altre tre ore, Gregorio venne colpito da un’altra crisi epilettica, ancora più forte della precedente. Lui non ricordava nulla di quest’altra crisi. Furono i compagni a raccontare le dinamiche della vicenda. Gli stessi compagni che, in quel momento, avvisarono chi di dovere. Gregorio venne condotto nuovamente in infermeria, gli fu nuovamente somministrato il valium, per poi ricondurlo in cella. Questa volta, però, venne chiamato il 118. Il 118 arrivò ma i medici non ritennero opportuno portarlo in ospedale. Si limitarono a somministargli un calmante , poi gli somministrarono un altro medicinale, e lo lasciarono in carcere. Gregorio avrebbe dormito fino alla mattina preso del giorno dopo. E, fu quella mattina che, svegliatosi, avrebbe preso carta e penna per scrivere alla moglie il resoconto di queste vicende. Fu l’ultima lettera che scrisse.

Dal giorno di quella crisi, la madre ebbe con lui circa quattro colloqui. E ogni volta stava peggio. Era talmente confuso in quei colloqui, che spesso doveva essere lei ad alzarsi dalla sedia e bloccarlo, perché lui, di prima battuta, non  riconosceva lei e chi la accompagnava.
Dal 4 al 31 dicembre si sono succedute fortissime crisi psicomotorie. Il 118 venne molteplici volte, anche nell’arco della stessa giornata (come risulta dal diario clinico carcerario). Ma, Gregorio non venne mai portato in carcere. Ci si limitava, al massimo, a somministragli calmanti.

Il 10 dicembre, durante un colloqui con la madre, Gregorio ebbe una fortissima crisi psicomotoria. Mentre chi era intorno cercava di farlo riprendere, la madre, furibonda, chiedeva di parlare con chiunque, nel carcere, fosse in grado di intervenire e, comunque, chiedeva che fosse trasferito.  La madre quel giorno parlò con il medico di turno, con l’ispettore, con il comandante e con decine di agenti penitenziari.
Il dialogo col medico fu decisamente emblematico. Mentre la madre disperata esponeva la situazione del figlio e quello che sarebbe successo se fosse continuato a rimanere in ospedale, il medico a un certo punto, tenendo le mani in tasca,  disse: “Signora, è già un miracolo che lei stia parlando con me”.
La madre insisteva, chiedendo se fossero stati fatti gli esami adeguati; tac, risonanza magnetica, ecc. Ma lui continuava a stare con le mani in tasca, facendo spallucce e non dando risposte.

Però la madre tanto disse e tanto fece, minacciando che non si sarebbe mossa di lì finché non fosse stata chiamata un’ambulanza per portare Gregorio in ospedale, che alla fine l’ambulanza venne chiamata e lui fu portato in ospedale, ma venne messo nel reparto psichiatrico. In quel reparto restò solo due giorni –durante le quali ebbe anche crisi psicomotorie- per poi essere rimandato in carcere, con la glicemia, tra l’altro, molto al di sotto della norma.

In tutto questo drammatico succedersi di eventi, la madre si era accorta che i

medici del carcere, il Dirigente Sanitario, direttore sanitario e Direttore della struttura del carcere di Trani, si erano fatti la convinzione che Gregorio simulasse per avere benefici penitenziari. Quindi, appena tornato dall’ospedale, si decide di “punire” questo povero Cristo dandogli l’isolamento diurno. Quindi, Gregorio –sottolineiamolo, già devastato dagli attacchi epilettici, e poi da due giorni di crisi psicomotorie, e con la glicemia bassa-  venne mandato, dalle autorità del carcere di Trani, in isolamento. E questa misura durò tre giorni. Solo in cella. Solo con le sue crisi e con tutto quello che ne comporta.
Dopo questi tre giorni, venne messo in una cella dell’infermeria, dove non vi era alcun oggetto o suppellettile. Questo perché, il trattamento che gli era inflitto determinava, come era preventivabile, dei momenti di aggressività. E allora, per evitare che facesse atti pericolosi, fu piazzarono in una cella dove non c’era niente oltre al letto. Gli venne affidato un piantone. Ovvero un detenuto che non stava in cella con lui, ma che lo lavava, lo vestiva e gli dava da mangiare. Lui ormai era sempre più debilitato e incapace di agire. Non riusciva più a farsi la barba, e tante altre cose. E, a un certo punto, non fu più capace neanche di parlare. E non riuscendo neanche a camminare, veniva trasportato su una sedia a rotelle.

La famiglia, viste le sue devastanti condizioni, aveva scritto a Magistrato di Sorveglianza che Gregorio ricevesse la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Ma il Magistrato di Sorveglianza, invece di dare la sospensione della pena, pensò bene di stabilire per Domenico trenta giorni di ospedale psichiatrico giudiziario, per capire se Gregorio stesse simulando o meno. Avete capito bene. Un ragazzo in fin di vita, con un pregresso stato patologico, con ricorrenti crisi,  ricoverato da poco in ospedale..  e prima il carcere lo punisce con un regime di isolamento, e poi il Magistrato di Sorveglianza lo manda per 30 giorni in un ospedale psichiatrico giudiziario per capire se stava simulando o no.

Gregorio non ci arriverà mai all’ospedale psichiatrico, perché sarebbe morto prima.

L’atto del Magistrato di Sorveglianza giunse il 14 dicembre, ma l’Ospedale psichiatrico giudiziario in quel momento era pieno. E quando si sarebbe liberato un posto, Gregorio aveva già lasciato questo mondo.
Nel mondo “esterno”, Gregorio era assistito da un luminare della neuropsichiatria, il professore Luigi Specchio. Fu lui che nel 2003 lo aveva letteralmente tirato fuori dalla morte. Gregorio, quando cominciò il suo tunnel nero, nel dicembre 2011, chiedeva costantemente di potere avere la visita del suo medico di fiducia, il professore Luigi Specchio appunto. Ma doveva fare la domandina, perché tutto in carcere funziona con la domandina. Il piccolo problema era che Gregorio non era proprio nelle condizioni materiali di riuscire a compilare una domandina.
Il 14 dicembre la madre ebbe un colloquio con Gregorio. Viste le sue condizioni sempre più deterioriate, e la costante possibilità di una crisi distruttiva, la madre chiese alle guardie non lasciarli completamente soli, e di stare nelle vicinanze. In quell’ora di colloquio, Gregorio non riuscì a dire quasi una parola; ma sembrava che riuscisse comunque a capire qualcosa. Questa impressione era confermata dai cenni che dava con la testa. Aveva gli occhi semichiusi. Fu proprio da quel giorno che Gregorio incominciò a non parlare, per poi, a partire dal 17, non dire più neanche una parola.

Torniamo al colloquio del 14. Sul finire del colloquio di quel giorno, comparvero nella sala il Direttore e lo psichiatra del carcere. Lo psichiatra le disse.
“Signora, non so più che cosa devo fare con suo figlio. Sto cercando di stimolarlo in tutti i modi”.
Al che la madre rispose sdegnata..
“Lui non aveva bisogno di stimoli, ma di essere ricoverato”.
“Chiede del professor Specchio”, continua lo psichiatra del carcere.
“Sì, è il suo medico curante”, dice la madre.
E a questo punto è il Direttore ad intervenire..
“Sì, sì, proprio stamattina ho autorizzato la domandina perché venga a visitarlo il medico di fiducia”.

Queste furono le parole del Direttore. Famiglia e avvocati aspettarono un paio di giorni, ma il professor Specchio continuava a non ricevere alcuna chiamata dal carcere.

Successivamente, sostiene la madre, sarebbe emerso come la richiesta del Direttore non è era mai partita dal carcere. Ovvero il Direttore del carcere di Trani avrebbe deliberatamente mentito.

Nel colloquio che la madre ebbe il 17, trovò Gregorio ormai totalmente debilitato, incapace di fare assolutamente niente. Tutta l’ora del colloquio passò con la madre che lo abbracciava, che abbracciava un corpo abbandonato e con gli occhi semichiusi. Tuttavia, vi fu un’ultima fiammata di questo ragazzo. Al momento del saluto, il figlio di colpo ritrovò un ultima scintilla di vitalità, e strinse forte la mamma con una forza inaudita, e la baciò sulla bocca. Quando, alla fine, lo stavano riportando via, poi, Gregorio le cadde sulle braccia. Gli agenti lo presero e lo portarono via sulla sedia a rotelle. Quel fortissimo abbraccio, e quel bacio in bocca, fu l’ultimo estremo saluto di Gregorio alla madre, l’ultimo suo grande atto d’amore.

Quando il 24 dicembre la madre arrivò in carcere per un altro colloquio, Il figlio le venne portato completamente inerte, sulla sedia a rotelle, e con gli occhi ormai completamente chiusi. Neanche il capo reggeva più, ed era la madre a tenerlo, mentre la nuora (la moglie di Gregorio), venuta anch’essa a colloquio, gli teneva le mani.
Sul finire di quel colloquio, un detenuto, chiamando la madre in disparte, le disse “Fate qualcosa, o lui di qui esce morto”.

Il 27 dicembre, finalmente,  vi fu la visita in carcere del prof. Specchio. Dopo la visita, il prof. Specchio disse espressamene che Gregorio doveva essere portato urgentemente in ospedale, perché ormai poteva succedere di tutto. Venne inviata al Magistrato di Sorveglianza una relazione scritta del Prof. Specchio, dove il professore  spiegava in modo chiarissimo la drammatica situazione in cui si trovava Gregorio.

Il Magistrato di Sorveglianza, a questo punto, invece di chiedere un immediato ricovero, fa un atto col quale chiede al carcere di accertare le attuali condizioni di salute di Durante Gregorio. Lo stesso carcere che per un bel periodo aveva considerato Gregorio un simulatore. Lo stesso carcere che aveva lasciato inevase le drammatiche richieste della madre. Lo stesso carcere dove il medico si permetteva di fare spallucce davanti ad una madre col cuore a pezzi. Lo stesso carcere dove il Direttore poteva dire una cosa, rivelatasi poi non vera, come quella per cui, la domandina per la visita del prof. Specchio era stata autorizzata. Era a questo carcere che il Magistrato di Sorveglianza chiedeva fossero accertate le condizioni del ragazzo.

Il 31 mattina la Ornella e la nuora mentre stanno arrivando in carcere per un nuovo colloquio, ricevono una telefonata in cui vengono avvisate che Gregorio non ce l’ha fatta. Gregorio era stato trovato morto, proprio quella mattina, durante un’ispezione nella cella numero cinque.

Nonostante la tremenda notizia, Ornella ha la forza di continuare il tragitto verso il carcere per riprendersi il corpo del figlio. Appena arrivata, vedendo il Direttore che la guarda dalla sua finestra, le dice “Animale, animale”. Il Direttore per tutta risposta, alzò le braccia e fece il gesto di mandare a fare in culo.

Un paio d’ore dopo, comunque, il Direttore ricevette la madre e la moglie di Gregorio nel suo ufficio.  Il Direttore dice ad Ornella che proprio quella mattina si era deciso ad attivarsi presso il Magistrato di Sorveglianza per fare ottenere a Gregorio la sospensione della pena. Proprio quella mattina.. che coincidenza.. Il Direttore, continuava a parlare dicendo che lui in carcere si faceva il mazzo, finché a un certo punto Ornella gli dice:

“E quando vedeva mio figlio, cosa vedeva? Nn vedeva un ragazzo che stava morendo? Io le ho consegnato una montagna. E adesso è stato ridotto ad un corpo denutrito fino alla morte”.
Denutrito.
Sì, perché Gregorio oltre a non essere curato, non è stato neanche messo in condizioni di mangiare. Quando nel 2003, si era trovato in condizioni simili, era stato nutrito con un sondino naso gastrico.

Quando nel dicembre 2011 in carcere non fu nuovamente in condizione di nutrirsi, non si pensò mica a trovare un modo per alimentarlo. Ma, la sua impossibilità a nutrirsi venne interpretata come “rifiuto del cibo”. Sul diario clinico del carcere è scritto..
“Rifiuta il cibo”.
Non sembra che nessuna delle menti sanitarie del carcere di Trani abbia pensato che molto probabilmente non poteva mangiare, che non poteva deglutire, e si doveva cercare di alimentarlo in qualche modo.

Altro dato inquietante. Quando, IL 24 dicembre,  il prof. Specchio era stato a visitarlo, raccontò di avere visto sul labbro di Gregorio, uno strano impasticciamento rosato. Solo successivamente Ornella ricordò  che le compresse di Tolep, che suo figlio prendeva a suo tempo, insieme al Gardenale, erano di colore rosato. Sì, le stesse compresse che per otto mesi, da quando giunse nel carcere di Trani, non gli vennero più date. Quell’impasticciamento rosa  sul labbro di Gregorio –questa fu l’interpretazione a cui giunse la madre- derivava dalle pillole di Tolep che, non potendo il ragazzo ingoiarle, perché ormai incapace di deglutire, si scioglievano lentamente in bocca, per poi formare una pasta rosa, che fuoriusciva all’esterno sul labbro, cristallizzandosi sopra di esso. E ricordò che effettivamente Gregorio, nella lettera che il 5 dicembre scrisse alla moglie, dopo la devastante crisi epilettica del 4, a un certo punto diceva..
“Miracolosamente, subito dopo la crisi epilettica, si è trovato il Tolep”.
E la cosa spaventosa è che una volta che queste pillole uscirono “magicamente” uscite fuori, non ci fosse un cane che capisse che questo povero disperato non poteva più neanche deglutire. Se l’interpretazione della madre corrisponde al vero, ci si limitò a ficcargli queste compresse in bocca. Le ficcavano in bocca ad una persona ormai incapace di reggersi in piedi, di parlare, di fare alcunché. La ficcavano in bocca, e magari non davano neanche l’acqua. E magari non controllavano neanche se riusciva ad ingoiare. Gli ficcavano le pillole in bocca come a una cavia da laboratorio. E queste si scioglievano lentamente. Chissà se qualcuna di queste “menti sanitarie” abbia mai avuto il dubbio che quello strato rosa sulle labbra di Gregorio, fosse la stessa pillola rosa, sciolta però, che loro gli davano.

L’analisi del corpo del ragazzo, è stata causa di ulteriore sofferenza per la madre. Non solo perché, dopo la morte di Gregorio, si è trovata davanti un corpo denutrito, devastato e pieno di ecchimosi. Ma anche per le modalità in cui sembra essere giunta la morte.

Ornella mi disse:
“Mio figlio è morto durante crisi violente. I pugni sono stretti incredibilmente e le dita sembrano artigli. E’ morto solo. Quando il blindato era chiuso veniva lasciato sulla sedia a rotelle, da solo. Senza suppellettili, senza che nessuno lo controllasse, gli mettevano un pannolone se ne andavano. Lo hanno lasciato morire da solo”,
Morto come un cane, in una condizione di totale impotenza ed abbandono. Morto solo in una cella col blindo chiuso, nonostante fosse ormai totalmente non autosufficiente, e avrebbe dovuto avere qualcuno sempre con lui, ad aiutarlo per eventuali esigenze, o pronto ad intervenire in caso di pericolo. Invece era solo, solo, incapace di andare in bagno, incapace di mangiare, incapace di muoversi, inchiodato su una sedia, come un sacco di patate.
Circa sette o otto giorno dopo la morte di Gregorio… casualmente… i detenuti a lui vicino sono stati trasferiti. Questi detenuti si dimostrarono disposti a testimoniare; ed anzi sono stati loro stessi a contattare la famiglia.

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Quella che avete appena letto è il resoconto della vicenda di Gregorio Durante fino alla sua morte e all’inizio dell’inchiesta in seguito alla denuncia della madre e degli altri famigliari.

In questi anni nel frattempo, come ho scritto all’inizio del post, l’istruttoria si è conclusa e vi è stata, il 14 novembre 2014, la sentenza di primo grado. Sentenza fortemente discutibile e fortemente contestata dalla famiglia.

Risentendo Ornella, le chiedo di raccontare quanto avvenuto dai fatti raccolti nel resoconto di marzo 2012 ad oggi.

Allora, da parte nostra, dopo la morte di mio figlio, c’era stata la denuncia. Ci sono state le indagini, è stata fatta l’istruttoria. Durante l’istruttoria il PM aveva fatto le indagini su 14 persone. Alla fine ha fatto richiesta di archiviazione per il Direttore, i medici dell’ospedale, e qualche medico della struttura sanitaria. Il rinvio a giudizio è stato chiesto –e accettato- solo per il Dirigente Sanitario più quattro medici che ruotavano nel carcere.

-Quindi si è arrivati al processo, in cui una parte sostanziosa di soggetti verso i quali sicuramente avete molto da ridire, a cominciare da Direttore, aveva avuto la propria posizione archiviata.. voi avevate pensato di opporvi a queste archiviazioni? 

Noi non ci siamo opposti all’archiviazione del Direttore e company perché non volevamo infuocare gli animi, andando contro la volontà del PM, che comunque, in quel contesto, continuava, in un certo senso, ad essere  il nostro tutore.  Comunque sia, finalmente,  un processo, per quanto solo con parte dei soggetti che ritenevamo responsabili, ci sarebbe stato.. Quando, dopo vari rinvii, il processo è, a tutti gli effetti, iniziato, gli imputati hanno chiesto il rito abbreviato. E’ stato ovvio per loro chiederlo. Nel rito abbreviato non sarebbero state sentite le persone che noi volevamo fossero sentiti. Non sarebbero emersi tutti i fatti che noi volevamo emergessero. Il giudice ha accolto la loro richiesta  e loro si sono evitati la pessima figura che avrebbero fatto se fosse venuto fuori tutto quello che avevano combinato. Noi naturalmente ci siamo rimasti malissimo, ci sono cadute le braccia, avremmo voluto il processo vero e proprio.. 

– Io penso che ci sono tipologie di reati e tipologie di cause dove il rito abbreviato non dovrebbe essere accettato, o dovrebbe essere accettato in circostanze molto rare. 

Il giudice poteva non accogliere il rito abbreviato e fare il processo normale, con le varie parti, ascoltando i testimoni. Ma ha preferito accoglierlo. Il processo normale sarebbe stato scandaloso per le istituzioni. Sarebbero venute fuori tante di le magagne che loro hanno combinato. Mentre con il rito abbreviato tutto si è deciso in base alle carte che loro avevano in mano, senza ascoltare nessuno. Non sono stati ascoltati i testimoni che noi volevamo fossero ascoltati. Non sono stati ascoltati i medici di parte mia, quei medici che all’epoca io avevo mandato per fare visitare mio figlio. Il rito abbreviato si è svolto in tre udienze, a porte chiuse,  senza televisioni, senza giornalisti, solo noi e l’altra parte. Considera anche che al momento del processo il PM che aveva fatto le indagini e che aveva chiesto il rinvio a giudizio, è stato sostituito con un altro PM.  In pratica i giudici fanno quello che vogliono. Hanno un potere illimitato. Io dico sempre“i magistrati sono Dio in terra”.

Dopo queste tre udienze, c’è stata la sentenza. Solo un condannato: il Dirigente Sanitario a cui sono stati dati 4 mesi di pena. Tutti gli altri sono stati assolti. C’è da considerare che non era presente il PM che aveva condotto le indagini, era stato sostituito da un altro. Comunque, inoltre, il pubblico ministero del processo non era più il pubblico ministero dell’istruttoria, col quale si era arrivati al rinvio a giudizio.  Poco prima del processo il vecchio Pubblico Ministero era stato sostituito da un altro che, delle cinque persone rinviate a giudizio, aveva chiesto la condanna solo per due, ma per un reato più grave, “abbandono di incapace”, per il quale aveva chiesto una condanna, per entrambi, a tre anni. Va anche detto che, oltre questo, il nuovo pm aveva chiesto che gli atti fossero rimandati in procura, perché venissero fatte nuove indagini. Evidentemente egli vedeva delle responsabilità anche da parte di altri soggetti, altrimenti non avrebbe fatto quella richiesta.

 -Quindi, i soggetti che voi considerate colpevoli erano varie, il primo pubblico ministero ha fatto le indagini sono su 14 persone. Il rinvio a giudizio è stato chiesto e accolto solo per il Direttore Sanitario e altre quattro persone; con l’archiviazione per il Direttore e tutti gli altri. Il secondo pubblico ministero ha chiesto che venissero condannate solo due persone, però anche che gli atti fossero rimandati alla procura; rinvio che no c’è stato. Alla fine è stata condannata una sola persona, il Direttore sanitario, a 4 mesi. E’ così?

Esattamente… una sentenza vergognosa. Per me non va assolutamente bene che gli altri quattro se la siano cavata, e sia stato condannato solo il Direttore Sanitario. In pratica uno sta pagando per tutti. E quanto poi? Quattro mesi? Se la situazione fosse stata capovolta, a mio figlio avrebbero dato quattro mesi? Se per uno schiaffo è stato condannato a sei anni.

Dopo la lettura della sentenza, il Direttore Sanitario si è messo le mani nei capelli ha cominciato a piangere. Mentre stava piangendo, io sono andata da lui e gli ho detto  “stai piangendo? Assassino .. cosa piangi? .. Io sono tre anni che piango l’assassinio di mio figlio.. e tu stai piangendo perché? Perché ci hai rimesso la faccia.. per quattro mesi..?… No dovevi piangere mesi fa quando non riuscivi a venire a capo di questa situazione.. avresti semplicemente potuto fare come Pilato, lavartene le mani e mandare mio figlio in una struttura adeguata a lui, alla sua malattia. E invece con  caparbietà fino alla fine hai dichiarato che mio figlio simulava”.  Mio figlio poteva simulare di non poter mangiare, di non poter camminare, delle cadute continue che aveva? Mio figlio non sarebbe potuto scappare, non sarebbe potuto andare da nessuna parte. E poi noi chiedevamo soltanto la sospensione della pena che significa “sospendiamo la pena, va in ospedale, si cura, e poi quando torna finisce la pena”.

Io so benissimo che mio figlio è stato ucciso. E’ stato ucciso dall’incompetenza, è stato ucciso dall’ignoranza. E’ stato ucciso per loro volere. Non si uccide solo con la pistola.

-Tornando alla sentenza.. 

Gli altri quattro medici erano pienamente responsabili. Ruotavano in carcere come si fa in ospedale. Otto ore ognuno. Tutti hanno visto che mio figlio stava dando l’anima  a Dio. Tutti lo hanno visto. Tutti sono responsabili, anche quelli che non erano stati rinviati a giudizio. A cominciare dal Direttore che sapeva quanto il medico. E poi il Direttore parlo proprio con me quando mi mandò a fare in culo.

Il Direttore Sanitario, comunque, è stato condannato anche al pagamento delle spese processuali, e al risarcimento danni in separata sede. Risarcimento danni noi non abbiamo chiesto una tot di somma, in quanto non c’è somma che possa ripagare me della perdita di un figlio, mia nuora della perdita di un compagno, i miei nipoti della perdita di un padre.

Io, insieme a mia nuora abbiamo vissuto i 25 giorni di calvario di mio figlio. Abbiamo visto con gli occhi, abbiamo toccato con mano. Tutti sapevano quello che stava succedendo a mio figlio. Tutti, a cominciare dal Direttore, fino all’ultimo gatto del carcere. Ognuno ha le sue responsabilità, ovviamente in maniera diversa, perché un Direttore non può fare il medico e un medico non può fare il Direttore, ma tutti sapevano.

Altra cosa grave. Il processo ha “considerato” il periodo che partiva dal 24 dicembre, la vigilia di Natale, fino al giorno della morte di mio figlio. Ovvero solo gli otto giorni finali.  Tutto il periodo antecedente, dal 5 al 24 dicembre, non è stato considerato. Loro hanno considerato il 24, quando mio figlio era arrivato ormai agli estremi. Tutto quello che è avvenuto prima non è stato preso in considerazione. Questo è stato giustificato dal fatto che fino al 24 non c’erano notizie nella cartella clinica di mio figlio. Non c’è scritta una parola di quello che è stato fatto a mio figlio. Se niente è stato scritto, niente è stato fatto. Ma come ci è arrivato mio figlio alle condizioni in cui era il 24? Io lo so che cosa è successo. Non è stato creduto nessuno che poteva aiutare a ricostruire la verità dei fatti. Non è stato creduto mio figlio. Non siamo stati creduti noi famigliari. Non è stato creduto il medico che avevamo mandato per visitarlo. Non sono stati creduti i legali che presentavano le istanze a raffica una dietro l’altra per poterlo portare in ospedale. Non è stato creduto nessuno. E questo perché? Sono domande a cui non ho avuto risposta. Questo è quello che avviene nelle carceri  italiane.

-Farete bene se vi appellerete. Questa vicenda merita che vi sia una riapertura delle indagini e che si ricominci da zero, facendo un processo vero e proprio e non un rito abbreviato. 

Assolutamente,Ora aspettiamo le motivazioni, perché senza le motivazioni è come parlare di aria fritta. Dobbiamo vedere tutto. Comunque, una condanna, se solo per 4 mesi, anche se ridicola, c’è stata. Alfredo, lo ripeto, a me non interessano i soldi. Ma forse mi potresti dire “se saranno condannati tuo figlio ritorna?”.. no mio figlio non ritorna comunque, ma perlomeno sono stati condannati gli assassini di mio figlio. Perché questo sono. Assassini. 

-Ricordo che quasi nessuno vi aveva dato voce..

E così è stato anche dopo. Noi abbiamo mandato email a tutte le trasmissioni possibili e immaginabili; proprio a tutte. Nessuno si è degnato nessuno anche solo di risponderci. A me non interessava niente dei cashet  delle trasmissioni; lo avrei tranquillamente rifiutato. A me non interessava la visibilità televisiva. Io volevo che l’Italia potesse sapere quello che succede nelle carceri italiane. Quello che è successo a mio figlio. Solo dalla trasmissione Pomeriggio Cinque, quella con Barbara D’Urso, ero stata chiamata. Avevo dato la mia disponibilità, ma, poi, non sono più stata ricontattata.

-La vostra battaglia continua..

Assolutamente.. tutto ciò che la legge mi consente di fare, io lo farò, fino all’ultimo respiro. Perché, l’ho detto. Io ho visto quello che hanno combinato a mio figlio. In questa storia Tutto è allucinante fin dall’inizio. Quando penso a tutte le cose che sono accadute, mi chiedo  “ma forse mio figlio è stato portato a Trani perché avevano deciso di farlo morire?”. E non le nascondo che sono tutti i santi momenti della giornata. Nessuno escluso.

L’Italia deve sapere quello che succede nelle carceri. Deve sapere quello che hanno fatto a mio figlio. Lo hanno fatto morire. Non è che è morto.. lo hanno fatto morire.. che è diverso.. Io ad oggi mi trovo a vedere due bambini senza un padre, io senza un figlio e il piccolino di cinque anni che ogni tanto piange e mi dice “Mi manca papà” e io cosa gli devo rispondere. Dai miei occhi non scendono più lacrime normali, vengono giù lacrime di sangue. La mia vita è distrutta. Io nell’animo sento di non avere più niente dentro. Mi è rimasta solo la rabbia. La rabbia di dovere andare avanti. Io vado avanti ormai con la rabbia.

La foto che ha aperto questo articolo e le foto che lo concludono, sono tra le foto che avevo allegato all’articolo che pubblicai il 3 marzo 2012. La foto di apertura mostro come Gregorio era prima di finire in carcere. Le foto che seguono mostrano  com’era dopo otto mesi di “trattamento” nel carcere di Trani.

 

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Intervista a Roberta Cossia, Magistrato di Sorveglianza di Milano

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Pasquale De Feo ci ha inviato questa interessantissima intervista al Magistrato di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia; un magistrato davvero illuminato. 

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“Io credo che i tempi siano maturi per sollevare la questione dei colloqui intimi”

Ma “all’interno della stessa magistratura ogni eventuale apertura di questo tipo viene vista a volte come un regalo inutile e sovrabbondante, superfluo e addirittura negativo rispetto appunto a questa dimensione afflittiva che invece nel pensiero generale è quella che deve prevalere”.

Raccontano i detenuti che sono in carcere da tanti anni che “non ci sono più magistrati di Sorveglianza di una volta”, del periodo subito dopo la riforma carceraria del 1975, giudici che, come racconta Carmelo Musumeci, “pieni di entusiasmo e passione entravano in carcere, visitavano le sezioni, passeggiavano nei cortili dell’ora d’aria insieme ai prigionieri. E non si fermavano solo a questo, entravano nelle celle, si sedevano sulle brande e spesso bevevano il caffè assieme ai detenuti (in carcere lo fanno buono, l’unica cosa che riesce buona in questi brutti posti)”. Per questo ci ha colpito come la magistrata di Sorveglianza di Milano, Roberta Cossia, ha parlato del suo lavoro. “Un lavoro che è al confine del diritto, un mestiere che ha come obiettivo e come principio base quello di intercettare i profili della personalità dei condannati e di cercare di trovare, nelle maglie della legge, quel trattamento individualizzato di cui parla l’Ordinamento penitenziario, che dovrebbe portare a restituirli alla società come persone migliori (…). Sono magistrato di Sorveglianza ormai da 11 anni e tante volte nel mio ufficio al settimo piano del Palazzo di Giustizia di Milano mi sono sentita sola e impotente, quando si cerca una interpretazione della legge che sia meno penalizzante per i condannati, quando si va a fare un giro per le celle di San Vittore o per il centro Clinico di Opera (…) e ci si sente in grave difetto per non avere fatto niente, per non avere fatto di più”. Abbiamo così deciso di intervistarla sul tema che più ci sta a cuore oggi, quello degli affetti.

-Ristretti Orizzonti ha appena lanciato una campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri famigliari, come già avviene in molti Paesi. Vogliamo partire da qui?

Partiamo da queste vostre proposte sugli affetti delle persone detenute che ho letto e che si collocano in un periodo in cui sembra che ci sia stato un cambio di passo nella gestione che la politica opera dei rapporti con la magistratura e la popolazione carceraria, un cambio di passo che si è visto e si è verificato nei provvedimenti legislativi che sono stati emessi negli ultimi due anni, seppure un po’ confusi. Io, è chiaro che sono favorevole a questo tipo di apertura e prima di me lo sono stati i colleghi, in particolare quelli di Firenze, che già avevano sollevato la questione di incostituzionalità dell’art. 18 comma 11° dell’Ordinamento Penitenziario. Una questione che aveva fatto presente come la disciplina attualmente vigente impedisca al detenuto di mantenere i rapporti affettivi con il coniuge, favorendo il ricorso a pratiche sessuali che sostanzialmente portano uno squilibrio fisico e psicologico e poi di fatto ad impedire dei rapporti regolari con i famigliari, violando così, si era sostenuto, gli articoli 2, 3, 27 della Costituzione, oltre che il diritto alla salute. La questione, per come era stata posta, era stata ritenuta inammissibile dalla Corte Costituzionale, assolutamente ostativi e che di conseguenza hanno il divieto assoluto di accedere a benefici premiali che possano portare a un ricongiungimento con i loro famigliari. Noi al tribunale di Sorveglianza di Milano fino ad oggi non abbiamo portato questa questione con sufficienza forza nelle aule, dove avrebbe dovuto essere portata, diciamo in tutti i dibattiti pubblici, è una questione “nascosta” di cui si parla poco ed ancor meno si discute, un po’ per “pruderie”, un po’ per difficoltà oggi di portare il dibattito su delle questioni che sembrano secondarie. Ma non sono secondarie, non sono affatto secondarie, anzi la questione dell’affettività, della sessualità in condizioni di privazione della libertà personale, per quanto mi riguarda è, invece, una questione che dovrebbe essere vista come centrale. Peraltro, anche l’Europa nelle Regole minime aveva indirizzato i legislatori verso una maggiore apertura sotto questo profilo ma, come per tante altre questioni, non sembra che le direttive europee siano state seguite. Io credo che i tempi siano maturi oggi per sollevare questa questione, anche se il silenzio legislativo fino ad ora è stato totale.

-E’ abbastanza strana la cosa perché in fondo al tema degli affetti dovrebbe essere “più facile” degli altri, nel senso che riguarda persone che non hanno nessuna colpa, come le famiglie, le mogli, le compagne, i figli quindi a noi sembra abbastanza singolare che nel nostro Paese, che mette la famiglia sempre al centro dell’attenzione, si sia così trascurata una questione come questa. Facevamo in questi giorni un conto elementare: che una persona detenuta incontra la famiglia per un totale di tre giorni all’anno, è una cosa mostruosa a pensarci bene. In questi giorni abbiamo letto che l’Algeria è l’ultimo dei paesi arabi che sta introducendo i colloqui intimi, perché tutti gli altri già ce li hanno. Quindi c’è qualcosa di strano in questo, forse anche una scarsa convinzione che parte di chi opera in carcere, e pure del volontario.

Quello che, purtroppo, ad oggi si registra è che prevale sempre la dimensione vendicativa della pena, prevale costantemente nei discorsi che generalmente si sentono, ma non soltanto sui giornali dove si cavalca questo sentimento vendicativo come se fosse quello  che paga maggiormente nelle campagne elettorali, ma un po’ dappertutto. Anche all’interno della stessa magistratura ogni apertura verso condizioni detentive più umane viene vista come un “regalo” fatto a persone che hanno commesso dei crimini e che, di conseguenza, non hanno diritti da rivendicare, ma solo una pena da pagare, un gesto di buonismo da parte dello Stato  ritenuto superfluo e addirittura negativo, a fronte, appunto, di questa idea diffusa della dimensione afflittiva della pena che nel pensiero generale è quella che deve prevalere, questa è la mia idea. Per questo anche quegli asili nido terribili che ho visto all’inizio della mia carriera, quando ho cominciato a lavorare in Sorveglianza, quei lettini in cella che facevano stringere il cuore, non c’è una particolare attenzione sino ad oggi. Di istituti a Custodia Attenuata per detenute con figli a seguito ce ne sono pochi, istituti separati come l’ICAM che c’è a Milano, noi per esempio l’abbiamo avuto per primi in Italia, ma poi l’esperienza non è stata così subito seguita. Questo io credo che dipenda dal fatto che il legislatore comunque preferisce sbandierare la prevalenza della tutela di esigenze di prevenzione sociale, rispetto a quelle di tutela degli affetti e della dimensione famigliare. Eppure questo avviene in un Paese che la famiglia cerca di tutelarla quantomeno sostiene di volerla tutelare, ecco, però non abbastanza da superare l’opinione pubblica che sarebbe contraria ad eventuali aperture sotto questo profilo.

-Noi tra i nostri obiettivi riteniamo che non sia secondaria la questione delle telefonate, su cui c’è, secondo noi, una chiusura un po’ assurda. Dieci minuti alla settimana sono veramente una miseria, in tantissimi Paesi si telefona liberamente, qui da noi spesso, addirittura, in alcune carceri, la telefonata all’avvocato viene conteggiata in quei 10 minuti a settimana consentiti. Chi ha poi un reato del 4 bis prima fascia può fare solo due telefonate, e questo è puramente punitivo, vendicativo, perché poi di fatto se ne fai due, o ne fai quattro, dal punto di vista della sicurezza non c’è nessuna differenza, quindi la logica è solo quella di rispondere al male con una uguale quantità di male.

Infatti: quando ci fu ad esempio la riforma per cui per i detenuti in 41 bis OP ridussero i colloqui da due ad uno, ci fu una levata come di giubilo generale, come se il problema della sicurezza, dei messaggi che potevano passare cambiasse se da due si scendeva a un colloquio, io trovo che sia ridicolo, se ci sono dei problemi di passaggio del messaggio allora anche un colloquio è un problema di sicurezza, uno o due che differenze fa? Questo è il mio punto di vista. E’ chiaro che è soltanto per soddisfare un’esigenza, un desiderio vendicativo, è solo quello, perché dal punto di vista concreto, della tutela delle esigenze della sicurezza sociale, non cambia nulla questo è chiaro. Io sono favorevolissima alla liberazione delle telefonate e penso che sarebbe poi, in un’era telematica come la nostra, assolutamente ovvio. Favorire il mantenimento di punti di riferimento all’esterno, è un aspetto che incide in modo determinante sulla possibilità di un reinserimento proficuo, sensato, mentre il perdere o sfilacciare i rapporti famigliari, per poi ritrovarsi ad essere degli estranei, quello sì che è criminogeno: perdere i punti di riferimento porta, infatti, il condannato a una condizione di disagio e di disadattamento totali, senza che questo aspetto possa essere sostituito con qualcosa di equivalente. Credo che sia fondamentale mantenere dei legami famigliari solidi e soprattutto reali, veri, e solo attraverso la costanza dei rapporti questo è possibile.

-Nelle proposte di legge che ci sono finora c’è anche un aumento consistente dei permessi premio: trenta giorni in più all’anno per stare in famiglia, che cosa ne pensa? E di un uso meno restrittivo dei permessi di necessità?

Io sono favorevolissima. Noi come ufficio di Sorveglianza di Milano abbiamo, già da anni elaborato, una giurisprudenza, rispetto ai permessi di necessità, che abbiamo concesso in molte situazioni ai detenuti di 4 bis, prima fascia, proprio per coltivare gli affetti famigliari, forzando la normativa di cui l’art. 30 OP seconda comma, che si riferisce agli eventi famigliari di particolare gravità, da intendersi come una normativa che deve applicarsi non soltanto agli eventi luttuosi, negativi, ma agli eventi famigliari intesi come eventi famigliari particolari, unici, che possono riguardare la famiglia, che riveste un carattere positivo nella vita della persona. Noi abbiamo ritenuto che la norma dell’articolo 30 OP vada intesa in questo modo, proprio per offrire delle opportunità trattamentali anche a coloro che ne siano esclusi dall’attuale legislazione. Rispetto alla proposta dell’eventuale aumento del numero dei giorni di permesso  per coltivare gli affetti famigliari, sono favorevole, penso che sarebbe ora, appunto, di ripensare veramente tutto l’impianto della legge e di capire quali sono quegli aspetti della vita della persona che il trattamento penitenziario deve cercare di valorizzare. Cioè gli affetti famigliari laddove positivi, appunto, quali elementi di spinta verso un proficuo reinserimento nella società.

-Su questo, sui permessi, sulle misure alternative, forse sarebbe necessario allargare il dibattito perché non sono strumentali così usati come vorremmo, cioè noi vediamo che ci sono situazioni in cui appunto le persone vanno in permesso e anche in misura alternativa, e però ce ne sono tante, ancora troppe, in cui vediamo persone vicinissime al fine pena che sono ancora lì inchiodate ala galera. Forse, pure su questo bisognerebbe aprire un dibattito, anche con i suoi colleghi magistrati di Sorveglianza.

Sì, sicuramente. La magistratura in questo momento è un po’ ingessata, anzi non lo è in questo momento, lo è da un po’. Ma oggi registriamo anche questo cambio di rotta. Vediamo se questo inciderà in qualche modo anche su di noi, sulle paure, su questa  giurisprudenza difensiva che è stata adottata nel tempo. Va detto che siamo in pochi, stritolati tra numeri inaccettabili e anche un po’ isolati culturalmente. Ecco, non c’è una grande diffusione della cultura della rieducazione, ripeto che secondo me a tutt’oggi prevale fortemente l’idea vendicativa della pena, fortemente rispetto a quella rieducativa.

-Forse sì, ma forse si osa anche poco perché, guardi, noi con questo progetto con le scuole, incontriamo veramente migliaia di studenti e a volte anche i genitori e ci accorgiamo che, se le pene vengono spiegate in modo diverso, se le persone che sono in carcere si raccontano in modo diverso, sviluppano un pensiero critico e una consapevolezza rispetto al reato, questo desiderio di pene vendicative lascia spazio anche ad altre idee. Ma su questa visione cattiva della giustizia ha una responsabilità fortissima la politica, e anche l’affermazione. E secondo noi l’informazione pesa spesso anche sulle decisioni di tanti magistrati.

Né sono sicurissima. Perché io stessa, quando ho avuto in mano delle vicende pesanti, conosciute dai mass media e raccontate come casi emblematici, ho ricevuto delle lettere di minaccia addirittura da parte di semplici cittadini, persone che di fronte ad un permesso premio dato a chi aveva a suo tempo ucciso i genitori, mi scrivevano indignati, sostenendo l’ingiustizia di questa “concessione” fatta a chi non aveva dimostrato, secondo loro, sufficiente resipiscienza. Ma è vero anche che noi, in questi casi, di fronte a questo tipo di decisioni, siamo totalmente isolati, soprattutto culturalmente. E’ una prognosi, che si deve compiere, si fa una scommessa sulla persona, una scommessa che si basa su delle relazioni di Sintesi, delle osservazioni fatte da altre, su dei colloqui, ma non molto di più. E questo è, come dire? Esprimere un giudizio prognostico che può andare in mille modi, non ha dei contorni molto certi e molto definiti. Di fronte, poi, ad una sostanziale non adesione, né da parte della politica, né da parte dell’opinione pubblica e neanche di buona parte della magistratura rispetta a quella del recupero, del reinserimento, rispetto a questa non adesione, la magistratura di Sorveglianza è paralizzata perché di fronte al delitto efferato, commesso con modalità efferate, di grande violenza, l’aprire la porta e consentire di uscire è una responsabilità penale che è nelle mani di una sola persona: di qui la giurisprudenza degli ultimi anni, io credo. Poi ci sono stati dei singoli casi di cronaca che hanno portato di dieci anni il pensiero e di questo noi paghiamo le conseguenze. Chiaro che non abbiamo avuto il coraggio dove ci sarebbe voluto coraggio, nel denunciare queste celle chiuse per esempio, nel dire che dovrebbero essere camere di pernottamento, toccava a noi dire che certi diritti non possono essere compressi. Il diritto alla salute, il diritto alla affettività, toccava  a noi e intendo dire che non c’è stato mai quello spazio per poter esprimersi, però io credo che sia venuto il momento di passare oltre. Vent’anni di dibattito sulla giustizia si sono incentrati sui problemi di una singola persona e sulle sue vicende giudiziarie e tutto ciò che ne era connesso. Oggi è un dibattito superato, per fortuna stiamo parlando d’altro, abbiamo deciso di cambiare passo, io credo che sia elaborare un pensiero. Un pensiero, se posso dire che sia un pensiero globale, che guidi un po’ l’azione del legislatore, che non può agire a caso ma che sia finalizzata ad un’idea, perché è questo il punto: quello che manca, in questa fase storica, è un pensiero globale, un pensiero guida e quindi siamo un po’ in balia degli eventi, dei fatti di cronaca, di ciò che viene considerato un’emergenza e questo comporta una sostanziale precarietà di tutte le conquiste ottenute, come se dipendessero dall’emergenza del momento. Io mi auguro che sia giunta un’epoca nuova, io ne sono convinta, guardo tutte queste novità con molta speranza, dico la verità.

-Senta un’ultima questione che ci ha accennato prima, dei permessi di necessità, su chi ha l’ergastolo ostativo o comunque reati ostativi. Ecco, non le sembra un momento proprio di superare il 4 bis è la legge che impedisce proprio la discrezionalità dei magistrati, là dove ci vorrebbe.

Si, certo. Lo so che la commissione Palazzo aveva elaborato delle proposte in questo senso; io non so se i tempi siano maturi per l’abolizione dell’ergastolo, come io penso che dovrebbe essere in un Paese civile e per rivedere le preclusioni dell’art. 4 bis OP, ormai assolutamente fuori dalla storia. Si tratta, infatti, di preclusioni difficilmente superabili, che limitano in maniera pesantissima la discrezionalità del magistrato di Sorveglianza che, al contrario, è un valore da difendere, in tutti i modi e in tutte le sedi. Io non so se i tempi siano maturi, certo è che anche qui occorre un po’ di coraggio nel fare delle valutazioni caso per caso.

Intervista a Pasquale De Feo sul 41 bis (terza parte)

quarantunobis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta e ha tanto da dire su quella esperienza e sul sistema del 41 bis.

Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la terza e ultima parte.

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14- Che tipo di rapporto hai con l’Amministrazione Penitenziaria?

Sono un detenuto e mi comporto da tale. Non dimentico mai cosa sono da trent’anni, a parte che non me lo fanno dimenticare. Perché in ogni momento ti ricordano che sei un galeotto e un reietto della società, dove sei stato escluso per sempre, marchiandoti la fronte (metaforicamente) come facevano nei tempi antichi: “escluso dal consorzio umano”.

15- Sei seguito da psicologi, educatori, o altre persone del carcere? In quale maniera?

I numeri di psicologi, educatori e assistenti sociali sono talmente pochi che, se volessero seguire i reclusi in modo serio, non potrebbero fare più di un colloquio ogni sei mesi, forse anche di più. Siccome anche loro sanno che i benefici penitenziari non vengono dati quasi a nessuno a parte quale raro caso, chiamano solo quando il detenuto chiede un colloquio per qualche problema che non riguarda la rieducazione. In Italia non c’è l’applicazione dell’art. 27 della Costituzione. I funzionari che vanno in TV a fare tutti quei bei discorsi parlano di una realtà che esiste nei paesi del Nord Europa, qui da noi pensano solo alla repressione, contenere i reclusi e pigiarli come sardine nelle carceri. Per il resto non c’è niente. Ad essere sincero una cosa c’è, tutti vogliono andare al Ministero perché lo stipendio e ben sostanzioso, purtroppo sono tutti PM che conoscono il carcere dagli uffici dove interrogano i detenuti, e hanno reso le carceri disumane. Alimentando e proteggendo il regime di tortura del 41 bis e la pena di morte con l’ergastolo ostativo. L’altro giorno mi ha scritto una mia amica da Roma che aveva partecipato a un convegno in cui c’era  anche ospite un PM della DNA (Che ritengo il nuovo MINCULPOP di memoria fascista) a domanda sul 41 bis, ha risposto: “è un male necessario”. Lo sanno bene che è una tortura, ma come gli americani che hanno ritenuto le torture inflitte a tante persone era un male necessario. Le carceri sono i luoghi più illegali del paese. Devi sapere che dal 2000 a oggi ha ucciso più lo Stato che le varie mafie. Dicono che siamo la culla del diritto, invece siamo diventati la tomba del diritto.

16- Prendevi dei farmaci? Puoi dirmi quali?

Per mia fortuna non ho avuto bisogno di psicofarmaci, che in carcere passano a livello industriale, così risolvono qualsiasi problema di conflitto per i reclami dei detenuti sui loro diritti, così dormono tutto il giorno. Più di un terzo dei detenuti ha problemi psichiatrici. Nel regime di tortura del 41 bis sono oltre il 50% e hanno una incidenza di suicidi 19 volte di più di altri regimi, ma il ministero nasconde tutto come fosse un segreto di Stato, perché devono nascondere le nefandezze che si commettono in nome della legalità che loro stessi violano.

17- Con quante persone detenute avevi incontri o rapporti personali?

All’Asinara ogni blocco della sezione era di quattro celle. Ogni cella era di quattro persone. In estate che finivano i processi eravamo al completo. In inverno eravamo nell’ordine di 5-6 persone. Ci incontravano nel cortile all’ora d’aria, nelle due ore di aria che ci venivano concesse, per il resto stavano 22 ore chiusi  in cella e non potevano neanche parlare con le celle fianco. 

18-Come consideri la misura carceraria alla quale eri sottoposto? Pensi che possa avere qualche finalità rieducativa, risocializzante, o comunque “migliorativa” della tua personalità? Oppure quali fini possa perseguire?

Tortura istituzionalizzata. Forse credono che essendo in democrazia, la tortura diventa democratica e non sia crudele ferocia. Il regime di tortura del 41 bis e tutte le leggi emergenziali sono le più bestiali leggi che questo paese ha emanato da quando è diventata Repubblica, seconde solo alla bestiale legge Pica del 1863 che usarono per massacrare circa un milione di meridionali quando fecero l’unità della penisola, altro che la favoletta risorgimentale. Quella mentalità repressiva nei confronti del Meridione, inquinata dalle teorie razziali di quel criminali di Cesare Lombroso “che riteneva i meridionali geneticamente difettati, la conformazione fisica ed etnica portavano ad una naturale propensione a delinquere, dunque criminali per nascita, eredi di un’atavica popolazione difettosa, che niente e nessuno poteva sottrarre al loro destino. Non delinquenti per un atto cosciente e libero della volontà, ma per innate tendenze malvagie, continua tutt’ora la repressione anche se le terminologie sono cambiate. Un tempo eravamo un covo di briganti, oggi siamo un covo di mafiosi, domani saremo un covo di marziani. D’altronde l’unica industria che non conosce flessione nel Meridione è il comparto della repressione. Basta guardare anche i numeri delle carceri: il 100% dei detenuti nel 41 bis sono tutti meridionali; il 99% degli ergastolani ostativi sono meridionali; il 90% dei detenuti sono meridionali; l’infame 4 bis è applicato al 90% ai meridionali. Come ho già scritto non c’è nessun fine rieducativo, né tantomeno migliorativo della personalità. Credo che se un cane lo leghi ad una catena e lo bastoni tutti i giorni, vorrei vedere quale cane ne uscirebbe migliorato o rieducato. L’unica finalità del sistema è la repressione e l’annientamento dei detenuti. Non ci sono altri fini. Purtroppo oggi è ancora peggio. Le persone non fanno che accumulare odio, rancore, rabbia. Il 41 bis di oggi è peggiorato perché è più scientifico, come i centri di detenzione psichiatrici dell’era sovietica, dove l’unico scopo era di distruggere la personalità e annichilire il pensiero con l’isolamento totale. Sono quattro detenuti per blocco, non possono parlare tra loro, con la censura li isolano dal mondo. Anche per questo hanno le messo le videoconferenze per i processi, così non possono neanche difendersi. Secondo te la tortura può migliorare una persona?

19- Hai mai partecipato a scioperi e proteste? Se sì, come è stata la reazione da parte dell’Amministrazione Penitenziaria e degli ambienti esterni?

Ho sempre partecipato agli scioperi e proteste, la reazione dell’Amministrazione è sempre stata di repressione. Non conosciamo altri metodi. E’ un fatto di cultura che viene da lontano, da quando i piemontesi, dopo la conquista del Meridione, instaurarono i Bandi di Carlo Felice di Savoia del 22 febbraio 1826, anche se vennero sostituiti da un regolamento provvisorio nel 1863, nulla cambiò. In questo bando la tortura era un metodo legiferato. Da quella mentalità non ne sono mai usciti, ma se vuoi capire meglio tutto il discorso dovresti leggerti “I lager dei Savoia” di Fulvio Izzo, allora capirai anche il sistema odierno. Tutto viene dal 1860 quando il merdionale divenne una razza interiore.

Intervista a Pasquale De Feo sul 41bis (seconda parte)

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Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ha partecipato a un questionario rivolto a detenuti che sono attualmente in regime di 41 bis o che ci sono stati. Pasquale De Feo fu sottoposto al 41 bis nei primi anni novanta e ha tanto da dire su quella esperienza e sul sistema del 41 bis.

Per l’importanza di questa intervista l’ho suddivisa in tre parti. Oggi pubblico la seconda.

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8- Scrivevi lettere?

Potevamo scrivere solo ai famigliari e se questi erano detenuti non potevano, ma le lettere che venivano fermate e sequestrate erano l’80-80%. Arrivai ad un punto che non scrissi più e invitai i famigliari a non scrivermi.  Questa decisione la presi quando mi sequestrarono gli auguri di Natale di mia Madre.

9- Hai avuto problemi ad inviare o ricevere corrispondenza? Se sì, per quale ragione hai avuto problemi?

La censura e il sequestro della corrispondenza è parte integrante del sistema di repressione, per isolarti dal mondo esterno e annichilirti psicologicamente e distruggere la tua personalità, una moderna tortura.

10- Riuscivi ad avere colloqui con tuo difensore senza restrizioni?

Sì. Ma i colloqui avvenivano nelle sale dei colloqui come ho già scritto sopra, con il vetro e attraverso un citofono. Nessun colloquio telefonico.

11- Studi o hai studiato in carcere? Perché hai deciso di studiare oppure hai deciso di non farlo? Se studi, come avviene questa attività? Riesci ad avere a disposizione i libri e i materiali che ti servono?

Dal 1996, quando sono uscito dal 41 bis, ho iniziato a studiare, a Voghera sono riuscito a fare i primi due anni. Nel 2003, per fortuna, dopo vari carceri, mi hanno trasferito al carcere di Fossombrone (Pesaro) dove c’era la scuola e sono riuscito a fare gli altri tre anni e diplomarmi in ragioneria. Mi sono iscritto all’Università quando ero a Parma dove ero stato trasferito da Fossombrone, ma dopo il primo esame fui trasferito al carcere dove mi trovo attualmente. Feci il passaggio universitario qui a Catanzaro, ma dopo qualche mese sospesi per alcuni motivi, tra cui quello principale che non mi veniva dato il computer. Ho intenzione di riprendere al più presto. Lo studio universitario si svolge in cella. Ti procuri i libri che ti servono e ti devi arrangiare da solo. E’ difficile avere un aiuto da un volontario, perché si evoca sempre il problema della sicurezza. Per studiare ci vuole impegno e tanta pazienza. Ci sono alcune carceri dove lo studio è più agevolato perché ci sono le sezioni adibite a polo universitario, ma si contano sulle dita di una mano.

12- Come trascorrevi di solito la tua giornata?

Facevo colazione al mattino e iniziavo a fare attività ginnica, l’unica forma di impegno per passare anche il tempo. C’è stato un periodo in cui facevo ginnastica fino alle quattro del pomeriggio, mi lavavo e, nel frattempo, alle cinque arrivava la cena e mangiavo. Non avevamo niente a parte un libro ogni quindici giorni e idiotizzarsi davanti alla TV.

13- Per quale ragione hai deciso di non collaborare con la giustizia?

Il regime di tortura del 41 bis è usato proprio per incutere terrore affinché le persone diventassero delatori. Per prima cosa non mi è mai piaciuto fare la spia. I delatori sono le persone più abiette. La storia non ne ha mai glorificato qualcuno. Giuda, il più noto nel mondo cristiano, è maledetto 2000 anni. Non metterei mai altre persone al mio posto per riacquistare la libertà. Preferisco morire in carcere. Non creerei mai disagi alla mia famiglia, con lo scombussolamento che devono iniziare una nuova vita. In ultimo, dopo trent’anni di carcere, fuori c’è un mondo che non conosco e cosa potrei dire se non inventarmi storielle come fanno tanti pentiti, rovinando centinaia di persone. Perché è facile inventarsi una associazione mafiosa. Il famigerato art. 416 bis è un reato senza reato, che non ha bisogno di prove. Bastano le parole di un pentito e, siccome ne hanno a centinaia di pentiti a busta paga, basta tanti “sentito dire” o la confidenza di qualcuno che è morto, e il gioco è fatto. In ultimo preferisco morire in piedi qui dentro, ma non strisciare come un verme con la coscienza sporca e che mi perseguiterà tutta la vita. Vorrei chiedere a te e ai tanti catechizzati di vent’anni di bombardamento mediatico, con le fanfare di tanti Savonarola che non hanno fatto che spargere odio nella gente, uguale a quando c’erano i roghi in piazza contro gli eretici. Che razza di paese volete, se ragioniamo così diventiamo come la ex Germania dell’Est, dove la metà della popolazione spiava l’altra metà. Un Paese che se eri delatore eri un buon cittadino. In caso contrario eri un pericolo per la società. Questa è l’Italia che volete?

Intervista a Giuseppe Barreca

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Pubblico oggi questa intervista che è stata fatta al nostro Giuseppe Barreca, detenuto a Spoleto.

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Progetto: numero speciale di “Editrice A”.

Nome: Giuseppe

Cognome: Barreca

detenuto presso le carceri di Spoleto PG, condanna ergastolo detenuto ininterrottamente dal 1990, laurea (in carcere) in SCIENZE POLITICHE.

1- Ricordi come accogliesti la condanna definitiva all’ergastolo? Quali furono i tuoi pensieri e i tuoi stati d’animo?

Con molta rabbia, sensazione che prova chiunque subisce una condanna (soprattutto quando, come nel mio caso, rasenta l’inverosimile nelle sue più smivurate varianti) sia breve che perpetua e in taluni momenti la “macchina” uomo non ha nemmeno il tempo e la voglia di pensare, salvo poi farsene una ragione con lo scorere del tempo.

2- Preferisci la pena di morte o l’ergastolo?

Forse qualche tempo fa a questa domanda avrei risposto che preferirei la pena di morte, ma oggi ho capito e dato un senso alla mia vita e soprattutto ora che ho conosciuto la libertà interiore (… quella che molti non hanno da liberi) dico che la vita è bella, a prescindere e forse ha poca importanza se sono ancora in catene. La vita è bella anche con un fucile puntato alle spalle.

3-Come vive l’ergastolano?

Un ergastolano vive come pensa e pensa come vive. Sogna, vive soprattutto di empatia.

4-Come percepisci il tempo che trascorri in carcere ed è per te un tempo vuoto, un tempo perso o comunque un tempo di vita?

Nessun uomo si è mai “abituato” alla privazione coercitiva della libertà, ma la “macchina” uomo, essendo egli l’animale più abitudinario in natura, col passare del tempo se ne fa una ragione e cerca di investire il tempo in  espedienti, magari cogliendo ogni istante e dando un senso a quell’attimo di vita che inesorabilmente scorre. A quel sospiro. A quel macchinoso fluire del tempo “…Dicono che c’è più tempo per seminare e uno più lungo per aspettare… io dico che c’era un tempo sognato che bisogna sognare”. Tratto dalla canzone: “C’E’ TEMPO” di Ivano Fossati (… bellissima… ascoltatela!!!).

5-Apparirei frivolo e banale se affermassi che mi manca l’amore (…quello  insito verso le persone che non hanno mai smesso di lottare e continuano a sorreggere il mio respiro e ogni singolo battito del mio “martoriato” cuore), dunque diciamo che mi manca il sesso (…da morire!).

6-Eventuali (in dieci righe) tue osservazioni sulla pena dell’ergastolo, il carcere e il divieto di fare l’amore.

L’ergastolo rappresenta la follia dell’uomo (…certi uomini!!) nella sua essenza più estrema.

L’ergastolo non è altro che una vendetta ordita dallo stato per conto delle vittime.

L’ergastolo è stata la peggiore invenzione dell’uomo “contemporaneo”.

L’ergastolo viola i principi sanciti dai nostri padri costituenti (art. 27 Cost.).

Privare il detenuto di “vivere” il corpo della propria compagna/moglie/amica rappresenta l’ERRORE nelle sue infinite e infime sfaccettature e, quello che è più grave, non giova né alle vittime del reato né allo Stato. E’ una privazione che va totalmente contro natura. Contro ogni regola.

“Never give up” (no mollare mai) è il mio motto. Tatuato sul braccio destro. Riassume il mio personale concetto di vita.

Giuseppe Barreca

(Casa di reclusione di Spoleto)

Spoleto, 7 luglio 2014

Intervista sul 41 bis, all’ex parlamentare europeo Maurizio Turco (prima parte)

41bis

Il nostro Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro, ci ha inviato il testo di una interessantissima intervista fatta dalla redazione di Ristretti Orizzoni (a questo link troverete la versione online del numero di Ristretti in cui è presente anche questa intervista http://www.ristretti.it/giornale/word/13/01.pdf) a Maurizio Turco, ex parlamentare europeo. L’intervista è incentrata sul cuore di tenebra del sistema penitenziario italiano, il regime del 41 bis.

L’intervista è fatta a più voci, nel senso, che sono più persone, quasi tutti detenuti nel carcere di Padova, a fare, di volta in volta, le domande.

Si tratta di una intervista di tale lucidità e chiarezza, anche per l’esperienza e l’impegno che Maurizio Turco ha da anni su questi temi, che voglio riprodurla a puntate. E oggi ne pubblico la prima parte.

Prima di lasciarvi alla lettura di questa prima parte, cito un passaggio emblematico:

“Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza.”

Maurizio non è la prima persona a dire queste cose. In pratica ci sono detenuti da anni in un regime durissimo, quale è il 41 bis, peri i quali le motivazioni della proroga costituiscono, in sostanza, una sorta di continuo copia e incolla. Ci sono detenuti che non vanno nel loro paese di origine da più di venti anni, ma ancora nei loro confronti si riproducono i testi delle originarie valutazione di vicinanza a contesti criminali.

Il 41 bis ha il potere simbolico che qualunque strumento innalzato a livello di mito della lotta contro il crimine. E’ diventato ideologia. Non viene quasi mai veramente affrontato in tutti i suoi meandri. Farlo suscita sospetti e accuse di “morbidezza” verso il crimine. Ma essere moralmente onesti vuol dire sempre raccontare le cose come sono.

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Oddone Semolin: Noi abbiamo cercato di mettere a fuoco i meccanismi di come funziona il 41 bis, quello che volevamo sapere è come pensate si possa superare questo regime, perché siamo consapevoli che la resistenza rispetto alla possibile abolizione di queste forme di carcerazione è trasversale, politicamente parlando, per cui crediamo sia molto difficile. Quali strumenti pensate di adottare per fare questo passaggio, concretamente, perché si arrivi al superamento? C’è uno spiraglio, una possibilità?

Maurizio Turco: Penso che non ci sia nessuno spiraglio, né alcun cambiamento in vista, anzi, penso stiamo andando verso una sempre maggiore militarizzazione del sistema carcerario, in assenza di possibilità alcuna di un carcere che risponda a quelli che sono i dettami costituzionali. Il resto è resistenza. Noi stiamo cercando di resistere al fatto di un peggioramento del 41 bis, ma so se ci riusciremo, nel senso che già parlano di riaprire Pianosa, l’Asinara, e sappiamo che cosa significa. Io sono stato questa estate a Badu e Carros (Nuoro) e c’è solo un detenuto in 41 bis, ed è un fatto contrario alla legge, perché comunque  anche i detenuti in 41 bis hanno diritto alla socialità, per quanto simbolica. Le condizioni di detenzione  stanno sempre più peggiorando, nel senso che ormai c’è una parte di detenuti in 41 bis che scontano un 41 bis aggravato e sono tutti quelli che sono in aree riservate, che sono completamente isolate dal resto del mondo, e c’è ancora la difficoltà per noi di poterli andare a vedere nelle necessarie condizioni, per cui voi capite che è una situazione che va sempre più ingarbugliandosi, nel senso di violazioni sempre più dure, violente, della legge. La nostra prima proposta è quella del rispetto della legge così come è scritta. Il fatto che poi ci siano tutta una serie di regolamenti che il DAP ha emamato, che hanno reso il 41 bis quello che è oggi nella realtà, una realtà contraria alla legge. Noi siamo riusciti in una occasione a fare andare il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa non nei posti dove di solito si andava, ad esempio Spoleto, dove c’è una realtà molto più aperta, diciamo. Quando siamo però riusciti a fare andare il Comitato a Parma, lì sono venute fuori 50 pagine di critica al sistema penitenziario, al sistema italiano, all’applicazione della legge italiana. Ecco perché il problema che oggi dobbiamo porci come obiettivo è quello di fare rispettare la legge, il 41 bis, in tutti i luoghi di privazione della libertà, da parte dello Stato e nella società intera. Se noi riuscissimo a fare rispettare la legge, quella scritta, le condizioni di detenzione sarebbero completamente diverse da quelle che sono. Purtroppo ogni tentativo di riforma di mettere il carcere in condizione di essere rispondente alla legge, non ha sinora portato a nulla.

Elton Kalica: Prima c’erano delle garanzie, ora che invece è diventato un sistema, quali tutele ci sono?

Maurizio Turco: Intanto vanno ricordati positivamente i 16 senatori e 44 deputati che, tra ottobre e dicembre 20o2, votarono contro la legge istitutiva in senso permanente del 41 bis. Il regime straordinario è stato reso ordinario attraverso una “stabilizzazione”, perché era una legge che doveva essere rinnovata ogni due anni, proprio per le particolari -cioè, lo ripeto, violente- condizioni di detenzione. Poi, nel 2002, il Parlamento ha deciso di farlo diventare un sistema “ordinario”. Andrebbero studiati gli ultimi sei mesi del 2002. Quello che veniva detto in Parlamento e cosa veniva pubblicato sui giornali e nelle agenzie. Io so solo che Giuseppe Ayala, già membro del pool con Falcone  e Borsellino, e già sottosegretario alla Giustizia, e che nel 2002 era membro della Commissione antimafia, nell’ambito della discussione in Commissione sulla stabilizzazione del 41 bis, disse… “… saranno stati centinaia i provvedimenti che ho firmato, le motivazioni delle proroghe appartengono a quella categoria di cose che si firmano previa bendatura degli occhi (tanto è un’azione automatica che sappiamo fare tutti e con l’occhio bendato viene meglio)”. Perché prorogava ad occhi bendati la permanenza in 41 bis? Perché ci sono persone che continuano a restare in 41 bis sulla base della dichiarazione dei e carabinieri di un paese del quale magari mancano da 30 anni. Carabinieri che affermano che questa persona continua ad avere rapporti con la gente del luogo pur essendo da 10 anni in 41 bis: questa è negazione del diritto, della giustizia, della logica e dell’intelligenza. E di questo il sottosegretario Ayala che prorogava i 41 bis ad occhi bendati se ne è accorto? Certo che se ne era accorto, tant’è che aggiunge: “… Questo lo dico senza avanzare assolutamente critiche nei confronti degli organi che erano di volta in volta chiamati a fornire gli elementi, ma perché certe volte è quasi una probatio diabolica”.

Per quella che è la mia esperienza, ho visto poche persone uscire dal 41 bis e le ho ritrovate quasi tutte, ancora insieme, a… Badu e Carros, a Nuoro, in Sardegna. L’unico cambiamento è stato un peggioramento delle condizioni di detenzione. Intendo con questo soprattutto la difficoltà ad avere rapporti con i familiari, perché è chiaro che quanto ti sbattono in Sardegna, se hai parenti in qualsiasi parte d’Italia, diventa un costo serio, sei tagliato fuori da qualsiasi possibilità di un rapporto costante. Fra pochi mesi in Sardegna risiederanno la metà dei detenuti in 41 bis e quasi tutti coloro che ci sono passati e sono vittime (e sottolineo: vittime) di un reato ostativo, cioè sono condannati a non uscire mai. In altre parole questo significa avere introiettato il senso dell’impunità da parte di chi dovrebbe applicare la legge ed invece la viola. C’è un giovane detenuto che ho incontrato una volta in 41 bis e due volte a Badu e Carros ristretto in alta sorveglianza. L’ultima volta mi ha detto “noi qui rappresentiamo il fallimento dello Stato. Siamo da decenni in galera. Siamo condannati all’ergastolo ostativo. La Costituzione non permette la restrizione a vita, ma c’è una legge che la consente attraverso un meccanismo dal quale risulta che siamo noi che vogliamo restare in carcere. Ogni volta che viene e ci trova ancora qui deve pensare: abbiamo fallito”.

Sandro Calderoni: Ci racconti come si vive nel 41 bis?

Maurizio Turco: Vivere? Tanto per cominciare non si potrebbero tenere le telecamere in cella, soprattutto se sono puntate sui servizi igienici, ma questo continua ad accadere in tutte le aree riservate. Ho avuto modo di vedere una cosa allucinante a Badu e Carros, dove c’è un solo detenuto in 41 bis. C’è un corridoio con diverse celle, ma una sola è occupata, ha una telecamera puntata sui “servizi igienici”, che consistono in un bagno alla turca anomalo, non si trova ad altezza di pavimento, ma è rialzato di un metro per ovvie ragioni, perché c’è la volontà di manifestare un potere fisico, di umiliarlo di fronte alla telecamera, quando deve fare i suoi bisogni, e questo è qualcosa che è intimamente connaturato al 41 bis. La legge prevede espressamente che chi va in 41 bis può uscire unicamente se si pente. Noi siamo riusciti -triste consolazione!- a fare morire a casa almeno due persone, una c’è rimasta in agonia dieci giorni, l’altra non hanno fatto in tempo a farla uscire dall’ambulanza che è morta sull’uscio di casa. C’è proprio anche una logica dimostrativa per gli altri, nel senso che una di queste due persone era stata curata per tutt’altra patologia. La cartella clinica è stata inviata al professore Tirelli, del centro oncologico di Aviano, il quale disse: questa persona ha una prognosi infausta certa. Può avere un mese di vita. E dopo un mese è morto. Devo dire grazie al ministro Castelli che risposto positivamente al nostro appello a non farlo morire come un cane ed è morto a casa sua. Di solito un detenuto in 41 bis muore in ospedale dove viene trasportato dal carcere in prossimità del decesso. Morire nella propria casa è un fatto rarissimo. Certi accadimenti hanno solo un senso dimostrativo. E’ chiaro che non c’è nessun problema di sicurezza per quella persona ammalata di tumore che sta morendo, però il tenerla lì è di esempio per gli altri. Diciamo che lo Stato ha fatto propria, ha assimilato e riprodotto la logica mafiosa. Lo Stato, cioè, chi dovrebbe prevenire e contrastare il formarsi di una tale logica.

(FINE PRIMA PARTE)

Salvo Fleres, Garante dei detenuti in Sicilia- intervista

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Quando si parla della figura del Garante per i diritti dei detenuti, spesso si immaginano figure il cui apporto è più simbolico che effettivo. Figure la cui concretezza, quando c’è, non è mai particolarmente incisiva. Persone che vanno in carcere, scrivono qualche lettera, appoggiano qualche battaglia. Ma senza che riescano a fare davvero la differenza. Ma non è sempre così. E non lo è certamente per quanto riguarda il Garante per i diritti dei detenuti della Sicilia, il dottor Salvo Fleres. Chi mi conosce sa che detesto le valutazioni fatte senza riscontri concreti. Se ne fanno troppe, o per elogiare persone amiche, o per denigrare persone ostili. Si manca spesso di concreta obiettività. Io è da poco tempo che ho avuto modo di incrociare il dottor Fleres. Inizialmente mi relazionai con una sua collaboratrice, Gloria Cammarata, e poi anche direttamente con lui. Ciò che ho potuto riscontrare è che, di fronte ad alcune  delicate situazioni carcerarie che gli sottoponevo, c’è sempre stata, da parte sua, attenzione e un’azione effettiva. Questa percezione, mi sono accorto, non  è stata solo mia. Mi sono trovato a confrontarmi con vari soggetti che si occupano del mondo penitenziario, trovando a volte supponenza, a volte mancanza di risposta, a volte risposte vaghe, a volte solo parole, a cui non seguiva mai un tentativo di azione. Ma a volte ho trovato anche serietà e coerenza. Come nel caso del dottor Fleres. Quando penso a come dovrebbe essere un Garante per i diritti dei detenuti, è la figura di Salvo Fleres quella che mi viene in mente.

Come vedrete nella seconda parte dell’intervista, il dottor Fleres interviene su tutta una serie di dinamiche interne al suo ufficio che hanno, per alcuni anni, ostacolato l’attività nei confronti dei detenuti e ingenerato anche polemiche e articoli di giornale.

Vi  lascio alla lettura dell’intervista.

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-Salve Dottor Fleres, dove è nato e dove vive?

Sono nato a Catania 57 anni fa e vivo a Catania. Ho fatto l’insegnante, ho fatto il dipendente dei Monopoli di Stato, ho fatto il giornalista. E per 22 anni ho fatto il deputato regionale prima, il senatore dopo.

-Quindi ha avuto un percorso molto sfaccettato.

La mia vita è ricca di esperienze e credo che questo mi sia tornato utile per l’attività di garante dei diritti dei detenuti, perché ho avuto  modo di potere osservare la società da più parti e tutte importanti. Io ricordo, quando facevo l’insegnante, che molti miei alunni venivano da quartieri popolari ed avevano stretti contatti con fenomeni malavitosi. E però riuscivano a salvarsi grazie alla scuola. Ricordo che durante la mia attività presso i Monopoli di Stato, svolgevo il mio lavoro in uno dei quartieri più difficili della città di Catania; e quando uscivo dallo stabilimento, mi rendevo conto di quello che accadeva in quel quartiere. E poi da giornalista ho avuto a che fare con grossissime questioni riguardanti la criminalità locale.

-E poi c’è stato il percorso politico.

Sono entrato nell’Assemblea regionale siciliana nel 1991, e sono stato deputato regionale sino al 2008. In questi 17 anni ho fatto l’assessore alla cooperazione,  ho fatto il vicepresidente vicario dell’Assemblea, e sono stato l’autore di varie leggi, tra cui quella sul lavoro autonomo per i detenuti, che ha consentito a 140 reclusi, in dieci anni, di avviare un’attività lavorativa autonoma. I beneficiari non solo sono usciti dal circuito criminale, ma hanno potuto assumere dipendenti, così passando dalla condizione di “peso” della società a condizione di “risorsa” per la società. Considero questa legge un grande successo nell’ambito dell’attività politica che ho svolto.

-Finché è diventato senatore.. in che anno?

Sono diventato senatore nel 2008, ho fatto parte della commissione bilancio e della commissione per i diritti umani e in quella veste sono stato tra i promotori dell’indagine sul sistema penitenziario italiano. Ho avuto modo quindi di vedere strutture presenti un po’ in tutta Italia. Posso aggiungere che da oltre 25 anni mi occupo di diritti umani e sono stato anche vicepresidente nazionale della Lega dei diritti dell’uomo.

-E quando è diventato Garante in Sicilia per i diritti dei detenuti?

Nel 2006.

-Quindi prima di diventare senatore?

Sì. Fui nominato col parere unanime di tutto il Parlamento siciliano, perché era notoria la mia azione a favore di un carcere dignitoso e rispettoso dei diritti umani. Io mi occupo da anni di queste tematiche. Avevo anche fatto delle pubblicazioni e delle ricerche ed avevo portato avanti delle iniziative rivolte al settore penitenziario. Quindi, quando fu istituita la figura di Garante, diciamo che unanimemente il Parlamento guardò a me per questa carica, anche se poi la nomina formale è del Presidente della Regione.

-Lei è stato garante dei detenuti dal 2006, e lo sarà, se non le verrà rinnovato il mandato, fino ad agosto 2013. La carica ha quindi una durata di sette anni?

Sì. La legge prevede un incarico così lungo, proprio perché si è voluta salvaguardare la funzione autonoma del garante, sganciandolo dalle maggioranze che di volta in volta vengono a formarsi. Proprio per questo la durata del mandato del garante è maggiore della durata dell’Assemblea regionale.

-Come è stata la sua esperienza di garante?

E’ stata molto bella, perché siamo riusciti ad ottenere dei risultati importanti. Sono riuscito, proprio perché conoscevo bene questa materia, a ottenere l’accesso dei garanti nelle carceri ai sensi dell’art. 67 dell’Ordinamento Penitenziario, con le stesse facoltà di cui godono i parlamentari. Cosa che prima non accadeva, minando così alla base l’azione dei garanti.

-Questo l’ha ottenuto in tutta  Italia?

Sì, in tutta Italia. Poi siamo riusciti a sbloccare diverse situazioni. Siamo riusciti a fare aprire un carcere, a Gela, che, nonostante fosse completo, era chiuso da sei anni, ma era bloccato da banali motivazioni burocratiche. Siamo riusciti ad accelerare i lavori di completamento del nuovo carcere di Favignana, chiudendo quello che c’era prima, che era davvero un girone dell’inferno, tanto era in condizioni disastrose. Siamo riusciti a sbloccare i lavori di ristrutturazione di carceri come quello dell’Ucciardone. Naturalmente la competenza in questi casi è dell’amministrazione penitenziaria, ma noi  abbiamo fatto un’azione continua perché certe cose si sbloccassero. Abbiamo ottenuto anche notevoli risultati relativamente ai fenomeni di sovraffollamento; a tal proposito sono state importanti diverse ordinanze – di cui siamo stati promotori – da parte,  in particolare, dei magistrati di sorveglianza di Palermo e di Catania, che hanno riconosciuto e confermato l’esistenza del sovraffollamento e di carenze strutturali. Siamo riusciti ad ottenere ordinanze anche a proposito del fumo in carcere, in merito alla corretta allocazione dei detenuti fumatori e dei non fumatori. Recentemente si è riusciti ad avere una ordinanza di risarcimento danni per il fatto che un detenuto è caduto dal quarto piano del letto a castello. Certo, l’attività che ho svolto e che svolgo mi ha procurato anche qualche nemico, ma questo non mi preoccupa, perché sono molto contento dei risultati ottenuti. Anche se, come in tutte le cose, si poteva fare anche di più.

-Per quanto riguarda il rapporto personale con i detenuti.

Io parlo personalmente con i detenuti, ogni volta che vado a visitarli nelle carceri, cosa che faccio periodicamente. Tenga conto che in Sicilia ci sono quasi trenta istituti penitenziari tra case di reclusione, case circondariali, ecc. Un lavoro abbastanza impegnativo. Parlo con i detenuti, parlo con i loro avvocati, parlo con i loro famigliari. Loro mi scrivono spesso anche dall’esterno per farmi avere le notizie. Io riesco a sapere anche quello che non tutti sanno,  molte cose che si verificano in carcere, buone o cattive.

-Qual è un episodio che l’ha particolarmente segnata dal punto di vista emotivo?

Ce ne sono moltissimi. Un detenuto che pesava 260 kg, che non riusciva ad entrare nel vano water della cella ed era costretto a svolgere i suoi bisogni fisiologici in piedi, al centro della cella, davanti a tutti i suoi compagni. Qualcosa di assolutamente poco dignitoso. Ricordo, e su questo mi sono battuto, un caso di sospetto suicidio di un detenuto che era alto 1,75 metri, che si sarebbe impiccato in un letto che era alto 1,55 metri. Una cosa piuttosto strana e anomala. Ecco perché  dico che mi sono fatto qualche nemico. Mi sono fatto qualche nemico perché ho sollevato tutta una serie di coperchi di una realtà che dovrebbe essere osservata con maggiore rigore e con maggiore distacco da una parte  e con maggiore attenzione e con maggiore cura, senza dare niente per scontato, dall’altra parte.

-Da quanto ho capito, lei non esclude alcune sezioni nelle sue visite nelle carceri.

No, no, io vado dappertutto. Io vado tra i comuni, vado all’alta sicurezza, vado tra i protetti , vado nei  reparti femminili, vado negli istituti per minorenni, vado all’O.P.G. Vado ovunque,  perché la situazione penitenziaria va affrontata nel suo complesso.

-Ha mai avuto problemi con l’amministrazione di qualche carcere?

Certamente sì. Recentemente con l’amministrazione del carcere di Catania, che è stata una di quelle che ho osservato con maggiore attenzione. Il carcere di Catania è uno dei più affollati d’Italia. E’ stato oggetto di un’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza che gli ha imposto tutta una serie di provvedimenti. La direzione del carcere di Catania mi vede come il fumo negli occhi e vorrebbe tentare, quando gli e’ possibile, di ostacolare la mia attività.

-Fondamentalmente, alla luce di tutta la sua esperienza, lei si sente di dire che il detenuto può essere recuperato?

Io credo che ci sia “l’uomo del delitto” e “l’uomo della pena”. L’uomo del delitto dev’essere punito; la legge prevede che venga processato e condannato se colpevole. L’uomo della pena  dev’essere aiutato, ai sensi dell’art. 27 della Costituzione, a rieducarsi e a reinserirsi nella società.  Io credo che il detenuto che entra in carcere è una persona e il detenuto che esce dal carcere è un’altra persona. Se il detenuto che entra in carcere viene seguito, viene sottoposto al trattamento di recupero, quando esce è una persona migliore. Se il detenuto che entra in carcere viene abbandonato a se stesso, quando esce dal carcere è una persona peggiore. La responsabilità non è del detenuto, ma della struttura penitenziaria, della società. Il bene e il male sono figli della medesima società. Non ci sono criminali che vengono da un altro pianeta. I criminali e le persone oneste vivono nella stessa società.  I primi hanno avuto la sventura di non incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Gli altri hanno avuto la fortuna di incontrare la cultura, l’educazione, il lavoro. Non si nasce cattivi, lo si diventa. Il bambino nasce buono, se diventa cattivo è perché qualcuno lo fa diventare cattivo.  E lo fa diventare cattivo certe volte la famiglia, quando non c’è o quando trasmette valori negativi. Lo fa diventare cattivo la società nella quale vive, e dalla quale non siamo stati così bravi da proteggerlo. Lo fa diventare cattivo la scuola non sempre adatta ad educare. Insomma, la società non può considerarsi estranea alla sua responsabilità di fronte ad un crimine. La colpa di un crimine è di chi lo commette, la responsabilità di quel crimine è un po’ di tutti.

-Andiamo un po’ alla concreta attività del suo ufficio. Lei, per un lungo periodo, ha vissuto anche l’esperienza di un ufficio diviso a metà, o fondamentalmente ostile a lei, e tutta una serie di polemiche, articoli di giornale e questioni anche giudiziarie. Ci vuole descrivere questa situazione, questa dinamica che ha paralizzato, per diverso tempo, la sua attivita’?

Diciamo che, in origine, i dipendenti del mio ufficio non li ho scelti io. Me li sono trovati, perché l’ufficio ha inglobato dipendenti che erano in un’altra struttura che è stata assorbita. Questo ha creato non pochi problemi, perché questo ufficio non può essere considerato come altri uffici burocratici di un struttura altrettanto burocratica.  Io dico sempre “chi viene a lavorare nell’ufficio del garante dei detenuti, non può farlo solo per prendersi lo stipendio. Deve farlo perché considera come civile e morale l’assistenza verso chi si trova in carcere”. Il mio mandato e’ gratuito ma questo non mi impedisce di lavorare con attenzione e rispetto. I dipendenti di questo ufficio, non avevano probabilmente ben compreso. Dopo avere richiesto, più volte, l’intervento dell’assessorato alla funzione pubblica della Regione siciliana, senza avere risposta, ho fatto in modo di allontanare i dipendenti contestando loro una vera e propria omissione dei loro doveri che portava a un rallentamento dell’attività dell’ufficio, rendendola vana. Un esempio per tutti: per un anno e mezzo il dirigente dell’ufficio ha bloccato l’attività d’ascolto dei detenuti in carcere da parte di altre persone dell’ufficio –provocando così un rallentamento drastico dell’attività- adducendo per questa sua decisione una serie di motivazioni risibili, tant’è che ormai, dopo la rescissione da parte mia del contratto con questo dirigente, l’attività è ripresa regolarmente, la presenza in ufficio è costante, non ci sono episodi di assenteismo. Insomma, ci sono state una serie di questioni che sono state oggetto d’indagine da parte della guardia di finanza e che hanno portato al rinvio a giudizio di questi dipendenti.

-Una sua collaboratrice, in relazione all’azione di questo dirigente, che lei ha  allontanato, ha usato parole come “mobbing”; nel senso che questa persona avrebbe attuato vere e proprie azioni di mobbing.

In ufficio c’erano alcuni che avevano voglia di lavorare e lo facevano con grande impegno. E altri che invece non avevano nessuna voglia di lavorare e anzi avevano voglia di dimostrare che l’ufficio non funzionava. Questo ha provocato una serie di azioni su cui mi auguro giunga presto un chiarimento a livello giudiziario. Intanto però debbo dire che per fortuna, tutti i dipendenti che sono stati oggetto d’indagine sono stati trasferiti ad altro ufficio, compreso il vecchio dirigente.  

-Ci sono stati anche tutta una serie di articoli di giornale polemici verso di lei.

Sì, le fonti di essi erano le stesse che sabotavano l’attività dell’ufficio. Sono stati pubblicati tutta una serie di articoli di giornale, che traevano spunto da fatti non veri, cosa che naturalmente puntava a delegittimare l’azione che io svolgevo. Riguardo a questo, voglio usare una frase che non è mia, ma è dell’ex Procuratore Nazionale Antimafia e ora Presidente del Senato Grasso, il quale dice:

“La mafia è una rete che punta  a dimostrare di essere più forte dello stato. Più forte nelle cose che fa, nelle cose che non fa e nelle cose che non fa fare”.

Io credo che, in generale, e qui la volontarieta’ o meno non c’entra, quando un ufficio pubblico non funziona la mafia brinda a champagne. Quando un ufficio pubblico non è in grado di fornire i servizi che i cittadini si aspettano fa una grossa cortesia alla mafia, anche se non se ne rende conto. Io non potevo permettere che il mio ufficio non funzionasse, perché l’utenza del mio ufficio è già stata delusa dalla società, non può essere ulteriormente delusa.

-Comunque, adesso l’attività dell’ufficio è ripresa regolarmente. Ricordo di alcuni detenuti che si lamentavano che le lettere non giungevano e di famigliari che non riuscivano ad avere risposta telefonica.

Per forza… come le dicevo prima, molti dipendenti dell’ufficio non stavano in ufficio, e altri sabotavano il lavoro. Adesso, allontanate queste persone, l’attività dell’ufficio è ripresa a pieno regime, con risultati positivi sui vari fronti. I detenuti che possono farlo (semiliberi, art. 21) o i loro parenti, vengono frequentemente in ufficio. Gli altri detenuti ci scrivono. Noi siamo tornati ad andare nelle carceri. Adesso l’ufficio funziona perfettamente, tant’è che stiamo facendo delle iniziative, non direttamente connesse al rapporto con i detenuti, ma connesse all’azione di sensibilizzazione che dev’essere fatta in relazione a questo tema nei confronti della società. Io partecipo a molti incontri, a molte tavole rotonde, mi invitano nelle Università a tenere delle conferenze. Proprio per spiegare ai giovani innanzitutto, ma anche ai non giovani, quella che è la vita in carcere. Il carcere normalmente lo si guarda dal buco della serratura, si preferisce ignorare le problematiche interne al carcere. Persino alcuni avvocati non se ne occupano come dovrebbero. Allora tentare di fare un’opera di sensibilizzazione e di informazione credo sia il modo migliore per tentare di trovare le soluzioni ai problemi ogniqualvolta i problemi emergono.  Quando parlo ad esempio del lavoro in carcere  o della possibilità per chi esce dal carcere di trovare un lavoro, io chiedo sempre: “Chi di voi è disponibile ad assumere un ex detenuto e a dargli una possibilità di recupero?” e allora tutti quanti si guardano gli uni con gli altri e non risponde nessuno. E allora rispondo io: “Io l’ho fatto e mi sono trovato bene. L’ho fatto quando ero assessore alla cooperazione, offrendo lavoro, con un progetto speciale, a circa 110 ex detenuti e lo faccio da privato cittadino con delle persone che lavorano con me.”

-Alcuni dicono “perché bisogna garantire una chance a chi magari ha ucciso tante persone, e le sue vittime, che altra chance hanno’”.

La società non può rispondere ad un delitto con un delitto.  La società deve reagire recuperando chi ha commesso un delitto, proprio perché chi ha commesso un delitto lo ha fatto anche perché egli è il prodotto distorto di una società. La società non si può deresponsabilizzare.

-Il suo mandato scadrà ad agosto. Lei vorrebbe ancora continuare con questa esperienza nel mondo della carcerazione.

Io sarei lieto di potere continuare, perché credo che si possano fare ancora tantissime cose, e sono pronto a farle, mettendo a disposizione la mia esperienza. Però la decisione spetta al Presidente della Regione.

-La ringrazio dottor Fleres.

Grazie a lei.

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