Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “infanzia”

Specchio di Alice.. e ladri di sogni

Figli di un dio minore, sacrificabili. In fin dei conti, quanto pesano le ore?

Qualcuno è solo una un refuso di stampa da eliminare. E i bambini si fottano, diceva l’inglese. Se nascono dalla parte sbagliata, un pò è anche colpa loro.

Il testo di oggi parla di una cosa piccola. Una bambina che non può partecipare a una sorta di festa. E che sarà mai?.. Tante storie per tre ore al mese.. queste detenute sono diventate davvero incontentabili…

Lucia Bartolomeo è da poche settimane diventata una amica del Blog, e ci na rarrato la sua odissea che abbiamo pubblicato ( vai al  link .. . https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/04/7376/).

Un riassunto della vicend di Lucia, in relazione ai rapporti con la figlia, riprendendo un brano del post contintente l’odissea..

Il cuore dell’intera vicenda ruota intorno a sua figlia. Dopo l’arresto, nel maggio 2007, la figlia di Lucia, all’età di soli cinque anni è mezzo, è stata messa in una casa famiglia.

La madre non l’ha potuta vedere per 14 mesi. Neanche una volta.

Poi ha ottenuto gli arresti domiciliari, al fine di poterla rivedere fuori dal contesto carcerario, perchè il guidice dei minorenni era nettamente contrario a farla venire in carcere.

Sembra che l’incubo fosse finito. Ma il 23 febbraio 2009, venne emanato un “decreto sicurezza” che stabilizzava il carcere obbligatorio per alcuni tipi di reati. Per cui Lucia dovette rientrare in carcere, seguendone un altro trauma bello grosso dela bambina.

E il giudice, inoltre, non permetteva che la figlia andasse a colloquio con la madre, perchè non voleva che andasse in quel luogo. Con la conseguenza che, avendo avuto revocati gli arresti domiciliari, in pratica tutto ciò si risolveva che Lucia non poteva vedere la figlia.

Lucia iniziò uno sciopero della fame, che portò a una riconsiderazione della vicenda, e alla concessione dell’opportuntà di rivedere la bambina, seppure accompagnata dagli assistenti sociali.

Ma un’altra batosta era in agguato. Lucia racconta la sua vicenda alla trasmissione Storie maledette. Una delle conseguenze di questa azione è stata la revoca dei colloqui. Fu un vero tempo di inferno per Lucia. Scrisse lettere disperate ovunque.

Dopo un pò le furono concessi di nuovo i colloqui con la figlia. Ma solo per un’ora al mese! E al momento questa rimane la situazione.”

Bene, siamo arrivati ad un’ora di colloquio al mese. E questi non si accontentano.. è proprio vero che a sta gente quando gli dai il dito..

Ma guardate l’impudenza. La Direttrice del carcere di Lecce, insieme al cappellano, don Raffaele Bruno, ha creato l’evento detto “Specchio di Alice”. In sostanza, una volta al mese, si organizza un incontro della durata di tre ore, in spazi appositi del carcere di Lecce, dove i bambini delle detenute vengono condotti. Gli incontri hanno la modalità della festa, e permettono tre preziosi ore mensili di condivisione tra madri e figli. Tre ore in più.

Ma alla figlia di Lucia non è stato permesso di partecipare.

Sarebbero state altre tre ore oltre allo spiffero di un’oretta al mese di colloquio. A quel punto questa bambina avrebbe potuto vedersi ben quattro ore al mese con la madre. Decisamente intollerabile. Un’ora basta e avanza, e accontentatevi.

Figli di un dio  minore,

il loro tempo è solo una variabile, le cicatrici non fanno testo,

tre ore possibili sottratte a questa bambina sono un furto,

furto di innocenza, furto speranza, furto di infanzia,

altri sorrisi tolti dal suo volto.

C’è una lista nera, racconta una storia antica, per chi distrugge i sogni.

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 minore,                                                                                                                                                                                                     

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(…) Pensa che da circa un anno, in questo istituto, la Direttrice, insieme al cappellano del carcere, Don Raffaele Bruno e alcuni volontari, hanno creato il cosiddetto “Specchio di Alice”, che è un programma per le mamme detenute.

Praticamente, una volta al mese, si organizza un incontro di pomeriggio che dura circa tre ore, dove si organizzano delle feste con i bambini. D’estate si svolgono all’aperto in un ‘area adatta, mentre l’inverno in una grande stanza tutta colorata.

I bambini vengono prelevati  fuori dal carcere da un pulmino bianco dai volontari e durante il tragitto per arrivare al femminile cantano canzoni e vengono raccontate fiabe, in modo che ai bambini venga sminuita la pesantezza del luogo stesso.

Ho provato tante volte a fare partecipare mia figlia a questi incontri, ma niente da fare, il mostro Lucia Bartolomeo non ha diritto a nulla. Tre ore insieme a mia figlia sarebbero un lusso troppo grande che io non mi posso permettere. Il giudice non è d’accordo. Devo accontentarmi di quella misera ora al mese che mi è stata concessa, che a volte si riduce pure a 45 minuti, quando arrivano in ritardo.

(…)

“Un bambino cresciuto troppo in fretta” di Gino Rannesi- 2° Capitolo

Dopo l’inizio del romanzo di Gino Rannesi, già pubblicato in

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/18/b/  con il 1° Capitolo di “Un bambino cresciuto troppo in fretta”,  finalmente pubblichiamo oggi il 2° Capitolo:

Secondo Capitolo

Dove eravamo rimasti:

Il ragazzino vivace, incattivito, ma buono, era rattristato per il fatto che non avrebbe potuto continuare le scuole. Infatti tra gli eventi negativi che gli avevano precluso il proseguo degli studi vi era stato l’infortunio che aveva colpito il suo papà: una mattina, a causa di uno scivolone sul posto di lavoro, si ruppe in più parti il braccio destro. Se papà non poteva lavorare erano cavoli amari!

Una sera,  pochi giorni dopo che il suo papà aveva subito l’infortunio, il ragazzino prima di prendere sonno, dalla sua stanzetta che divideva con i suoi fratelli più piccoli, il bonaccione che di anni ne aveva 11, il pestifero che di anni ne aveva 8 e Roberto che di anni ne aveva 5,  sentì i suoi genitori discutere animatamente.Il bonaccione che stava già dormendo si svegliò per il trambusto, questo con aria sorniona rivolgendosi al pestifero chiese:  Ma che minghia succede?

Chi è che parla ad alta voce?

 

Il pestifero non fece in tempo a rispondere allor quando il fratello maggiore li interruppe: State zitti, adesso vado a vedere. Si alzò dal suo lettino e di soppiatto si avvicinò presso la stanza da pranzo dove i suoi genitori continuavano a discutere animatamente.

Il ragazzino vivace si vergognò un po’ per il fatto che stava origliando, sapeva che non era bene origliare dietro le porte, l’aveva sentito dire a qualcuno, forse al nonno, ma la curiosità mista alla preoccupazione fecero pensare al ragazzino che forse per una volta si poteva anche fare, tanto i suoi genitori non l’avrebbero mai saputo.

Rimase ad ascoltare per alcuni lunghi minuti. Poco dopo il bonaccione e il pestifero si avvicinarono al fratello maggiore intento ad origliare e gli chiesero: Che dicono, che dicono? Ed egli rispose: Muti scimuniti, se papà si accorge che stiamo origliando sono botte.

Non si origlia,  non lo sapete che non si deve origliare?

 Il pestifero a bassa voce gli rispose: Ma tu allora chi cazzu sta facennu, non stai forse origliando?

Il fratello vivace ma buono, con un gesto della mano lo invitò a ritornare nella loro stanzetta. Ma il pestifero con fare temerario rispose: No! Voglio ascoltare anch’io.. il fratello maggiore a bassa voce ma con tono perentorio ribatté: Hai tre secondi per sparire e dopo ti prendo a calci nel culo.

Il pestifero desistette: è pestifero, ma non scemo, sapeva che i calci nel culo li avrebbe presi veramente. A proposito, l’appellativo di pestifero quest’ultimo se l’era guadagnato sul campo.

Non c’erano gabbie di uccellini che lui non riusciva a sottrarre ai legittimi proprietari, a quel tempo nel quartiere era usanza mettere in bella mostra sui balconi delle case almeno una gabbietta con  un cardellino, o un canarino. A lui piacevano tanto gli uccellini. Inoltre aveva la passione per le calamite con raffigurate immaginette di Santi che nel quartiere in molti attaccavano sui cruscotti delle proprie macchine.

Il bonaccione invece per l’appunto era considerato un buono, ma in realtà, era solo meno impulsivo dei suoi fratelli. Roberto aveva solo 5 anni.

Il bonaccione e il pestifero fecero rientro nella loro stanzetta mentre il fratello maggiore continuò ad origliare. Quello che sentì lo turbò, i suoi genitori discutevano sul come superare le difficoltà economiche che da lì a poco si sarebbero abbattute su tutta la famiglia. Inoltre aveva scoperto un fatto che sino a quel momento era rimasto inedito a tutti.

Poco dopo il ragazzino rientrò nella sua stanzetta, i fratelli dormivano già, almeno  così aveva inteso lui, in realtà a parte Roberto i suoi fratelli lo stavano aspettando.

Il pestifero e il bonaccione si alzarono di scatto e come dei falchi piombarono sopra il lettino del fratello maggiore. Il pestifero lo incalzò: Allora? Che succede, che succede? Il bonaccione invece: Non dire niente ho già capito. La mamma ha scoperto che papà ha l’amante, perciò stanno litigando.

Il fratello maggiore spazientito rispose: Cretini,  non stanno litigando, sono molto preoccupati, imprecano contro la sfortuna, papà ha un braccio rotto e non può lavorare. Adesso dormiamo, sono stanco.

In realtà il ragazzino più che stanco era avvilito. Ma che cosa aveva realmente ascoltato di così preoccupante?

Forse la conferma che non avrebbe potuto continuare gli studi?

Ormai era risaputo il fatto che a causa dell’infortunio che aveva colpito il papà, le cose in famiglia sarebbero per forza maggiore cambiate. Ma qual’era la notizia inedita che aveva appreso?

Lo scopriremo in seguito, forse!

Ma come cambiarono realmente le cose èpresto detto. Il ragazzino iniziò la vita lavorativa: la mattina sveglia alle 5, alle 6 insieme al padre si recava ai mercati generali. Dopo l’acquisto più conveniente di frutta e verdura a secondo della stagione, caricavano il tutto sulla seicento multipla di proprietà del papà, che lo stesso riusciva a guidare nonostante la vistosa ingessatura al braccio e via per la pescheria. Entro le otto il posto era già pronto per la vendita dei prodotti che di volta in volta venivano esposti. 

Il signor Alfio con l’aiuto del proprio figlio, nonostante il braccio rotto, riuscì a mandare avanti la baracca.

Nel frattempo la signora Concetta per dare una mano a pagare i debiti contratti unitamente al marito ebbe un’idea geniale. Questa era bravissima nel fare il pane casereccio e propose al marito: Alfio,  se vendessimo il pane caldo nelle giornate di Domenica?Non credi che se la gente avesse la possibilità di acquistare il pane caldo anche di domenica lo farebbe volentieri? Caldo e con modalità diverse da quelle adottate dagli altri panificatori.

 Infatti è risaputo come il pane fatto in casa sia di gran lunga migliore. Non vi sono prodotti come il lievito di birra nè di qual si voglia additivo chimico, al suo posto viene usata la pasta vecchia, questa fa sì che la lievitazione avvenga molto lentamente, ma proprio per questo più genuina. Inoltre, il pane di casa viene cotto nei forni costruiti con mattoni di argilla e alimentati esclusivamente con la legna.

Alfio: Cuncittina, questa tua idea mi piace, possiamo fare così: io stesso nel tempo libero costruirò un forno consono per la cottura del c.d. pane di casa. Brava Concetta, è un’ottima idea, potremmo lavorare il sabato notte, per poi sfornare il pane a partire dalle ore 7 del giorno successivo, poi armeremo dei posti improvvisati nei punti più strategici della città: chi andrà al mare o in montagna, piuttosto che mangiare il pane del giorno prima, certamente una volta sparsa la voce, preferirà acquistarne di caldo e per lo più fatto con prodotti genuini.

Parve ad entrambi un’ottima idea… Nel tempo libero quando Alfio non lavorava, praticamente solo la Domenica, un po’ alla volta iniziò a costruire il forno.

 

Il ragazzino vivace che adesso di anni ne aveva 15, era felice di lavorare con il padre. Lì, alla pescheria aveva imparato tante cose.

Un giorno nel posto di lavoro il ragazzo assistette ad un fatto che lo “sconvolse”. Era tempo di carciofi, la merce preferita del suo papà, si guadagnava tantissimo, ma era necessario un aiuto in più, il braccio destro ormai guarito da tempo, era tornato ad essere tonico è forte. Tuttavia però la trattazione dei carciofi comportava una manodopera di gran lunga superiore, ragion per cui il papà del ragazzo vivace ma buono assunse per qualche tempo un suo cognato, Franco era il suo nome. Questo per via della pancia piuttosto appariscente e dei grossi baffi che amava esibire, era inteso con il soprannome di: “ u messicanu”.

 

Un giorno intorno alle ore 12, quando ormai mancava poco per chiudere bottega, ecco che d’un tratto si avvicinò un tale. Questo con fare da spocchioso rivolgendosi al messicano chiese: Quanto vuoi per gli ultimi carciofi rimasti?

Erano una quindicina. Il messicano gli rispose:-500 lire e sono tuoi.

Quel bastardo aveva una pancia talmente grossa che sembrava una mongolfiera, inoltre era alto, ma così alto che il messicano a confronto sembrava un nano. Il tale con arroganza di chi si crede un duro gli rispose: Ti do 300 lire e mi dici anche grazie. Ne nacque un’ accesa polemica. Il messicano per nulla intimidito concluse: 500 lire o niente.

Il papà del ragazzo vivace avendo visto e sentito tutto, con discrezione si avvicinò al messicano, poi rivolgendosi al figlio disse: Vai in macchina e restaci sin tanto che io non ti chiami. Il ragazzo non fece in tempo ad allontanarsi quando quel grosso bastardo con fare nervoso tirò fuori dalla tasca una banconota da 500 lire la strappò e in segno di disprezzo la buttò in faccia al messicano. Dopodiché, dalla tasca posteriore dei pantaloni tirò fuori un coltellaccio. A quel punto Alfio che aveva già capito cosa frullava nella testa di quel coglione, agì senza che nessuno si fosse accorto di nulla, impugnava  già un piccolo rasoio, e prima che il coglione potesse colpire il messicano, con uno scatto fulmineo lo attinse con una rasoiata sulla pancia.

 

Gridò al figlio:Vai in macchina. Il ragazzo ubbidendo si precipitò dentro l’auto posteggiata a pochissima distanza. Questo però non gli impedì di vedere il velocissimo fendente che il padre aveva inferto a quel prepotente, inoltre di sentire lo strano rumore che era fuoriuscito dalla pancia del grassone. Un rumore simile a quello di un palloncino che dopo essere stato gonfiato lo si lascia con l’estremità aperta. Prrrrrrrrr. Il ragazzino all’interno dell’auto vide tanta gente che accorreva, questa dopo aver caricato quel grassone su una motoape per condurlo all’ospedale, si congratulava con il suo papà: Bravo Alfio, hai fatto bene, questo cornuto adesso la smetterà di importunare la gente che lavora.

Il tizio venne dimesso dopo qualche mese. Si guardò bene dal denunciare Alfio, infatti quest’ultimo aveva agito per legittima difesa.

 

Ma chi era Alfio?

Alfio era un grande uomo, era uno con gli attributi. Orfano sin da ragazzino. Infatti i suoi genitori erano morti durante la seconda guerra mondiale, una bomba centrò la loro casa. Era stato “adottato” dalla strada, qualche famiglia del quartiere di tanto in tanto  gli offriva vitto e alloggio, in cambio però, sveglia alle 5 del mattino per recarsi nelle campagne fuori città a raccogliere ogni sorta di verdura che poi veniva smistata ai mercati generali.

A soli 16 anni diventò autonomo, per conto proprio acquistava la merce al mercato per poi rivenderla per le strade del quartiere. A 18 anni divenne proprietario di uno dei posti più ambiti per la vendita di qualsiasi merce,  sito al centro della pescheria della città di Montezuma.

Alfio era cresciuto da solo, aveva conosciuto e patito la fame, era vivace e all’occorrenza anche aggressivo. C’erano tutti i presupposti perché Alfio potesse diventare un delinquente. Lui non lo fu mai. Ecco perché era un uomo con gli attributi.

 

I sogni in cella.. di Francesco Galdi

Per sapere qualcosa in più di Francesco Galdi.. e della sua condizione  personale problematica… e del trattamento pessimo che riceve dal pessimo carcere di Frosinone vi rinvio al precedente post in cui pubblicammo una sua lettera (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/09/frosinone-carcere-vergogna-di-francesco-galdi/).

Nel testo che pubblico oggi.. parla dei sogni in cella..

Anche questo è uno di quei testi che fanno male..

Perchè, entro certi limiti, Francesco possiamo seguirlo.

Io mi ricordo, un periodo tremendo,grigio, deprimente e oscuro della mia giovinezza. Alcune volte capitava che facevo dei sogni.. in cui era tutta un’altra vita.. e alcune delle cose che più ardentemente desideravo erano presenti, accanto a me.. e sentivo una forza, una gioia.. ma più era intenso il senso di gioia e libertà.. più amara la disillusione nel risveglio alla propria solita realtà.

E allora.. quanto più forte è questo contrasto tra sogno notturno e risveglio duro in un carcere?

Provocatoriamente Francesco, in conclusione lettera, invita i detenuti a non sognare, pur sapendo che non è cosa possibile, trattandosi di una funzione che inevitabilmente, a meno di ricorrere a qualche droga particolare, il nostro complessivo sistema vitale.. continuerà a realizzare.

E io ne approfitto per invitare a SOGNARE. Ma adesso non parlo del mondo onirico.. parlo dei sogni ad occhi aperti. Non bisogna mai arrendersi al potere delle cose presenti. Mai cedere all’abbattimento che accompagna un contesto grigio. Ma rinunciare alla visione profonda. Sognare sempre.. credere sempre.. perseverare… Sognare e credere con forza intensissima non è mai vano. Si pongono semi, che molti non vedono.. ma che avranno un senso.

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I SOGNI IN CELLA

In carcere, quando ti addormenti e un brutto incubo ti tormenta, ti fa sudare, ti fa piangere, ti fa male, quell’incubo che ti proietta in una situazione di grande dolore, facendoti immaginare cose molto brutte che coinvolgono i tuoi familiari e le persone care. Al tuo risveglio  non hai la possibilità di essere sicuro che si trattava solo i un incubo, non hai i mezzi per assicurarti che quel brutto sogno era solo tale, e fino al primo colloquio, fino alla prima telefonata, ti rimane un’angoscia e un tormento tali da rendere ancora più insostenible un periodo della tua vita già pessimo di suo.

In carcere, quando ti addormenti e un bellissimo sogno ti inebria, ti coinvolge, ti fa ridere, ti fa stare bene, quel bel momento, che magari ti fa immaginare la tua libertà, il tuo amore, la tua euforia, insieme alle persone care. Al tuo risveglio avrai la maledettissima conferma che si trattava solo di un momento stupendo, ma solo immaginario. Avrai la certezza che era solo tale, cioè un bellissimo sogno. E la branda fredda, il silenzio nella sezione e l’ambiente vetusto e lugubre saranno l’avallo a tale certezza.

Miei cari amici carcerati, se potete…

In carcere evitate di sognare, perchè sognando, che si tratti i un incubo o di un bel sogno, comnque, al vostro risveglio, farà tanto male…

In carcere anche sognare è sinonimo di soffrire, e lo so che non si può decidere di sognare o meno, allo stesso modo non si può controllare la sofferenza.

Francesco Galdi

Carcere di Frosinone

L’arte di Pierdonato Zito

Pierdonato, è uno di quelli della prima ora. I suoi interventi non sono frequenti, ma sempre di assoluto valore.

Ha qualcosa dei personaggi dei romanzi ottocenteschi e cavallereschi. Molto pacato, riflessivo, raffinato, qualcuno che sembra esprime in ogni scritto, parola e crezione.. l’arte di vivere. E so che qualcuno adesso sta ridendo.. “come? Esprime l’arte di vivere qualcuno che adesso è in carcere?”. Il guaio di un pensiero binario, ossia.. statisticamente prevedibile e scontato.. è che non sa aprirsi alla complessità e paradossalità del mondo.

Pierdonato ha vissuto in condizioni problematiche, il carcere l’ha messo a dura prova, ha le sue ostiche esperienze alle spalle. Eppure resta in piedi col suo stile. Riesce a tenere la vita per la coda e per i capelli. Ha trovato la sua via alla resistenza (come la via di Gerti Gjenerali, di cui abbiamo parlato ieri, è lo studio e la scrittura).

E lui costruisce la sua costellazione per aggrapparsi a ogni singola notte e non precipitarne nel vuoto, tenendo stretto il rapporto straordinario che ha con la moglie e i figli… e disciplinando da sempre se stesso, nell’approfondimento, nella riflessione, nella coltivazione mentale, nella creazione artistica.

Pierdonato scrive..

“Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.”

A questo niente Pierdonato ha sabuto opporre il Valore in atto.

Ed è una piccola e costante lotta, amici. Ogni giorno si deve lottare per strappare ancora quel giorno al sonno e all’oblio e per coricarsi ancora una volta vivi, ancora una volta veri, ancora una volta.. “in piedi” (e a chi dice che non ci si può coricare “in piedi”.. auguriamo una vita con più fantasia e.. immaginazione…).

E la pittura trascina Pierdonato fuori dai blocchi di cemento. Sei là.. pennello in mano.. dai vita e terreni, e figure a storie che ti camminano addosso ed escono da te.. accendi quel fuoco.. quel fuoco di cui lui parla quando scrive..

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.”

Come leggerete nella lettera che precede le foto dei dipinti.. Pierdonato mi ha mandato una serie di foto di opere da lui fatte.. non più con la tecnica del disegno classico, come in precedenza, ma della pittura ad olio. E vi invito ad ammirare come, pur con una tecnica che padroneggia da pochissimo, Pierdonato sia stato capace di fare un grande lavoro.

Io non ho pubblicato tutte le foto che mi ha inviato. In questo post ne pubblico sei. Altre le pubblicherò successivamente.

Il prosieguo del post sarà quindi strutturato così:

-Una lettera di accompagnamento alle opere, di Pierdonato.. rivolta a tutti i lettori del Blog.

-E la riproduzione in foto di sei opere.

Prima di tre di essere c’è un piccolo commento introduttivo, che Pierdonato ha desiderato fare, e che io ho riportato.

Adesso vi lascio ai suoi quadri..

Buona visione viandanti di questo territorio chiamato Le Urla dal Silenzio.

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Voghera   21-7-2011

Alfredo carissimo….

desidero fare a te e a tutti gli amici del Blog un (mi auguro gradito) dono visivo..

Come allegato a questa mia missiva ti spedisco buona parte delle foto dei dipinti che ho elaborato in questo periodo che sono stato “assente” dal Blog (poi te ne spedirò altri).

Un dono per la tua “GALLERIA DELL’OMBRA”…

Tante volte è stato scritto e ripetuto riguardo all’importanza del dipingere per chi è segregato in un piccolo spazio, con poca luce, con poca aria. Perfino i colori stupendi di un arcobaleno diventano in bianco e nero, per chi “vive” la pena interminabile dell’ergastolo.

Così il mio dipingere è diventato desiderio di respirare aria nuova, desiderio di “vedere” orizzonti diversi.

Perciò prima vi ho inviato fogli di carta colorata… scarabocchi.. adesso ho cambiato tecnica… olio su tela, e a volte, quando non era possibile.. anche.. olio su cartoni recuperati qua e là.

Dipingere è comunicazione. Non ho dipinto ciò che vedo, ma ciò che ricordo, ciò che ho visto, ciò che è stato e che conservo dentro di me. A volte il dipinto è per me un tentativo di ritorno nei luoghi dove sono nato. Diventano così pigmenti colorati che esprimono frammenti di memorie.

Sono sempre più convinto che dipingere sia una forma di amore verso la vita. E’ un modo di amare la vita. E’ l’immenso Amore per la vita, che non si spegne, non si esaurisce nemmeno dopo 23 anni che il mio corpo è segregato in una prigione.

E’ così carissimo Alfredo, e miei cari amici del Blog. Questa pittura ad olio, fatta di stratificazione che si sovrappongono, fatta di tantissime pennellate che insieme, paino piano, costruiscono l’intero dipinto, alla fine mi fa ritrovare la mia anima, come unica “cosa” capace di strappare l’uomo al carcere del suo destino.

L’appiattimento psicologico che la vita coatta produce da sempre, è sempre in agguato. Chi “vive” chiuso in questi cubi di cemento, da molti anni, deve per forza possedere una energia illimitata verso la vita che può poi aiutarlo a vivere, o meglio.. a sopravvivere.

Ecco perchè… DIPINGERE.. è ritrovare se stessi, in tal senso diventa terapia…

L’urlo quasi patologico di chi desidera essere libero da molti anni. Queste grida mute, diventano anche sfogo personale quando si dipinge. Così la “tela” può bussare al cuore dell’osseratore, offrendo loro aneliti sopiti di un Amore insperato.

I segni riprodotti nella tela, i colori riportati con il pennello sulla superficie della tela, non sono altro che la voce di quel tumulto di sentimenti e dell’istintiva necessità di dare un senso al giorno.

Coloro che sono immuni da esperienze dolorose fanno fatica sicuramente a recepire la sommersa richesta di un bisogno d’amore, di un bisogno di libertà, di un bisogno di normalit, in un contesto di vita dove i regolamenti e le decisioni sono prese altrove. La vita ha sempre bisogno di essere vissuta con consapevolezza e la chiave di lettura, come sappiamo, non è altrove, ma all’interno di noi stessi.

Il niente della vita carceraria può uccidere per sempre l’anima e la fantasia del condannato. Un niente fatto di vuoto e disperazione, specie per chi è incatenato ad una pena che durerà tutta la sua vita.

Contro le porte ottuse e chiuse del mondo, il detenuto che dipinge riesce invece a strappare un bel sorriso al buio della sua esistenza. E’ un pò trasformare in estro creativo la propria inquietudine.

Dopo  essere “uscito” dal regime del 41 bis fui trasferito qui, nel carcere di Voghera, l’11 gennaio 2007. Poi nel 2007 mi sono iscritto al corso di arte-terapia con la professoressa Marta Vezzoli, persona squisita. Le lezioni si tenevano una volta a settimana, nel periodo scolastico… poi le vacanze..ecc.. per me tutto ciò era insufficiente… così ho faticato, e alla fine ho ottenuto l’autorizzazione a poter dipingere in cella.

Così quel piacere che provavo nella sala pittura me lo sono portato con me in cella. Nel mio sarcofago.. che ho trasformato con tele colorate.. a spazio creativo, la boutique dei bei pensieri (come dice Padre Luciano). Mentre “vivo” senza conoscere il mio destino, mentre la finestra con grate e sbarre mi rende spettatore del mondo, mentre i cancelli mi impediscono la vita, mentre le pareti mi stanno strette, mentre il tetto mi impedisce di osservare il cielo e mentre queste mura  mi sono appiccicate addosso come fossere un pesante cappotto di cemento di ferro, io… ho acceso i fuoco all’interno del mio animo, per scaldarmi, per sopravvivere.

Il carcere a vita, questo tumore maligno che devasta chi lo vive sulla sua pelle, nulla può contro i miei pennelli e i miei colori. Allora, con le mie mani afferro i pennelli e dipingo, dipingo su tutto, anche sui cartoni. Le proprie emozioni, i propri desideri, le proprie malinconie.. si trasformano in SEGNI, si trasformano in colori, e così percorro un viaggio visivo nei miei colori che mi coinvolgno l’animo e lo spirito.

E’ in questo modo che la pittura assume una valenza salvifica. Dipingendo, provo così un senso di ristoro, una sorta di poesia viviva, una rappresentazione dei miei pensieri più intimi. Insomma, un riparo quasi spirituale.

Miei cari amici, il dipingere come lo scrivere, vuole dire, in questi luoghi, quasi creare una vita parallela, una difesa che noi abbiam contro i problemi, la mediocrità, per alcuni è anche meccanismo che permette di “fuggire”, di spostarsi, verso un mondo più bello. Così, anche in un luogo angoscioso puoi creare qualcosa di bello, e così… in silenzio… sulla tela.. è possibile udire l’eco della libertà a cui Pierdonato non smette mai di tendere.

Un abbraccio a tutti, come di persona.

Pierdonato

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Probabilmente è un cavallo arabo, ma l’ho chiamato stallone andaluso, perchè un mio amico, ogni volta che passava da vicino alla mia cella, mi esternava i suoi elogi del dipinto e lo chiamava stallone andaluso.. così questo dipinto l’ho chiamato così, trattandosi di una immaginetta piccolina che io poi ingrandito mi ricorda “Briglia d’oro”, la giumente che avevamo come mezzo di trasporto con il calesse, nella mia infanzia.

 

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Questi limoni li ho tratti da una tovaglia di un mio amico ergastolano. Questa mia ricerca di qualcosa di bello, di vivo, di naturale, tra queste pareti di cemento nudo è quelo che ho scritto.. desiderio di amore verso la vita.

 

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Il gatto di Suor Gianna. Perchè Suor Gianna mi spedì una cartolina con questo gattino che mi colpì subito e l’ho dipinto 40 X 50. Dal vivo sono più belli i dipinti ad olio. Così l’ho chiamato così, un dono per Suor Gianna, che è attenta visitatrice del Blog, con la quale ho un dialogo epistolare, proprio per avere letto gli scritti nel Blog.

 

 

 

L’UOMO DELL’EST- la rubrica di Gerti Gjenerali

Gerti, tramite la nostra “illuminante” Nadia, mi ha fatto pervenire un testo che verrà utilizzato nell’ambito della tesi di laurea di un detenuto “risiedente” a Spoleto. Il detenuto in questione si chiama Giovanni Spada. Il titolo della sua tesi è “La camera oscura come laboratorio di cambiamento. Un’indagine sulle opportunità e le risorse di un regime carcerario”. Nell’ambito di questa tesi, Giovanni Spada ha  preparato un questionario che ha rivolto ad alcuni detenuti, con almeno 12 anni di “esperienza” continuata di reclusione. Uno dei detenuti a cui ha rivolto queste domande è stato il nosto Gerti Gjenerali. E allora ho pensato di inserire parte delle sue risposte, di volta in volta,  nel contesto della sua rubrica.. L’UOMO DELL’EST.

Queste sue risposte sono importanti.. perchè sia ci fanno conoscere “concretamente” un uomo, le sue origini, il suo percorso, i bruschi cambi esistenziali che lo hanno portato a trovarsi in certi luoghi e con certe persone, con certi pensieri e modi di azione.. e quindi anche dinanzi a certe scelte e certe conseguenze.

E tramite UN uomo vediamo come spesso la Strada non è un tronco tagliato.. ma una radice e dei frutti e una serie, soprattutto di interconnessioni tra noi  e gli altri. E se vediamo Gerti.. non vediamo “solo” l’autore di determinati reati, ma vediamo un uomo cresciuto in un contesto anni luce lontano dal nostro.. un contesto che improvissamente crolla totalmente e lui si ritrova in tutto un altro mondo, come se fosse un alieno in un altro mondo, o proprio in un altro universo. Totalmente destabilizzato.

Notate come Gerti non sopporta il pietismo, e non appoggia a giustificazioni deresponsabilizzanti. Con una grande onestà, dote che tutti gli riconoscono, sa valutardi lucidamente e spietatamente e prendersi le sue respondabilità per molto di ciò che gli è accaduto. Questo sfera di libertà interiore è una delle sue più grandi risors.

In questa “occasione” ho inserito le prime cinque domande e, naturalmente, le prime cinque risposte di Gerti. Le altre le pubblicherò in una successiva occasione.

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1-Sfera degli affetti e dei sentimenti. Le persone che amavi di più e che ti amavano di più. Ciò che provavi nei loro confronti, i motivi.

Le persone che amavo di più erano i miei famigliari. Anche loro nel loro piccolo credo mi amassero, anche se io nell’arco della mia vita ho dato solo dispiaceri.

Nei loro confronti provavo un amore sincero e compassionevole. Il motivo era un pò, diciamo, strano. Mi spiego meglio:  i miei genitori, nel mio paese (Albania) si trovavano in una posizione privilegiata. Tutti e due erano comunisti, di quelli che avrebbero dato la vita per la loro Patria. Mi hanno insegnato fin da piccolo che il nostro mondo era quello perfetto, che noi eravamo i migliori perchè ci pensava il partito, a noi tutti e agli altri. Ed io, figlio di due segretari marxisti, sono cresciuto idealizzato e inconsapevole – a quei tempi – che eravamo solo un Paese arretrato, ottuso e selvaggio. Ecco cosa io rimprovero ai miei vecchi.

Non mi hannno preparato, dicendomi che oltre alla nostra Patria – di gente dura e pura che non si piegava al capitalismo – esistevano altre realtà, ad esempio la democrazia, dove il popolo poteva votare chiunque, e se non faceva bene il suo lavoro lo cambiavano  con un altro. E non lo portavano in carcere come nemico del popolo. Poi, del resto, il loro sacrificio e l’amore nei miei confronti è la base del nostro rapporto. Nessuno di noi poteva capire che il mondo stava molto bene anche senza di noi selvaggi, figli della miseria.

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2- Sfera delle relazioni significative. Le persone per te più importanti, che ammiravi, che ti influenzavano di più e i sentimenti che provavi nei loro confronti, i motivi…

La persona che ammiravo di più era senza dubbio mio padre. Lui, nel mio Paese era uno degli uomini più conosciuti ed importanti. Era lo sportivo più decorato (lotta greco romana). Quando c’erano le feste, si organizzavano incontri con altri lottatori di paesi comunisti (russi, bulgari, rumeni) e mio padre era il pupillo del nostro caro Leader (o dittatore):

Lui è l’uomo che mi ha influenzato più di tutti. Era ed è tuttora esempio di rigidità, disciplina e durezza. Fin da piccolo mi ha insegnato a combattere; anch’io, come lui, sono diventato un lottatore. Non avevo dubbi, ero pronto per lui e per la mia Patria. Avrei dato la vita senza esistazioni per dimostrargli che ero figlio degno del grande campione che tutto il Paese conosceva. Quindi crebbi in una famiglia di fanatici e austeri figli della grandezza di Lenin. I mie seentimenti nei loro confronti erano puri. In casa mia tutto era dannatamente serio. I nemici erano alle porte; ed io e mio fratello eravamo sempre ansiosi e molto taciturni. Mio padre era molto convincente, perchè aveva un’arma molto potente. Era uno dei pochi che aveva visto l’Europa. Andava a fare incontri nei Paesi Scandibavi. Stava mesi fuori dal Paese e quando tornava – insieme ai suoi compagni – era un esempio di patriota che combatteva per il nostro sistema. Quindi, agli occhi della gente, lui era un eroe, le sue parole erano legge nelle riunioni di partito, lui conosceva il “mondo corrotto della democrazia”.

Tutti in famiglia lavoravano per e con til governo; tutti i miei zii erano ufficiali dell’esercito – compreso mio padre. Quindi, io nel mio mondo ero un privilegiato, ero il loro figlio e il loro degno erede, dalla cui famiglia nascevano solo uomini forzuti e pronti ad obbedire alla nostra sacra Patria. 

Ecco da dove parte la mia rovina?!? Che dopo pochissimi anni si trasforma in un incubo che dura tuttora, anche dopo venticinque anni.

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3- Sfera degli interessi. Ciò di cui ti interessavi con maggiore passione, le persone con cui condivideri questi interessi, i motivi.

Quando ero ragazzo i miei interessi erano fare sport ogni giorno, leggere libri, ed era una vita fondamentalmente tranquilla. Poi, all’improvviso tutto cadde. Nel giro di pochi mesi il mio mondo dorato sparisce. Arrivano i “democratici” – siamo nel 1990. C’era caos e anarchia, ed io, insieme ad altri figli del comunismo, eravamo i più selvaggi. Vedevamo i colleghi di mio padre che erano senza lavoro. I nostri vicini di casa – illustri professori universitari – che vendevano uova per strada. Tanti comunisti che all’improvviso sono diventati democratici. Vedevo gente che tornava dall’estero con soldi e macchina lussuose. Nel giro di pochi mesi tutto finì nel peggiore degli incubi. Arrivai in Italia con una nave, ed io, con alcuni amici disertori dell’esercito, eravamo soli, senza padroni, senza nessuno che ci ordinasse cosa fare. La mia passione era arraffare tutto senza esitazione da questi figli molli della democrazia. Non mi passava per la mente che stavo facendo un reato contro la società. Vivevo come un lupo, ed eravamo felici, disciplinati ed efficienti come i nostri segretari comunisti. Quindi, la mia venuta in Italia mi causò una malattia terribile: fare più soldi possibile e diventare ricco. Volevo diventare un uomo di successo.

Sinceramente non avrei mai accettato di stare in un campo profughi ed aspetttare con la ciotola il mio turno per prendere il cibo. Io avevo tutto da piccolo ed ero orgoglioso e rigido per via della mia educazione. Quindi ho fatto in modo di fare uscire allo scoperto tutto il mio coraggio, rischiando la vita ogni giorno come un animale che vive di solo istinto.

Ovviamente ero in buona compagnia, i miei amici erano uguali a me. Dunque, nessun contatto con la gente del posto. I motivi erano semplici e banali: volevamo tutto e senza fatica, perchè nella nostra mente ottusa noi avevamo il diritto .. che ne sapevano gli italiani che avevano tutto ?!? Non c’entrava la questione del disagio sociale, no, eravamo convinti che fosse giusto e il nome della nostra malattia era: avidità.

4-Sfera degli apprendimenti. Titolo di studio, ciò che avevi imparato o sapevi fare; le persone che ti avevano insegnato quello che sapevi fare e te lo avevano fatto amare, le occasioni, i luoghi, i compagni, gli amici..

Il mio titolo di studio era la terza media. Non ho fatto in tempo a diplomarmi per via del mio impegno nello sport, anche se ero stato cacciato da alcuni ginnasi per il via del mio temperamento rissoso.

Sapevo molto bene una cosa: fare la lotta greco romana. Ed ho vinto tre volte il titolo nella mia categoria nel mio Paese.

Mi avevano insegnato tante cose che a raccontare mi ci vorrebbe un anno. Sono nato in un Paese di comunisti che non aveva pari in Europa. Fn da piccolo venivo addestrato con le armi. Tutti in famiglia lo erano, compresa mia madre. Una volta all’anno, tutte le donne andavano un mese a fare esercizi con le armi. Non andavano certamente a vedere i concerti di musica rock. Non esistevano. In casa mia si leggeva molto e questa è una passione che mi porto appresso tuttora. Per questo posso dire che non finirò mai di ringraziare i miei per questa passione.

Le occasioni erano poche per andare a divertirci. Qui in Italia era molto diverso. Ho fatto le stesse cose che poteva fare un ragazzo di veni anni. Solo che io avevo un altro stile di vita, di cui le conseguenze sono tuttora evidenti nella mia corta vita di fuori. Con tutti i miei amici d’infanzia siamo finiti come dovevano finire quelli che non obbediscono alle leggi della maggioranza. Ovvero la gran parte di loro sono morti ammazzati e quelli che si sono salvati sono in carcere.

Le occasioni? Beh, che dire?!? Ho bruciato tutta la mia vita e ho buttato nel cesso le mie occasioni.

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5 – Sfera dei valori, delle cose per te più importanti. Le cose in cui credevi di più, da chi le avevi imparate, le situazioni, i motivi legati a queste cose in cui credevi.

I valori più importanti per erano: la mi dignità che va al di sopra di ogni cosa, pure della stessa vita. Onorare la famiglia, credere nell’amicizia.. e la più importante era.. non tradire nessuno, mai, per nessun motivo. Credevo sempre di essere giusto, ma non solo con le persone che mi erano amiche, ma con tutti in generale. Poi bisogna vedere cosa significa giustizia, e quale è il metro per misurarla. Chi stabilisce cosa è gusto e cosa è sbagliato? Qui in Italia ho imparato che è la maggioranza.

Ho avuto un’educazione che potrebbe sembrare banale per chi non la conosce, come – ora che vivo in Italia da quasi venti anni – mi potrebbe sembrare fasullo e pieno di contraddizioni il vostro stile di vita.

I motivi di tutto questo sono evidenti. I risultati più che naturali: o morte o galera. Non voglio parlare e dire cose che potrebbero dire tanti miei compagni, cioè che siamo innnocenti o che è colpa del partito o chi sa cosa. Ognuno di noi – credo – che nel momento in cui le luci si spengono, pensa con la coscienza allo stile di vita che ha scelto. Dunque è sciocco dare la colpa a un sistema o ad una certa situazione. Io penso che ognuno di noi sia responsabile della propria vita.

Ho creduto a tante cose nella vita. In alcune ho trovato delle soddisfazioni, in altre no, e come al solito  me la sono presa. La vita purtroppo è fatta così. Cose che per me vent’annni fa erano di fondamentale importanza, ora mi fannno sorridere. Sono diventato forse più saggio? O forse ho cambiato prospettiva e vedo la vita in un modo diverso?

Come ho accennato all’inizio, alcuni valori sono la base del mio stupido tempio. Le mi colonne sono i valori antiche e arcaici. Se ne manca uno, tutto cade. Nuovi valori? Magari un pò democratici? I valori sono quelli che ti hanno fatto conoscere. Da dove li ho imparati non ci vuole tanto a capirlo. La questione è: sono i valori giusti per quest’epoca? O forse ne dovrei avere altri? Magari più semplici e meno complicati? Siamo tutti colpevoli di qualcosa, però alcuni sono destinati ad essere colpevoli perchè sono nati.

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Dentro la fossa… di Giovanni Zito

Giovanni Zito è tra gli autori più prolifici presenti in questo blog. Persona sensibilissima, con uno stile di scrittura carico di umorismo.. e con momenti di fortissima malinconia. E poi è prolifico, l’ispirazione non gli manca mai.

Il testo di oggi è un racconto di un episodio dei giorni della sua infanzia. Un racconto fresco e vivido, come già altre volte Giovanni Zito ha saputo fare (vedihttps://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/07/22/cemento-di-giovanni-zito/) . E come riesce a fare un altro detenuto, che però è un vero e proprio scrittore, che ha già pubblicato alcuni libri.. Francesco Bove, detenuto a Spoleto.. sia nel suo testo pubblicato a puntate “La mia infanzia da scugnizzo”, sia nel racconto “Lo zingaro” (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/07/29/lo-zingaro-un-racconto-di-francesco-bove/).

Ma con Giovanni Zito.. la grandissima ironia può improvvisamente mutare in un sottofondo di profonda riflessività e amarezza.. come nelle righe finali di questo testo che oggi pubblichiamo.. righe, che lasciano davvero il segno.

Buona lettura

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Buon giorno a tutti, miei gentilissimi lettori.

Oggi vi ho scritto un pezzettino della mia vita. Cosse fresche come la frutta di stagione. Con questa lettura vi faccio rilassare un pò. Se siete in vacanza non preoccupatevi.. tanto prima o poi andrete nel sito. E comunque, buone vacanze per chi non ci va. Se invece rimanete a casa, sapete come sono io.. e come vi scrivo.  Guardate che quello che ho scritto è vero come la mia parola.

Comunque amici bloghisti, vi ringrazio ancora una volta per i vostri commenti. Vi voglio bene a tutti. Ok. Adesso vi lascio al mio testo. CIAO

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Circa 30 anni fa cercavo un lavoro. Non andavo a scuola come tutti i ragazzi della mia età. Io ero diverso, e ragionavo a mio modo.

La mia adorata mamma si disperava perché io non studiavo. Aveva ragione, in quel tempo remoto e così tanto lontano. Pensate che io avevo 11-12 anni al massimo. Quindi.. dicevo.. cercavo un lavoro, e lo trovai pure. Un giorno andai a casa del mio amico Antonio. Anche lui, come me, non andava a sucola, ma lavorava con la sua famiglia. Così, per caso, gli dissi che cercavo un lavoro. Questo amico mio mi presentò suo fratello più grande. Il maggiore di tutti. Mi disse: “Giovanni, io ti faccio lavorare, però tu non devi combinare guai, perché il lavoro è serio”. “Va bene”, gli dico io, “basta che posso lavorare, io faccio qualunque cosa”. Così il lunedì mattina, sveglia alle sei del mattino, mi vengono a prendere con la macchina, visto che abitavano vicini a casa.

Partiamo per la giornata lavorativa. Il mio lavoro era semplice. Dovevo dare una mano al capo mastro. Nel senso che lui riempiva il badile con la terra che scavava, e io lo svuotavo nella moto Ape. Tutto questo era il mio lavoro. Più semplice di così. In poche parole lavoravo come manovale muratore. E che muratore!

Il mio lavoro però aveva un pezzico di sapore in più. All’epoca non capivo il motivo di quessta strana cosa che vivevo dentro di me. Ma con il passare dei giorni, iniziai a capire quella pallina che si muoveva nel mio cuore.

Non avete ancora capito vero il mio lavoro?

E come potete indovinare? Non siete dei maghi né dei chiaroveggenti. Adesso ve lo dico dove lavoravo.. però fate i bravi, oh?

IL MIO LAVORO SI SVOLGEVA AL CIMITERO.

Ovviamente, per la mia età era impossibile svolgere un tipo di lavoro simile. Ma questo era un altro discorso… In poche parole funzionava così. Il comune si appropriava delle tombe ormai in disuso; quelle abbandonate dove non c’era più un familiare che andava a trovare il  proprio congiunto. Tombe che erano più vecchie dei secoli. Comunque.. davano in appalto questi lavori. Ogni mastro aveva il suo manovale, ed io facevo parte di questo personale. Ma tutti mi volevano bene, perché ero il più giovane di tutti, e poi mi prestavo con tutti.

Le prime settimane il mio lavoro era semplice, come vi ho già detto. Ma poi, piano piano, tutto questo tremore che avevo dentro di me cessò. Tutto passato. Iniziai a prendere seriamente questo lavoro. A capire cosa era il dolore, la tristezza, il vuoto che si crea in una famiglia quando si vede qualcuno che si ama.

Un giorno, mentre il capomastro svolgeva il suo lavoro nello scoperchiare una tomba, trova un pezzo di marciapiede lavico incastrato. Non riesce proprio a scostarlo di un millimetro. Quindi passa più avanti. Quando siamo quasi alla fine della ripulitura della tomba, mi dice “Giovanni dammi una mano con questo masso rettangolare.. è troppo pesante”. Così, lui da un lato, e io dall’altro.. il punto però non era il masso in se stesso.  Ma la posizione, perché il capo mastro si mette verso l’esterno, cioè dando le spalle sulla strada, mentre io vado verso l’interno del fosso. Mi dice “Giovanni, al mio tre alziamo la pietra insieme”. “Ok”, rispondo io. “Piano Giovanni, facciamo piano”, dice il capomastro. Ma così non fu. La pietra si stacca di botto dal suo incavo, io perdo l’equilibrio e cado nella tomba con la pietra sopra il petto. Per alcuni attimi perdo il respiro. Gli dico al capo mastro “Chiama qualcuno, perché sono sepolto vivo”. E lui mi guarda come un baccalà. “Sbrigati”, gli dico, “che questo masso pesa sul mio corpo”. Lui scappa, corre come un fulmine, e grida, “presto, datemi una mano. Mio nipote è caduto nella tomba dove stavo lavorando io”. Quindi arrivano alcuni operai. Si trovano una scena davanti ai loro occhi, incredibile.. perché la buca era profonda circa due metri. Mi chiamano “Giovanni, Giovanni.. come stai? Tutto bene?”.. “Sì, sì”, rispondo io, “ma se non fate presto a tirarmi fuori da qui, domani non potrò venire.. avrò altri impegni…”.

Quindi, piano, adagio, si prova a legare una fune alla pietra per tirarla su. “Piano”, gridavano “fate piano”. E così Giovanni fu salvato. Tutti mi guardavano come se io gli dovessi delle spiegazioni. Ma io non avevo niente da dire. Sentivo un forte bruciore dietro alla schiena. E, in effetti, quando mi tolsi la maglia, ero tutto graffiato. Qualcuno diceva “portatelo all’ospedale”. Un altro diceva “E’ un miracolo Giovanni, che tu sia illeso”. Ma io non badavo a nessuno, perché sapevo che prima o poi venivano i vigili del fuoco a controllare. E se io ero lì, perdevano tutti il proprio lavoro.

Dissi loro, “Vado alla fontana a darmi una ripulita, adesso ritorno”. Mi incamminai verso la fontanella e lì vicino una pianta di agrumeto di arance.

Quando, mi sono ripulito sotto le fontane. Vedo passare l’auto dei vigili urbani. Capii subito che cercavano me. Sapevate cosa ho fatto? Io andai sull’albero delle arance. Mi misi comodo e mangiai non so quante arance. Avevo fame da paura.

Quando sono sceso dal mio albero, avevo una pancia gonfia come un cocomero. Mi sono lavato di nuovo alla fontanella. E ritornai al mio posto di lavoro. Non trovai nessuno. Allora pensai “hanno arrestato tutti per colpa mia.. e come ritorno a casa adesso?”. Che cosa potevo pensare a quell’età, amici miei.. Mi sono seduto ad aspettare che qualcuno mi notasse. Dopo un bel pezzo, si sono fatti vivi. “Ma dove sei stato, Giovanni? Ti abbiamo cercato. Dov’eri finito?”. Gli dissi “Antonio, avevo visto la macchina dei vigili urbani, e per non creare casino sono salito sull’albero delle arance. Mi sono nascosto”.

Il mio amico con tenerezza mi prese sottobraccia.. “andiamo a casa Giovanni.. che tu con la testa non ci stai mica bene..”.

Adesso, amico mio, sono passati quasi 30 anni. E nella fossa mi hanno messo davvero. Magari tu questo non lo puo sapere. Ma, in un modo o nell’altro, mi hanno sepolto vivo lo steso. Era solo una questione di tempo amico mio.

Giovanni Zito

 

Il cielo di un altro colore.. di Pierdonato Zito

Il disegno, che subito vi accoglie in questo post, è opera di Pierdonato Zito. Che ne rivela il senso nel testo che leggerete sotto. Pierdonato è uno dei fari i questo blog. Persona singolare ed eclettica, di rara capacità espressiva, sensibilità e profondità. Capace di manifestare il suo mondo negli scritti di approfondimento, nelle poesie e nei disegni. Dotato di un raro equilibrio e di una capacità empatica, davvero notevole, che il carcere non è riuscito a spegnere.

Il pezzo di oggi è scritto con un andamento sinuoso e dolce, molto raffinato ed evocativo.. che ricorda qualcosa dello stile dei classici latini, specie Cicerone e Seneca. Voi mi direte che mi sono bevuto qualcosa. Invece il suo riandare con la mente, quel misto di malinconia e di balsamo che il passato produce in lui.. è pieno davvero di ascendenze classiche, nel modo in cui è reso.

La rammemorazione, specie perché si tratta di rammemorazione felice, è per Pierdonato un costante nutrimento, e una dimensione di resistenza. Così come per lui, resistenza, lo è anche il disegnare e lo scrivere in senso lato.

Ritorna sempre nel mondo di Pierdonato.. il riferimento simbolico a Ulisse, al suo viaggio e a Itaca, la patria amata e perduta, ma nonostante ciò, continuamente agognata, in un’ardente e indistruttibile speranza del Ritorno. E infatti negli ultimi passi si ritorna ancora a questa parola mantra.. ITACA. E fu proprio la moglie, nel suo unico scritto presente in questo blog a parlare del mito di Ulisse e di Itaca, applicandolo poi alle concrete vicende di Pierdonato, sue, e della loro famiglia (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/01/14/itaca-amore-mio/).

Itaca è la spiaggia agognata, la terra desiderata. Il luogo del riscatto e della conciliazione. Allo stesso tempo.. luogo fisico.. spazio di libertà.. ritrovamento dei sentimenti e dell’amore, da vivere concretamente. Itaca è la stessa ragione di un vivere che nelle radici cerca il suo futuro. Itaca è la città sulla collina. Il porto dell’anima. La pace, la libertà, L’AMORE. Tutto ciò che è caro. A volte sembra quasi che puoi toccarla. A volte è una stella perduta nel cielo. A  volte piangi disperato.

Ma non molli mai il timone.. non smetti di crederci, perché smettere vuol dire morire.. un Sogno ti abita dentro ed è quel sogno che ti accompagna nelle notti del Buio..e, caro Pierdonato, sii forte e vigoroso nel tuo viaggio come sempre, sempre fedele, dovrai arrivare ad Itaca, a costo di costringere Dio a muovere il culo e a dire “Dategi Itaca, dunque.. che non lo sopporto più!..”..:-)

E ricordo una bellissima frase…

DI OGNI MIO VIAGGIO LONTANO DA TE, TU SEI LA META.

Vi lascio alle bellissime parole di Pierdonato. Poi riguardate il disegno, alla luce delle riflessioni, spiegazioni e interpretazioni contenunte nel testo.

Buon Viaggio Amici

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IL CIELO DI UN ALTRO COLORE

Scrive Rainer M. Rilke in “lettere  a un giovane poeta”

<<(…) poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una PRIGIONE, le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale; quello scrigno di ricordi? Rivolga lì l’attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse, di quell’ampio passato. La sua personalità si rinsalderà. La sua solitudine si farà più ampia e diverrà  una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri… (…)>>

Ed io, amici del blog… da sempre ho rivolto lì il mio sguardo e oggi la mia penna ripercorre per voi quelle tracce labili e sfuggenti di un tempo remoto.

Quello che allego a questo scritto è il magico luogo dell’infanzia, la vecchia Masseria Galli. Con pennellate di colori a luce, ho portato lo sguardo oltre il muro oltre i cancelli.

Siamo a fine luglio, il caldo è insopportabile. Chiuso in questi locali lo si avverte di più. Allora ho aperto lo scrigno dei ricordi.

Dal primo momento che ci si affaccia al mondo, ciuascuno di noi cerca di CARPIRE qualcosa. E’ la nostra missione. Quella di comprendere e commentare la realtà che ci circonda. Mai come oggi è il passato, anche il più lontano, il più remoto, quello che comunque ricordo, anche se a squarci sommari e con contorni vaghi sfumati dal tempo, che implacabile segna la nostra esistenza.

Mai.. dicevo.. come oggi, questo passato mi tiene compagnia. Una compagnia che mi fa pensare, riflettere, sognare. Il passato è passato. Recuperarlo è impossibile. L’ho più volte ripetuto nei miei scritti. Ma, la memoria di quello che è stato mi fa.. quasi sentire vivo.

Cancellare il passato è pressocché impossibile, oltre che inutile. Riviverlo è un’illusione. E così solo la memoria può resuscitarlo, dargli un’ordine sentimentale, interrogarlo, cogliere quegli aspetti e quei egreti che il tempo porta alla luce, e ha il potere i svelare. Certe cose le possiamo capire conoscerle solo quando la vita le ha archiviate.

E così il mio presente di ergastolano (senza un fine pena) è pieno el mio passato, che condiziona anche il mio futuro. Il carcere, per me, non è uno stare perennemente arrabbiati (come ha già detto qualcuno), sempre con la bava alla bocca. Il trascorrere inesorabile del tempo, in chi ha “risorse”, può portare anche ad una contemplazione non lamentosa, che non sfocia nella rassegnazione impotente a una resa incondizionata, alla pigrizia fisica e mentale, all’indifferenza, alle giornate senza orizzonti. Ecco che scrivere è quasi un misurarsi cauto e consapevole con le proprie risorse e le proprie capacità. Quindi una lettura per chi nella calura estiva vuole ristorarsi, non solo con docce, fette di cocomero fresco, gelati; ma anche con letture più rilassanti, per “salvare” la nostra esistenza a quel vertice, che è sempre sul punto di assorbirci.

TU CHE MI LEGGI…

La masseria Galli è situata su di una collinetta in agro di ITACA.. pardon.. di Montescaglioso (Matera), località Galli. Non so se fosse la masseria a dare il nome alla contrada o viceversa. La masseria Galli è una costruzione antica, risalente sicuramente al 1700. E’ la più antica masseria della contrada e zone limitrofe. E’ formato da un piano sopraelevato, con un loggiato e da una serie di altri locali.

Qui ho vissuto le mie estati, qui è racchiusa la memoria intima di un’infanzia felice. Se volessimo dare credito a quelle teorie, che vorrebbero i luoghi conservare addirittura nell’aria, oltre alla polvere, anche gli umori, per no dire le molecole di chi vi ha vissuto; quei muri, quel luogo, quell’aria, quelle piante, capaci i coinvolgere nello stesso spirito i nuovi abitanti, perché conservano quell’anima ludica, dove io, con i miei fratelli, sorelle e nipoti abbiamo vissuto. Ricordi, di cui quelle mura sono impregnate. Ogni centimetro quadro di quel luogo è indelebilmente memorizzato nella mente e nel cuore di chi ha sperimentato l’amarezza della solitudine forzata el carcere. Ricostruire l’immaagine dei luoghi natii è quasi una MEDICINA DOLORIS. E vi assicuro che non è una semplice invocazione nostalgica di fatti e di situazioni, di luoghi appartenenti al passato. Ma è un modo di riconciliarsi con se stessi e con la vita. La riflessione, in questo senso, penso che sia la più grande attività intellettuale che noi possiamo fare; nonchè, conferma l’entusiasmo nei confronti della vita.

Per i lettori che anagraficamente hanno la mia età sarà più facile entrare in sintonia con ciò che ho voluto dire. In un tempo come oggi, di globalizzazione, di una società, smarrita e confusa nelle sue radici… il valorizzare, tracciano i segmenti del passato remoto, è una testimonianza delle “storie” della propria terra. E’ un mostrare ciò che eravamo. Nella mia infanzia, i giochi e la maggior parte della vita si sfolgevano all’aria aperta. Qui i nostri “giocattoli” erano gli insetti… la libellula… i rettili… animali da cortile… Si scorrazzava per la campagna circostante, spensierati, felici… una vita gaia. Si giocava a nascondino, si costruivano le altalene con funi, o con grossi assi di legno. Si giocava agli indiani, a costruire capanne. Ci… arrampicavamo felici e spensierati su gli alberi. Forse la mia generazione ha vissuto un contatto diverso con la natura. La masseria era circondata da alberi a frutta. E noi conoscevamo ogni albero a menadito. L’estate era la stagione più bella… terminva la sucola e passavamo re mesi a contatto con il sole, l’aria profumata di una natura incontaminata. Siamo cresciuti rincorrendo scalzi grilli.. cicale.. rane e rettili di ogni genere.. per giocare con loro. Era un’epoca e un mondo, vi assicuro, in cui si aveva tutto pur non avendo niente. Il frinire delle cicale rappresentava il suono per antonomasia dell’estte. Questi elementi uditivi  resteranno per me sempre molto cari. Immersi nella natura e nel mondo campestre, eravamo a quell’età molto lontani dalle angosce della vita.

Mi omando: oggi come gioca la generazione dei nostri figli? Playstation.. videogiochi.. telefonini. Sono veramente più felici di come eravamo noi? O sono sstti creati adolescenti più tristi? I giochi di un tempo forgiavano anche il carattere, in qunto il gioco dimostra che il bambino quando è motivato non si stanca, resiste al calo, aalla stanchezza, alla fame, pur di continuare nel suo gioco.

E poi… nidificavano presso la masseria due uccelli migratori… il falco grillaio.. e la ghiandaia marina. A quell’epoca, il solo vederli nel cielo (questi due altri inquilini) era motivo di estasi per noi bambini degli anni ’60.

Amici del blog.. questi sono i miei pensieri.. in una giornata afosa di fine luglio.

Il desiderio i ritornare ad ITACA non mi abbandona mai. Il furioso Poseidone ancora ostacola il mio ritorno. Ma io non la perdo di vista la mia ITACA. La porto sempre nel cuore. Spesso provo a disegnarl, perché un giorno (dalla mia nave) sono sicuro.. sic… getterò l’ancora e lì mi fermerò.

Un bacione a tutti…

Pieronato                       Voghera, 28-7-2010

<<… Se tu penserai e giuicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni, più le spese. Ma se capirai fino in fondo, se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo… >>

Fabrizio De André    “La città vecchia”

 

 

Lettere dal di fuori.. da Sabina a Carmelo

Un altra lettera “dal mondo esterno” per questa rubrica nata da una idea di Carmelo Musumeci..

Fino questo momento stiamo pubblicando lettere giunte a Carmelo, ma la rubrica naturalmente è aperta a tutti.  Io stesso informerò un pò di detenuti di questa altra possibilità. Ma essa è aperta a ognuno di voi. Chi tra voi vuole proporre una lettera che ha spedito a un detenuto per la pubblicazione in questa rubrica (naturalmente chi lo facesse riterrebbe che il detenuto in questione non sia contrario) può inviare la lettera al blog, e faremo in modo di pubbllicara.

Questa lettera è spedita da Sabina di Roma – di cui già abbiamo pubblicato una lettera in precedenza – a Carmelo Musumeci..

Buona lettura

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Caro Carmelo,

ho letto ieri la tua risposta, mi ha fatto molto piacere!

Sono contenta che dici che quando ti passa la tristezza diveni subito solare. Si nota questo da quello che scrivi…

E’ un lavoro stupendo quello che fate con l’associzione Liberarsi e Informacarcere.

Voglio raccontarti una cosa: tra qualche amico e parente  a cui per adesso ho avuto modo di parlare di questi argomenti, ce ne sono un pio che all’inizio erano scettici. Partivano molto prevenuti. I soliti luoghi comuni che ci inculcano i media: che in carcere non si sta poi tanto male, che alla fine non ci va quasi nessuno e quindi chi ci va vuol dire che è giusto così, e altre chiacchiere simili…

Anche gente che di solito è critica riguardo a quello che dicono giornali e tv, quando si tocca il tema della sicurezza parla come se qualcuno le avesse fatto il lavaggio del cervello. Sembrano credere  a quello che si dice in tv (ma come, fino a poco prima inveivano contro la malainformazione…!). Questo perché i media sono bravi a mettere paura alla gente. Un popolo che ha paura, che si sente minacciato, si manovra facilmente. E’ poco tollerante e accetta passivamente leggi anche palesemente ingiuste.

Tornando al discorso dei due che all’inizio erano scettici (le altre due persone invece si sono dimostrate interessate e sensibili all’argomento fin da subito) ho notto che quando si fa loro leggere articoli del periodico “mai dire mai” e poesie e scritti dal blog, cominciano ad ammorbidire la loro posizione. Poi, dopo aver letto il tuo libro, mi hanno detto che in effetti bisognerebbe rivedere l’intera istituzione carceraria., perché non serve a niente, a cominciare dall’ergastolo che è una pena disumana.

Ti dico queste cose perché secondo me sono degli esempi di quanto quello che scrivi smuova le coscienze.

E’ difficile rimanere indifferenti dopo essere “entrati”, anche se solo attraverso le pagine di un libro, in una realtà ingiiusta come quella di un carcere.

Poi ci saranno anche quelle persone, che invece sono totalmente aride, che rimangono fisse sulle loro convinzioni. I forcaioli tanto per intenderci (questo termine l’ho appreso leggendo il sito, rende bene l’idea…)

Ma secondo me molti di loro sono condizionati, e se riuscissero ad abbattere le barriere iniziaali, sarebbe possibile il dialogo.

Da parte mia cercherò di sfondare queste barriere, come stanno facendo le persone splendide che ho incontrato sul blog e nel gruppo facebook.

Ho fatto leggere il tuo libro anche a mia zia, e oggi mi ha telefonato dicendomi che ha visto sul sito della libreria dove va lei di solito, che venerdì 9 ci sarà la presentazione di un libro sul carcere, e ha pensato a me. Mi ha chieso se voglio andare con lei a sentire di che si tratta. Non so ancora che libro sia, ma sono contenta che si sia interessata!

Scrivere e fare informazione è un mezzo di protesta che non possono bloccare, e arriva dritto al cuore di chi legge.

E non dare retta agli idioti che anonimamente ti insultano per quello che sei. L’intelligenza non è un dono che hanno tutti, e l’educazione nemmeno a quanto pare. Non dargli retta e pensa ai tanti che ti ammirano per la forza che hai e che dividi con gli altri, e per le emozioni che trasmetti.

Spero che tu abbia passato una buona pasqua.

Forse dire buona è troppo, ma spero che sei stato bene.

A pasqueta ti ho pensato, ho sentito una mia cara amica d’infanzia che è di Catania, di Aci Bonaccorsi, e mi sono ricordata di avere letto che sei originario di vicino Catania. Io vado spesso a trovarla, e lei viene qui a Roma. Ci conosciamo da quando avevamo 4 e 5 anni.

Da quando sono stata con i miei genitori in un campeggio in Sicilia, dove lei con i suoi genitori passavano stabilmente le vacanze… dopo tutti questi anni siamo ancora in contatto, ed è una delle mie più care amiche.

Non so perché ho iniziato a parlarti della mia amica, forse perché mentre ti scrivo ho l’impressione di stare a parlare con un vecchio amico, e mi viene spontaneo raccontarti le cosa!

Un abbraccio,

a presto

Sabina

La mia infanzia da scugnizzo- quarta e ultima parte.. di Francesco Bove

Con questo post, con la quarta “puntata” giunge alla conclusione la pubblicazione del piccolo libro di Francesco Bove, “La mia infanzia da scugnizzo”. Libro inviatomi, da Francesco, insieme ad altri libri, sempre “suoi”, qulche settimana fa.

Buona lettura..

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L’UNIONE DELLA MIA FAMIGLIA

A me La Spezia è sempre piaciuta. E mio fratello Vincenzo infatti ha preso a cuore questa città, tanto che si è stabilito lì. Esattamente a Fezzano, luogo dove noi andavamo per lavoro, come ho spiegato in precedenza. Lui si è sposato con Laura, una ragazza del posto, una stupenda ragazza. E’ entrata in famiglia che aveva 14 anni. Hanno avuto due bei figli. Mirko e Daniele. Due ragazzi alti e stupendi, con gli occhi azzurri. Anche mio fratello Pino è sposato con la moglie Liliana. Anche lei è entrata giovanissima in famiglia, ed è stata accolta come una sorella. Era di Pagano (Salerno) e ha dato al mondo tre ragazzi stupendi. Io ringrazierò sempre mio fratello Pino, in quanto ai figli ha dato i seguente nomi: Catello, Luigi e quest’ultimo con il mio stesso nome, Francesco. Per questo l’ho sempre ringraziato, e lo farò sempre, anche in futuro. Soprattutto perché ora, circa due giorni indietro (05-11-2007) Liliana, questa donna meravigliosa, buona  d’animo, comprensiva e apprensiva con i figli e il marito, è venuta a mancare. Ha lasciato un vuoto in famiglia difficile da descrivere, ma voglio precisare che rimarrà sempre viva nei nostri cuori.

Con la mia famiglia siamo una cosa sola e molto uniti, “un cuore, un’anima”. Sono molto fiero delle mie sette sorelle: Rosa, Luigia, Lucia, Mena, Carmela, Anna e Silvana. Sono tutta la mia vita, e sono sempre nel mio cuore, e lo rimarranno a vita. Sono donne straordinarie. Questo grazie ai miei genitori, che sono stati all’altezza di tenere sempre la famiglia unita. I miei genitori sono due persone straordinarie.

UNA DECISIONE DI MIO PAPA’

Circa due mesi fa è venuto a trovarmi mio papà, qui dove vivo, a Spoleto. Viene quando la salute lo permette, in quanto ha i suoi settantasette anni. Comunque è venuto per parlarmi di una sua volontà in un argomento insospettato. D questo aveva parlato con mio fratello Pino. E’ quello per cui, se un domani viene a mancare, la sua volontà è quella di essere cremato. Una coincidenza alquanto strana, perché pure io, tempo fa, presi questa decisione. Una volta cremate le mie ceneri, voglio che siano gettate in qualche maniera nella chiesa del Santuario della Maria SS. della Neve. Faccio presente che in questa chiesa sono stato battezzato e mi sono anche sposato. Pertanto io rispetterò la volontà di mio papà; così come in famiglia siamo tutti d’accordo nel concedergli questo. Così voglio che anche i miei figli facciano per me.

IL SOLITO LAVORO

Io, mio papà e mio fratello Pino si continuava con il solito lavoro, quello della pesca dei datteri. Questa volta a Sorrento. In quel periodo era uscito il divieto di pesca di questo frutto di mare. In questo si dovevano prendere d un punto sul fondo del mare, che praticamente, a forza di scalpello da pesca, si potevano col tempo deteriorare gli scogli e si potevano causare cadute di frane o di montagna. Questo era il parere degli esperti. Mentre mio padre diceva che era il contrario, perché questi frutti di mare, buoni per quanto siano, pregiati per questi scogli, lui diceva sempre che sono la carie delle montagne.

Comunque, tornando a casa in auto, io seduto dietro , mio fratello al volante e papà seduto a lato, all’improvviso fece una brusca frenata. Io andai a picchiare la testa sul sedile del mio papà, ma non mi feci niente perché il sedile, essendo morbido, ammortizzò la botta. Tutto questo a circa 30 metri da casa. Questo per evitare una ragazzina di circa 14 anni, che uscì da un portone, senza guardare e si buttò per attraversare la strada. Mio fratello, molto bravo, non le fece nemmeno un graffio.

Questa ragazzina era del mio quartiere, anche se non l’avevo vista mai. Bella, anzi bellissima, capelli neri, carnagione scura. Mi colpì e ne rimasi folgorato. Qualche mese più tardi, con i miei amici, passeggiando per il quartiere, a un certo punto  sentimmo provenire da un portone della musica. Ricordo che all’epoca si usava fare delle feste nei propri cortili. Arrivati all’altezza di questo portone con i miei amici, incuriositi, entrammo in quel cortile. Così vedemmo su un ballatoio, al terzo piano, parecchi ragazzi e ragazze che festeggiavano e ballavano. Ci recammo sopra, e ci buttammo nella mischia A un certo punto vidi uscire da una porta lei, la stessa ragazzina che provocò quel piccolo incidente di percorso, in auto con mio fratello, senza danni né per lei né per noi. Era proprio come la ricordavo, capelli neri lunghi e lisci, carnagione scura. Io rimasi di pietra, respiravo a malapena. Il mio cuore mi provocò attacchi cardiaci, pulsava a tremila all’ora. Non mi ero mai trovato in una situazione del genere. Presi coraggio e la invitai a ballare. Si facevano vari tipi di ballo, tra cui anche i lenti. E noi abbiamo ballato “il cielo in una stanza”. Con quest’occasione ci presentammo. Lei si chiamava Giovanna. Io ero vestito con un Jeans pieno di toppe e un maglione rosso. Le feci la mia dichiarazione d’amore. Le chiesi se si voleva fidanzare con me. Lei non mi disse sì, ma nemmeno no. Ci doveva pensare. Così mi rispose. Io, un po’ deluso, alla fine di questa festicciola me ne andai. Non dormivo di notte perché avevo in mente sempre lei. Non mi era mai capitato. Avevo davanti sempre il suo viso. Un paio di giorni dopo la vidi passare nel mio vicolo e io non persi l’occasione per fermarla. Le chiesi dove andava. Si stava recando dalla sorella, che aveva un piccolo negozio di salumeria. Così comunque è continuato per qualche giorno, accompagnandola tutti i giorni dalla sorella, fino a quando una sera, non ci siamo dati il primo bacio. Un bacio indimenticabile, che porterò sempre nel mio cuore. Ricordo anche che, dopo la festa, venni a sapere che lei chiedeva di me, ma non ricordava il mio nome, così chiedeva in giro di uno vestito con maglia rossa. Così mi chiamavo “maglia rossa”.

Un giorno comunque decisi di andare a conoscere i suoi genitori, e sotto consigli di qualcuno che aveva esperienza, mi misi una giacchetta. Con questa giacca, che non ero abituato a portare, mi sentivo molto a disagio e strano. Non avevo mai portato una giacca in vita mia. Questi, anche se al momento erano titubanti (ma come tutti i genitori in queste circostanze) mi accolsero per bene e mi accettarono per la persona che ero. L’importante era che la figlia fosse contenta. Così anche a loro feci la mia dichiarazione di fidanzamento ufficiale, e tutto filò per il  meglio. Ero fidanzato con Giovanna, che oggi è mia moglie. Sono fiero e orgoglioso di lei, e lei di me.

IL TERREMOTO DELL’OTTANTA

Un giorno, era Domenica, io e Giovanna, con un’altra coppia di fidanzati, decidemmo di andare a un parco dei divertimenti, che si chiama Ederlandia. A un certo punto, girando queste giostre, ci trovammo di fronte a una giostra che si chiamava “Monte bianco”, le montagne russe. Io ci rinunciai, in quanto mi causava problemi allo stomaco solo al guardarlo, figuriamoci a salirci. Comunque loro salirono ed io guardavo e seguivo loro con gli occhi. Ad un certo punto, sotto i miei piedi sentii tremare tutto e sobbalzare all’improvviso. In un attimo non si era capito più nulla, gente che gridava e correva, chi diceva al fuoco, e chi una bomba. Io mi preoccupai subito per Giovanna e i miei amici. Ci misi circa 15-20 minuti per inquadrare la situazione, e una volta che loro erano giù da queste montagne russe, li presi e di corsa in auto, presa di nascosto dal mio papà, perché senza patente, di corsa li riportai a casa. Nel frattempo del tragitto, vedevamo gente correre a sinistra e a destra, macchine ribaltate e case con tetti scoperchiate e qualcuno addirittura a terra. Era la prima volta che avevo questa esperienza, non sapevo cosa fosse un terremoto, e così conobbi anche questa calamità naturale. Arrivati quasi vicino a casa, non si poteva più continuare per il disastro. Dovemmo lasciare l’auto a circa 2-3 Km. Si sentivano le sirene di pompieri, ambulanze e polizia. Arrivati di corsa in quartiere, i nostri famigliari e vicini di casa erano tutti in strada, perché in casa non era possibile stare, per la paura che venisse giù tutto. Una brutta esperienza.

ANNI ’70, COLERA A NAPOLI

Ricordo, che nella mia città, a  Torre Annunziata, c’era molto panico, paura di essere contagiati, per poi morire. Infatti moriva molta gente, fu una vera e propria epidemia. Mia madre teneva a tutti i dieci figli sotto stretta pulizia, perché era questo che portava al contagio del colera. Per non farci aggredire da questa malattia, ci metteva sotto gli abiti di ognuno dei miei fratelli e sorelle le pietre di canfora che emanavano un forte odore, che si sentiva a distanza, un odore nauseante, io non lo sopportavo, ma, le dovevo portare, altrimenti erano botte.

Ricordo che il Comune ordinò di vaccinare tutta la popolazione del paese. Nelle scuole, negli ospedali accorrevano migliaia di persone, formando lunghe code per poi attendere il loro turno per la vaccinazione. Questo andò avanti per una settimana, perché il vaccino andò esaurito, non si trovava più. La gente del paese passava notte e giorni interi per aspettare che venisse il turno di vaccinarsi, e così pure tutta la mia famiglia, m quando stava per venire il nostro turno finì il vaccino, e così si ripeteva tutti i giorni, e non ci vaccinavamo mai, e i miei genitori erano nervosi e impauriti, preoccupandosi per la nostra salute e di essere contagiati. Come la nostra famiglia c’erano altre migliaia di persone che non riuscivano a vaccinarsi, e il panico cresceva sempre di più. Un giorno andai da solo in una scuola vicino casa mia, c’era molta gente e non si poteva entrare, chi gridava, chi piangeva, le mamme con i figli in braccio e un altro lo teneva con la mano, donne incinte che aspettavano con disperazione questo vaccino, che per loro significava continuare a vivere, ed era straziante vedere quella folla che chiedeva salva la vita. Faceva molto caldo, io potevo avere nove anni, e non capivo cos’era questo colera. Piano piano riuscii a passare sotto gli occhi dei medici senza farmi notare, visto che ero molto piccolo fisicamente divenni quasi invisibile e riuscii ad arrivare all’interno di questo temporaneo ambulatorio, mi misi sotto ad un tavolo di legno, guardavo come i medici facevano le iniezioni sulle braccia e vidi dove prendevano questo vaccino, ma non capivo molto vedendo solo affondare l’ago della siringa in una piccola boccetta di vetro. Ad un tratto mi lanciai di scatto in grande velocità, quasi da felino, e presi quattro bocce e scappai via. I medici e un infermiere si lanciarono dietro di me, ma io ero piccolo, quasi trasparente, e non riuscirono a prendermi. Andai a casa e diedi queste boccette a mia sorella Rosa, non capiva cos’era, le dissi che l’avevo trovate. Dopo due giorni una delle mie sorelle ebbe la febbre e così chiamarono il medico di famiglia, la visitò, era solo raffreddata, mia madre e mia sorella si ricordarono di queste boccette che io avevo portato a casa e le fecero vedere al medico. Dissi dove le avevo prese, mia madre e mia sorella dissero la verità, che le avevano trovate, per mia madre questa era la verità. Il medico disse “siete fortunate, sapete cos’è questo liquido? E’ il vaccino anticolera”. Mia madre e mia sorella Rosa saltarono per la contentezza e così tutta la mia famiglia e tutti i miei parenti facemmo la vaccinazione. Per fortuna io ero quasi invisibile.

LA MIA VITA CON GIOVANNA

Con Giovanna, comunque, tutto procedeva bene, e dopo due anni ci siamo uniti in matrimonio. Abbiamo avuto quattro stupendi figli, Catello, Teresa, Vincenzo e la piccola Imma. Tutta la nostra vita per noi, sono sempre stati il nostro orgoglio. Li abbiamo tirati su senza mai fargli mancare nulla, e tenendoli all’oscuro dei sacrifici passati da me e da mia moglie per farli sempre felici. Siamo orgogliosi di questo. Due di loro sono felicemente sposati, e tra un po’ si sposa un terzo. Tra qualche mese la piccola compie 16 anni. Mio figlio Catello, primogenito, ha due figli (maschietti). Io sono già nonno, loro si chiamano Ciccio e Felice. Mia nuore, una bravissima ragazza di nome Carmela, è per me come una figli. La stimo e le voglio un sacco di bene, unitamente ai miei nipotini, che danno a me e a mia moglie tanta felicità. Sprizzando gioia e allegria. Mia figlia Teresa ha tre figli, due femminucce e un maschietto, e anche loro sono uguali come gli altri nipotini. Loro si chiamano: Liberata, Gioia e Angelo. Anche mia figlia ha trovato un bravo ragazzo, Antonio, che stimo uguale a Carmela. Loro sono per noi tutta la nostra vita e se non ci fossero loro sarebbe una vita amara. Il terzo Vincenzo, si sposerà a maggio con Maria, che come gli altri stimo e voglio bene come se fosse mia figlia. A lei l’ho vista nascere e crescere per qualche anno. Il bello è che loro mi hanno fatto felice ancora prima del previsto, perché lei è già in cinta. Loro sono sempre stati un po’ viziati, tanto che in famiglia vengono chiamati i baronetti. Tra poco arriverà un baronetto o baronetta, ancora non si sa. Comunque gli vogliamo molto bene. La mia piccola Imma è la perla della famiglia e con lei sono molto in debito. Difficile da descrivere questo debito personale. Non l’ho potuta vederla nascere, in quanto per circostanze obbligate, mi sono allontanato da mia moglie che era di tre mesi. Questa ragazzina, comunque molto sveglia e scaltra, mano mano che cresceva capiva la situazione, e non mi ha mai rinfacciato niente. Per questo sono in debito e lo rimarrò fino a quando non riuscirò a sdebitarmi. Un bene particolare, senza nulla togliere agli altri figli miei.

Ora vengo al diamante della famiglia, mia moglie Giovanna. Una donna particolare, sia per me, che per tutta la famiglia. Una donna apprensiva con tutti i figli e i nipoti. Con me basta che ci guardiamo negli occhi e ci capiamo al volo senza parlare, soprattutto l’amore che abbiamo uno per l’altra. Ci conosciamo da trenta anni e si è festeggiato, anche se lontani, le nozze d’argento.

Con la speranza nel Signore festeggeremo vicino, con tutti i nipoti e i figli, quelle d’oro. Io e mia moglie siamo una cosa sola. Spero, e ne sono sicuro, che questo racconto lo leggeranno i miei figli, i nipoti, e quelli che in futuro arriveranno.

Questi miei pensieri scritti dal profondo del mio cuore, con inchiostro d’amore, quello che fa capire: amore, felicità, sbagli e sofferenza. Soprattutto che ho una famiglia stupenda di cui vado orgoglioso. I nipotini un giorno saranno contenti di avere avuto come nonni.. il nonno Ciccio e Gianna.

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