Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “infarto”

Camera mortuaria per gli ergastolani… di Carmelo Musumeci

suicidio1

Giovanni Polari, un altro morto in carcere.

Morto, nel carcere di Sulmona, per un infarto fulminante.

Sulla scia di questa vicenda il nostro Carmelo, attento e sensibile come sempre, ha scritto queste riflessioni.

——————————————————————————————————————————————-

Camera mortuaria per gli ergastolani

Perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu. Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare. (Anonimo)

Ci sono notizie che sarebbe meglio non sapere perché quando le sai poi stai male. E leggere questo articolo mi ha fatto stare male come un cane rognoso. “Giovanni Pollari, 65 anni, siciliano, è deceduto per infarto fulminante nel carcere di Sulmona, dove stava scontando la pena dell’ergastolo. (…) Con oltre 200 ergastolani, l’Amministrazione penitenziaria dovrebbe cominciare a pensare di dotare l’istituto di detenzione Peligno di una camera mortuaria perché, se è vero che si tratta di un carcere ad alta sicurezza, è possibile allora che una parte dei detenuti sconti condanne all’ergastolo e dentro quelle mura probabilmente trascorrerà gli ultimi giorni di vita.” (Maria Trozzi www.quiquotidiano.it, 4 maggio 2014). E mi ha fatto pensare che gli ergastolani hanno meno problemi di tutti gli altri prigionieri, a parte quello di essere ancora vivi.
Proprio l’altro giorno un detenuto mi ha fatto la domanda di rito: “Quanti anni ti mancano a finire la pena?” Gli ho risposto che noi ergastolani non abbiamo mai anni in meno ma sempre anni in più.

È dura scontare una pena che non finisce mai. A volte la tristezza è l’unica cosa che ricorda agli uomini ombra (gli ergastolani) che sono vivi. È difficile per tutti vivere e stare in carcere, ma è quasi impossibile vivere se sai che non uscirai mai. Poi leggere certe notizie ti leva quella poca voglia che ti è rimasta per tentare di lottare, vivere e sperare. 
Purtroppo i “buoni” anche se non ci uccidono, ci vogliono tenere murati vivi tutta la vita. E ti curano e ti danno da mangiare per non farti morire, perché più stai in vita e più dura la loro vendetta sociale. Purtroppo i “buoni” non si stancano mai di cercare giustizia (vendetta) e per trovarla tengono una persona per venti, trent’anni, e spesso per tutta la vita, chiuso in una cella.
Qualche volta succede che i “cattivi” sappiano riconoscere il male che hanno fatto, invece i “buoni” spesso conoscono e puntano il dito solo sul male che commettono gli altri.
Ma le persone che non amano non potranno mai essere amate e le persone che non perdonano non potranno mai essere perdonate.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Maggio 2014 
www.carmelomusumeci.com

Morire di carcere- altre due morti a Foggia e Viterbo

carceres

Il carcere continua inesorabilmente a generare  morte.

Pubblico questa nota di Emilio Quintieri dove racconta delle ultime due morti avvenute negli istituti penitenziari. 

Salvatore di Ceglie, nel carcere di Foggia; morto pare per infarto. 

Paul Badeva, nel carcere di Viterbo. Suicidatosi.

—————————————————————————–

Continua la mattanza nelle Prigioni italiane : a Foggia, è stato trovato morto dalla Polizia Penitenziaria nella sua cella all’interno del Reparto Infermeria, un detenuto condannato definitivamente per spaccio di stupefacenti ed altro il cui fine pena sarebbe stato il 30/07/2015. Si chiamava Salvatore Di Ceglie, 58 anni, di Cerignola. Pare che sia morto di infarto (ma, in Carcere, quando uno muore scrivono sempre così !).
L’altro decesso, per suicidio, è avvenuto a Viterbo venerdì scorso (ma la notizia è trapelata solo in giornata). Il detenuto si chiamava Paul Badea, 51 anni, romeno, era stato arrestato il giorno prima per evasione dagli arresti domiciliari (ove era cautelato dal 13 novembre per furto di rame ed altro). Arrivato al “Mammagialla” di Viterbo alle ore 13.45, l’uomo ha sostenuto le visite di primo ingresso, compreso il colloquio con la psicologa che non avrebbe riscontrato nessun segno che facesse presagire quanto sarebbe accaduto poche ore dopo. Ad accorgersi del suo decesso, intorno alle 23.15 sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che lo hanno trovato con un lenzuolo stretto intorno al collo all’interno della sua cella, dove era solo.
Con questi ultimi 2 decessi sale a 145 il numero dei carcerati morti nel 2013, 47 dei quali per suicidio. Dal 2000 ad oggi, invece, i detenuti morti sono 2.232, 799 dei quali si sono tolti la vita.

L’urlo di Marino Ciccone

Marino Ciccone, carcere di Sulmona..

Di lui qualcosa era già emerso in questo Blog (le lettere che scrisse a Carmelo e alla figlia… link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/18/lettera-di-mariano-ciccone-alla-figlia-antonella/ ….  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/12/21/da-dentro-a-dentro-da-marino-ciccone-a-carmelo/ …. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/02/09/da-dentro-a-dentro-da-mariano-ciccone-a-carmelo/…) e la lettera, bellissima, che la figlia scrisse a lui (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/08/17/lettere-dal-di-fuori-da-antonella-a-marino-ciccone/).

Adesso ci è giunta questa lunga lettera…

Il suo “urlo”..

Ma un urlo in cui la voce singola si fa voce collettiva.  In cui la sua esperienza particolare, le lunghe prove e i momenti dolorosi ed estremi di una carcerazione inesorabile sono sempre presenti.. non sono mai dimenticati… non è un accademico che sta parlando sul carcere, è chi il carcere lo conosce, chi sa davvero il suo volto e il suo sporco sapore, perchè lo ha provato sulla propria pelle.

Ma.. non è un urlo collettivo.. lui emerge, e resta sempre sullo sfondo.. lui come storia propria, come vicenda personale.. ma la voe si estende e diventa voce dei tanti che abitano il carcere e che ne sono abitati, e “posseduti” dentro la mente, e anche nel cuore, a anche se a volte, molte volte resistono, per contendere al cuore la libertà che non vogliono tramonti nella loro anima.

E’ un urlo che non sbraita, ma che racconta, non alza il tono, ma senti l’indignazione, il dolore, e ancora la domanda.. le domande.. che ritornano, persistono, cercano di farsi strada anche attraverso il muro stopposo, per non rimbalzare, per non rimbalzare ancora, per aprirsi un varco.

Perché… come scrive fin dalle prime battute…

Il carcere ammazza e, come una malattia silente, ti divora dentro, e un pò per volta porta alla morte. “

Quello che ancora non passa è la “percezione”. Il vero senso di dramma e di impotenza che si prova in certi luoghi. La visione è astratta.. e carica di emotività all’ingrosso. Emotività da macello. E’ come una scenetta di film,,, in cui si “vedono” detenuti che in fin dei conti non se la passano male, giocano a tressette, mangiano (“a spese nostre”), giocano a calcetto e vedono la televisione.

Molti di noi hanno sperimentato quel senso di frustrazione che sorge quando ti sembra, in alcuni contesti, di non essere padrone del tuo destino.. quando non ti senti libero.. quando dipendi da altri, specie se particolarmente “insopportabili”, per una risposta vitale. Molti di noi si sono esauriti per certe situazioni ripetutesi nel tempo..

Si dovrebbe provare a pensare.. a “sentire”.. che tutto questo nel carcere è amplificato all’ennesima potenza. Che, anche per le minime cose, vi è tra te e il mondo esterno e tra te e ogni minima richiesta che tu possa fare.. tutta una serie di “mediatori” o di “incaricati” e “addetti”… rispetto ai quali, anche nel migliore dei casi, ti senti dipendente. Nei casi peggiori (che non sono pochi) ti fanno proprio sentire che non sei nessuno, che possono disporre di te in ogni modo, o possono renderti la vita più scomoda.

Ci sei tu e loro.. se vuoi ottenere qualcosa. Il senso di limitazione.. il senso di attesa nervante.. il senso di frustrazione che si prova in contesti del genere.. è difficilmente immaginabile se non si prova a fare uno sforzo consapevole.

Uno dei territori in cui questo si avverte con la maggiore drasticità è quello della salute. TU QUA PROVI DOLORE.. SENTI SOFFERENZA.. HAI PAURA.. HAI ANGOSCIA.. E spesso il dolore rende miti e impauriti, quasi si va docili pur di avere alleviamento al dolore, o scioglimento dell’ansia.. o una parola chiara.. una parola chiara.. che liberi dalle incertezze. E il panorma che spesso ti ritrovi è desolante. Medici stanchi, psicologi depressi, “professionisti” assenteisti e capricciosi.. quando non addirittura malevoli.

A un certo punto Marino scrive..

Supero i venti anni di carcere, sono in una condizione di salute direi precaria, ma eviterò di parlare di me, ma di tanti detenuti con il diritto a “non” curarsi. Sono tante le morti bianche, alcune sospette, ma non con persone alle spalle che possano abbattere questi muri di gomma.  Non sono solo io a gridare ai quattro venti che nelle carceri italiane si muore, anche con malattie importanti, patologie sicuramente incompatibili con il regime penitenziario. Medici che diventano agenti e commissari che impongono la loro autorità ai medici, esperti dell’osservazione scientifica ed ogni altra persona che investe una carica importante. “

O quando scrive..

Non dimenticandomi di chi muore in carcere perchè non riceve le cure dovute, mi riferisco a tutti quei compagni che muiono di cancro, di epatite, e di infarto. Solo per il menefreghismo di medici incapaci ed autoritari, senza nessuna deontologia, che cercano la rissa, per poi assistere ai vari pestaggi. Tutti questi professionissti hanno dimenticato il giuramento di Ippocrate e si scindino dalla scienza per accasarsi ad aguzzini, senza né arte né parte. Questi seri Professionisti del Sistema, che diventano dei piccoli Gruning del processo di Norimberga. “

Le parole sono forti. Ma prima di storcere il naso.. pensate a cosa vuol dire sentirsi una pietra nello stomaco e non sapere cosa cazzo è. E insistere, persistere, bombardare con domandine, bombardare con appelli, supplicare.. per ottenere prima la visita di qualche medico distratto che ti guarda con la stessa empatia con cui guardebbe la mensola del bagno.. e poi.. dopo mesi e mesi.. finalmente uno specialista. Sperando che lo specialista non venga a farti la visita direttamente in obitorio, se nel frattempo non sei passato a miglior vita.

Oppure la pratica indegna, ma diffusissima, dilagante.. di somministrare farmaci a palla. Vai dal medico.. e dopo qualche minuto di ascolto distratto, e dopo che ti ha farfugliato qualche parola, ti molla qualche pillolina.

E il peggio è con gli psicofarmaci. La modalità con cui gli psicofarmaci sono usati nelle carceri è vergognosa. Vengono somministrati in quantitativi ingenti… Non c’è nessuna vera politica di cura psichica dei detenuti.. patologie dalla complessa etiologia, tumulti interiori, crisi di ansia e di panico, disturbi dalla forte radice psicosomatica.. tutta una serie di realtà che avrebbero bisogno di un approccio molteplice, sia psicoterapeutico sia con mutamenti del proprio personale regime detentivo e con altro.. tutto viene invece rozzamente liquidato con psicofarmaci fatti ingurgitare come quando si nutrono con l’imbuto le galline ovaiole. Non vengono curate le patologie psichiche in carcere. Vengono sedati e stabilizzati i “malati”. Un uso eccessivo di psicofarmaci allenta effettvamente le crisi, ma perchè ti allenta l’anima e le mante, perchè intorpidisce le tue funzioni neuronali, perchè atrofizza la tu vitalità, perchè ti rende passivo.. amorfo.. “sedato”. Per non parlare di quegli psicofarmaci che alla lunga fanno nascere psicosi e ossessioni paranoiche.

Ma ci sarebbe altro di cui parlare.. e altro anche di cui parla Marino.. come la vergognosa e diffusissima pratica dei pestaggi in carcere.

Ma non voglio dilungarmi troppo..

Voglio concludere con una frase di Marino.. che è anche una frase che noi, tutti noi, chi scrive, chi legge ora, chi leggerà, pure chi non leggerà ma in qualche modo ci sente e ci ascolta anche se magari non ci sentirà, non ci ascolterà e non ci vedrà mai…

AD OGNI DETENUTO CHE MUORE SI SPEGNE UN PEZZO DELLA MIA ANIMA.”

Dell’anima di tutti noi..

Ogni singolo detenuto che muore non è un numero.. è un mondo..

Vi lascio alla lettera di Marino Ciccone..

————————————————————————————-

“Carcere senza dignità, carcere=morte”

Il carcere ammazza e, come una malattia silente, ti divora dentro, e un pò per volta porta alla morte. Sì, l’Italia non è una nazione democratica, assolutamente no. Se non c’è democrazia nella giustizia in (parola incomprensibile) sfera. Le persone sono incarcerate con processi indiziari e manipolati, con l’accusa  in base all’art.416 bis che prevede l’associazione mafiosa. Un’accusa che dovrebbe essere simbolo di forza e dipotere, dove il denaro non dovrebbe mancare, e così i grandi avvocati al servizio dei mafiori. Non sono un avvocato d’ufficio dei vari mafiosi, assolutamente. Sono un denigratore di questo sistema che rovina sia la singola persona che le persone più care.

Inviterei i goveranti ad entrare nelle carceri e a visitare le sezioni A.S. e E.I.V. e quelle del 41bis. Certamente non troverete dei galantuomini, ma molti, la stragrande maggioranza, è vittima del sistema, dove le nuove polizie, con i vari dipartimenti, hanno creato mostri su mostri, ma nulla che dia una parvenza di democrazia.

Supero i venti anni di carcere, sono in una condizione di salute direi precaria, ma eviterò di parlare di me, ma di tanti detenuti con il diritto a “non” curarsi. Sono tante le morti bianche, alcune sospette, ma non con persone alle spalle che possano abbattere questi muri di gomma.  Non sono solo io a gridare ai quattro venti che nelle carceri italiane si muore, anche con malattie importanti, patologie sicuramente incompatibili con il regime penitenziario. Medici che diventano agenti e commissari che impongono la loro autorità ai medici, esperti dell’osservazione scientifica ed ogni altra persona che investe una carica importante. Personalmente parlerei di stato di pollizia, sia all’interno delle carceri che fuori, dove esiste una specie di coprifuoco ad personam.

Le carceri pullulano di miseria, ma questa volta senza nobiltà. Dalla miseria può nascere solo il liquame, non certo la mafia. Prendete a caso una persona, imputata con l’art. 416 bis. Vediamo le sue caratteristiche; guardate la sua famiglia, le sue origini, i suoi reati, provate ad informarvi di come vivono e come campano le loro famiglia. Non c’è nessuno status di vero mafioso, non c’è nessuna coerenza, così come non c’è nessuna legalità nella giustizia, e quando la trovi è una eccezione. Proviamo ad osservare qualche Pubblico Ministero d’assalto, divenuto scrittore di romanzi, e che poi  fa il salto in politica.  Dove la toga di un P.M. fa più paura della carica in pollitica.

Sono miope per la lunga detenzione, ma in questo riferimento vedo ombrato.

Poi ci sono quelli come Di Pietro, che della sua permanenza in polizia ne ha fatto un sistema di vita. Parlo di permanenza, perchè Di Pietro ancora oggi è un poliziotto a tutti gli effetti.

Tornando al sistema penitenziario, si può parlare sicuramente di campi di concentramento, dove gli ebrei da una parte, da una parte i rom, e gli omosessuali da un’altra. Ci mancava solo lo spreco di denari per il carcere dei trans in Toscana.

Certamente non si guarda alle persone decedute per maltrattamenti e pestaggi da parte di chi dovrebbe avere tutte le cautele nei riguardi dei detenuti in precarie condizione psichice e fisiche. Ci voleva la signora Ilaria Cucchi, donna meravigliosa, che solo la morte del fratello Stefano l’ha fatta uscire dal seminato. Anche non conoscendo questa donna, nutro per lei un immenso affetto e un’immutata stima. Per il caso Stefano, dopo avere visto le foto dell’autopsia, rimane il ricordo di un giovane mite ed educato, che personalmente  ricorderò sempre alla pari dei miei fratelli deceduti. Non dimenticandomi di chi muore in carcere perchè non riceve le cure dovute, mi riferisco a tutti quei compagni che muiono di cancro, di epatite, e di infarto. Solo per il menefreghismo di medici incapaci ed autoritari, senza nessuna deontologia, che cercano la rissa, per poi assistere ai vari pestaggi. Tutti questi professionissti hanno dimenticato il giuramento di Ippocrate e si scindino dalla scienza per accasarsi ad aguzzini, senza né arte né parte. Questi seri Professionisti del Sistema, che diventano dei piccoli Gruning del processo di Norimberga.

E’ vero, molti di noi hanno commesso dei reati gravissimi. Ed è anche vero che la stragrande maggioranza di noi  patisce e continua a patire. Tanti di noi si sono guardati in tutti i cunicoli dell’anima, molti con grande sofferenza, ed hanno fatto dei grandi passi verso la legalità. Sicuramente chi è ancora in condizione di meditare, ha anche elaborato il dolore arrecato, facendolo proprio. Ma veramente credete di punire un uomo con le torture psicologiche del regime penitenziario? Credete davvero che possa servire a qualcosa? Oppure tenendolo oltre vent’ann in segregazione, sballottandolo da un carcere all’altro. Demolendo le piccole ancora che si avevano, rompendo famiglie.

Siamo anche noi esseri umani, che non abbiamo violentato nessuno, non abbiamo messo bombe, e sicuramente non abbiamo molestato ragazzini idnifesi.  A modo nostro abbiamo una morale e un’etica di vita. Parlo al plurale, non per spirito di solidarietà, ma solamente perchè trovo un qualcosa che ci accomuna. La gente per bene dovrebbe guardare più a lungo, per capire, per sapere, e poi per giudicare. Non è sparando nel mucchio che si colpisce il bersaglio.

Noi detenuti siamo un bersaglio troppo facile per l’opinione pubblica, ma il resto andrebbe tirato addosso ai nostri politicanti, a quella parte della chiesa che fa pedofilia, a chi prende mazzette per assegnare la casa,  a chi lucra sui posti di lavoro, ecc.ecc. Almeno molti di noi non vivono dello sfruttamento della prostituzione, non vivono di usura e di traffico di droga.  L’altro giorno parlando con un vecchio amico mi diceva che la moglie va a lavare le scale e si alza alle tre del mattino. Ecco chi siamo noi mafiosi. Venite a parlare con noi, non per avere voti con false promesse, ascoltateci se siete degli psicoterapeuti. Noi non ammazziamo bambini, non ammazziamo il vicino di casa, siamo più razionali del poliziotto che uccide la moglie, dello psicolabile che stermina un’intera famiglia. Tra di noi c’è molta gente che il più buono in mezzo a voi gli augura la morte tutti i giorni. Ma è anche vero che ce ne sono tanti che si sono rinsaviti, ed oggi dopo vent’anni e più di carcere hanno acquisito un’altra cultura, con altre aspettative, facendo riferimento alla pesona singola e non all’istituzione.

L’istituzione con le sue gerarchie ammazza più della malavita. Molti di noi piangono quando vedono il dolore degli altri. Molti di noi non hanno ammesso determinate carneficine. Il contadino del pavese non sa se le stragi di Palermo sono state volute dallo Stato ed eseguite da gente senza scrupoli.

Con il senno di poi, mi guardo allo specchio e mi dico: “cosa ci faccio in galera da 24 anni, senza avere maii un permesso, che dovrebbe essere uno dei primi passi dell’art. 27 della Costituzione italiana. La rieducazione e il reinserimento sociale del detenuto. Invece i nostri governanti cosa si vanno ad inventare? L’art. 4bis dell’Ordinamento Penitenziario e l’art.7. Sono leggi emergenziali per combattere le varie mafie. L’emergenza in Italia esiste dal 1963, con la storica legge Pica, quando c’erano i briganti, e da quel momento non è stata più tolta. L’Italia con la sua bella Roma, caput mundi, con le sue città di arte e storia, diventa una m etropoli senza democrazia. L’articolo citato, il 4bis, ti esclude da tutti i benefici penitenziari. Fossse solo questo, sarebbe poca cosa. In Italia ti condannano all’ergastolo ostativo, condanna più che disumana. Significa morire di carcere. E’ una pena di morte in bianco. Questa condanna è la cosa più cattiva che si poteva inventare l’istituzione dei nostri governanti.. è dolore, impotenza, solitudine. Potrei aggiungere altre mille parole deprecabili. Ma non è finita, perchè questa ignobile condanna ti lobotomizza, ti rende debole e sottomesso. In carcere così è più faciel cercare la morte. Lo Stato ti ammazza, denutrendoti, portandoti sempre più vicino alla morte, che in questi casi potrebbe essere una liberazione.

Cosa vede davanti a sé un ergastolano ostativo? Nulla.. l’oblio.. vive giorno per giorno… diventando un automa che si nutre di delirio, immaginando cose irreali, frutto della fantasia.

Il carcere è cambiato, ti annienta. Sono i metodi poco ortodossi i metodi che ti spezzano le ali.

Alle mamme di famiglia, ai padri.. attenti.. anche voi siete a rischio..  provate ad immaginare un vostro figlio che viene arrestato, e che si suicida. Dopo avere riflettuto, pensate che in Italia ne muore almeno uno al giorno. L’opinione pubblicona non è a conoscenza che se un carcerato muore in ambulanza, dopo avere tentato un suicidio, non verrà dichiarato morto suicida, bensì per “cause naturali”.

AD OGNI DETENUTO CHE MUORE SI SPEGNE UN PEZZO DELLA MIA ANIMA.

Ad ogni suicidio per colpa di un troglodita, o di un medico aguzzino che si sta pavoneggiando in relax tra colleghe carine e qualche infermiera accondiscendente.

E i detenuti muoiono, per una disattenzione deontologica dove il medico diventa carnefice e ild etenuto che aveva bisongo di un tranquillante muore.  Vorrei che tanti piccoli dittatori provassero il vero dolore, lo strazio.

Il senatore Andreotti, nella sua ironia pungente, diceva: il potere logora chi non ce l’ha. Io dico che, a lungo andare, il potere logora chi ce l’ha.

Vi risparmierò i collaboratori di giustizia, un liquame umano, in combutta con questi grandi investigatori, che correggono il loro collaboratore quando  sbaglia una data, un orario o addirittura persona.

Questa è l’Italia. Chi parla e dice un sacco di puttanate esce, e la maggiorparte si vanno a godere i soldi che hanno accumulato. L’istituzione della menzogna.

Cari italiani, aprite gli occhi, perchè queste spese raddoppiate almeno trecento volte, le pagate voi. La gente onesta e laboriosa. Permettetemi di dire.. ed anche un pò ingenuto. Pena certa e buttate le chiavi. Fatelo gridare a qualche onorevole donna con il cognome che sembra il nome di qualche aperitivo da balera. Fatelo gridare a Barbara D’Urso, che si unisce alla Santanché, e insieme si godono le loro lussurie a suon di slogan, studiati dai partiti politici.

Mariano  Ciccone

Masseria senza padrone.    Sulmona carcere dei suicidi.    23 febbraio 2011

Lettera-denuncia dei detenuti del carcere Dozza

Amici, Giovanni Lentini, detenuto a Bologna.. mi ha inviato questa lettera collettiva, dei detenuti del carcere “Dozza” di Bologna appunto.. riguardo all’ennesimo caso di imperizia, superficialità e pessimo svolgimento delle proprie funzioni.. cosa che non riguarda solo le carceri, ma anche.. dato che siamo in tema.. ospedali, cliniche e pronti soccorsi.

Pietro Folgieri è morto di infarto.. penso soprattutto all’infermiere che, quando l’ha visitato, l’ha congedato con burocratiche frasi di routine… “nulla di grave”.

Non è semplicemente il fare polemiche. E’ qualcosa di più profondo e che coinvolge tutti noi. E’ la “disattenzione”, il passare avanti, il non tenere  a nulla, l’essere sciatti, distratti, sempre persi nei propri bisogni e interessi. Chi vive così vive male e nella sua bolla non vede gli altri, sono semplici ostacoli tra lui e se stesso. L’infermiere forse non aveva tempo da perdere, vedeva un altro numero, un altro detenuto co me mille altri.

Una storia del genere non deve essere una spinta solo a incazzarsi verso questa morte che in parte deriva anche dalla complicità di persone come queste… ma anche a fare i conti con la  nostra ignavia, la nostra pigrizia, la nostra distrazione e sciatteria morale. 

Vi lascio alla denuncia collettiva scritta dai detenuti delle sezioni AS3°A e 3°B del carcere della “Dozza”.. e presentata al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. Maisto Francesco.

———————————————————————————————————————

Preg.mo Dott. Maisto Francesco

Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna

Signor presidente, i detenuti della casa circondariale “Dozza” delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B, si rivolgono a lei come massimo garante non solo per i diritti e i doveri giurisdizionali dei detenuti, ma anche per i diritti alla salute e alla vita in carcere (troppi detenuti stanno morendo in carcere). Ieri sotto i nostri occhi abbiamo visto morire un nostro compagno ancora in età giovanile. Nel pomeriggio ha accusato malori al torace, è stato accompaganato nel reparto infermeria, dove è stato viistato da un infermiere, che come ti routine, ti congeda con l’immancabile frase (nulla di grave). E’ un metodo per non chiedere l’intervento del medico.

Fatto sta che il detenuto Pietro Folgieri si è accasciato nel corridoio della sezione davanti alla sua cella, e, solo in questo caso, gli infermieri che gli hanno dato i primi soccorsi, hanno chiesto l’intervento del medico che è arrivato dopo circa 15 minuti e non ha potuto fare altro che constatarne il decesso per infarto.

Sappiamo che per salvara la via ad un infartuato i soccorsi devono essere celeri, che non trovino scusanti di comodo. Questo detenuto si trovava in questa sezione da due anni, e dalla cartella clinica si denota che era un soggetto a rischio di infarto, avendo i valori del  colesterolo superiori alle norme, cioè a 480.

Dott. Maisto, questa iniziativa non è per scopi di polemica. Sappiamo bene che il nostro compagno non tornerà in vita. Ma è per salvaguardare la nostra salute in carcere.

Confidiamo in lei per sensibilizzare gli orgnani preposti affinché tragedie simili non accadano più. Certi di un vostro tempestivo intervento, porgiamo i nostri cordiali saluti.

Con osservanza

i detenuti del carcere “Dozza” delle sezioni AS3°A e 3°B.

Navigazione articolo