Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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In memoria di Pianosa… di Rosario Indelicato

41bis

Questo testo venne scritto alcuni anni fa. Da una delle persone che furono detenute nel supercarcere di Pianosa.

Una delle due supercarceri.. quella di Pianosa e quella dell’Asinara.. che fecero furore all’inizio degli anni 90 e che adesso qualcuno vorrebbe riaprire, dopo che, nel 1997, furono chiuse.

E che adesso qualcuno vorrebbe riaprire.

Quel qualcuno forse non sa, o non vuole sapere, cosa furono Pianosa e l’Asinara.

Ci eravamo già occupati di questa questione.

Questo di Rosario Indelicato è uno dei testi più emblematici in tal senso.

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In memoria di Pianosa

(di Rosario Indelicato)

Grazie. Buonasera. Io sono stato arrestato nel 1992 a maggio. Mi trovavo nel carcere de l’Ucciardone, nella seconda sezione. Successero le stragi. Dopo l’ultima, ero ristretto nella seconda sezione con altri detenuti. Non avevo addirittura neanche l’associazione di stampo mafioso. La notte dopo la strage ci vengono a prendere alle tre di notte: “dobbiamo fare la perquisizione”, allora dico: “Mi devo preparare, devo prendere qualcosa?”. “No, no, vada nel cortile che dopo la perquisizione risalite tutti”. “Va bene”. Scendo addirittura con un paio di jeans e una camicia e mi buttano lì nel canile, perché così chiamano le celle di isolamento. Dopo tre ore cominciano ad arrivare carabinieri, polizia, finanza. “Ma cosa sta succedendo?”, penso. Ci caricano sopra ai blindati, ci portano all’aeroporto di Punta Raisi e da lì a Pisa. A Pisa con gli elicotteri militari. Ricordo un particolare, terrorizzato com’ero dalla visione del carcere che non avevo ancora fatto, un capitano dei carabinieri contava i detenuti ammanettati sull’elicottero con la pistola, così…: uno, due, tre, quattro, per comunicare agli altri quanti eravamo sull’elicottero.

Arrivati a Pianosa, c’era qualcuno di noi più vecchio che già immaginava cosa potesse succedere. Io, invece, ero ignaro. Sinceramente non avevo la cultura del carcere pesante. Comunque  ci portarono nelle celle, diciamo nella Grippa. Passò un giorno e l’indomani cominciò l’inferno. Di tutto: legnate, manganellate, acqua tirata, sputi, spinte, fatti cadere a terra. C’era di tutto e di più. Ricordo che si cercava di normalizzare la situazione facendo fare delle denunce ai propri famigliari. Ricordo che venne addirittura la Maiolo, venne Taradash, vennero altri politici ma durante il giorno della loro visita era tutto normale perché le guardie, dietro di loro, ci imponevano di stare zitti per cui nessuno, per timore, diceva cosa ci facevano. La cosa durò per mesi. Io lì ce ne feci cinque anni un mese e venti giorni proprio contati. Io ho brutti ricordi, brutti ricordi e dico solo che la violenza è generatrice di violenza e se ad una persona tu levi la libertà, le levi tutto e non c’è più bisogno di usare violenza su quella persona che magari si vuole riscattare, ma ancor di più quando la persona viene infangata nell’onorabilità come è nel caso di molti siciliani, di molte persone. Lasciamo stare queste cose che poi ne sono uscito a testa alta da tutti i processi. Il discorso invece è un altro. Lo Stato che si è prestato a queste direttive che trovo vergognose. Mi devono spiegare perché su di me si è fatto un crimine perché per questo crimine non sta pagando nessuno, anche se ho denunciato gli artefici di questi abusi. Volevo rispondere al Dottor Palma della commissione europea che in Italia pur avendoli condannati, non hanno espiato un giorno di pena e si ritrovano attualmente a lavorare all’interno del carcere, per cui, dico io, non cambia niente. In Spagna e in Italia le cose non cambiano, tanto è vero che poi non c’è stato più luogo a procedere. Per quattro denti mi hanno portato dal dentista e questo dentista, seduto là, fece. “togliete le manette al detenuto”. “No, no, operi così”. “Guardi che deve anche sciacquarsi”. “No, no, operi così e basta, stia zitto”.

E allora si misero in sette otto di loro, chi con le pinze chi con lo scalpello, con gli arnesi diciamo per tirare il dente perché questo medico ha avuto paura e questo è nella mia denuncia. Questo medico ebbe paura e allora diete luogo a sistemare il dente, ma comunque non capì quello che stava facendo, tanto è vero che ha  rovinato quello buono e lasciato quello cattivo. Alla fine mi ha detto: “Fra 15 giorni ci vediamo e completiamo il lavoro”, ma vidi che era più terrorizzato di me. Quindi venni messo sul blindato (andavamo fuori dalla sezione Agrippa, ci portavano in un carcere dove c’erano gli ergastolani che però andavano a lavorare fuori), messo sul blindato e venni massacrato. Questo il 22 dicembre 1992. Ero stato portato lì il 20 di luglio. Figuratevi quello che avevo passato.

Mi portarono in cella, massacrato. Passarono 3 giorni, arrivò Natale e mi portano patate bollite con la pasta condita con la margarina fredda, tutte cose appiccicate. Presi le paste e le buttai –tant’è vero che i primi mesi persi 16 chili- buttai la pasta, non volli mangiare andai a letto. Dopo, il 27 mi vennero a prendere. Ogni volta non volevamo uscire dalla cella per non prendere legnate. Sistematicamente tutte le volte c’era la perquisizione corporale, dovevamo fare piegamenti perché dovevano vedere se eventualmente si nascondesse qualcosa nelle parti intime. Dovevamo aprire la bocca, ci infilavano le dita nelle orecchie, tutto quello che potevano… Ma sicuramente dovevano esserci le istruzioni, le direttive di qualche psicologo o psichiatra, perché non erano persone intelligenti quelle che si adoperavano a fare queste cose, per cui le direttive dovevano esserci dall’alto.

Il 27 dicembre, come dicevo, mi portarono dal comandante e il comandante guardò i miei mandati di cattura, già ne avevo tre, e disse: “Guardi che lei ha una brutta posizione”. Io, sempre con la testa bassa, con le guardie dietro, davanti, risposi: “Guardi che la cosa non mi tocca se lei pensa così, perché lei sui di me non può dare nessun giudizio, questo lasciamolo decidere ad un tribunale e vedrà che la mia onorabilità verrà pulita nuovamente, non infangata come in questo momento”. Il Direttore: “Ma lei vuole andare a casa?”. “No, no, io a casa non ci voglio andare, io le chiedo solamente di finirla con questa vessazioni, queste legnate, queste torture, queste cose. Guardi che io a casa ci andrò a tempo debito2. Lui non fece nessun cenno e disse: “Può andare”. Quando mi girai e già stavo uscendo dalla porta seguito dagli… diciamo aguzzini, non li voglio neanche chiamare guardie per non infangare chi veramente fa questo lavoro con rispetto verso l’umanità, il Direttore mi disse: “Sa Indelicato se ha ricevuto minacce a casa…?”. Risposi: “Son 13 mesi che non faccio colloqui. Sa perché non faccio colloqui? Perché mia moglie, ogni volta che viene qua, viene vessata più di me, perché deve passare le perquisizioni corporali, deve fare i piegamenti, deve fare tutto. Mia moglie che non c’entra niente, i miei figli che non c’entrano niente con queste torture. E allora io, siccome sono stato scelto come agnello sacrificale, preferisco subirle io, per cui qua colloqui non ne faccio. Quindi lei sa meglio di me se io, visto che c’è la censura, posso ricevere informazioni in merito a quello che mi sta dicendo. Se così è e hanno fatto questo abuso…”.

Perché, che cosa fece questo direttore? Mi chiese se avevo ricevuto minacce a casa, tipo incendi, cose varie. Ma io ovviamente non lo potevo sapere. Me ne sono andato. Però questo pallino, questa idea mi rimase in testa. Quella era una mossa psicologica, perché loro ti smontavano, volevano creare il pentito. Questa è la realtà. E questo hanno fatto, perché ci sono state persone che si sono pentite e persone che si sono pure uccise. E persone che, forse la dico grossa, le hanno costrette o le hanno proprio uccise loro, perché uno non può tacere su quello che vedeva.

Per cui andai in cella e cominciò tutta ‘sta trafila. Era il 27 dicembre e non ricevevo neanche la posta, mi avevano bloccato tutto. Feci il telegramma perché volevo che venisse l’avvocato. E il telegramma non partiva. La risposta non arrivò, perché il telegramma non partiva. Comunque sto due mesi malissimo, proprio non ci stavo più con la testa. Poi ci fu un detenuto della mia sezione che andò al colloquio e lo pregai di chiedere che il suo avvocato si mettesse in contatto con il mio per vedere se poteva venire e darmi delucidazioni in merito a quello che mi avevano detto. E venne. Mi disse: “No guardi, tutto a posto, tranquillo”. Dissi: “Va beh, ho capito”. Si trattava di un altro tipo di tortura. Ma al pomeriggio mi portarono tutta la posta che era un bel po’ di lettere, di telegrammi, di auguri di amici, fratelli e così via.

Le altre torture erano: uscivo dalla cella, si doveva correre per circa… il primo braccio – io mi trovavo alla nona -, il primo braccio era 15 metri, c’erano altri 15 metri per arrivare al cancello dell’aria e lì, sistematicamente, si mettevano 20 di loro, o 15, o 30, dipende da chi voleva partecipare al gioco. Allora ci facevano levare le scarpe, ce le facevano buttare a terra, ci facevano la perquisizione, poi andavamo a prendere le scarpe e qualcuno dava una pedata. Andavamo a prendere le scarpe e chi ci metteva la manganellata, chi la pedata, chi la spinta, chi ci sputava, chi ci buttava l’acqua; si scivolava nella curva ed erano botte nuovamente. In una di queste tante  giornate passate così, ci fu una guardia che mi disse “Lei quando esce all’aria, quando esce dalla cella non deve correre. “Guardi, io non lo capisco se corro, se ho corso, perché non ho più cognizione di causa di capire quello che faccio”. “No, lei non deve correre. Prego si accomodi”. Apre il cancello, quello di dietro mi mette una pedata nella schiena, cado all’interno dell’aria, lui chiude il cancello e mi incastra il ginocchio destro che poi mi sono operato una volta finito lì, diciamo la pena, la situazione. Comunque, questa fu una delle tante.

Un’altra fu che nella perquisizione ci fu uno che fece un atto eroico e io non so come ringraziarlo. Prese lo scroto e lo tirò talmente forte che mi staccò una vena all’interno. Caddi a terra e lì ci fu un altro pestaggio. Mi alzai ma non poteva fare più niente: ero una noce dentro un sacco, non potevo parlare, perché il fatto che avessi il processo a Marsala mi comportava che loro mi trasferivano e dalla relazione volevano che arrivasse il chiaro di tutto, che io non parlavo con nessuno, che non facevo nessuna denuncia, sennò erano problemi seri.

Ritornai lì e comunque persisteva sempre questo stato di cose: trovai vetro nella pasta, trovai detersivo nella pasta, trovai un preservativo nella pasta, presi sputi in faccia nella notte quando mi venivano a svegliare. Andavo allo spioncino a chiedere che volessero e, nel momento in cui mi affacciavo, mi dicevano: “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…”. “Come si saluta’”. Dicevo: “Buona notte…” e seguiva lo sputo: “Buona notte signore”. Allora dicevo: “Buona notte signore”. Andavo a letto e non spegnevano più la luce per cui le zanzare facevano festa.

Poi un giorno ebbi delle coliche renali, mi presero, avevo bisogno del medico, mi ci portarono, e mi prescrisse che dovevo bere tre litri d’acqua al giorno. E loro cos’hanno fatto? Mi hanno preso, mi hanno portato nelle celle d’isolamento, mi hanno dato un litro d’acqua al giorno. Mi piegavo per il dolore perché non resistevo a stare in piedi e non appena mi abbassavo veniva qualcuno di loro e mi diceva: “Alzati, devi stare in piedi se no… non c’è neanche gioia a vederti abbassato che ti attutisti il dolore”. Nel mentre lui andava via, mi riabbassavo perché questo stiramento mi faceva stare un tantino meglio. Queste sono state alcune delle migliaia e migliaia e migliaia di situazioni che mi sono capitate nella detenzione a Pianosa.

Ricordo che una volta dovevo andare al colloquio, allora loro mi vennero a prendere all’aria e mi hanno detto: “Lei deve andare al colloquio”.”Io qua sono, pronto”. Non ci avevo niente. Non ci avevano fatto prendere niente a Palermo. Dicono: “Vada in cella, che poi la veniamo a prendere”. Va bene, vado in cella, esco dalla cella, mi metto le mani al muro che mi dovevano fare la perquisizione, perché questa perquisizione prima era fatta manualmente e poi ti dovevano passare al metal detector. Passo questa perquisizione e uno mi fa: “Ma lei, quando esce dalla cella – ci eravamo visti un minuto prima- come dice? Non saluta?”. “Ho detto buongiorno poco fa quando sono uscito, poi mi siete venuti a prendere, vi ho salutato, sono entrato in cella e vi ho risalutato, sono qua, vi ho detto buongiorno”. “No, no, no. Come si dice?”. A me il “buongiorno signore” non mi usciva, non ce la facevo. Quel “buongiorno signore” non mi usciva e io, sistematicamente prendevo le legnate. “Vi ho detto buongiorno” ripetei, sempre con le mani al muro e allora, da sotto le bracci che tenevo alzate, mi arrivò un pugno qui, nell’occhio. Io ho fatto il pugile da professionista e lo so quello che significa prendere le botte, ma quante ne ho prese lì… manco in vent’anni di pugilato ho preso tutti i pugni che ho preso lì. Va bene. Mi si gonfia l’occhio. Vengono a maniche nude con le unghie sporche, perché quelle erano sporche, perché molti erano anche sardi, napoletani . Mi prendono…

Non sono un razzista però queste persone mi ricordo essere più umane.

Mi prendono uno per un braccio e uno per l’altro, stringono forte e mi entrano le unghie nelle carni, comincia a sanguinare il braccio, mi portano nella saletta, mi fanno rispogliare, mi rivesto e mi ripresento al grande pubblico che erano mio fratello e mia moglie. La situazione è stata disastrosa, io non riuscivo manco a contenere la rabbia, avevo paura di qualche reazione scomposta di mio fratello, anche se solo uno sguardo potesse nuocere a loro, allora dissi: “State calmi, non è successo niente, state tranquilli che piano piano ci rimettiamo”.

In questo modo loro facevano capire ai famigliari… C’era qualche famigliare che diceva: “Ma se tu hai qualcosa da raccontare, la racconti e te ne esci”. Cioè cercavano di fare pressione sui famigliari affinché a loro volta la facessero a noi. Comunque ho fatto colloqui di due minuti: ti portavano là e poi: “Signora si deve preparare perché il mare si sta mettendo brutto, deve partire”. “Ma guardi che sono arrivata ora…”. “Signora non insista, prego si accomodi . Due volte me l’hanno fatta questa discussione. Un minuto… Ogni volta mi costava tre milioni fare venire per un colloquio, uno al mese.

Io, una cosa mi ricordo, ecco perché la voglio porre all’attenzione: non sono tutti così i sardi, però ce n’era uno in particolare che… Gianluca Valletta. Abbiamo fatto n processo e non l’hanno manco condannato, cioè l’hanno condannato ma non ha neanche scontato la pena. Questo ogni volta che arrivava con il carrello nella sezione diceva: “Forza porci, da che si mangia, dai che si mangia. Affacciatevi tutti, porci”. Andavo per prendere il pane e “Levati di mezzo”. “Ma il pane me lo devi dare”. “Togliti”. Mi toglievo e me lo buttava a terra, e dovevo raccogliere il pane… 

Un’altra cosa che mi ricordo e me la ricordo perché… crdetemi ne sono passati di anni  però sono cose che non riesco a cancellare. Il fatto era che lavavi la cella, il giorno, la mattina, tutto bello e sistemato perché  per un detenuto occupare il tempo, lavare qualcosa, lavare qualche indumento, lavare la cella, fare le pulizie significa non oziare, occupare il tempo e non pensare a come ti va a finire, a quanti anni hai da scontare… Lavai la cella la mattina, rientrai dall’ora d’aria che erano le 11.00, presero un prodotto, non so cosa, lo buttarono dentro, gli occhi mi bruciavano e mi fecero: “Era sporca, comincia a ripulire la cella”. Ma questo capitava…

Dentro le docce, dentro le docce era che s’entrava come mandrie, come i tori quando passano attraverso… (anche perché ci chiamavano così), attraverso il valico. Avevamo il tempo di bagnarci, insaponarci e loro chiudevano l’acqua: “Fuori, avanti un altro… avanti un altro”. Gente anziana che soffriva di queste cose. Chi scivolava. Insomma, sono tante le cose… Non riesco a delineare tutto e a raccontare, ma c’è da parlare pure molto di quanta cattiveria c’è all’interno. Si sono fatti dei crimini che non hanno una giustificazione.

Credetemi, io da incensurato non dovevo essere portato lì a Pianosa: che c’entro io a Pianosa e che c’entra quello che ha la pena definitiva? Se il carcere deve essere rieducativo non c’entra nulla la repressione. Ma con chi la fanno la repressione? Con quelli che sono dentro e che non si possono nemmeno difendere?

Io ho avuto come avvocato in Cassazione l’onorevole Alfredo Biondi che venne qui a Piombino per presentare l’appello in Cassazione e disse a mia moglie: “Signora guardi che suo marito lì non ci può stare, suo marito è un semplice indagato e lì non ci può stare, vedrà che le cose cambieranno”. Per undici volte ho avuto rinnovato il 41 bis, il dottor Margara, ogni volta che me lo rinnovavano e io mi appellavo, il tempo di arrivare le carte a lui e mi facevano la traduzione qui nel carcere di Sollicciano, e arrivava nuovamente la carta che me lo rinnovavano. Ma come? Io non ero mai stato in carcere, non avevo mai avuto sequestri di beni, non ero stato nemmeno sottoposto a vigilanza. Il guardasigilli… Io avevo passato tutte queste cose mentre ero un semplice incensurato, perché alla fine si evince che “il soggetto non collabora”. Ma che devo dire, che volete sapere di me che io non so? Vi rendete conto di come viene amministrata la giustizia? Alla fine la giustizia viene amministrata da gente che non ne è degna?

Vi ringrazio.

(…..)

Ricordo che feci un colloquio e volli vedere mia figlia dopo 16 mesi, una bambina di appena 6 anni. Allora mia moglie la preparò e la portò. Io avevo il processo a Termini Imerese. Ero arrivato a Termini Imerese da qualche giorno in traduzione da Pianosa, smagrito. Feci subito la domandina e feci un telegramma chiedendo a mia moglie di portare la bambina che la volevo vedere. Il giorno del colloquio andai nella saletta per due posti, e c’era anche Pippo Calò. Entrai e vidi che c’erano mia moglie e mia madre. Chiesi dove fosse mia figlia. Mia moglie disse: “E’ qui sotto, nascosta”. C’era il muretto  e poi tutto il vetro fino al soffitto; allora mia figlia salta su per farmi uno scherzo, mi vede e si aggrappa a mia moglie e comincia a piangere: “Portami via, questo non è papà, non è il mio papà”, a gridare, a piangere. Ho detto loro di andarsene per non rovinare il colloquio all’altra persona che era nella saletta e che aspettava come me questo momento. 

Perché si perdeva tantissimo tempo prima dei colloqui e nelle traduzioni. Nelle traduzioni pensi che arrivi là, poi ti rimandano su, poi ti dicono che lo faranno da un’altra parte, poi rimandano il processo. I soldi li bruciavano così nelle traduzioni, io non capisco il perché. Dovevo stare un giorno lì, una settimana, per poi ridiscendermi un’altra volta a Palermo. Cose assurde, nondimento era questa la situazione che si veniva a creare anche con i famigliari. (Questo secondo me è da togliere, perché qui non si tratta di un appendice su tutte le tematiche carcerarie, come il problema delle traduzioni, ecc.) Mia figlia la lasciai a 3 anni e la trovai più grande e non ho più intrattenuto un rapporto con lei perché la bambina nella sua crescita avrebbe avuto bisogno di un padre, di una sicurezza che le è venuta a mancare. Ormai è sposata e abbiamo un altro tipo di rapporto, ma quella mancanza le è pesata e grazie alle istituzioni che me l’hanno vietata, che mi hanno vietato di vederla, di toccarla, di abbracciarla, ho perso la sua infanzia, non ho potuto crescerla, volerle bene, esserle vicino quando era bambina. .

(…)

Il piatto veniva lavato con il Cif, quello con il quale si pulisce il bagno. Con il Cif in polvere noi ci lavavamo i piatti dove mettevamo la pasta.

 

 

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Pietro Borsetto. Storia di una persecuzione (seconda parte)

Persecut

Pubblico la seconda parte (per la prima vai al link…https://urladalsilenzio.wordpress.com/2014/05/14/pietro-borsetto-storia-di-una-persecuzione-prima-parte/) dell’intervista che ho fatto a Pietro Borsetto, che da 22 anni subisce una vera e propria persecuzione. Una persecuzione estrema. Un’azione, concertata a tutti i livelli, per distruggerlo. Fate conoscere questa storia. Diffondetela. Nessuna persona dovrà più essere trattata così. E poi.. non facciamo sentire solo Pietro. Più l’ingiustizia viene illuminata, più è difficile, per chi gioca sporco, agire nell’ombra. 

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Ah… non ti avevo detto che per quello che avevo subito, l’occhio perso, ecc… l’inail mi ha riconosciuto l’invalidità per cause di servizio, cioè infortunio sul lavoro per omissione di sorveglianza.

– “omissione di sorveglianza” nel senso che… ?

Se uno va cento volte daal primario, alla direzione sanitaria, al direttore dell’ospedale”guardate, mi stanno .. io sono in pericolo.. perché dal punto di vista della salute, dal punto di vista del non curarmi, dal punto di vista delle minacce continue dell’aiuto ecc.. io sono in pericolo..chiedo di essere tutelato..”… e quelli comunque non fanno niente è omissione di sorveglianza. Ma è l’Inail che mi ha riconosciuto questa invalidità, un ente esterno. L’Asl si è sempre guardata bene dall’entrare nel merito di queste cose. Comunque io prendo davvero una ricchissima cifra da allora per compensare il fatto che abbia perso un occhio. Prendo duecento euro al mese. Il mio occhio perso e la carriera rovinata, e tutto quello che ne è conseguito per un chirurgo oculista, vale duecento euro al mese. Ma nonostante tutte le mie denunce, i soggetti coinvolti non solo non hanno mai avuto nessuna condanna, non hanno mai avuta nessuna indagine per quello che mi hanno fatto. Quante me ne hanno fatte.. mi hanno licenziato, mi hanno picchiato, sono diventato invalido, mi hanno fatto l’impossibile. Comunque, prima di licenziarmi, me ne avevano fatto un’altra..

-Racconta..

Mentre ero ancora in malattia, per il femore rotto sempre, ricevo un ordine di servizio. Già questo, di per sé, è una immane porcheria, perché tu non puoi ricevere un ordine di servizio mentre se in malattia. E’ una cosa si anticontrattuale che anticostituzionale. Perché non puoi contrastarlo con nulla, non puoi difenderti. Quello che mi avevano scritto era grossomodo questo “visto e constatato che la presenza del dottor Borsetto in reparto ha causato parecchie tensioni, parecchi contrattempi e parecchi disguidi per i pazienti.. si decide con ordine di servizio immediato di adibirlo a servizio ambulatoriale esterno presso gli ambulatori di Porto Torre, di Porto Viro, di Vattelapesca, di Adria ecc. con cadenza due ore qua, due ore là, due ore lì, tutti i giorni, firmando il cartellino ogni volta presso l’ospedale di Adria, con divieto di accesso in reparto, senza richiedere qualsiasi ferie al primario del reparto ed è inoltre responsabile di tutta la strumentazione degli ambulatori in cui opererà”. Alfredo, si tratta di posti tutti belli distanti l’uno dall’altro. In pratica io, con un occhio solo, invalido, avrei dovuto fare, ogni giorno, oltre alla strada per andare da casa mia all’ospedale.. altri 300 km. Due ore in un laboratorio, due ore nell’ambulatorio distante 80 km, due ore in laboratorio distante altri 50-60 km, ecc. Tutto questo naturalmente di ratio medica e di ratio amministrativa non ha nulla.

-Un esempio del genere sembra preso da un film grottesco. Sembra una parodia della persecuzione. Non sembrerebbe possibile che qualcuno possa essere capace di mettere nero su bianco queste cose.

Il solo intento è quello di fare scoppiare uno. Impugnai quell’atto di fronte al Tar. Facendo, tra l’altro, anche valere il fatto che, agendo così mi dimensionavano, mi cambiavano contratto, essendo io stato assunto da contratto come “dirigente di ruolo” – il massimo livello – “presso l’ospedale di Adria, Via Badini, adria”. A proposito di “abbassarti” come forma di umiliazione, negli ultimi anni in cui avrei lavorato per le strutture pubbliche mi avrebbero messo a fare soprattutto occhiali, in ambulatori sparsi in mezzo al nulla, che hanno strumenti vecchi di venti anni. Ritornando all’ordine di servizio folle che mi avevano inviato, si tratta di un ordine a chi non ho mai adempiuto, uno perché era impossibile adempierlo, e due perché poi mi hanno direttamente licenziato. Il licenziamento è stato seguito da un atto che era l’equivalente mediatico del linciaggio. Sul Gazzettino, Il Resto del Carlino, ecc. del 1998 è stata fatta pubblicare, a pagamento, una intera pagina-LA PRIMA – il cui titolo era “medico assenteista licenziato, un caso esemplare e unico in Italia”. Il pezzo era scritto dall’avvocato Migliorini, quello di cui ti ho parlato prima, quello che Galan definiva il suo tutore politico, quello che faceva parte del Rotary di Adria. Quei giornali pubblicavano una prima pagina del genere di fango, e a me nessuno era venuto a chiedere niente.

-E poi c’è la macchina del fango.

La gente quando vede sui giornali che vengo…licenziato da una parte.. licenziato dall’altra.. accusato di questo.. accusato di quello.. alla fine messo in carcere.. cosa possono dire.. “vedi, c’hanno sempre avuto ragione, questo è sempre stato un delinquente..”.

-Fanno terra bruciata..

Sì, soprattutto con chi è esterno al mondo medico. Perché molti colleghi sapevano cosa stava accadendo. Sapevano che ero il target da fare fuori e sapevano i mezzi che venivano utilizzati contro di me. Ma cosa può capire la gente? Che il mostro sono io. Che se da trent’anni subisco rapporti, licenziamenti, denunce, di tutto, il problema sono io. E ciò unicamente perché nessuna autorità, nessuna, mi ha tutelato: Tutte hanno omesso di intervenire o perlomeno di accertare, a fronte di ripetuti e documentati esposti a mia firma, ovvero dolosamente omettendo atti d’ufficio dovuti. Io, per trent’anni ho scritto a SVARIATE DECINE di autorità, di diversi profili; anche figure ecclesiastiche. Una che si sia degnata anche solo di dirmi “cane, mi dispiace o cane, non posso fare niente”. Alcune non avevano il dovere giuridico di farlo, anche se magari quello umano sì. Altre invece –come magistrati, procuratori della Repubblica, direttori di ospedali- avevano il vero e proprio dovere giuridico di leggere e di istruire una pratica. Nessuno ha mai fatto nulla. Tutta questa gente che ha commesso crimini contro di me si è coperta a vicenda e negli anni è sempre andata avanti, continuando a fare carriera, carriera, carriera.

-Una come la tua è una di quelle storie così estreme che la gente in immaginerebbe mai che possono accadere.. in genere le persecuzioni avvengono in modo più soft… un trattamento verso di te come se fossi il nemico pubblico numero uno.. tanto da arrivare a comprare pagine di giornale per coprirti di fango

Se vuoi, tra virgolette, è anche colpa mia. Perché non mi sono mai fermato. Ho continuato denunciare, mi sono rivolto a tutti, a ogni genere di carica e figura, anche le più elevate. Io non mi sono rivolto alle cariche più elevate. Ho iniziato dal livello più basso e sono poi, via via, salito. Diciamo che il mobbing è diffusissimo da sempre. Le vessazioni sul lavoro ci sono sempre state e sempre ci saranno. Ma io sono un caso estremo, perché una persona normale, con meno rabbia, con meno palle delle mie, se ne sarebbe scappata molto prima e in mille maniere diverse. E le occasioni le avrei anche avute per farlo. Ma io, invece, più mi facevano del male, più mi rendevo conto di avere ragione, più mi incazzavo. Non ho mai piegato la testa. E quando fai così, quando ti accanisci a resistergli, o ti fanno crollare, o ti fanno andare fuori di testa, ti fanno suicidare. Certo, ho avuto i miei momenti durissimi. Quando nel 2010 sono finito sotto processo con l’accusa infamante per cui sono andato in galera –come tra un po’ ti dirò- sono stato sei mesi a letto, psicologicamente a pezzi. E’ stato un momento di depressione fortissima. C’è gente che prende una pistola e spara e si spara per un milionesimo di quello che è successo a me. Io sono sempre andato avanti, botta su botta, colpo su colpo, contestazione su contestazione, portando la denuncia sempre più in alto, denunciando sempre più persone. La “colpa” quindi è stata mia, perché sono andato avanti e mi sono fatto nemici sempre più potenti. Tutto ha generato una così assoluta compattezza nei miei confronti. Questa storia dura da troppi anni e troppe persone ormai non mi sopportano più da tempo.

-Tornando a ciò che è avvenuto dopo il tuo licenziamento..

Una volta licenziato dall’ospedale per assenteismo mentre ero ricoverato in ospedale per via della frattura del femore, ho subito cercato di rimettermi nel circuito del lavoro. Mi sono iscritto, anno per anno, alle cosiddette “sostituzioni” presso gli ordini dei medici, per i posti vacanti, per gli specialisti ambulatoriali interni… nella fattispecie oculisti.. che dovevano fare delle ore, che mancavano, per fare esclusivamente visite ambulatoriali presso i vari distretti, i vari ospedali, le varie ASL del Triveneto. Qui la graduatoria era per soli titoli di anzianità di servizio. Ogni anni ci si iscriveva a quasi tutte le ASL che interessavano o che si volevano, anche se si sapeva che lì non sarebbero andati. Diciamo che serviva per tenere il posto in caldo. Nelle varie graduatorie delle Asl del Triveneto, da quella di Treviso a quella di Belluno a quella di Padova, io non potevo non essere il primo. Potevo teoricamente essere il secondo, il terzo, il quarto, il quinto. Sta di fatto che poi, andando a vedere le graduatorie, quelli che risultavano prima di me erano già occupati preso altre Asl. Come me presentavano domanda, me poi legalmente erano già impegnati presso altre Asl, quindi in pratica non potevano acquisire il posto. Io ho peregrinato per varie ASL del Triveneto. Mi è sempre stato fatto capire che ero persona sgradita. In alcuni casi in modo soft. In altri casi in modo molto aggressivo, molto pesante, molto mafioso, per esempio tramite minacce telefoniche. In alcune ASL, come quella di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare, perché ti ponevano dei paletti assurdi del tipo “guardi, le ore carenti sono come prima visita alle sei del mattino”. E’ evidente che erano assurdità. Un ospedale non inizia mai le visite alle sei del mattino. E comunque io non avrei certo potuto essere lì a quell’ora, con una madre con l’Alzheimer e una moglie col diabete grave e cardiopatica da assistere giornalmente. in alcuni casi, quindi, come quello della ASL di Belluno, non sono mai riuscito ad entrare. In altri ospedali, invece, riuscivo ad iniziare a lavorare, ma poi cominciavano provvedimenti disciplinari, anche questi totalmente fantascientifici, con i quali, in un modo o nell’altro, riuscivano ad allontanarmi da quella struttura. L’allontanamento impediva la riassunzione immediata alla scadenza del contratto. I loro fasulli provvedimenti disciplinari venivano poi archiviati, ma intanto avevano fatto il loro danno; perché il servizio verso le varie Asl era interrotto. Dopo che lavori in un posto per un certo periodo, diventi definitivamente di ruolo. L’ultima possibilità l’avevo fino al compimento dei 50 anni di eta’ . Poi sarebbero scaduti definitivamente i termini per diventare di ruolo.Ovviamente nelle Asl che mi avevano buttato fuori io non ci pensavo proprio a rifare la domanda. L’ultima chance che mi rimaneva era relativa un bando di soccorso uscito nell’Asl di Pieve di Soligo, che raggruppa Conegliano e Vittorio Veneto. In questo bando erano raggruppati tre bandi. Ti faccio un inquadramento di base delle tipologie di istituto medico. All’interno di una ASL ci sono gli ospedali, i pronto soccorso, e i distretti. I distretti –una novità di questi ultimi 15 anni- non sono altro che delle strutture de localizzate come delle case, dei condomini, in cui ci sono 1 o più specialità e in cui si fanno solo visite specialistiche, ma non c’è attività chirurgica. Quasi sempre sono posti squallidi e vetusti. Mentre in ospedale rinnovano sempre di più, investono in tecnologia sempre migliore, le strumentazioni desuete vanno a finire lì. I distretti sono i posti squallidi dove tu, per definizione, fai male la professione, dove hai pochi mezzi, una assistenza infermieristica del tutto velleitaria e corri molti più rischi professionali. Ritornando al bando presso le Asl Pieve di Soligo, ricomprendeva sostanzialmente tre bandi interni.C’erano le ore presso l’ospedale di Conegliano, dentro il reparto oculistico, ovvero con la migliore strumentazione, e a contatto dei colleghi; che era la cosa a cui tenevo di più. C’erano delle ore presso il distretto di Vittorio Veneto, e delle ore presso l’ambulatorio interno dell’ospedale di Vittorio Veneto. Io accettai tutte e queste tre tipologie di ore. C’era anche un quarto bando interno, delle ore presso il distretto di Conegliano. Si trattava di una struttura fatiscente, con un direttore locale che mi era stato dipinto come una viscida canaglia. Questa quarta possibilità la esclusi subito. Fui regolarmente preso –era il dicembre del 2004- e cominciai il periodo di prova. In quei primi giorni venni contattato dalla segretaria del dott. Benazzi -che poi ho saputo essere il presidente, guarda caso, della commissione di disciplina- che mi disse che il direttore avrebbe avuto piacere di conoscermi e salutarmi. Anche se non era mio dovere accondiscendere alla richiesta, diedi comunque la mia disponibilità e lei mi disse di andare il tal giorno, alla tal ora, presso l’ospedale di Conegliano. Il giorno che era stato concordato, quando arrivai all’ospedale di Conegliano e chiesi al portinaio dov’era l’ufficio del direttore sanitario, lui mi rispose “no no.. guardi che l’aspettano nella sala convegni, nella sala anfiteatro..”. Io sono rimasto a bocca aperta e cominciai a subodorare qualcosa. Arrivato nella sala convegni trovo una quindicina di persone che non conoscevo, e che poi ho scoperto essere tutti i dirigenti dei vari settori delle ASL. Mi sembrava di essere al banco degli imputati, con io seduto, e poi di fronte i giudici.

-Tipo tribunale del popolo..

E’ una immagine che rende. Una volta arrivato, hanno cominciato a farmi domande del tipo

“noi sappiamo che lei ha fatto domanda per venire qui”, “veramente non ho fatto domanda, ho già vinto i bandi di concorso”, “si certo.. l’ha fatta anche presso il reparto oculistico dell’ospedale..”, “sono tanti anni che non faccio più l’ospedaliero, mi piacerebbe MOLTO rientrare nella vicinanza dei colleghi, avere strumentazione, avere un certo ambiente e potere finalmente riprendere a lavorare con una certa dignità.“Lo sa che nel reparto c’è molta confusione, bisogna lavorare anche di sabato, anche di sabato pomeriggio”. Tutte stupidaggini naturalmente, tutto volto a disincentivarmi. Ma non ci pensavo a demordere, “sì, io ho bisogno di lavorare, scadono pure gli anni, per cui il prossimo anno io non potrò più presentare domanda, perdo anche definitivamente il lavoro, per cui sono disposto a collaborare in qualsiasi maniera, quindi non c’è problema”. “Lei sa che deve venire molto presto il mattino, perché l’ospedale si inizia molto presto, si inizia verso le 7”.“non c’è nessun problema, sono anni che mi alzo alle cinque”. “Ma lei sa..” insomma mi sciorinavano tutta una serie di paletti, espressi gentilmente, ma in modo molto netto.. e poi “Lei è disposto a collaborare?”. “Vi ripeto di sì, è solo mio interesse accettare questa cosa”. “Ma perché lei non ha accettato le ore nel distretto di Conegliano?”. “Lavorare in un distretto con due strumenti è una cosa, lavorare in ospedale è ben altra. E’ come andare a lavorare in albergo a cinque stelle o andare a lavorare in una pensioncina a una stella”. Si resero a un certo punto conto che non erano riusciti a farmi desistere e ci salutammo.

-Ma tutti quelli che erano lì presenti, perché c’erano? Alcuni non ti conoscevano proprio..

Tutte quelle persone si conoscono tra di loro, si appoggiano a vicenda. La carriera che hanno fatto è l’opposto della carriera che ho fatto io. E il fatto che tutte queste persone in questo tribunale del popolo, come lo hai chiamato tu, si siano ritrovate lì, è emblematico. Il solo fatto che si siano ritrovate d’accordo nel trovasi lì, per “ricevere” una persona come, che ero l’ultimo tra i reietti. Nei miei anni di lavoro precedenti solo una volta mi è capitato che un Direttore Sanitario mi telefonasse per augurarmi buon lavoro; se no tu non hai mai a che fare con questi personaggi. Il fatto di trovarmi quelle persone là quel giorno, significava che già si sapeva come sarebbe andata a finire. L’alternativa che avevo era che il giorno dopo avessi detto “signori, ci ho pensato, ho paura, non voglio finire sotto processo anche questa volta o che vi inventiate qualcos’altro come è successo in tutte le altre ASL, per cui rimango disoccupato a vita, do le dimissioni volontarie, e da domani me ne sto a casa a guardare il soffitto”. Questo non lo avrei mai potuto fare e per mio carattere non lo avrei mai fatto.
E ho continuato ad andare avanti, cercando sempre di fare di tutto per stare attentissimo, sapendo di avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla gola, di non fare errori, né burocratici, né amministrativi, né professionali. E in qualunque Asl ho lavorato ci sono sempre stati una marea di pazienti che venivano da me, e che mi erano riconoscenti. Comunque, due giorni dopo quel “tribunale del popolo” presi servizio nell’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Vittorio Veneto. Questo stesso giorno viene un ragazzotto, sui trent’anni, dirigente sanitario, che mi porta una raccomandata a mano e mi dice “per favore me la firmi”.“Che vuol dire?”.“Ah guardi, per motivi di servizio, lei purtroppo non potrà prendere servizio in ospedale, nel reparto oculistico dell’ospedale di Conegliano, ma prenderà servizio presso il distretto di Conegliano”.Insomma proprio in quel posto in cui io avevo sempre detto di non volere andare. Naturalmente è stato un atto illegale e irrituale, un falso ideologico gravissimo.. Ma io sono stato zitto, non volevo subito avere problemi e poi c’era scritto “temporaneamente”. In realtà non mi fu mai permesso di andare nel reparto oculistico. Andai allora in questo famigerato distretto. Dopo avere fatto il primo giorno di ambulatorio, quello stesso giorno, una volta tornato a casa, mi giunge una e-mail del dirigente che sostanzialmente diceva che avevano controllato le mie cartelle cliniche ed emergevano gravi irregolarità. In pratica, nemmeno mezz’ora dopo che mi ero messo in strada per tornare a Padova, si erano preso la briga di mettersi a controllare le cartelle cliniche dei pazienti che avevo visitato, e avevano rilevato che non erano conformi alla prassi standard di come si compila una cartella clinica. Cosa assolutamente impossibile, anche perché sapevo avere una pistola puntata alla tempia, e un coltello alla nuca pronto a trafiggermi; e quindi non tralasciavo nulla. Quando la settimana successiva sono tornato, mi sono fatto tirare fuori dalla segretaria tutto il materiale, e non è emerso assolutamente nulla di strano. Anzi erano molto più precise di quelle fatte dai colleghi. Tant’è che ho mandato, al dirigente, una e-mail piccata in cui gli dimostravo tutto questo e gli aggiungevo che se si voleva inventare qualcos’altro lo avesse fatto in maniera formale, che gli avrei risposto in maniera legale. Non seguirono altre contestazioni.
Nel luglio del 2004, mentre tornavo dal servizio ero stato fermato dalla polizia stradale perché avevo superato in centro una nonnina con una 500 vecchia che andava a 20 all’ora. Feci un ricorso contro la multa, che avrei vinto il gennaio dopo, ma intanto la polizia municipale di Padova giorni dopo mi avrebbe chiamato per dirmi che mi erano stati tolti 12 punti e che mi avrebbero sospeso la patente per un mese.Come hai già capito, ho telefonato immediatamente a tutti i distretti, a tutti i direttori, ho inviato fax, ho inviato raccomandate con ricevute di ritorno dicendo che non avevo alcun mezzo (neanche sommando treno più corriera, ecc.) per continuare ad andare in servizio con gli orari che loro mi davano. E che, o mi cambiavano giornate, orari e anche posti, o altrimenti mi dovevo trasferire ad abitare in un altro posto. , cosa che per motivi di assistenza di mia madre e per motivi di trovarmi un albergo, ecc. era impossibile. Da parte loro è giunta una diffida in cui mi si diceva solamente che io dovevo rientrare in servizio, senza entrare per niente nel merito di nulla. Io feci presente quali erano i termini contrattuali, che non era mio interesse perdere un mese di servizio, un mese di stipendio (il mio contratto prevedeva che ci si poteva assentare per motivi giustificati, ma veniva sospeso lo stipendio). Per farla breve, senza dire altro, senza attendere le mie controdeduzioni, mi hanno fatto una contestazione di addebito che hanno firmato e sottoscritto tutti, il giorno 2 gennaio del 2004.
La firma della contestazione di addebito risultava essere fatta da dieci persone, e ho scoperto che quel giorno mancavano cinque persone delle dieci che avevano firmato. Un altro grossolano falso ideologico e materiale.In pratica, con questo gesto, loro hanno determinato che, una volta finiti i mesi che ancora mi mancavano per finire di lavorare, io non avrei potuto riprendere servizio per altri sei mesi. In questo modo mi hanno fatto fuori, perché avevo superato i cinquantanni, non avrei più potuto diventare di ruolo (e quindi la certezza di un lavoro fisso )Io comunque –dopo un mese di assenza- sono tornato e ho continuato il servizio facendo finta di niente.
Il primo maggio 2005 sono finite le ore di quel bando. Io ho scritto loro per chiedere che intenzioni avessero, se c’era qualche possibilità di continuare in una qualche maniera; e naturalmente nessuno mi ha fato pervenire alcuna risposta. Ovviamente, quando telefonavo, si facevano negare. Mi sono ritrovato quindi a rimanere a casa.A settembre di quell’anno mi arriva una telefonata dai carabinieri di Vittorio Veneto che mi comunicano che c’era una denuncia contro di me da parte di una paziente e che andassi lì. Una volta arrivato lì, seppi che una paziente mi aveva contestato il fatto che le avrei palpato il seno in una visita. Sono andato lì e mi è stato contestato che una paziente mi avrebbe denunciato per il fatto che io le avrei palpato il seno in una visita avvenuta nel luglio 2004, quasi un anno prima. Una delle contestazioni che, da subito, ho fatto a questa accusa che mi veniva fatta, è che nessuno aveva preventivamente avviato un procedimento disciplinare. Io ho avuto svariati procedimenti disciplinari per sciocchezze immani, e per una cosa così grave non mi sarebbe stato fatto? Un ente che sa che tu hai fatto un atto di quel genere, ti lascia per un altro anno a continuare a visitare altre migliaia di pazienti???E poi ho fatto presente è che il nostro contratto prevedevano che qualora la direzione sanitaria avesse avuto o notizia di fatti poco ortodossi, perseguibili civilmente e penalmente avrebbero potuto comportamenti poco ortodossi, o cose perseguibili civilmente o penalmente, o che comunque danneggiano l’immagine dell’ASL, sono obbligati tempestivamente –così recita testualmente il codice- ad istruire una pratica e darne entro dieci giorni comunicazione all’interessato, per avere entro venti giorni le sue controdeduzioni, per poi istruir a pratica che deve essere conclusa tassativamente entro sessanta giorni da quando si è avuta notizia del reato. Ma qui non è stato fatto assolutamente nulla. Non avendomi fatto il procedimento disciplinare, mi hanno impedito di difendermi, impedendomi di procurarmi qualsiasi cosa a mia difesa, documentazioni, testimonianze, ecc. Innanzitutto era passato più di un anno da quando gli eventi contestatimi sarebbero accaduti, e poi io ero ormai fuori dal contesto di lavoro, e questo rendeva per me impossibile tentare di procurarmi quel materiale che sarebbe servito a mia difesa.Ma tutto ciò che io ho detto per fare vedere le scorrettezze commesse anche in questo caso, non è servito a niente. Il procedimento è andato avanti, c’è stato il processo, la mia parola contro la parola di questa donna, che è stata presa per buona e sono stato condannato.

-Il trappolone finale..

Alfredo, sono 22 anni che vogliono che la faccia finita, che mi suicidi. Tutte queste persone, queste lobby, ci hanno messo 22 anni per mandarmi in galera. Alla fine non so se ha finto Davide o Golia. Ma posso dire che ho vinto io. Ho perso tutto se vuoi, ma ho vinto io. Perché solo contro tutti ho resistito. Devo dirti che queste sono persone anche incapaci, grossolane. Alla fine lo hanno fatto con la cosa più infamante, la cosa che adesso va più di moda, la violenza sessuale. Questa è l’unica cosa che hanno architettato bene. Qui siamo al massimo della collusione. Perché già privare uno della salute e del lavoro ripetutamente è una cosa immane e infame, ma quando tu arrivi al punto di riuscire a mandarlo in carcere, il livello di coinvolgimento diventa ancora più esteso, e comprende testimoni, e probabilmente anche giudici.Resta il fatto che ci hanno dovuto mettere 22 anni per mandarmi in galera. Ci hanno messo 22 anni ma non mi hanno piegato. Sono ancora me stesso, e sono più determinato di prima. Non l’hanno avuta vinta. Certo che sorrido quando mi dicono che siamo in democrazia. Continuano a dirci che siamo in democrazia. Questa “democrazia” ha voluto che io patissi le pene dell’inferno per 22 anni, perdessi tutto e finissi infine in carcere. Se fossi vissuto in un’altra epoca o in un altro territorio, in un regime non democratico, mi avrebbero semplicemente fatto fuori subito. In uno stato democratico sono più “buoni”, non ti fanno fuori subito, esiste la tortura civile perpetua. Ma se mi avessero ammazzato direttamente tanti anni fa, mi avrebbero fatto un piacere. Non avrei sofferto così tanto per così tanti anni.

-Le persone difficilmente potrebbero credere possibile 22 anni di persecuzione…

Come ti dicevo prima, credo di esserci stato solo io ad essere stato così pazzo da perseverare in tutti questi anni, senza scappare, senza ammazzarsi, senza ammazzare qualcuno , e continuare scrivere a tutti, a denunciare tutti, a tempestarli di atti formali. Qualunque persona con un minimo di timore, con qualcosa da perdere, si sarebbe fermata molto molto prima. L’accanimento che hanno avuto con me, piuttosto che impaurirmi, mi faceva incazzare sempre di più. E ci fosse stata una cosa vera, in tutte le accuse, in tutti i colpi bassi, in tutto il fango che ho subito in questi anni.. ci fosse stata una sola cosa vera. Sai quanti esami di coscienza mi sono fatto in questi anni “ma io effettivamente ho fatto questo, ho fatto quello, posso avere dato adito ecc.?”. E in coscienza mi sono sempre risposto “no, non ho fatto nulla di tutto ciò”. Sai quanto male ti fa vedere che subisci l’indescrivibile e non hai mai fatto nulla di male? Sai che significa? Tutto questo mi ha dato una forza, una cattiveria, che non mi ha fatto mai desistere.

-Ritorniamo al processo..

Nel corso del processo il pm chiese 5 anni non per “molestie sessuali”, ma addirittura per “violenze sessuali”, perché io l’avrei costretta. Come a significare che un palpeggiamento sia uguale ad uno stupro collettivo……..Il tribunale ha ridotto la pena richiesta, condannandomi a due anni e sei mesi. Sua sponte, questo procuratore ha instaurato un secondo procedimento perché io avevo subito denunciato per diffamazione quella donna; e il procuratore instaurò un secondo procedimento in cui ero io accusato di calunnia verso questa donna. Ma tu sai che, in Italia, finché non c’è stato il terzo grado, tu sei innocente. Mi fanno un altro processo, e vengo condannato ad ulteriori 5 anni. Nel processo di Appello a Venezia il giudice ha riconosciuto –scrivendolo nelle motivazioni-“ l’errore materiale dei giudici del tribunale di Treviso” e ha ridotto la pena da 7 anni e mezzo a un cumulativo totale di 3 anni, 10 mesi 20 giorni. I due anni e sei mesi per cui sono stato mandato dentro erano inferiori ai 3 anni entro i quali vengono concessi i servizi sociali. Il Presidente del Tribunale di Sorveglianza non è entrato nel merito. Ha semplicemente scritto “non si entra nel merito, risultando il termine temporale incapiente”.

-A quel punto finisti in carcere..

Sì.. con un’altra illegalità infinita. Con una condanna di 2,6 anni io avevo tutte le carte per essere assegnato ai servizi sociali. Perché ciò avvenga la condanna non deve essere superiore ai 3 anni. Ma in quello stesso periodo intervenne il decreto svuota carceri –entrato in vigore il 24 dicembre- che ha elevato il limite temporale a 4 anni, quindi ci rientravo a maggior ragione in quel limite. Non esistevano dubbi sul fatto che dovessi essere affidato ai servizi sociali. Avevo già l’associazione di volontariato in cui sarei andato ad operare, associazione che aveva inviato due pagine nelle quali garantiva per me.
E inoltre avevo la mia situazione famigliare particolarmente problematica, dovendo occuparmi di mia moglie, invalida civile al 65%, portatrice di handicap, cardiopatica, diabetica, insulino dipendente, con un glaucoma, con il morbo di Cron. Si tratta di una persona estremamente fragile. Una persona che ha necessità di essere accompagnata al lavoro, e ci vuole qualcuno che si occupi delle incombenze di casa, e quel qualcuno sono sempre stato io. Noi abitiamo in aperta campagna, a distanza di 6km dal primo autobus, non ci possiamo permettere nessun aiuto privato, l’assistenza domiciliare non e’ prevista nel suo caso, non abbiamo nessun parente disponibile. Io chiesi semplicemente che mi mandassero a fare volontariato, da qualsiasi parte, ecc., purché potessi assistere a mia moglie la notte, dalle 8 di sera alle 8 del mattino.
A questo aggiungi che neanche io sto bene in salute. Nel senso che sono invalido certificato dall’inail, ho praticamente un occhio solo, ho grossi problemi artosici seguenti agli interventi e 5 ernie discali no operabili, ho cominciato a prendere psicofarmaci per cercare di resistere a questa situazione di stress pazzesco a cui mi hanno costretto per venti anni, ho problemi intestinali, ho un problema prostatico molto importante, sono iperteso, ho avuto una ischemia cardiaca e ripetute crisi ipertensive –causate dallo stress- e, , non dimenticarlo, buona parte della notte la passo sveglio per accudire mia moglie. Tu giudice se sai vedere l’evidente, capisci, tra le altre cose, che, in una situazione come la mia, non concedendo i servizi sociali , condanni a morte due persone. Ma il giudice disse che il termine era ” incapiente”. Un escamotage per “non entrare nel merito”. Cioè non aprire nemmeno il fascicolo e tutta la documentazione medica. Lui se aveva dei dubbi, avrebbe dovuto discutere la cosa con tutti gli specialisti, entrare nel merito e solo allora dire “non te li concedo”. Ma, entrando nel merito, non avrebbe, appunto, potuto dire “non te li concedo”. Quindi decise di “non entrare nel merito” e mi fece andare in galera, compiendo un vero falso ideologico.Sono stato in galera 25 giorni. Finché, il 7 gennaio il mio avvocato, tornato dalle vacanze e dopo essere stato nuovamente pagato da mia moglie, ha mandato un semplicissimo fax al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia dicendo “guardi che i conti non tornano, lui è dentro per due anni e sei mesi, era inferiore già prima ai termini, a maggior ragione adesso che è stato emanato il decreto svuota carceri. Essendoci un rischio di morte sia per il soggetto che per la moglie, scarceratelo immediatamente”. Il giorno il magistrato. dopo ha ammesso l’errore materiale, e ha emanato l’ordine di scarcerazione. Ancora adesso è ancora pendente in cassazione quella porzione di pena che porterebbe la condanna da 2,6 anni a 3,10 mesi.

-Raccontami dell’impatto col carcere.

Una sera sono venuti a prendermi all’ora di cena, con la disperazione di mia moglie. Io invece ero del tutto tranquillo, e mi hanno sbattuto in carcere. Due giorni dopo sul Mattino di Padova c’era scritto che “il violentatore manomorta” era stato prelevato a casa dai carabinieri, comandati dal tal maresciallo, che erano entrati in casa, alle otto di sera, con la moglie presente. Scrissero anche falsità assolute come il fatto che inizialmente mi sarei alterato, quando in realtà ero calmissimo, perché mi aspettavo che sarebbe accaduto. Da giorni avevo la valigia pronta accanto all’uscio di casa. Era mia moglie che era disperata. A Padova ci sono due carceri, tra di loro distanti 500 metri, e con direttori, strutture e prassi burocratiche diversissime . Un carcere circondariale e un carcere per definitivi, Due Palazzi. Io inizialmente fui portato al circondariale e ci restai per una settimana, prima di essere trasferito al Due Palazzi. Secondo la legge loro dovrebbero dare un foglio ad ogni recluso, in cui sono scritti i diritti e i doveri del recluso.; si tratta di u banalissimo ciclostile, di due facciate. Ovviamente nessuno né ti dà nulla né di dice nulla. A me mi hanno sbattuto in una cella con le finestre aperte, dopo avermi “perquisito” nudo come un verme.

-La perquisizione iniziale? Completamente nudo?

Sì. E non parlo di mettere le mani nel sedere per vedere se hai dell’eroina o del guardarmi in bocca, che sono cose che possono ancora avere un senso. Io parlo cose assolutamente inutili –anzi da pervertiti. Mi hanno obbligato spogliarmi nudo e a stare per terra, senza nemmeno un tappeto, con la finestra aperta. E poi è iniziata la pantomima. Ovvero farti fare le flessioni, allargare le braccia, guardare in altro, a destra e a sinistra, sorridere, chiudere la bocca, storcere la bocca a destra, storcere la bocca a sinistra, fare versi da imbecille. Quindi mi sbattono in cella. A 57 anni, mi sbattono in una cella con le finestre aperte, con dentro solo una coperta su una branda. Il giorno dopo mi mandano in una cella con un tossicodipendente in crisi di astinenza. Un’altra situazione molto ricercata. Pensa, un tossicodipendente, in crisi di astinenza, a cui danno un po’ di metadone, ma poco. Una persona in uno stato di agitazione, di assoluta mancanza di aderenza alla realtà, e che può avere qualsiasi reazione con uno che gli entra in camera. Naturalmente assistenti sociali non ne ho quasi visti mai in quei giorni. Mia moglie me l’hanno fatta vedere solo dieci giorni. E la prima telefonata, che è un diritto per il detenuto, me l’hanno fatta fare il giorno prima che uscissi dal carcere, dopo 24 giorni di detenzione.
Dopo una settimana, come ti dicevo, mi hanno trasferito tra i definitivi, nel Due Palazzi, dove mi hanno messo in cella con due persone che, fin dalla prima volta che ci siamo conosciuti, mi hanno trattato con una delicatezza, con una umanità, un rispetto, che non avevo mai ricevuto nel mio ambiente medico e di persone “per bene” in tanti anni. Con una pazienza estrema mi hanno insegnato a non fare errori, mi hanno detto cosa dovevo fare per ambientarmi meglio, hanno sopportato la mia ingombrante presenza da imbranato. Mi hanno dato tantissimo.. Se non fosse stato per loro, non sarei sopravvissuto che per qualche giorno; mi sarei ammazzato, non ce l’avrei fatta. Pregherò per loro e cercherò di aiutarli come posso finché campo. Piano piano sono stato accettato da tutti. Sono stato trattato bene da tutti i detenuti. Non ho avuto uno sgarbo, una spinta, una offesa da nessuno. .Nonostante una vita delinquenziale alle spalle di omicidi e di altro, ho visto nei detenuti il rispetto per gli altri, per la proprietà degli altri, per i diritti degli altri, per il sonno degli altri, per il riposo degli altri. Attenzioni che se ci fossero ancora nella società, sarebbe una società ancora vivibile. C’era il bussare alla porta e dire “permesso posso entrare?”. C’era il “mi presti un attimo.. hai la penna che devo scrivere?..”, “Il bussare per andare in bagno”. Ti farei migliaia di questi esempi. Il massimo sgarbo che può esserci là dentro è quello del non considerarti, del non vederti, del non venirti a salutare e a stringerti la mano.
Questo è esattamente l’opposto a quella che è il trattamento che le guardie carcerarie e l’amministrazione riservavano non solo a me, ma a tutti. Io in 25 giorni non ho mai visto un carcerato su centinaia trattare se non con estrema educazione una guardia. Mentre ho visto spessissimo le guardie trattare come merde senza nessuna ragione i detenuti. Ti racconto un episodio. Una volta mi hanno detto “tu vai giù”. Sono giù da solo, passa una guardia dopo un quarto d’ora che sono lì e questo mi guarda, ci avevo gli occhiali spessi come due fondi di bottiglia perché sono molto miope, non dico niente, sono lì sull’attenti, perché non c’era una sedia (e non ti siedi per terra, perché è antigienico e non te lo fanno fare). Passa uno e mi dice “ma tu che fai? Che cazzo ti guardi con quella faccia di merda che hai? Ma vattene a fanculo”.In carcere non ti avvisano di nulla, non ti fanno capire niente. E’ tutto un tuo sforzo quello di cercare di carpire informazioni. C’ è la netta volontà di castrare il più possibile i carcerati, e comunque di complicargli la vita in ogni modo.
Ce ne sarebbero di cose da dire. Come l’assurdità per la quale ti chiamano per una cosa che in sé e per sé durerebbe meno di mezzora, ma tu torni in cella dopo 7 ore, rigorosamente in piedi e al freddo. Ad esempio ti mandano ai pacchi, e tu finchè passi le varie stazioni di intermedie di stazionamento, a volte devi stare lì fermo, come un fesso, per ore. E nessuno ti dice niente, nessuno ti dice “guardi, deve aspettare, ecc.”. Semplicemente ti fanno aspettare per ore. Ti racconto un’altra cosa che mi hanno fatto. Quando sono entrato in carcere, avevo con la documentazione medica completa e l’ho lasciata a loro per il fascicolo. Mi ero portato l’equivalente di due mesi delle medicine che dovevo prendere; colluttorio, antibiotici, ecc. Bene. Mi hanno sequestrato tutto, le hanno lasciate in valigia, e le ho avute venti giorni dopo. Io non ho potuto continuare la terapia per quei venti giorni. Ma sai perché alla fine me li hanno ridati? Perché non potevano prendermeli. Perché non c’era nulla di illegittimo, di pericoloso. Hanno fatto questo ulteriore abuso e con me lo hanno fatto con altre persone. Io ho dovuto pregare perché mi lasciassero lo spazzolino da denti e il dentifricio che loro stessi vendono.
-Molti, di fronte alle cose che stai dicendo sul mal funzionamento carcerario, direbbero che c’è il problema del sovraffollamento, che le risorse sono poche, che guardie e operatori sono sottorganico..

Sono cose che non c’entrano nulla. Gettano fumo negli occhi. Quello che io ti dico non ha nulla a che vedere col sovraffollamento, e non ha niente a che vedere con le poche risorse. Questi sono gli ultimi dei problemi. Tu dirai che 25 giorni sono pochi, ma in 25 giorni ho visto centinaia di situazioni e centinaia di detenuti e ho sentito altrettante storie. Non solo non si è sottorganico, ma le persone sono anche più di quanto sarebbe necessario. Le guardie? Tu in carcere vedi sempre scene tipo tre guardie che stanno nello stanzino a guardare il televisore. Persone che non fanno nulla, oltre chiamare tre o quattro volte qualcuno per andare dal medico o andare al tal ufficio. Funzionari? Se tu vai all’ufficio matricola vedi girare 3- 4 appuntati, amministrativi, ecc., che vanno lì, stampano una cosa, poi si alzano, vanno alla macchinetta del caffè. E tu aspetti delle ore. Perché c’è uno che lavora e otto che cazzeggiano. Con le persone che ho visto io ci potrebbe essere un servizio a cinque stelle. Chiami le persone a visita, chiami le persone giù, le fai aspettare mezzora, un’ora, dei tempi umani. Perché di medici, guardie carcerarie, amministrativi, ci sono a iosa.- Parliamo di guardie carcerarie. Se ne stanno tranquilli l’un l’altro. Si rimpallano le cose l’un l’altro.. “collega, prenditi in carico questo”, “collega prenditi in carico quest’altro”. Sono cose che si potrebbero fare dieci volte più velocemente; e basterebbe mettere una persona al posto di cinque. Ti dirò che io di sotto organico non ho visto nulla. A mio avviso l’organico è ampiamente sufficiente.
E andiamo all’aspetto medico. Tutti sanno che in carcere il sistema medico è tremendo. Che vieni visitato poco e malissimo. Anche qui tutti pensano (e a tutti fanno credere) che è il problema è l’essere sottorganico, le poche risorse. Posso dirti che a Padova solo di medici generici io ne ho contati una decina. E poi ci sono gli specialisti su chiamata.. Ora tu devi pensare che i medici di base di media hanno 1000, 1200, 1300 mutuati. Bene, nell’ospedale di Padova ci sono circa 800 detenuti. Meno dei mutuati di un solo medico di base, e là ci lavorano in totale almeno ventina di medici. Ci sarebbe il personale per garantire un servizio ottimo. E allora perché è un servizio indegno? Per tutta una serie di meccanismi folli. Esempio, tu hai mal di denti, ti viene una colica renale, ecc. e ti serve il medico. C’è il medico, no? No, non c’è.. perché tu devi dirlo all’infermiera, e devi chiamarla, ma non viene. Perché tu devi chiamare la guardia che è lì nel suo gabbiotto, a venti metri, che sta guardando la televisione, che o non ti risponde, o ti risponde di non rompere i coglioni, o ti dice “sì..sì.. più tardi.. che ora ho da fare..”. E tu ti tieni il tuo mal di denti, tu ti tieni la tua colica renale, ti tieni il tuo attacco epilettico. E se ne riparla, se ti va bene il giorno dopo. In cui viene uno stronzo –che definire medico è troppo- che manco ti visita.. ovvero non ti dice di spogliarti, non ti fa domande accurate, niente.. ti fai due rapidissime domande, ti dice “sì sì”, ti prescrive qualcosa che dopo demanderà l’infermiera e scappa via. Ma quel qualcosa, lo riceverai subito? No, bisogna aspettare il turno dell’infermiera che viene in corridoio per dare le terapie alle 7 di mattina o alle 7 di sera. Oppure quando ti chiamano sotto per una visita. Bene, per una insulsa “visita” (di solito il medico sta seduto e ti visita guardandoti storto dalla sedia) di dieci minuti, tu potrai metterci sette ore finché non ritornerai in CELLA. E qui, come ti ho detto la carenza delle risorse non c’entra niente. Si potrebbe, se ci fosse la buona volontà, e senza spendere un euro, garantire a tutti i detenuti un servizio medico degno.

-Perché accade tutto questo secondo te.

Ma non si vogliono fare funzionare le cose. E’ un misto di ottusità burocratica, totale mancanza di attenzione e di impegno e di volontà, da parte del sistema, di ledere il corpo e la psiche dei detenuti. L’obbligo della detenzione è una cosa, che comporta la restrizione della libertà e il tuo stare per un tot tempo in una determinata struttura. Ma altra cosa è la tortura, l’umiliazione, l’essere trattati peggio di una bestia. Il carcere attualmente è un sistema “criminale”, non per i detenuti, ma per il suo sistema di funzionamento. Da nessuna parte è scritto che un detenuto deve essere violentato nella psiche e nel fisico. Le persone sono lasciate a se stesse. Anzi, è ancora peggio. Se uno non va fuori di testa oggi, ci va fuori oggi dopo qualche giorno. – Ho visto solo che c’è la volontà di non fare un tubo, di lasciare queste persone alla mercé di se stesse. Anzi, credo sia ancora peggio. C’è una volontà di farle soffrire nel fisico e nella psiche, di farli uscire peggio di come sono entrati. E così anche una persona tranquilla ed equilibrata, uscirà fuori incazzata come un sistema e lo Stato si sarà guadagnato un nuovo nemico.

-Torniamo alla tua scarcerazione..

Come ti dicevo, dopo che il mio avvocato ha inviato quel fax al giudice, e il giudice che mi aveva fatto fare 25 giorni di carcerazione, si è degnato di riconoscere il suo errore materiale, sono uscito.. e dopo un po’ mi hanno inviato anche il “conto”, il conto delle spese che lo Stato ha sostenuto per me per “mantenermi in carcere”.

-Tu hai diritto al risarcimento perché la tua carcerazione era ingiusta…

Se io dovessi avere il risarcimento per tutto quello che mi hanno fatto in questi anni, per tutti questi anni di mobbing estremo ora sarei plurimiliardario. Su di me pende adesso il giudizio in Cassazione che si svolgerà i primi di giugno. Inoltre ho saputo che il 17 settembre ci sarà l’udienza presso il tribunale di sorveglianza per decidere il mio affidamento ai servizi sociali o meno. Andando a queste due prossime scadenze, voglio vedere che cosa succede adesso. I casi sono due:-Caso logico-evidente: io sono perfettamente dentro i termini, ho tutte le motivazioni di legge, vi è l’assistenza che devo fare a mia moglie, vi è la mia condizione sanitaria, ecc., per essere affidato ai servizi sociali.-Caso folle-malefico: troveranno un qualche escamatoge per farmi fare comunque la galera, per farmi entrare in galere e poi tenermi dentro, magari non facendomi la famosa “sintesi”; quella in cui si dice che il detenuto si comporta in un certo modo e che si è “ravveduto”. Io non mi ravvederò mai di quello che non ho fatto. Finirà mi faranno morire là. Sono ben conosciuti questi esempi: li chiamano ergastoli bianchi. . La preoccupazione grande è per mia moglie. Per mia moglie già venire fino a Padova è stato tremendo. Se capita una seconda volta mia moglie è morta. E se succede qualcosa a lei io mi uccido. Sono vent’anni e più che vivo per lei. Ho vissuto per gli altri, ho vissuto per mia mamma, ho vissuto di volontariato che ho fatto per 33 anni. Io vivo per lei. A me dei soldi, della carriera, della bella vita.. che comunque non mi sono mai permesso nemmeno quando avrei potuto.. ho badato solo agli ideali, e ai sentimenti. Se succede una cosa del genere, se mia moglie muore, a quel punto io muoio il giorno dopo.

Qualche settimana dopo questa intervista, Pietro, in un momento di debolezza, dopo tanto accanimento e ingiustizia contro di lui, tenta il suicidio. Riporto direttamente le sue parole:

Ma da gennaio, rientrato dal carcere, ho tentato in tutti i modi ( scrivendo una accorata lettera al direttore del carcere ed al magistrato di sorveglianza, scrivendo a tutte le associazioni di volontariato che operano a vario titolo nel carcere, persino al cappellano dello stesso ) di fare volontariato , quandanche tramite terze persone.
I piu’ non mi hanno risposto, alcuni semplicemente hanno detto di no. La grande pubblicità mediatica ed il fatto che comunque io sia stato ingiustamente schedato e detenuto, mi ha reso persona invisa perfino al mondo del volontariato. Mia moglie poi –come era prevedibile- e’ crollata, e si e’ lasciata andare.Il futuro che ci aspetta e’ peggiore della morte, la fiducia nella “ giustizia” umana e’ oramai nulla.In aprile io mi sono razionalmente reso conto che oramai non riesco ad essere utile nemmeno a mia moglie, anzi le sono e saro’ sempre piu’ di peso.E razionalmente ho tentato di suicidarmi. Non e’ stato un gesto teatrale : sono qui’ che scrivo semplicemente perche’ la quantita’ enorme di farmaci che mi sono somministrato non hanno fatto effetto completo prima del rientro a casa di m ia moglie, la sera. ne e’ seguito un mese di ricovero.Cosi’ ho ancor piu’ danneggiato mia moglie e mi sento ancora piu’ in colpa.Ma alla fine del racconto credo che la colpa di questo epilogo non sia mia.

Diritto al processo.. di Nellino

Il nostro Francesco Annunziata.. Nellino per gli amici.. ci ha inviato questo testo, che parte da un assunto che dovrebbe essere elementare, ma che invece, nei fatti, non è così scontato.. o non lo è sempre. Che tutti, ovvero, hanno diritto ad un processo.

Ciao a tutti,

Mi rivolto a tutte quelle persone che pensano che per taluni realti non ci sia bisogno neanche del processo. Bisognerebbe cndannarli direttamente. I delitti più infamanti comunemente sono quelli contro i bambini e e contro le donne. Premesso che personalmente li spegnerei senza esitazioni, ma una società civiel non può permettersi di pensare in questo odo. Tutti hanno diritto ad un processo equo e ad una difesa tecnica. Bisognerebbe ricordare che secondo la nostra Costituzione si è presunti innocenti fino a sentenza defnitiva. Anche se in tv senti tutt’altro e pare questo principio si sia capovolto.

Se anche queste persone avessero commesso il più infamante dei delitti, hanno diritto ad un processo. Se questo gli viene negato, ci porremmo quasi sul loro stesso piano.

E’ una cosa che mi ritrovo a dire spesso parlando con persone esterne a questo “mondo” – io è come se avessi la patente per sbagliare, tant’è che pago amaramente per i miei errori. Chi è dall’altra parte no! Non può permettersi di sbagliare. Qualora lo facesse non sarebbe in nulla diverso da me.

Ora prendo ad esempio i tantissimi pestaggi che avvengono ad opera delle guardie nelle carceri italiane.

Dunque, se io sono qui dentro e questi signori sono quelli che devono insegnarmi il rispetto della legalità, devono insegnarmi che alla violenza non si risponde con altra violenza, ma con la legge, che gli strumenti per fare valere i propri diritti o le proprie ragioni non sono le armi, ma le leggi.. nel momento in cui, per punirmi di una qualche infrazione che ho commesso, anzichè farmi rapporto, o denunciarmi alle autorità competenti, mi fanno come “Barry White” -e fanno sempre entrambe le cose, ti denunciano e ti picchiano- non è come se mi autorizzassero a rispondere con i miei  metodi? NOn è come se si mettessero sul mio stesso piano? NOn è come volere affrontare la situazione sul mio “territorio”?

Metodi i miei che sono sbagliati, tant’è che mi hanno condotto qui.

Sullo stesso piano i loro, ma nondimeno dietro una divisa.

Sul mio “territorio” non c’è differenza tra noi, ed allora mi rendi legittimato ad agire in quella maniera arcaica e primitiva che non è degna di uno Stato di diritto, di uno Stato civile.

E’ la stessa cosa per il processo.

Tutti ne hanno diritto, anche se oggi non esiste più un vero processo, ma è solo una sorta di vendetta da parte di quello Stato che ha il coltello dalla parte del manico e quindi usa ogni mezzo per distruggere quella parte di noi scomoda.

Anche qui mi fermo, abbracciando tutti.

Nellino

Notte di San Lorenzo… di Piero Pavone

Piero Pavone è un detenuto recetemente emerso su Le Urla dal silenzio. Leggete la sua prima lettera, ne vale la pena (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/28/un-nuovo-amico-ci-scrive-piero-pavone/).  Di lui abbiam anche pubblicato delle foto raffiguranti alcuni suoi dipinti (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/02/opere-di-piero-pavone/).

Il testo di oggi è piccolo è intimo.

Risale al dicembre 2010.

E’ notte. Una persona è sveglia. Una stella cade.

Ancora i Sogni vivono in questa tensione ardente verso un’altra vita.

E dietro lo specchio e i ferri, non ci sono ruoli quella notte, stanotte. Nè guardie, nè ladri, nè detenuti nè liberi. Ma solo una notte, una stella che cade, e un sogno che non muore.

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Notte di San Lorenzo

E’ notte fonda e sono con il naso all’insù a scrutare il cielo, ad aspettare delle risposte, a sperare che i miei sogni non vengano infranti.

Ho il cuore pieo di speranza, d’ansia, d’aspettative… come se il cielo, e le stelle potessero risolvere i  miei problemi da cui sono assillato.

Sono conscio che i miei pensieri sono utopici, però mi piace credere e sperare, in quanto, chi non crede, chi non spera, s’immette in una strada senza via d’uscita.

Sono un sognatore, mi piace viaggiare col pensiero poiché mi fa fare tutto ciò che mi sconfinfera, tutto quello che ho desiderato fare, ma conscio della realtà e di ciò che mi gira intorno.

Stanotte è una notte sognante, il cielo è così affascinante, ammaliante, a tal punto da apparire fiabesco. Le sue stelle di tanto in tanto si staccano dal blu intenso, lasciando una luminosa scia che dopo pochi istanti si dissolve portando con essa tutti i miei esideri riposti. Il mio cuore è altalenante. Ha picchi di gioia nel mentre la meteora scende giù ed io le chiedo ciò che è il mio desio, e di sconforto prendo coscienza.

Mi consola sapere che c’è lei, da un’altra parte, che sta facendo, pensando e sognando ciò che faccio, penso e sogno. Ne ho la certezza in quanto viviamo in simbiosi e i nostri pensieri, sogni… sono univoci.

L’aurora si impore portandosi via ogni mia speranza, speranza rinnovata, rinnovata dalla vitalità innata in me.

Spoleto, 2 dicembre 2010

Pietro Pavone

Aria nuova a Catanzaro….

Tra poco leggerete un estratto di una lettera del nostro amico Pasquale De Feo.

Ormai conoscete il nostro stile. Che contempla, tra le altre cose, l’assoluta assenza di partito preso e di doppia morale. Detta in soldoni… le cose buone le apprezziamo.. le cose cattive le contestiamo. Infischiandoce totalmente del livello delle persone criticate o apprezzate.. nè considerando nemmeno alla lontana la loro suscettibilità o l’eventuale compiacimento del loro ego. E non avendo alcuna preoccupazione nemmeno di “confermare noi stessi”.. nel senso che se cinque volte critichi fortemente.. allora ti preoccupi di non elogiare.. per non sembrare che ti stai smentendo, ecc. Insomma di tutti i possibili film mentali non ce può importare di meno.. semplicemente.. ciò che merita di essere criticato e denunciato, verrà critica e denunciato.. ciò che merita di essere apprezzato verrà apprezzato. Senza sconti o simpatie personali.

E venendo a questo post.. come altre volte si sono contestate alcune cose del carcere di Catanzaro (vedi “caso dentista”) stavolta si apprezzano le aperture e gli spiragli che vengono dalla Direzione e di cui non sono Pasquale De Feo, ma anche Nellino dà attestazione.

Ogni opera che porta a un concreto miglioramento esistenziale della vita dei detenuti, verrà sempre apprezzata e riconosciuta, a prescindere da chi la pone in essere. Speriamo che questa aria nuova non sia una brezza passeggera, ma porti a un cambiamento duraturo nel carcere di Catanzaro.

Pasquale sottolinea anche come, rispetto alle ultime carceri in cui è stato, a Catanzaro non sente quel clima di oppressione e repressione che.. per esempio.. ha dovuto sopportare nel famigerato carcere di Parma.

Poi, Pasquale parla anche un pò di sè e del suo atteggiamento tanto contestato. In sostanza Pasquale sembra avere ormai l’etichetta di rompiscatole, rigido e criticone. Molti dimenticano però le condizioni carcerarie durissime con cui se l’è dovuta vedere nel corso degli anni; dimenticano che in qualche modo ci si deve pure imparare a difendersi; dimenticano che non è mai uscito da canoni di legalità e moralità; e dimenticano che essere netti ed espliciti a volte è l’unico modo per farsi ascoltare.

Pasquale cita anche la relazione che in pratica ha impedito (almeno per il momento) la concessione di possibili benefici. Vi riporto il passaggio perchè è singolare…

In via non  ufficiosa ho letto la sintesi fattami, o meglio dire.. discussa l’11 maggio. Non ne ho scritto un diario, per correttezza verso la persona che me l’ha fatta leggere.. “dopo 30 anni di carcere è ancora integro psicologicamente”.. “sopporta bene lo stress e la carcerazione”… “ha politicizzato le sue idee”.. “si è imposto di controllare la sua emotività”,,, “è logorroico nella richeista dei suoi diritti e nell’esposizione verbale”. Ci sono anche delle cose più stupide di queste.. questo per farti capire che se le inventano tutte per non farti uscire. Alla fine.. “siccome da ciò  evidenziato, il soggetto non è maturo per aperture extramurarie, si continua il trattamento intramurario”.”

Ragazzi, io non sono esperto di logica aristotelica, ma c’è qualche forte “problema” di rapporto tra premesse e conseguenze. Sto sorvolando sulla forma linguistica e la modalità di esposizione degli argomenti, su cui ci sarebbe da dire.. ma andando solo al merito… se questo è il tenore degli argomenti ci deve essere qualche “inteferenza” nel processo logico-deduttivo. Qualche grossa interferenza.. dato che dà premesse positive… o neutre.. o che contestano un certo “eccesso di autotutela” rispetto al diritto (che a rigore non consiste in un pregiudizio giuridicamente censurabile) o modalità abbondanti (“è logorroico”.. sigh.) si arriva a una conclusione totalmente negativa. Insomma.. forse un’altra opera si candida ad entrare nella collana. “i classici del diritto”..

Ma il cuore di questo post è il cambiamento che su diversi aspetti concreti è iniziato a Catanzaro.. e che si speri continui e si rafforzi fino ad incidere nella “struttura” stessa del funzionamento del carcere.

Vi lascio a questo estratto tratto dalla lettera di Pasquale De Feo.. carcere di Catanzaro.

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Catanzaro 11 agosto 2011

Carissimo Alfredo,

(…)

Nei giorni scorsi ci ha chiamato la Direttrice. Come rappresentanti della Sezione siamo andati io, Claudio e Nellino. Ci ha scelto la Direttricee. E’ stato un buon colloquio. Ha recepito tutte le nostre richieste, e la mia impressione e che lei sta lavorando per mettere in funzione tutto l’apparato e sanare tutte le disfunzioni che ci sono, ma è palese che c’è una forte contrapposizione, ma lei tira dritto. Per superare il problema del computer, ha chiesto un tecnico al Ministero, e a settembre verrà un esperto della polizia penitenziaria che lavora  in un carcere dove tutti  hanno i computer, credo che questo escamotage sia per superare la forte contrapposizione di coloro che non vogliono i computer. Dopo avere parlato con lei, in pochi giorni ci ha messo a disposizione la socialità, con sedie e tavoli nuovi, carte da gioco di vario tipo. Ci ha fatto mettere a posto la sedia per le attività ginniche. Erano anni che non succedeva. Sono fiducioso che metterà a posto tutte le disfunzioni del carcere.

Qui tira aria serena, non c’è conflittualità, credo che ciò sia dovuto sia ai detenuti e sia agli agenti, e, devo confessare che erano anni che non ero così tranquillo e sereno. Forse sarà anche i panorama alla finestra che mi fa stare bene.

(…)

La contrapposizione feroce che ho attuato in acune carceri dove era impossibile starci, e lo facevo per essere trasferito, non porta da nessuna parte, perchè il sistema ti etichetta come nemico e pertanto pericoloso. Siccome il sistema si ritiene il rappresentante della società, si è classificati pericolosi per la società.. con questa benedizione si sconta con certezza fino all’ultimo giorno di carcere. Se sei ergastolano fino alla morte biologica. Essendo detenuto da tanti anni, conosco come funziona il carcere. Per avere un pò di considerazione devono conoscerti. E lo puoi fare con la penna ed essere esplicito verbalmente. Questo permette che quando fai una richiesta ci sia la giusta attenzione.

Personalmente riconosco che sono rigoroso nella richiesta dei miei diritti, e ciò non è visto bene dalle varie Direzioni, ma quando sei consco  che non c’è possibilità di uscire, allora cerchi di avere almeno i tuoi diritti per avere una vivibilità dignitosa.

Qui a Catanzaro mi lasciano tranquillo. Ho tutto in cella, non c’è nessuno tipo di repressione in sezione, pertanto mi limito solo alle richieste necessarie, anche perchè la Direttrice  dimostra che vuole sanare i problemi che ci sono. Proprio cinque minuti fa ha sanato un’altra disfunzione. Nel colloquio con i familiari si poteva portare solo carne, pesce, formaggi, salumi e pane. In bacheca è stata affissa un’ordinanza che prevede che da oggi entra la verdura e la frutta di tutti i tipi, e anche il salmone affumicato, che era vietato, credo perchè in passato qualche “buontempone” lo aveva ritenuto un alimento troppo di lusso. Dissi alla Direttrice “il prosciutto costa di più del salmone, ed è un alimento di uso comune”.

Avere consapevolezza con i fatti che le distorsioni di qualche aguzzino del passato vengono risolte, ti impedisce anche psicologicamente di scontrarti, o creare situazioni difficili. Se non ci fossero tutte queste cose sarei diventato un carro armato. O aggiustavano le cose o mi trasferivano. Siccome è più conveniente per loro attuare un trasferimento, mi avrebbero contenuto per un anno o due, e poi mi avrebbero trasferito.

Sono conscio che posso essere come una zanzara contro un elefante. Posso avere qualche piccola vittoria, ma non il cambiamento del sistema instaurato in un carcere. Ma, come ho scritto, è per avere la giusta considerazione. 

In via non  ufficiosa ho letto la sintesi fattami, o meglio dire.. discussa l’11 maggio. Non ne ho scritto un diario, per correttezza verso la persona che me l’ha fatta leggere.. “dopo 30 anni di carcere è ancora integro psicologicamente”.. “sopporta bene lo stress e la carcerazione”… “ha politicizzato le sue idee”.. “si è imposto di controllare la sua emotività”,,, “è logorroico nella richeista dei suoi diritti e nell’esposizione verbale”. Ci sono anche delle cose più stupide di queste.. questo per farti capire che se le inventano tutte per non farti uscire. Alla fine.. “siccome da ciò  evidenziato, il soaggetto non è maturo per aperture extramurarie, si continua il trattamento intramurario”.

Ti ho scritto queste frasi estrapolate dalla sintesi, per farti capire che se ciò che dovrebbe essere a me favorevole viene strumentalizzato.. come posso pensare a delle buone intenzioni per farmi uscire? Non voglio illudermi, perchè il carcere diventerebbe pesante. Sto con i piedi per terra. Se verrà qualcosa di buono, sarò il primo ad esserne contento. La mia vita è qui dentro e devo cercare di viverci nel miglior modo possibile. Non mi sono lasciato calpestare neanche con la forza, non lo permetterò in futuro. Ma se devo lottare sono sempre pronto. Quando c’è un bisogno e per cause giuste, non certo per fare il Don Chisciotte.

(…)

Lettera di Gianmarco Avarello

Una lunga e bella lettera di Gianmarco Avarello, di cui abbiamo già pubblicato qualcosa a suo tempo (il suo pi bel testo credo sia questo..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/08/11/2799/    )… e che da poco è stato trasferito dal carcere di Voghera a quello di Opera (non si sa il perchè.. ma.. “infinite sono le vie dei trasferimenti”…:-).

La lettera di Gianmarco affronta vari argomenti. Inizia parlando del carcere di Opera.. e si estende poi a toccare quella che io chiamo la “mancanza di responsabilità”.. una delle medaglie “al valore” principali del sistema penitenziario. E non solo. Tutta la struttura politico, mediatica, economica e sociale che nei decenni si è costruita intorno a noi si sfalda per l’opportunistica priorità data al proprio interesse e alla propria carriera.. per le risorse drogate e rapinate dalle piccole oligarchie e cricche.. e per la “mancanza di responsabilità”. Sono tre aspetti interconnessi, e vanno ben al di là del carcere. Riguardano praticamente tutto il mondo che ci circonda.

Ma naturalmente riguardano anche il carcere… soprattutto.. la mancanza di responsabilità.

Con Magistrati di Sorveglianza che (troppe volte) si limitano a “confermare”  “l’atto compiuto” dalle Direzioni. Con le Direzioni che cercano di evitare tutto ciò che odora di “grane”; come l’eventuale valutazione favorevole in relazione a detenuti di Alta Sicurezza. A volte qualcosa accade.. ma spesso la massima è… “primum carriera…” e dopo.. e dopo.. tutto il resto.

E mancanza di responsabilità di tutti gli operatori. Gianmarco scrive..

“Come possono dare pareri favorevoli?

Chi di loro rischia il proprio posto di lavoro?

Ecco perchè le nostre sintesi rimangono aperte per anni e anni, senza mai chiuderle positivamente… “

Ci sono sempre eccezioni e non si può mai fare un calderone. Ma è vero che la migliore decisione per molti è non decidere.. la migliore scelta è non scegliere.. è allungare, allungare il brodo.. non essere mai i primi a dare un parere netto, non essere mai i primi a mettere la propria firma, a mettere la propria faccia.

Ci sono persone che preferiscono, pur di lavorare in carcere (anche a fin di bene e anche facendo cose buone) essere soldatini di carta senza carattere e docili.. docili come gattini.

La lettera di Gianmarco continua…. toccando un punto che anche Carmelo Musumeci (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/22/luomo-ombra-la-rubrica-di-carmelo-musumeci-13/)  aveva sollevato in un suo testo pubblicato recentemente sul Blog…

Ovvero, LE COLPE DEI PADRI NON DEBBONO CADERE SUI FIGLI.

Sia giuridicamente e socialmente i figli dei mafiosi (di coloro condannati come tali) non debbono subire alcun pregiudizio.. come non lo debbono subire i figli dei terroristi, e  degli autori di qualunque tipo di crimine. E’ finito il tempo delle caste e delle colpe tramandate, dei diritti degli innocenti sacrificati a considerazioni da branco e a troglodite logiche socialpreventive.

OGNI ESSERE UMANO E’ RESPONSABILE SOLO DELLE PROPRIE AZIONI. PUNTO.

SE ANCHE TUO PADRE FOSSE HITLER, TU HAI IL SACROSANTO DIRITTI DI NON AVERE ALCUN LIMITE GIURIDICO-SOCIALE PREVENTIVO E DI ESSERE VALUTATO COME OGNI ALTRO ESSERE UMANO.

Sarebbe scontato. Ma si potrebbe tirare notte raccontando di cose che sarebbero scontate.. ma che poi, nei fatti, non lo sono.

Voglio riportarvi, a tal proposito, una delle parti finali della lettera, dove Gianmarco parla proprio di questo..

Sì.. mi sento vittima di tale sistema. Ero giovane e non capivo in quale trappola stavo per cadere, quale fosse il mio destino.

Adesso ho  un figlio di otto anni, so che quando sarà grande troverà seri problemi di inserimento sociale a causa mia, perchè ha un papà mafioso. So che sarà incazzato nero per tutto ciò. So che sarà tentato di sfogare la sua rabbia contro chi gli impedisce di costruirsi un futuro onesto. So che rischierà di cadere anche lui nella trappola del sistema giustizia/ingiustizia.

Ma so anche che io e sua madre lotteremo con tutte le nostre forze per sottrarlo ad ogni forma di male. Non permetteremo che nostro figlio venga risucchiato dall’enorme macchina mangiauomini, al fine di alimentare il sistema economico della giustizia-ingiustizia e del mondo carcerario italiano.

Se lo stato italiano on aprirà una “porta” di ita sociale onesta ai figli senza colpa dei mafiosi, o e mia moglie proteggeremo nostro figlio con le unghie e con i denti.

Non permetteremo che finisca in carcere.”

Vi lascio alla lettera di Gianmarco Avarello.

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E mancanza di responsabilità

 

Carissimo Alfredo,

è un vero piacere riprendere la nostra corrispondenza e potere scambiare le nostre idee.

Ho ricevuto la tua con parecchi giorni di ritardo (cosa normalissima qui ad Opera..).. la consegna della posta è molto lenta, figurati che certe lettere arrivano anche dopo 20/25 giorni! Ma per fortuna non è sempre così. Dunque, ti dico subito che sto bene, solo qualche piccolo acciacco qua e là, ma ringraziando Dio non ho gravi problemi di salute.

E tu, come stai? Spero bene.

Rispondo alla tua dicendoti che hai atto la giusta analisi riguardo alla struttura e alla gestione del carcere di Opera. Oggettivamente è un istituto grande e caotico, uno dei più enormi di Italia, di conseguenza difficile da gestire. Sì, è un carcere in cui si può vivere mediocremente. Di sicuro non è uno di quelli presi a modello, tipo Spoleto.. ma si può ivere.

Certo, le condizioni, la vivibilità.. cambiano da un reparto all’altro, da una sezione all’altra, per cui non si può dire con certezza come stanno le cose…

Di certo è che nel circuito in cui mi trovo io (AS 1) non si sta tanto bene. Siamo esclusi da ogni tipo di corso, non possiamo fruire dell’utilizzo dei computere, non ci fanno andare in chiesa (per noi la messa viene celebrata in una stanza a parte, all’impiedi…), non ci fanno svolgere altre attività lavorative (si lavora solo in sezione come portavitto, spesino e scopino), pochissimi colloqui con gli addetti alla rieducazione e tante altre cose che ci vengono  mancare.

E’ vero, è da poco tempo che sono ad Opera, non posso dare giudizi affrettati, ma la mia percezione  è quella di trovarmi in un carcere strutturalmente discreto.. anzi, più che discreto, in cui vi sono ottime sale colloqui, un enorme campo sportivo, una palestra spaziosa, passeggi mediocri, salette ricreative piccole ma sufficienti, ottima chiesa, celle buone per una sola persona (in due si sta stretti), e così via.

Quanto al funzionamento, purtroppo lascia a desiderare.

Alcune cose funzionano benino, altre molto meno.

Per esempio, il funzionamento dei colloqui visivi è ottimo, in quanto non vi sono barriere. Vi sono i dovuti controlli visivi e tecnologici (telecamere), ma ti lasciano effettuare colloqui sereni. I colloqui si effettuano solo di venerdì e il terzo sabato del mese. Per cui vi è un pò di disagio circa l’organizzazione, da parte dei familiari, i quali vengono  dal Sud.

Il campo sportivo ce lo fanno utilizzare  una settima sì (lunedì e mercoledì, solo un’ora a volta) e una no. Quindi.. poco utilizzo.

Stessa cosa per la palestra. Due volte ogni 15 giorni.

La chiesa c’è, ed è anche graziosa, ma a noi A.S.1 non ci fanno andare (solo a Pasqua e a Natale!).

Insomma… per farla breve.. la struttura c’è, ma il funzionamento di essa non è soddisfacente.

Quanto ai regolamenti.. ripeto.. per noi A.S.1 sono molto restrittivi. Non siamo trattati come quelli A.S.3.. fra noi e loro c’è molta disparità di trattamento (sappiamo tutti che così non dovrebbe essere..).

Le guardie cercano di fare il loro mestiere, alcuni ci riescono bene, altri per niente. C’è molta strafottenza da parte loro, ma per fortuna ci sono anche guardie professionali.

Comunque, in linea di massima, come gestione.. direi.. giudizio negativo.

Gli operatori non si vedono quasi mai (mi riferisco a educatori, psicologi, psichiatri, ecc.).. ma solo perchè sono in pochi a svolgere il loro lavoro, mentre i detenuti sono tanti.

Attualmente (da circa dieci giorni) vi è in corso una protesta pacifica (solo battitura) qui ad Opera.. da parte di alcuni reparti dove ospitano detenuti comuni e, credo, anche A.S.3, ecc.

Noi della A.S.1 non ne sapevamo niente. Non sapevamo neanche il motivo di tale protesta. Siamo in na sezione un pò tenuta in disparte, più controllata.. ma poi abbamo capito che la protesta era legata allo sciopero della fame di Marco Pannella.. chiedevano amnistia e libertà.

Di noi A.S.1 (Sezioni “B” e “C”) non ha partecipato essuno. Abbiamo le palle piene di queste forme di protesta, le quali si sentono solo all’interno delle carceri e non all’esterno. E poi siamo così stanchi e sfiduciati di tutto il sistema giudiziario e carcerario…

Comunque, ieri sera erano in pochi a battere, si sentiva poco rumore, si sono stancati anche loro.

La battitura serve a poco, serve solo a sfogare la propria rabbia, ma di concreto non s’è mai visto niente.

A noi ergastolani, carcerati da molti anni, non è rimasta neanche la rabbia! Per la maggior parte noi detetnuti A.S.1 siamo ergastolani.. veniamo trattati ancora con “un occhio di riguardo”.. più controlli, meno attività ricreative (qui ad Opera… ZERO..), e meno colloqui con gli operatori addetti al reinserimento.

Quanto ai benefici (permessi, ecc..) non ne parliamo proprio.. DICIAMO CHE UNO SU CENTO CE LA FA!

Giusto per capire che in teoria concedono permessi premio.. ma in realtà quasi nessuno fruisce di tali benefici, neanche i detenuti del circuito A.S.3.

I Magistrati di Sorveglianza rigettano le nostre richieste di permesso premio con la motivazione che le nostre relazioni di sintesi prevedono la prosecuzione del trattamento intramurario.. e questi sono col parere negativo delle Direzioni delle varie carceri, in quanto nessuno dei loro “Direttori” si prende la responsabilità di dare un parere favorevole nei confronti di detenuti sottoposti a circuiti di alta sicurezza. Del resto non hanno tutti i torti, visto che il D.A.P.  ci considera ancora pericolosi. Tant’è che ci tengono in tali circuiti A.S.1/A.S.3. Come può un Direttore dare il proprio parere favorevole se veniamo ancora considerati un pericolo per la società?

Ecco perchè nessuno di loro (Direttori e Magistrati di Sorveglianza) si prende la responsabilità di concredere permessi premio, ecc. Lo fanno solo se collabori con la giustizia (art. 58 ter O.P.).

Lo stesso vale per gli operatori addetti al reinserimento. Come possono dare pareri favorevoli?

Chi di loro rischia il proprio posto di lavoro?

Ecco perchè le nostre sintesi rimangono aperte per anni e anni, senza mai chiuderle positivamente…

La verità, caro Alfredo, è che non interessa a nessuno di loro che noi detenuti veniamo rieducati e messi in libertà. Noi siamo il loro lavoro, siamo fonte dei loro guadagni. Guai se venisse meno la criminalità in Italia. Dove andrebbe tutta l’economia che ruota intorno al sistema giudiziario e al mondo carcerario? Chi darebbe da mangiare alle loro famiglie, ai loro figli, ecc.?

Duecento Direttori sono scesi in piazza a manifestare e a protestare per i loro mancati contratti di lavoro. In questi giorni si sente parlare (cosa strana) dei problemi del carcere, del sovraffollamento, ecc. Usano noi solo quando debbono far sentire la loro voce, i loro problemi.. ma in realtà se ne fottono tutti di noi detenuti.

Se ne fottono i politici di eliminare la criminalità in Italia.. anzi, in un qualche modo la devono alimentare, altrimenti crollerebbe parte dell’economia italiana.

I politici da un lato continuano a sfornare leggi antimafia e non, promettendo arresti per ogni genere di reati, riempiendo così le carceri  italiane, mettendo però col culo a terra migliaia di famiglie e, in contempo, alimentanto l’economia di coloro che mangiano sulle nostre spalle; l’economia che ruota attorno al mondo giudiziario e carcerario. Quindi, dicevo, da un lato fanno capire alla popolazione italiana che lo stato è presente, che combatte la mafia e via discorrendo. Dall’altro lato incrementano.. perchè non danno alcun aiuto economico e sociale, nemmeno ai figli onesti dei mafiosi, i quali vorrebbero lavorare onestamente, ma che si ritrovano licenziati per la sola colpa di essere figli e nipoti di tal mafioso, di tal criminale, ecc. Li costringono a delinquere, perchè queste persone, pur essendo oneste, debbono pur mangiare qualcosa, devono vivere anche loro, e se lo Stato no permette loro di lavorare onestamente, solo perchè sono parenti di mafiosi, cos’altro possono fare se non metterli con le spalle al muro e costringerli a delinquere?…

E perchè? Per i loro interessi?

Perchè lo Stato ha bisogno di criminallità?

Perché lo Stato italiano ha bisogno di fare girare quel tipo di economia?

Credo proprio di sì.

Sì.. mi sento vittima di tale sistema. Ero giovane e non capivo in quale trappola stavo per cadere, quale fosse il mio destino.

Adesso ho  un figlio di otto anni, so che quando sarà grande troverà seri problemi di inserimento sociale a causa mia, perchè ha un papà mafioso. So che sarà incazzato nero per tutto ciò. So che sarà tentato di sfogare la sua rabbia contro chi gli impedisce di costruirsi un futuro onesto. So che rischierà di cadere anche lui nella trappola del sistema giustizia/ingiustizia.

Ma so anche che io e sua madre lotteremo con tutte le nostre forze per sottrarlo ad ogni forma di male. Non permetteremo che nostro figlio venga risucchiato dall’enorme macchina mangiauomini, al fine di alimentare il sistema economico della giustizia-ingiustizia e del mondo carcerario italiano.

Se lo stato italiano on aprirà una “porta” di ita sociale onesta ai figli senza colpa dei mafiosi, o e mia moglie proteggeremo nostro figlio con le unghie e con i denti.

Non permetteremo che finisca in carcere.

(…)

Full metal jacket a Salerno

E davvero sembra di essere precipitati dentro il grandioso capolavoro antimilitarista di Stanley Kubrick, dopo avere letto l’ultima lettera di Francesco Annunziata -Nellino- che mi è giunta proprio oggi (lo stesso Nellino per il quale ieri ho scritto che era stato trasferito.. ora questa vicenda è un pò ambigua.. la riassumo per brevi cenni. Ieri mi giunge indietro la lettera che scrissi a Nellino a suo tempo, con la cancellazione dell’indirizzo del carcere di Catanzaro con ghirigori di penna e scritto invece a caratteri cubitali, nello spazio superiore della lettera la dicitura.. TRASFERITO.. Ora questo si fa, con tali modalità, se uno viene trasferito “veramente” e “definitivamente”… del resto non si spiegherebbe se no perché cancellare a penna l’indirizzo di Catanzaro, come a rafforzare il messaggio. E comunnque non ho mai sentito di una lettera mandata indietro con la dicitura TRASFERITO, per un detenuto che è stato spostato per un mese, figurati per una settimana come è stato il caso di Nellino. Quindi davvero non capisco.. aspetto di avere ulteriori dati.. sperando che si sia trattato solo di una svista.. e che magari non lo abbiano trasferito davvero..)

Lui premette la sua lettera, scrivendo che ne sarò sconvolto. E del resto non posso negare che leggevo abbastanza sbigottito. Perché non puoi non chiederti come è possibile che ci sia anche solo un carcere in Italia, o in tutta Europa, dove possano avvenire cose del genere.

Premetto subito che non troverete atti di pestaggio e brutale violenza. Allora mi chiederete, cosa può averti colpito così tanto? Bene.. la rigidità, l’ottusità, un grottesco ritualismo da parodia militare, il sadismo, l’ottusa voglia di umiliare.

BASTA?

E so che alcuni cominceranno a ragliare. E allora voglio essere bello chiaro. Se qualcuno generalizza o fa calderoni, quelli non siamo noi. Io, lo ripeto per i duri di timpano… non sono “contro” le guardie.. non sono “contro” nessuno per principio, né generalizzo. E spesso la penso come Gerti e Carmelo.. anche le guardie a loro modo sono vittime di un sistema disumano e ammorbante. E comunque ci sono sicuramente guardie a cui stringerei la mano con piacere.

Ciò non toglie e non cambia di una virgola che nelle carceri avvengo con una frequenza esagerata atti inaccettabili. E oltre alle violenze che in parte tutti conosciamo.. si possono creare questi piccoli micromondi ottusi, dovre frustrazioni creano ego vogliosi di affermazione e potere.. simulacri della sottomissione..

Che altro è se no  – andando alla lettera di Nellino- l’utilizzo di ogni strumento possibile per umiliare e far sentire una persona come un cane randagio senza alcun diritto, una pezza di sedere insomma, che può essere schiacciato e deve obbedire anche alle peggiori assurdità?

Che altro è costringere un detenuto, “di passaggio” per giunta, a doversi spogliare più volte al giorno.. nudo, fino a togliersi le mutande e mostrare l’ano? (lasciate stare che Nellino si è rifiutato.. ma quanti altri non si sono rifiutati.. per paura.. per debolezza? Del resto provate a stare voi nudi, in un posto chiuso, con delle guardie armate di fronte.. certo pochi avrebbero orgoglio e fierezza in quelle situazioni..) Questa della denudazione corporale , fino a piegarsi come uno schiavo (le “flessioni”) per mostrare il proprio buco del culo (perdonatemi la durezza) agli agenti.. non è un pestaggio.. ma forse è un atto ancora più violento. Una umiliazione profonda, un fare sentire uno.. peggio di niente.. Non c’è del sadismo in tutto questo?

Che altro è costringere i detenuti, tre volte al giorno, alla pratica mai sentita (ha perfettamente ragione Nellino) di doversi alzare in piedi sull’attenti al passaggio della guardia per il cosidetto “conteggio” (e quel CONTA! latrato dalle guardie, di cui parla Nellino.. davvero dà l’impressione di vedere un remake, fatto male per giunta, di Full metal Jacket.)? Davvero sono rimasto stupito. Ste cose non appartengono neanche al contesto italiano (con tutti i suoi limiti e tare), ma piuttosto a “mondi” con una certa cultura militaresca molto accentuata, come i reparti speciali dell’esercito U.S.A., inglesi, israeliani.. forse anche russi.  Ci sarebbe anche da ridere, non per i detenuti. Ridere di questo teatro. Di quessta sciocca esibizione di potere. Di questo fare i ducetti di periferia con chi non può difendersi. Ma anche della fragilità di un ego che vuole il sull’attenti, l’alzarsi a bacchetta come se passasse l’Imperatore romano o qualche generale in tempo di guerra. Sì, non ci sono violenze fisiche. Sì dura solo pochi attimi. Sì è certo meno grave della denudazione e delle “flessioni”. MA PUO’ BASTARCI? PUO’ UNA PERSONA DELEGATA A GARANTIRE IL RISPETTO DELLA LEGGE COMPIERE UN ATTO COSI’ SCIOCCO, COSI’ PARODISTICO, UN ATTO COSI’ INUTILE, UN ATTO COSI’ ILLEGALE?

Infatti anche se un detenuto sta riposando, deve alzarsi per questa inutile sceneggiata. TOTALMENTE INUTILE, perché puoi contare i detenuti anche se non si alzano come tanti marines.. e se si pensa che poi Nellino, a un certo punto, era il solo nella sua sezione. E invece no!  ALZATI CAPRA!

Che altro è  fargli fare il colloquio con la moglie, dopo 5 ore che lei attendeva (e avendo, tra l’altro, risposto alle sue domande precedenti, dicendogli che non c’era proprio lei fuori ad aspettarlo).. con la motivazione che DATO GLI A.S.1 NON POSSONO MAI MISCHIARSI CON GLI A.S.3 (MA FORSE INTENDONO CHE PROPRIO NON POSSONO MAI MISCHIARSI TRA LORO NESSUNA CATEGORIA DI DETENUTI).. BISOGNAVA, PRIMA CHE TUTTI GLI A.S.3 FACESSERO I LORO COLLOQUI.. E DOPO, SOLO ALLORA.. AVREBBE FATTO IL SUO COLLOQUIO IN SOLITARIA.

MA, PREMESSO CHE QUESTA – GIA’ DI PER SE STESSA ASSURDA E RIGIDA- SEPARAZIONE TRA CATEGORIE DI DETENUTI E’ PREVISTA IN GENERE IN PRATICAMENTE TUTTE LE CARCERI PER QUANTO RIGUARDA LO SVOLGIMENTO DELLE ATTIVITA’, LE COMUNICAZIONI, ECC…. DAVVERO SI PUO’ ESSERE COSI OSSESSIVAMENTE RIGIDI E FANATICI TALEBANI DEL REGOLAMENTO.. CHE UNA PERSONA “APPARTENENTE” AD UN’ALTRA SEZIONE, E PER GIUNTA ALLOGGIATA SOLO TEMPORANEAMENTE IN QUEL CARCERE, NON PUO’ STARE NEANCHE PER UN’ORA IN UN LOCALE DOVE CI SIANO IN QUEL MOMENTO DETENUTI DI ALTRE SEZIONI.. ANCHE SE NON PARLA CON LORO (MA CON LA MOGLIE)? E ANCHE AMMETTENDO QUESTE PRECAUZIONI CONTRO IL “CONTAGIO”… NON ESISTE IN TUTTO IL CARCERE DI SALERNO UNA STANZETTA, UNO SGABUZZINO, UN RIPOSTIGLIO.. UN QUALUNQUE LUOGO DOVE POTERGLI FARE FARE IL COLLOQUIO.. BISOGNAVA NECESSARIAMENTE CHE PRIMA TUTTI GLI ALTRI FINISSERO?

Come capite non è il fatto in sì di dovere fare aspettare 5 ore la moglie (comunque cosa sgradevole e ingiusta verso una persona che va a trovare il proprio compagno e che dovrebbe essere messa dallo stato in condizioni di poter usufruire di questi diritti nel modo più tollerabile possibile).. la questione è SIMOBOLICA.. è di CIVILTA’.. di RISPETTO UMANO ESSENZIALE.

E che altro è ciò che descrive Nellino quando scrive che

“non sono consentiti i passaggi tra detenuti, neanche di un panino o di una sigaretta, mentre nell’Ordinamento Penitenziario  è prevista la cessione tra detenuti  di generi  e oggetti di modico valore. Quindi vietarlo è illegale, ma i detenuti non lo sanno.”

Che senso ha tutto ciò? Perché fare in modo di rendere il più difficile possibile la vita ai detenuti? Perché intervenire con modalità sempre più ristrettive anche su momenti di semplice socialità e quotidianità (come il passarsi un panino..)?

E non mi soffermo su altre “chicche”… come ignorare (o volere ignorare piuttosto..) che la Corte Costituzionale considera illegittime perquisizioni che ledano la dignità del detenuto (spogliti e mostraci il tuo bell’ano!), che il Regolamento Interno, uno non è la Bibbia e non può violare di testa propria i fondamenti del diritto e della Costituzione, due deve essere data la possibilità al detenuto di poterlo visionare; che è una bufala che atti come i rapporti e altri interventi interni siano completamente “sciolti” dal controllo del Magistrato di Sorveglianza.

Ma mi fermo qui.. e vi lascio alla lettura integrale della lettera per coglierne tutti i vari aspetti.

Un premessa prima, però. E poi una richiesta…

Premessa.. lo sdegno è sacrosanto. Ci sta tutto. Ci vuole. Dobbiamo averlo. Ma non basta. Non basterebbe soltanto prendersela contro atti di sadismo e umiliazione… perchè infatti tali sono. Non basta solo puntare il dito sulla guardia cattiva. Perché delle guardie si comportino in modo del genere, vile, triste, avvilente per loro stesse.. vuol dire che anche su di loro il carcere ha avuto effetti pesanti, deleteri, quasi degrandati. Hanno più responsabilità e quindi certi comportamenti sono più gravi. Ma questo è un sistema, un meccanismo, una macchina che stritola tutti, guardie comprese. Profondi cambiamenti non sono “contro” le guardie.. ma serviranno anche a “liberare” le guardie.. liberarle da questo veleno. E valorizzare poi coloro che davvero meritano.. mettendo da parte i sadici, i vigliacchi e i violenti.

Io ho fatto un discorso in generale; ciò non toglie che alcune carceri sembrano distinguersi per il loro basso livello umano ed esistenziale.. da prospettive diverse.. sembra che sia il caso… oltre che di Salerno… dI Parma.. Poggioreale.. Tolmezzo…ecc. Ma è davvero la prima volta che sento parlare di queste “pratiche” che ci ha illustrato Nellino.

E ora veniamo alla richiesta. Richiesta nel senso invito a sostenere una causa giusta. Voi sapete che, di tanto in tanto, vi invitiamo a spedire lettere di protesta, contestazione, richiesta di chiarimenti. Sono casi gravi o emblematici, che meritano una vostra e nostra reazione.. meritano che alziamo un dito.. e almeno prendiamo carta e penna per dire che “ci siamo”.

Ecco.. io vi chiedo di stampare questo post e accompagnarlo con una lettera di protesta e chiarimenti… La lettera avrà come destinatario il direttore della Casa di Reclusione di Salerno … scriverete questo sulla busta della lettera, nello spazio riservato al destinatario..

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ALLA ATTENZIONE DEL DIRETTORE DELLA CASA DI RECLUSIONE DI SALERNO

DOTTOR ALFREDO  STENDARDO

VIA DEL TONAZZO n. 1     –     84094   –    SALERNO

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sono sempre preferibili le lettere scritte di proprio pugno, ma per chi proprio non se la sentisse.. vi dò un prestampato semplicemente da sottoscrivere con i vostri nomi, sempre che, si intende, ne condividiate il contenuto.

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Egregio Direttore Stendardo,

dopo avere letto sul Blog “Le Urla dal Silenzio” (https://urladalsilenzio.wordpress.com/) la descrizione che un detenuto di passaggio nel vostro Carcere fa.. di alcune “pratiche”  diffuse in esso (le allego copia del post), le chiedo se Lei in quanto Direttore di questo istituto di reclusione ha mai saputo qualcosa al riguardo di pratiche come…

-La perquisizione a nudo “integrale”, con “flessioni” volte a mostrare il buco dell’ano (detto così è meno volgare).

-Il dover mettersi sull’attenti per tre volte al giorno al passare della guardia che fa la.. “conta”.

e altri atteggiamenti e usanze dalla natura grottesca, vagamente  paramilitare, e volutamente umilianti verso la persona detenuta.

Voglio chiederle, qualora non sappia niente a tal proposito, di fare, in quanto (anche) garante e responsabile dei diritti e della dignità dei detenuti all’interno del carcere che dirige, di fare le opportune indagini e, qualora ciò che viene raccontato fosse confermato, di attivarsi con decisione per porre fine a tali pratiche inutili, e, soprattutto, sadiche e umilianti.

Nella speranza che ci saranno riscontri e/o azioni concrete da parte Sua,

le invio i miei sinceri saluti

…………………………………… (firma)

…………………………………….(data e luogo)

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Ripeto.. chi vuole partecipare a questo invio di lettere… dovrebbe fare copia del post e accompagnare ad esso una lettera personale, di proprio pungo (meglio).. o usando il prestampato di qui sopra. L’indirizzo ve l’ho già dato. Chiedo il vostro sostegno.. Dieci minuti del vostro tempo so che sono preziosi, ma forse valgono di essere spesi per situazioni come queste.

Grazie Amigos.. vi lascio alla lettera di Nellino…

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Caro Alfredo, sono stato via una settimana e sono tornato sabao 30 – 10 – 2010. Sono stato a Salerno per una udienza, citato come teste in un processo.

(..)

In questa mia, voglio raccontarti dell’esperienza che ho vissuto, ritornando dopo 10 anni nel carcere di Salerno. Una esperienza allucinante al punto di vista umano e detentivo (..)

Caro Alfredo, quello che leggerai tra poco ti sconvolgerà, perché sono sicuro che non avrai mai sentito di queste cose.

Giungo a Salerno alle 14:00 di Domenica e già, appena entrato, trovo un agente che non mi appoggiare neanche lo zaino a terra, che, senza neanche rispondere al mio buongiorno, mi intima di gettare il sacchetto del panino che fornisce l’amministrazione per il viaggio. Al che, già mi urta per il modo, ma giusto per non farmi “riconoscere” già appena arrivato, butto il sacchetto, mi tengo la cocacola in bottiglietta di plastica che avevo comprato. L’agente mi intima di buttare pure quella. Allora chiedo il motivo, visto che era di plastica. Mi risponde che la devo buttare perché non è consentito. Insisto con educazione e gentilezza, facendo uno sforzo enorme e lui mi risponde che a Salerno funziona così e che non mi doveva dare nessuna spiegazione, anzi avevo già discusso troppo. Allora, alla Totò.. “ogni limite ha una pazienza”, gli dico che è partito già col piede sbagliato, io la cocacola non la butto e lui può fare quello che gli pare. Mi chiude in cella d’attesa e, minacciandomi, mi dice: adesso vediamo se la butti o no, e si attacca al telefono per chiamare qualche suo collega, visto che da solo non aveva il coraggio di farmela buttare  di forza. Io aspetto lì, tranquillo, neanche se mi ammazzavano la buttavo. Viene un brigadiere che mi riconosce ed appiana la situazione e, “per questa volta”, dice che me la posso tenere.

E’ andata la prima. Ero stanco per il viaggio, con un mal di testa tremendo, e pensavo che eravamo solo all’inizio. A perquisizione c’era l’agente di prima. Inizia con la cintura.. non passa (Nellino intende che non poteva tenerla con se, o doveva lasciarla depositata da qualche parte)… le ciabatte.. non passano.. ecc., ecc. Io stanco e distrutto per il viaggio, non gli dò retta. Basta che ti muovi, prenditi quello che ti pare, basta solo che mi fai andare.

Dopo aver perquisito gli indumenti, venivano alla perquisizione personale. Mi devo spogliare, e già questo mi fa salire la pressione. Ma, sempre per i motivi di prima, mi spoglio, e resto con le calze. Al che l’agente mi dice che devo fare la flessione. Io prendendolo in giro, ma seriamente, gli dico che sono stanco del viaggio e non ce la faccio a fare ginnastica. E lui, altrettanto seriamente, non capisce l’ironia e mi spiega che mi devo girare, abbassare lo slipo e fare dei piegamenti  sulle ginocchia, perché deve verificare se ho occultato qualcosa nell’ano. Io gli sorrido sarcastico e gli tolgo dalle mani il pantalone e inizio a rivestirmi senza dargli retta. Lui, sorpreso, mi guarda e mi dice di non rivestirmi perché devo fare la flessione.

IO GLI RISPONDO CHE NON NE FACCIO, CHE SONO DA 13 ANNI IN CARCERE, DI CUI 6 AL 41BIS, E NON L’HO MAI FATTA, PERCHE’ C’E’ UNA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE HA STABILITO CHE LA DENUDAZIONE E RELATIVA ISPEZIONE CORPORALE LEDE LA DIGNITA’ DELL’UOMO E QUINDI, SE LUI VOLEVA LEDERE LA MIA DIGNITA’, DOVEVA SAPRE CHE, PRIMA NON GLIELO AVREI CONCESSO, E, SECONDO, COMMETTEVA UN ILLECITO PENALE.

Si ripropone la solita tiritera, con la venuta del brigadiere che mi dicee che  “per questa volta” non fa niente.

Andiamo dal dottore. Vado dal dottore accompagnato sempre dallo stesso gente, lì trovo un dottore a cui spiego che ho una terapia psichiatrica in cartella, e che ho bisogno  di qualcosa per il mal di testa. Non lo capisco quando parla, PERCHE’ HA PIU’ PROBLEMI DI SALUTE DI ME, e l’agente adocchia l’orologio che ho sul polso, uno swatch di 40 euro, semplicissimo, e vuole prendermelo con la scusa che non è consentito. Non ha digerito la bottiglietta, né le flessioni, e non digerirà neanche l’orologio.

Mi portano al reparto, in cella, con altre tre persone, nonostante dal Ministero ci siano disposizioni per le quali, i reclusi A.S.1 devono essere ubicati in celle singole. Io sinceramente non protesto, perché sono bene felice di stare in reparto e in compagnia. Alle 16:00 sento una voce che grida: CONTA!… E chiedo ai miei compagni cosa sia. Questi mi spiegano che..

E’ L’AGENTE CHE PASSA, E CHE DOBBIAMO STARE IN PIEDI VICINO ALLA BRANDA, SENZA SIGARETTE IN MANO, ECC.ECC. INSOMMA.. SULL’ATTENTI!!

IO GLI DICO: MA SIETE PAZZI?? NON ESISTE QUESTA COSA, NON E’ SCRITTA DA NESSUNA PARTE, E’ UN ABUSO BELLO E BUONO. E LORO MI RISPONDONO CHE QUESTO ACCADE TRE VOLTE AL GIORNO, ALLE 8:00 DIMATTINA, ALLE 16:00 E ALLE 20:00

Io di alzarmi non ci penso proprio, ma visto che poi non si alzerebbero neanche loro, mi alzo perché io saprei quello che faccio, e sarei responsabile delle mie azioni e delle conseguenze, ma non mi va di coinvolgere altre persone che poi  magari pagherebbero conseguenze che non sono disposti  a pagare per “colpa” mia. Allora mi alzo sia alle 16:00 che alle 20:00.

La mattina successiva, alle 7:30, mi chiamano e mi dicono di preparare le mie cose, perché devo essere spostato. Non posso stare là, perché io sono A.S.1 e loro A.S.3, quindi mi  mettono in una sezione c.d. “di transito”, in isolamento, da solo. In tutta sincerità mi dispiace, ma sono anche contento, almeno adesso, da solo, non sarò costretto a subire quell’umiliazione di alzarmi.. infatti alle 16:00 viene l’agente gridando: CONTA!!…………… Io ero in piedi, e me ne vado a letto. Lui passa e mi trova a letto. Mi chiede perché non mi ero alzato, ed io gli rispondo che non c’era motivo per cui  mi dovessi alzare. Non era previsto da nessuna norm, quindi non mi sarei alzato. Lui, con aria minacciosa, mi facenno di aspettre con la mano, e se ne và. Lasciando intendere che sarebbe ritornato. Io mi metto le scarpe e mi preparo ad un eventuale scontro fisico. Per fortuna non ritorn né lui, né altri. Premesso che in tuta la sezione c’ero solo io, e in cella ero da solo, QUINDI NON C’ERA NESSUNA DIFFICOLT’A’ A “CONTARE” I DETENUTI… ERO SOLO IO!!!

Alle 20:00 non viene nessuno, forse si sono convinti che non mi alzo. Il martedì uguale, non viene nessuno, ma sono due giorni che non mi danno la terapi e ad ogni infermiere a cui chiedo, mi dice che deve andare a controllare in cartella, ma puntrualmente non ritorna più.

Il mercoledì vado in udienza e, al ritorno, la perquisizione. Mi devo spogliare, mi spoglio e mi viene detto che devo fare la flessione. Gli ripeto le batture della ginnastica, e pure questo mi spiega cosa è la flessione, non cogliendo le battute. Nel frattempo che gli parlo, io già mi rivesto, non lo penso proprio. Viene un altro brigadiere, che era stato pure al 41bis e mi accompagna in cella, dicendomi, col sorriso, che non ero cambio di niente.

Anche il mercoledì la “conta” non viene.

Il giovedì devo fare colloquio. Alle 11:00 ancora non mi chiamano, inzio a preoccuparmi e chiedo di informarsi se fuori ci fosse la mia famiglia. Mi viene detto di no. Alle 14:00 mi chiamano per il colloquio, mi mettono da solo in una stanzetta con mia moglie e mio figlio. Dicono che sono in A.S.1, e non posso stare insieme agli altri.

MIA MOGLIE ERA FUORI DALLE 9:00, E L’HANNO FATTA ENTRARE ALLE 14:00 PERCHE’ , DOVENDOLO FARE DA SOLO, LO DOVEVO FARE PER ULTIMO!!

TI RENDI CONTO CHE QUELLA RAGAZZA E’ STATA 5 ORE LA’ FUORI AD ASPETTARE PER VEDERMI PER UN’ORA, COL MURETTO DIVISORIO, E SENZ POTERLE PORTARE NEANCHE UNA BOTTIGLIETTA D’ACQUA?

Premesso che, il martedì mattina, sapendo che sarei stato trasferito per l’udienza del mercoledì, è andata a Secondigliano per fare colloquio e non c’ero. Da lì è andata a Poggioreale per vedere se ero là, e non c’ero. Si stava girando tutte le carceri della Campania per trovarmi, e il giovedì a Salerno, per vedermi un’ora ha dovuto aspettare 5 ore. Ah.. il mercoledì è venuta al Tribunale di Salerno per vedermi in aula. Quindi ti lascio immaginre per 3 giorni, come ha “sbattuto” avanti e indietro.

Esco dal colloquio, dove non ho potuto neanche portare una bottiglia d’acqua, dove c’era un muro divisorio di un metro, dove devi stare per forza seduto e puoi solo darti la mano, con l’agente in alto a controllarti, e dove in tutta la sala ero da solo.. e alla perquisizione mi dice che mi devo spogliare, e devo fare la “flessione” anche qui. Stavolta neanche mi spoglio. Ero già esaurito che l’avevano fatta aspettare 5 ore là fuori, mi avevano detto che non era venuta, figurati se mi andava di subire le loro umiliazioni.

PERCHE’ DENUDARSI E LA FLESSIONE, E’ SOLO UNA UMILIAZIONE.

Gli dico di accompagnarmi in cella e fare tutto quello che vuole, non me ne poteva fregare di meno e che non mi sarei né spogliato né tanto meno avrei fatto la flessione, quindi… fanno un pò di scena, ma io non li penso proprio e mi accompagnano in cella.

Al venerdì pomeriggio mi chiamano per preparare le cose che il sabato mattina devo partire. Faccio tutto e sono in cella, quando alle 2o:oo sento: CONTA!!… mi metto a letto. L’agente passa e mi chiede come mai non mi fossi alzato, gli rispondo che non capisco che cosa sia questa conta, e lui, non capendo il senso del mio non capire mi spiega che lì a Salerno c’è la regola che bisogna alzarsi. Io gli chiedo dove fosse scritto, e lui “convinto” di parlare ad uno arrestato ieri, mi vuole spiegare che oltre all’Ordinamento Penitenziario, c’è il Regolamento interno, e che lì dice che devo alzarmi.. Allora io gli chiedo di poter visionare il Regolamento Interno, e lui mi risponde che non è possibile, che i detenuti non possono visionare il Regolamento Interno. Io gli spiego che si sbaglia, che anzi il Regolamento Interno è fatto proprio per i detenuti, che per logica i detenuti devono conoscerlo, perché non si possono rispettare regole se non si conoscono ch esistono. Lui mi risponde che c’è lui proprio per questo, per dirci le regole che ci sono, ma che non possiamo leggere il Regolamento interno.

Ancora cerco invano  di spiegargli che sarebbe proprio  un mio DIRITTO leggerlo, ma l’ignoranza non si può combattere e mi arrendo, chiedendogli con ironia semmai uno non si alza, se gli fanno rapporto, e lo andiamo a discutere dal Magistrato di Sorveglianza… ci può essere pure la possibilità che questi ci dia torto? Mi risponde che il rapporto non si discute dal Magistrato di Sorveglianza, ma solo al Consiglio di Disciplina.

A questo punto gli dico buonanotte e lo lascio là, perché dopo quest’ultima risposta, sarebbe inutile qualsiasi altro argomento e la mattina sono ritornato qua.

E’ stata una esperienza strana ritornare là dopo dieci anni, e ti dirò che è tutto molto diverso. Ormai si è creato un solco, dopo tanti anni in quei regimi differenziati, fra noi e tutto il resto. Siamo diversi finanche nel linguaggio, e mi riferisco ai detenuti e agli agenti. Là non sanno cosa sia A.S.1, A.S.2, A.S.3. Non sanno cosa sia l’ergastolo ostativo, reclami al Magistrato di Sorveglianza. Non conoscono i loro diritti e sono soggetti a limitazioni assurde che non stanno scritte da nessuna parte, ma contro le quali non sanno come farsi valere.

Pensa che non sono consentiti i passaggi tra detenuti, neanche di un panino o di una sigaretta, mentre nell’Ordinamento Penitenziario  è prevista la cessione tra detenuti  di generi  e oggetti di modico valore. Quindi vietarlo è illegale, ma i detenuti non lo sanno. Lì noi sembriamo dei marziani; ti basti pensare all’episodio del Regolamento Interno.

Inoltre, pensa che qui (a Catanzaro, intende) c’è la fontana dell’acqua automatica, cioé pigi ed esce l’acqua, e poi si stacca da sola. Lì (Salerno) c’è il rubinetto “normale”…. e sai, dopo tanti anni abituato con questo, là sai quante volte ho lasciato la fontana aperta che quasi mi allagavo, perché non mi rendevo conto che dovevo chiuderla? Ti rendi conto da queste piccole cose di quanti danni psicologici subisci in carcere. Ora ti ho detto per la fontana, e parliamo di carcere e carcere. TI IMMAGINI QUANDO RITORNI A CASA DOPO 10-15-20 ANNI? Con la lavatrice, il telefonino, finanche le posate che a casa sono di ferro e qui di plastica, quindi più leggere.

Poi, è stato bello ritornare nel proprio “ambiente”, fra persone che parlano il tuo stesso dialetto. Anche se ormai sei una persona diversa, ti sembra di ritornare indietro nel tempo, e ti senti strano a parlare italiano, perché non sei più abituato a parlare in dialetto per farti capire.

Ora mi sono scancato, ti ho scritto troppo, perciò ti saluto e saluto tutti gli amici del Blog, con affetto.

Nellino

 

Dialogo tra due diavoli all’Inferno (Gerti e Carmelo)- quinto scambio

Eccoci al quinto momento del dialogo tra due teste di quelle che sembrerebbero essere prese da uno di quei film surreali, leggeri e profondi al tempo stesso, dove i personaggi sono sempre qualcosa “in incognito”. E dove tra catene, muri, controlli.. costruiscono piccoli cerchi dove il pensiero vola e si punta in alto.

Nell’introdurre questo quinto scambio tra “i due diavoli dal cuore buono” :-), faccio un apprezzamento per la nostra Nadia che (tra le altre cose) ha trascritto e pubblicato quasi tutti i precedenti dialoghi (..a firma.. Angelanima).

Questi dialoghi hanno la profondità della semplicità. E non è cosa di poco conto. E anche la rapidità, aggiungo… Ti buttono addosso momenti, come piccole sciabolate.. ma momenti di quelli che ti fermano, e stai lì a pensare o solamente ti zampettano fuori e dentro e aprono un varco, poi entrerà quello che entrerà; ma anche se non entrasse nulla ne sarà valsa la pena.

Questi due personaggi da romanzo americano, questi due evasi dell’anima… fuggiaschi di avventure del cuore.. sembra quasi di vederli a tutto gas in una macchina verso altri orizzonti, con lunghe strade, deserto e musica ad accompagnarli.

Carmelo continua a colpirmi sempre per le sue frasi trancianti, a mò di battuta seria, che ti dici quasi “solo Carmelo poteva dirle…”, tipo..

“Sono ritornato in cella che mi girava la testa e anche le palle perché in carcere per continuare a sopravvivere devi cercare di vivere”

O quando dice…

La prima volta che mi sono innamorato è stata anche l’ultima perché sono ancora innamorato”.

 O quando alla domanda su chi butterebbe da una torre tra un fratello e un amico, risponde..

“Credo che non butterei nessuno dei due e mi getterei io al posto loro.”..  Questa è davvero così forte ed efficace che ti scopri a sorridere, anche se l’argomento sarebbe tragico.

E poi Gerti… con la sua fierezza albanese, il cervello in movimento, la tensione costante verso altro… e quella capacità (che ha anche Carmelo) di comprendere coloro che stanno dall’altra parte della barricata, come quando (nel primo frammento del dialogo di oggi) sente che anche le guardie (i “fantocci”) a loro modo sono vittime.

Buona lettura..

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Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo quinto.

Carmelo: Che cosa pensi delle guardie?

Gerti: Dovrei dire che sono carogne, dovrei dire che li odio perche mi tengono carcerato. Dentro di me però riconosco che anche loro sono carcerati a modo loro, non di carcerazione fisica, ma di quella economica e dei mutui da pagare. Io li definisco “fantocci” e noi detenuti siamo  “sagome”: stessi figli della miseria e del potere politico.

Carmelo: Io penso che le guardie siano delinquenti mancati.

Non è un caso che sia i detenuti che le guardie  nella maggioranza dei casi siano nativi del profondo sud d’Italia.

Come non è un caso che i condannati a morte negli Stati Uniti siano quasi tutti negri.

Le guardie e i detenuti sono cugini, figli dell’emarginazione sociale, economica e culturale.  

In tutti i casi, le mele marce e le persone buone o cattive li trovi in tutti gli ambienti e non fa differenza che mestiere fanno.

Forse però le persone cattive sono molte di più in paradiso che all’inferno.

Carmelo: Che cosa hai mangiato ieri sera?

Gerti: Il mio paesano mi ha fatto una peperonata all’Albanese che non ti dico, pesantissima, che mi tenuto sveglio fino alle due di notte, nemmeno quattro ore di lettura hanno  fatto effetto!

Carmelo: Io ieri sera sono stato invitato da Salvatore.

Abbiamo iniziato a bere un aperitivo fatto in cella, vino fermentato con bucce di limone, di arancio e chiodi di garofano.

Poi abbiamo mangiato un piatto di rigatoni con le melanzane.

Di secondo una cotoletta fatta alla catanese.

Per finire un pezzo di formaggio con il pepe siciliano.

Vino a volontà perché Salvatore se lo mette sempre da parte.

Sono ritornato in cella che mi girava la testa e anche le palle perché in carcere per continuare a sopravvivere devi cercare di vivere.

Carmelo: Quale è l’ultima volta che ti sei innamorato?

Gerti: OPSS! So solo che nella vita un uomo deve amare raramente per amare sul serio e tanto. Ho avuto anche io le mie storielle, ma innamorato credo che solo una volta mi sia successo. Penso che sia stata la prima e ultima finora. Ma il mio cuore è sempre innamorato della vita e so che là fuori c’è la mia anima gemella, devo solo avere pazienza e quando lo troverò allora sì che sarà l’ultima volta che mi innamoro.

Carmelo: La prima volta che mi sono innamorato è stata anche l’ultima perché sono ancora innamorato.

 

Carmelo: Se dovessi sacrificare e buttare giù un amico o un fratello da una torre chi butteresti giù?

Gerti: So che il fratello me lo da Dio, potrebbe essere sia buono che cattivo. Ma l’amico me lo scelgo io e penso che l’amicizia sia una specie d’amore, dove ci deve  essere rispetto, stima e lealtà.

Carmelo: Credo che non butterei nessuno dei due e mi getterei io al posto loro.

Ma se proprio dovessi buttarne uno, sceglierei di salvare quello con cui provo più amicizia.

Carmelo: Che cosa provi dentro di te quando un detenuto si toglie la vita?

Gerti: Sinceramente a volte pensa che  ha avuto la liberta e le palle, cosi ora non soffre più.

Poi penso come è possibile che nessuno faccia niente per tutta la gente che si toglie la vita in carcere! C’’è qualcosa che non va in un paese cosidetto”democratico” dove hanno più pietà per un cane che per un essere umano. Complimenti buonisti di cuore e noi saremo i cattivi. eh!         

Carmelo :Quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io.

Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò.

Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte.

 

 

Carmelo: Ti senti buono o cattivo?

Gerti: Potrei parlare del dualismo che c’è in ognuno di noi, delle doppie personalità e magari del nostro “Daimon” che c’è in ogni uomo. Potrei parlarti del cavallo bianco e di quello nero. Ah, quante cose potrei dire!. Ma il fatto sta che in ognuno di noi alberga la cattiveria, anche se  essere buono con il te stesso e con il mondo sta nella tua capacità di tenere a freno la tua cattiveria. E’ uno dei primi istinti dell’uomo. Bontà sta nell’avere un comportamento degno, onorevole e leale verso il tuo prossimo. So solo che io sono io e per la legge umana sono un cattivo, il resto,  cosa sento nel mio cuore, ora è solo un dettaglio.

Carmelo: Io mi sento cattivo.

Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni.

Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi. 

 

Lettera di Elayashi Radi- pestaggio nel carcere di Rossano

Attraverso un altro detenuto mi è giunta questa lettera aperta di Elayashi Radi, detenuto islamico (non so ancora la nazionalità), attualmente ristrenno nel carcere di Badu ‘e Carros a Nuoro. In mancanza di recenti mutamenti della sua situazione penitenziaria, rientra tra i detenuti  collocati secondo il regime dell’Alta Sicurezza 2.

I fatti che descrive in qu.sta lettera sono di recentissimo accadimento temporale. Si parla infatti di luglio 2010, solo tre mesi fa.

Ciò che leggerete, se fosse confermato, sarebbero l’ennesima storia di SQUADRISMO verificatasi all’interno di un carcere. Perché persone capaci di fare tali atti bestiali (se ciò che è stato scritto corrisponde alla realtà) io non li chiamo guardie, perché ci vedo lo stesso stile vigliacco delle SQUADRACCE FASCISTE. Una miseria umana, una perversione morale e un degrado psichico che non finirà mai di stupire.

Solo i vigliacchi,  gli impotenti e i frustrati umiliano e massacrano di botte.. armati e in numero superiore.. persone che sono da sole, e senza alcuna possibilità di difendersi.  C’è davvero una grande gloria a colpire un uomo solo, in “branco” e per giunta armati. Non c’è alcuno onore in questo. Ma volgarità e disonore. Da sempre camorre e fascisti di ogni tipo sono uniti da un approccio comune.. colpire chi non può difendersi, vigliaccamente appunto.

Ripeto. Io non so se queste vicnde siano vere, o se siano “del tutto” vere. So solo che ciò che viene raccontato è abbastanza grave da meritare vigilanza, pubblicità e risposte da parte dei responsabili del carcere di Rossano. Un dirigente dovrebbe esser ben contento di smentire vicende del genere, se non corrispondono alla realtà dei fatti.

Intanto, adesso mi rivolgo a voi amici..

Questa è una quelle situazioni dove ciò che viene raccontato è talmente grave che mi spinge a chiedere la vostra collaborazione.

Chiedo in sostanza, a chiunque di voi può, di inviare una lettere al Direttore del Carcere di Rossano.. in cui fate presente i fatti narrati in questo Blog e la lettera aperta di Radi Elayashi.

Il mio consiglio è proprio di stamparvi l’intero post e di spedirlo al carcere di Rossano, all’attenzione del direttore.

Cioè fate questa intestazione sulla busta della lettera, nello spazio riservato al destinatario..

ALL’ATTENZIONE DEL DIRETTORE DOTTOR GIUSEPPE CARRA’

Casa Circondariale Contrada Ciminata, 84067 Rossano (Cs)

Poi dovreste scrivere una lettera di vostro pugno…

Qualora non vi andasse di scrivere una lettera di vostro pugno, preparo uno schema di massima, a cui dovrete solo aggiungere i vostri dati. Immediatamente qui sotto, così non vi resterebbe che stampare e aggiungere a penna i dati. Anche se una lettera integralmente di vostro pugno, anche poche righe, è sempre preferibile. Subito dopo la bozza di lettera, leggerete la bestiale vicenda che racconta Radi Elayashi.

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LETTERA DA COMPILARE

Egregio Signor Direttore Giuseppe Carrà

Io………………………………., ho avuto modo di leggere sul Blog “Le Urla dal Silenzio” (https://urladalsilenzio.wordpress.com/) la vicenda inquietante che  Radi Elayashi racconta nella sua lettera aperta e che risale al luglio 2010, e si sarebbe verificata nell’istituto penitenziario da Lei diretto. Lo stesso Radi Elayashi allude chiaramente anche a un suo coinvolgimento e responsabilità nei fatti.

Considero tali vicende talmente gravi per la lesione alla dignità e al fisico di un altro essere umano, e talmente contrarie a quello che dovrebbe avvenire in un carcere, che Le chiedo di dare parole chiare, in qualunque sede, anche su un mezzo di informazione pubblico, su questa vicenda. E di procedere anche alle eventuali indagini interne per riscontrare la verità dei fatti (qualora Lei non ne sia già a conoscenza).

Qualora questa vicenda sia reale (sperando invece che tutto sia smentito)le esprimo tutto il mio sdegno per un comportamento degno al massimo delle carceri libiche.

Grazie per l’attenzione

data……….              località…………

…………………………… (firma)

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LETTERA APERTA DI RADI ELAYASHI DAL CARCERE DI MACOMER (NUORO)

“L’inizio della vicenda all’interno di Rossano”

Un caro saluto a tutti i compagni,

a metà mmarto 2010 il sottoscritto è stato trasferito nel carcere di Rossano nella sezione EIV (Elevato Indice di Vigilanza.. ora A.S.2, Alta Sorveglianza), composta di soli prigionieri “islamici”. Una decina in tutto. Subito ho riscontrato un regime di detenzione molto diverso dalla EIV, dove ero stato precedentemente ristretto.

Sin dai primi giorni che siamo entrati nell’AS2 di Rossano, la Direzione ha vietato molti dei nostri diritti e cose che prima, in tutte le altre carceri, avevamo senza nessun problema: la radio, l’orologio, il lettore cd, i colloqui con i famigliari – per chi ce l’ha, il campo sportivo…

Tutto questo nelle altre carceeri dove eravamo non mancava. Ci sono anche nelle sezioni per soli musulmani (Asti, Macomer, Benevento). Il congelatore, per esempio, in sezione non c’è. Ce ne è soltanto uno nel corridoio che porta al passeggio, ma non ci possiamo mettere niente, possiamo soltanto metterci l’acqua per il ghiaccio.

Al Direttore abbiamo fatto molte richiete, rimaste però tutte senza risposta. Ci siam sentiti presi in giro, dalla Direzione non arrivava nessuna risposta.

Allora abbiamo iniziato a protestare. Abbiamo cominciato con il rivolgere le nostre lamentele ai capi delle guardie. Facevo questo nel mentre ci recavamo all’aria, nel piccolo tragitto dalle celle al cortile. Poi siamo entrati in sciopero della fame, portato avanti per quattro giorni. Per ultimo abbiamo fatto alcune battiture notturne, alle 22:30, alle 1:45 e alle 4:00 del mattino.

Dopo tutte queste proteste nessuno ci ha risposto! Ci sentivamo sempre più sotto pressione e stavamo sempre più male. Il 29 giugno 2010 tutti abbiamo fatto richiesta di trasferimento. Le guardie hanno sempre continuato a fare la  perquisizione alle celle. In una di queste perquisizioni alla mia cella, hanno prelevato vari oggetti con la scusa che non erano autorizzati. Quegli oggetti mi sono stati autorizzati dal momento che ero entrato in quel carcere. Ho fatto presente tutto questo alla guardia che aveva fatto la perquisizione. A lui non importava nulla, anzi mi provocava per crearmi dei problemi. Infatti mi sono innervosito troppo con lui. Il 6 luglio 2010 ha presentato un rapporto contro di me. Dal direttore, per discutere del rapporto disciplinare, sono andato insieme ad un altro prigioniero (Fezzani Moez). Il Direttore si è rivolto a me in modo arrogante. Mi ha insultato come se fossi uno schiavo. Invece di darmi un consiglio umano, con il suo modo di parlare, mi ha fatto innervosire abbastanza. Allora gli ho detto delle parole pesanti. A quel punto sono intervenute le guardie. Mi hanno preso con forza e portato alle celle.

Quanto i compagni hanno saputo quello che era successo  e che era stato punito anche Moez, si sono innervositi e hanno cominciato la battitura alle porte per solidarietà. Il vice-comandante e il brigadiere della sezione sono entrati  in sezione per portarmi all’isolamento. Con loro c’erano molte guardie, ho paura per me, allora mi sono ferito al collo con una lametta, per far loro più paura mi sono ferito anche con un dito. All’inizio mi sono rifiutato di uscire dalla cella. Poi ho detto loro che sarei uscito se mi lasciavano prendere tutta la roba, e se non mi toccavano. Hanno accettato. Poi ho campito che era una fregatura, che mi stavano dicendo menzogne.

Mi hanno portato all’infermieria dove, appena hanno visto il dito, mi hanno detto che doveva essere cucito. Però non avevano l’ago per compiere l’operazione. Quando il dottore (o l’infermiere) è uscito per andare a prendere l’ago, sono rimasto da solo con il brigadiere e una guardia che ha cominciato a dirmi di tutto. Parolacce e bestemmie solo per farmi innervosire, e così crearmi problemi. Gli ho detto di non interrompermi mentre stavo parlando con un suo capo. La guardia mi dice di stare zitto, che lui non ha paura di me. In quel mentre arriva il comandante che da dietro mi dà uno schiaffo, dicendo: eccomi qui. E’ stato come un segnale, tutte le guardie presenti mi hanno aggredito con forza per uccidermi. Con il manganello mi davano botte sul viso, su tutto il corpo. In quei momenti urlavo dal dolore, cercavo di evitare le botte del manganello dirette alla faccia, proteggendomi con la spalla destra – mi fa ancora male fino all’osso. Sono scappato dalle loro mani, mi sono buttato sotto il tavolo, loro allora hanno continuato a colpirmi con i piedi e i manganelli. Mi hanno causato dei tagli profondi, in particolare nel labbro superiore, da dove usciva molto sangue.

Successivamente sono stato portato all’isolamento, in una cella vicino alla sezione. Quella cella era priva di ogni cosa, né finestre, nè porta per il bagno, né luce. Più volte ho chiesto di andare in infermieria per essere visitato, per fare una radiografia alla spalla e per cucire il labbro. Il mio corpo era pieno di macchie blu a causa delle botte. Alle richieste non ha risposto nessuno.

La notte tardi è venuto, mi ha guardato nella cella buia, gli ho chiesto di curarmi le ferite, mi ha ascoltato, se ne è andato e non è più tornato. Nel secondo turno della notte è venuto anche l’infermiere. Ha guardato e se ne è andato anche lui. Poi è venuto un altro, ho poi saputo che era lo psichiatra. Non mi ha detto una parola. Dopo un poco è tornato l’infermiere per farmi una puntura anti-dolorifica.

I medici hanno scritto che ero completamente sano; e il medico psichiatra ha chiesto di lasciarmi in una cella senza niente. Ho fatto questo senza avermi visitato!

In quella cella ci sono rimasto sei giorni, dormivo per terra senza vestiti, solo con un pantaloncino che indossavo all’inizio e senza nessuna cura.

Il 12 luglio 2010 sono stato trasferito nel carcere di Nuoro. Quando mi ha visitato il medico gli ho chiesto di registrare  e prendere atto di tutti i segni rimasti sul corpo, che erano ancora lì dopo quasi una settimana dal massacro.

Ho scordato di scrivere che dopo due giorni ho chiesto di andare in infermieria per denunciarli. Non mi hanno autorizzato.

Il medico e lo psichiatra, anche loro sono colpevoli di tutto. Ho quattro testimoni detenuti che erano nell’isolamento quando hanno portato lì anche me. Hanno visto il comandante, le guardie e me. Ricordo bene le facce delle guardie e ho anche il nome di chi mi ha fatto rapporto. Il direttore ha ordinato l’aggressione contro di me.

Voglio denunciare tutti questi fascisti infami.

P.S.: il 22 luglio 2010 mi è arrivata la notifica inviata dal DAP, in cui vengo punito a sei mesi di 14-bis, a sei mesi (isolamento) da scontare nel carceere di Nuoro.

Un cordiale saluto Elayashi Radi

Nuoro, 22 luglio 2010

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