Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Recensioni- Claudio Conte su “Eutopia”

Per la rubrica delle recensioni -nata da una idea di Claudio Conte, detenuto a Catanzaro- pubblico oggi una recensione di Claudio su “Eutopia”, un libro che raccoglie testimonianze scritte da 15 detenuti del carcere di Lecce.

Claudio sente vibrare in sé il forte valore di un libro del genere, e questo lo ispira, portandogli a scrivere una delle sue recensioni migliori in assoluto.

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Su… “Eutopia – un altro luogo” di AA. VV. – Lupo Editore

(di Claudio Conte)

Frammenti di vita, di sofferenza, di amore, di voglia di riscatto… raccontati in prima persona da quindici uomini reclusi nella Casa Circondariale di Lecce. Testimonianze che ancora una volta ammutoliscono quelle “voci” sconsiderate, superficiali, distruttive di chi, incapace di comprendere, non sa fare altro che condannare uomini che hanno sì commesso un reato (o stanno subendo un’ingiustizia) ma stanno pagando… e hanno un cuore, affetti, sentimenti e soffrono come tutti gli esseri umani.

Storie brevi, che si leggono d’un fiato, che descrivono il carcere e rispondono compiutamente a quelle “voci” sempre pronte a condannare gli altri, ma che non potrebbero assolvere se stessi a un attento esame di coscienza… perché la corresponsabilità e tanto maggiore quanto più alto è il ruolo che si riveste all’interno della società. Una società votata a un individualismo-edonistico-antisolidale, che ha smarrito il senso di giustizia, di umanità e cerca solo di soddisfare i suoi istinti più brutali reclamando vendetta… Una vendetta che, per la pusillanimità di chi la chiede, vuole essere delegata alle istituzioni dello Stato, chiamate a servire ben più alti principi, ma sempre più influenzate dagli “umori della piazza” dalle sue “grida” che sommergono, silenziano, calpestano esistenze di uomini, donne, bambini. “Buttate la chiave” si sente urlare…

Si alza alto e forte però il sommesso “sussurro” di queste quindici persone… dalle quali traspare una genuina semplicità d’animo, di rimpianto, di speranza, e una grande capacità evocativa di emozioni, affetti, amori trovati e persi. Materializzando in tal modo lo “spettrale volto” del carcere e delle sue crudeltà, della sua inutilità… oltre una certa “soglia”.

Il carcere oggi rappresenta il fallimento di un’istituzione… che era stata ripensata, investendo sulla persona per restituire alla società un uomo “nuovo”. Capace di centrare quest’obbiettivo solo in pochissimi casi, laddove realmente si attuano i programmi di reinserimento previsti dalla legge o laddove la volontà dell’uomo è più forte delle avversità che si frappongono a un nuovo progetto di vita. Non è un caso che i tassi di recidiva fissati al 67% nella media nazionale, scendano al 13% in istituti di pena come Bollate laddove esistono offerta trattamentale e misure alternative alla detenzione.

I “volontari”… l’unica nota positiva che accomuna il pentagramma di queste quindici melodie, anzi melopee. Persone che si donano, lottano, s’ingegnano tra mille difficoltà, burocrazie, ottusità, gelosie, ignoranza… ma che portano speranza e sicurezza. Sì, perché sarà grazie a loro se domani quando una di queste quindici persone uscirà dal carcere non si vendicherà contro quella “società” che lo ha umiliato, offeso, torturato senza che alcuna sentenza o legge lo prevedesse. Il tutto sotto gli occhi di una società indifferente.

Il carcere lo sappiamo tutti è una “discarica sociale”, dove i problemi di integrazione socio-economica anziché essere risolti alla radice, garantendo “pari opportunità di partenza” a tutti, vengono risolti isolandoli tra “quattro alte fredde mura”. E poi per salvarci la coscienza, ci piace pensare che rinchiuse ci sono persone “pericolose”, ma “pericolosi” non sono quelli che sbagliano e pagano, quanto chi sbaglia e la fa franca. I “furbi”… quelli che poi “moraleggiano” su cosa sia giusto e sbagliato, che magari rivendicano la pena certa… per gli altri. Ignorando che in Italia la pena non è solo certa ma anche disumana, causa il sovraffollamento, le strumentali emergenze, carenze, indifferenze… come confermano le plurime condanne allo Stato italiano dalla Corte europea di Strasburgo. Quello stesso Stato che dovrebbe “rieducare” chi vive nell’ illegalità…

Sì, “Eutopia”, un altro luogo… sarebbe davvero necessario pensarlo, sarebbe davvero più utile del carcere…

Catanzaro-carcere, 8 luglio 2012

Lettera appello dei detenuti studenti di Bologna

Oggi siamo “tematici”, e pubblichiamo un altro testo che proviene dal Carcere “Dozza” di Bologna.

Questa è una lettera collettiva che ci invia il nostro Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba -entrambi detenuti a Bologna- ma che può considerarsi espressione di una riflessione, valutazione e denuncia comune a tutti gli studenti detenuti del carcere di Bologna, appartenente al circuito dell’Alta Sicurezza.

Questa lettera è stata già inviata a soggetti determinati che ricoprono particolari ruoli, ed è stata mandata anche a noi per essere pubblicata.

Il fatto che leggerete è il FALLIMENTO  dell’istruzione scolastica in carcere. E’ il fallimento della stessa idea di istruzione.

Nell’ultimo anno scolastico, a fronte di una richiesta di iscrizione al corso di ragioneria, pervenuta da 50 detenuti, solo 18 hanno potuto iscriversi.

E, preparatevi a sgranare gli occhi… nella stessa si è tenta di svolgere un programma che che va dal primo al quinto anno di corso e che richiederebbe cinque classi o (come propongono i detenuti) almeno tre classi.

Standard scolastici di questo tipo credevamo di leggerli solo in qualcuno di quei libri della letteratura italiana dell’ottocento, o in qualche film del neorealismo degli anni ’50.

Va detto, per onestà, che non si può gettare la croce solo ai singoli carceri, ma che esiste in Italia una questione enorme, che è quella della spesa pubblica, in un sistema feroce che, tramite divinità quali il Debito pubblico di fatto succhia la capacità della spesa agli stati.. costringendoli a tagliare all’infinito, nell’orbita di diktat economici imposti dal sistema bancario e finanziario.

Comunque sia, ciò non toglie che il carcere di Bologna deve tentare di tutto, per garantire a questi detenuti una istruzione decente, e che se c’è da tagliare alcune spese, ci si indirizzi verso spese non di preziosissima ricaduta sociale, come quelle relative all’istruzione.

Prima di lasciarvi alla lettera-denuncia-appello degli studenti detenuti di Bologna, un pensiero per il nostro Giovanni Lentini, che da sempre è una presenza di valore in questo Blog.

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Al Direttore della Casa Circondariale della Dozza

Al Dirigente dell’Istituto ISIS Keines di Castelmaggiore

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale

All’ufficio Garante del Comune di Bologna

All’ufficio Garante della Regione Emilia Romagna

All’ufficio dell’assessore della scuola e della cultura della Regione Emilia Romagna

Gli studenti detenuti della sezione Alta Sicurezza della “Casa Circondariale Dozza” di Bologna desiderano mettere a conoscenza gli enti citati in epigrafe della situazione attualmente presente nella struttura penitenziaria.

Secondo gli scriventi la rieducazione e il reinserimento sociale per i condannati, previsti dall’art. 27 della Cost., non possono non passare attraverso una formazione scolastica, un’istruzione che sensibilizzi in modo particolare coloro che si sono macchiati di un reato. Questa sensibilizzazione è mirata al rispetto delle istituzioni, del bene pubblico e della società nella sua completezza.

Crediamo fermamente, per questo motivo, che la scuola in carcere dovrebbe essere un obbligo per tutti i detenuti e non uno strumento per pochi privilegiati. Uno strumento per valutare il percorso di reinserimento sociale, che diversamente verrebbe vanificato.

Quello che si è verificato in questo ultimo anno scolastico (2011/2012), è che per motivi economico/organizzativi, sono ad un numero ridotto di 18 detenuti è stato permesso di frequentare il corso di ragioneria, a fronte di una richiesta che supera le cinquanta unità; senza contare che nelle sole sezioni di Alta Sicurezza siamo oltre cento detenuti che, se ne avessero l’opportunità, sarebbero sicuramente determinati a frequentare la scuola.

Questo non è il solo problema, in quanto ci troviamo ad avere una sola classe in cui contemporaneamente viene svolto o si tenta di svolgere, un programma che va dalla prima alla quinta classe, con evidente frammentazione e con il risultato che la maggior parte degli studenti ha difficoltà a seguire le lezioni. Gli stessi professori si trovano in grande disagio, cercando di far fronte alle frequenti richieste, rispetto alle difficoltà di comprensione che scaturiscono dalla frammentazione dei programmi svolti contemporaneamente per cinque classi.

Ora ci chiediamo: come è possibile con queste premesse aspirare ad un reinserimento sociale?

Se pensiamo che tutto questo avviene in una città come Bologna, una città tradizionalmente attenta al sociale, in cui la scuola per diversi secoli è sempre stata il fiore all’occhiello, una credenziale per la città stessa, in cui è nata la prima Università al mondo.

Non riusciamo a comprendere come si possa venir meno di fronte ad una esigenza così importante.

Ci chiediamo quale direzione si voglia prendere e, prima di tutto, quale decisione di fronte a questa prospettiva.

Per i motivi sopra citati, gli studenti detenuti a cui si aggiungono tutti coloro che hanno fatto espressamente richiesta tramite domanda scritta di poter essere inseriti nella scuola di ragioneria, chiedono che, per il prossimo anno scolastico, vengano garantite almeno tre classi, in modo da permettere la frequenza a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta, così da potere avere una prima classe per il biennio, una seconda classe per III° e IV°, e una classe per la sola V° in previsione dell’esame di Stato.

Confidiamo in un accoglimento della presente richiesta, perché crediamo che le istituzioni vogliano favorire la rieducazione e il reinserimento sociale dei condannati, e concretizzare ciò che è sancito dalla normativa vigente.

Gli studenti/detenuti delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B della Casa Circondariale di Bologna.

Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba

L’Odissea di Lucia Bartolomeo

Urla  dal silenzio di vite sotto ruspe e rulli compressori. La corrente trascina anche chi non c’entra niente. Come i bambini messi in mezzo tra le tenaglie del carcere. Come la figlia di Lucia Bartolomeo.

Lucia Bartolomeo.. oggi è tutto suo lo spazio. E le diamo il benvenuto. E’ la seconda donna che scrive al nostro Blog, dopo Domiria Marsano, e anche lei è del carcere di Lecce.

La vicenda di Lucia ha avuto una certa risonanza mediatica. E’ stata condannata all’ergastolo, in primo e secondo grado, per l’accusa di avere ucciso suo marito. Ma lei contesta radicalmente l’esito dei processi, e le modalità con cui sono stati condotti, e si sta giocando il tutto per tutto in Cassazione. Che delibererà praticamente a momenti, il 4 novembre, sulla sua vicenda.

La prima parte della sua vicenda, che giunge fino a marzo del 2010 la troverete nel primo testo dopo questa premessa, testo che Luciana scrisse per la rivista delle donne del carcere di Lecce Fuga di notizie, e, secondo anche il suo desiderio, l’ho pubbicata.

La seconda parte la racconta, sempre lei, dalla lettera che ci ha inviato, e dopo il primo testo, ho inserito estratti di questa lettera.

Il cuore dell’intera vicenda ruota intorno a sua figlia. Dopo l’arresto, nel maggio 2007, la figlia di Lucia, all’età di soli cinque anni è mezzo, è stata messa in una casa famiglia.

La madre non l’ha potuta vedere per 14 mesi. Neanche una volta.

Poi ha ottenuto gli arresti domiciliari, al fine di poterla rivedere fuori dal contesto carcerario, perchè il guidice dei minorenni era nettamente contrario a farla venire in carcere.

Sembra che l’incubo fosse finito. Ma il 23 febbraio 2009, venne emanato un “decreto sicurezza” che stabilizzava il carcere obbligatorio per alcuni tipi di reati. Per cui Lucia dovette rientrare in carcere, seguendone un altro trauma bello grosso dela bambina.

E il giudice, inoltre, non permetteva che la figlia andasse a colloquio con la madre, perchè non voleva che andasse in quel luogo. Con la conseguenza che, avendo avuto revocati gli arresti domiciliari, in pratica tutto ciò si risolveva che Lucia non poteva vedere la figlia.

Lucia iniziò uno sciopero della fame, che portò a una riconsiderazione della vicenda, e alla concessione dell’opportuntà di rivedere la bambina, seppure accompagnata dagli assistenti sociali.

Ma un’altra batosta era in agguato. Lucia racconta la sua vicenda alla trasmissione Storie maledette. Una delle conseguenze di questa azione è stata la revoca dei colloqui. Fu un vero tempo di inferno per Lucia. Scrisse lettere disperate ovunque.

Dopo un pò le furono concessi di nuovo i colloqui con la figlia. Ma solo per un’ora al mese! E al momento questa rimane la situazione.

Un colloquio al mese di un’ora.. E col timore di perdere anche quello. Quanto male è stato inflitto a questa bambina? Fin dal primo distacco forzato di 14 mesi dalla madre. Quell’abbraccio che descriva Lucia nel primo pezzo che leggerete. Quanto le saltò addosso, col volto inondato di lacrime. Una madre tenuta lontano da una figlia per più di un anno, in un’età estremamente delicata come 5 anni. Quanto è alto il prezzo di un trauma? E chi lo paga? Una figlia che viene “protetta” ostacolando i colloqui con la madre. Una figlia che, ancora adesso, può vedere la madre una volta al mese. Un’ora al mese.

Una sistema penitenziario che crocifigge l’anima di una bambina, anche di una sola bambina, ha fallito. Irrimediabilmente.

Vi lascio ai due testi di Lucia Bartolomeo. Il primo è un articolo uscito per la rivista delle donne del carcere di Lecce, Fuga di notizie. Il secondo, che riproduce la continuazione della vicenda è un estratto dalla lettera che Lucia mi ha inviato.

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Era il maggio 2007 quando mia figlia veniva prelevata da scuola dagli assistenti sociali per essere sottratta ai suoi affetti e venire “appoggiata” in una casa famiglia di Ostuni che avrebbe dovuto prendersi cura di lei. Il suo papà era morto un anno primae io, arrestata lo stesso giorno dell’allontanamento di mia figlia, perchè indagata per la sua morte. La piccola aveva quasi sei anni, compiuti tristemente lontana. Lontana dalle persone che avevano come unico intento quello di alleviarle la sofferenza che già l’aveva colpita.

E la sua mamma?

Le avevano raccontato che la mamma era in ospedale, e che non aveva fatto in tempo nemmeno a salutarla. Ma la sua bambina era molto intelligente e la gente invece molto cattiva: qualcuno improvvisamente aveva deciso di raccontarle perchè la mamma le era lontana, un perchè ancora non dimostrato. La bambina si è trovata a passare due anni e due mesi in un luogo che, pur attentamente seguita da persone preparate, non era la sua casa.

Dopo quattordici  mesi di sofferenze tra queste mura ho avuto il permesso di poterla vedere per la prma volta. Avevo ottenuto i domiciliari. Prima di allora, solo una telefonata settimanale di dieci minuti. La incontrai per la prima volta a luglio del 2008. Quel giorno non lo posso descrivere. Mi è saltata al collo, siamo rimaste a lungo senza parlare. Lei nascondeva il volto solcato dalle lacrime.

La mamma era tornata “e adesso mi porta con lei e torno a casa”. Questo sarà stato il suo pensiero ed è stato difficile trovare il modo di spiegarle che non era così. Poi, la mia bambina, da pochi mesi è stata deistituzionalizzata e affidata ad uno zio paterno e io ho continuato a vederla. Sembravano diradarsi le nuvole e invece una violenta tempesta ci ha nuovamente travolte. Qualche mese dopo, applicando il nuovo “decreto sicurezza”, hanno stabilito che dovevo tornare in carcere. Da allora non ho più alcun contatto con mia figlia.

Le ho scritte tantissime lettere per non farle sentire un ulteriore dramma di abbandono. Allo stremo delle forze e nella totale disperazione, ho dichiarato lo sciopero della fame, protratto per 23 giorni. Il mio unico desiderio era di poterla riabbracciare e poterle parlare. Dopo una lunga odissea, il tribunale per i minorenni ha acconsentito che mia figlia venisse qui in carcere per incontrarmi.

Ogni giorno di sofferenza di un essere umano, la sua dignità, non possono perdersi dietro giorni, mesi, anni di burocrazia. Il dolore non ha muri che possano fermarlo.

Lucia Bartolomeo

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(…) Devi sapere che, nella mia dolorosa vicenda, oltre a me che sto pagando innocentemente qualcosa che non ho fatto, chi ha sofferto di più è mia figlia.  (…)

Quando sono tornata in carcere due anni fa, il giudice dei minori non voleva più farmi incontrare la bambina, perchè ui non la voleva fare venire, e a quel punto, ormai allo stremo delle forze, sia fisiche che mentali, ho dichiarato lo sciopero della fame, che ho portato avanti per ben 24 giorni. Ho perso 10 kg in neanche un mese. Pian piano le cose sono migliorate e ho rivisto la bambina, con le dovute precauzioni, accompagnagnata dagli assistenti sociali, fuori dai colloqui normali con i familiari.

Poi ho raccontato la mia vicenda a Storie maledette, e questo ha scatenato un putiferio. Di nuovo i colloqui mi sono stati revocati (..). Insomma, una vera e propria odissea. Detta così sembra una cosa da niente, ma in realtà è stato tutto così crudele e atroce, soprattutto per mia figlia, che ora è affidata ad uno zio del ramo paterno.

Ora la sto rivedendo, un’ora al mese, una misera ora al mese.

Ma quello che voglio dire è che non è giusto tutto questo. Le istituzioni si impadroniscono dei nostri figli, e non tengono conto affatto dei sentimenti, anzichè agevolare in qualche modo i rapporti con loro, li distruggono. Non mi sono mai esposta a fare interviste e quant’altro, proprio per evitare ripercussioni sugli incontri con la bambina, solo con Storei maledette l’ho fatto, che è una trasmissione molto seria, e si è scatenato il putiferio (..)

Abbiamo il diritto noi detenuti di dire la nostra, appunto.. “URLARE DAL SILENZIO”.

(..)

L’urlo di Francesco Galdi.. da Frosinone

Finchè una sola di queste lettere verrà scritta.. anche una sola.. c’è una parola che non potrà essere tolta dalle parole che gravitano nel sistema penitenziario.. ed è FALLIMENTO.

Finchè una sola persona dovrà vivere quello che vive quest’uomo il sistema penitenziario sarà (anche) un FALLIMENTO.

Ma capitano cose surreali, sapete? Ci sono Direttori e operatori che “si incazzano” quando escono queste testimonianze.. non si incazzano perchè queste cose accadono.. ma perchè escono. Perchè il loro ideale di vita è un tran tran burocratico, dove tante parole si accompagnao a qualche pregevole iniziativa e all’eterno rimando, lasciando inscalfite le situazioni più problematiche. Meno grane possibili.. e lunga vita alla propria carriera…

Andiamo a Francesco.. Io non so le sue colpe e i suo crimini. Essi non tolgono di una virgola gravità e inaccettabilità a quello che sta vivendo.

Il carceredi Frosinone, se ciò che scrive Francesco è vero, lo sta facendo vivere come neanche un CANE in un canile, di quelli “brutti”, si intende.

A prescindere ci sono ambiguità già a livello giuridico e regolamentare. Se Francesco dice il vero nel sostenere che gli è stato levato il 416 bis e che non dovrebbe avere più nulla a che fare con l’Alta Sicurezza, non si capisce allora “lo stato di mezzo”, “la terra di nessuno”, tra media e alta sicurezza.. in cui (stando a ciò che dice) è costretto a vivere.

E se è vero che il G.I.P. ha autorizzato un numero di chiamate superiori alle due mensili.. non si vede perchè deve essere costretto a farne solo due. Con grave perturbamento della sua psiche e vitalità, anche fisica, in generale. Ma tanto che importa a noi, che un detenuto abbia due chiamate in meno. La burocrazia fa il suo gioco, pigra nella mente, pigra nel cuore.

Francesco Galdi soffre di disfunzioni cardiache. Ma nessuno fa niente.. neanche lo straccio di una visita cardiologica. Si capisce, non è famoso, né ricco, né potente. Ergo.. può tranquillamente schiattare.

Francesco Galdi soffred di depressione (oltre alla claustrofobia). Chi conosce persone in gravi stati di depressione, sa l’abbandono e il senso di sconforto in cui vivono. E sa come è necessario un ampio percorso psicoterapeutico integrato per agevolare la loro uscita da questo Territorio d’Ombra. Ma per i figli di un Dio minore.. non c’è percorso.. non c’è a utentica guarigione interiore.. Per loro ci sono “droghe”, sostanze psicoattive, psicofarmaci.. che hanno il solo scopo di SEDARE, come si fa con le bestie rabbiose, la persona “problematica”, di spegnerlo, TURN OFF.. in modo che, perdonate l’inglese, non rompa i coglioni.

Cercheremo di fare emergere il caso di Francesco Galdi… che è un volto che ne richiama tanti.. lasciati nel dimenticatoio, a morire giorno dopo giorno.

Intanto, se siete di quelli che non stanno tutto il giorno al bar a lamentarsi che nessuno fa una mazza.. beh.. prendete  carta e penna e scrivetegli..

Ecco il suo indirizzo..

Francesco Galdi

Via Cerreto n.17

03100 Frosinone

Grazie..

di seguito la sua lettera..

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FROSINONE, 16-05-2011

Gentilissimo Sig. Alfredo, nel porgerle i saluti di Gianni Lentini, del quale sono molto amico, il quale mi ha scritto una lettera con il suo gradito riferimento, sono qui per scriverle questa lettera su suggerimento anche di Gianni.

Mi chiamo Francesco Galdi, e, nella vita, al di fuori di queste mura, svolgo la professione di commercialista. Sono calabrese d’origine, ma risiedo e lavoro a Bologna da 7 anni. Sono padre di un  bambino di 9 anni, e marito di una donna che è affetta da una patologia per la quale deve assumere quotidianamente farmaci salvavita, e che lavora ogni giorno come ingegnere in un’azienda privata, dal lunedì al venerdì, ed è costretta a fare un secondo lavoro nel fine settimana, a causa della mia improvvisa assenza. Io sono detenuto nel carcere di Frosinone, dove sono stato assegnato senza  nessuna plausibile ragione.

Sono stato arrestato il 2 dicembre del 2010, per reati concernenti gli artt. 416 bis e 73 e 74 del D.P.R. 309/90. Il 18 gennaio 2011 ho impugnato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla D.D.A. di Catanzaro e il Tribunale del Riesame mi ha annullato l’ordinanza per il reato di cui all’art. 416 bis, che è l’unico dei reati per i quali è previsto l’allontanamento dal luogo di residenza.

Il 24 gennaio 2011, come le dicevo, sono stato tradotto a Frosinone. In questo carcere ho trovato una situazione inumana. Il carcere è sovraffollato, e non ci sono posti per i detenuti considerati Alta Sicurezza. Anche se, essendo venuto meno il 416 bis, io dovrei essere detenuto in un circuito di  media sicurrezza.. e invece sono costretto a vivere in una situazione mista tra detenuti comuni e Alta Sicurezza, con limitazione di docce e servizi generali.

Ho subito umiliazioni, quali avere dormito senza il materasso, per alcuni giorni. Il cuscino non lo possiedo. Ad oggi, che sono già 5 mesi dal mio arrivo, non mi è concesso di telefonare alla mia famiglia per più di due volte al mese, pur in presenza di autorizzazione del G.I.P… e tanti altri abusi che non sto qui a descrivere.

La mia situazione di salute è molto peggiorata. Soffro di disfunzioni cardiache, e non mi è stato ancora permesso di avere una visita cardiologica. Mi sono ammalato di depressione e ho continue crisi di claustrofobia e.. malgrado la diagnosi di due diversi psichiatri… l’unica soluzione proposta sono stati gli psicofarmaci che non ho mai utilizzato nella mia vita, e non ho intenzione di utilizzare adesso, perchè l’unica ragione della mia depressione è la lontananza dalla mia famiglia, che è composta da mia moglie mio figlio, che sono le uniche persone in vita a me congiunte, poichè sono orfano e figlio unico.. e, per i motivi che le citavo prima, non possono venire a fare colloquio a Frosinone.

Ho chiesto più volte di essere trasferito in un carcere vicino alla mia famiglia, perchè così sto impazzendo e mi sto spegnendo giorno dopo giorno.

Le premetto che nel carcere di Bologna, dove sono stato condotto al momento del mio arresto, ho sempre avuto un comportamento irreprensibile. Li ho conosciuto Giovanni Lentini che è una persona meravigliosa, con la quale ho condiviso momenti bui e momenti di allegria, e scrivo a lei, perchè Gianni di lei ha molta stima, e mi ha scritto di rivolgermi a chi, come lei, accoglie le nostre “Urla dal Silenzio”.

Con rispetto le porgo i miei saluti, nella speranza di ricevere una sua corrispondenza, che mii dia anche un suggerimento.

Francesco Galdi

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