Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Opere di Piero Pavone

Pubblico oggi alcune foto di Piero Pavone, detenuto a Spoleto, alle prese con una sua bellissima opera.. una riproduzione della famosissima scena di San Giorgio che combatte il drago.

Nella prima foto, invece, c’è Piero Pavone da solo. E’ molto bella, perché trasmette l’idea di un “saluto” per chi la vede.

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Nuove opere di Piero Pavone

Pubblico altre opere del nostro Piero Pavone, detenuto a Spoleto.

Ce ne sono tantissime di sue creazioni in archivio e vi consiglio proprio di vederle.

Mi scuso con i lettori del Blog per quelle che vedrete oggi, perché non sono ottimamente “ritagliate” e quindi si vedono i bordi bianchi. Io solitamente le faccio sempre ritagliare.. ma in questi giorni sono sorti problemi tecnici.

Ma per l’intensità che trasmettono queste foto -specie quelle in cui è presente lo stesso Piero Pavone- ho preferito pubblicarle subito e in un secondo momento, le sostituirò con immagini senza lo spazio bianco.

In queste quattro foto vedrete due opere di Piero Pavone e poi Piero insieme a queste opere.

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Due immagini di Piero Pavone

Abbiamo inserito tanti dipinti di Piero Pavone -detenuto a Spoleto- in questo Blog.

Oggi pubblichiamo due foto dove c’è anche lui, così potete vedere che faccia ha…:-)

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Non sono più ergastolano ostativo.. lettera e video di Giuseppe Reitano

Giuseppe Reitano non è più ergastolano ostativo.

Per chi ha creduto di potere seriamente uscire dal carcere solo dopo morto, questo “cambio di binario” è come un terremoto psicofisico.

Adesso per Giuseppe scattano tutti quei meccanismi (permessi, ecc..) che lo porteranno, a un certo punto, ad uscire.

Adesso sente che davvero la speranza ha preso possesso della sua vita.

Ma non aggiungo altre parole a questo momento. Pubblico la lettera che ci ha inviato.

Ma prima  condivido con i lettori del Blog un video che fa una bella carrellata delle sue opere, di lui che forse è il pittore storico del Blog. Video che ci è giunto tramite Pamela Iamundo. Per vederlo dovete cliccare su  questo link:

http://www.youtube.com/watch?v=lz4Oqgp3hFI&feature=youtu.be

 E ora, vi lasco alla lettera di Giuseppe Reitano..

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Carissimo Alfredo,

dopo un lungo silenzio mi faccio vivo anche attraverso un mio scritto, dato che ho potuto sentire la tua voce al telefono.

Come hai potuto sentire anche gli uomini ombra possono ricevere una Grazia dal Signore, io sono stato graziato dal Signore, e attraverso Dio anche dalla Giustizia.

Chiedo scusa e perdono a tutte le persone che mi scrivevano e di colpo non hanno più avuto mie notizie (non serve fare i nomi dato che mi rivolgo a tutti quanti).

Per poter avere il vostro perdono mi sono fatto fare un video con i miei dipinti, che vi invio attraverso un Angelo, Pamela.

Spero che potete capirmi, non mi è stato facile assorbire il cambiamento della mia posizione giuridica, ero preparato a lasciarmi morire, dato che ero solo un uomo ombra, quando attraverso un’istanza del mio difensore ho potuto dimostrare che non ero ostativo, che non ero uomo ombra, riconosciuta la mia non ostatività, mi sono visto in un altro mondo, non più in cella singola, non più tra uomini ombra, ma in cella con un altro detenuto, in una sezione in cui incontri altri generi di persone, extra-comunitari ed ex drogati, non vi dico il trauma che ho avuto, in questo lungo silenzio sono potuto uscire con due permessi premio, altro trauma, le emozioni si sono moltiplicate al punto che non capivo cosa dovevo fare per primo.

Vi dico solo che dopo 10950 giorni ho potuto passare la festa di Pasqua insieme alla mia famiglia… ancora oggi, dopo che sono uscito per la seconda volta, non riesco a capire cosa mi è successo. Ero sicuro. Mi ero prefissato di morire lentamente, non pensando più alla vita; pensavo solo alla morte… l’unico modo, anche se drastico, per liberarmi della non vita! Per liberarmi da quel marchio denominato “ostatività”.

Poi è successo il Miracolo… e dal desiderio di morte sono passato al desiderio di vita. Nel desiderio di vita non capivo più cosa fare, tant’è che in questa emozione non riuscivo né capivo come trasmetterla anche a tutti voi.

Voi che con i vostri affettuosi scritti eravate e siete linfa della mia sopravvivenza, vi considero come la manna che il buon Dio mandò ai suoi fedeli per sopravvivere nel deserto.

Per queste ragioni vi chiedo scusa e perdono per il mio silenzio.

Alfredo carissimo cosa aggiungere altro!!! Spero che presto possa invitare tutti voi al mio sogno, a una mia mostra con i miei dipinti, ti dico grazie per tutto quello che fai per tutti i detenuti, ancora non ho ricevuto il libro che mi dicevi, ma spero di riceverlo presto.

Con infinito affetto e gratitudine ti abbraccio tanto, tramite te abbraccio tantissimo tutte le persone che ci seguono attraverso il sito.

Un caro saluto

Pino Reitano

La quinta liceo napoletana nel carcere di Padova- racconto di un incontro

Questa è la storia di un incontro.

Un incontro che nasce da una lettera. Quella lettera  è stata come quelle palline di neve che diventano man mano grandi, che diventano… un’altra cosa, pur non smarrendo ciò che furono all’inizio, ma diventano un’altra cosa.

Ogni gesto produce una concatenazione di eventi. Una parola detta oggi, può portare una rivoluzione domani. Mettere il naso fuori di casa sotto la pioggia, beh, può ribaltare la tua vita, o renderla più triste o più emozionante.

Veniamo a noi, e andiamo con gli antefatti, come in ogni buon.. film.

Il 29 ottobre sul settimanale D. de La Repubblica, viene pubblicata, nella rubrica gestita da Umberto Galimberti, una lettera dell’ergastolano ostativo Mario Trudu, detenuto a Spoleto. In quella lettera Trudu, in una richiesta che era anche una provocazione, chiedeva che gli fosse data la pena di morte, pur di non continuare a vivere la devastante realtà dell’ergastolo. A quella lettera Galimberti risponde.

Successivamente i ragazzi della quinta C del liceo delle scienze sociali Margherita Di Savoia di Napoli, dopo avere letto la lettera di Mario Trudu, ci inviano una loro lettera, interrogandosi sui temi del diritto, della pena e della giustizia e ponendosi la domanda se è legittimo e corrispondente ai criteri della giustizia democratica, che un detenuto possa chiedere la commutazione dell’ergastolo con la pena di morte. In pratica sostenendo che è troppo comodo per chi ha tolto la vita di un’altra persona, trovare una “via di fuga”, come la pena di morte.  Quella lettera la pubblichiamo il 25 dicembre (vai al  link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/12/25/8310/).

Quella lettera suscitò un’ampia discussione con i lettori del blog, già in sede di commento al post. Successivamente la discussione si estese, coinvolgendo detenuti  di tutt’Italia (tutti i loro interventi al riguardo sono stati pubblicati sul Blog) . La discussione sul Blog, si concluse idealmente con due interventi dello stesso Mario Trudu (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/02/mario-trudu-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/ e al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/16/unaltra-lettera-di-mario-trudu-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/) e con una lettera di risposta finale dei ragazzi della quinta liceo (vai al link https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/03/20/lettera-di-risposta-dei-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/).

Ma nel frattempo era nato un feeling particolare con Domenico D’Andrea, detenuto a Padova. Domenico, a un certo punto, propone ai ragazzi, di venire nel carcere di Padova, per un incontro e per conoscere meglio il mondo del carcere. 

Fine dell’antefatto, e adesso, andiamo all’incontro vero e proprio. Ci sarà una descrizione per sommi capi dell’evento, e poi verranno riportati alcuni interventi.. quelli di alcuni ragazzi della quinta liceo, dello stesso Domenico, della responsabile dell’area educativa Dott. Lorena Orazi, della professoressa Ammendola. Per concludere poi con alcune foto dell’incontro.

Sabato 12 maggio 2012 nella biblioteca della Casa di reclusione di Padova si svolge l’incontro tra la quinta liceo, accompagnata dalla professoressa Olimpia Ammendola con Domenico D’Andrea e una decina di altri detenuti che fanno parte della redazione della rivista “Ristretti Orizzonti”.

All’ incontro erano presenti Ornella Favero, coordinatrice della rivista, Francesca Rapanà, volontaria che da anni collabora ai lavori della redazione del giornale e l’educatrice Lorena Orazi, responsabile dell’area pedagogica della Casa di reclusione di Padova.

E poi l’incontro, il misto d’ansia e di curiosità dei ragazzi. L’imbarazzo iniziale e l’empatia che rompe gli steccati. Mondi diversi che si incrociano, e come in ogni incrocio, nessuno resterà più esattamente quello che era prima. I ragazzi che fanno domande, anche toste. I detenuti che rispondono. Non mostri, non angeli. Uomini.

Alla fine del colloquio, c’è stato uno di quei momenti che restano simbolicamente conficcati nelle corde emotive del tempo. Un momento di fraternità, come è sempre la condivisione del cibo con chi si è condiviso un pezzo di avventura, un incontro casuale, un frammento di vita.  Detenuti, ragazzi e operatori si sono ritrovati a mangiare una pastiera napoletana. Citando la professoressa Ammendola:

“E’ stato un momento molto bello e molto forte. Condividere il dolce, mangiare insieme è un augurio e una speranza di convivialità tra differenti umanità che hanno deciso di provare a scardinare gli steccati. La pastiera, inoltre, per noi napoletani è un dolce che ha una forte carica simbolica. E’ fatta con il grano che rappresenta il tempo dell’attesa tra la semina e il raccolta (..)”

Adesso voglio fare parlare alcuni dei protagonisti di questa giornata. Alla fine di tutti gli interventi ci saranno una serie di foto dell’incontro.

Inizio con gli interventi dei primi protagonisti di questo incontro, gli studenti della quinta liceo, sezione c, del liceo di scienze sociali Margherita di Savoia di Napoli.

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Ermes

Ho scoperto e svelato parti di me nascoste e occultate dalla mia paura,quest’esperienza è stata la possibilità di riconoscermi in tutto ciò che non desidero guardare. Una vita intera vissuta a metà è destinata a sfociare nell’abisso,nell’errore e nella costante negazione di se stessi. Ho visto negli occhi dei detenuti,ho ascoltato la sincerità delle loro parole, una sincerità che è il frutto di un percorso di auto-individuazione e di ascolto, nel logorio di anime arrabbiate, deluse, inconsapevoli. Ho visto persone, solo persone. Quel che separa le nostre vite dalle loro, le nostre giornate dalle loro non è altro che un gesto, un atto, quell’atto che da cittadino ti trasforma in colpevole, condannato o ergastolano. Allora concludo,cos’è che a noi uomini “liberi” ci separa da quell’atto, se esso esiste già in potenza? Se quell’atto non è altro che una possibilità? Mi sono sentito uno di loro,un uomo. Perchè non dimentichiamo che di uomini che si sta parlando,di me,di te,di noi tutti. Ascoltiamo noi stessi,questo è quanto.

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Maria

Mi è ancora difficile, a distanza di settimane, decifrare con precisione le emozioni e le sensazioni che ho provato nell’incontro con i detenuti del carcere di Padova. E’ stata un’esperienza forte, ma bella. Guardavo quelle persone cercando di capire dai loro volti chi fosse il detenuto, chi aveva la faccia più cattiva, chi era stato in grado di commettere un reato… Potrà sembrare stupido e banale, ma ho incontrato persone come me, niente più niente meno. Persone consapevoli dei propri errori, e uccise dal rimorso di quest’ultimo. Intorno a quel tavolo eravamo tutti uguali, niente ci separava… nessun confine marcava la differenza tra “il mondo di fuori e quello di dentro”. Quando ci siamo lasciati, con una fretta immane che non mi ha concesso neanche di salutarli, ho realizzato l’importanza che ha rivestito per me questo incontro… Non li avrei visti mai più, e non avevo fatto in tempo a dirgli quello che volevo! Un segno indelebile che mi ha solo resa consapevole del fatto che noi uomini liberi non godiamo fino in fondo della libertà che ci appartiene, forse, in un certo senso, ne abbiamo un po’ paura…  “Loro” non ne hanno… loro non esiterebbero a provare il brivido di sentirsi pienamente LIBERI DI ESSERE. Noi, che guardiamo il cielo senza sbarre che ci ostacolano la vista, noi che possiamo abbracciare la persona che amiamo ogni volta che vogliamo, noi che godiamo di questa cosiddetta libertà, in realtà , non sappiamo che farcene…

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Grazia

Non è facile descrivere le sensazioni, le emozioni ed anche i timori vissuti facendo visita ai detenuti del carcere penitenziario di Padova, è stata un’ esperienza che ci ha permesso di capire che cosa è esattamente il carcere e per fare questo l’ abbiamo guardato al suo interno, abbiamo ascoltato la voce di coloro che lo vivono quotidianamente, abbiamo esaminato con uno spirito diverso una realtà che ai più è sconosciuta. Il carcere visto da dentro si carica di un velo di tristezza/solitudine ed angoscia, ma allo stesso tempo di un inaspettato e leggero senso di speranza che accompagna e scandisce le giornate dei detenuti. Questi con notevole sforzo hanno raccontato le loro storie, il perché e il come sono finiti lì, ciò che è emerso dai racconti è il lento scivolamento dei comportamenti verso la trasgressione e l’illegalità, si è osservato ò’essere persona dei detenuti, la loro sofferenza per la lontananza dagli affetti familiari, forse questa è la parte più pesante della pena da scontare, al di là del tempo che si deve trascorrere in cella, questa sofferenza dà ai detenuti la forza per reagire. Il carcere è una dimensione che va fuori dal normale, stravolge la persona, portandola ad un cambiamento positivo/negativo, il modo di pensare viene deviato dalle circostanze, si vive con degli obblighi e quasi mai dei diritti, anche se fondamentalmente esistono ma non vengono applicati. Il detenuto si accorge di essere in una dimensione incomprensibile e che nessuno può cambiare il sistema, ma nell’attesa che tutto cambi cerca di trascorrere i giorni sforzandosi di apprezzare quello che fa, soprattutto le cose più banali che fuori non passerebbero neanche per la testa, che in questo momento vive, apprezza, disprezza, gli danno gioia, rabbia, delusione… momenti che sono giorni che il detenuto vive e vanno apprezzati ugualmente perché sono suoi…anche se a volte cambiano, modificano la persona e il carattere…

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Martina

Nella mia vita credevo che in certe situazioni non mi sarei mai potuta trovare, sia per il tipo di vita che conduco, sia per la straordinaria abilità che ho nel tenermi da parte da cose che ritengo più grandi di me. Eppure è successo: sono stata in un carcere di massima sicurezza e ho dialogato con un certo numero di carcerati, compreso un caso “speciale”. E’ stata un’esperienza che tutt’oggi definisco particolarmente singolare nonché istruttiva. L’idea di aver avuto a che fare con persone che da un lato vedi come gente comune e dall’altro, per la loro reale condizione, ti sorprendono e ti lasciano qualcosa dentro mi hanno del tutto stravolto le idee. I miei pregiudizi sono stati in gran parte abbattuti, ho toccato con mano la realtà e certe storie le ho quasi sentite strisciarmi sulla pelle. Non so ancora quanto sarò in grado di comprendere questo tipo di esperienza, ma sono certa che ne farò tesoro perché mi sono affacciata per la prima volta al vero mondo che c’è fuori,un mondo che ancora mi spaventa,ma che spero di saper affrontare al meglio nelle mie possibilità.

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Chiara D.

Incontrare i detenuti ed avere la possibilità di confrontarmi con loro mi ha sicuramente dato la possibilità di andare oltre le apparenze e le prime impressioni. Entrare nel carcere per la prima volta mi ha “stravolta” di emozioni che sono perdurate anche nei giorni successivi. La cosa che mi ha lasciato una vena di malinconia è stata l’uscita dal carcere e il saluto con i detenuti; ero consapevole che uscita da lì la mia vita sarebbe continuata come sempre e avrei guardato il cielo distrattamente perchè abituata ad averlo sopra la mia testa; loro no, i detenuti l’avrebbero visto probabilmente da dietro le sbarre e la loro vita sarebbe continuata come sempre senza far nulla.
Confrontarmi credo sia servito a me e soprattutto a loro; mi sono resa conto dell’utilità di questi incontri; come può un detenuto riformarsi e rieducarsi senza avere durante il suo percorso un confronto con parte della società? Quest’esperienza mi ha lasciato un segno che porterò dentro di me, l’avere accanto persone come me, lucide e instabili, consapevoli e sfuggenti, esseri umani prima di tutto. E l’essere umano quando sbaglia deve pagare, ma ha tutto il diritto scontare la sua pena in un luogo curato dove si lavora con lui e su di lui per formare qualcosa di migliore. Sarebbe bello che l’opportunità che ci è stata data di cui ancora ringrazio sia fattibile anche in altri carceri per dar voce e possibilità di conoscersi ed essere consapevoli di sè anche ad altri. Porterò con piacere con me i sorrisi e gli scambi di opinione avuti con tutti i detenuti e porterò con coscienza l’idea che l’instabilità appartiene a tutti.

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Federica

Tante domande e tante ipotesi nella nostra mente riguardo all’esperienza che stavamo per fare, cosa e chi ci saremmo trovati davanti? Come avremmo dovuto agire, cosa potevamo chiedere, la curiosità era davvero tanta. L’incontro con i detenuti si è svolto in biblioteca, noi ancora inconsapevoli, vedevamo arrivare diverse persone, tutti maschi: “Chi sono queste persone?” ,“ Saranno i detenuti?”. Ebbene sì, quei ragazzoni di grande stazza e altri signori un po’ più anziani si siedono di fronte a noi, insieme all’ educatrice e alla giornalista. Una grande emozione pervade tutti noi, i quali avevamo davanti persone etichettate come detenuti, che chissà cosa avevano commesso. Ero parecchio agitata, non sapevo cosa avremmo fatto e soprattutto cosa avrei detto. Il detenuto Domenico D’Andrea si presenta per primo raccontandoci la sua esperienza nel carcere, il suo percorso di studi sostenendo di essere plurilaureato e di aver sostenuto un master in criminologia. Sorgono diverse domande alle quali egli risponde e dalle quali nascono diverse discussioni anche tra gli altri detenuti che armoniosamente ci rispondono senza esitazione. Alla domanda di qualcuno di noi risponde la giornalista, la quale risposta mi ha colpito molto e mi ha indotto ad una riflessione che ancora oggi trova spazio nella mia mente, ha replicato dicendo che nessuno di noi deve avere troppa fiducia nella propria capacità di scegliere, che il reato è una conseguenza scaturita da un processo interiore e dunque è opportuno considerarlo come una possibile realtà propria. Ecco questo è il punto: ” possibile realtà propria”. Personalmente non mi sono mai citata nella dimensione di poter compiere un reato o di andare in galera, era una realtà che non consideravo come mia, come un’eventuale possibilità, la ritenevo così lontana tanto da non pensarci. E invece grazie a tale confronto la mia visione è completamente cambiata, dopo aver sentito e discusso insieme ai detenuti ho percepito un’apertura mentale immensa della quale vado molto fiera. Abbiamo udito storie sorprendenti che mi hanno toccato l’anima, chi ha ucciso la moglie, chi ha ucciso per vendetta, chi ha rapinato e chi ha precedenti per spaccio. Tuttavia “loro” erano persone “normali” come noi, la differenza è che hanno subito un processo interiore e sociale che li ha condotti a commettere reati che avrebbero potuto e che potrebbero accadere a ognuno di noi. Dopo due ore il colloquio era concluso e lo abbiamo terminato con l’apertura di sfogliatelle e pastiera portate da noi e fatte da noi con l’immenso ringraziamento dei detenuti. Mentre gustavamo i dolci, eravamo tutti in piedi e tranquillamente parlavamo con “loro” come se fossero nuove persone con le quali instaurare un rapporto, dimenticandoci completamente della loro etichetta e facendoli appartenere alla nostra realtà trasformando quella in cui ci trovavamo in un ambiente più armonioso spogliato del suo nome. Tuttavia quando stiamo per andare via, la magia finisce. Inconsciamente ci incamminiamo verso l’uscita e all’ improvviso risuona la consapevolezza che loro devono restare lì dentro, qualcuno senza mai più godere della libertà.

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Chiara M.

Il giorno 11 e 12 maggio noi alunni di una quinta liceo abbiamo vissuto un’esperienza fuori dal comune : siamo stati invitati dal sig Domenico de Andrea nel carcere di Padova. Questa è stata un’esperienza molto forte e molto toccante per tutti noi poichè entravamo, anche se per poco tempo , a contatto con un mondo a noi noi sconosciuto. All’inizio ho provato un pò di ansia e agitazione ma , quando ci siamo seduti con i carcerati ho compreso che , comunque, quelle che avevo davanti erano come me , i sentimenti che provavano, le emozioni che manifestavano erano sincere . La cosa che mi ha colpito di più è stata la frase detta da un carcerato napoletano (Luigi) : A noi risulta difficile mentire ai ragazzi , con loro possiamo essere tranquillamente noi stessi. Questa frase mi ha molto rassicurato , poichè mi ha fatto capire che loro , anche se sono stati etichettati come carcerati , sono persone normali . Questa esperienza mi ha insegnato che di una persona non si deve solo guardare la maschera che porta , ma bisogna andare oltre essa , bisogna andare oltre le apparenze poichè anche colui che può sembrare la persona più cattiva del mondo in realtà non lo è.

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Adesso un intervento della Dott.ssa Lorena Orazi, responsabile dell’area pedagogica:

“Per me non era la prima volta che partecipavo a un incontro tra un gruppo di studenti e un gruppo di detenuti ma era la prima volta che mi trovavo a “fare gli onori di casa” e accompagnare dall’ingresso del carcere al luogo dell’incontro persone che avevano fatto un lungo viaggio e per la prima volta attraversavano cancelli e lunghi corridoi per conoscere personalmente il loro interlocutore epistolare e confrontarsi con persone condannate a pene molto lunghe per reati gravi. Insieme a Ornella Favero avevamo cercato di preparare l’incontro partendo dalle richieste degli studenti e raccogliendo le idee di Domenico D’Andrea che, per la prima volta si sarebbe trovato a confrontarsi con quegli studenti che avevano espresso idee precise sulle pene, il senso della giustizia e il senso della rieducazione senza dimenticare le persone offese e vittime dei reati. I detenuti della redazione di “Ristretti orizzonti” avevano, invece, un maggiore allenamento a questo tipo di confronto, visto che nel corso dell’anno incontrano migliaia di studenti di Padova e provincia nell’ambito del progetto “scuola-carcere” e ogni volta fanno un faticoso esercizio di raccontarsi con grande senso di responsabilità, senza mai scadere nel vittimismo. A parte l’imbarazzo iniziale e una forte emozione negli studenti per la novità e la particolarità dell’esperienza che stavano vivendo, l’incontro  è stato caratterizzato da un grande senso di responsabilità sia da parte degli studenti nel fare le domande, anche scomode, sia da parte dei detenuti nel rispondere e raccontare le proprie storie, i reati per i quali sono stati condannati e il senso che attribuiscono  alla pena detentiva. Credo che tutti noi, quel sabato, abbiamo vissuto una esperienza di grande umanità in cui il confronto si è trasformato in un incontro tra persone. Forse le ragazze e i ragazzi di quella quinta liceo non si portano a casa il  pensiero di aver incontrato persone che non faranno più reati una volta usciti dal carcere, ma persone che cercano di confrontarsi  in modo non scontato e superficiale con le proprie responsabilità e…. vi assicuro che è un lavoro duro e faticoso.”

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Adesso due estratti del nostro Domenico D’Andrea, che ha avuto l’idea iniziale affinché questo incontro si facesse.  

(estratto tratto da una lettera inviata alla professoressa Ammendola) “Gentilissima prof. Olimpia, sono Domenico del Due Palazzi di Padova e non sapevo proprio come cominciare questa lettera poiché non trovavo le parole adatte per poter ringraziare adeguatamente lei e la stupenda classe, giovani che sembravano usciti da una favola per quanto erano belli e sensibili. Non avevo mai incontrato una classe di giovani studenti, avevo fatto però diversi incontri con i colleghi dei vari master che ho frequentato, quindi persone abbastanza mature che masticavano bene certe tematiche e le masticavano anche con un certo rigore scientifico ma giovani cosi belli e attenti mai. (….) Ero curioso anch’io di fare qualche domanda ai ragazzi, per esempio chiedendo loro cosa avevano provato quando sono entrati qui, essendo stati toccati, controllati, perquisiti ed espropriati di tutti i loro strumenti di comunicazione, interrompendo in una maniera cosi drastica ogni tipo di collegamento con il mondo esterno (…). Tornando all’ incontro di oggi mi permetta di dirlo subito, prima che me ne dimentichi, che tutti quei bellissimi e giovanissimi ragazzi sembravano dei suoi figli. Non ho potuto non notare il bellissimo rapporto che loro hanno con lei e lei con loro, un rapporto degno di definirlo a dir poco familiare. (…) Prima di entrare in questo luogo forse i ragazzi avevano degli stereotipi, dei giudizi e dei pregiudizi nei confronti di chi aveva commesso dei crimini, forse avevano solo un dato osservativo e solo la conoscenza che esisteva un blocco di cemento chiamato carcere, dove vi sono rinchiusi i cattivi. Varcando quelle mura sicuramente avranno avuto delle sensazioni ed emozioni diverse, da dato percettivo e da sapienza, perché avete “percepito” il carcere toccandolo e vivendolo con la di ora sapienza che il carcere non è solo un blocco di cemento dove vi sono rinchiusi chi ha violato l’ordine sociale ma, come diceva lei nella sua prima lettera è qualche cosa che appartiene a tutti, e dopo questa visita vi appartiene ancora di più. (..)”

(estratto tratto da una lettera inviata a me) “Erano tutti stupendi. Ermes, uno dei ragazzi, ha fatto più domande. Con Maria abbiamo fatto anche qualche foto. La pastiera era eccezionale. Sono stato colpito dai loro sguardi e dalla super sensibilità di Martina. Maria è molto riflessiva, e continuo a chiedermi il motivo per il quale questi giovani si occupano di temi così complessi. Chiara, se non mi sbaglio, era quella ragazza che avevo di fronte e che vuole fare la criminologa e vorrebbe venire a Padova a studiare, ottima scelta (..)”

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E infine un estratto della narrazione che dell’incontro ha fatto la professoressa Olimpia Ammendola

Inutile dire che l’emozione di tutti era alle stelle. Anche l’ansia e forse un po’ di timore. Il carcere fa parte di un’esperienza che è considerata al di fuori dell’orizzonte e delle prospettive degli uomini “normali”. E’ qualcosa che rientra nelle possibilità del mondo criminale, delinquenziale. E’ un mondo “altro” che a noi non appartiene, non può appartenere. E’ il mondo che appartiene a chi sbaglia. Questa è la logica comune. Ma questa logica si è incrinata dopo il confronto epistolare avuto con i detenuti attraverso il Blog “Le Urla dal Silenzio” e soprattutto dopo l’incontro del 12 maggio (..). Durante l’incontro abbiamo potuto guardare negli occhi questi uomini “altri”, per scoprire un’umanità che ha tante cose da dire su se stessa. Ma anche su di noi, sul modo di andare avanti di una società che confonde l’essere con l’avere, che non riesce a distinguere l’errore dall’errante, che diffonde un’idea del potere come un pass-partout per qualunque cosa, di una società che ha distrutto il tempo dell’attesa soprattutto nelle giovani generazioni. (…) Noi sopravvalutiamo l’autonomia e l’indipendenza dell’essere umano, sopravvalutiamo la logicità nelle scelte che ciascuno di noi compie. In realtà siamo molto meno indipendente di quello che crediamo. (…) Il racconto di Luigi e della sua giovinezza bruciata a 16 anni dove la criminalità è apparsa  il naturale sbocco di un’assenza completa di riferimenti è emblematico di tanti giovani che non avendo una famiglia difficilmente possono costruire un futuro normale. Ornella Favero, la direttrice di Ristretti Orizzonti sottolinea l’impossibilità per l’individuo di potercela fare da solo se la società non viene incontro in qualche modo. Non si può chiedere di attingere a se stessi, alla propria volontà e capacità, alla propria responsabilità quando la vita di un uomo è costellata di buchi che ha dovuto riempire da solo. (…) Non è questione di pene più o meno severe. La questione che è emersa in questo confronto è l’inutilità del carcere. Inutile quando non è dannoso, come nel caso di istituti che ospitano il doppio delle presenze previste. In questo caso diventa soltanto una scuola di odio, di risentimento ulteriore. Quello che ci ha colpito è che nessun detenuto chiedeva l’assoluzione, neanche Bruno quando ha affermato di sentirsi in credito, ha voluto sottolineare in realtà, l’assurdità di un sistema, che oltre ad essere costoso per la società, è devastante in quanto distrugge qualunque possibilità di dialogo tra gli individui. Il dott. Gianluca Cappuzzi, un medico condannato per l’omicidio della moglie, ha affermato che da quando si trova in carcere la sua vita è più vera di quando si trovava fuori e riteneva se stesso privo di limiti. Occorre coraggio per affermare una cosa del genere. E’ un’affermazione che ribalta il nostro modo di concepire, i nostri valori, le nostre idee. Ci costringe a riflettere sulla nostra esistenza, sulla nostra libertà. (…)”

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E concludo con alcune foto dell’incontro. L’uomo che vedete nella prima foto è Domenico D’Andrea. Lo ritrovate, in camicia azzurra, nell’ultima foto e nella foto che ho messo in apertura di post. Ma prima di lasciarvi alle foto, voglio fare un ringraziamento speciale a Maria Caiafa, una ragazza speciale, che è stata il referente principale del Blog fin dalla prima lettera che ha dato il via alle danze, e che poi non ha mollato un attimo, anzi ha dimostrato di essere un vulcano..

Nuove opere di Pierdonato Zito

Oggi inserisco nel Blog le foto di alcune delle recentissime creazioni di Pierdonato Zito, detenuto a Voghera. Si tratta di olio su te. Se cercherete nella nostra “Galleria”, troverete parecchie opere di Pierdonato Zito pubblicate nel corso del tempo. Meritano tutte di essere conosciute.

Pierdonato è un uomo particolare. Uno dei primi amici conosciuti tra i detenuti, è persona di raro rigore. Ha una cura particolare per ogni cosa che fa, una riflessività profonda, una cultura intrisa di spirito “classico” (ama molto gli autori latini per esempio), un difensore convinto della necessità di recuperare le radici e salvaguardare la memoria. Anche nel suo modo di scrivere, ogni parola pesa, nessun rigo sa mai di superfluo. Tutto vive di una consapevole presenza.. a volte malinconica… sempre interiormente libera..

Tra le opere che  inserisco oggi, la mia preferita è la donna seminuda con i capelli nelle mani, di cui ci sono due versioni, una con colori un pò più intensi sullo sfondo (probabilmente è la stessa opera fotografata in due momenti diversi..o forse sarà dipeso dall’angolazione da cui è stata fotografata e dalla luce in quel momento nella stanza… comunque sia ho preferito inserirle entrambe).

Prima di ogni opera è indicato il titolo..

Buona visione

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Autunno

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Intimità

Intimità

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Tormento

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Ragazza seduta

EE

 

Nuove opere di Piero Pavone

Piero Pavone -detenuto a Spoleto- è uno dei  nuovi amici che, negli ultimi mesi, si sono aggiunti al territorio del Blog.

Di lui abbiamo già pubblicato riproduzioni di alcune sue opere (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/09/02/opere-di-piero-pavone/) e recentissimamente una sua bellissima lettera per tutti gli amici del Blog (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/19/7573/).

Ogg pubblichiamo atre cinque foto rappresentanti alcune delle sue recenti creazioni artistiche.

 

 

 

Ai miei figli strappati da me… di Massimo Ridente

Massimo Ridente, detenuto a Voghera,  è da pochissimo che si è unito agli amici del Blog.

Il 24 ottobre abbiamo pubblicato la sua prima lettera, che vi invito a leggere o rileggere (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7651/).

Massimo è stato abbandonto da tutti famiglia compresa.

Il dolore più atroce e lacerante è l’allontamento dai figli, che non vede da nove anni.

Noi non conosciamo tutti i dettagli della sua vicenda. Ma una cosa mi sento di dirla. A meno di gravissimi e  a noi ignoti motivi, è bestiale e criminale distruggere il rapporto di un padre con i propri figli.

Lo ripeto. Un atto criminale. Uno di quegli atti che possono avere devastanti effetti in primo luogo sulla vita degli stessi bambini.

Un coniuge (come un qualunque altro parente) ha la sacrosanta libertà di non volere vedere più l’altra persona, anche se in carcere, o magari proprio per questo. Ma è di una violenza inaudita, un vero omicidio dell’anima, annientare il legame che un padre (o una madre) ha con i propri figli. Soprattutto se si tratta di un padre (o di una madre che ama i figli).

Massimo se li sogna la notte. Massimo li vede bambini, anche se adesso sono cresciuti, perchè erano bambini l’ultima volta che li ha visti. Massimo si sforza con la memoria, perchè passando gli anni le immagini si fanno sfocate, e teme di non riuscire più, un giorno, a ricordare le loro fattezze.

Massimo muore dentro ogni volta che i suoi compagni parlano orgogliosi dei loro figli, ogni volta che vede i loro figli andare a trovarlo. E sorride,  mentre dentro è un obitorio.

Ci sono tanti modi di uccidere.

E non sempre il modo peggiore è quello con la pistola.

Vi lascio alla lettera di Massimo, che spera i figli possano in qualche modo riuscire a leggere, e a vedere così anche la foto che la accompagna, in modo che, almeno loro, possano vederlo.

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Queste righe le dedico a chi mi abita nel cuore, ma purtroppo vive senza di me.

Mia piccola principessina, e mio grande campione, sono molti anni ormai che purtroppo ci hanno divisi. Io non conosco più neanche i vostri volti, e voi non conoscete il mio. Ormai anche quando vi sogno, vi ricordo bambini come il giorno in cui vi hanno strappati da me.

Ho lottato con tutte le mie forze, sin dal primo giorno, affinchè potessi vedervi o quantomeno sentirvi. Ma mi è sempre stato negato.

Non voglio raccontarvi tutto quello che ho patito e non vorrei neanche prolungarmi tanto in parole, perchè sono certo che soltanto il tempo un giorno vi farà capire quanto male ingiustamente hanno inflitto ai nostri cuori.

Vorrei anche provare a spiegarvi elle ragioni, ma è tanto difficile, quanto impossibile, se una ragione non c’è. Per me questo essere divisi, io in questo luogo, e voi non lo so dove ad affrontare la vita, mi fa impazziere dal dolore.

Mi manca tanto il non potermi prendere cura di voi, il non potervi essere vicino, anche quando ne avete bisogno.

Mi manca tanto il non potervi donare tutto il mio amore. E’ molto dura fare finta di stare bene, anche quano chi mi circonda parla dei propri figli con orgoglio, ed io soffro in silenzio perché anche io vorrei parlare di voi con orgoglio.

Da quando vi hanno strappati da me, ho dovuto sempre recitare come fossi un attore. Spesso la mia bocca ride, ma il mio cuore piange.

Voi siete figli miei, siete il mio sangue, il più bel donno che Dio potesse donarmi.

Figli miei, ormai per tutte le angherie subite riesco a non sentire più neanche il dolore. Possono torturarmi, come hanno già fatto, possono perseguitarmi penalmente e ingiustamente, come hanno già fatto, possono anche distruggere il mio corpo e sicuramente non sentirei dolore.

Il dolore più grande e lacerante che giorno dopo giorno sento nel profondo del mio cuore è quello di stare lontano da voi.

Il vostro papà con queste parole ha voluto esprimere le proprie emozioni, i propri sentimenti e il proprio stto d’animo.

Ho voluto parlare a voi attraverso questo blog, con l’auspicio di raggiungere non solo voi, ma anche i vostri cuori.

E’ stato davvero difficile pe me  aprirmi pubblicamente, ma per ritrovarvi farei questo ed altro.

Ricordatevi sempre che il vostro papà vive per voi e dentro di voi. Il mio cuore batte perchè il vostro batte, io respiro perchè voi respirate.

Con tutto il mio amore vi bacio e abbraccio.

Non posso pensare che non conoscete più neanche il mio viso, quindi vi mando una mia foto affinché possiate quantomeno vedemi.

Papà

Voghera 21/10/2011

Lettera dal di fuori.. e risposta..

Per la rubrica Lettere dal di fuori -nata da una idea di Carmelo Musumeci- pubblico oggi una lettara inviata allo stesso Carmelo da una donna che tanti anni fa ebbe un forte scambio umano con Carmelo. Il nome è omesso, come è omessa la parte finale.

E’ una lettera molto intensa e struggente.

E questa volta pubblico, di seguito, anche la risposta che Carmelo le ha inviaato.

Vi lascio alla lettera di questa donna e alla risposta di Carmelo.

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Cosa ti tira fuori una quinta elementare? (non ridere!!)

Scrivimi, io aspetto un bacio.

Vicino alla riva di un mare immenso, c’è una piccola figura di donna seduta sulla riva, avrà dodici anni, pensierosa, guarda davanti a sé. Ha occhi che si confondono con il cielo, capelli color oro, sembra una bambola.

I colori del suo vivo li ha presi da padre. Ne è orgogliosa. Un padre tanto amato, sempre presente, che la coccolava, sgridava, che aveva sempre un sorriso per lei, l’abbracciava, alzandola verso il cielo. Lei rideva, felice. Lo amava intensamente.

Poi la morte, lei non conosceva la morte. Qualcuno le ha detto “non potrai più vederlo”.

Ed ora eccola d assorbire il primo grande dolore della sua vita. Tocca con la mano il mare, poi la alza verso il cielo e urla “ciao papà”,

Finalmente piange!!!

Ho paura di portarti solo altra tristezza, e non voglio. Tanto ormai è andata. Ora, cioè da otto anni mi sto muovendo piano, ma cerco di costruire, non di demolire, per essere serena.

Anch’io non ti ho mai dimenticato. Il perchè credo che tu lo sappia. Sai, a volte chiudevo gli occhi e ti dicevo “aiutami, ho tanta paura”, come se tu fossi il mio angelo, sempre.

Che non devo soffrirti a saperti lì non  è facile. Io so come sei, perchè non guardano i tuoi occhi, santo cielo, hai l’anima in quei tuoi occhi. Sei la più giusta e bella persona che abbia incontrato. Quello che si prodigava per i più deboli. Se in assoluto cuore e amore per chi lo merita.

Non ho mie foto recenti, però te ne manderò una se ti fa piacere, e ti giuro che farò di tutto per essere più serena, ma che veramente ci riesca anche tu, sola, però, sola, sola, sola !!!!

Sì, sei un grande scrittore, ma senti, Carmelo ho ricevuto la parte di vita che ti tiene chiuso lì, ho visto cose che mi hanno riempito il cuore di gioia, le foto, il momento della laurea. Ne ho fatte altre che sono profondamente dolorose, il racconto bello per 11 ore… poi.. non trovo le parole, non riesce, per me è impossibile trovare una spiegazione della parola.. ergastolo. Ti dico… dai.. vai avanti.. sii forte.. queste cose le hai insegnate tu a me, che ero una bimba.  Mi dicevi “dignità e rialzarsi sempre.. la vita è bella”. Se oggi, con tanta fatica, vado avanti, è, lo giuro, proprio per quelle parole. Le ho tenute sempre nel cuore. Potevo essere pestata a sangue, poi mi leccavo le ferite, andavo avanti. Sono caduta all’inferno, mi sono rotta le ossa per uscirne, ma ora a te dico grazie di esistere, di fare capire che, finchè c’è la vita, può sempre arrivare qualcosa di bello, anche se nel mio caso credo che l’Assassino dei sogni, a volte abbia fatto qualche scappata fuori, per vedere se riusciva a torturare chi aveva la libertà. A me mi ha beccato in pieno. Libertà, bella frase, significa un bel tramonto, un p rato di margherite, abbracciare chi ami, correre, ridere, non avere il fiato della disperazione sl collo. Significa vivere, passione, alzare gli occhi e vedere le stelle.

C’è il rovescio della medaglia. Bisogna anche godere della libertà, se come me attraversi la vita andando avanti con il cuore.. beh… fino a qualche anno fa era un incubo.

Ora sono libera, molto più cerebrale che emotiva, pondero, misuro tutto, perchè è arrivato il momento, non c’è più voglia di scenate. Sono una donna, credo, no, lo sono, ma questa veste di sofferenza non riesco a toglierla del tutto. Forse anche tutti questi lunghi anni di solitudine voluta da me alla fine, però pesanti, mi hanno fatto pensare ricordare. Mi hanno come resa vulnerabile e allora è un casino. Guarda, ho tanta (…)

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Cara…

Ho ricevuto la tua lettera e mi hai molto commosso su quello che hai scritto su tuo padre.

A i miei figli voglio bene uguale, anche se in modo diverso.

E con mia figlia ho un legame particolare, e leggendo le tue parole ho immaginato il tuo immenso dolore da bambna, da grande e da adulta.

In tutti i casi non devi mai sentirti sola.

Non siamo mai veramente soli, se c’è stato qualcuno che ci ha voluto bene.

E sono molto convinto che, dovunque sia tuo padre – nell’universo nulla viene creato e niente viene distrutto – lui continua a volerti bene.

Come dici tu la vita è un barattolo, dove metti la mano, ma non sai mai cosa trovi, forse il bello della vita è proprio questo.

In qualsiasi momento e, a qualsiasi età puoi trovare l’amore, la felicità, la serenità.

Non ti stancare mai di cercare, ma soprattutto guarda prima dentro di te.

E solo dopo intorno a te.

Spesso dentro i nostri cuori abbiamo tutto quello che ci serve per essere felici e non lo sappiamo.

Ho aspettato qualche giorno a scriverti, perchè sono preso da mille impegni.

E in questi giorni ho risposto al Popolo Viola, come puoi vedere dal documento che ti mando.

Per il resto sono abbastanza zereno, dalla mia cella leggo, scrivo e lotto.

E in un certo modo riesco a vivere e a essere felice anche in carcere, alla faccia dell’Assassino dei Sogni.

Anche tu cerca di essere serena perchè, lo sai, il dolore degli altri influenza sempre il mio stato d’animo.

Il mio cuore ti manda un sorriso.

Io ti mando un abbraccio.

Carmelo

L’arte di Pierdonato Zito.. altri dipinti

Con questo post finisco di pubblicare le foto che settimane fa mi erano giunte da Pierdonato Zito; foto raffiguanti suoi recentissimi dipinti. Tutti caratterizzate dall’utilizzo da parte di Pierdonato della tecnica ad olio, tenica alla quale si è approcciato per la prima volta (per le altre foto vai ai link vai ai  link..   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/6991/ e poi..    https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/29/larte-di-pierdonato-zito/ e poi ..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/04/larte-di-pierdonato-zito-altre-opere/9. La seconda immagine è preeduta  da un commento.

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ROSE (olio su cartone)

UCCELLI (olio su tela)

Per quattro mesi di seguito non ho visto una giornata di sole. Solo nebbia. Chi abita da queste parti è abituato. Chi, come noi, è nato e cresciuto al sole del Sud ne soffre maledettamente. E così, in quei quattro mesi di nebbia ho desiderato tanto il sole ch l’ho dipinto con tutto quel giallo estivo dei campi di grano.

GIARDINI DI MONET SU IRIS (olio su tela)

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