Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera di Marcello Dell’Anna

Immaginate un detenuto in galera da più di vent’anni.

Immaginate che questo detenuto abbia intrapreso un lungo e faticoso percorsi di studio e crescita culturale ed umana.

Immaginate che questo detenuto abbia ricevuto numerosi attestati ed encomi.

Immaginate un detenuto che ha scritto due libri, e ne sta scrivendo un terzo.

Immaginate un detenuto che ha più di una laurea, di cui una in giurisprudenza.

Immaginate che, questo detenuto, in occasione della discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza, ha ricevuto dal Tribunale di Sorveglianza, un permesso di 14 ore. Un permesso da uomo libero, senza la presenza di una scorta o di alcun controllo da parte degli organi di polizia. Perché venga dato un tale permesso vuol dire che vi sia una valutazione prettamente positiva, da parte del Tribunale di Sorveglianza, del percorso intrapreso dal detenuto, della sua crescita umana e un venire meno di quel livello di pericolosità sociale che sconsiglierebbe un permesso del genere. E tutto questo trova ulteriore conferma nel ritorno nel carcere nel pieno rispetto dei tempi stabiliti dal permesso.

Avete immaginato tutte questi “elementi”?

Ecco, adesso immaginate anche che il D.A.P., trasferisca un tale detenuto nel famigerato carcere dormitorio di Badu e Carros a Nuoro in Sardegna, riportandolo indietro di vent’anni nel suo percorso, riportandolo all’anno zero del trattamento.

Tutto questo è quello che è avvenuto a Marcello Dell’Anna, che faceva parte dei componenti della sezione A.S.1 di Spoleto. Sezione smantellata a fine luglio, e i suoi componenti sballottati come pacchi postali in mezza Italia. Con qualcuno finito in qualche carcere decente. E qualcun altro finito in qualche carcere in-decente, come è il caso di Marcello Dell’Anna (per vedere la prima lettera che Marcello ci inviò dopo tale evento vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/17/e-cosi-che-il-dap-tratta-i-detenuti-meritevoli-lettera-di-marcello-dellanna/).

Marcello da quel momento ha iniziato ad attivarsi legalmente in ogni modo. E non chiede privilegi. Chiede quello che è stabilito per un detenuto. Ovvero, che vi sia un trattamento razionale, che non si interrompi bruscamente un percorso, che non si mandi in fumo un lavoro che dovrebbe essere mostrato ovunque -se si fosse almeno “furbi”- come esempio di “riuscita del trattamento”. Un detenuto come Marcello Dell’Anna dovrebbe essere visto come uno dei fiori all’occhiello di un sistema penitenziario che vanta, invece, troppo spesso, caterve di disfunzioni, recidive e suicidi.

Invece viene semplicemente catapultato in Sardegna come se nulla fosse avvenuto in questi venti anni. Marcello era arrivato ad un livello di crescita sempre maggiore, con corsi, dialoghi con studenti e professori, e altre opportunità. Tutto adesso messo nel cesso. E poi riusciva in qualche modo ad avere i colloqui con la moglie e il figlio, che sicuramente avranno giocato un ruolo non da poco, nella sua crescita e nel suo distacco radicale (distacco che potrete vedere con forza sottolineato nella lettera che leggerete tra poco) dal suo precedente mondo criminale.

Un detenuto così dovrebbe avere ponti d’oro. Ulteriori incontri con la famiglia. E invece lo si manda “in esilio” sardo, riducendo, nei fatti, drasticamente, le possibilità che avrà la famiglia di incontrarlo.

Che qualcuno si svegli, e cominci, a sanare le quotidiane e palesi assurdità che avvengono, senza esclusione di colpi, nel mondo penitenziario.

Vi lascio a questa lettera che Marcello ha inviato al Nuovo Quotidiano di Puglia. 

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Alla C.A. del Sig. Direttore della Redazione del “Nuovo Quotidiano di Puglia” “Edizioni di Lecce” – Via dei Mocenigo, 29 – 73100 – Lecce

Nuoro 01 ottobre 2012

Egregio Signor Direttore,

Da tempo riflettevo sull’eventualità di poterle inviare un mio scritto, ma il mio status mi ha molto spesso frenato, forse per paura di scrivere qualcosa  di sbagliato. L’iniziale insicurezza, peraltro sostenuta da una errata visione di ciò che realmente la società potrebbe pensare di me, è pian piano divenuta una consapevolezza di ritenere che sia giunto il momento di fare conoscere la persona che realmente oggi sono, diversa e migliore. E’ legittimo che quete parole posano sembrarle insincere ovvero simulatorio ma, chi creda, la persona che le scrive oggi è del tutto a lei (e a tanti) sconosciuta, atteso che nulla ha più a che fare con quella che le cronache conoscevano in passato. Ebbene, l’iniziativa del mio avvocato e, soprattutto, dei miei  cari, nel dedicarmi un articolo giornalistico (scegliendo il vostro Giornale) per l’ulteriore Laura conseguita, è stata per me la giusta occasione per scriverle, in maniera serena, non certo per ragioni opportuniste o, peggio, manipolatorie, ma per darvi atto che della mia (mala)vita passata ne disprezzo modalità e contenuti. Un articolo molto soddisfacente il vostro, eccetto quella parte di notizia relativa alla mia biografia criminale che viene anteposta alla persona che scrivo oggi, sebbene (e ne sono cosciente) non poteva essere omessa. Purtroppo quelle vicende fanno parte della mia vita passata che per me ormai è morta e sepolta. Anteporre poi, “ancora oggi”, l’epiteto “boss” al mio nome, mi ha fatto sorridere amaramente benché tale qualificazione attualmente la ritengo del tutto inadatta. Pertanto, confido nella vostra serietà e professionalità giornalistica e le chiedo, se potete, di essere, di omettere l’epiteto in parola nei vostri prossimi articoli. Le ragioni di questa mia riguardano alcuni importanti particolari pubblicati nell’articolo che ritengo siano, alcuni incompleti e generici, altri del tutto mancanti, sicuramente per discrezione della fonte. Quindi, partendo dal fatto che qualunque notizia, secondo me, debba rappresentare la realtà e la giusta informazione, ritengo doveroso che questi particolari meritino di essere spiegati sia a voi del Giornale, sia ai lettori … conseguentemente pubblicati. Orbene, per una migliore comprensione dei fatti, bisogna partire dalle ragioni riguardanti il mio trasferimento in Sardegna, nel reclusorio di Nuoro. Ritengo che quanto accadutomi non può rimanere sottaciuto (soprattutto giornalisticamente) a  fronte di una fragrante violazione della legalità messa in atto dalla Direzione Generale dei Detenuti del Trattamento del Dipartimento  del’Amministrazione Penitenziaria (D.A.P.) quando, a fine luglio u.s., decise repentinamente di “smantellare” la sezione “A.S.1” (Alta Sicurezza-1) di Spoleto per “esigenze” atte al “recupero dei posti letto” a causa del crescente numero di detenuti “A.S.3”. Le scelte di assegnazione alle varie carceri per ogni detenuto, sono state decise “solo” sulla base del loro “titolo detentivo”, senza considerare altri elementi valutativi attinenti ai risultati del percorso trattamentale (per come dispone la legge). Di conseguenza, non solo il danno ma ance la beffe, e a me è toccata proprio la Sardegna, con conseguenze devastati per la mia persona che vanno al di là di ogni logica giuridica e civile, atteso che tale assegnazione ha compromesso seriamente il mio lodevole percorso rieducativo. I miei studi universitari, i miei tesi affetti familiari (di questo “trasferimento collettivo” è stata data notizia da alcuni Quotidiani: allego copie). Nella realtà, per l’A.P. che avrebbe l’obbligo di educarci, noi detenuti non veniamo considerati “perone” con diritti e doveri, ma dei pacchi postali, dei numeri di matricola, delle mere pratiche da evadere, in spregio a questo Stato che vanta illustri nomee di civiltà e di giustizia. Ritengo che l’Amministrazione Penitenziaria deve essere molto più attenta alla “persona”-detenuto, al suo percorso rieducativo e non al suo titolo di reato, che magari risale a venti trenta anni fa!

Ma v’è di più!

L’illegittimità e la stortura di questa inconciliabile assegnazione in Sardegna, poggia sul fatto che il D.A.P., nel deciderla, non ha assolutamente verificato se, nel corso della mia lunga detenzione, avessi avuto, o meno, esperienze extramurarie. Ebbene, in occasione della Tesi di Laurea in Giurisprudenza che, come sapete ho discusso il 25 maggio u.s. per la “Competenza in diritto penitenziario”, il TDS di Perugia mi ha concesso un Permesso di 14 ore, LIBERO nella persona e SENZA L’USO DI SCORTA, accompagnato solo da mia moglie, mio figlio e altri familiari, (questa è la prima notizia inedita) per recarmi all’Università di Pisa e per festeggiare tale importante traguardo (allego l’estratto dell’Ordinanza TDS di Perugia). Sicuramente questa notizia susciterà stupore dando adito magari a pesanti critiche oppure a compiacimenti, ma sta di fatto che tale concessione è la prova indiscussa di quello che sono oggi!! Vi rendete conto? Dopo vent’anni di ininterrotta detenzione sono uscito in permeo per una intera giornata, libero e senza alcun controllo degli organi di polizia; mi sono laureato col massimo dei voti; sono stato con mia moglie e con mo figlio in albergo, al ristorante, in giro per le vie di Pisa e di Spoleto; sono puntualmente rientrato in carcere, con i miei piedi, ben consapevole di avere una condanna all’ergastolo, ed io… dovrei essere il fuorilegge? Il boss? L’elemento di spicco? Ebbene, se fossi quel criminale di un tempo, non pensate che in 14 ore sarei potuto arrivare in Cina facendo perdere le mie tracce? E’ questo il “trattamento” che l’Amministrazione Penitenziaria riserva ai detenuti oramai recuperati e reinseriti nella società? Quello di sbatterli in Sardegna? Sino a prova contraria, sono io che ho dimostrato con i fatti il rispetto della Legge rientrando in carcere dal permesso, consapevole di essere un ergastolano, un “vivo- già morto”, sono io che ho dimostrato di non essere più socialmente pericoloso, sono io che ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. A questo punto penso che “i cattivi che sono diventati buoni siano molto più affidabili dei buoni che non sono mai stati cattivi” e, quindi,… credete che siano più affidabili? Essere detenuto a Nuoro è come se m’avessero catapultato indietro di vent’anni e questo mi rifiuto  di accettarlo perché il mio passato per me è morto e sepolto. A ben vedere, infatti, sono proprio le storie  di detenuti, come questa vissuta da me, a rappresentare la vittoria del sistema carcerario sul crimine; nel mio caso, al di là di ogni retorica, è un fatto che io mi sia trasformato da delinquente ad operatore culturale, attraverso anche una totale presa di distanza da certe forme mentis deviate e devianti. Tutti i miei sacrifici, anni di studio, crescita intellettuale e preparazione giuridica, encomi, attestati, redazione di elaborati, ricerche, trattazioni sia giuridiche sia d’attualità pubblicate su alcune rinomate riviste, sono stati spezzati via da una decisione presa con incuranza e stortura dall’Amministrazione Penitenziaria. Io che ero solito incontrare in carcere , docenti, studenti universitari e di V classi superiori, per discutere di legalità mettendo a nudo la mia vita, parlando loro dei miei crimini e di quanto ne sono contrito, dell’orrore del carcere e della sofferenza che procura; tutto ciò per dissuaderli da una loro possibile devianza o scelta di vita sbagliata. Sono numerosi gli studenti che mi scrivono chiedendomi conigli e sono numerose le persone  che credono in me!!

Il mio curriculum detentivo comprende anche  la stesura di due libri scritti (il terzo in fase di redazione). Il primo, pubblicato nel 1997 è a voi ben noto avendone dato, a suo tempo, risalto (allego copia della copertina fronte/retro). Il secondo libro l’ho scritto proprio di recente, in occasione del permesso fruito e della ulteriore Laurea conseguita (questa  è la seconda notizia inedita, allego copia della copertina fronte/retro), e colgo l’occasione per lanciare un invito a chi ne fosse interessato per la pubblicazione (magari la stessa Casa Editrice Manni); molto interessane nei suoi contenuti, emozionanti e riflessivi nella prima parte, tecnico-giuridici, nella seconda. Signor Direttore, la conseguenza del mio “distacco” dal mondo criminale, è stata quella che in questi ultimi dieci anni io (all’interno del carcere) e mia moglie, viviamo ognuno in un proprio mondo, lavorando serenamente e svolgendo le mansioni più umili, per il nostro sostentamento economico, dal momento che non percepisco alcun “contributo” economico lecito o, ancor peggio, illecito. A tal riguardo, per comprovare la veridicità delle mie asserzioni, alcuni mesi or sono, mi sono rivolto anche all’Ill.mo Procuratore Aggiunto della Distrettuale Antimafia di Lecce, Dr. Antonio De Donno, invitandolo a svolgere a 360° tutta l’attività d’indagine opportuna, al fine di verificare realmente il mio coinvolgimento attuale in vicende delittuose, proprio per confutare quelle “informative” ormai datate nel tempo, sulle quali vengo descritto ancora come “elemento di spicco” della Sacra Corona Unita. Al servizio dell’Ecc.ma Procura leccese vi sono illustri investigatori i quali sono ben informati che “quell’elemento di spicco”, è fuoriuscito da un bel pezzo dal panorama criminale salentino. Non per usare catatio benevolentia o sterili frasi ad effetto ma la mia vita e, soprattutto la mia personalità, sono divenute tutt’altra cosa di quando sventuratamente decisi di adottare un sistema di vita del tutto miserevole. Non sono disconosco e disprezzo quel Marcello Dell’Anna

Deportazione di massa dei detenuti Alta Sicurezza in Sardegna

C’è una voce che sta circolando con grande insistenza in questi giorni. 

E sembra molto più di una voce.

Anche perchè si collega ad altri dati e fonti.

Detto in breve.

Il trasferimento di massa dei detenuti Alta Sicurezza in Sardegna.

Consideriamo alcuni dati. Lo smantellamento avvenuto questa estate della sezione Alta Sicurezza 1 del carcere di Spoleto, con lo sballottamento di molti detenuti in varie carceri d’Italia, come tanti pacchi postali.. e tra questi trasferimenti, non pochi finiti a in Sardegna, nello squallido carcere di Badu e Carros, a Nuoro (Salvatore Pulvirenti, Marcello dell’Anna, Domenico Papalia..). 

A questo aggiungiamo voci sullo smantellamento della sezione Alta Sicurezza di Padova, e vi sono inquietudini anche su quella di Catanzaro.

In questa ottica si può comprendere questa citazione, apparsa sulla “Nuova Sardegna” del diciotto ottobre, e citata dallo stesso Carmelo Musumeci, nel testo che leggerete tra poco:

“- (…) Sono gli AS3 (alta sorveglianza) coloro che dovrebbero invece occupare le celle che si stanno aprendo nell’isola: 150 a Tempio–Nucnis, 350 a Sassari-Bancali (con due sezioni AS2 e con reparto AS1) 180 posti a Massama (AS2 e 3) e 650 posti a Uta (AS1, AS2, e AS3) (…)”.

Sembra esservi quindi un chiaro progetto di DEPORTAZIONE dei detenuti Alta Sicurezza in Sardegna.

Un altro elemento potrebbe essere emblematico. Il 13 novembre del 2012 appare sul Corriere della Sera la notizia dell’imminente trasferimento di 300 detenuti 41 bis in Sardegna. Notizia che sembra confermata anche da altre fonti.

Per “analogia” questa vicenda dei detenuti 41 bis potrebbe fare ipotizzare, una vera DEPORTAZIONE DI MASSA di tutti i detenuti considerati.. diciamo.. “alto livello di pericolosità” in Italia. Una deportazione in Sardegna, isola da trasformare, nelle raffinate e sottilissime (talmente sottili che si rischia di non vedere proprio la materia cerebrale), di chi sovrintenderebbe a un progetto del genere, in una sorta di nuovo colonia penale. Ipotesi non solo balorda e inqualificabile a prescindere. Ma, nel caso degli Alta Sicurezza, si scontra anche col fatto che alcuni di questi detenuti, nonostante l’appellativo magniloquente, sono persone in  carcere anche da più di venti anni, molte di esse ormai lontanissime da ogni circuito criminale. Persone queste che, spesso, hanno intrapreso un lungo e difficile percorso di recupero e risocializzazione. Un percorso dove qualche opportunità è stata loro offerta. 

E adesso.. tutti in Sardegna?

I .. malpensanti?.. immaginano che le nuove sezioni..saranno gestiti in maniera particolarmente “rigorosa”. Del resto possiamo vantare in Italia quel luogo di tortura che è stato il carcere di massima di sicurezza dell’isola de L’Asinara (in Sardegna) che – insieme all’altra isola di Pianosa (in Toscana)- furoreggiò negli anni novanta. Forse qualcuno pensa di rinnovare i fasti di quei tempi di stupro del diritto?

Adesso concentriamoci sugli Alta Sicurezza.

Anche se le nuove sezioni Alta Sicurezza in Sardegna, fossero organizzate e gestite all’insegna del pieno rispetto dei diritti umani e con la presenza di corsi e servizi adeguati di trattamento (ipotesi che dire remota sarebbe un eufemismo), è il progetto in sé che è assolutamente inaccettabile.

Il problema partirebbe da lontano, dalla legittimità stessa del circuito “Alta Sicurezza”. La Corte Europea censurò, infatti, nel 2009, questo l’esistenza del regime E.I.V.  (Musumeci contro Italia,  ricorso n. 33695/96). Allora, si procedette a creare il regime A.S.1, dove, rispetto al precedente E.I.V., sembra essere cambiato poco, oltre al nome.

Ma al di là di questo, la stessa idea di trasferimento di massa di massa di detenuti, qualunque sia il loro circuito, è delirante, perché non considera il singolo detenuto, come essere umano da valutare nella sua integrità, nei suoi diritti, nel suo agire, in relazione anche al pregresso trattamento. No, considera il detenuto.. come essere anonimo, senza volto e senza storia, semplice bullone di un cesto di bulloni da buttare nel cesso. Conta il cesto, il marcio.. 41 bis.. Alta Sicurezza, o quale diavolo sia.. conta il timbro, l’etichetta, il vestito giallo che distingue i pericoli “ad vitam” dagli altri. Chi ha il marchio è un gregge, dove l’individualità scompare, per esigenze di aritmetica sicuritaria.

Nel momento in cui invece di vedere il singolo detenuto vedo la “specie” in cui l’ho inserito, il ghetto in cui l’ho collocato, tradisco tutto ciò che ha sempre significato la parola trattamento, tutto ciò che ha sempre significato la parola.. risocializzazione. Tutto ciò che ha sempre significato la parola Costituzione.

E violo, così, oltre alla Costituzione precise disposizioni normative che chiedono che venga tenuto conto dei legami famigliari del detenuto ((“Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza della famiglia”art.42 O.P.) e del trattamento formativo (“ Sono evitati in quanto possibile i trasferimenti ad altri istituti dei detenuti ed internati impegnati nei corsi, anche se destinati da esigenze di sovraffollamento, e qualunque intervento che possa interrompere la partecipazione a tale attività” art. 42 R.E.), oltre ad altre disposizioni.

Ma l’illegalità ormai è sovrana in un Paese come l’Italia. In ogni campo e ad ogni livello.

In fin dei conti, cosa sarebbe mai una ipotesi del genere?

Non si tratta di feccia?

Chi se ne frega se queste persone seguivano dei corsi, se avevano, con fatica, intrapreso un percorso.. se i famigliari, con mille sacrifici andavano a trovarli e se in Sardegna (molti di essi) non potranno andare a trovarli più?

Chi se ne frega?

Come diceva Guccini in “Piccola storia ignobile”… “I politici hanno ben altro a cui pensare…”.

Vi lascio a un testo di Carmelo Musumeci.. proprio su questa vicenda.

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Questa volta dico no, parola di uomo ombra

Il carcere serve solo a ingenerare odio, brama di godimenti proibiti e nefasta leggerezza. Succhia la linfa vitale dall’uomo, snerva la sua anima, la infiacchisce, la intimidisce e poi presenta una mummia moralmente inaridita e inebetita, come modello di ravvedimento e pentimento. (F.D. Dostoevskij)

Sono sedici anni su ventuno che sono sottoposto al regime/circuito AS1 (ex E.I.V.).

Contro questo regime ho vinto anche un ricorso alla Corte europea, (Musumeci contro Italia,  ricorso n. 33695/96) ma certi  funzionari con la malvagia e truffaldina intelligenza che li distingue, con la circolare (3619/6069) del 21 aprile del 2009,  hanno cambiato il nome al circuito/regime E.I.V.  con  quello AS1,  lasciando per il resto le cose come stavano.

Questa estate ho subito un trasferimento a causa della rottamazione della sezione AS1 del carcere di Spoleto, interrompendo un trattamento positivo di recupero sociale, didattico e lavorativo.

Trasferimento ordinato dai funzionari del DAP che hanno assegnato e trasferito i detenuti in carceri lontani violando la legge (“Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza della famiglia”art.42 O.P.), il regolamento di esecuzione (“Nei trasferimenti per motivi diversi da quelli di giustizia o di sicurezza si tiene conto delle richieste espresse dai detenuti e dagli internati in ordine alla destinazione“,“ Sono evitati in quanto possibile i trasferimenti ad altri istituti dei detenuti ed internati impegnati nei corsi, anche se destinati da esigenze di sovraffollamento, e qualunque intervento che possa interrompere la partecipazione a tale attività” artt. 83 R.E. e  42 R.E.).

Appena sono arrivato in questo carcere di Padova, mi sono iscritto all’Università di Padova al Corso di laurea in Filosofia (numero di matricola1057100) e sono stato inserito alla Redazione di Ristretti Orizzonti dell’Istituto.

Nel giornale la Nuova Sardegna del 18 ottobre 2012 testualmente si legge:

– (…) Sono gli AS3 (alta sorveglianza) coloro che dovrebbero invece occupare le celle che si stanno aprendo nell’isola: 150 a Tempio–Nucnis, 350 a Sassari-Bancali (con due sezioni AS2 e con reparto AS1) 180 posti a Massama (AS2 e 3) e 650 posti a Uta (AS1, AS2, e AS3) (…)”.

Prendendo per buona l’apertura di queste due nuove sezioni AS1 in Sardegna da riempire di carne umana, e delle voci di corridoio della chiusura della sezione AS1 di Padova e sapendo che i  funzionari del DAP non rispettano la Costituzione, la legge, i principi e i regolamenti interni e sovranazionali, questa volta dico no, parola di uomo ombra, a qualsiasi trasferimento fuorilegge.

Faccio anche presente a quei funzionari del DAP che non rispettano la legge che io stesso ho chiesto la revoca della liberazione anticipata al Tribunale di Sorveglianza di Perugia (ordinanza del 6/09/2012 ) che mi è stata concessa,  perché si tratta di una concessione inutile in quanto mi trovo in espiazione di pena per reati ostativi all’ottenimento di qualsiasi beneficio penitenziario.

E, quindi, considerando che ho l’ergastolo ostativo e che devo morire in carcere ho il vantaggio di non essere ricattabile e posso permettermi il lusso di ribellarmi e difendermi da quei funzionari del DAP che non rispettano la legge.    

Lo giuro, questa volta mi opporrò, con resistenza passiva con fermate ai passeggi, nei corridoi e nei locali, dove sarò spostato durante la vita quotidiana nell’istituto.

E non posso che vincere perché non ho più nulla da perdere.

Carmelo Musumeci.

Carcere di Padova novembre 2012

E’ così che il DAP tratta i detenuti meritevoli- lettera di Marcello Dell’Anna

Non mi era totalmente  sconosciuto il nome Marcello Dell’Anna. Un secolo fa, quando il mondo era ancora giovane (come si usa dire), lessi uno testo a sua firma meravigliosamente scritto. Ma poi non ebbi mai modo di avere scambi con lui o ricevere le sue lettere.

Circa una settimana fa mi giunge questa sua lettera, dal “famoso” carcere di Nuoro, Badu e Carros, da sempre considerato un carcere punitivo. Finire  lì da a molti detenuti che vengono dal “continente” praticamente la sensazione di essere mandati in esilio, o “al confino”, come succedeva ai tempi di Zio Benito.

Marcello Dell’Anna era uno dei detenuti della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto, spazzata via, dice la motivazione ufficiale, per esigenze di spazio, dovendo essere recuperate quelle celle (che erano ad alloggio singolo) per altri detenuti. Tutti i componenti di quella sezione sono stati spediti, come pacchi postali, in varie carceri d’Italia. Qualcuno se l’è cavata decentemente, altri sono stati spediti in carceri “tristi e spenti” come quello di Nuoro.

Si supporrebbe che vi fosse un criterio razionale, almeno, nello stabilire la destinazioni. E infatti c’è una tale razionalità che.. un detenuto -in galera da vent’anni- che negli anni ha intrapreso un vigoroso processo di crescita e di rinnovamento, che ha ricevuto encomi e attestati, che ha più di una laurea (di cui una è in giurisprudenza, che in occasione della seduta di laurea ha avuto un permesso di quattordici ore, senza scorta, da uomo libero.. Così razionale, che un detenuto così ha avuto bruscamente interrotto il suo percorso e i suoi rapporti famigliari, per essere spedito in un carcere lontano, tra quelli considerati “punitivi”.

E’ tutto così razionale che un detenuto -che ha dato prove straordinarie di sé, che ha ricevuto riconoscimenti e apprezzamenti, che è entrato da tempo in un percorso di buone opportunità di studio, conoscenza ed espansione umana- sia stato di colpo fatto regredire nel trattamento, impacchettato per un carcere “lontano”  dove il trattamento è a un livello paleolitico?

Troncati i percorsi posti in essere fino a quel momento…

Troncati i rapporti famigliari..

Prendere un cancellino e spazzare via una storia..

Quasi a ricominciare da capo.

Sembra che questo sia avvenuto con Marcello. Anni di sbattimento, studio, lauree, impegno al rinnovamento. Un percorso eccellente, di raro valore. E… per ricompensa e come “valorizzazione” spedito in un carcere lontano, con impossibilità (quasi) di ogni contatto famigliare e di corsi e attività adeguate al livello raggiunto.

Questa storia va fatta conoscere. Per fare capire come il sistema penitenziario a volte agisce come una macchina cieca. E per dare una chance alla possibilità che il suo caso venga riconsiderato, tenendo conto di chi è Marcello Dell’Anna ora, del suo percorso, e di ciò che può dare.

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Nuoro, martedì 11 settembre, 2012

Gent.mo Sig. Alfredo,

Sono Marcello Dell’Anna, uno dei diciotto ergastolani che, alla fine dello scorso mese di luglio, sono stati trasferiti nelle varie carceri d’Italia su decisione dell’amministrazione penitenziaria, per mere esigenze  atte al recupero di poti letto a causa del crescente numero di detenuti A.S.3. Noi invece eravamo allocati in celle singole e classificati nelle sezioni AS1. 

Sono di Lecce (Nardò precisamente), detenuto ininterrottamente da vent’anni, con un ineccepibile percorso rieducativo, di recupero e di riparazione concretizzato durate il mio percorso trattamentale. Sono stato insignito di diversi encomi, diversi attestati d qualificazione professionale. Di recente ho conseguito una ulteriore laurea in giurisprudenza per la competenza in diritto penitenziario e, per tale occasione, il presidente del T.D.S. di Perugia mi ha concesso 14 ore di permesso, per recarmi a Pisa a discutere la mia testi di laurea, libero nella persona e senza l’uso di scorta.

Ho scritto anche due libri e il terzo è in fase di redazione.

Come può notare dal mio breve curriculum sopra esposto e che posso documentare, lo Stato e la stessa amministrazione penitenziaria con me anno perso, mentre io ho vinto. 

Io ho dimostrato di rispettare la lette, rientrando in carcere, dal permesso concessomi, con i miei piedi, ben consapevole di essere un ergastolano, o (come qualcuno si osa definire) un Uomo Ombra. 

A tal riguardo, dimenticavo di dirle che sono anche un socio sostenitore dell’Associazione Fuori dall’Ombra, con tessera n.249. Come le dicevo, io ho dimostrato di essere una persona diversa e migliore. Si rende conto Sig. Alfredo? Sono uscito in permesso 14 ore libero. Sono stato, dopo vent’anni, con mia moglie e mio figlio e altri miei cari nel ristorante, in albergo, per le vie di Pisa e di Spoleto e io dovrei essere il fuori legge?

Perché le scrivo tutto questo? 

Come ha potuto notare sono stato “sbattuto” in Sardegna, a Nuoro, e sapete perché? Perché qualcuno al Dipartimento ha valutato (con i piedi e non con la testa) la mia assegnazione, trasferendomi qui  a Nuoro, senza tenere conto del mio lodevole percorso e dei risultati conseguiti. Hanno solo guardato condanna e “titolo detentivo”, violando e fregandosene d quanto la legge penitenziaria statuisce sul rispetto dei “criteri” di assegnazione corrispondenti ai risultati e al programma di trattamento.

Non meritavo di essere dirottato qui, a Nuoro, facendomi regredire nel trattamento, interrompendomi dai miei affetti famigliari (qui mi è impossibile fare colloqui.

Ebbene Sig. Alfredo, sono determinato a lasciarmi anche morire di fame, se i vertici del D.A.P. non mi trasferiranno in un Istituto di pena adeguato al mio percorso rieducativo, ed avente attività e strumenti dove io possa proseguire le mie professioni. Nuoro è un posto morto dal momento che per eccellenza è anche un carcere “punitivo”, quindi inconciliabile con la mia attuale condizione. 

Per intanto ho già presentato ricorso gerarchico ai vertici del D.A.P. Ho finito di redigere anche il reclamo che presenterò innanzi alla Magistratura di Sorveglianza di Nuoro e con entrambe le azioni legali contesto l’illegittimità, la carenza di motivazione del provvedimento di assegnazione per trasferimento proprio in questo “particolare carcere” di Nuoro, non appropriato al mio percorso rieducativo. Per quanto attiene invece alla divulgazione di questa mi assurda quanto irreale vicenda, sto preparando un documento da mandare in rete, nonché da mandare a tutte quelle “personalità” attente e sensibili alle problematiche dei detenuti. 

Quest’ultime sono anche le ragioni per le quali mi rivolgo a lei, certo che saprà darmi i giusti suggerimenti per intraprendere anche le più concrete iniziative e spero che vorrà aiutarmi, in quanto sono arrabbiato, deluso e disperato. 

Quindi Sig. Alfredo, a giorni le manderò un mio documento da diffondere in rete sul vostro sito. Sto provvedendo anche a mandarlo a varie associazioni (come le ho scritto), politici e massmedia, ma di alcuni di loro mi mancano gli indirizzi, ossia via e città dove posso mandarli e fargli recapitare per corrispondenza il mio documento.

Alla Sig.na On.le Rita Bernardini posso scrivere direttamente alla Camera dei Deputati? Oppure all’Associazione “Nessuno tocchi Caino”?

Sig. Alfredo, laddove voleste richiedermi documentazione che comporvi  le argomentazioni scritte in questa lettera, non esiti a farlo. Vorrei tanto poterle mandare anche tutto il mio materiale (libri scritti, relazioni giuridiche, elaborati, ecc.) scritto in tutti questi anni, ma ho tutto nel mio computer e al momento qui non mi hanno autorizzato nemmeno la stampante.

Lo so, avrei dovuto farlo molto tempo fa, ma per carattere sono una persona molto discreta, forse troppo nell’ “Ombra”. E questa discrezione, lo ammetto, mi ha anche penalizzato, alla luce di quanto successomi, quando invece avrei dovuto farmi conoscere attraverso gli organi della comunicazione e, soprattutto, in rete.

Oggi, pertanto, il mio nome non è noto alle varie “personalità” come quello di qualche “detenuto vip” che con astuzia ha saputo pubblicizzare il suo percorso rieducativo. Ma credo che la mia vicenda verrà presa a cuore da quelle oneste persone che sapranno “gridare” contro queste scandalose “movimentazioni collettive” dei detenuti, attuate da una “mala” Amministrazione penitenziaria e da una incurante gestione e sapranno far valere i miei diritti soggettivi che oggi sono stati palesemente calpestati.

Per intanto la saluto molto cordialmente e ansiosamente attendo di leggerla quanto prima.

Marcello Dell’Anna

Appello di Francesco Pugliatti

Tramite la nostra Nadia ci giunge questa lettera-appello che Francesco Pugliatti -detenuto a Spoleto- ha inviato al Magistrato di Sorveglianza e al Direttore della Casa di Reclusione di Spoleto.

Francesco Pugliatti non chiede di essere liberato. Vorrebbe solo scontare la pena come un essere umano e non come un cane bastonato.

Vorrebbe potere fare qualche lavoro interno, vorrebbe potere essere seguito e ricevere un vero trattamento.

SOPRATTUTTO VORREBBE VEDERE LA PROPRIA FAMIGLIA CHE NON VEDE DA TRE ANNI.

Quest’uomo non vede moglie e figli da tre anni!

Ogni commento è superfluo…

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ALLA CORTESE ATTENZIONE DELL’UFFICIO DI SORVEGLIANZA 

E DELLA DIREZIONE DELLA CASA DI RECLUSIONE DI SPOLETO

Il sottoscritto Pugliatti Francesco nato il 05/12/1973 a Piedimonte Etneo (CT), residente in via Maiano n. 10, Spoleto (PG), attualmente detenuto presso questo istituto, come in atti generalizzato.

OGGETTO: sciopero della fame a tempo indeterminato, al fine di tutelare i propri diritti da detenuto; di potere scontare una pena dignitosa, di potere avere un lavoro dignitoso che mi permetta di sopravvivere senza dare peso alla propria famiglia che ha già i suoi problemi, di avere una stanza singola per come la prevede l’art. 22 del C.P., di potere scontare una pena già disumana; che lo stato italiano mi ha inflitto, la pena dell’ergastolo (fortunatamente comune, violando la legge dei diritti dell’umanità.

Il sottoscritto non chiede nulla di particolare, ma solo di potere vivere una vita più dignitosa e umana possibile, per come lo prevedono le norme amministrative e penitenziarie.. Circoare N. (Pu-GDAP-1A00-26/04/2012-0177644) rilasciata dal D.A.P. e dai garanti dei detenuti.

L’OPPORTUNITA’ di potere lavorare per come lo prevede l’ordinamento penitenziario per quanto riguarda i detenuti in gravissimo disagio economico, in modo da essere autonomo e indipendente senza dare peso ai familiari che giacciono in pessime condizioni economiche e che non vedo da ben tre anni.

L’OPPORTUNITA’ di avere una cella singola per come lo prevede l’art. 22 del Codice Penale.

L’OPPORTUNITA’ di potere avere la possibilità di essere reinserito e rieducato per come lo prevede la vecchia legge Goggini. Ogni singolo detenuto va recuperato e reinserito nella società da cui è stato allontanato.

L’OPPORTUNITA’ di avere un avvicinamento per potere fare colloqui con la propria famiglia. Faccio presente che da più di tre anni non vedo mia moglie e i miei figli (rispettivamente di 12 e 9 anni). Premesso che l’art. 42 stabiliste che nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alle residenze delle proprie famiglie, inoltre l’art. 28 afferma il principio secondo il quale “la detenzione deve avvenire nella maggioranza dei casi in una località più vicina all’ambiente famigliare”.

L’OPPORTUNITA’ di avere un trasferimento presso degli istituti di pena (Bollate, Volterra, Padova, Bologna) ove c’è un’ampia scelta lavorativa e una elevata possibilità di reinserimento, visto anche che è accertato che il sottoscritto ha cambiato definitivamente il proprio modo di pensare e di agire.

L’OPPORTUNITA’ di avere i colloqui per come è  prescritto dall’Ordinamento Penitenziario, e dall’ultima circolare rilasciata dal D.A.P. e dai garanti dei detenuti, con gli educatori e gli assistenti sociali, compresa tutta l’equipe trattamentale, in modo da agevolare il mio rieducamento e reinserimento  nella società, di cui voglio fare parte. Tengo a precisare che da quando il sottoscritto è entrato in questo istituto non ha mai fatto colloqui con tutta l’equipe trattamentale, tanto meno con gli assistenti sociali. 

Tengo a precisare che tali richieste sono fondate su criteri e principi che riguardano solo la mia persona e la volontà di potere almeno scontare in modo dignitoso una pena così disumana.

Doverosi ossequi,

Spoleto 03-07-12

in fede

Francesco Pugliatti

Elementi per un profilo della persona ex detenuta.. di Giuseppe Colazzo

Giuseppe Colazzo è un ex detenuto, adesso in semilibertà.

Osservate come le parole possono essere limitanti. Dire ex detenuto, sembra quasi voler dire che in qualche modo un po’ detenuti lo si resta sempre.

Certo anche il titolo del suo articolo parla di “persona ex detenuta”. Ma il contenuto in realtà reagisce a tutte quelle azioni e prevenzioni mentali e sociali, che tendono, per forza di inerzia a porre il detenuto nel ruolo di ex.. appunto.. detenuto, e non di uomo completo, integrale, pronto a conquistarsi pienamente la sua vita.

Giuseppe Colazzo è una persona che studia e cerca di crescere costantemente. Ha creato uno spazio sul carcere molto interessante, dal titolo “Art. 27” (vai al link.. http://articolo27.webnode.it/).

Di tanto in tanto inseriremo qualche suo contributo. Come il pezzo di oggi, particolarmente delicato e interessante.

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ELEMENTI PER UN PROFILO DELLA PERSONA EX DETENUTA

Dal punto di vista psicologico la persona svantaggiata, anche a causa dell’emarginazione sociale determinata dalla detenzione, denota fragilità, insicurezza, mancanza di prospettiva reale, perdita o diminuzione consistente dell’autostima, equilibrio instabile, irritabilità accentuata, difficoltà a concentrarsi, incapacità di apprendere dalla storia personale o dalle vicende di altri[1].
Per quanto concerne l’ambito lavorativo il periodo della carcerazione ha necessariamente determinato alcuni inconvenienti riferibili al “tempo di vita sospesa” passato in detenzione: la sospensione dell’attività lavorativa, la desuetudine all’esercizio di abilità tecniche, intellettive e manuali, il mancato aggiornamento sulle innovazioni dei materiali, degli strumenti, dell’attrezzatura. La vita trascorsa in carcere, lo svilimento della propria capacità professionale, l’eventuale emarginazione di un “deviante tra i devianti”[2].
Tutti questi inconvenienti sono ancora più incisivi se si tratta di detenuto che non ha mai seriamente lavorato o ha svolto incarichi di lavoro molto saltuari o estremamente precari (aiuto barista, gommista, aiuto idraulico, fattorino…). Per costoro la proposta di formazione professionale e lavorativa non viene recepita né riferita ad un concetto teorico che si identifichi con il lavoro perché questi detenuti non sanno proprio cosa significhi il lavoro e meno ancora un lavoro.
Queste situazioni turbano e aumentano l’insicurezza e il disorientamento personale: la prospettiva lavoro, della quale tutti gli operatori istituzionali e sociali parlano con enfasi attribuendole un’importanza insostituibile, è percepita come condizione determinante, ma è anche affrontata con passiva acquiescenza: “sono qui e voglio vedere cosa voi siete in grado di farmi fare!”.
Il detenuto che aveva lavorato prima della carcerazione, in prossimità del (re)inserimento lavorativo manifesta qualche perplessità: “La detenzione non mi ha per caso arrugginito troppo? Sono in grado di far fronte per otto ore alla fatica? Come mi accoglierà l’ambiente di lavoro?”.
La capacità relazionale della persona viene messa a dura prova perché deve essere in grado di modificarsi, anche in modo rilevante, simultaneamente all’uscita dal carcere. È certo che il riadattamento della persona non è semplice, né lineare e neppure progressivo. Nella dialettica tra il detenuto e il contesto di riferimento (famiglia, ambito lavorativo, condominio, gruppi amicali…) si evidenziano alcune distorsioni e forzature reciproche, diffidenze, pregiudizi di andata e ritorno: “Gli altri capiscono subito che sono stato in carcere! I miei precedenti mi costringono a subire atteggiamenti prevenuti che non avrei mai tollerato! Come reagiranno e si relazioneranno con me i miei figli, mia moglie, i miei familiari!?”.
Effettivamente il ritorno in famiglia dopo la carcerazione pone nel gruppo qualche problema, anche complesso, perché, come riferisce De Salvia, “i familiari, che si sono abituati a gestire in sua assenza i loro rapporti in modo funzionale, devono forzatamente riposizionare gli indicatori di status e riformulare le relazioni di ruolo secondo una nuova dimensione e più articolate interazioni”[3].
La situazione dell’ex detenuto appena liberato fa venire in mente l’idea di trovarsi immerso in un liquido molto fluido nel quale non è possibile fissare alcun punto stabile: la famiglia può essere percepita formalmente come riferimento, tuttavia al suo interno le relazioni intersoggettive devono subire un processo di maturazione, di rinegoziazione, di riposizionamento; per quanti sforzi si facciano, i tempi e le modalità di sviluppo possono seguire itinerari personali senza riuscire a sincronizzarsi e a sintonizzarsi.
La capacità di riproporsi in modo costruttivo costituisce l’obiettivo preminente. Appena terminata la carcerazione (ma anche quando la persona esce dal carcere in misura alternativa, come la semilibertà o l’affidamento in prova), la persona vive una “ubriacatura di libertà” nella quale egli deve nel più breve tempo possibile riprendere possesso delle proprie facoltà, recuperare il tempo perduto, riappropriarsi delle proprie capacità e rimettersi alla prova come partner affettivo e sessuale, come genitore, come figlio, come lavoratore… Si può affermare quasi che l’ex detenuto vive una situazione paradossale: ha bisogno di conferme per migliorare l’autostima, ma si sente insicuro, fragile, impotente, avvilito, e quando si ripropone, ad es. per un colloquio di lavoro, deve mostrare capacità di autocontrollo, di relazione matura ed adulta, di gestione delle tensioni…
Per favorire questa attività di riequilibrio dinamico si ritiene sia indispensabile l’affiancamento e l’accompagnamento di un tutor durante le fasi iniziali del reinserimento lavorativo.
 
 
[1] Cfr. Gonin, op. cit., il quale ha evidenziato tra l’altro, le sofferenze psicologiche dovute alla detenzione.
 
[2] G.D. Colazzo, La devianza tra i devianti. I valori, le norme di una comunità carceraria e la loro trasgressione, Tesi di laurea, Università degli Studi di Torino, 2005.
 
[3] Durante il mio tirocinio presso il CFPP ho avuto modo di parlare approfonditamente con diverse figure che collaborano, anche esternamente, con l’Agenzia per il reinserimento socio-lavorativo di persone detenute o ex detenute. Con molti di loro ho partecipato, in qualità di volontario, al progetto “Carcere: territorio della città”, patrocinato e finanziato dalla Provincia di Torino, che si pone come obiettivo, tra gli altri, quello di sensibilizzare i giovani delle scuole medie superiori sui temi della devianza e della criminalità.
 
 

L’affettività in carcere.. dal carcere di Carinola

Dal carcere di Carinola ci è giunta questa lettera collettiva sul tema decisivo dell’affettività in carcere. Un essere umano non può essere privato delle emozioni e dei sentimenti. Il carcere condanna intere esistenze a una disperata disarticolazione affettiva e sensoriale.

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L’AFFETTIVITA’ IN CARCERE

UNA NECESSITA’ O UN PRIVILEGIO?

Dipende da quale finalità si assegna alla pena.

Solo dopo un’attenta riflessione in scienza e coscienza sulle finalità della pena in Italia si può esprimere un giudizio appropriato, altrimenti esso sarà viziato o da un sentimento giustizialista o da uno di pietas, due forme del sentire che non hanno nulla  a che vedere con la logica, la razionalità, la ragione e il pragmatismo.

Se la pena ha solo una funzione punitiva e retributiva, allora ci sta tutto: privazioni, sofferenze, tortura, castigo e supplizio. Se invece le finalità che la Costituzione assegna alla pena sono da un lato quella di prevenzione generale e di difesa sociale, con ci connessi caratteri di afflittività e retributività e, dall’altro quella di prevenzione speciale e di risocializzazione sociale del reo, allora L’AFFETTIVITA’ in carcere è solo uno degli elementi fondamentali del trattamento rieducativo per tre ragioni distinte, ma convergenti: una di FATTO, una di MEDICINA e una di DIRITTO!

Se poi durante l’esecuzione della pena mancano tutti gli altri  elementi del trattamento, a cominciare da n percorso di formazione e di lavoro, allora l’affettività in carcere diviene essenziale, in quanto, in questo vuoto strumentale, la famiglia rappresenta l’unico vero argine alla devianza una volta finito di scontare la pena, senza avere avuto modo di migliorarsi, rimanendo fermi alle condizioni di quando si è entrati, mentre la società invece è continuata ad andare avanti, nell’economia, nella tecnologia, nelle forme di linguaggio e comunicazione.

Insomma, se da un sistema carcerario così come quello che c’è in Italia si esce più cattivi e più ignoranti di prima e, se nel frattempo, si sono allentati i legami familiari per le difficili condizioni cui devono sottostare durante la dentizione del congiunto, allora diviene ancora più difficile trovare una propria collocazione nel tessuto sociale! Quando si è in ritardo rispetto alla società si è sempre precipitosi: essere in ritardo significa essere fuori dal tempo. In fallo! Se poi si è anche soli, allora non si ha bisogno di legami legittimanti.

La pena invece, in una società disciplinare come la nostra, ha bisogno di un’occasione di riscatto e di riqualificazione umana, non di prigionia che non è né formazione né educazione, ma un’esistenza vuota, priva di contenuti UMANI, che sospende temporaneamente e per certi versi aggrava  il corso della vita dei reclusi, segnati, non insegnati da uno stato di cattività, che priva non solo della libertà, ma anche e soprattutto dei bisogni più elementari dell’uomo, come lasciarsi andare ad un momento di felicità o anche di debolezza nell’intimità della famiglia: tutti comportamenti mortificati dalla crudeltà dei colloqui collettivi, dove una semplice carezza può trasformarsi in provocazione e una lacrima in debolezza.

L’AMORE E L’AMICIZIA invece, rendono l’individuo parte del mondo e gli danno la sua giusta collocazione nel sistema sociale; dove l’amore e i legami sentimentali e amicali mancano, il mondo diviene individuale. Chi è senza amore e legami, l’unico sentimento che conosce è l’egoismo, non mediato da alcuna forma di relazione con gli altri e con il mondo e allora tutto è possibile in quanto l’unica ragione legittimante è il proprio sentire: il bene non esiste a livello individuale, ma di relazione con gli altri. Se la relazione manca, anche il bene ne risente.

L’ANIMALE in cattività, una volta libero, non sa più stare con i suoi simili e l’unica forma di relazione che conosce è la violenza. Una volta che si sono perse quelle che legittimavano la propria appartenenza e le proprie azioni, significa essere sciolti da ogni regola.

L’ostacolo più grande ad ogni iniziativa di riforma è sempre la stessa motivazione: la sicurezza della collettività prima di tutto! Ma se una carcerazione esclusivamente punitiva non restituisce uomini migliori e se l’imperfezione del sistema sociale produce un deviato su dieci, mentre il carcere che il compito di disciplinare la vita di chi ci vive dentro non riesce a farlo per l’inesistenza di un trattamento preventivo, andando avanti con gli anni la società sarà sempre meno sicura, perché ai deviati di domani si sommerà la recidiva dei primi. La restituzione invece deve essere l’arte della  relazione educativa e della giustizia, del rimettere a posto la vita, non com’era prima ma come non lo è mai stata.

Al detenuto non è neanche data la possibilità di coltivare i suoi interessi affettivi, che rimangono drammaticamente fuori da ogni colloquio. La solitudine, la lontananza, e quindi, l’impossibilità di coltiva rapporti sentimentali fondanti sono spesso all’origine di un crollo psicofisico, di cui risente tutta la famiglia, con la conseguenza di una inevitabile frammentazione del rapporto emotivo-sentimentale.

E’ indubbio che un carcere così rappresenta per il soggetto detenuto una seria minaccia per gli scopi di vita dell’individuo e della sua famiglia; per il suo sistema di difesa e di regolazione; per il suo senso di autostima e di sicurezza. In queste condizioni egli è sottoposto ad una continua pressione nel tempo che si concretizza in una progressiva disorganizzazione della sua personalità.

Studi di sociologia, condotti da Donald Clemmer, nelle carceri USA, illustrano chiaramente che tra i fattori che maggiormente influenzano la condotta delinquenziale dei condannati c’è la carenza dei contatti intimi e di relazione sociali fondanti, senza i quali il recluso finisce per identificarsi con i costumi, la cultura e il codice d’onore del carcere: un detenuto  che si allontana o è allontanato dalla moglie, dalla compagna, o dalla famiglia di origine per l’impossibilità di coltivare  interessi affettivi, intimi e sentimentali, cerca una risposta alla sua solitudine in un riconoscimento nei compagni più prossimi, quindi nell’istituzione penale. Per questi motivi i colloqui e gli incontri  con la famiglia dovrebbero rivestire un ruolo di grandissima importanza. Essi costituiscono infatti gli unici momenti in cui i detenuti riescono a riportare in vita i propri legami sociali, il proprio passato e soprattutto le prospettive di un futuro in compagnia delle persone veramente importanti per lui.

Questo è quello che le norme e il buon senso prescrivono. Nella realtà però, molti detenuti e famigliari esprimono la difficoltà a ritrovarsi nello spazio angusto e nel tempo ristretto delle sale di colloquio, tanto da dover rimandare alla comunicazione epistolare, chi ne è capace, gli scambi più autentici. Le sale colloqui sono infatti ambienti di 20 mq. circa, mal areati, divisi da un bancone di cemento, che separa i detenuti dai familiari. Fonicamente la situazione  risulta essere assai sgradevole, considerato che per ogni sale si svolgono fino a 8/9 colloqui contemporaneamente, e che per ogni detenuto accedono fino a tre persone. Quindi nella loro massima capienza in 20 mq. vengono ammassate 36 persone. In una condizione ambientale siffatta è molto probabile che se si facessero i dovuti controlli, l’intensità sonora risulterebbe molto al di sopra della tolleranza umana. Di questo ne è prova il fatto che molti detenuti alla fine del colloquio accusano vertigini  e labirintite, senza riuscirne a capirne la causa.

Le visite costituiscono a livello tratta mentale un fondamentale strumento di resistenza contro uno degli aspetti più devastanti della prigionizzazione, ovvero il “disadattamento sessuale”. Il carcere infatti come ogni altra istituzione composta da membri di un unico sesso può facilmente portare a sviluppare anomalie sessuali. Probabilmente, dice Clemmer, nessun altro elemento della vita in carcere ha il potere di disorganizzare la personalità degli individui ristretti come l’immaginario sessuale che si sviluppa, che può avere uno sfondo più o meno normale, maniacale o omosessuale.

Lo stesso dice Victor Nelsone, altro sociologo americano, che afferma che fra tutte le possibili forme di privazioni, sicuramente nessuna è più demoralizzante della privazione sessuale (…) essere privato un mese dopo l’altro, un anno dopo l’ennesimo della soddisfazione sessuale che, nel caso del condannato a vita, può non giungere mai, rappresenta la quintessenza della degradazione umana.

… I prigionieri hanno un forte desiderio non solo del rapporto sessuale, ma anche della voce, il contatto, il riso e le lacrime di una donna; un desiderio inarrestabile per la donna in se stessa!

Gli effetti devastanti che la privazione dei rapporti sessuali comporta sulla personalità dei reclusi sono stati analizzati da un altro sociologo americano, Gresham Sykes, che ha affermato come i continui stimoli di natura sessuale, provenienti dai giornali, dalle riviste, dai libri, dalla radio, dalla televisione, dalle lettere amorose, provenienti dal genere femminile, mantengono vivo il desiderio sessuale anche nel buio del carcere. Di conseguenza, non potere avere un momento di intimità provoca nel detenuto turbamento e devianze dai canoni di normalità.

La privazione delle relazione eterosessuali, oltre a provocare frustrazioni sessuali, e talvolta ad indurre comportamenti deviati, possono comportare gravi conseguenze anche sul lato psico-fisico. La sessualità infatti è un elemento  costitutivo della struttura essenziale dell’uomo, che si esplica come parte integrante dell’espressione fisica e personale e come apertura alla comunicazione con gli altri. La questione in esame è talmente conosciuta che la riduzione o la perdita della sessualità costituiscono un danno biologico, classificato nelle tabelle medico legali convenzionali come lesioni micro permanenti e anche altre.

E’ chiaro che se il detenuto ha avuto esperienze omosessuali in carcere, anche solo come rari atti fantasie, dovute alla forte pressione esercitata dal desiderio sessuale, il proprio IO ne risulterà particolarmente aggredito rispetto a chi riuscirà a mantenere un comportamento quasi normale.

La minaccia più grave alla sua identità d’uomo, tuttavia, deriva dalla completa esclusione dal mondo femminile, che priva della polarità necessaria a percepire il significato ultimo dell’ESSERE se stesso: OVVERO, MASCHIO O FEMMINA!

Il detenuto è costretto a cercare la propria identità solo dentro se stesso e non anche nella propria rappresentazione che trova riflesso negli occhi degli altri; e dato che la metà del suo sentire gli è negata,l’immagine che il detenuto si fa di se stesso rischia di diventare completa solo a metà, dimezzando la sua identità.

I problemi psicologici derivanti dalla negazione della sessualità e dell’affettività sono stati affrontati anche in alcuni studi di medicina penitenziaria da alcuni medici, i quali hanno sostenuto che il processo di adattamento al carcere può provocare disfunzione nel complesso dei meccanismi biologici che regolano le emozioni, generando sindromi morbose di varie intensità, definite sindrome da prigionizzazione.

La proibizione della sessualità è anche l’effetto della detenzione che in modo lento ma inesorabile si riversa sui famigliari, mogli, fidanzati e compagne di vita, le quali si trovano senza alcuna colpa a subire un celibato forzato, prova inoltre una frammentazione tragica e dolorosa nella vita di relazione. Gli effetti causati da questo stato di cose sui partner sono spesso, se non allontanamento materiale, di sicuro sentimentale, generando conflitti e tensioni in famiglia che a poco a poco si disgrega.

In questo modo, andando avanti negli anni, al detenuto viene tolto tutto: libertà, sessualità, famiglia e sogni di una vita migliore, catapultandolo nella solitudine e nella rabbia.

La pena allora diventa inutile perché non rispetta il suo tempo. Invece, il compito della pena è quello di dare tempo, un tempo adeguato e appropriato a divenire quello che non si è mai stati. Dare tempo, non togliere tempo alla vita, questa è la soluzione più giusta per perseguire la difesa della sicurezza sociale. Ogni altra scelta è solo violenza gratuita e la violenza chiama violenza. Viceversa “l’amore” chiama “amore”.

Se l’Ordinamento giudiziario si basa esclusivamente sul criterio della proporzionalità dei delitti e delle pene, spesso accade che si resta ancorati ai termini dei tempi di detenzione, vuoti di trattamento preventivo per la difesa sociale, e colmi di sofferenza, per cui si mette in libertà chi alla fine della pena non ha ancora acquisito la propria libertà, la propria emancipazione, lasciando che vengano commessi delitti uguali e peggiori di quelli espiati.

In una politica di difesa sociale vera, il nocciolo importante non è nel castigo, ma la valorizzazione dei tempi di detenzione se dà ragione numerica si vuole farla diventare ragione educativa.

Una ragione penale che si ferma solo alla scadenza della pena e non si spinge oltre non si confronta con il processo di sviluppo delle persone.

E’ chiaro che in questo modo  la ragione penale appare svincolata dalla ragione della sicurezza sociale. Diventa insensibile nel momento in cui si chiude su se stessa per aprirsi a scadenze di tempi senza che ci si preoccupi di cosa o di chi uscirà fuori da quella scadenza.

Non si tratta di perdonare o di condannare. Ma è imperdonabile l’ordine sociale che non è capace di restituire il colpevole alla giustizia, come restituzione dell’individuo alla società e della società all’individuo. C’è un percorso della giustizia che va oltre il diritto, senza cancellarlo ed è quello di una giustizia restituiva per DIRITTO e per GIUSTIZIA!

A questo punto rimane da valutare solo la questione del DIRITTO, che è chiara ugualmente. La detenzione, comportando la privazione della libertà è una punizione in quanto tale. Le condizioni della detenzione e i regimi penitenziari non devono quindi aggravare le sofferenze inerenti ad essa. Inoltre , i diritti della persona,nessuno escluso, ricevono tutela dagli artt. 2 e 3 della Costituzione, com’è del resto riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e di merito sia della Corte Costituzionale sia della migliore dottrina. L’art. 2 della Costituzione, in particolare, sancisce il valore assoluto della persona umana ed è norma a contenuto precettivo e non pragmatico. Cosicché ogni restrizione alla persona nella realtà sociale sarebbe suscettibile di assurgere al rango di diritto soggettivo perfetto con la conseguente tutela giurisdizionale.

Quanto al diritto alla sessualità occorre in proposito ricordare l’INCIPIT della Corte Costituzionale nella sent. 18-dicembre-1987, n. 561 che lo inquadra tra i diritti inviolabili della persona, come modus vivendi essenziale per l’espressione e lo sviluppo della persona. Essendo quindi la sessualità uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, il diritto di disporne è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto, che va ricompreso tra le posizioni soggettive direttamente tutelate dalla Costituzione ed inquadrato tra i diritti inviolabili della persona umana, che l’art. 2 Cost. impone di tutelare.

Più di recente poi, a proposito del danno alla salute, la Corte Costituzionale nella sent. 184 del 1986 ha precisato  che le lesioni del bene giuridico della salute, in quanto valore personale garantito dalla Costituzione (art. 32) dà di per sé titolo, anche quando consegua non ad un reato, ma ad un mero illecito civile (art. 2043 c.c.) alla tutela giurisdizionale e al risarcimento  del danno patito, derivante dalla menomazione dell’integrità psicofisica, senza che occorra alcuna prova al riguardo.

Ipotesi che si realizza certamente nel caso in cui cagionando ad una persona coniugata l’impossibilità dei rapporti sessuali (sent. 6607/1986) è immediatamente lesiva dei diritti dell’altro coniuge ad eventuali  rapporti, quale diritto-dovere reciproco.

Nel caso specifico lo Stato, cagionando al detenuto l’impossibilità dei rapporti sessuali per motivi di prevenzione e pena, lede i diritti  dell’altro coniuge ad averli, senza che debba rispondere di alcuna colpa. Inoltre, attenta alla salute di entrambi. Trova infatti adeguata collocazione nella sent. n.8827 e 8823/2003 la tutela risarcitoria ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia (artt. 2, 29 e 30 Cost.) concernenti la fattispecie del danno da perdita o compromissione del rapporto parentale.

Si afferma nella sent. 233/2003 della Corte Costituzionale, che nel caso in cui un fatto limita le attività realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli naturali, si realizza un nuovo tipo di danno, definito  con l’espressione di “danno esistenziale”. In proposito Franco Geraudo, presidente dell’AMAPI, sostiene che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non può essere interrotto, senza determinare nel soggetto traumi fisici e psichici.

Quali conclusioni si possono trarre da questa analisi in FATTO, in MEDICINA e in DIRITTO?

Anzitutto, risulta chiaro che il carcere operante attualmente non restituisce persone migliori, inoltre la privazione della sessualità mina la salute delle persone nel fisico e nella psiche, aggravando non solo lo stato di salute, ma anche il carattere e la personalità di chi la subisce direttamente e indirettamente.

Quanto al Diritto è palese che questo stato di cose risulta in contrasto con i principi della Costituzione per quanto attiene la tutela della persona, della salute, della famiglia, di una pena rieducativa (artt. 2, 3, 27, 29, 30, 34 Cost.); altresì, mina la sicurezza della società nella parte in cui non riesce a restituire persone migliori di quando sono in carcere, al rischio che si commettano delitti uguali o peggiori di quelli per cui si è stati condannati.

La domanda allora è questa: perché nonostante tutto le cose restano così?

Dal Carcere di Carinola

IN DIRITTO- la rubrica giuridica del Blog

Eccoci di nuovo con In diritto -la rubrica giuridica del Blog- nata da un’idea di Claudio Conte.

In questo appuntamento, lo stesso Claudio parla della questione decisiva dell’affettività in carcere. Questa battaglia è un caposaldo decisivo per l’umanizzazione del carcere, e per la salvaguardia di una dimensione emotiva autentica del detenuto.

Oggi pubblichiamo la prima parte, alla quale seguirà una parte successiva.

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Famiglia, colloqui e affettività in carcere – prima parte

di Claudio Conte

L’argomento di oggi è quello inerente al diritto del recluso a mantenere o costituirsi una famiglia durante il periodo di detenzione.

Precisiamo che  qui intendiamo parlare del diritto di costituire e mantenere una vita familiare reale e non solo formale… certificata. Parliamo della necessità di garantire  lo svolgimento di una vita familiare nella quale siano esercitabili i diritti e i doveri coniugali ex art. 143-147 c.c.

Dunque del diritto ad una vita affettiva, a procreare ed educare la prole, che certo  non possono essere garantiti con le previste 4-6 ore di colloquio mensile attuali, effettuati in locali-contenitori, che non garantiscono né privacy, né di riunire un gruppo familiare (o costituirlo), almeno per una giornata intera, intorno ad un tavolo per consumare un pasto, scambiarsi gesti d’affetto coi figli, effusioni col partner o procreare.

Stante le norme penitenziarie che impongono una sorveglianza visiva, ma non auditiva. In verità in tal senso depone solo l’art. 37 del Regolamento d’esecuzione (una norma secondaria) che pare confliggere con quelle dell’Ordinamento penitenziario (norme di primo grado, dunque gerarchicamente superiori), che tendono a valorizzare al massimo i rapporti con la famiglia, previsti come elemento essenziale del trattamento rieducativo (v. artt. 15, 18, 28, 45 Ord. Pen. e 88, 94, 95 Reg Es.).

Prima di continuare premettiamo che, arresto preventivo e pena hanno la funzione di rendere “inoffensivo” il sospetto o l’autore di un reato.

La pena e il luogo di detenzione, sono legittimi fino a quando  svolgono questa funzione. Ulteriori limitazioni della libertà personale devono trovare puntuale giustificazione. In specie se sono diritti presidiati da norme costituzionali o sopranazionali, com’è quello di formarsi e mantenere una famiglia.

La Costituzione italiana riconosce e offre tutela privilegiata ai diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimoniio.

Con un potere allo Stato capace di regolare, di riconoscere, ma non creare l’istituto della famiglia. Nel senso che lo Stato non può impedire la formazione di una famiglia.

In ambito dell’Unione europea (Carta dei diritti fondamentali) sono positivizzati il diritto a: sposarsi e costituire una famiglia secondo leggi nazionali; del bambino a intrattenere rapporti con entrambi i genitori, salvo suo interesse; è garantita protezione della famiglia sul piano giuridico, economico e sociale.

In questo sistema di garanzie, centrale rimane la persona, la famiglia è funzionale allo sviluppo della personalità individuale.

In Italia si ha il diritto  di sposarsi in carcere, ma non il resto.. aspetto rilevante se si pensa alle lunghe pene alle quali si è condannati in Italia.

Orbene c’è qualche operatore del diritto che possa affermare che oggi tali diritti (del recluso, del coniuge, dei genitori, e del figlio-bambino) siano garantiti durante e all’interno dei luoghi di detenzione con le attuali modalità d’esecuzione della pena?

E dovessimo riflettere o accertare  ai motivi che impediscono l’esercizio di tali diritti, certamente dovremmo parlare delle carenze strutturali degli istituti di pena fino a giungere all’assenza di una mentalità del Legislatore, che inconsciamente è rimasto ad una concezione afflittiva della pena.

Ma sono motivi giustificabili?

Paragoniamoli all’esperienza di altri Paesi europei dove invece tali diritti sono garantiti, e non voglio citare la Svezia, la Norvegia, esempi di civiltà da sempre.. no cito… l’Albania, la Romania, la (cattolica) Spagna e mi fermo. Perché potrei citare molti Paesi africani, ma non vorrei offendere questi ultimi.. 🙂

Continua…

Catanzaro, 22 gennaio 2012

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, di Carmelo Musumeci

 Una lirica bellissima scritta dal nostro Carmelo Musumeci, per il compleanno della figlia.

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, in questi anni le lacrime versate per te sono state le più belle.

Spesso il tuo amore è più forte di me, della malinconia, della tristezza e della sofferenza.

Amore Bello, perdonami se non sono stato il padre che avrei voluto essere.

 

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, tutte le notti il mio cuore, seppur coperto da sbarre, inferriate e cemento armato, scappa da me e dalla mia cella per venirti a trovare.

Molti uomini ombra pensano spesso alla morte perché è la loro unica via di fuga, io piuttosto penso a te, perché sei la mia ragione di vita.

Tesoro, perdonami se non sono stato un padre come tutti gli altri.

 

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, il tuo amore mi ha sempre dato la forza di combattere e di non arrendermi.

Il mio mondo e il mio futuro stanno scomparendo insieme alla mia vita, eppure io ti amo come il primo giorno che mi hanno portato via da te.

Barbi, perdonami se sei cresciuta senza di me accanto.

 

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, molti ergastolani hanno bisogno della speranza per vivere, io invece ho solo bisogno del tuo amore.

Per resistere all’Assassino dei Sogni e per soffrire di meno molti uomini ombra cercano di dimenticare quello che erano, io invece per resistere cerco di ricordarmi che ero un uomo libero.

Figlia mia, perdonami se sono più di venti anni che non riesco a darti il bacio della buona notte.

 

Buon compleanno figlia dell’uomo ombra, oggi ho afferrato con le mani le sbarre della mia cella, le ho strette forte, mentre il mio cuore provava inutilmente a spezzarle.

Vita mia, perdonami se non riuscirò mai a uscire.

E grazie di esserti tatuata: “Divisi da sempre, uniti dall’anima”.

Il mio cuore ti ama, io pure.

Tuo papà.

 

Carcere Spoleto,  Febbraio 2012

CARMELO MUSUMECI

www.carmelomusumeci.com  

Diario di Pasquale De Feo 22 dicembre – 21 gennaio

Eccoci con uno degli appuntamenti più importanti di questo Blog. Il diario mensile di Pasquale De Feo.

Ogni mese Pasquale ci invia l’insieme delle sue annotazioni, riflessioni, considerazioni, raccolte giorno per giorno. E ciò che ne viene è un piccolo libro, carico delle curiosità, delle indignazioni, dei sogni, dei drammi, delle rabbie, delle intuizioni, e delle speranze di un uomo.

Anche se il carcere resta sullo sfondo, e lambisce sempre ciò di cui si parla, tuttavia il suo scrivere non è uno scrivere “istituzionalizzato”, ovvero da detenuto normalizzato dall’istituzione carceraria, e reso sempre più accondiscendente, più pigro, più apatico.

Qualcuno naturalmente pensa che Pasquale non si abbastanza “maturo”, che i 32 anni scontati (sommando ogni detenzione) non bastano, che ha bisogno magari di.. qualche altro decennio? Pasquale avrà le sue rigidità come tutti. Avrà opinioni anche più che contestabili, come tutti. Ciò non toglie che è altro che devi vedere per valutare il percorso e le prospettive di un uomo.  Capire l’essenza di una storia, di uno studio, di una approccio; e vedere all’opera una volontà e un cuore, e.. immaginare il futuro. 

Davvero lui ha ancora qualcosa da fare là? Non vedete quanta esplosione aha dentro di dare, fare, osare, amare.. lasciare un segno suo nella vita, stringere un parente, vivere una stagione di dignità? Per voi non è abbastanza? O è sempre meglio non esporsi con valutazioni troppo positive, specie con detenuti “scomodi”. Ance con una valutazione positive il suo  percorso avrà altri ostacoli, ma almeno è già qualcosa. 

Certo non è docile, e non sarà l’anima della festa.. ma non è questo che dovete valutare. Non è questo che è vostro dovere valutare. Ma l’Uomo che adesso è, la sua coerenza interiore, il suo impegno, la sua volontà di dare. Questo è un cavallo che scalpita, e rischia di non potere MAI fare UNA corsa. E sta anche a chiunque può fare una valutazione e dire UNA parola, prendersi la responsabilità di ciò che accade ad un essere umano. Tre parole… una frase..  da ricordare.. PRENDERSI UNA RESPONSABILITA’.. basterebbe questo, alle volte.

In genere, prima di dare il via al testo del diario, cito una seri di momenti, ma stavolta non cito niente. Stavolta lo spazio della premessa ho voluto tutto dedicarlo a questa piccola lancia spezzata per Pasquale.

Il denaro è quello che avete imparato a conoscere, ricco di ispirazioni, dove la dignità degli armeni si accompagna all’elogio delle tecnologie alternative, lo sguardo crudo sulla politica  ai meccanismi dementi della burocrazia penitenziaria, la pedofilia nella chiesa al Mullah Omar in Afghanistan e tanto altro.

Ho detto che non avrei fatto alcuna citazione  stavolta. Ma una.. una voglio farla.

Si tratta di un momento che Pasquale ha dedicato al grande Padre Celso, una vera istituzione in un carcere famigerato -e con un bel pedigree di brutalità, inefficienza, e ottusità accumulato nel corso degli anni- quale è il carcere di Parma. Padre Celso è una figura amatissima, sempre presente, e che si è conquistata la gratitudine e l’ammirazione di tutti i detenuti. In occasione del suo compleanno, si è voluto pubblicare un libro contenente lettere scritte, per lui, da circa duecento persone che lo hanno conosciuto e gli vogliono bene.

Questa è la “lettera” di Pasquale che verrà inserita in quel libro:

“Mio caro brigante, conoscerti è stato un generoso dono della vita, una luce nel buio del mio quotidiano. Le tue visite condite da dibattiti non puerili, stimolavano la mia perseveranza a continuare ad essere me stesso. La tua costante presenza alimenta da una fede genuina teneva vivi i miei sentimenti, che dopo tanti anni il luogo tende ad appannarli, la tua persona era diventata un punto fermo, ma il trasferimento ha spezzato l’incantesimo. Rimani lo stesso uno dei miei pilastri, con un posto speciale nel cuore e vivrai in eterno nel mio cuore. Sei un grande, meriteresti gli altari, perché un grande lo è nella costanza del quotidiano, nell’aiutare tutti, principalmente gli ultimi della scala sociale. Ti auguro di passare tutti gli anni che ti restano in salute e nella continuità della tua opera. Auguri di buon compleanno. Ti terrò sempre nei miei pensieri migliori, e presente nelle mie decisioni, ti stimerò sempre come uomo e ti vorrò bene come amico. Ti abbraccio forte con fraterno affetto e che la pace di Gesù che ti anima, rimanga sempre nel tuo cuore. Tuo amico, Pasquale”. (27 dicembre)

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. detenuto a Catanzaro.. mese di dicembre.

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Il 17 dicembre avevo scritto dell’ultima circolare del Ministero, riguardando le celle aperte nei reparti dei detenuti comuni “media sicurezza”.

I colori che classificano i detenuti con la nuova circolare non sono tre come ho scritto, ma bensì quattro: bianco, verde, giallo e rosso. Avevo dimenticato il giallo che avevo confuso con il rosso.

I bianchi sono aperti.

I verdi altrettanto, con qualche distinguo.

I gialli possono essere tenuti aperti dopo attenta osservazione.

I rossi devono restare chiusi.

Hanno creato altra burocrazia.

Purtroppo che scrivono queste circolari neanche lo conoscono il carcere. La maggior parte di loro hanno solo contribuito a riempirli, essendo dei PM.

Se in una sezione ci sono i detenuti di tutti e quattro i colori, immagino la confusione e la discriminazione che si creerà.

Invece di semplificare le cose, non fanno altro che complicare. Se volevano fare un progetto fatto bene, dovevano aprire tutte le celle, senza lacci e lacciuoli, non solo la media sicurezza, ma anche l’alta sicurezza composta da AS-1,-2,-3.

I carceri stanno scoppiando, ci sono delle situazioni da creare vergogna di fronte all’Europa, invece di agevolare l’apertura del sistema, non solo delle celle,  ma delle carceri in generale, creano complicazioni e alimentano la discriminazione tra detenuti.  –  22/12/2011

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La Norvegia ha 5 milioni di abitanti, nelle sue carceri ci sono 3200 detenuti. Lo Stato spende due miliardi di euro ogni anno.

In Italia i detenuti sono 69.000, più di 20 volte quelli della Norvegia, il nostro Stato spende 2,2 miliardi di euro l’anno, la stessa cifra della Norvegia.

Il confronto con la Norvegia è mortificante. Lo Stato italiano dovrebbe spendere più di 40 miliardi di euro l’anno per parificare la cifra norvegese.

Inoltre la maggior parte dei 2 miliardi vengono impiegati per pagare gli stipendi, un esercito che tra polizia penitenziaria e impiegati civili superano i 69.000 unità dei detenuti.

Purtroppo la realtà non viene mai a galla, perché i media riportano pari-pari quello che vogliono i detentori del potere effettivo  al Ministero della Giustizia, che non sono né i ministri né i sottosegretari di turno.

Questa situazione sia di sovraffollamento e di mancanza di fondi adeguati, dovrebbe agevolare e consentire delle forme moderne e aperte, invece prevale solo il contenimento, la repressione e l’esclusione, con l’onnipotente “sicurezze”, tutto ciò nel tempo alimentano la recidiva, come in una catena di montaggio. Fino a quando al Ministero daranno la possibilità di far comandare sempre le stesse categorie di persone, non cambierà mai niente.  –  23/12/2011

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Stamane è passato il Commissario della polizia penitenziaria per gli auguri di Natale, siamo rimasti tutti sorpresi, perché quando passa non saluta mai nessuno, né i detenuti né gli agenti. A noi non ci cambia la vita il suo saluto, ma queste forme di educazione per affermare una civile convivenza servono in ogni comunità, e fanno stare bene a tutti. L’educazione e le regole sono la base della rieducazione, ma queste devono essere rispettate da tutti, viceversa pretenderli solo dai detenuti e imporglieli soo come doveri e tramutare i diritti  in concessioni, non fanno che alimentare rabbia contro il mondo intero.  –  24/12/2011

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Oggi è Natale. L’ultimo che ho trascorso a casa, nel 1979, risale a 32 anni fa. Ricordo che eravamo tutti a tavola e c’era la solita confusione.  Mia sorella, la più piccola, aveva tre anni. Ora ha due figlie, di cui uno quasi diciottenne. Mia madre, come al solito, indaffarata alla cucina. Lei era felice ogni volta che ci teneva tutti sotto i suoi occhi, e ci  rimpinzava per tenerci a tavola il più possibile. Mi sembra un secolo, la cosa più strana è che diventano un vago ricordo le sensazioni che provavo durante le feste. Credo che un giorno che le rivivrò, salterà il tappo che le tiene soffocate, sarà come i fuochi d’artificio, ed esploderanno in tanti colori.  –  25/12/2011

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Ci hanno dato tre giorni di socialità il 25 e 26 dicembre e il 1° gennaio-Capodanno. Siamo in otto a mangiare, perché insieme ai miei compagni andiamo nel camerone che sono in cinque. La socialità è caratterizzata per quattro persone, andando tre di noi nel camerone, siamo in regola. Sono state due belle giornate, anche se ho mangiato tanto. Ma quando si sta in compagnia non pensi alle calorie che mandi giù, pensi esclusivamente a stare bene e a passare le ore concesse di socialità in armonia e allegria; per avere la spensieratezza di non pensare al luogo in cui ti trovi, almeno per quelle poche ore. L’anno scorso sparavano tanti botti, quest’anno  si sente la crisi economica anche in questo. Si sentono pochi botti. Forse è un buona cosa, meno danni alle persone e alle cose, inoltre la gente può usare i soldi per cosi utili.  –  26/12/2011

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Mi ha scritto Padre Celso, il parroco del carcere di Parma. Le sue parole sono molto belle, mi ha ringraziato per la lettera per il compleanno, che è stata  inserita nel libro che i volontari di Parma hanno creato con le lettere di duecento  persone, tutti quelli che gli vogliono bene. Gli ho scritto questa lettera che riporterò. Lo chiamo “brigante” in modo simpatico, e lui mi chiama delinquente.

“Mio caro brigante, conoscerti è stato un generoso dono della vita, una luce nel buio del mio quotidiano. Le tue visite condite da dibattiti non puerili, stimolavano la mia perseveranza a continuare ad essere me stesso. La tua costante presenza alimenta da una fede genuina teneva vivi i miei sentimenti, che dopo tanti anni il luogo tende ad appannarli, la tua persona era diventata un punto fermo, ma il trasferimento ha spezzato l’incantesimo. Rimani lo stesso uno dei miei pilastri, con un posto speciale nel cuore e vivrai in eterno nel mio cuore. Sei un grande, meriteresti gli altari, perché un grande lo è nella costanza del quotidiano, nell’aiutare tutti, principalmente gli ultimi della scala sociale. Ti auguro di passare tutti gli anni che ti restano in salute e nella continuità della tua opera. Auguri di buon compleanno. Ti terrò sempre nei miei pensieri migliori, e presente nelle mie decisioni, ti stimerò sempre come uomo e ti vorrò bene come amico. Ti abbraccio forte con fraterno affetto e che la pace di Gesù che ti anima, rimanga sempre nel tuo cuore. Tuo amico, Pasquale”.  –  27/12/2011

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Ho telefonato a casa, mio Padre ha passato Natale con dodici nipoti, due mie sorelle e una cognata, ne sono stato felice. A me piacciono le tavolate con tutta la famiglia, ricordo che l’ultima Pasqua trascorsa fuori –nella casa dei nonni- eravamo quarantasei, fu una bellissima giornata. Mia madre fece andare a tutto vapore il forno  legna, dove cucinò alcuni agnelli, pasta al forno e altre cibarie. Dopo mangiato, andammo a fare un lungo giro nelle campagne circostanti. Mi divertii tanto, l’unico rammarico è che non pensammo di portare una macchina fotografica  per le foto, per averne un ricordo anche visivo. Tempi belli perché il male non ci aveva ancora toccati.  –  28/12/2011

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La Francia ha emanato una legge. E’ passata a larga maggioranza. In essa on soltanto riconosce il genocidio degli armeni –d’altronde lo aveva già fatto nel 2001- ma diventa anche reato anche il fatto di negarlo. Reato punito con il carcere fino ad un anno e con una multa fino a 45.000 euro. La Turchia ha fatto subito fuoco e fiamme, ritirando l’ambasciatore e minacciando sfraceli commerciali. Il genocidio degli armeni da parte dei turchi c’è stato. Una montagna di documentazione, tra cui filmati, nell’identico modo del genocidio degli ebrei. Questa negazione non ha motivo di essere, anche se per circa sessant’anni è calata una censura tipo stile sovietica. La Turchia dopo il genocidio degli armeni fece la pulizia etnica dei greci, e in ultimo continua tutt’ora contro quello dei curdi. I curdi, essendo circa quindici milioni, il problema non può essere risolto dai turchi come essi avevano fatto con gli armeni e i greci, sterminandoli e cacciandoli.

Usano l’arma della repressione e il genocidio culturale. Hanno distrutto migliaia di villaggi curdi, e la popolazione è stata deportata nelle periferie delle città turche, alimentando baraccopoli sterminate. Era reato parlare curdo, vietato festeggiare le loro feste, e disconoscevano il popolo curdo chiamandoli  “turchi di montagna”. La Turchia, se non risolve questi problemi, il riconoscimento del genocidio armeno, la questione di Cipro, quella dei curdi, la libertà religiosa e modernizzi il suo codice penale, credo che avrà serie difficoltà ad entrare nell’Unione Europea.  –  29/12/2011

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Erano oltre trent’anni che non giocavo a tombola, l’avevo visto fare in TV, ma dal vivo è tutta un’altra cosa. Ieri, con tutta la sezione, in un’aula della scuola, abbiamo giocato a tombola, organizzata da due volontari. Ho passato circa tre ore a giocare a tombola, mi sono accanito come un bambino, è stato molto bello. Sono piccole cose per chi sta fuori, ma qui dentro diventano un evento particolare. Ho fatto una tombola e ho vinto un piccolo panettone, un calendario di Barbanera e una confezione di gel doccia. Abbiamo fatto tre tombole, su diciotto premi ne ha vinto quattordici un compagno di sezione, una fortuna spacciata, qualcosa fuori dal comune. Sarebbe bello poterla fare una volta a settimana tra di noi in sezione, nella saletta della socialità. Proverò a fare una richiesta alla Direzione, non dovrebbe essere un problema, perché è in gioco come un altro. Abbiamo una specie di monopoli che non piace e nessuno ci gioca. La tombola sarebbe diversa.  –  30/12/2011

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In Gran Bretagna c’è la Camera dei Lord che non è elettiva, ma i cui membri sono nominati dalla regina e nella maggior parte dei casi un diritto acquisito per via dinastica. Alla luce del sole, in modo esplicito, in Europa, non ci sono realtà simili. Il vicepremier britannico ha presentato una legge per abolire questo privilegio secolare, perché lo ritiene un affronto alla democrazia, essendo che legiferano in nome del popolo, ma non sono eletti dal popolo e non rispondono agli elettori. Auguro ai politici di vincere questa lotta eliminando questa vergognosa consuetudine aristocratica. Per il nuovo anno mi auguro che tutti questi privilegi, in ogni Stato del mondo, che calpestano la dignità dei cittadini, vengo aboliti.  –  31-12-2011

 

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Un’altra giornata passata in compagnia. Stavolta eravamo in sette, perché Gianfranco era stato trasferito, aveva finito il processo ed è ritornato al carcere dove è assegnato, anche se potevano fargli trascorrere il Capodanno qui; non cascava il mondo. Ora inizia la lotta per perdere i kg presi in questi giorni. Il paradosso è che ci sono miliardi di persone che patiscono la fame, invece in Occidente c’è l’inverso, si magia troppo, si ingrossa, e poi si cerca di dimagrire.  –  1/1/2012

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Ho finito di leggere il libro “Fine pena mai”, scritto da Paola Fereoli e Annalisa Pelosi. Sono racconti di persone che hanno subito un omicidio volontario  in famiglia. L’Unione Europea ha emanato indirizzi per la tutela delle vittime, per i risarcimenti e l’aiuto morale da parte dello Stato. L’Italia è l’unico Paese che non le ha inserite nel suo ordinamento. Le famiglie che sono vittime devono pagarsi tutto, l’avvocato, i dottori, e anche il psicologo, ma quello più grave è che vengono lasciate sole dallo Stato. Questi eventi tragici sfasciano le famiglie, sia di chi subisce la tragedia, e sia di chi commette il reato. La nostra politica come al solito si fa conoscere per la propria inettitudine, bravi solo a fare chiacchiere. L’unica nota stonata nel libro, che ormai è diventata una consuetudine per colpa delle bugie dei media, è quella per la quale in Italia non ci sarebbe certezza della pena e che non si sconta l’ergastolo. Una delle poche certezze è che la pena si sconta fino all’ultimo giorno; se i politici italiani avessero la serietà del 10% della certezza della pena, l’Europa ci invidierebbe i nostri politici. L’ergastolo si sconta e si esce solo da morti nella stragrande maggioranza. Non passa settimana senza che si ricevano notizie di ergastolani morti, che per vecchiaia, malattie e suicidi, ci sono anche coloro che perdono la testa. Lo Stato finanzia i fondi che interessano le lobby, quando si tratta del popolino neanche lo pensa, possono subire qualunque soperchieria, non vede e non sente.  –  2/1/2012

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In questi giorni ci sono stati altri morti nelle carceri, due suicidi e due detenuti abbandonati a se stessi, morti per malattia. In questo tragico corteggio, dimenticano che ci sono morti tutti i giorni, e non solo quelli che hanno risonanza mediatica, o quando vogliono tenere alta la tensione sui carceri.

Mi hanno informato che sono morti due anziani ergastolani nel 41 bis di Viterbo. Negli anni ne sono morti molti. In questi ultimi 20 anni sono morti alcune migliaia di persone, uccisi o lasciati morire. Pertanto negli ultimi 10 anni non sono circa 2000, ma molti di più, ed è lo Stato che li ha uccisi in vari modi. Non viene fatto nessun programma per attuare delle riforme radicali per sanare la situazione, ed evitare tutti questi morti. Si sentono solo proclami, li faceva Alfano, lo stesso Palma, ora li fa Severino. L’impressione è che non vogliono risolvere il problema. Credo che le resistenze provengono  maggiormente dalla burocrazia  del Ministero, si sono cementati tutti i poteri che la compongono –i PM, funzionari, polizia penitenziaria e sindacati- questo blocco impedisce ogni riforma. I politici, anche se avessero buone intenzioni, non riuscirebbero a fare niente. Nella loro viltà ritengono più utile per loro associarsi e vivere tranquilli, rifacendosi anche la verginità con la lotta antimafia.  –  3/1/2012

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Leggendo tante notizie sulle tecnologie ambientali a impatto zero, mi sono convinto che ci sono tutti i presupposti per mettere in moto la rivoluzione  che auspica Jeremy Refkin, un mondo senza carburante fossile. Tra eolico, fotovoltaico, geotermico, energia cinetica (un brevetto italiano riesce a recuperare circa il 50% di energia consumata dagli ascensori, ci sono anche metropolitane, poste varie, ecc.). Anche in mare è possibile produrre energia, con le onde, con l’osmosi alla foce dei fiumi (mischiando l’acqua dolce con l’acqua salita si produce energia), pale eoliche galleggianti (dove non possibile impiantarle), sfruttare le correnti minime e le maree. Ci sono gli allevamenti di animali, dal letame si produce biogas. In varie forme e con un mix di tutte queste energie alternative è possibile cambiare il modo di produrre energia, purtroppo i detentori delle riserve dei combustibili fossili, e le multinazionali del settore, rallentano il cambiamento con la forza del potere economico che dispongono. Anche se il problema maggiore è la politica, perché se non prendono una decisione per un cambiamento radicale della politica energetica, la rivoluzione non sarà a breve. Il mio augurio che l’Unione Europeo dopo l’indirizzo energetico del 20-20-20: 20% di produzione di energia o emissione zero; 20% di risparmio energetico- entro i 2020, nella data del 2020 prendono una decisione  per una totale conversione di energia o emissione zero, iniziando la rivoluzione verde che non può essere ritardata.  –  4/1/2012

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Stavo prendendo il vocabolario sopra l’armadietto, mi è cascato in testa facendomi un bozzolo, essendo molto corposo, pesa circa due kg. Ho pensato che la colpa di questa situazione è del ministero e delle direzioni delle carceri, perché oggi con un e-book che pesa neanche mezzo kg, puoi tenerci dentro millecinquecento libri, dizionari, codici, romanzi, saggi, ecc. Sarebbe utile per noi detenuti ma anche per la polizia penitenziaria. Per noi che eliminiamo tutti i volumi e il cartaceo, in più impariamo ad usare le nuove tecnologie per quando usciamo e rientriamo nella società e nel mondo del lavoro. Per la polizia penitenziaria, che avrebbe meno oggetti da perquisire durante le visite di controllo nelle celle; meno oggetti nei trasferimenti; meno pacchi e buste postali per i libri, e di conseguenza meno burocrazia. Tutto il pianeta si sta uniformando al mondo digitale e alla navigazione nella rete, anche gli inglesi, pur essendo  molto conservatori, hanno messo il dizionario  sul WEB, come anche la Treccani lo sta facendo. Invece nelle carceri dobbiamo per forza rimanere lontani dal progresso, in più ci stanno preparando ad essere i nuovi analfabeti dal futuro. La stragrande maggioranza dei detenuti è in carcere perché era analfabeta e di conseguenza ignorante. Oggi questo handicap per buona parte è stato superato. Ora creano il brodo di cultura per ritornare nel girone dantesco del nuovo analfabetismo, quello digitale.  –  5/1/2012

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Oggi è il giorno della festa della befana, ho smesso di pensarci da oltre quarant’anni. Condizionato da tv, quotidiani e riviste varie, penso molto alle tecnologie digitali che sono di uso quotidiano, PC, E-book, tablet, Ipad, ecc., che agevolano molto la vita. Il futuro dipende dalla conoscenza di questo nuovo mondo che si sta creando. In alcune carceri, tra cui Catanzaro, hanno una visione miope in questo senso, e non comprendono quanto siano importanti per il trattamento rieducativo e di conseguenza per il futuro reinserimento nella società. Ci stano escludendo dal futuro deliberatamente, alimentando la fabbrica di recidiva che viaggia alla media del 70%. Chiederei alla befana di illuminare questi burocrati dell’amministrazione penitenziaria, affinché agevolassero l’uso delle nuove tecnologie in tutte le carceri, senza distinzioni, come purtroppo succede oggi. Mi auguro che la befana faccia il miracolo di convertire sulla via di Damasco questi signori.  –  6/1/2012

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I peggiori nemici dei detenuti sono i detenuti stessi. L’ideologia occupa ogni pensiero di chi ne è vittima, legittimando qualunque arbitrio. I romani conoscevano bene l’arte del potere.. “dividi et impera”.. una massima che è ancora applicata da chi gestisce il potere. La propaganda mediatica è come una goccia che ti entra nel cervello e lo devasta, in alcuni casi per sempre. Primo Levi che conosceva bene questo infame repertorio, avendolo vissuto sulla propria pelle, scrisse “quante sono le menti umane capace di resistere alla lenta, feroce, incessante, impercettibile forza di penetrazione dei luoghi comuni”. Negli ultimi 30 anni sono stati creati degli stereotipi. Sono stati facilissimi da creare, ma sarà difficilissimo distruggerli. Ora raccontano questa realtà artificiosa che hanno creato e ci vorrà più di qualche generazione per liberarcene. Quando la disumanità accompagna la pena da scontare, si diventa delle vittime, perché lo Stato è diventato più criminale di chi vuole combattere. Nei giorni scorsi sono arrivati i post del Blog. Ho letto una dura critica, o forse è più esatto dire un attacco feroce imbevuto della più cieca ideologia su una mia idea.. “rendere automatica l’applicazione della legge Gozzini”. Premesso che non c’è nessun partito che abbia il coraggio di fare una riforma garantista e di uguaglianza del genere, come altre riforme che necessiterebbero nel sistema penitenziario. La legge Gozzini è diventata un guscio vuoto. Su 70.000 detenuti in pene alternative, ce ne sono solo 900. Comprendo che, per natura negli esseri umani prevale l’egoismo a scapito del bene comune. Capisco che tutti quelli che la pensano come noi, ne abbracciamo subito i loro discorsi, e li condividiamo. Come ho scritto sopra, il dividere e l’imperare è applicato dal potere sotto ogni forma, e ciò avviene anche nelle carceri, con i vari regimi che la burocrazia ministeriale crea. Ogni decennio, con nuovi nominativi, questa volta sono stati più schematici: AS-1; AS-2; AS-3. Le nuove categorie servono per dividere e possibilmente mettere in conflitto, “una guerra tra i poveri” per imperare. Il famigerato art. 4 bis, in cui non rientrano solo i reati, ma ci si può rientrare anche con un’aggravante, applicato a qualsiasi reato. Si tratti dell’art. 73, spaccio di stupefacenti, ricettazione e anche un semplice furto. Questo consente alla burocrazia di collegarti nell’AS-3, classificandoti mafioso. Questo è il termine usato comunemente.

Quel poco di legge Gozzini che è rimasta, è improntata nella più assoluta discrezionalità, questo alimenta l’abuso di potere e una burocrazia che somiglia  a una ragnatela come quello dei campi di lavoro sovietici, dove solo se ti prostituivi lodandoli e prostrandoti potevi essere considerato rieducato. Per eliminare la discrezionalità tipica delle dittature, bisognerebbe rendere automatiche certe leggi, in modo che diventiamo uguali davanti alla legge e alla società. Noi detenuti siamo tutti uguali. Tranne i malati che vanno curati, come i tossicodipendenti, pedofili, cleptomania, ecc. Se ciò non lo capiamo prima noi, non possiamo farlo comprendere alla società esterna. Discriminare tra noi detenuti sarebbe paradossale, perché diventiamo un gregge di pecore. Non siamo nati né delinquenti né cattivi, siamo il prodotto di un disagio sociale, pertanto avallare le categorie come nell’apartheid sudafricana, che ci impongono all’interno del carcere, significa l’appiattimento totale auspicato dal potere politico e dal sistema penitenziario.  –  7/1/2012

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Nelle repliche al mio diario nel Blog, ce ne sono un paio di Laura Rubini, a cui voglio rispondere, perché ho compreso di avere dato una errata impressione del mio pensiero sulla Chiesa. Premetto che non credo nelle gerarchie vaticane, lo ritengo un potere politico e affaristico simile al nostro Parlamento. La mia Chiesa sono quei religiosi che tutti i giorni consacrano la loro vita al prossimo, ma principalmente agli ultimi, i paria della società, come i detenuti. Credo nel messaggio di pace e amore di Gesù, come in quello di Gandhi, Mandela, San Francesco d’Assisi, e in tutti quelli che pensano, si comportano e agiscono come loro, contro la violenza, e a favore dell’eguaglianza degli esseri umani e nell’armonia universale.

In merito alla pedofilia dei religiosi, è una malattia, una certa distorsione può provenire anche da traumi subiti dall’adolescenza. Don Mazzi dichiarò in TV che lui è da tanti anni che va ripetendo che il male va estirpato alla radice, e pertanto bisognerebbe chiudere i seminari dove si innescano dinamiche pedofile, che tante vittime ha causato, anche per l’omertà imposta dal Vaticano, con semplici trasferimenti. Sono convinto che i religiosi sposati  darebbero di più alla collettività, perché capirebbero di più i problemi, e abbatterebbero tanti scandali sessuali. Il sesso è natura, la castità è contro natura, ed è stata decisa dalla chiesa, pertanto è un precetto delle autorità ecclesiastiche. Riguarda le donne, tutte le religioni sono maschiliste, quelle più estremiste sono  quella islamica e cattolica. La più aperta e quella anglicana, dove ci sono preti e vescovi donne. I miliardi di euro che il vaticano  incassa in vari modi, vanno solo in una piccola parte alle opere pie. In questi giorni ho letto su un quotidiano che un prete nel Veneto ha dovuto chiudere la chiesa perché le elemosine non bastano a mandare avanti la parrocchia. I cardinali-principi della Chiesa, sono uomini ricchissimi. Il sacro e il profano vanno a braccetto. Non scrivo avendo un pregiudizio, ma cerco di elaborare un mio pensiero sull’attualità e i fatti in generale, tra cui anche la religione.  –  8/1/2012

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I cinesi stanno iniziando a mettere in campo le loro capacità e le loro tecnologie. Nei TG hanno dato notizia che in una città vicino Shangai in Cina. Hanno costruito  in quindici giorni, che sarebbero 360 ore, un albergo di trenta piani, con tutti gli arredi. Qualcosa di veramente fenomenale. Credevo che i sette giorni che servivano alla trasmissione EXTREME MAKEOVER HOME EDITIONE su La5, per costruire una casa, fosse un risultato difficilmente da superare. Oggi devo constatare che non sono niente n confronto al grattacielo che hanno costruito i cinesi. Tutti i record sono fatti per essere superati. Credo che sia una buona cosa per il futuro, perché milioni di persone nel mondo hanno bisogno di cose, e questa velocità nella costruzione consentirà di soddisfare tutte le richieste.  –  9/1/2012

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Le ideologie politiche, e i fondamentalismi religiosi, e i nazionalismi millitari hanno la capacità di legittimare qualunque mostruosità. Tutti i genocidi, pulizie etniche, repressioni varie e guerre, hanno sempre avuto un avallo morale dai fanatismi citati. Tutto ciò viene purificato da libri scritti da pennivendoli che vendono l’anima per il loro successo, e da scribacchini salariati che non hanno neanche l’anima, lo fanno solo per il loro benessere, consapevoli delle sofferenze che causano con i loro articoli. Gli estremisti dovrebbero essere combattuti nelle scuole, inseguendo fin dalle primarie  che in ogni caso bisogna essere moderati ed avere rispetto di tutti. Purtroppo questi piccoli uomini, adoperati da chi gestisce il potere, vengono usati per martellare, infangare e infliggere sofferenze. Tenere lontano queste ottusità con un controllo costante su se stessi, senza mai lasciarsi condizionare qualsiasi problema.  –  10/01/2012

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E’ ritornato un compagno di sezione da Secondigliano (NA), ci è andato per qualche giorno perché era deceduto il padre, e l’hanno portato per tre ore a casa. Ci ha raccontato che a Secondigliano hanno i computer e stampante in cella, caricano e scaricano programmi, scritti, canzoni, video, ecc., e stampano tutto ciò che vogliono. Al carcere di Fossombrone (Pesaro), dove ho comprato computer e stampante, era lo stesso. Altrettanto succede nelle sezioni di AS-1 di Spoleto, Livorno, Padova, ecc. Hanno una serra dove una decina di detenuti coltivano la verdura per tutte la sezioni. Ci sono corsi veri che impegnano tutti i detenuti della sezioni. Il computer e la stampante a Scondigliano (NA) sono stati autorizzati dal Ministero dietro la richiesta dei detenuti. Mi chiedo perché a Secondigliano il ministero ha dato l’autorizzazione, e qui a Catanzaro ancora si attiene alla barzelletta della Direzione che, per motivi di sicurezza non ci può essere dato computer e stampante, come se fossero bombe pericolose per la sicurezza nazionale. Inoltre indicare il vecchio computer che abbiamo in una stanza della sezione, regalato da qualche ufficio per non pagare la tassa di rottamazione, privato di tutte le linee periferiche che rende normale un computer: linea per la stampante, per caricare i CD con programmi scritti, canzoni, video, ecc. Hanno lasciato solo la linea del floppy disk per scaricare gli scritti universitari di un detenuto, che stampa la sua educatrice quando ha tempo, è come raccontare una favola per bambini. Ogni volta che si parla con gli operatori, ci rispondono che non può essere vero che raccontiamo sugli altri carceri. A me sembra strano, perché basta che alzano il telefono  e si informino sugli altri carceri. Quello che non riesco a capire è perché non vogliono che usiamo i computer e stampante, ostinandosi a negare l’evidenza. Non voglio pensare che persone istruite credono che vietare, limitare e comprimere i diritti, serva a rieducare e formare delle persone migliori; è come credere che con il male si può costruire il bene.  –  11-01-2012

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Il Mullah Omar, la guida spirituale dei talebani, nemico numero uno insieme a Bin Laden dell’America, all’improvviso non lo è più. E’ stato cancellato dalla lista. I talebani sono stati creati dagli americani con l’aiuto dei pakistani. Gli servivano  per pacificare l’Afghanistan, perché l’interesse delle multinazionali petrolifere gli oleodotti petroliferi che dovevano passare sul territorio afghano. Con il caso che c’era dopo la ritirata dei russi, non era possibile. Anche Bin Laden era una creazione degli americani, usato per combattere i russi in Afghanistan. Gli americani non vogliono pace e stabilità nel mondo, ma perseguire esclusivamente con ogni mezzo i propri interessi, come faceva l’impero romano, anche se ciò causa stragi, distruzioni e rovine. Ora la convenienza degli americani è ritirarsi  dall’Afghanistan, pertanto qualunque modo è lecito, anche scendere a patti con chi ancora oggi stanno combattendo.  –  12-01-2012

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In Olanda era stata istituita una commissione d’inchiesta indipendente nel 2010, dalla Conferenza Episcopale Olandese, per indagare  sulla pedofilia nella Chiesa cattolica. Il rapporto stillato  è stato sconvolgente,, dal 1945 al 2010 sono stati migliaia i bambini che hanno subito abusi sessuali da parte dei sacerdoti e da laici all’interno di istituzioni cattoliche. Gli autori sono stati 800, di cui 150 tutt’ora viventi. Quello più scioccante è che gli abusi sono stati sistematicamente coperte dalla Chieda Cattolica. I vescovi olandesi sono rimasti sconvolti, e si sono scusati con la popolazione e con tutte le vittime degli abusi, dichiarando che si vergognavano e tutto ciò li riempiva di dolore. L’Olanda è sempre un passo avanti, credo che una cosa del genere non succederà in Italia.  –  13/01/2012

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Nel Regno Unito, l’organo di Stato preposto, ha deliberato che la pillola del giorno dopo, poteva essere distribuita gratuitamente dietro semplice richiesta telefonica, durante il periodo delle feste. Hanno fatto anche uno spot, un po’ malizioso. Per ottenere il contraccettivo di emergenza bastava registrare le generalità su un sito Web e parlare per un quarto d’ora con un’infermiera. La pillola arrivava per posta con una scorta di preservativi. Non essendoci nessun controllo, anche le minori potevano usufruirne. Immagino gli strali dei bigotti nel nostro Paese, per questo motivo non siamo mai primi in qualsiasi cosa, dobbiamo sempre aspettare che cosa succede negli altri paesi europei.  –  14-01-2012

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Con tutti i problemi economici che abbiamo, la green economy continua a fare passi da gigante. Leggo su un quotidiano che siamo primi nel mondo per l’energia prodotta da pannelli fotovoltaici. La Germania sembrava irrangiungibile, invece nel giro di qualche anno l’abbiamo superata, e tutti gli altri paesi ci vengono dietro, tra cui cinesi e americani. Credo che se la politica facesse un programma energetico  serio e con certezze, l’economia verde potrebbe rivoluzionare il nostro Paese, creando posti di lavoro, alimenterebbe il circuito economico, e abbatterebbe l’inquinamento. Non si capisce perché non viene fatto, chi ha interesse a frenarlo?  –  15/01/2012

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Hanno costruito un computer da 25 dollari, piccolo come una carta di credito. Il sogno di Nicolas Negroponte, di dare un computer a ogni bambino, è diventata realtà. Lui non era riuscito  a fare un computer da 100 dollari, si era fermato a 200 dollari, con tutto ciò ne ha distribuito oltre un  milione. E’ stata la fondazione Rospberry Pi a inventarlo e l’ha chiamato con lo stesso nome. Il computer costa 25 dollari, quello più sofisticato costa 35 dollari. Credo che con questo prezzo, cambieranno molte cose nel mondo tecnologico. Purtroppo il mondo va avanti, e qui a Catanzaro, siamo ancora con la penna bic (le altre sono pericolose) e la carta per scrivere.  –  16/01/2012

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Il Presidente del Cile ha fatto cambiare nei sussidiari scolastici, la dicitura dei diciassette anni di dittatura di Pinochet, con un semplice regime militare. La dittatura di Pinochet, protetta e coperta dagli americani con l’avallo morale della Chiesa, è stata feroce e criminale, senza Parlamento, libertà civili e politiche, persecuzioni, omicidi politici, desaparecidos e violazione dei diritti umani. Questa dittatura nacque  con un colpo di Stato nel 1973, finanziato dalla C.I.A., uccidendo il Presidente Allende liberamente eletto dalla popolazione. La censura della storia è l’atto più infame che si possa commettere, anche in Italia ne sono successi alcuni. Il genocidio fisico, economico e culturale perpetrato nel Meridione con l’annessione, colonizzazione e il saccheggio selvaggio di 150 anni fa. L’oblio per cinquant’anni delle foibe, dove furono buttati migliaia di italiani dopo la guerra dai comunisti della ex Yugoslavia di Tito, e in alcuni casi con l’aiuto dei comunisti italiani. Nei dizionari era scritto alla parola foibe: “cavità carsiche”. Questo perché c’era la censura del partito comunista. Prima e durante la seconda guerra mondiale, l’esercito italiano commise tanti crimini contro l’umanità nei Balcani e in Africa, ma tutto è stato coperto con la barzelletta “italiani brava gente”.  –  17/01/2012

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In questi giorni ho seguito l’affondamento nei pressi dell’isola del Giglio, della nave da crociera più grande del mondo. Ormai non ci possono essere più dubbi. Tutto è stato causato dall’incompetenza del capitano. Dalle manovre che ha fatto, dall’atteggiamento avuto e dalla vigliaccheria dimostrata. Ha sbagliato accostandosi troppo alla casta con un gigante del genere, aggravando le cose con manovre che neanche  un principiante avrebbe fatto. L’atteggiamento di incertezza ha causato le vittime, perché per un’ora ha cercato di rassicurare la gente di stare tranquilli mentre la nave stava affondando. Si è superato scappando per prima con quasi tutti gli ufficiali, abbandonando centinaia di persone, l’atto più vile che possa commettere un capitano. In una telefonata con la capitaneria di Livorno, gli veniva intimato di ritornare a bordo, ma lui con mille scuse non ci è ritornato. Non voglio addentrarmi nella questione penale, ma in quella della marineria. Ha ridicolizzato  la marineria italiana, che ha secoli di eccellenza con il suo comportamento. Credo che gli organi della marina dovrebbero intervenire per ritirargli la patente di capitano e degradarlo a marinaio semplice, altrettanto i suoi ufficiali che sono scappati con lui, in modo che dovrebbe iniziare di nuovo da marinaio. Premiare l’unico ufficiale che è rimasto a bordo, e insieme a lui premiare tutti i camerieri, cuochi e baristi che lavoravano a bordo, che hanno aiutato a trarre in salvo centinaia di persone.  –  18/01/2012

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L’Unione Europea ha intimato all’Italia che se non si risolve lo smaltimento dei rifiuti a Napoli, la sanzionerà con una multa di 500.000 euro al giorno. Con tutti i soldi che sono stati spesi a Napoli, dovrebbe avere lo smaltimento all’avanguardia in Europa, ma 15 anni di Antonio Bassolino hanno portato il disastro attuale. Tutti i rifiuti sono riciclabili, solo una piccolissima parte non è possibile con le normali procedure di smaltimento. Anche a questa piccola percentuale c’è una soluzione, creare fornaci ad alta temperature, dove vengono trasformati in solidi, come le rocce della lave dei vulcani. Si potrebbero creare dei centri regionali, dove verrebbero convogliati tutti gli scarti che la società produce: rifiuti vari, speciali, scarti delle industrie, quelli degli ospedali, laboratori, acque reflue. Questo consentirebbe una visione totale del riciclo e di tutto ciò che dovrebbe essere smaltito. In Italia vengono riciclati solo 750.000 tonnellate di rifiuti, sono una piccola parte in confronto ai 15 milioni di tonnellate dalla Germania, questo dimostra che il problema è l’organizzazione della raccolta differenziata e del riciclo. A Brindisi, un comune di provincia di Salerno, la differenziata arriva al 70%, gli oneri con i deschi, sono andati in visita per coprire il sistema e portarlo nel paese. Gli esempi del riciclo sono vari; una sarta a Palermo, riadatta i capi di biancheria che sono passati di moda, e con questa crisi la gente trova anche il modo di risparmiare. A Roma si sono inventati le piastrelle riciclandogli schermi delle TV. Al carcere di Secondigliano (NA) fanno la raccolta differenziata, cosa che potrebbe essere fatta in tutte le carceri italiane. Ho letto tanti esempi di riciclo, e sono giunto alla conclusione che il 90% dei rifiuti possono essere riciclati in tanti modi. Un altro problema da risolvere sarebbero i troppi imballaggi, che alimentano a dismisura i rifiuti, bisognerebbe ridurli. Inoltre bisognerebbe che tutto ciò che si produce fosse riciclabile, senza scorti non riciclabili. Nelle scuole bisognerebbe  insegnare che la differenziata è un dovere che è incluso nel nostro senso civico. Ci sono tutte le tecnologie e le conoscenze per risolvere alla radice il problema dei rifiuti.  –  19/01/2012

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Hanno chiuso per restauro un padiglione del carcere di Livorno, in cui  c’era anche la sezione AS-1. I detenuti della sezione sono stati divisi nelle varie sezioni AS-1 sul territorio nazionale. Qui ne sono arrivati due. Ci hanno raccontato che avevano computer e stampante in cella, come del resto tutta la sezione AS-1 di Livorno. Ora hanno entrambi computer e stampante depositati nel magazzino del carcere di Catanzaro, d’altronde dove sono anche i miei. Quello che non capisco è perché qui a Catanzaro fanno tante difficoltà per darci i computer e le stampante. Non posso neanche pensare che è una questione del Sud, perché a 300 km da qui, a Secondigliano (NA) hanno computer e stampante in cella, e hanno le porte delle celle aperte tutta la giornata. Pertanto il problema è Catanzaro; il blocco di potere che comanda il carcere impedisce alla Direttrice di modernizzare ed aprire l’isitituto. Però, siccome la Direttrice è  il comandante in capo dell’istituto, l’ultima parola spetta sempre a lei, inizio ad avere qualche dubbio che abbia veramente intenzione di darci computer e stampante.  –  20/01/2012

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Ogni volta che li vedevo in TV suscitavano sempre tanta curiosità. Mi riferisco alla popolazione dell’India di religione SIKH, che hanno turbante e barba. Leggendo un articolo su di loro, ho appreso alcune cose sulla loro religione. I tre pilastri sono:

1)Ricordare il creatore in ogni momento.

2)Guadagnare lavorando onestamente.

3)Condividere il guadagno.

Hanno principi che osservano. Non riconoscono le caste, non adorano idoli, né fanno rituali. E’ proibita ogni tipo di dipendenza: alcool, tabacco, ecc. Non possono mangiare qualsiasi tipo di carne, pesce ed uova. Devono considerare la moglie di un altro come una sorella o una madre. Devono considerare la figlia di un altro come fosse la propria. Le donne hanno la stessa anima dell’uomo e pertanto godono degli stessi diritti. Le donne partecipano alle congregazioni religiose e recitano gli inni sacri nei templi, come fanno gli uomini. Pensando a come devono comportarsi,  e a tutte le cose che devono osservare, mi sono ricordato che non ho mai incontrato uno di loro in carcere, né ho mai letto nelle cronache che qualcuno di loro avesse commesso comportamenti scorretti o qualsiasi tipo di reato. Ora comprendo perché sono così ricercati dalle aziende, principalmente di allevamenti. Perché rispettano molto i bovini, sono operai scrupolosi, seri e affidabili sul lavoro.  21/01/2012

Una bellissima lettera a Carmelo Musumeci

Nessuna lettera inviata dall’esterno è banale.. nessuna lascia indifferenti. Perchè in ognuna di esse si intravedono legami, ci sono emozioni, ricordi, amicizie, commozioni, risate improvvise, barchette di carta e sogni. E quasi mai le commento. Mi limito a pubblicarle, facendole precedere da meno parole possibili.

Ma alcune arrivano a commuovermi profondamente.. a toccare qualcosa nell’anima.

Come questa, scritta da una donna -di cui non dirò il nome- a Carmelo Musumeci.  Autostrade di sofferenza ha attraversato questa donna, e un legame fortissimo parla attraverso questo piccolo pezzo di carta. Una generosità anche che non si è fatta annichilire dall’ombra…

Ci sono prigioni lì fuori. Prigioni ancora più distruttive del carcere, a volte. Ci sono angeli finiti sotto tonnellate di fango. E canzoni che non vogliono morire e che cercano sempre un sentiero.

C’è una dignità di chi conosce il dolore.. una gentilezza semplice che sa ancora spalancare le braccia..

Vi lascio a questa lettera inviata a Carmelo Musumeci.

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Ciao, mi auguro che questa riesco a spedirtela.

Ne ho scritte tante, ma tante, in tutti questi anni, ma non ci riuscivo. Pensavo, non so cosa pensavo, ma poi le tenevo lì. Leggo che non ti sei rassegnato, che sei ancora solare, che sei circondato d’amore, di tua moglie, dei tuoi figli e che sei anche nonnno. E’ meraviglioso.

Ti sei anche fatto una bella cultura, scrivi, sei laureato. Ma io non mi meraviglio. Dentro hai sempre avuto di più di qualsiasi persona. Sei certamente la persona che il cuore più bello. Ti ho visto in un tuo libro. Sogno spesso che sei libero. Ti immagino felice, vicino alle persone che ami.

Ecco, forse non mi sono mai data una ragione di ciò che stavi subendo in tutti questi anni, che eri infelice… ci stavo male!!!

Non esattamente in contemporanea alla tua mancanza di libertà, ma quasi.. sono entrata in un tunnel che si chiamava alcol, psicofarmaci. E in più con un compagno -ricordi il bravo ragazzo?- mi massacrava di botte perchè -diceva lui- mi credevo una malandrina. Perchè chi è stato in carcere una volta, fuori lo è ancora. Ma ora sono anni che il male può farlo ad altri, non a me. Però io ho vissuto l’inferno. Quando prendevo foglio e penna, c’era troppo dolore e non volevo portarlo a te.

Ora che tutto è uscito dalla mia vita, ora che sto cercando di rivedere il sole, dopo venti anni di buio.. ti scrivo, perchè cerco di essere serena.

Vivo sola. Ho tre bellissimi gatti che adoro. Ho tante cose da dirti, ma non so nemmeno se le vuoi sentire. Però volevo dirti che non si può cancellare una data, mai.

Sono tanto cambiata. Non c’è più l’eterna ragazzina, no. Il male, la sofferenza, hanno fatto venire fuori una donna.. era ora!!!

Tornerai libero Carmelo. Non possono rubarti la vita.. con tutto l’amore ceh ti aspetta fuori.. con la tua famiglia. Sarà bellissimo per voi. Sarà bellissimo per te!!!!

Io avevo bisogno di dirti.. che non dimentico… non dimenticherò mai.. con cancello nulla, perchè insieme a me c’era il mio cuore!!!

Siamo amici da molti anni. Mi scriverai.. io vorrei.. ho un mare di cose da dirti.

Bacioni

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