Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “Giovanni Farina”

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

farina

r

Pubblico oggi un altro brano tratto dal bellissimo libro “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

————————–

E’ facile essere amati, e dopo un attimo essere odiati.

L’uomo è più plasmabile della bestia.

Basta una sola parola d’un suo simile per farlo camminare nell’illusione. Ormai mi avevano chiuso dal lavoro.

E’ molto raro incontrarsi nella gioia, l’uomo la felicità la tiene nascosta, ha paura che gli venga rubata. Ogni grido di dolore ha pronto il suo carnefice  che scaglia la pietra e nasconde la mano.

L’odore del sangue attira gli avvoltoi, gli spazzini degli esseri senza vita che non si possono difendere.

L’abbattimento del vento ci fa sentire forti, per il momento il vincitore si sente immortale. Non ci rendiamo conto che cancellando dal sentiero della vita i nostri simili, cancelliamo dalla terra le nostre origini, uccidiamo i nostri padri.

Mio padre… da “Nonostante i cacciatori di uomini”.. di Giovanni Farina

farina

Pubblico oggi un altro brano tratto dal bellissimo “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina.

—————————————

Un giorno viene mia madre a colloquio. Solo dopo mezz’ora circa di conversazione mi fa: “Sai, tuo padre l’abbiamo sotterrato nel cimitero di Pari, ormai abitiamo in quel paese”. Alla notizia improvvisa, stravolgente, della morte del babbo, peraltro comunicata in quella fortuita maniera, per qualche minuto reso in silenzio. Mi si ferma il pensiero, non sento più il mio cuore battere. Credo di non avere capito quanto ha appena detto la mamma. Dopo un po’ domando  quando è morto e risponde: “Quindici giorni fa”. La guardo quai assente. 

Prima di pronunciare parole domando: “Ma come! Mio padre è morto da quindici giorni e non mi viene fatto sapere della sua morte neppure con un telegramma?”. Chiedo il perché  di tutti quei giorni di silenzio. “Come? Non te l’hanno dato il telegramma? Abbiamo chiesto al giudice di mandarti al funerale, volevamo che tu ci fossi, almeno per vedere l’ultima volta tuo padre. Almeno il telegramma credevo che l’avessero consegnato”. Il telegramma me l’hanno dato la sera, dopo tornato dal colloquio con i miei familiari. Per i giudici si vede che non era mio diritto sapere che mio padre era morto. Il babbo morì che aveva 76 anni, eppure era nel pieno della vita. Era più giovane della maggior parte degliuomii dell’età di cinquant’anni, più roseo, gli occhi lucidi, la pelle soffice e chiara; era asciutto, di bell’aspetto. Aveva avuto la sua gioventù molto tardi nella vita. Era diventato giovane di colpo, come un melo che sbadatamente fiorisce in ottobre. I suoi genitori erano gente rispettabile e religiosa. Era nato in una piccola città chiamata Orune. Al tempo della sua infanzia, la piccola città della Sardegna non aveva teatri, cinematografi, automobili. Tutto si concentrava attorno alla chiesa. La domenica vi era messa, le riunioni in parrocchia; e durante l’anno le feste tradizionali, quando tutti si sfrenavano in balli e canti tribali, corse di cavalli, manifestazioni culturali tramandate dai tempi più lontani, più antichi. Orune è un paese esposto a tuttii venti, domina le valli che lo circondano. Mio padre restò sempre figlio di quel libero vento.

Da “Nonostante il cacciatore di uomini”… di Giovanni Farina

farina

Pubblico altri brani tratti dal bellissimo libro di Giovanni Farina -detenuto a Catanzaro- “Nonostante i cacciatori di uomini”.

———————————————-

Ricordo una mattina d’inverno

Mi dovevo alzare dal letto perché la luce del giorno, che filtrava dalla fessura di una tapparella della finestra, mi diceva che un nuovo dì era arrivato. Ero sdraiato nel mio letto e ascoltavo il silenzio di quel giorno ancora inesplorato dai miei occhi. Da dentro la stanza chiusa ascoltavo i rumori della campagna che non sentivo. Anche gli uccelli sembrava si erano dimenticati di svegliarmi, non sentivo il loro canto. Le capre che erano nella stanza non richiamavano i loro figli come era loro abitudine biologica. A quell’ora nevicava nel massimo silenzio, non c’erano rallentamenti nella foschia dei fiocchi di neve.

Vedo fuori e devo guardare il cielo sempre di traverso, dove scorgo l’orizzonte. Il mio cuore ha dimenticato le parole che colorano il cielo. Solo i miei occhi, quando guardano l’orizzonte, sanno dire una preghiera. Tanti anni sono passati, eppure io vedo ancora oggi il mio sguardo che domanda al cielo dov’è quella finestra che cercavo, in mezzo alle stelle del cielo azzurro di quella notte. Quando ancora ero un giovane, dai sogni senza ombre.

Limbara, questo era il nome della capra che tutti gli anni faceva tre capretti. Il terzo capretto era accovacciato sulle gambe vicino al sasso, sembrava che dormisse, era morto. Ogni volta che mi moriva un animale, anche alla nascita, mi dava un senso di colpa, mi faceva soffrire. Pensavo che la sua morte fosse colpa mia. A pare che in una nuova nascita c’era il lavoro di un anno, mi dava molta tristezza perdere quello che mi era nato dai miei animali. Le mie capre non erano selvatiche, anche se erano in branco. Erano semibrade, conoscevano il padrone, e dagli estranei non si facevano avvicinare. Col tempo tutti i viottoli fatti dai miei animali sono diventati dai veri tracciati topografici, registrati dai boy scout. Dei veri itinerari per gli escursionisti e i cacciatori, per gli esploratori che salivano in quella montagna.

L’uomo è sempre pronto a essere giudice, giustiziere di altri uomini. Sin quando ci saranno giudici e giudicai, le parti non coincideranno mai. Ci sarà sempre la disuguaglianza, perché siamo noi che non siamo uguali. Il mio pensiero resta scritto nel mio respiro ogni giorno, da quando la luce dell’alba dà gioia ai miei occhi.

Le mie finestre sono esposte da anni al vento di tramontana, per questo quasi sempre le tengo chiuse. Chissà quando potrò tenerle aperte, e respirare il vento libero della vita, quando non sentirò più questo vento ingiusto. 

Nella mia vita non mi sono mai arreso, perché ho incontrato anche degli uomini che mi hanno insegnato la fiducia di crescere. Nel mio profondo silenzio, l’anima mia continua a respirare paziente. E per questo non voglio deluderli.

Non sono solo io una testimonianza d’uomo che è sopravvissuta alle catene. Altri uomini prima di me sono sopravvissuti alle catene. E hanno tracciano la loro storia con la vita.

Sono abituato a prendere quello che la vita caritatevole mi ha dato. Non ho mai desiderato quello che non avevo. Sarà per questo che sono restato sempre la stessa persona. Desiderare quello che non necessitiamo, e come tute le cose in più, diventano superificiali alla nostra esistenza.

Non si può desiderare ogni raggio di luce che vediamo. La luce perfetta tutta per noi non ci appartiene, perché nella nostra natura ci appartiene l’imperfezione.

Molte volte l’animo sorridente mi ha dato la definizione di chi si vuole prendere gioco di quello che gli sta davanti.

Il sorriso dell’uomo è parte di me stesso, e sono contento di sorridere, di essere me stesso. Non è vero che il sorriso abbonda sulla bocca degli sciocchi.

Ho chiuso gli occhi e sento gli uccelli che cantano.

Stanno cercando per me la loro canzone.

“Nonostante i cacciatori di uomini”- recensione di Caterina Serra

farina

Caterina Serra è una donna sarda di grande intelligenza e sensibilità.

E’ stata molto colpita dal libro di Giovanni Farina -detenuto a Catanzaro- “Nonostante i cacciatori di uomini”.

Ci ha inviato una sua recensione, che volentieri pubblico.

———————————————————————

Ho letto più volte il libro di Giovanni Farina “Nonostante i cacciatori di uomini”.
Apprezzo molto il suo modo di scrivere e raccontare ,con le sue parole semplici ma profonde riesce a trasportarti lontano.Quando racconta della sua giovinezza in campagna circondato dalla natura e dai suoi animali sembra di essere dentro una favola.
Dietro ogni storia c’è una morale.
Il libro di G.Farina è molto interessante sia da un punto di vista storico che da un punto di vista umano.
Storico in quanto è un vero e proprio documento,siamo nell’Italia del dopoguerra.In quell’epoca i pastori sardi,spinti dalla voglia di migliorarsi,insieme alle loro famiglie e alle loro greggi,lasciano la Sardegna per stabilirsi nel centro Italia soprattutto nelle campagne toscane,terre ormai abbandonate dagli abitanti del luogo,investiti dal boom economico ed industriale di quegli anni.
I pastori sardi oltre alle difficoltà ambientali avranno a che fare con un male maggiore che sarà il pregiudizio.
Pastore sardo=criminale.
Hanno lavorato duramente e onestamente per creare delle valide aziende agricole e garantire un futuro migliore ai propri figli,la maggior parte ce l’ha fatta ma purtroppo molti sono stati inghiottiti da questo pregiudizio .Tuttora se pur in maniera meno esplicita questo pregiudizio persiste,lo testimoniano alcuni fatti di qualche anno fa.Una delegazione di pastori fu bloccata a Civitavecchia dalle forze dell’ordine,negandogli il diritto di andare a Roma esporre le proprie ragioni ed essere ascoltati ,tutto ciò perché considerati delle persone pericolose.
Dal punto di vista umano ,ciò che più mi ha colpito e mi ha fatto riflettere è com’è possibile che una persona bollata dalla giustizia italiana come un “criminale pericoloso”,possa custodire dentro di se cosi tanta poesia,una poesia non solo fatta di parole ma di gesti e di amore profondo verso ciò che lo circondava,la sua famiglia i suoi animali.
In ognuno di noi risiede il bene e il male e sono tanti i fattori che influiscono affinché emerga un aspetto più che un altro.
Ho capito che la giustizia non tiene conto di questi fattori o di come una persona sia realmente dentro di se,giudica solamente il reato e applica sconti solo se parli e vendi la vita di un altro in cambio della tua,ma se sei integro nei tuoi principi è la fine.
Consiglio vivamente di leggere il libro di G. Farina,per me oltre ad essere stato una lettura gradevole, è stato soprattutto  una fonte di riflessione e mi ha aperto gli occhi sulla realtà delle carceri,che non sono fatte di numeri ma di persone che sbagliano,pensano ,amano.
Caterina

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

Murales_De-Andre_01

Pubblico oggi un altro intensissimo brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, il bellissimo libro scritto da Giovanni Farina, attualmente detenuto a Catanzaro.

————————————————–

Mi è stato scritto un telegramma da casa, mi è stato consegnato con venti giorni di ritardo, per dirmi, nel telegramma, che eri morto, che non ci sei più, babbo. Non potrò più vederti su questa terra. Continuerò a sentirti nel mio pensiero, i miei giorni non saranno mai soli, la tua figura resterà per sempre dentro di me. L’altra notte ti ho sognato, eravamo lassù, a casa nostra, dove la vita ci ha visto per tanti anni insieme e dove i nostri pensieri più volte si sono incontrati, uniti in uno solo. E tramite la tua persona, padre, ho vissuto dentro al tuo tempo, ho camminato dentro ai tuoi occhi nella tua gioventù. In questo giorno triste per la tua scomparsa, mi resta la conclusione che tramite il tuo tragitto di vita, vivo la tua vita. Con gioia riconosco il mio tempo. Sono contento che tu, padre, mi hai fatto assaporare il profumo della vita della terra che mi ha visto nascere. Ti ringrazio per avermi fatto ricordare col tempo le mie radii, e riconoscermi uomo nel mondo.

“Svegliati, devi andare a mungere le pecore. Il cavallo è già sellato, ti aspetta; svegliati, i bidoni in alluminio per il latte sono a cavalcioni sul cavallo”. Ascolto la tua voce che mi chiama, e mi indica la strada del monde. Con la tua voce di padre mi parli penetrando il mattino, e il mio sonno di fanciullo. La luce del mattino fa guardare il sole e l’erba che cresce nel mondo. La mia casa è stata la gioia degli anni felici: quando si parla guardando oltre le barriere visibili ed invisibili del cuore.

Non si vorrebbe mai salutare la sera.

Perché ogni giorno ha una bellezza irripetibile. 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

Astrattt

Inserisco oggi un altro brano tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini” del nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

———————————————————-

Il padiglione della terza sezione sarà il luogo ove inizieranno le mie giornate infinite. La mattina, alle otto e mezza, apertura della porta della cella. La guardia carceraria le apriva una ad una e aperte restavano fino alle otto di sera. I detenuti potevano girare nel padiglione. Non vi era la televisione, in cella. Ve n’era una in bianco e nero nel corridoio vicino al finestrone. All’ora del telegiornale veniva accesa da una guardia, e anche per le manifestazioni sportive. Lo sport aveva la precedenza su tutti gli altri programmi. Ogni carcerato che volva vedere la TV si portava dalla propria cella lo sgabello in formica e vi si metteva a sedere. In inverno non resistevi molto seduto in quel corridoio, nemmeno il tempo del telegiornale perché era un luogo freddo. Vi era solo una stufa a carbone, piazzata dov’era la guardia, vicino al cancello che apriva e chiudeva ogni volta che qualcuno entrava o usciva dal padiglione. Era l’unica forma di calore per l’intero padiglione. Nelle fredde giornate invernali i carcerati più freddolosi si accalcavano addosso a quella piccola stufetta senza lasciarla libera per un solo istante nell’arco dell’intera giornata. Quando non erano attaccati alla stufetta, restavano a letto sotto le coperte, l’unico altro modo per salvarsi dal freddo. Un giorno qualche irresponsabile, senza essere visto, buttò nella stufa una bomboletta di gas da campeggio, che scoppiò mentre vi erano attorno quattro persone; le portarono all’ospedale con seri danni fisici causati dalle schegge della stufa andata in mille pezzi. Per quell’anno non ebbero il coraggio di rimetterne un’altra.

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

alice

Oggi pubblico un altro estratto tratto da “Nonostante i cacciatori di uomini”, bellissimo libro scritto dal nostro Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

——————————————–

Nella mia prigione, per riempire gli spazi vuoti che si creavano intorno a me iniziai a leggere qualche libro. Erano molti anni che non leggevo un libro, nemmeno il titolo o il nome dell’autore. Da quando avevo finito la quinta elementare, non avevo avuto occasione di leggere libri o di scrivere lettere. I miei giorni erano stato impegnati a crescere, a diventare adulto con il mio lavoro.

Nel silenzio del mio pensiero iniziai a comunicare con i protagonisti che l’autore di ogni libro mi proponeva. Iniziai con loro a scrivere il mio pensiero. Mi sono messo a scrivere tutto ciò che sentivo in ogni momento, lontano dal mondo avevo creduto mio e non c’era più. Scrivere tutte le vicissitudini che trasportavo dentro al mio corpo e che ero costretto a soffocare, perché credevo che non mi appartenessero più.

Il mio pensiero con la lettura aveva iniziato a vivere nuove emozioni, riusciva in parte a cacciare le ombre che si erano posate su di me. Riuscivo di nuovo a fermare lo sguardo in mondi lontani. A rivivere il vissuto, a capire quello che non ero mai stato. A quel punto sentivo di migliorare il mio tempo, desideravo frequentare una scuola, avere una guida per migliorarmi. Non volevo farmi conquistare da quel luogo senza espressione.

Avevo vissuto tutta la mia vita fino a quel momento in un luogo dove anche l’aria aveva una luce inesauribile. Quel luogo grigio era stato costruito per annullare la mente dell’uomo, era indispensabile trovare una strada che portasse di nuovo verso la vita.

Aspetto il silenzio

Perché questo posto me lo fa sognare

come è bello il silenzio

quando il solo rumore

è il grido dell’anima.

Come desidero il silenzio

se la vita non è fatta di canto, di luce,

di aurore, di tramonti.

Il silenzio molte volte

è la notte che chiude la tua ombra.

Perché uomo aspetti il silenzio?

Perché vivo la sofferenza del cuore.

Il silenzio è l’unica voce che riesco ad ascoltare.

Non si può imparare a sentire quello che la vita non ti ha fatto ascoltare. Non avresti mai pensato di impegnare un solo minuto della luce del tuo giorno, a scrivere su un foglio di carta il tuo ricordo. Avevi paura di svelare agli altri il tuo pensiero, la voce del tuo cuore, quello che ha sempre detto la tua mente, quando ti fermavi a pensare.

Non avere paura, ogni momento di felicità che hai vissuto nessuno lo può strappare. La vita è un dono prezioso, e quando un essere la possiede deve amarla, rispettarla, anche se è chiusa dentro la cella di un carcere. La vita di un giovane spensierato, nato e vissuto all’aria dei monti, non tornerà più. Resterà in me il ricordo, l’insegnamento di tutti i padri che ho incontrato nel mio cammino e la parola della natura viva e genuina della terra. Quando vivevo al suo contatto, non ha mai smesso di farmi imparare qualcosa. Mi ha fatto guardare nella sua nascita e la mia momentanea morte non conta. Anche se mi è stata fermata la crescita, perché avevo tanto da imparare sotto la sua guida. Ogni strada va attraversata, e ogni polvere trasportata dal vento va masticata con la propria bocca.

Giovanni Farina in merito al suo fine pena

La nostra Francesca De Carolis ci ha inviato una lettera di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro, dove parla della rideterminazione della sua pena in trent’anni, con la scadenza che viene fissata per il 2023.

In fondo all’articolo le riproduzioni del pronunciamento dell’ufficio di esecuzione presso l’Ufficio Esecuzioni del Tribunale di Roma.

———————————-

Finalmente mi è arrivata la tanta attesa ordinanza dell’incidente di esecuzione che, può essere cambiata da qui in avanti soltanto in meglio, questa ordinanza e da parte della Procura.

Sono in attesa dell’ordinanza della Corte d’Assise che mi ha discusso l’incidente di esecuzione perché vedo che mi contano i 17 anni che ho espiato dal 1998 ad oggi, i 5 anni della liberazione anticipata che ho beneficiato per la carcerazione del passato. In questo documento mi hanno assegnato il fine pena per il 2023. Mi stanno tenendo fuori dal cumulo dei trent’anni i 3 anni di condono di cui ho beneficiato nel 2006 per i reati minori e il condono di un anno e mezzo che ho beneficiato nel 1988 e nel 1990. Per questi fatti farò richiesta che mi vengano applicate nei trent’anni di pena che devo scontare; che senso ha darmeli fuori dal cumulo, tanto valeva non darmeli proprio.

Il fatto è, se trovi un giudice persecutorio, queste manovre sono facoltative, possono farlo e nessuno gli può dire nulla. E visto il comportamento persecutorio che hanno avuto fino ad oggi, non mi aspetto che il loro comportamento cambi, anche perché vogliono dimostrare che il 2006, con l’applicazione dell’ergastolo nel cumulo non mi hanno danneggiato, smentita dalla Cassazione che li ha obbligati a rivalutare le loro sentenze, che sono durate 10 anni di ricorsi e smentite, e due ricorsi in Cassazione. Hanno provato in tutte le maniere di cancellarmi dalla faccia della terra, hanno iniziato con l’accusarmi di fatti che non ho commesso, costruendo prove false di ogni genere nel sequestro Soffiantini e nell’uccisione dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, facendo una campagna mediatica accusatoria senza esclusione di nessun genere d’ìnfamia, quando non mi potevo difendere perché non ero in Italia ed ero all’oscuro di tutto.

Al processo Soffiantini, quando avevo capito che la sentenza l’avevano già scritta, chiesi l’abbreviato, perché mi dissi che è inutile difendere le sponde del Piave se non hai la forza, tanto vale arrendersi. Con l’abbreviato mi avrebbero dovuto togliere da una condanna a trent’anni un terzo della pena. A quel punto mi aspettavo il massimo della pena, un terzo della condanna sarebbe stato 20 anni, non avrebbero più potuto darmi l’ergastolo col cumulo delle pene, perché visto come erano prevenuti nei miei confronti, mi aspettavo di dover subire le ritorsioni che ho subito per tanti anni da parte della Corte esecuzioni cumuli. La Terza Corte di Assise di Roma mi rispose che loro erano disposti a darmi l’abbreviato, con le modalità che: io dovevo rinunciare alla richiesta dell’estradizione dall’Australia dell’omicidio dell’ispettore di polizia Samuele Donatoni, che mi avrebbero condannato all’ergastolo, ma avrebbero tolto l’isolamento diurno di tre anni. Sentite le loro mostruose proposte, risposi alla Corte che continuassero a fare il processo come gli pareva. Dopo anni con la condanna all’ergastolo, con il fine pena 9999, che dovevo morire in carcere, sono a discutere di qualche anno di galera. All’età di 65 anni sono stanco di continuare a fare la galera da innocente, non gli è bastato, si sono presi tutta la mia gioventù, si stanno prendendo anche la mia vecchiaia.

Anni fa m’ero messo in testa di volermi attivare per la revisione del processo Soffiantini, mi sono consultato con un avvocato. E mi disse che il minimo ci voleva sui 300000 euro di spesa perché si doveva impegnare degli investigatori privati e le ricerche del mio caso erano molto laboriose e lunghe perché si dovevano fare anche all’estero. Mi informava, per chiedere la revisione del processo, non c’era il gratuito patrocinio da parte dello Stato per chi non aveva la possibilità di pagarsi un avvocato. Tutte le spese erano a carico di chi inoltrava un procedimento del genere, non avendo il denaro e neppure il tempo fisiologico di vita perché mi disse: “procedimenti del genere supponendo che venivano accettati, in Italia, sapevi quando iniziavano, ma non sapevi quando finivano, pronosticando tutto bene il minimo ci volevano 20 anni. In Italia è quasi impossibile fare una revisione di un processo. Mi ha sconsigliato.  A dire la verità questo signore mi sconsigliò anche di inoltrare le mie richieste del cumulo delle pene al quale ne sono venuto a capo dopo 10 anni. A suo dire non avevo via d scampo, mi dovevo rassegnare alla pena dell’ergastolo. Su una cosa aveva ragione, sul tempo interminabile che ci vuole in Italia per farti applicare un diritto di legge semplicissimo come quello ottenuto da parte mia, mi doveva essere applicato per via d’ufficio senza che io lo richiedessi, risparmiando tempo e denaro dei contribuenti.

Io ho iniziato questa dura lotta con la giustizia italiana perché non avevo altra soluzione, era vivere qualche anno della mia vecchiaia fuori dalle mura del carcere o morirci dentro, ero all’ultimo bivio della mia vita, non avevo nulla da perdere.  Non sono felice, perché non auguro a nessuno di farsi la galera da innocente, come l’ho fatta io da anni, nella repressione delle carceri speciali all’art. 90 e al 41 bis, tuttora sono nella sezione speciale AS1, dove non posso beneficiare di permessi premio, della semilibertà o della condizionale. Sono da 20 anni che non vedo le mie sorelle che vivono in Toscana. Non possono venire a Catanzaro a trovarmi. Ho chiesto più volte l’avvicinamento in Toscana, mi è stata rifiutata più volte da parte del DAP, con la risposta: sin quando ero sul suolo italiano ero vicino a casa. Nel carcere di Catanzaro sono l’unico detenuto che vive a più di mille chilometri dal luogo di residenza dei propri famigliari.

9.8.2015 Catanzaro

Giovanni Farina

————————————————

fari003a

fari004a

fari005a(1)

fari006a

fari008a

fari009a

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

CANSEL

Pubblico oggi la poesia “Hanno sottolineato” tratta da “Nonostante i cacciatori di uomini” -il bel libro di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro – di cui altre volte ho già pubblicato estratti.

——————————————————————–

HANNO SOTTOLINEATO

Hanno sottolineato 

il mio nome

la mia data di nascita

più volte

su  un foglio di carta

mi hanno contato le ore

come se fossero dolenti

che io abbia raggiunto

questo giorno di vita.

I numeri di esistenza vissuta

non mi fanno barriera

alla gioia di lottare

per i miei ideali.

Sono sicuro

che il loro continuo arruffarsi

non li porterà 

al traguardo ambito

che siano maturi a sufficienza

per vivere la vita

come l’ho vissuta io.

Io ricordo ancora

i panorami del mondo

che mi appartenevano

quando li guardavo

dalla cima del monte.

Non sono riusciti a cancellarli

dalla mia mente.

Ora mi trovo nel fondo valle

dove tutto mi è limitato

il giorno è uguale alla notte

ripetitivo e uguale. 

Da “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina

boschien

Pubblico oggi un altro brano tratto dal libro “Nonostante i cacciatori di uomini” di Giovanni Farina, detenuto a Catanzaro.

——————————————————————————————————————

Nessun uomo può allontanarsi  dal riconoscere i battiti del suo cuore.

Come non può non riconoscere il pane che lo ha nutrito. Se ciò avvenisse, significherebbe che ha dimenticato se stesso e quello che ha significato la sua nascita su questa terra. Il tempo ci ricorda i passi dei nostri padri che hanno sacrificato la loro vita per darci un mondo migliore. Sentirmi lontano da loro avrebbe voluto dire aver consumato l’amore che ha formato la mia esistenza e la speranza di credere che non sono esistito inutilmente, nella gioia della vita.

Un essere che ha attraversato il buio può continuare a sognare la luce del domani? O si deve rassegnare a farsi trascinare dentro quel fiume che non domanda chi sei nemmeno dopo che ti ha travolto e annientato?

Quando l’uomo non conosce cosa c’è dentro la scia dell’esistenza, la sua mente spazia lontano, in un mondo che non è il suo, dimenticando la terra che lo ha nutrito. Per vivere con l’anima serena bisogna vivere dentro la pietà dell’esistenza, e non essere ciechi o sordi a tutto quello che vediamo intorno a noi.

Quando la pietra si fa penetrare dalla luce del sole, anche dentro al nocciolo più duro c’è un cuore che batte. Per un animale ferito c’è sempre una mano pietosa che mette fine alle sue sofferenze. L’uomo non può morire nell’indifferenza e non può vivere nella delusione della vita. Che è più amara della morte. 

Navigazione articolo