Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Intervista a Nina Perna, madre di Federico Perna

Federicos

“Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.” (Nina Perna)

Una premessa. Questa è una storia estrema.
La storia di un ragazzo fatto barbaramente morire in carcere e di tutte le complicità, i doppi giochi, le manipolazioni volte a non fare emergere la verità.
Se siete in un momento di particolare sensibilità, o se non sopportate i riferimenti violenti o se, semplicemente, state vivendo una giornata con vibrazioni energetiche molto basse, forse è meglio che, al momento, non la leggiate.
Più di un anno fa di Federico Perna non sapevo assollutamente nulla. Un giorno mi imbattei nella notizia della morta di questo ragazzo. L’ennesimo caso nella mattanza annuale di morti nelle carceri. Non ricordo che lessi la storia dalla vicenda ma mi soffermai sulle devastanti immagini del corpo di Federico, scattate all’obitorio.
Volli conoscere la madre, Nina Perna, e farle una intervista. Una lunga intervista per cercare di entrare, il più possibile, nelle sfaccettature e nei lati oscuri di questa storia.
Quella che adesso leggerete è l’intervista che ho fatto a Nina Perna.
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-Nina, qual è il tuo nome per intero?

Io sono Scafuro Nobile, la mamma di Federico Perna. Tutti mi chiamano Nina

-Da dove vieni?

Sono irpina, originaria della Campania. Mi sono sposata a 17 anni e poi è nato Federico.

-Quando è nato esattamente Federico?

Il 12 aprile del 1979. Era una bruttissima giornata di pioggia. Federico è nato dopo 16 ore di travaglio, con parto cesareo. Era un bambino bellissimo, pesava 3,650 kg, sembrava un bambino già grande di 3 mesi. Era proprio bello, biondino. Dopo, forse perché ero troppo giovane, sono subentrate le nonne, sia materna che paterna, che hanno fatto un bel po’ di danni. Federico era un bambino molto vivace, cadeva dalle bicicletta, dal triciclo, si faceva ogni sorta di danno. Correvamo sempre al pronto soccorso per cucire le ferite. Già a 7 anni guidava la macchina, capiva di motori, era molto bravo. Se avesse fatto il meccanico, forse a quest’ora non ci troveremmo così. Poi ha continuato col suo percorso di ragazzo normale ma, purtroppo, verso i 18 anni, si è trasferito a Roma, con la scusa dello studio. Lì si è trasferito da mia madre che, visto che era sempre impegnata col lavoro non poteva seguirlo bene. Inoltre mia madre lo viziava sempre. Lui le avrà distrutto due o tre macchine. A un certo punto incontrò un ragazzo che fumava spinelli e che glieli offriva e questa divenne un’abitudine. Presto passò anche cose ben peggiori. Faceva una vita caotica, andava a buttarsi nelle discoteche o nei rave, che duravano 3 o 4 giorni e tornava a casa distrutto, anche perché lì prendeva pasticche, acidi. Venendo a sapere queste cose, intervenni drasticamente con mia madre, che lo difendeva dicendo che quelle erano cose che i giovani fanno. Io cercavo di farle capire che avremmo dovuto esprimerci all’unisono in modo da dare una vera educazione a Federico, che era in ballo la sua salute, il suo futuro. Le dicevo che lui stava prendendo un crinale che poteva essere catastrofico. Ma lei ha sempre fatto orecchio da mercante, e lo ha sempre assecondato.
Quando finalmente mia madre si decise a non dargli più soldi, ormai lui era si era troppo affondato in un certo mondo. Tante volte sono corsa a Roma di notte perché lo arrestavano. Federico faceva piccoli furti per procurasi le dosi, perché dagli acidi poi è passato all’eroina. Lo abbiamo messo in diverse comunità, però scappava sempre. Visto che scappava, lo mandavano in carcere; perché, scappando, evadeva e violava la misura alternativa di collocamento in comunità.
Federico ha avuto un rapporto costante con la droga per 14 anni. Ho vissuto 14 anni che sono stati una peripezia. Anni durante i quali abbiamo sofferto come cani. Quando Federico stava con me non si drogava, anche per 3 o dieci mesi. Ma quando ritornava da mia madre, ricominciava. Mia madre abitava al Flaminio, sul lungo Tevere a Roma, lì c’è il villaggio Olimpico, ponte Milvio, che è pieno di droga, di spacciatori. Nel 2007 morì mia madre, che mi fece una brutta sorpresa. Con un testamento nominò unico erede mio figlio Federico, mentre io ero la sua unica figlia. Il testamento era chiaramente impugnabile, e nacquero delle tensioni tra me e Federico. Io non contestai la cosa per una questione di “interesse”. Io ho anche un altro figlio. Se mia madre avesse deciso di lasciare tutto ai suoi nipoti, cioè a entrambi miei figli, non avrei avuto nulla da ridire. Invece lei lasciò tutto a Federico, che fra l’altro aveva seri problemi di tossicodipendenza. Probabilmente mia madre lo fece per farmi dispetto, perché, siccome io dico sempre la verità, alla fine l’ho anche incolpata, le ho detto che se Federico stava in quelle condizioni anche perché lei alimentava il suo modo di fare. E lei questa cosa non me l’ha perdonata.
C’erano comunque gli estremi per agire legalmente contro mio figlio ma, appunto perché si trattava di mio figlio, decisi di metterci una pietra sopra.
Anche io ho fatto errori. Devi capire che la mia vita non è stata facile. In tanti hanno sempre cercato di allontanarmi da mio figlio. Tieni conto che io all’inizio non ho saputo mettere un muro sufficientemente forte, anche perché avevo solo 18 anni e mi sono ritrovata da sola con un bambino, senza lavoro e senza niente.

-Come si è arrivati all’arresto del 2010?

Dalla metà del 2008 alla metà del 2009 Federico è stato in galera, sempre per piccoli furti, sempre per procurarsi la roba. Furti del tipo rubare in spiaggia la borsa a una signora che era in acqua. Furti piccolissimi, da 20-30 euro. Non ha mai picchiato nessuno, non ha mai fatto violenza a nessuno, anzi aveva pure paura di fare queste cose. I carabinieri regolarmente lo prendevano perché, quando faceva queste cose, neanche si reggeva in piedi. A complicare tutto c’era il fatto che stringeva relazioni con ragazze che avevano anche loro problemi di tossicodipendenza, veniva da queste trascinato e non riusciva mai ad uscirne. Una volta mi scrisse in una lettera che non poteva più stare nell’ambiente dei drogati e che doveva trovarsi una ragazzetta fuori da quell’ambiente, altrimenti ci sarebbe ricascato sempre. “Basta eroina, basta questa vita di merda”, scriveva, e aggiungeva che voleva un lavoretto che gli avesse garantito di sopravvivere e che voleva stare con me, voleva costruire la casetta per Tyson, che è il suo cane.
Certo era difficile uscire da una tossicodipendenza di 14 anni, però magari con il mio aiuto ce l’avrebbe fatta. Nella vita si deve tentare, io non considero nulla impossibile; la speranza è l’ultima a morire. Io di speranza ne ho poca, ma per fortuna c’è quella giusta per credere ancora in un futuro migliore.
Nel 2010 doveva prendere un piccolo sussidio per l’anno di detenzione, ed è stato un mese con me, era tutto contento.
Federico stette con me tutto quel luglio. L’ultimo sabato di quel mese andò via per quello che doveva essere qualche giorno. Lunedì avrebbe dovuto prendere il sussidio. Ma scomparve e io per mesi non seppi nulla di lui. Poi scoprii che a settembre era stato arrestato.

-Quando lo arrestarono non venisti a saperlo subito?

No. Sulle cartelline c’erano gli indirizzi della nonna paterna e quindi avvertivano sempre lei. Con mia suocera non c’era un buon rapporto, non mi parlavo da 20 anni. Però nulla può giustificare ciò che fecero. Io non capivo perché i suoceri non mi avessero mai avvertita, dato che il mio numero di telefono ed i miei indirizzi ce li avevano. Venni a sapere dell’arresto di mio figlio solo dopo sette mesi, quando, molto arrabbiata per non capire cosa stava succedendo, chiamai la mia ex suocera
per capire se sapesse qualcosa, e così mi disse che Federico era stato arrestato, ch’era stato a Rebibbia e poi a Velletri. Quando le chiesi perché non mi avesse detto nulla, mi rispose che tanto a me di Federico non me ne fregava nulla. Io da qualche tempo mi ero lasciata col padre di Federico e avevo un’altra famiglia, un altro marito e anche un altro figlio. Ma ero sempre la madre di Federico, avrebbero dovuto sempre avvertirmi per tutto quello che gli succedeva. Mi tenevano sempre fuori, non so il perché, ma la verità è che non voglio capirlo il motivo o non voglio parlarne. Comunque questo modo di agire, specie in relazione all’arresto di Federico fu molto ingiusto.

-Quindi tuo figlio è stato arrestato a settembre 2010 e tu lo hai saputo a marzo 2011.

Esattamente. Ero abituata a non sentirlo per tanto tempo, perché dopo che morì mia madre ci fu tra di noi dell’attrito. La cosa grave è miei suoceri erano gelosi che Federico stesse con me, e loro sapevano che lui non si drogava quando stava con me. Di questa gelosia assurda tra le due famiglie, che sono state in guerra per anni, le spese le abbiamo pagate io e Federico; il padre non si interessava per niente di lui, infatti andò trovarlo in carcere solo una volta.

-Ci fu un processo riguardo Federico, cosa stabilì la sentenza?

Federico aveva avuto un processo e gli diedero 8 anni. Era entrato nel 2010 e, secondo la Magistratura, sarebbe dovuto uscire nel 2018. Non si trattava di una condanna per una specifica accusa. Vi erano tante pene cumulate, per lo più concernenti la droga.

-Torniamo a marzo 2011, quando scopri che Federico è stato arrestato, cosa fai?

Cominciai a scrivergli, lui mi rispondeva e capiva gli errori che aveva fatto. Io lo esortavo a non angosciarsi, gli dicevo che avremmo trovato un modo per andare avanti, che una volta uscito avrebbe potuto stare tranquillo con me. Lui era contento del mio avvicinamento e del rifiorire del nostro rapporto. del rapporto tra madre e figlio, che aveva subito degli scossoni per via della faccenda ereditaria. Federico mi voleva un grande bene. Tutte le sue lettere trasudavano di amore per me.
Andavo a trovarlo a Velletri dove era detenuto, avevo anche preso una casa in affitto a 4 km dal carcere, poter così andare spesso a trovarlo, portargli biancheria pulita, ecc. Il posto che avevo preso in affitto era un casale di campagna molto semplice, intorno al quale c’era tanta terra. A Federico piaceva molto l’attività cinofila, addestrare i cagnolini di media e piccola taglia. E quindi pensavamo, dato che c’erano questi 3000 m di campagna, di chiedere dei permessi per avviare un’attività che potesse permettere a Federico di lavorare da casa una volta ottenuti gli arresti domiciliari. Un giorno, però, che andai a trovarlo a Velletri, non lo trovai più lì. Lo avevano a Viterbo e, per raggiungerlo, la distanza diventò 130 km per l’andata e 130 km per il ritorno. Tutti dei colloqui, le sei ore di colloquio, mensilmente previste, a Viterbo le feci tutte. Per fare un colloquio, perdevi una giornata intera. Ma non era importante. Io alle 7:10 – 7:30 stavo lì, davanti al carcere.
Quando andai lì, ad un colloquio, durante il mese di maggio, pensai di impazzire.

-Racconta.

Vidi un mostro. Io stavo aspettando Federico; aspettavo, come sempre, quel ragazzo magro, di 68 anni. Ad un certo punto vidi un poliziotto penitenziario con un ragazzo che era.. un gigante.. Lì per lì manco ci feci caso, poi guardai meglio la maglietta, era una maglietta particolare, di quelle che piacevano a Federico, e mi venne il dubbio. Guardai la barbetta biondo-cenere e mi chiesi: “Ma è Federico?”. Guardai i tatuaggi e capii che era proprio Federico. Camminava piano piano come uno zombi, con le gambe aperte. Pesava 144 kg. Ci rendiamo conto? Dopo 3 mesi mi sono ritrovata un ragazzo di 144 kg. Un ragazzo che quando era entrato pesava 68 kg. Tutto questo è successo in 3 mesi. Aveva la bava ed era tutto pieno di crosticine sulla bocca. Mentre lo vedevo mi dicevo chenon poteva essere lui, anche se ormai avevo capito che era lui. Stava morendo. Aveva le gambe piene di acqua; era acqua rosa, quindi siero. Quest’acqua fuoriusciva da sopra le gambe, da sopra i piedi, era acqua rosa, quindi siero.
Con me Federico parlava, anche se molto lentamente, si vedeva che era imbottito di farmaci. Comunque lì mi rivolsi agli ispettori, dissi loro che non era possibile che mio figlio venisse imbottito di farmaci in quel modo, così si mossero e lo mandarono all’ospedale Belcolle e qui il primario gli certificò la prima incompatibilità carceraria.
Federico in quel carcere restò sempre in isolamento. La scusa ufficiale è che aveva una malattia infettiva, l’epatite c, però in realtà non lo èa meno di un probabile contato di sangue. In quel contesto si accentuò il disturbo border line perché lui parlava tutto il giorno da solo. Mi diceva che non volevano mandarlo nei reparti, che non parlava con nessuno che, quando chiedeva aiuto perché si sentiva male, lo lasciavano a terra svenuto, che se fosse morto non gliene sarebbe importato nulla a nessuno.

-Quanto tempo è rimasto in questo ospedale?

C’è stato 8 giorni. Era il giugno 2012.
Fece le analisi e furono riscontrate la leuconopenia e la piastrinopenia, che vuole dire che aveva le difese immunitatire carenti, che le piastrine non c’erano più, che il sangue era quasi acqua. E infatti era sempre molto molto pallido, anche perché denutrito di sostanze vitali. L’enorme aumento di peso era dovuto agli psicofarmaci. Ti racconto un episodio avvenuto proprio davanti a me. Ero ad un colloquio con lui, quando a un certo punto è venuta una infermiera del sert e gli ha schiacciato con le dita, senza guanti, una compressa in bocca, chiudendogli il naso in un modo violento e dandogli un bicchierino dell’acqua, incitandolo a bere. Dopo dieci minuti che aveva ingoiato questa pasticca, Federico non era più lui, gli si abbassavano gli occhi e gli usciva la bava dalla bocca. Mi alterai con gli ispettori e dissi loro: “Perché dovete ammazzarlo con psicofarmaci, può avere un blocco renale”. Lui mi disse che ogni volta che gli davano questa pasticca si sentiva prendere dalla sonnolenza, gli si addormentavano le gambe, e non riusciva neanche a tenere la pentola in cella. Riceveva spesso questo “trattamento” quando stava male. Quando urlava di dolore, cominciava a fare casino vicino alle sbarre in cella, e chiamava “Ispettore, ispettore” e pur di non sentirlo, veniva qualcuno che gli faceva una puntura. Lui con la puntura arrivava a dormire anche due giorni di seguito, e si alzava messo male, avendo anche fatto la pipì addosso. ,
Il 10 luglio Federico venne picchiato da un ispettore, sempre per il fatto che lui si lamentava e loro non volevano sentirlo. Lo lasciarono svenuto a terra sanguinante. Il giorno dopo vado a trovarlo a colloquio; io non sapevo nulla di ciò che era avvenuto. Le guardie mi dissero che Federico aveva rifiutato il colloquio, ma io sapevo che non poteva assolutamente essere vero; mio figlio non rifiutava mai i colloqui, non vedeva sempre l’ora di vedermi. Allora andai in escandescenze, dicendo loro chiaramente che non mi avessero portato mio figlio avrei fatto un bordello totale; avrei chiamato carabinieri, polizia, giornalisti. Mi dissero di stare calma e dopo dieci minuti mi portarono mio Federico. Quando lo vidi uscire dal corridoio insieme a due ispettori e un agente mi ha detto “mi hanno massacrato” e aggiunse: “Ti prego parla con l’avvocato, portami a casa, mi stanno trattando come il loro giocattolino, arriva l’uno e mi mena, arriva l’altro e mi mena”.
Gli ispettori dicevano che si era auto lesionato, ma io gli risposi: “Federico non si può auto lesionare spaccandosi un timpano, e facendosi gli occhi chiusi e gonfi, e le mani piene di botte”.
E Federico guardando l’ispettore gli diceva “neanche la verità hai il coraggio di dire”.
Io non avevo capito che proprio quello era l’ispettore che lo aveva menato, altrimenti gli avrei chiesto la matricola e lo avrei denunciato seduta stante.
Quel giorno che lo incontrai in quelle condizioni spaventose, aveva con se un foglio tutto piegato piccolo piccolo. Io gli chiesi cosa fosse e lui rispose “mettitelo in petto, e dallo all’avvocato”. Era la sua denuncia di tutto quello che era successo. L’agente di turno si era accorto di qualcosa ed era venuto per chiedere cosa avessi preso. Io gli aprii il foglio davanti, e lui capì che era una denuncia, poi me lo rimisi in petto. L’agente disse che glielo dovevo dare, ma io gli ribattei “non ti azzardare a toccarmi, che io non sono una detenuta”.
Con quel pezzo di carta lui aveva denunciato l’ispettore capo e il suo assistente per tutte le percosse che aveva ricevuto.
Dopo due giorni sono ritornata, ma lui non c’era più. Lo avevano rimandato in ospedale, dove stette un paio di giorni. Il loro scopo era di farlo internare nell’OPG; in relazione, appunto, alla sue denuncia. Federico aveva fiutato il trappolone e aveva rifiutato il ricovero.
Volevano farlo passare per pazzo, come avvenne anche nel 2004.

-Cosa successe nel 2004?

Federico fu mandato nell’OPG di Santa Maria Capua Vetere sempre per lo stesso motivo. Ovvero l’avere denunciato le percosse da parte di due ispettori ricevute nel carcere in cui stava allora. Aveva solo 19 anni all’epoca. In O.P.G. rimase per 15 giorni. Era davvero trattato come venivano trattati i pazzi in uno di quei vecchi manicomi. Stava in una stanza con una camicia di forza e sbatteva alle pareti da destra a sinistra. A mia madre chiedeva di portarlo via da lì, perché altrimenti l’avrebbero fatto morire. Pensa che tentarono anche di sodomizzarlo. Federico disse all’infermiere che se voleva avrebbe pure potuto anche accomodarsi, ma che avrebbe dovuto tenere in conto del fatto che lui aveva l’epatite C, così solo per questo lo lasciarono stare.

-Molti dicono che negli O.P.G. ci sono professionisti

No no, almeno non per quello che ho visto io. Si parla proprio di camice di forza e si fanno anche violenze carnali. Purtroppo esistono anche queste cose. Bisognerebbe andare più spesso in questi O.P.G., a fare più visite ispettive, con i movimenti, con i partiti, con qualche parlamentare. Sono luoghi in cui lo è Stato assente e il personale che approfitta di questa assenza, di questo non controllo da parte delle istituzioni competenti. Come avviene troppe volte anche in carcere, del resto.

-Ritorniamo a Viterbo, tu lo vedi ridotto in quello stato, venne anche ricoverato..

Iniziai ad andare lì due volte a settimana, perché aveva bisogno psicologicamente di avere parenti vicino. Piano piano incominciò a migliorare, e a perdere pure un po’ di chili. Federico mi diceva che da quando io avevo fatto casino, tutti avevano iniziato a trattarlo bene. Erano tutti gentili anche con me. Mi chiamarono quando ero in colloquio e se si poteva evitare questa denuncia perché anche quella guardia era un padre di famiglia e tu rispondesti “sti cazzi”. Io comunque avevo sporto denuncia, che era giunta al Magistrato di Sorveglianza di Viterbo, che non fece niente. Tantissimi detenuti mandano avanti queste denunce per percosse, maltrattamenti, illeciti vari subiti in carcere. Queste denuncie vengono abbandonate sulle scrivanie, insieme alle scartoffie, e si impolverano lì e poi un bel giorno vengono archiviate, senza essere neanche notate. Questa è la giustizia italiana.
Comunque, come ti dicevo, Federico mi diceva che lo trattavano un po’ meglio, che erano tutti rispettosi ed attenti nei suoi confronti.
La Direttrice gli ispettori del carcere di Viterbo, però, pensarono bene di mandarlo via, perché quando tu fai casino, quando denunci, loro ti trasferiscono per non avere il morto dentro il carcere, per non avere guai e problemi.
Prima lo mandarono a Cassino per poche e ore e poi a Federico fu mandato a Secondigliano, che è un carcere super-affollato, come poggio reale.

-Trasferito a Secondigliano, iniziasti ad andare anche là..

A Secondigliano ci andai in tutto tre volte, perché io soffro di crampi e quindi era difficile e pericoloso per me guidare. Due volte potei parlare con lui. La terza volta non lo trovai perché era stato inviato al carcere di Arienzo tra Benevento e Avellino, dove stette alcuni giorni prima di essere inviato a Secondigliano. Federico mi esortava a spingere sull’avvocato in modo che potesse uscire il più presto possibile. Le celle erano molto affollate e faceva in esse un caldo insopportabile. Mi raccontava che, per il caldo, lui posava il materasso a terra e dormiva lì. A Secondigliano Federico fece una visita nel centro clinico interno e anche lì il medico certificò la sua incompatibilità carceraria, e fece un sollecito alla magistratura, in quanto si sarebbe aggravato di saluteì. Ad un certo punto ho avuto un incidente a Terracina; mi hanno investita ed ho sbattuto un’anca contro un palo della luce e quindi si è lesionata. Ho dovuto fare delle terapia, una riabilitazione. Federico mi diceva che dovevo pensare a curarmi e che non dovevo assolutamente pensarci ad andare da lui finché la mia situazione non fosse migliorata, altrimenti non avrebbe voluto neanche vedermi.
Per me, la cosa problematica non era tanto il viaggio, quanto lo stare in fila. La convalescenza durò per tre mesi. In quel periodo, superati i primi periodi, andai per quattro volte a Secondigliano, mi mettevo in filo, ma dopo un’ora, un’ora e mezza dovevo andare via, perché, con i problemi che avevo non ce la facevo a reggere la fila. Ho tutti i biglietti del treno a comprovare che effettivamente andai lì in quel periodo, e a smentire quella gente che disse che io per mesi avrei abbandonato mio figlio. Chi dice queste cose si deve sciacquare la bocca.

-Cosa diceva Federico?

Mi raccontava la sua quotidianità con i compagni di cella, si informava sulla mia salute, mi ricordava sempre di fargli il vaglia. Io mi chiedevo come mai chiedeva sempre soldi, ebbi il sospetto che comprasse la droga anche in carcere, però alla fine stavo tranquilla perché ero certa che in carcere la droga non poteva circolare.
Federico a un certo punto smise di rispondermi, per circa un mese, e questo fatto mi inquietò.
Dopo qualche tempo venni a sapere che era stato trasferito a Poggioreale. Come al solito non ero stata informata. Dovetti chiamare la mia ex suocera per capire dove era finito.

-Quando fu trasferito da Secondigliano?

Questo non so dirtelo con esattezza. So solo che ad agosto smise di scrivermi. Io capii che c’era qualcosa che non andava. Seppi poi che, prima di essere mandato a Secondigliano, era stato trasferito per quattro Non sapevo che da Secondigliano era stato trasferito prima ad Arienzo –dove era stato quatto giorni. Ad Arienzo appena arrivato lo avevano gonfiato di botte.
Lui non mi aveva ancora detto del trasferimento a Poggioreale, per non farmi preoccupare. Anche questa volta fu la nonna, mia suocera a darmi questa informazione. Anche mia suocera mi confermò che anche a lei non stavano giungendo lettere.
A settembre, anche se ancora conciata fisicamente male, ingaggiai una avvocatessa con quale il 18 ottobre andai lì. Insieme a noi c’era pure
Io ero conciata fisicamente male, ma a il fratello di Federico, Christian, che era arrabbiato con Federico perché pensava che avrebbe potuto stare bene e che invece per la sua condotta era buttato in un carcere. Alla fine lo convinsi a venire, dicendogli che Federico era tanto malato e che quella avrebbe potuto essere l’ultima volta che lo vedevamo. Io lo dicevo per scherzare ma, alla fine, quel 18 ottobre, fu davvero l’ultima volta che lo vedemmo.

-Quindi dopo che non lo vedevi da mesi, l’hai visto quell’ultima volta.

Sì. Era da giugno che non lo vedevo. E lo vidi quel 18 ottobre.

-Raccontami quel colloquio.

Il colloquio l’ho fatto tutto il tempo con le mani di Federico tra le mie e me le sbaciucchiavo, me le tenevo vicino. In quei mesi mi era mancato tantissimo. A un certo punto oniziarono a scherzare tra fratelli. Federico si tirò su la maglietta e disse a Cristian – che è un gigantone di 1,95 metri- che anche lui adesso era grosso e quindi lui doveva stare attento. Ad un certo punto, guardando bene la faccia di Federico, notai un livido allo zigomo e gli chiesi cosa gli fosse successo. Lui mi disse che aveva sbattuto contro uno stipite, ma gli feci subito capire che non me la bevevo. Un amico detenuto che era lì vicino mi disse “digli la verità, è tua madre”.
Lui allora mi fece prima capire che dovevo stare zitta e, poi, indicandomi il poliziotto che stava di guardia, mi disse:
“Guarda quel poliziotto che cammina su e giù. E’ cattivissimo.”
Quel poliziotto era bassino, ed emanava un senso di nervosismo che mi dava fastidio.
Mi disse che gli agenti lì erano terribili, e cominciò a raccontarmi che lo gonfiato di botte.
Gli chiesi se era il caso che chiamassi i giornalisti e facessi un po’ di casino, ma mi pregò di non farlo, perché, diceva, altrimenti lo avrebbero ammazzato. Vidi Federico pieno di paura, terrorizzato. Federico non aveva mai avuto prima tanta paura.
Da agosto lui era entrato 3 volte nella cella 0. La quarta volta in cui ci sarebbe stato sarebbe stata l’ultima.

-La cella zero di Poggioreale. E’ emersa dalle tante denunce per pestaggi subiti fatte dai detenuti di Poggioreale. Viene descritta come una cella completamente vuota che si trova al piano terra del carcere. Un piccolo gruppo di agenti penitenziari, che pare sia sempre lo stesso, è accusato di portare, di volta in volta, alcuni detenuti in questa cella, dove, nudi e al buio, vengono sottoposti a furiosi pestaggi, per lo più a mani nude o con uno straccio bagnato…

Tu non dimenticare mai che Federico veniva picchiato (non solo a Poggioreale, ma anche nelle altre carceri), perché stava male e stando male chiedeva aiuto, e quindi disturbava. Per via della grande debolezza che aveva, Federico sveniva spesso in cella e allora i ragazzi che erano con lui o nelle celle intorno alla sua chiedevano aiuto agli ispettori e agli agenti. Queste costanti richieste di aiuto erano fastidiose per le guardie e quando diventavano troppo frequenti, Federico prendeva le botte.
Del bene di Federico se ne fregavano tutti. Noi da fuori presentavamo continuamente istanze per farlo uscire e loro se ne fregavano.
I detenuti mi hanno raccontato di quelle volte in cui, Federico, essendo svenuto in cella, il medico gli andava a fare una di quelle classiche iniezioni che fanno dormire. Federico chiedeva che non gli venissero fatte questo tipo di iniezioni, obiettava che lui stava male e che aveva bisogno di essere portato in ospedale. Sapeva che queste iniezioni erano assolutamente inutili. Ma il loro obiettivo non era mica il suo bene. Loro volevano sedarlo, azzittirlo. Così dormiva 10, 15, 20 ore , anche 48 ore, lui si alzava che era tutto pisciato, immerso nell’urina.
Un malato di cirrosi epatica non deve essere imbottito di medicine, per tenerlo buono dentro al letto a dormire tutto il giorno e non rompere le scatole; se rompeva le scatole, avrebbero dovuto mandarlo a casa, dove aveva una famiglia che avrebbe pensato a curarlo, avrebbero dovuto dargli gli arresti domiciliari, perché l’hanno tenuto in carcere? Mio figlio non era un 41 bis, era un delinquente comune, avrebbero dovuto mandarlo a casa e noi ci saremmo presi cura di lui, e se fosse comunque dovuto morire, l’avrebbe fatto con la sua famiglia vicino, avvolto certamente dall’amore e non da malvagità e crudeltà gratuite. È morto un ragazzo, adesso i colpevoli devono venire fuori, perché non si muore così da soli.
Tornando alla cella zero, uno dei detenuti che conoscevano Federico, mi scrisse per raccontarmi che Un giorno sentendo rumore di botte e urla, e aveva riconosciuto la voce di Federico. Il giorno successivo, questo ragazzo, passando dalla cella di Federico, lo trovò pieno di ematomi. Questo è successo intorno al dieci ottobre. Fino a quel momento si trovava al padiglione Salerno (il carcere di Poggioreale è diviso in padiglioni).
Subito dopo questo pestaggio venne trasferito al Reparto Avellino, da dove venne il giorno che fece il colloquio con me e dove morì.

-Che senso aveva trasferirlo in un altro reparto?

Per non farlo vedere agli altri detenuti dello stesso reparto. Nell’altro reparto, dove l’hanno trasferito, i detenuti magari l’avranno visto arrivare già malconcio e, quando c’è un detenuto nuovo nel reparto, non si fanno domande.
Cosa posso pensare inoltre? Che era meglio portarlo in un reparto, dove lui nei giorni precedenti non era stato, in modo che non si potessero interrogare i detenuti di quel reparto su quelli che furono gli ultimi giorni di Federico.
Considera anche i detenuti che erano al reparto Salerno si è cercato di trasferirli in altri reparti o in altre carceri per evitare che venissero interrogarti
Comunque, i racconti dei detenuti coincidono con lo svolgimento degli eventi. Raccontano che un giorno gli diedero tantissime botte e poi non lo portarono più nel reparto in cui stava, il reparto Salerno; ma lo portarono al reparto Avellino. Io, il giorno 18, il colloquio lo feci al reparto Avellino.

-Dopo la tua visita del 18 ottobre, cosa successe?

Dopo quell’incontro, naturalmente, mi sentii peggio di prima. Vedevo il volto di Federico terrorizzato; pensavo all’orrore che vige in quel carcere. Federico mi aveva raccontato della cattiveria totale che vigeva là dentro. Lì, appena arrivati, si veniva picchiati. Così, senza avere fatto niente, per il solo fatto di essere una nuova matricola. Pensa a un ragazzino, che magari ha 19 anni e lo hanno buttato lì perché ha fatto uno scippo. E per la prima volta si ritrova in un mondo nuovo, di cui non conosce le regole e, se non le rispetta –se, per esempio, non si mette in fila, per andare alle docce, con le mani indietro o da qualche parte- cominciano ad arrivargli schiaffi dietro al collo.
Comunque, io e l’avvocatessa ritorniamo a Poggioreale il venerdì 1 novembre, esattamente una settimana prima che morisse.
Entrò per prima l’avvocatessa, mentre intanto io ero andato a fare la fila per lasciargli il pacco della biancheria. Gli avevo comprato nuovi indumenti, perché a breve sarebbe andare in ospedale per rifare tutte le analisi che avrebbero certificato certamente un suo peggioramento. Quella volta non ero più con suo fratello, ero da sola. Dopo un’ora e mezza l’avvocatessa uscì fuori e le chiesi come stava Federico. Lei non seppe darmi una risposta, ma mi comunicò che Federico le aveva detto che quel giorno sarebbe andata a trovarlo la zia e che, quindi, io, per poterlo vedere, avrei dovuto abbinarmi con la zia, altrimenti avrebbe rifiutato il colloquio. Si poteva fare un colloquio, non due, e non si sentiva di dire alla zia di andar via, perché andava a trovarlo una volta al mese. Lui sapeva che io non vado d’accordo con lei. Solo oggi capisco il perché Federico mi mandò a dire quelle cose. Era gravemente malridotto e, se io l’avessi visto, certamente avrei fatto tanto di quel casino da farmi arrestare. Abbiamo una video-intervista dell’avocato, in cui racconta di averlo visto pieno di ematomi.

-Ma l’avvocato non ti riferì nulla quel giorno?

No, non mi disse nulla, perché questo gli aveva chiesto Federico che, conoscendomi, sapeva che io non mi fermo davanti alla giustizia e non perché non ne ho rispetto, ma proprio perché ne ho rispetto voglio che tutti la rispettino. Federico chiedeva solo un diritto, quello di essere curato, non chiedeva l’impossibile.
Comunque, come ti ho detto prima, il primo novembre Federico avrebbe dovuto fare il colloquio con la zia. Lui mi telefonò il martedì della settimana seguente, il 5 novembre. Io non ero a casa e allora ha telefonato alla zia, dicendole che gli erano saltati dei denti e che sputava e sangue e di chiamarmi subito per dirmi di andare lì con l’avvocatessa.
L’8 novembre, il venerdì successivo, è morto. Io dovevo il lunedì a fare due ore di colloquio, ma non ho fatto in tempo perché venerdì sera mi hanno chiamata per dirmi che era morto. E anche su quello avvenuto in prossimità della sua morte e subito dopo, ci sono lati oscuri.

-Racconta.

Alle sedici e venti gli amici di Federico, i compagni di cella, appena rientrati dall’ora d’aria, tornano in cella e trovano Federico morto.
Guarda caso quasi sempre i detenuti muoiono o di notte, o durante l’ora d’aria.
Comunque, i compagni di cella di Federico lo trovano a letto tutto blu che rantolava e chiamano l’agente di turno che stava facendo il giro, il quale, una volta venuto, si attiva per farlo mettere su una barella e farlo portare in infermeria.
Come mai ci hanno messo quaranta minuti per chiamare il 118?
Forse perché non sapevano giustificare tutti quei segni addosso a Federico?
Tu vedi una persona cianotica, rantolante e non chiami immediatamente l’ambulanza?
Loro all’inizio hanno iniettato adrenalina con endovena.
Gli hanno fatto anche l’elettroshock.

-Elettroshock?

Ho trovato riportato nei certificati che hanno usato l’elettroshock. Anche se l’elettroshock è vietato da 35 anni.
Ritornando alla successione degli eventi.. l’ambulanza è stata chiamata solo alle 16:50.
Quando è arrivata lui era già morto.
Federico Perna è stato dichiarato morto alle 16:57.
La morte è stata attribuita a una ischemia miocardica acuta.
E ripeto.. perché si è perso tutto questo tempo? In caso di miocardite in genere si fa un intervento immediato: aprono, mettono una cannuccia che allarga l’aorta ed è fatta; non si muore di miocardite. Se si interviene in tempo, non si muore.

-La notizia della morte ti fu data, mi dicevi, la sera dell’otto novembre..

Non me l’aspettavo. Mi aspettavo che dovesse succedere qualcosa di grave sì, perché a furia di stare da sola ho imparato ad essere come gli animali selvaggi. Mi isolo sul ceppo della montagna e guardo cosa succede sotto la valle, tutto scruto, tutto vedo e non parlo. Quel giorno, otto novembre, comprai un quadro, raffigurava un signore sui 60 anni, bello, con i capelli grigi brizzolati, lo comprai perché costava 15 euro ed era di un autore famoso, Audino, che ha una buona quotazione, quindi per me questi 15 euro spesi in questo modo erano l’affaruccio del momento e così presi in fretta questo quadro, prima che, chi lo vendeva, vedendomi molto interessata, ci ripensasse sul presso. Quando arrivai a casa lo poggiai a terra, avvolto nel suo involucro; pensavo di cenare per poi ritornare a guardarlo bene un’altra volta, prima di appenderlo. Poi quella sera non cenai, perché mi girava la testa, e bevvi un thé. Portai il quadro in camera mia, dove avevo pensato di metterlo e pensavo alla faccia del signore che mi rasserenava, mi dava l’idea di un saggio con la barba lunga. Quando tolsi il quadro dall’involucro mi accorsi che era un frate, anzi era un sacerdote, portava una croce; mi sentivo incredula e lo poggiai di nuovo. Sentivo il cane di Federico sotto la finestra che ululava. In genere si dice che quando i cani ululano non portano bene. Mi addormentai alle 18:30, ma era come uno stato di dormi-veglia e sognai che i denti di sotto mi si sgretolavano e per lo spavento mi svegliai. Dopo circa un’ora e messa è arrivò la telefonata.

-Chi fu a chiamarti?

Mio cognato. Erano le nove e mezza di sera. Non dimenticherò mai quella telefonata.
Erano le nove e mezza di sera e lui esordì dicendomi
“Federico se ne è ito”.
Io pensai che intendeva che lo avessero messo ai domiciliari o che lo avessero portato in ospedale. Ma mi fece presto capire che lui intendeva che Federico era morto.

-Un momento durissimo.

Mi si spaccò il petto. Ho sentito dentro come un rumore.. sfiorai l’infarto. E’ quel tipo di notizia che ti fa impazzire. Dopo quella bruttissima mezzora, la più brutta della mia vita e che non augurerei neanche al mio peggior nemico, ho telefonato subito al carcere di Poggioreale e mi trattarono con una scortesia unica. Mi dissero solo che era all’obitorio, ma non mi dissero di quale obitorio si trattasse. Alla fine, dopo le mie ripetute insistenze, mi dissero che avevo proprio rotto le scatole e passarono la telefonata al posto di polizia, dove furono molto più gentili, mi risposero che erano dispiaciuti per l’accaduto, e mi indicarono in quale ospedale avrebbe potuto trovarsi Federico. Quella sera stessa mi misi in macchina e andai a Napoli, dove feci, con due amici –perché io ancora non guidavo- il giro di tutti gli ospedali. Alla fine lo trovai al Federico II, nell’obitorio giudiziario. Quella sera non mi fecero entrare. Ritornai a Roma e chiamai l’avvocatessa per avvertirlo della morte di Federico. Lei fece subito una denuncia per omicidio colposo.
Quando potei vedere il suo corpo fu una visione sconvolgente..

-Penso che nessuno potrà mai veramente capire quello che provasti in quel momento..

Qualcosa di indescrivibile..
Poi ci fu l’autopsia, che è un’altra parte emblematica della vicenda. L’autopsia, riporta tutto ma, nella relazione finale, c’è solo quello che interessa a loro. Tra l’altro l’autopsia si fa o a Y o si fa dritta, lui invece è stato tagliato a zig zag da sotto il mento. Perché a mio figlio hanno tagliato il collo a zig zag? Cosa è un’altra tecnica di autopsia questa? Forse al medico gli tremava la mano? Oppure l’hanno fatto per cucire meglio il punto dove era stato spaccato? Era forse già aperto in quel punto e quindi hanno dovuto rattopparlo, giusto per far vedere che era una cucitura dell’autopsia, invece che altro? Ci credono cechi, stupidi?
E poi perché ci hanno messo sei giorni per fare l’autopsia?
Inoltre quando c’è un medico legale di parte non si spoglia il cadavere finché non è presente anche il perito di parte. Invece quando arrivò il nostro medico Federico era già nudo.
Comunque, andando un po’ più nello specifico, è riportato che sotto le tempie c’era liquido, infatti in quella zone lui era pieno di ecchimosi. Significa che colpendolo gli hanno rotto le sacche encefaliche. La milza era molto ingrossata e anche questo è un dato anomalo. Dalle foto che abbiamo si vede che ha tutte le vene in risalto.
Il palmo della mano sinistra era pieno di ecchimosi, lui era mancino, come mai queste ecchimosi? Evidentemente è il risultato di un urto contro un corpo contundente.. magari si sarà dovuto riparare da qualche colpo? Il braccio sinistro era completamente bruciato.
Sono riportati poi tutti i tatuaggi, ma le macchie epostatiche, quelle che si formano per il ristagno del sangue in alcuni punti del corpo e che fanno capire come era poggiato, si protraggono oltre le strisce di posizione del corpo. Significherà forse che non sono macchie epostatiche, ma segni di percosse? La pelle è piena di ecchimosi e goccioline ematose e in alcuni punti anche crosticine, magari c’erano già il venerdì precedente? Le orecchie erano piene di cerume, io non l’ho mai visto così, perché lui si lavava tutti i giorni, sarà forse stato a letto per 3, 4 giorni, dal martedì che ha telefonato a casa chiedendo che andassi con urgenza insieme all’avvocato?
Dicevamo che un braccio era bruciato. Non si sa perché, non ci sono documenti in carcere che possano dimostrare che questo braccio era bruciato, ma noi siamo testimoni del fatto che durante l’ultimo colloquio che abbiamo fatto questo braccio non era bruciato.
E tutte le macchie rosse che ha dietro i talloni cosa sono? Uno che muore d’ischemia è combinato così? Dietro la scapola aveva come una forma di piede, di scarpone. E non si può parlare neanche di macchie post mortis. Quando queste macchie sono state notate, mica Federico era morto da 3 o 4 mesi; le macchie post-mortis vengono fuori dopo mesi. Lui era stato messo in frigorifero. Non credo che in 5, 6 giorni il cadavere potesse ridursi in quello stato.
E poi gli mancavano totalmente i denti.

-Quindi prima i denti ce li aveva?

Quelli inferiori sì. Quelli superiori gli mancavano da diverso tempo. Lui per l’uso di droga aveva la piorrea e quindi i denti di sopra li aveva persi per questo motivo; e anche qui c’è da sottolineare una cosa vergognosa. Avendo perso i denti di sopra, Federico aveva una protesi dentaria superiore che gli veniva spedita nei vari trasferimenti tra carcere e carcere. Questa protesi era rimasta a Viterbo. E nonostante le sue istanze, in pratica non la ebbe più. Lo hanno lasciato senza di essa per un anno. Questo gli rendeva praticamente impossibile masticare il cibo. Lui mi diceva “mamma, per mangiare, me lo devo innaffiare sotto l’acqua.. gli spaghetti me li devo ingoiare, mi faccio solo la minestrina, perché quella la posso ingoiare.” E infatti, quando è morto, gli hanno trovato nello stomaco dei pezzettini di cibo, praticamente ingoiava senza masticare. Ma, i 14 denti che aveva di sotto, anche se mal ridotti, ce li aveva ancora. L’ho avuto davanti per un’ora al colloquio e anche l’avvocatessa aveva visto che i denti quella volta ce l’aveva. Quando, però, il giorno in cui fui all’obitorio, mi avvicinai al lettino d’acciaio dove era posto il cadavere di Federico, si aprì la sua bocca e i denti non c’erano più.
Come è possibile che di colpo, in pochi giorni, fossero spariti 14 denti?
Considerando la situazione complessiva, io ho sentito tanti medici e tutti concordano con me, ovvero col fatto ch è stato percosso. I miei avvocati ed il mio medico legale dicono che non sono da escludere i maltrattamenti.

-Non sono da escludere? Sono evidenti.

La vergogna dovrebbe essere enorme, perché hanno infierito su ragazzo che già non stava bene, era un ragazzo gravemente ammalato. E’ stato come entrare in un ospedale, prendere un malato e riempirlo di botte. E’ la stessa identica cosa, perché Federico era seriamente malato.
Ad un ragazzo che ti chiede di chiamare il 118 e che sta sputando sangue, non puoi dirgli “Mi hai rotto la guallera”, questo me l’hanno riferito i suoi compagni, non puoi malmenarlo e portarlo nella cella 0.
Tornando alle analisi; dall’esami tossicologico risultò la presenza, nel corpo di Federico, di una marea di farmaci.

-Soffermati un attimo su questo aspetto

Troppe, troppe medicine. Ogni volta che stava male il dottore gli faceva una iniezione, ma giusto per calmarlo, infatti dall’autopsia sono risultati una marea di farmaci, addirittura il triplo di quello che potrebbe essere tollerabile. Lui soffriva anche di un disturbo borderline, anche chi è fuori può
soffrirne e, magari, neanche saperlo.
Questo disturbo gli era venuto per le intere giornate costrette a stare da solo, dove, a un certo punto, aveva iniziato a parlare da solo. Lui si dissociava, in un attimo diventava un altro, ma dopo due minuti era di nuovo Federico; oppure non tollerava di essere tossico, allora si voltava dall’altra parte e si diceva di essere un bravo ragazzo. Quindi lui aveva certamente questo disturbo. Loro hanno giustificato la grande presenza di farmaci con questo disturbo borderline.
Tra l’altro, erano tutti medicinali incompatibili con l’ischemia, che era un malato ischemico. Mi hanno detto che mio figlio è morto per ischemia miocardico cronica acuta. E quindi ad un malato ischemico si da tutta quella porcheria?

-Si può dire che il disturbo border line è un ulteriore motivo, quindi, per cui non doveva assolutamente stare in carcere.

C’erano 3 cose che in modo univoco determinavano la sua incompatibilità alla vita carceraria:
1-prima cosa perché era un tossicodipendente,
2-seconda cosa perché aveva la cirrosi epatica cronica,
3-terza cosa perché aveva un disturbo borderline.
Avevamo fatto 6 istanze e i magistrati cosa hanno fatto? Se ne sono fregati, non le hanno prese neanche in considerazione. Il segretario del Ministro Cancellieri al Question Time, presentato dall’onorevole Salvatore Mucillo, del Movimento 5 Stelle, che chiedeva come mai Federico non fosse stato curato, rispose che era stato lui a rifiutare i ricoveri. Come è possibile? Noi i ricoveri li sollecitavamo da fuori, lui li sollecitava da dentro, chiedeva di essere portato all’ospedale e, alla fine, ti vengono a dire che era lui che non voleva farsi curare. Lui mi scriveva che non lo curavano, che lo stavano uccidendo. Tutte le sostanze chimiche contenute nei medicinali sono emerse in dosi superiori a quelle che avrebbe dovuto prendere e, nonostante questo dato, l’autopsia riporta invece che le dosi erano adeguate.

-E la sintesi finale cosa dice?

Che le percosse sono da escludere, che Federico non ha subito maltrattamenti e che è morto di miocardite cronica acuta. Gli è sì esploso il cuore, ma dalla paura.

-Come si spiega la contraddizione totale tra i dati oggettivi che tu mi hai precedentemente riportato e la sintesi finale dell’autopsia?

So solo che è una vergogna. E’ tutta una vergogna. Ma baste vedere le fotografie di mio figlio per capire che lo hanno riempito di botte.
Dopo la morte di Federico, alla fine dello stesso mese sono andata a parlare con la direttrice del carcere, che accettò di ricevermi anche perché sotto il carcere c’erano 20 televisioni.

-Ricordo che un giorno ti vidi in un servizio televisivo. Non conoscevo ancora quasi nulla della vicenda di Federico. In quel video tu protestavi sotto il carcere e poi fosti ricevuta dall’ex direttrice. In quel giorno c’era anche Rodotà, con il quale vi fu un momento toccante. Ricostruisci quella giornata.

Quel giorno c’era un convegno, ma io non ero andata lì per il convegno. Ero andata con altre persone per fare un sit-in per Federico ed anche per un ragazzo, Vincenzo Di Sarno, un ragazzo malato di cancro al midollo spinale, per giunta un presunto colpevole, che alla fine è uscito, l’hanno mandato al Cardarelli. A un certo punto direttrice decise di ricevermi, naturalmente dopo che le televisioni la informarono che io ero lì fuori dalle 6 del mattino. Entrai e lei mi disse che mi era vicina, mi diede le condoglianze, la ringraziai e gli chiesi notizie circa le ultime ore di vita di mio figlio, dato che io non ero stata presente. A quel punto un ciccione che stava seduto alla scrivania vicino a quella della dottoressa -noi eravamo su un divanetto rosso- cominciò a ridere, naturalmente gli chiesi che cazzo avesse da ridere. Quel ciccione era il comandante della polizia penitenziaria e non mi diede alcuna risposta. Mi disse solamente che dovevo calmarmi. Io gli dissi di non ridermi in faccia e chiesi alla direttrice che tipo di cure facevano a Federico, quelle col manganello? La dottoressa mi disse che stavo esagerando, ma io risposi che ad esagerare erano stati tutti loro e che qualcuno dovrà rispondere del fatto che mio figlio è uscito fuori di lì morto. È lecito sapere come è morto mio figlio? Cosa è successo? C’era un ordine di servizio, in cui sono riportati i nomi del personale di guardia, oppure no?
Ma ci sarebbero tante altre domande da fare, tante domande a cui qualcuno dovrebbe rispondere?

-Fanne qualcuna..

Per quale motivo abbiamo chiesto le cartelle cliniche e non ci sono state date?
Perché non gli avvocati della parte lesa non hanno potuto interrogare i detenuti?
Cosa hanno da nascondere?
Perché ancora oggi non ho vistiti e gli effetti personali di mio figlio dopo un anno?
Perché forse hanno paura che faccio vedere i vestiti insanguinati di Federico, 27 centimetri sulla felpa, 16 centimetri sulla maglietta sotto?
Come mai le macchie di sangue erano tutte posteriori, dal collo in giù, dietro la schiena? E’ morto di ischemia e posso pensare che gli esce il sangue dal naso. Non si muore di ischemia con quelle macchie di sangue dietro la testa, allora vuol dire che Federico perdeva sangue dalla testa.
Tornando all’incontro con la direttrice, io le chiesi di parlare con due guardie. Nel nome di esse mi ci imbattei all’obitorio. Quella mattina all’obitorio, siccome nessuno sapeva che io ero la madre del ragazzo morto, ho allungato il collo ed ho dato un’occhiata ad alcuni certificati che erano su un tavolo lì vicino, su quei certificati ho letto i nomi delle guardie che hanno preso il cadavere di mio figlio quella sera; Alla direttrice feci il nome di quelle guardie e chiesi di poter parlare con loro. Lei mi disse che erano in ferie, me lo disse immediatamente, senza prendersi il tempo di capire chi fossero.

-Questa sì che si può definire “eccellenza” nello svolgere il proprio compito. Conosceva vita, morte e miracoli di tutte le guardie penitenziarie? Era in grado di rispondere al volo ad un qualsiasi riferimento nominativo?…

Infatti. Tutte balle. Là dentro ci sono 750 poliziotti e lei poteva ricordarsi che proprio quei due erano in ferie? A quel punto cominciaI a non tollerar più il trovarmi lì dentro e chiesi di uscire perché quel posto puzzava di morti. La dottoressa con fare alterato mi disse che mio figlio era monitorato, come tutti gli altri detenuti malati, che dovevo calmarmi, che il suo carcere era trasparente. Alla fine conclusi dicendole che sarebbe stato meglio se non l’avessi conosciuta.

-Alla fine siete riusciti a sapere quali sono i nomi dei responsabili?

Noi li abbiamo i loro nomi e non posso dirti come li abbiamo ottenuti altrimenti il PM non accetterà i nomi che forniremo. Li abbiamo avuti tramite chi ha visto e sentito, tramite chi sa tutto. La vergogna è che queste persone, invece di essere state sospese dal servizio, sono state spostate in sezioni amministrative.

-Quindi anche i vertici del carcere conosco i nomi, altrimenti non sarebbero stati spostati alle sezioni amministrative.

Certo e li conoscono da tempo. In carcere le guardie usano tra di loro soprannomi, che sono sempre gli stessi: Melella, Penna Bianca, Orso Bianco, Ciondolino. o’ Siciliano, o’ Boss, l’incredibile Hulck, o’ Casalese.
Voglio dirti che, prima ancora di vedere il corpo di mio figlio all’obitorio, io sapevo che è stato ucciso e così è stato, oggi abbiamo i testimoni che possono dire questo.

-Come sono emersi questi testimoni?

Lo dirò alla fine quando saranno finite le indagini. Comunque sono tutti ragazzi che mi hanno scritto lettere. La fonte non posso dirla pubblicamente per lasciare l’opportunità a questi ragazzi di potere aiutare le indagini Ti dico che questi ragazzi mi hanno cercata, si sono informati tramite televisione. Si tratta di detenuti ed ex detenuti, le cui dichiarazioni concordano.

-Penso a tutte le contraddizioni che, in storie come questa, si manifstano tra le frettolose versioni ufficiali e quello che, e emerge. Penso a questa smania di trovare “giustificazioni” che dà, quasi sempre, l’evidente impressione di un’arrampicarsi sugli specchi.

E’ assolutamente così. Ad esempio, il fatto che Federico è morto nel reparto Avellino è attestato nel certificato di morte. Nonostante ciò, il segretario del sindacato della polizia penitenziaria Sappe, Donato Capece, ha detto in televisione che è morto nel reparto Salerno.
Quando andò in televisione, c’era con lui un esponente del DAP, Luigi Pagano, il quale sosteneva che Federico aveva ricevuto in carcere 130 visite. Premesso che non è assolutamente vero, ma dando per buona tale assurdità, fate 130 visite e non vi accorgete che aveva la miocardite cronica-
Questi due personaggi dissero anche altre scempiaggini. Come il fatto che lui sarebbe stato in cella con altri 5 detenuti, tra i quali c’era pure un detenuto piantone, pagato dall’amministrazione del carcere per avere cura di Federico e che inoltre mio figlio era assistito dalla Caritas che gli dava i vestiti e che i poliziotti gli compravano le sigarette.

-Gli volevamo davvero bene a Federico..

Naturalmente detenuti ed ex detenuti ci hanno raccontato altro. Cioè, come ti dicevo, che al reparto Salerno l’hanno ammazzato di botte e, per non farlo vedere agli altri detenuti, l’hanno immediatamente spostato al reparto Avellino, dove poi è morto. È vero poi che al reparto Salerno era insieme ad altri 5 detenuti, e che tra di essi c’era un detenuto piantone. Ma questo detenuto piantone non assisteva Federico, ma assisteva un altro detenuto che aveva problemi di incontinenza e che doveva, all’occorrenza, lavarlo. E comunque, se davvero Federico aveva un piantone, dove era questo piantone quando è morto? Perché mio figlio era cianotico quando è morto? Quanto alle sigarette, se le comprava con i soldi che gli arrivavano dalla sua famiglia. E questo vale anche per i panni e le altre cose, che non gli procurava la Caritas. Federico ha sempre avuto il suo conto in carcere, non gli abbiamo fatto mai mancare nulla. I vestiti glieli mandavamo a pacchi. Tutto questo lo dico per rispondere a quel signore che è andato a dire stupidaggini in televisione. La suora portava qualche dentifricio, qualche shampoo, qualche pacco di sigarette da 10 a quei detenuti che non avevano nessuno.
Quel funzionario disse anche che mio figlio aveva avuto 130 visite mediche. Se questo fosse davvero avvenuto, come è possibile che nessun medico si è accorto che aveva una miocardite? Questo è scritto nel certificato di morte, che i detenuti hanno chiamato, che l’agente stava facendo il consueto giro di guardia ed è andato ad aprire la cella 6, che si trova nel reparto Avellino. L’ultimo pacco che ho mandato l’ho mandato alla cella 6, reparto Avelino.

-Quando hai cominciato a ricevere le lettere dei detenuti?

Ad aprile. La vicenda di Federico ha indignato molti di loro e tutti quelli che mi hanno scritto sono arrabbiati e disposti a parlare. Io ho detto loro che così esporranno a rischio la loro incolumità, ma loro sono determinati ad andare avanti perché Federico era loro amico e dicono che non meritava quanto ha subito. Federico ha fatto i suoi errori, ma era un ragazzo generoso. Prendeva sempre le difese di tutti i più deboli, anche se così attirava su di sé l’antipatia delle guardie. Ma non riusciva a non fare nulla di fronte alle ingiustizie. Quando vedeva che le guardie si accanivano contro un poverino, le esortava a prendersele con lui.

-Dopo la morte cos’altro è successo di significativo?

Ho saputo che il Sappe, sindacato autonomo di polizia, voleva denunciarmi. Siccome non è sufficiente quello che è successo, hanno pensato anche di denunciarmi. Poi non l’hanno fatto, hanno pensato di risparmiarsi una figuraccia.

-Pensavo adesso a chi di fronte a vicende come quella di tuo figlio parla di autolesionismo…

Anche di lui hanno detto che si è auto-lesionato, questo succede spesso. Ma come è possibile? Io vedevo mio figlio con gli occhi gonfi, tutto sgraffiato, tutto ammaccato, pieno di ematomi in faccia con gli occhi chiusi che sembrava uno che era salito sul ring, pieno di acqua sotto le palpebre. Si era auto-lesionato? Ma scherziamo? Federico mi diceva che lo trattavano come un giocattolino, che con lui ci giocavano, che non ce la faceva più. Stiamo scherzando, vero?
A quelle persone che pensano che una divisa li autorizzi a poter fare tutto, io dico:
“Ma chi siete? Vi sentite autorizzati solo perché portate una divisa addosso? Allora la Costituzione la state facendo rispettare così? Oppure vi siete messi in testa che la divisa è semplicemente un vostro mezzo per una vostra difesa, non a tutela del cittadino per fargli rispettare la costituzione e a favore di altri cittadini che non fanno degli illeciti, ma devo capire che qua se ne fa un uso personale?”
Dato che ci sono delle mele marce nei corpi di polizia, per queste mele marce dobbiamo avere paura di denunciare? Perché? I fetenti come stanno tra la gente che non ha la divisa, stanno pure tra coloro che hanno la divisa e dovrebbero essere proprio i colleghi bravi a far presente alle istituzioni gli illeciti delle mele marce.
La divisa si porta addosso con onore e con rispetto ed io rispetto tutta la polizia penitenziaria, quella che fa dei sacrifici enormi per stare dietro a detenuti, che sono veramente dei forti delinquenti, che sono persone che non conoscono né madre né padre per quanto sono cattivi, ma hanno scelto quella vita e va rispettato anche il delinquente cattivo, perché quella è la sua vita, quello è il suo modo di essere ed io non sono nessuno per sindacarlo o per sotterrarlo nella vergogna; queste persone vengono arrestate e pagano in carcere la loro pena, quella che gli infligge il giudice in base alla legge. Chi porta la divisa deve aprire e chiudere la cella, è messo custodia di quel detenuto, di quell’altro, di tutto un padiglione, di tutto un reparto, ma nessuno l’autorizza a mettere le mani addosso ai detenuti.
Federico ha subito anche troppi di questi illeciti e so io quanto ho sofferto per tutto ciò. Ogni volta che andavo lì mi si presentava sempre una situazione incredibile: una volta troppi farmaci, un’altra volta troppe botte, poi uno schiaffo, poi un calcio, poi un cazzotto, poi chiudevano l’acqua in cella. Prendeva le botte per cose assurde, per esempio per il fatto che prendeva la coca cola che si vende allo spaccio del carcere e, siccome era luglio e fuori c’erano 40 gradi, lui aveva messo la sua coca cola sotto un filino d’acqua per farla un po’ rinfrescare nel lavandino del bagno. Federico cosa aveva fatto di straordinario?
Quale gran danno stava facendo per gonfiarlo come una zampogna? Per un filino d’acqua? Si nega anche l’acqua adesso ai carcerati? Questa è crudeltà, oltre che tortura. E poi vorrei sapere perché, come ti ho detto anche prima, venisse continuamente trasferito. Ha cambiato 9 carceri in 3 anni.
Qui ci sono specialisti della menzogna. Di Stefano Cucchi hanno detto che era morto per disidratazione. E poi tante di quelle scempiaggini sul suo caso, che poi venivano di volta in volta spazzate via dalla verità dei fatti..

-E poi hanno denunciato la sorella per diffamazione.

Certo, e vedrai che alla fine verrò denunciata anche io. Oltre l’infamia, pure la crudeltà, ma io non ci sto, faccio un macello, vado pure in America a fare casino, alla BBC. Se sarà necessario, farò riesumare il corpo di Federico per tutte le volte che sarà necessario, perché voglio ottenere giustizia e Federico la merita perché era un ragazzo che aveva fatto i suoi sbagli e li stava pagando, l’ha scritto anche nelle lettere: “Mamma, ho sbagliato e sto pagando, ma devo pagare una pena carceraria, non una pena inumana. Ti prego mamma, portami a casa, mi stanno uccidendo”. Sarò un incubo per loro. A me non mi ferma nessuno, a meno che non mi ammazzano.

-Fai bene. Nessuna persona deve morire così.

Ogni persona va trattata con rispetto, va tutelata, va difesa. E non c’è differenza tra le persone. Non c’è differenza tra i ragazzi. Che differenza c’è tra un ragazzo laureato che sta dietro una scrivania, in un ufficio e Federico, o un Aldrovandi, un Cucchi, un Eliantonio? Sono dei ragazzi, questo avevano in comune. Avevano il diritto a vivere, avevano il diritto al futuro qualunque esso fosse stato. Nessuno doveva permettersi di decidere per la loro vita, se morire o vivere, questo è un potere che ha solo Dio, che tra tante chiacchiere, cravatte e giacche, è l’unico Signore. Io quello conosco come Signore, non quelli seduti sulle poltrone rosse.
Quello che è successo a mio figlio può succedere a chiunque.
Abbiamo denunciato un poliziotto penitenziario siciliano che su facebook aveva scritto “Guarda un po’ sta zozzosa, aveva un figlio in carcere che non andava a trovare da 4 mesi e se la viene a prendere con noi! Io non le auguro la morte come ce l’ha augurata lei, ma le auguro la più grande sofferenza”.
Tutto quello che hanno fatto non è bastato, doveva augurarmi pure altra sofferenza?
Alcuni hanno anche detto”La madre di Perna come la Cucchi: vanno in televisione per fare soldiÈ assurdo che dopo quello che è successo debba sentirmi dire anche queste cose
Io non vado in televisione per fare i soldi, ci vado per promuovere il fatto che in carcere non debba essere torto un solo capello ai detenuti, visto che mio figlio è uscito morto da lì dentro. È giusto che adesso io urli, non per mio figlio che comunque non risuscita, ma per gli altri, contro questo sistema che non mi piace.

-Nina, chi parla in quel modo, si squalifica da se.

Ti dico una cosa. Vorrei che venissero da me queste persone che hanno ucciso mio figlio, che vengano davanti a me, io non ho detto che non li perdono, ma vengano a dirmi: “Signora, ci siamo lasciati prendere la mano. Siamo 6, 7 teste di cazzo; quella sera eravamo un po’ ubriachi o c’eravamo esaltati troppo…ci perdoni. Siamo 3, 4, 5, 6, 700000 teste di cazzo.” Solo così io potrei capire, non giustificare. Quello che hanno fatto è un gesto ingiustificabile, per sempre. Che li condannino oppure no, un ragazzo è morto. Morire per le botte è la cosa più brutta che c’è al mondo; ad un ragazzone, ad un gigante, come era mio figlio, hanno dovuto dargliene davvero tante per ammazzarlo. Il corpo di Federico parla da solo, io, guardandolo ad un palmo da me, avrei voluto dargli un bacino, ma non ce l’ho fatta, mi toccava lo stomaco, non sapevo dove toccarlo per fargli l’ultima carezza.
Federico è morto, e adesso chi ne risponde? Non me ne frega niente di avere quattro spiccioli di rimborso dallo Stato. Io voglio giustizia. Per loro era un tossico e un delinquente, per me era, è e sarà sempre mio figlio, sempre.
Non c’è minuto in cui non pensi a mio figlio. Lui già stava male. Per quale motivo non gli hanno fatto vivere la sua vita?
Ho quasi paura a sognarlo, per paura di rivederlo in quello stato. Anzi, alcune volte, mi trovo a dirgli mentalmente “se vuoi venirmi in sogno, non venire in quello stato che mi spavento” . La mia vita è sconvolta, non sto vivendo più. Già prima non mangiavo volentieri la carne, adesso dopo la morte di Federico mi fa proprio schifo, perché ho visto la carne di mio figlio maciullata, tritata. Io non mangerò mai più una lasagna in vita mia, perché lui mi scriveva nelle lettere che non vedeva l’ora di tornare a casa per mangiare la mia lasagna. Ci sono tante cose nella vita di tutti i giorni che mi riportano a lui, anche il suo cane. Mio figlio è dentro una bara, come mia madre e come tutti prima o poi ci finiremo, ma non è possibile crescere un figlio, fare dei sacrifici, mandarlo avanti, farlo studiare, fare tutto per lui, scegliere il meglio nel limite del possibile, per poi arrivare ad un giorno in cui te sballottolano da un carcere ad un altro per farlo finire nelle mani di 4 pazzi esaltati. Loro sono le prime mele marce da togliere, sono loro che non rispettano per primi i diritti costituzionali. Chi si comporta così è un delinquente. Abbiamo pianto la bellezza di 2400 morti in carcere. Ma dicono che questo è morto per cause incerte, e quest’altro è morto per suicidio. Cercano sempre di non fare emergere la verità. È ora di finirla. Un ragazzo morto in quel modo, qualunque cosa se ne voglia dire, prima di tutto era un cittadino, un nostro concittadino, ed era ed è un essere umano; poi dietro quel ragazzo, quella ragazza c’è sempre una famiglia.

-Grazie Nina

La pena scontata fino all’ultimo giorno in carcere è funzionale all’esigenza di sicurezza che i cittadini per bene richiedono?.. di Angelo Meneghetti

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Ecco un’altra delle interessanti riflessioni di Angelo Meneghetti, detenuto a Padova.

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Come dicono tanti professori di diritto, in Italia abbiamo la migliore Carta Costituzionale del mondo, peccato che, in questo Paese ci sono delle buone leggi, ma non sono applicate, e nell’ultimo ventennio hanno fatto delle leggi sbagliate, creando discriminazioni. In questo Paese esistono due tipi di ergastolo “quello ostativo e quello normale”. Per farvi le idee chiare, nelle carceri italiane ci sono detenuti con la condanna all’ergastolo ostativo, destinati a scontare la pena fino all’ultimo giorno della loro vita se non si collabora con la giustizia e sono detenuti appartenenti a qualche associazione o gruppo criminale. E ci sono detenuti condannati all’ergastolo normale, sempre con il fine pena mai. Così è scritto sulla carta di qualsiasi ergastolano.

Ma dopo una pena di 26 anni si può chiedere la libertà condizionata, ma la maggior parte dei detenuti “con il fine pena mai”, perché in passato nella fase processuale avevano chiesto il rito abbreviato e a quell’epoca esisteva la legge Carotti, ma ugualmente sono stati condannati alla massima pena e cioé: all’ergastolo ostativo con isolamento diurno.

In quest’ultimo periodo la Cassazione, allineandosi con la Consulta, sta cancellando numerosi ergastoli per la “platea” dei condannati che ne hanno diritto, con la commutazione del carcere a vita in “30 anni di reclusione”, applicando la legge Carotti. Scrivo tutto questo perché sono un detenuto e sono stato condannato alla massima pena, “ergastolo normale”, non appartenendo a nessuna organizzazione o gruppo criminale mi trovo con un “fine pena mai”. Ovviamente non faccio parte di quella “platea” di detenuti e il mio fine pena non verrà trasformato in “30 anni di reclusione”; perché ho chiesto il rito abbreviato. Nella mia fase processuale ho scelto il dibattimento, essendo estraneo a tale episodio e dimostrando la mia innocenza, non potevo scegliere il rito abbreviato. Sia nella fase di primo grado, in Corte d’Appello e in Cassazione ho sempre trovato un muro; non hanno mai accolto la mia difesa da innocente. Addirittura la Suprema Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso. Dunque penso che in questo Paese non esiste una certa giustizia, non c’è nessun equilibrio nell’applicare le leggi e penso che in questo paese nessuno vuole sentire la verità, specialmente nelle aule di un tribunale. Apprendo dalla tv nazionale e leggendo diversi quotidiani che esistono dei detenuti a cui il loro fine pena mai è stata commutato alla pena di 30 anni di reclusione. Io oggi mi sento di far parte di quegli ergastolani discriminati e destinati a scontare la pena per tutta la vita.

Oggi il nostro Paese ha bisogno di una nuova e giusta riforma della giustizia, non può esserci discriminazione in un paese civile. Se oggi l’Italia è un Paese democratico, dov’è l’equilibrio della Giustizia’

Angelo Menighetti, Padova 25/01/2014

Intervista a Sebastiano Milazzo

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Il nostro Sebastiano Milazzo -detenuto a Carinola- ci ha inviato una intervista a lui fatta. Fa parte di una serie di interviste a molti detenuti ergastolani, che rientrano in un progetto editoriale per la conoscenza della tematica, portato avanti da Carmelo Musumeci.

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Domande a Sebastiano Milazzo

Fatte d Giovanni Donzella psicologo C.R. Padova

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1) Perché non si è mai parlato dell’ergastolo ostativo?

Perché in Italia tutte le cose di cui ci si deve vergognare si preferisce tenerle celate.

2) Perché, molti, anche chi dovrebbe, non conoscono che esistono gli Uomini Ombra?

La gente non conosce l’esistenza degli uomini ombra perché non ne viene informata, “chi dovrebbe”, invece, ne conosce l’esistenza, ma fa di tutto perché non emerga la vergogna di una pena destinata a non finire mai.

3) Perché lo Stato parla di finalità educativa delle carcerazioni, ma non dice che tutti i detenuti non hanno la stessa possibilità?

In Italia ci sono due giustizie, una per i galantuomini a prescindere e una per i senza nome e i senza fama. Non a caso molte leggi si fanno per la Giustizia che interessa qualcuno.

4) La legge è uguale per tutti?

I nostri legislatori preferiscono una Giustizia Programmata per non funzionare. Una giustizia inefficiente, lenta e politicizzata, programmata per assicurare l’impunità a tutti coloro che si ingozzano alla mangiatoia del potere e forche per i senza nome e i senza fama.

5) Quale percorso rieducativo efficace dovrebbe coinvolgere una persona con fine pena mai per riabilitarsi?

Premesso che la pena la deve scontare chi, giustamente o ingiustamente, è stato condannato e se c’è la condanna è giusto scontarla, ma la si dovrebbe scontare permettendo all’ergastolano, se lo merita, di potersi riappropriare di un frammento della sua esistenza e della sua cittadinanza. E’ pura retorica affermare che abbiamo una Costituzione che parla di finalità rieducativa della pena se non si da’ al condannato la possibilità di ritrovare un corretto rapporto con la società, dedicandosi magari ad aiutare bambini handicappati, aiutare gli anziani o fare lavori socialmente utili. Questa sarebbe una pena utile, che potrebbe realizzarsi attraverso un patto scritto in cui il condannato, dopo avere scontato una parte di pena, si possa impegnare a seguire un preciso e ben delineato percorso di vita fuori dal carcere, violato il quale avrebbe la revoca definitiva di ciò che era stato concesso. Sarebbe come fare una serie verifica “sul campo”, per offrire al condannato la possibilità di mettere a frutto la sua volontà di essere artefice del proprio futuro, adoperandosi per diventare una risorsa concreta per la stessa società, invece di continuare ad esserne un peso sino alla fine dei suoi giorni. Una volontà che non sarà di tutti, ma che è più diffusa di quanto si possa immaginare tra coloro che hanno sofferto decenni di privazioni materiali ed affettive e devono scontare l’ergastolo. Questa sarebbe una pena utile e un paese serio, con una giustizia vera, si dovrebbero cominciare a considerare questi aspetti, solo così, il carcere potrebbe tornare a svolgere la funzione di verificare quando sia arrivato il momento in cui il condannato  è in grado e merita la fiducia di ritornare  a relazionarsi con uomini dalla vita normale. Una seria verifica che permetterebbe di riconciliarsi con le  proprie vite e i propri affetti e che farebbe crescere la convinzione che ognuno debba assumersi il peso del proprio destino, attraverso la sua volontà di riscatto. Dico questo perché ritengo che l’uomo è ciò che diventa sotto il peso della sua esperienza e non ha senso non consentire a chi ha riconquistato una nuova innocenza, di riappropriarsi di ciò che intimamente sente di essere diventato. Lo dico con la quasi certezza che tutti coloro che hanno provato decenni di privazioni affettive, il momento che riassaporano il senso di libertà non tradiscono la fiducia concessa, come dimostrano l’esperienza  le statistiche. Non è possibile dare sempre risposte negative che non corrispondono  quelle sensibilità che sarebbero necessarie soprattutto in presenza di famigliari che sono le vere vittime del carcere; vittime che hanno scelto di essere tali per amore di esserlo, quell’amore che supera ogni forma di egoismo, ma che li costringe a condividere per intere vite le sofferenze dovute  a colpe che sicuramente non sono loro.

6)L’ergastolo ostativo come viene visto dalla Chiesa?

La Chiesa, malgrado faccia le prediche sulla conversione dei santi, non ha mai speso una parola sull’ergastolo ostativo. Tranne qualche eccezione, vedi i cardinali Martini e Tettamanzi e qualche prete di strada, la Chiesa preferisce  stare sempre dalla parte del carceriere, piuttosto che dalla parte del condannato.

7) Che pena daresti al posto dell’ergastolo se tu fossi giudice di te stesso?

Una pena che abbia un senso e uno scopo, il senso di pagare ognuno la sua specifica colpa e lo scopo di fare ritornare il reo ad essere una risorsa per la società, invece di farlo continuare ad esserne un peso, sia per i propri affetti e per la stessa società, sino alla fine della vita.

8) La definizione che recita la Costituzione, che la pena deve avere una finalità rieducativa, è in sintonia con il fine pena mai?

L’ergastolo ostativo è la negazione della finalità rieducativa della pena e della stessa Giustizia, perché la vera giustizia, quella della morale e del cuore, non solo non è fatta quando la pena è perpetua, ma probabilmente non esiste affatto, anche perché una pena che non prevede una fine permette il linciaggio dell’individuo da parte del carceriere, il quale quando si rende conto che ha il solo compito di accompagnarlo alla morte, agisce, inevitabilmente, per ridurlo come quell’albero su cui non cade mai la pioggia, che a un certo punto appassisce, perde le foglie, non produce né fiori né frutti, perde le radici e diventa come legna da ardere.

9)Come vive un ergastolano la mancanza di speranza?

La mancanza di speranza ha trasformato le carceri in luoghi dove gli ergastolani vedono i loro corpi, le loro menti e le loro anime prima blindate e poi allineate  e trattate per vite intere come quei tappeti pettinati con spazzole di ferro, per scopi che nulla hanno a che fare con la Giustizia. Carceri dove non si sconta una pena, ma si pratica una sorta di vendetta, un sentimento che contraddice le stesse premesse che giustificano l’esigenze della Giustizia, perché la forza di uno Stato non sta nelle ritorsioni che attua nei confronti del reo, ma nel tentativo di recuperarlo. Un tentativo che dovrebbe essere fatto per cercare di dare una risposta giusta al male e la risposta giusta al male non sta certamente in una pena che toglie ogni speranza, perché all’uomo si può togliere di tutto, anche la vita, ma non la speranza, perché senza speranza la vita è solo disperazione e  la disperazione è un’infamia di Stato sulla quale si potrebbero usare tutti gli argomenti etici, morali, giurisprudenziali e teologici che si usano sull’eutanasia. L’unico filo che divide la pena di more dall’ergastolo è che con la prima le sofferenze durano un attimo, mentre con l’ergastolo le sofferenze durano un’intera esistenza Per rendersene conto della labile differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo, bisognerebbe immedesimarsi, per un solo attimo, nella pietosa condizione di chi, dopo una vita di inutili attese e false illusioni, si rende definitivamente conto che la sua pena è diventata una sostanziale condanna a morte, anche se diluita nel tempo.

Un’altra lettera di Marcello Dell’Anna

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Nell’ultimo post dove ho pubblicato una lettera di Marcello Dell’Anna, scrivevo:

“Immaginate un detenuto in galera da più di vent’anni.

Immaginate che questo detenuto abbia intrapreso un lungo e faticoso percorsi di studio e crescita culturale ed umana.

Immaginate che questo detenuto abbia ricevuto numerosi attestati ed encomi.

Immaginate un detenuto che ha scritto due libri, e ne sta scrivendo un terzo.

Immaginate un detenuto che ha più di una laurea, di cui una in giurisprudenza.

Immaginate che, questo detenuto, in occasione della discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza, ha ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. Perché venga dato un tale permesso vuol dire che vi sia una valutazione prettamente positiva, da parte del Tribunale di Sorveglianza, del percorso intrapreso dal detenuto, della sua crescita umana e un venire meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. E tutto questo trova ulteriore conferma nel ritorno nel carcere nel pieno rispetto dei tempi stabiliti dal permesso.

Avete immaginato tutte questi “elementi”?

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Ecco, adesso immaginate anche che il D.A.P., trasferisca un tale detenuto nel famigerato carcere dormitorio di Badu e Carros a Nuoro in Sardegna, riportandolo indietro di vent’anni nel suo percorso, riportandolo all’anno zero del trattamento.”

Bene, tutto quanto scritto resta confermato, ma, devo correggere il tiro per quanto riguarda il carcere di Badu e Carros a Nuoro. Io spesse volte mi sono trovato a descrivere con parole dure questo carcere. Ed in effetti nei decenni la sua storia è stata una brutta storia. Ma, le parole di Marcello mi fanno comprendere che non è più il carcere famigerato del passato. Cito dalla lettera…

“Riguardo agli agenti della polizia penitenziaria nei loro vari gradi gerarchici, di cui mi domandi il comportamento, devo dirti che si presentano molto disponibili di fronte a delle serie problematiche; non ho notato in loro atteggiamenti provocatori o arbitrarie scelte non consone alle regole penitenziarie. Certo, vige un regime carcerario molto più rigido di qualche altro circuito di A.S. in cui sono stato allocato. Ma, tutto sommato, avendo visto, vissuto e patito di molto peggio, devo dirti che oggi giorno Badu e Carros non può più definirsi lo spauracchio d’Itala, se non solo per la distanza con la regione di residenza e le difficoltà di effettuare  i colloqui con i propri familiari. Il che non è poco! Alfredo, era terribile quando nei carceri peninsulari la custodia pronunciava quella velata minaccia: “… ti sbatto in Sardegna…!!”.

e in punto successivo della lettera…

“Ritornando ai giorni nostri, ritengo che la meritevolezza del “nuovo vestivo” cucito addosso a questo reclusorio è da attribuire alla nuova gestione di comando (nuovo Direttore, nuovo Comandante) proiettata a dare esecutività a principio dell’umanizzazione e rieducazione della pena. Infatti, sono stati istituiti vari corsi, sebbene la portata della scolarizzazione qui è limitata ai corsi di alfabetizzazione.

Riguardo agli strumenti didattici, mi sono stati concessi l’uso del mio portatile e della mia stampante, dal momento che le  mie attività accademiche e professionali non potevano subire arresti ingiustificati e illegittimi.

Il vitto è buono. Davvero. Sembrerebbe una eccezione, come di fatti lo è, se dobbiamo considerare che in tanti istituti non si può assolutamente mangiare.”

Devo quindi ammettere -in relazione a questo andazzo mutato- di essermi sbagliato a definire il carcere di Badu e Carros -a Nuoro- uno dei peggiori d’Italia.

Vi lascio alla lettera di Marcello Dell’Anna.

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Nuoro, 03 dicembre 2012

Caro Alfredo,

riscontro con estremo piacere la tua del 25 novembre u.s.

(..)

Riguardo al DAP, come hai potuto comprendere dalle mie precedenti, il pensiero che dietro ai recenti trasferimenti in Sardegna ci potrebbe essere un disegno ben più ampio e perverso non è affatto infondato. Sebbene i DAP cerca di minimizzare la portata per non far comprendere le gravose conseguenze che si ripercuoteranno su coloro i quali verranno trasferiti nel futuro prossimo (notevole distanze; difficoltà, se non impossibilità di effettuare colloqui, ecc.).

Nelle ultime settimane, infatti, sono stati trasferiti altri 26 detenuti a Tempio Pausania, provenienti da varie carceri peninsulari. Ad oggi, per onor di cronaca, i detenuti Alta Sicurezza detenuti a Tempio Pausania sono divenuti già 98 (fonte: La Nuova Sardegna del 28.11.2012). Inoltre, la conferma che in Sardegna saranno (de)portati detenuti di Alta Sicurezza è stata data giovedì 15 e venerdì 16 novembre u.s. dal notiziario del TG Regionale, in cui il Dr. Piscitello (Direttore Generale della Direzione generale Detenuti e Trattamento del DAP) ha dichiarato che saranno destinati ai penitenziari di Uta (Cagliari) e Sassari circa 90 detenuti in regime di 41/bis, mentre negli altri istituti verranno assegnati detenuti di AS1, AS2 e AS3. Nello specifico: 150 a Nuchis (Obia/Tempio Pausania), 350 a Bancali (Sassari), 180 a Massana (Oristano) e 650 a Uta (Cagliari).

Inoltre, in data 27 novembre u.s. a margine dell’inaugurazione del nuovo carcere di Oristano-Massana, il Capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Giovanni Tamburino, ha dichiarato che << I detenuti in regime di Alta Sicurezza sono in Italia seimila. L’arrivo in Italia di alcuni di loro dipenderà dl Programma generale che si sta mettendo a punto per ordinare il sistema penitenziario dell’intero Paese>>. <<Non so dire quanti, non s dire quando…>> <<… molto probabilmente entro un paio di mesi>> (fonte TG3 Regionale del 27.11.2912; TGVideolina el 27.11.2012). Nell’edizione delle 7:30 del 28.11.2012 il TG3 Regional ha dato la notizia (riconfermando quella precedente del 15 novembre) che saranno destinai ai nuovi  carcere di Massona, Uta e Tempio i detenuti sottoposti al regime del “carcere duro”.

Quindi, caro Alfredo, esiste per davvero un “… Programma generale…” (come tecnicamente lo ha chiamato il Capo del DAP) predisposto dagli alti funzionari del DAP, dietro il quale si cela un disegno disumano e una più ampia strategia medievale di cinquecentesca memoria, di volere trasformare la Sardegna in una “isola fortezza”. Qui si vuole concentrare una specifica tipologia di detenuti per i quali saranno “buttate le chiavi”, con buona pace dei principi di umanizzazione e rieducazione della pena, nonché del principio della territorialità della stessa.

E pensare che alla fine dell’ottocento e agli inizi del novecento,  in Europa e America vennero soppresse le note “isole-carceri” per la loro truce storia penitenziaria.

Sono oltre vent’anni che le istituzioni, in maniera indifferenziata, si mostrano prevenute verso una categoria di persone imputate e/o condannate  per reati di criminalità organizzata, ormai marchiate a fuoco come eretici.

Nei confronti di queste persone detenute si usa oggettivamente pregiudizio e discriminazione, perché siamo ritenuti pericolosi e cattivi per sempre, senza speranza di recupero e senza possibilità di reinserimento nella società civile, anche quando uno di noi, detenuto da oltre vent’anni, si riuscito a ravvedersi, rieducarsi, diventare una persona diversa e migliore, recidendo col proprio passato e ogni rapporto  ogni contatto con persone e contesto criminale.

Per i minor informati, quindi, bisogna dirlo che in Itali viene applicata la concreta giustizia penale detentiva, ancora in sé dolorosa e vendicativa, da parte dello Stato, quando invece in Europa il passaggio ad una giustizia riparativa e libertaria è avvenuto da decenni.

Le nostre istituzioni sanno bene (anche se non lo accettano) che i presupposti sociali, morali, personali del reato commesso in relazione a passate scelte, esistevano nel passato e, dato che nel consorzio antropico tutto cambia, una persona non può (salvo eccezioni) rimanere uguale a vent’anni prima. Diversamente, dovremmo pensar che determinati assetti della società e dello Stato, così come della via individuale e collettiva, rimangono identici a quelli dell’epoca dei fatti incriminati. Quando, per contro, sappiamo tutti bene che così non è!

Il cambiamento avviene per tutti e uno stato civile e democratico deve dare sempre una seconda possibilità sulla base di dati oggettivi relativi ad un concreto cambiamento rieducativo e di recupero delle persone detenute. Non si può negare la libertà solo sula base del titolo di reato, risalente magri a decenni passati, oppure concederla dieto il ricatto di una vergognosa costrizione inquisitoria..

Ritento che ogni persona, che non è più la stessa di 29/30 e più anni fa, non solo non deve essere “costretta” a collaborare  con la giustizia (e ciò per vari logici motivi), ma dovrebbe avere diritto ad una speranza, ad una seconda possibilità. La scelta di collaborare o no con la giustizia può non dipendere esclusivamente dal detenuto. Le ragioni possono essere infinite; figli cresciuti che si sono sposati ed hanno magari loro stessi dei bambini; tutta la famiglia verrebbe traumatizzata e travolta, dopo che in questi lunghi anni è riuscita magari a (ri)costruirsi una vita normale ed onesta; ma anche perché collaborare significa mettere a repentaglio la vita dei nostri cari, oppure perché molti di noi non hanno modo di collaborare, non hanno informazioni , oppure perché sono innocenti, o altro…

Ma anche perché secondo me, non è giusto che un detenuto per ovviare ai propri crimini e per ottenere i benefici, disponga in maniera egoistica ed arbitraria della vita e della morte di dei propri familiari dopo 20/30 anni. Non credo che questa sia la giusta via per emendare il male inflitto. La società ha il diritto di vedersi restituire persone diverse, migliori, rieducate, recuperate, rispettose delle leggi e delle regole sociali, anziché persone che barattano le loro libertà con confessioni magari dubbie e fornite con abile artificiosità, rimanendo criminali, assassini e pericolosi a danno dell’intero consorzio umano e civile.

E’ questo che vuole la società? Non credo proprio che le persone oneste vogliano questo.

A differenza dello Stato, alle istituzioni non gli importa se uno rimanga criminale, assassino e pericoloso a danno della società. Allo stato importa che uno collabori e basta! Questo è il suo fine e non la sicurezza dei cittadini.

E tu ssi caro Alfredo, che quando parlo di persone restituite alla società, mi riferisco a persone che comunque sono state recluse per oltre venti o trent’anni della loro vita, che sono entrati in carcere quando erano poco più che ventenni e oggi sono uomini con i capelli bianchi, o, se già uomini a quel tempo, oggi sono degli anziani.

(..)

Riguardo a me e al mio morale, posso dirti che “rassegnazione” non fa parte del mio carattere e del mio vocabolario, quindi, sebbene conscio del danno e della beffa subiti, combatto quotidianamente e, questa volta, lo faccio con la convinzione che nulla dovrà rimanere celato all’interno di queste mura, ma bisogna far conoscere alla società le quotidiane nefandezze di quest nostro “distorto sistema” politico-penitenziario fatto all’italica maniera.

(..)

Caratterialmente sono un tipo che intrattiene i rapporti umani con molta educazione. Mi rendo disponibile per redigere le varie istanze a qualche detenuto in caso di necessità. Tuttavia, preferisco relazionarmi senza concedere troppa confidenza e facendolo con molta discrezione. Questi sono contesti surreali, credimi. Troppe le delusioni subite, troppa la sofferenza patita.

Riguardo agli agenti della polizi penitenziaria nei loro vari gradi gerarchici, di cui mi domandi il comportamento, devo dirti che si presentano molto disponibili di fronte a delle serie problematiche; non ho notato in loro atteggiamenti provocatori o arbitrarie scelte non consone alle regole penitenziarie. Certo, vige un regime carcerario molto più rigido di qualche altro circuito di A.S. in cui sono stato allocato. Ma, tutto sommato, avendo visto, vissuto e patito di molto peggio, devo dirti che oggi giorno Badu e Carros non può più definirsi lo spauracchio d’Itala, se non solo per la distanza con la regione di residenza e le difficoltà di effettuare  i colloqui con i propri familiari. Il che non è poco! Alfredo, era terribile quando nei carceri peninsulari la custodia pronunciava quella velata minaccia: “… ti sbatto in Sardegna…!!”.

Ebbene, Alfredo, in Sardegna ci sono finito davvero! E ciò, come ben sai, senza commettere infrazioni penai o disciplinari, ma per le bizzarrie della vita e, soprattutto, per la sconsideratezza di quel signor funzionario del DAP che, anziché premiare il mio percorso di ammirabile straordinarietà, ha deciso in questa sede con vergognosa stortura e incuranza.

Ritornando ai giorni nostri, ritengo che la meritevolezza del “nuovo vestivo” cucito addosso a questo reclusorio è da attribuire alla nuova gestione di comando (nuovo Direttore, nuovo Comandante) proiettata a dare esecutività a principio dell’umanizzazione e rieducazione della pena. Infatti, sono stati istituiti vari corsi, sebbene la portata della scolarizzazione qui è limitata ai corsi di alfabetizzazione.

Riguardo agli strumenti didattici, mi sono stati concessi l’uso del mio portatile e della mia stampante, dal momento che le  mie attività accademiche e professionali non potevano subire arresti ingiustificati e illegittimi.

Il vitto è buono. Davvero. Sembrerebbe una eccezione, come di fatti lo è, se dobbiamo considerare che in tanti istituti non si può assolutamente mangiare.

Al momento, sto leggendo (… come se non bastasse la mia realtà…) “Sorvegliare  e punire di Michael Foucault, uno dei tanti libri che fino ad oggi non avevo ancora letto.

(..)

Ti saluto molto cordialmente.

Marcello Dell’Anna

Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

L’affettività in carcere.. dal carcere di Carinola

Dal carcere di Carinola ci è giunta questa lettera collettiva sul tema decisivo dell’affettività in carcere. Un essere umano non può essere privato delle emozioni e dei sentimenti. Il carcere condanna intere esistenze a una disperata disarticolazione affettiva e sensoriale.

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L’AFFETTIVITA’ IN CARCERE

UNA NECESSITA’ O UN PRIVILEGIO?

Dipende da quale finalità si assegna alla pena.

Solo dopo un’attenta riflessione in scienza e coscienza sulle finalità della pena in Italia si può esprimere un giudizio appropriato, altrimenti esso sarà viziato o da un sentimento giustizialista o da uno di pietas, due forme del sentire che non hanno nulla  a che vedere con la logica, la razionalità, la ragione e il pragmatismo.

Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale, con ci connessi caratteri di afflittività e retributività e, dall’altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora L’AFFETTIVITA’ in carcere è solo uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo per tre ragioni distinte, ma convergenti: una di FATTO, una di MEDICINA e una di DIRITTO!

Se poi durante l’esecuzione della pena mancano tutti gli altri  elementi del trattamento, a cominciare da n percorso di formazione e di lavoro, allora l’affettività in carcere diviene essenziale, in quanto, in questo vuoto strumentale, la famiglia rappresenta l’unico vero argine alla devianza una volta finito di scontare la pena, senza avere avuto modo di migliorarsi, rimanendo fermi alle condizioni di quando si è entrati, mentre la società invece è continuata ad andare avanti, nell’economia, nella tecnologia, nelle forme di linguaggio e comunicazione.

Insomma, se da un sistema carcerario così come quello che c’è in Italia si esce più cattivi e più ignoranti di prima e, se nel frattempo, si sono allentati i legami familiari per le difficili condizioni cui devono sottostare durante la dentizione del congiunto, allora diviene ancora più difficile trovare una propria collocazione nel tessuto sociale! Quando si è in ritardo rispetto alla società si è sempre precipitosi: essere in ritardo significa essere fuori dal tempo. In fallo! Se poi si è anche soli, allora non si ha bisogno di legami legittimanti.

La pena invece, in una società disciplinare come la nostra, ha bisogno di un’occasione di riscatto e di riqualificazione umana, non di prigionia che non è né formazione né educazione, ma un’esistenza vuota, priva di contenuti UMANI, che sospende temporaneamente e per certi versi aggrava  il corso della vita dei reclusi, segnati, non insegnati da uno stato di cattività, che priva non solo della libertà, ma anche e soprattutto dei bisogni più elementari dell’uomo, come lasciarsi andare ad un momento di felicità o anche di debolezza nell’intimità della famiglia: tutti comportamenti mortificati dalla crudeltà dei colloqui collettivi, dove una semplice carezza può trasformarsi in provocazione e una lacrima in debolezza.

L’AMORE E L’AMICIZIA invece, rendono l’individuo parte del mondo e gli danno la sua giusta collocazione nel sistema sociale; dove l’amore e i legami sentimentali e amicali mancano, il mondo diviene individuale. Chi è senza amore e legami, l’unico sentimento che conosce è l’egoismo, non mediato da alcuna forma di relazione con gli altri e con il mondo e allora tutto è possibile in quanto l’unica ragione legittimante è il proprio sentire: il bene non esiste a livello individuale, ma di relazione con gli altri. Se la relazione manca, anche il bene ne risente.

L’ANIMALE in cattività, una volta libero, non sa più stare con i suoi simili e l’unica forma di relazione che conosce è la violenza. Una volta che si sono perse quelle che legittimavano la propria appartenenza e le proprie azioni, significa essere sciolti da ogni regola.

L’ostacolo più grande ad ogni iniziativa di riforma è sempre la stessa motivazione: la sicurezza della collettività prima di tutto! Ma se una carcerazione esclusivamente punitiva non restituisce uomini migliori e se l’imperfezione del sistema sociale produce un deviato su dieci, mentre il carcere che il compito di disciplinare la vita di chi ci vive dentro non riesce a farlo per l’inesistenza di un trattamento preventivo, andando avanti con gli anni la società sarà sempre meno sicura, perché ai deviati di domani si sommerà la recidiva dei primi. La restituzione invece deve essere l’arte della  relazione educativa e della giustizia, del rimettere a posto la vita, non com’era prima ma come non lo è mai stata.

Al detenuto non è neanche data la possibilità di coltivare i suoi interessi affettivi, che rimangono drammaticamente fuori da ogni colloquio. La solitudine, la lontananza, e quindi, l’impossibilità di coltiva rapporti sentimentali fondanti sono spesso all’origine di un crollo psicofisico, di cui risente tutta la famiglia, con la conseguenza di una inevitabile frammentazione del rapporto emotivo-sentimentale.

E’ indubbio che un carcere così rappresenta per il soggetto detenuto una seria minaccia per gli scopi di vita dell’individuo e della sua famiglia; per il suo sistema di difesa e di regolazione; per il suo senso di autostima e di sicurezza. In queste condizioni egli è sottoposto ad una continua pressione nel tempo che si concretizza in una progressiva disorganizzazione della sua personalità.

Studi di sociologia, condotti da Donald Clemmer, nelle carceri USA, illustrano chiaramente che tra i fattori che maggiormente influenzano la condotta delinquenziale dei condannati c’è la carenza dei contatti intimi e di relazione sociali fondanti, senza i quali il recluso finisce per identificarsi con i costumi, la cultura e il codice d’onore del carcere: un detenuto  che si allontana o è allontanato dalla moglie, dalla compagna, o dalla famiglia di origine per l’impossibilità di coltivare  interessi affettivi, intimi e sentimentali, cerca una risposta alla sua solitudine in un riconoscimento nei compagni più prossimi, quindi nell’istituzione penale. Per questi motivi i colloqui e gli incontri  con la famiglia dovrebbero rivestire un ruolo di grandissima importanza. Essi costituiscono infatti gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali, il proprio passato e soprattutto le prospettive di un futuro in compagnia delle persone veramente importanti per lui.

Questo è quello che le norme e il buon senso prescrivono. Nella realtà però, molti detenuti e famigliari esprimono la difficoltà a ritrovarsi nello spazio angusto e nel tempo ristretto delle sale di colloquio, tanto da dover rimandare alla comunicazione epistolare, chi ne è capace, gli scambi più autentici. Le sale colloqui sono infatti ambienti di 20 mq. circa, mal areati, divisi da un bancone di cemento, che separa i detenuti dai familiari. Fonicamente la situazione  risulta essere assai sgradevole, considerato che per ogni sale si svolgono fino a 8/9 colloqui contemporaneamente, e che per ogni detenuto accedono fino a tre persone. Quindi nella loro massima capienza in 20 mq. vengono ammassate 36 persone. In una condizione ambientale siffatta è molto probabile che se si facessero i dovuti controlli, l’intensità sonora risulterebbe molto al di sopra della tolleranza umana. Di questo ne è prova il fatto che molti detenuti alla fine del colloquio accusano vertigini  e labirintite, senza riuscirne a capirne la causa.

Le visite costituiscono a livello tratta mentale un fondamentale strumento di resistenza contro uno degli aspetti più devastanti della prigionizzazione, ovvero il “disadattamento sessuale”. Il carcere infatti come ogni altra istituzione composta da membri di un unico sesso può facilmente portare a sviluppare anomalie sessuali. Probabilmente, dice Clemmer, nessun altro elemento della vita in carcere ha il potere di disorganizzare la personalità degli individui ristretti come l’immaginario sessuale che si sviluppa, che può avere uno sfondo più o meno normale, maniacale o omosessuale.

Lo stesso dice Victor Nelsone, altro sociologo americano, che afferma che fra tutte le possibili forme di privazioni, sicuramente nessuna è più demoralizzante della privazione sessuale (…) essere privato un mese dopo l’altro, un anno dopo l’ennesimo della soddisfazione sessuale che, nel caso del condannato a vita, può non giungere mai, rappresenta la quintessenza della degradazione umana.

… I prigionieri hanno un forte desiderio non solo del rapporto sessuale, ma anche della voce, il contatto, il riso e le lacrime di una donna; un desiderio inarrestabile per la donna in se stessa!

Gli effetti devastanti che la privazione dei rapporti sessuali comporta sulla personalità dei reclusi sono stati analizzati da un altro sociologo americano, Gresham Sykes, che ha affermato come i continui stimoli di natura sessuale, provenienti dai giornali, dalle riviste, dai libri, dalla radio, dalla televisione, dalle lettere amorose, provenienti dal genere femminile, mantengono vivo il desiderio sessuale anche nel buio del carcere. Di conseguenza, non potere avere un momento di intimità provoca nel detenuto turbamento e devianze dai canoni di normalità.

La privazione delle relazione eterosessuali, oltre a provocare frustrazioni sessuali, e talvolta ad indurre comportamenti deviati, possono comportare gravi conseguenze anche sul lato psico-fisico. La sessualità infatti è un elemento  costitutivo della struttura essenziale dell’uomo, che si esplica come parte integrante dell’espressione fisica e personale e come apertura alla comunicazione con gli altri. La questione in esame è talmente conosciuta che la riduzione o la perdita della sessualità costituiscono un danno biologico, classificato nelle tabelle medico legali convenzionali come lesioni micro permanenti e anche altre.

E’ chiaro che se il detenuto ha avuto esperienze omosessuali in carcere, anche solo come rari atti fantasie, dovute alla forte pressione esercitata dal desiderio sessuale, il proprio IO ne risulterà particolarmente aggredito rispetto a chi riuscirà a mantenere un comportamento quasi normale.

La minaccia più grave alla sua identità d’uomo, tuttavia, deriva dalla completa esclusione dal mondo femminile, che priva della polarità necessaria a percepire il significato ultimo dell’ESSERE se stesso: OVVERO, MASCHIO O FEMMINA!

Il detenuto è costretto a cercare la propria identità solo dentro se stesso e non anche nella propria rappresentazione che trova riflesso negli occhi degli altri; e dato che la metà del suo sentire gli è negata,l’immagine che il detenuto si fa di se stesso rischia di diventare completa solo a metà, dimezzando la sua identità.

I problemi psicologici derivanti dalla negazione della sessualità e dell’affettività sono stati affrontati anche in alcuni studi di medicina penitenziaria da alcuni medici, i quali hanno sostenuto che il processo di adattamento al carcere può provocare disfunzione nel complesso dei meccanismi biologici che regolano le emozioni, generando sindromi morbose di varie intensità, definite sindrome da prigionizzazione.

La proibizione della sessualità è anche l’effetto della detenzione che in modo lento ma inesorabile si riversa sui famigliari, mogli, fidanzati e compagne di vita, le quali si trovano senza alcuna colpa a subire un celibato forzato, prova inoltre una frammentazione tragica e dolorosa nella vita di relazione. Gli effetti causati da questo stato di cose sui partner sono spesso, se non allontanamento materiale, di sicuro sentimentale, generando conflitti e tensioni in famiglia che a poco a poco si disgrega.

In questo modo, andando avanti negli anni, al detenuto viene tolto tutto: libertà, sessualità, famiglia e sogni di una vita migliore, catapultandolo nella solitudine e nella rabbia.

La pena allora diventa inutile perché non rispetta il suo tempo. Invece, il compito della pena è quello di dare tempo, un tempo adeguato e appropriato a divenire quello che non si è mai stati. Dare tempo, non togliere tempo alla vita, questa è la soluzione più giusta per perseguire la difesa della sicurezza sociale. Ogni altra scelta è solo violenza gratuita e la violenza chiama violenza. Viceversa “l’amore” chiama “amore”.

Se l’Ordinamento giudiziario si basa esclusivamente sul criterio della proporzionalità dei delitti e delle pene, spesso accade che si resta ancorati ai termini dei tempi di detenzione, vuoti di trattamento preventivo per la difesa sociale, e colmi di sofferenza, per cui si mette in libertà chi alla fine della pena non ha ancora acquisito la propria libertà, la propria emancipazione, lasciando che vengano commessi delitti uguali e peggiori di quelli espiati.

In una politica di difesa sociale vera, il nocciolo importante non è nel castigo, ma la valorizzazione dei tempi di detenzione se dà ragione numerica si vuole farla diventare ragione educativa.

Una ragione penale che si ferma solo alla scadenza della pena e non si spinge oltre non si confronta con il processo di sviluppo delle persone.

E’ chiaro che in questo modo  la ragione penale appare svincolata dalla ragione della sicurezza sociale. Diventa insensibile nel momento in cui si chiude su se stessa per aprirsi a scadenze di tempi senza che ci si preoccupi di cosa o di chi uscirà fuori da quella scadenza.

Non si tratta di perdonare o di condannare. Ma è imperdonabile l’ordine sociale che non è capace di restituire il colpevole alla giustizia, come restituzione dell’individuo alla società e della società all’individuo. C’è un percorso della giustizia che va oltre il diritto, senza cancellarlo ed è quello di una giustizia restituiva per DIRITTO e per GIUSTIZIA!

A questo punto rimane da valutare solo la questione del DIRITTO, che è chiara ugualmente. La detenzione, comportando la privazione della libertà è una punizione in quanto tale. Le condizioni della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare le sofferenze inerenti ad essa. Inoltre , i diritti della persona,nessuno escluso, ricevono tutela dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, com’è del resto riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito sia della Corte Costituzionale sia della migliore dottrina. L’art. 2 della Costituzione, in particolare, sancisce il valore assoluto della persona umana ed è norma a contenuto precettivo e non pragmatico. Cosicché ogni restrizione alla persona nella realtà sociale sarebbe suscettibile di assurgere al rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente tutela giurisdizionale.

Quanto al diritto alla sessualità occorre in proposito ricordare l’INCIPIT della Corte Costituzionale nella sent. 18-dicembre-1987, n. 561 che lo inquadra tra i diritti inviolabili della persona, come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Essendo quindi la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana, che l’art. 2 Cost. impone di tutelare.

Più di recente poi, a proposito del danno alla salute, la Corte Costituzionale nella sent. 184 del 1986 ha precisato  che le lesioni del bene giuridico della salute, in quanto valore personale garantito dalla Costituzione (art. 32) dà di per sé titolo, anche quando consegua non ad un reato, ma ad un mero illecito civile (art. 2043 c.c.) alla tutela giurisdizionale e al risarcimento  del danno patito, derivante dalla menomazione dell’integrità psicofisica, senza che occorra alcuna prova al riguardo.

Ipotesi che si realizza certamente nel caso in cui cagionando ad una persona coniugata l’impossibilità dei rapporti sessuali (sent. 6607/1986) è immediatamente lesiva dei diritti dell’altro coniuge ad eventuali  rapporti, quale diritto-dovere reciproco.

Nel caso specifico lo Stato, cagionando al detenuto l’impossibilità dei rapporti sessuali per motivi di prevenzione e pena, lede i diritti  dell’altro coniuge ad averli, senza che debba rispondere di alcuna colpa. Inoltre, attenta alla salute di entrambi. Trova infatti adeguata collocazione nella sent. n.8827 e 8823/2003 la tutela risarcitoria ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale.

Si afferma nella sent. 233/2003 della Corte Costituzionale, che nel caso in cui un fatto limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli naturali, si realizza un nuovo tipo di danno, definito  con l’espressione di “danno esistenziale”. In proposito Franco Geraudo, presidente dell’AMAPI, sostiene che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non può essere interrotto, senza determinare nel soggetto traumi fisici e psichici.

Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi in FATTO, in MEDICINA e in DIRITTO?

Anzitutto, risulta chiaro che il carcere operante attualmente non restituisce persone migliori, inoltre la privazione della sessualità mina la salute delle persone nel fisico e nella psiche, aggravando non solo lo stato di salute, ma anche il carattere e la personalità di chi la subisce direttamente e indirettamente.

Quanto al Diritto è palese che questo stato di cose risulta in contrasto con i principi della Costituzione per quanto attiene la tutela della persona, della salute, della famiglia, di una pena rieducativa (artt. 2, 3, 27, 29, 30, 34 Cost.); altresì, mina la sicurezza della società nella parte in cui non riesce a restituire persone migliori di quando sono in carcere, al rischio che si commettano delitti uguali o peggiori di quelli per cui si è stati condannati.

La domanda allora è questa: perché nonostante tutto le cose restano così?

Dal Carcere di Carinola

Lucia Bartolomeo.. dopo che la Cassazione ha annullato la sua condanna..

Ci siamo occupati della vicenda di Lucia Bartolomeo, sin dal primo post dedicato a lei (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/04/7376/), specie in relazione al rapporto (resole) estremamente problematico con la figlia.

Lucia è stata accusa di avere ucciso suo marito, venendo condannata in prigo grado e in appello, con una sentenza che dopo il secondo grado era l’ergastolo.

Lucia si è sembre battuta aspramente, contestando l’adeguatezza delle indagini e l’intero impianto processuale.

Con l’annulamento della precedente condanna, e il rinvio degli atti ad altro tribunale, la Cassazione sembra proprio avere dato ragione a Lucia.

La sentenza della Corte di Cassazione è giunta il 15 novembre.

Il 16 Lucia ha scritto le parole che leggerete…

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Nel momento più buio della mia vita, la correttezza, la scrupolosità, l’imparzialità, il garantismo e la coscienza dei supremi giudici della Corte di Cassazione mi hanno restituito la promessa dela luce del giorno

Come un’ombra in questi giorni, il pensiero che Alessia (la mia bambina), il 19 novembre compirà il suo decimo anno d’età, lontana dalle braccia della sua mamma.

La speranza è quella che apprezzeremo ancora di più l’agognata futura serenità, perchè abbiamo conosciuto il dolore e la sofferenza.

Apprezzeremo immensamente la dolcezza avendo  provato l’amarezza, e il bene perchè abbiamo visto il male, la vita stessa perchè siamo passati attraverso la morte e soprattutto apprezzeremo la giustizia per avere subito l’ingiusto.

Lecce  16/11/11

Bartolomeo Lucia

Anche Alfredo Sole risponde al Popolo Viola

Anche Alfredo Sole ha voluto dire la sua sui commenti del c.d. Popolo Viola alla lettera di Carmelo Musumeci indirizzata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Breve riepilogo dei fatti:

Il 12 luglio su Lettera Viola, una rivista telematica a cui fanno riferimento molti simpaizzanti del c.d. Popolo Viola viene pubblicato la lettera scritta da Carmelo Musumeci al Presidente della Repubblica… Lettera di un ergastolano al Presidente della Repubblica Napolitano….(http://letteraviola.it/2011/07/lettera-di-un-ergastolano-al-presidente-napolitano-noi-condannati-ad-una-vita-da-morti/)

A quel punto giungono una serie di considerazioni e di risposte da parte di un gruppo di ergastolani di Spoleto (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/06/7048/) a cui si aggiunge, qualche tempo dopo, anche una considerazione di Gerti Gjenerali (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/11/anche-gerti-gjenerali-risponde-al-popolo-viola/).

Adesso, dopo avere letto i commenti del Popolo Viola, e le considerazioni degli ergastolani, anche il nostro amico Alfredo Sole, vuole dire la sua.

Non aggiungo molto altro, dato che questa vicenda è stata ampiamente sviscerata.

Non vi nascondo che anche io rimasi stupito. Il delirio forcaiolo è presente, a volte persino comprensibile, in molti contesti. Può non piacere, può essere combattuto, ma in un certo senso te lo aspetti. I commenti di quelle persone che si autodefinivano appartenenti al Popolo Viola.. erano, visto anche il contesto, che ha ambizioni di cultura e alta riflessione, di una ignoranza impressionante. Unita anche a quella che Alfredo Sole definisce “violenza”. Qualcuno scrisse un tempo su “l’uomo del rancore…”…

meditate gente… meditate..

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Troppo tardi per commentare il pensiero sull’ergastolo di chi dice di appartenere al “Popolo Viola”. Ho letto il “confronto” solo adesso. Avrei dovuto provare rabbia per tutta questa ignoranza e violenza d’animo. Invece critico un pò i miei compagni, per essere stati violenti nel rispondere a persone stupide. Perchè non si accorgono che proprio questa gente violenta, rende noi migliori di loro.

Io, invece, ringrazio questi esseri. Sì, li ringrazio per il loro pensiero. Se una persona può esprimersi così violentemente e sentirsi giustificata e “buona”, io posso giustificare ciò che sono stato, e, nonostante rimango cattivo, posso elevarmi sulle loro teste, perchè il mio pensiero non è mai violento.

Vedi, caro Alfredo, questa gente ha bisogno di essere così come sono. Sono gli stessi che vanno in pellegrinaggio nei luoghi dove è successo un delitto, a fotografare, o a farsi fotografare, con la speranza di farsi intervistare gridando il loro sdegno, per poi, la sera, invitare gli amici a casa per vedere la TV.. “ecco! ecco! Sono io quello.. vedi?!”. Sono gli stessi che passano l’intera serata a cercare in TV approfondimenti di macabri delitti, perchè devono alimentare il loro innato senso di violenza. Devono poter fare tutto questo o si sentirebbero completamente inutili. La vita, quella vera, li inghiottirebbero, e non avrebbero la forza per reagire. Sono gli stessi che non esiterebbero a linciare una persona, perchè convinti di essere protetti dall’opinione pubblica, di quelli che la pensano come loro. Sono gli stessi che nella storia hanno commesso i peggiori crimini, solo perchè un’autorità glielo ordinava. La persona “per bene” che si trasforma in carnefice.

Sono esseri non pensanti, epigoni di una demagogia violenta… “se vogliono morire che si ammazzino da soli”. E’ giusto che la pensino così. E’ il normale pensiero di un vigliacco. Non potrebbe pensarla diveramente, e perchè dovrei fargli cambiare idea? Soo alle persone intelligenti e coraggiose si può fare cambiare idea, alle altre no. Rimangono nella loro stupida vigliaccheria. Sono quello che si meritano di essere. Perchè tentare di renderli migliori?

Io, da ergastolano, ho bisogno di questa gente perchè ho bisogno di sentirmi migliore di qualcuno. Se tutti fossero migliori di me, io starei ancora più male, perchè penserei al male che ho fatto, mentre io non ricevo che bene. Come mi sentirei? Così posso “giustificarmi” col fato che ci sono esseri che, seppur oggettivamente non hanno (ancora) fatto del male, sono peggiori di  me e, al solo pensiero, io sto bene!

Odiare è più facile che amare. Uccidere è più facile che perdonare. Queste persone non sceglieranno mai amore e perdono. Non ne sono capaci. Così come non sono capaci di comprendere che nessuno è immune da quello che è successo a noi…. di chi ha commesso gravi reati. Non riescono a capire chee un loro fratello, figlio, marito, moglie, genitore, ecc., un giorno potrebbe trovarsi nelle nostre stesse identiche situazioni, e allora, il loro disprezzo, il loro egoismo, la loro crudeltà, e perfino la loro stupidità, cesserebbe all’istante per fare spazio all’ipocrisia.

No, Alfredo, non mi hanno stupito. Ciò che hanno scritto questi esseri non mi ha stupito. Mi hanno stupito di più i miei compagni che si sono abbassati a rispondere a gente così stupida, pur sapendo di essere superiori, migliori di loro. Ma posso capire la loro rabbia nel sentirsi additati da chi  dell’ignoranza violenta ne ha fatto necessità di vita, unica pssibilità di esistenza.

Ciao, un abbraccio.

Alfredo

Dialogo tra Francesco Annunziata e Claudio Conte

Alcuni dei momenti più avvincenti di questo Blog sono quelli dedicati ai dialoghi. Alcuni sono ormai memorabili.. come quello tra “un ergastolano (Carmelo Musumeci) e un professore di filosofia (Giuseppe Ferraro)” e altri hanno riscosso un grande consenso, come quello “tra due diavoli all’inferno (Gerti Gjenerali e Carmelo)”.

Questa volta si cimentano due autentici “talenti”… persone che abbiamo imparato a consocere sul Blog.. Francesco Annunziata, detto Nellino, di cui potrete leggere molti testi nell’archivio… e Claudio Conte, che scrive un pò di meno per il Blog, ma ogni volta lascia il segno.

Il dialogo prende le mosse dall’opera Shakesperiana dell’Amleto, per toccare temi eterni, che possano toccare la coscienza anche di un  uomo attuale.

Originale questo confronto tra queste due “teste”.. potrebbe nascere un altro filone di dialoghi..:-)

Vi lascio a questo dialogo tra Francesco Annunziata e Claudio Conte.. da Catanzaro.

Dialogo tra Francesco Annunziata e Claudio Conte

Amleto- Essere o non essere

Francesco: Per me è più degnoo chi combatte contro il destino avverso. Perchè accettando supinamente quale dignità avresti?

Claudio: Ma essere o non essere non pone solo la questone dell’agire, ma soprattutto quella dell’essere o meno eterni e delle sue conseguenze. Se la morte sia una liberazione dagli affanni della vita e se sopratttto se con la morte questi abbiano fine o invece si perpetuano in eterno. Per Amleto, infatti, è anche il dubbio che crea il timore della morte. Se debba vendicarsi come il padre gli ha chiesto.

Francesco: La paura della morte è la paura per quello che non conosce, come intuisce Amleto. Ma non è detto che siano miserie quelle ereditate dal corpo. Ma chi l’ha detto che l’animo è infelice? Nel senso che anche nelle sofferenze terrene, l’animo può comunque trovare la felicità.

Claudio: Sì, ma in questo caso Amleto esprime anche un’infelicità spirituale, poichè è minato dal dubbio.

Francesco: La soluzione è combattere le sofferenze terrene. Non è la morte il rimedio.

Claudio: Sì. D’accordo, ma Amlelto soffre in vita, ma ha paura di soffrire anche dopo la morte. E dunque anche per ciò non è la soluzione.

Francesco: Aspetta, Claudio. Nelle parole di Amleto ce ne sono alcune che ci riguardano molto da vicino, sono quelle della giustizia. Leggo: “chi sopporterebbe di vedere il suo corpo invecchiare, subire torti da chi ci affligge, le lungaggini della giustizia”. Qui dobbiamo soffermarci un bel pò.

Claudio: Certo. Sono d’accrdo. Ma se penso che sno secoli che se ne parla e ce ne domandiamo ancora. Possiamo concludere che qui ci sono pochi dubbi e più certezze. Nel senso che l’ingiustizia vive e si perpetua con l’uomo, senza alcun dubbio, purtroppo.

Francesco: Uha, Claudio. Ma noi come facciamo a sopportare, non dico tutte le sofferenze del mondo, ma queste della mala giustizia? Come facciamo a non suicidarci? Non credo sia per la paura e timore di quello che c’è dopo la morte.

Claudio: Allora cos’è?

Francesco: Secondo me, penso sia la speranza che le cose possano cambiare. Vale la pena vivere anche solo per un attimo di quella felicità di cui tutti siamo alla ricerca. Aspetta, m’è venuta in mente un’altra cosa. Questa è proprio importante. Se Amleto fosse condannato al “fine pena mai”, credi che la penserebbe allo stesso modo?  Mo, sì! Perchè avrebbe sconfitto la morte, senza morire, essendo condannato a una pena eterna, che necessariamente presuppone una vita altrettanto lunga.

Claudio: Ecco! Almeno non avrebbe pù il dubbio che lo assilla sull’eternità. Dato che gliela assicurano con una sentenza… Certo, rimarrebbe il piccolo problema degli “affanni”, che lo accompagnerebbero nel durante l’etero. Ma non puoi avere tutto dalla vita… Ritorniamo seri… La soluzione possibile al dubbio di Amleto, credo possa essere quella di una vita moralmente coerente. Il che ti metto al riparo sia dagli affanni terreni, che da eventuali vite ultraterrene. Vivere coerentemente ti permette di affrontare ogni giudizio. Dunque, non avere timore della morte o di quello che c’è dopo. Sì, se rispondi quotidianamente della tua coscienza. Questa ti accompagnerà anche dopo la morte. E nessun luogo ti sarà straniero o avverso.

Francesco: Ma la coscienza muore?

Claudio: No, la coscienza è anche anima.

Francesco: Io dico che muore. Anch’io credo che il vivere moralmente, in coerenza, può essere una soluzione. Ma Amleto non è coerente. Prendiamo l’esempo sulla sofferenza “dell’amore calpestato”. Chi l’ha detto  che è sofferenza? Per me non c’è cosa più bella che patire per amore. Perchè ti permette di capire che hai un’anima. Sì, la “tocchi”! Ti pare quasi di poterla toccare, tanto è forte l’effetto provocato dal sentimento. Secondo te, l’amore in tutte le sue forme può essere mai sofferenza?

Claudio: Qui stiamo passando ad un altro piano, quello superiore.

Francesco: Guarda che noi siamo all’ultimo piano.

Claudio: E che dici, possono darci tentata evasione? Comunque, l’amore può diventare una forma di sofferenza. Se ci riferiamo a quello che proviamo verso i nostri cari, verso le persone che amiamo nel momento in cui vengono a mancare. Soffriamo tanto più quanto le abbiamo amate. Sono d’accordo con te, se invece parliamo di un amore in forma più spirituale, quello verso Dio. Poichè questo vive dentro di noi e siamo noi a decidere se separarcene. Anche se poi non ci verrà a mancare mai, in quando Dio ci ama a prescindere. E con questo credo che abbiamo risposto, in parte, al dubbio amletico. Siamo eterni.

Francesco: Claudio, ma tu pensi che Amleto lo sappia?

Claudio: Amleto no! Ma Shakespeare credo proprio di sì!

Francesco: Ora parliamo del Re, il patrigno e zio di Amleto.

Claudio: Qui siamo davanti ad un colpevole che continua a godere del frutto del suo delitto: che si sente in colpa, un tale senso di colpa che gli impedirebbe di pr egare e chiedere perdono a Dio. Nonostante sappia che gli sarebbe capace. Ma è anche incapace di pentimento, pur conoscendo la forza di questo. Lui sente il rimorso  ma non è capace di pentirsi. Non è una contraddizione? Rivolge al Cielo solo parole vuole, senza sentimento e fatti che le confermino. Da questo confllitto interno dobbiamo partire. Anche qui il dubbio. E’ anzi doppio, se la colpa debba prevalere e precludergli la reghiera. Il perdono, la salvezza dell’animo e se questa salvezza sia possibile.

Francesco: Questo Re è un filibustiere. Assomiglia a molti di questa terra, che piangono miseria per non pagare dazio. Va in Chiesa, s’inginocchia, si dispera, chiede aiuto agli angeli, ma la seera va a letto con la “cognata” dopo avere ucciso il fratello. Allora è più forte  la colpa o la concupiscenza con la cognata?

Claudio: La seconda che hai detto. Perchè diversamente, come puoi dormire nel letto con la moglie di tuo fratello dopo che lo hai ucciso? E’ una vera carogna!

Francesco: Però c’è una cosa che dice che è vera: “i soldi comprano la legge”. Ma quella terrena. Dio lo condannerà, non ci scappa. Neanche Dio  contempla un tale perdono. Non tanto il fratricidio, ma per la fornicazione con la cognata. E ha ragione ad avere paura. Vuol dire che lo sa cosa lo aspetta dopo la morte.

Claudio: No. Lui invece sa che Dio è pronto a perdonarlo. E’ lui che non riesce a chiedere perdono, perchè non è capace di sentimento.

Francesco: Sì. Dici che non si pente perchè i benefici che avrebbe dal pentimento sarebbero minori di quelli che ha conquistato col delitto.. un regno, potere e sesso gratis.

Claudio: Sesso gratis?

Francesco: Scusa. Perchè non c’erano le escort a quei tempi?

Claudio: Certo!

Francesco: E non poteva andare a prostitute invece di mettersi con a cognata?

Claudio: Perchè con la cognata arriva ad avere anche il Regno e il Potere. E forse all’epoca le “olgettine” erano in sciopero.

Francesco: e menomale che non si pente, altrimenti avrebbe scaricato tutto un un innocente. E poi davanti a Dio avrebbe pagato questo e quello.

Claudio: La questione non è semplice. Poichè lui dice di avere rimosso, è consapevole di essere stato perdonato. Sa che può ottenere il perdono pregnado Dio. Però non è capace di pentimento e le sue preghiere sono parole vuolte. Cioè non sono sentite. Questo porta a concludere ch il suo senso di colpa così grave è motivo d’impedimento alla preghiera. Su questo abbiamo già risposto, sostenendo che Dio perdona tutto e dunque può pregare. Lo dice lui stesso. La questione che manda in confusione, è che quando arriva a pregare, si dimostra incapace di pentimento, e le sue preghiere sono parole vuote, non seguite da sentimeno e da fatti. Ne deduciamo che questi non ha sensi di colpa. Oppure è un soggetto così debole, che nonostante sappia di andare incontro alla condanna eterna, non riesce a staccarsi dai piaceri e dai peccati terreni.

Francesco: Per me, questo non ha sensi di colpa, perchè se li avesse, vorrebbe dire che ha capito di avere sbagliato. Quindi lascerebbe il potere e la cognata.

Claudio: Ma la questione è proprio questa. Lui ci dice di non avere capito. Di avere rimosso, ma non agisce di conseguenza.

Francesco: Allora non ha capito nulla. Pensa di avere capito, ma non ha capito nulla.

Claudio: Forse crede di potere prendere in giro Dio? Pregando così innanzi all’altare? Ma Dio non può essere preso in giro.

Francesco: Visto il soggetto… ci sono buone probabilità. Lui si conferma una carogna.

Claudio: Sì. Credo proprio di sì.

Francesco Annunziata e Claudio Conte

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