Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “ergastolani”

Fiabe scritte da ergastolani… il libro di Grazia Paletta

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Conosco Grazia da qualche anno. 

Ricordo quando su facebook mi imbattei in una persona che aveva male ad una gamba, e che aveva una grandissima voglia di dare, dare, dare.

La sua voglia di dare, di fare qualcosa per chi si trovava in difficoltà. per chi viveva una vita ostacolata era così grande, che gli proposi di scrivere ad alcuni detenuti.

Da questa miccia, Grazia ha fatto divampare un incendio. Il suo incendio. 

Negli anni le sue corrispondenze sono pericolosamente aumentate, tanto da incombere sulla sua scrivania e costringerla a divorare la carta per rispondere.

E’ entrata nella nostra Associazione, fino a diventare uno dei membri più importanti.

Sta portando avanti due progetti all’interno di due diverse carceri. Uno a Marassi, a Genova. E uno nel carcere di Voghera.

E, per più di un anno, ha lavorato su una idea bellissima. Realizzare un libro di fiabe di ergastolani. Qualcuno avrà considerato un po’ stramba la sua idea. Io l’ho considerata splendida fin da subito. Con pazienza Grazia si è interfacciata coi suoi amici ergastolani, ha raccolto diciassette favole. Ha inserito dei disegni; alcuni dei quali fatti dagli stessi ergastolani coinvolti, e altri fatti da ragazzi studenti. Una volta completato il libro, ha resistito alle pressioni di chi le diceva che era un libro troppo lungo, e che avrebbe dovuto dividerlo in due libri, da fare uscire nel corso del tempo. Non ha neanceh ascoltato chi le diceva che erano fiabe troppo lunghe e doveva farsene di inviare di più piccole, “perché se no l’attenzione media del lettore bla bla bla”. Grazia ha creduto nella sua idea di libro, senza farsi sviare. E ha fatto benissimo. Perché questo libro è splendido proprio perché fatto secondo quella che era la visione di Grazia. Un libro ricco, armonioso, fanciullesco, etico. Il titolo del libro è “Sono Giovanni e cammino sotto il sole”, edito da Loquendo Editrice. (http://www.loquendoeditrice.it/catalogo/i-nostri-libri/loquendo-passi/sono-giovanni-e-cammino-sotto-il-sole-detail).

Questo libro, realizzarlo, le è costato tanta fatica. Ma era il suo dono (tra l’altro non acquisirà i diritti di autore, ma li devolverà all’associazione) alla causa di tutti i detenuti.

E’ un vero piacere ed onore conoscerti Grazia.

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Lettera dei detenuti di Carinola all’Unione Camere Penali

Rap.

Pubblico oggi questa lettera firmata da TUTTI i detenuti del carcere di Carinola e inviata all’Unione delle Camere Penali.

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UNIONE CAMERE PENALI

P.C. Garante Diritti Detenuti Campania Dott.ssa A. Tocco

Avere letto sui giornali dello sciopero della camera penale di S.M. Capua Vetere ci fa ben sperare che la classe forense si sia resa conto che è arrivato il momento di adoperarsi per far sì che la detenzione, possa diventare meno avvilente e meno offensiva della dignità delle persone detenute, sarebbe ora che si adoperasse per far cessare la tortura legalizzata all’interno delle carceri campane.

Il termine tortura legalizzata è un ossimoro. La tortura non può essere mai legalizzata, né volontariamente inflitta. La tortura di cui parliamo è quella che nasce da quelle pratiche che portano ognuno a compiere la sua parte di dovere funzionale, il cui esito finale sfugge al singolo, ma nell’insieme realizza un travalicamento dei limiti del dovere.

Un modo di operare che realizza non lo Stato di Diritto, non il giusto governo della legge e della regola penitenziaria, ma lo stato di arbitrio, che permette di usare le leggi sempre contro, allo scopo di togliere sempre un pezzo di libertà e di dignità in più, non solo alle persone detenute, ma anche a quegli operatori che credono, prima di tutto e soprattutto nella legge, prima fra tutte la Costituzione.

In un sistema dove l’autorità non si conquista con la capacità di educare le proprie pulsioni prevaricatrici, ma da quelle spinte che tendono a sopraffare l’altro. Questo modo di operare oggi è diventato la normalità, che si è trasformata in normativa, che a sua volta si è fatta regola, una regola non sempre frutto di volontà persecutorie, ma sempre, tuttavia, dettata dal desiderio di dimostrare un’onnipotenza che fa gonfiare il petto di soddisfazione anche nel negare il giusto, il dovuto e persino ciò che sarebbe imposto dalla legge.

Tutto questo rappresenta, soprattutto per gli ergastolani, il fallimento dello Stato di Diritto e della stessa democrazia, perché un Paese che vuol definirsi civile deve condannare chiunque commette un reato, ma non può applicare una pena che diventi capitale, attraverso l’ostatività ai benefici penitenziari nei confronti di alcune categorie di autori di reati.

Uno Stato che, in base al reato d’autore di nazista memoria, nega i principi di Giustizia che si è dato, fa diventare gli ergastolani stranieri alle leggi e a se stessi e questo non consente loro di sfuggire alla stretta schiacciante di una detenzione disumana, capace di fare apparire la vita peggiore della morte.

Esimi avvocati, sapete bene che l’ergastolo, alle condizioni in cui si sconta oggi, soprattutto negli istituti campani, è una oltraggiosa violenza che fa diventare il suicidio non più una questione di scelta ma di necessità, in quanto resta l’unica risposta possibile per liberare se stessi e i propri affetti da una pena che non finirà mai.

Quando qualcuno di noi si lega un cappio al collo, non lo fa perché affetto da una turba psichica che ne segue l’inesorabile sorte. Noi, come i condannati a morte, lo facciamo quando veniamo dati in pasto ad un potere tutto umano che ha perso ogni senso di umanità, che, senza giustificazioni, ci allontana dal bene più prezioso di cui disponiamo, la famiglia, che rappresenta l’unico vero antidoto con i suicidi, per spingerci nel tunnel di una disperazione che uccide in noi la speranza e la volontà di vivere.

Un potere tutto umano che ha perso ogni senso dei doveri e indifferente ai valori giuridici che ci costringe a pagare le nostre colpe, ma è ben lontano dall’assolvere nel rispetto del senso di umanità e della funzione rieducativa della pena, principi previsti dalla Costituzione, infatti se non si collabora con la giustizia, oggi si è ritenuti per definizione pericolosi anche dopo 30/40 anni di detenzione e le istanze per l’ottenimento delle misure alternative vengono dichiarate tutte inammissibili.

Ritenere la delazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento, significa essere andati oltre l’inaccettabile dialettica tra norma e stato di eccezione, siamo di fronte all’obbedienza a qualcosa di illegale ed illogico, utile soltanto a consentire il potere discrezionale di negare, in alcuni distretti giudiziari, e tra questi quelli campani, quel po’ che consentono le norme in vigore e che in altri distretti rappresenta la regola.

E’ su questi aspetti che la classe forense, soprattutto campana, dovrebbe prendere una seria posizione, per porsi come argine a quelle prassi e interpretazioni che, nel negare tutto, oltraggiano i principi costituzionali sulla funzione rieducativa della pena e sui diritti irrinunciabili e inalienabili di tutti i condannati, in quanto persone.

Recentemente il Presidente della Repubblica ha usato parole veramente forti sullo stato della giustizia e delle carceri nel nostro Paese, il ministro della Giustizia, all’apertura dell’anno giudiziario, ha affermato che: “il carcere è una tortura più di quanto sia la detenzione che deve portare alla rieducazione”.

Da tempo parole simili avremmo voluto sentirle pronunziare, con la forza necessaria, a Voi avvocati, che sapete bene quanto le prassi adottate nei tribunali di sorveglianza e all’interno delle carceri si discostano dalla legge scritta.

La nostra speranza è che vi rendiate conto che il vostro silenzio è diventato assordante, non foss’altro in difesa del vostro uolo, anche perché abbiamo un apparato normativo che, se correttamente applicato, consentirebbe di concepire il carcere come luogo penoso sì, però pieno di garanzie di diritti.

Esimi avvocati, se non ora, quando vi riapproprierete della dignità del vostro ruolo?

GLI ERGASTOLANI IN LOTTA PER LA VITA DI CARINOLA

La legge violata da chi dovrebbe rispettarla… un testo di Alfredo Sole

canIl nostro Alfredo Sole -detenuto ad Opera- ci ha inviato questo testo (già apparso sulla rivista “Una Città” di novembre, nell’ambito della rubrica “lettere ostative”), su quella che è ormai una.. violazione della legge.. che l’amministrazione penitenziaria sta portando avanti in tutta Italia. Ovvero la prassi  di mettere due ergastolani in una stessa cella, in violazione dell’art. 22 del codice penale.

La prospettiva di rischiare di passare quanto resta della propria vita in carcere, è già una prospettiva tremenda. Almeno uno spazio di “intangibilità”, un piccolo recinto di solitudine, di “libertà” deve esserci. E questo fa comprendere quanto non solo è illegale la pratica di mettere due ergastolani nella stessa cella, ma è anche immorale. 

Prima di lasciarvi alla lettera di Alfredo Sole, cito un passaggio..

“Per detenuti abituati a stare da soli in cella da non meno di 20 anni quello spazio, seppure angustio e spesso umiliante, è diventato l’unico mondo vivibile e irrinunciabile. Sarebbe non solo un oltraggio alla dignità del detenuto, ma da criminali violare una legge per convenienza, incuranti del male che verrebbe inflitto”.

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Una legge va sempre rispettata oppure si rispetta solo quando fa comodo?

Quando a Socrate proposero la fuga dopo avere già corrotto il carceriere, lui scelse di non scampare e bevve la cicuta. Perché lo fece? Aveva la possibilità di rimediare all’errore degli esseri umani che lo condannarono a morte attraverso la giustizia e le sue leggi. Ma non lo fece, preferì morire. Subito dopo la sua esecuzione i Greci si resero conto di avere commesso il più grave errore della storia umana. Se Socrate fosse fuggito, i Greci avrebbero capito lo stesso che era stato un errore condannarlo? Forse sì, oppure no, possiamo dirlo con certezza.

Socrate scelse di morire, non per far sentire in colpa le sue genti, ma per non andare contro quelle leggi che tanto amava. Fuggendo avrebbe messo in discussione quelle stesse leggi che un popolo si dà e che per questo, anche se a volte sono scomode, vanno rispettate, e non soltanto quando fanno comodo. Le leggi stesse potrebbero presentarsi davanti a lui e rimproverarlo di ribellarsi a un’autorità dello Stato, accettata del resto nel corso della sua vita. Non è il caso di riportare qui il bellissimo dialogo tra Socrate e Critone, il discepolo che gli propone la fuga, anche se sarebbe molto costruttivo. Il succo di questo lungo e straordinario dialogo fra il maestro e il suo discepolo è che comunque una legge va rispettata sempre. Non farlo, lo stesso concetto di legge, di giustizia, di civiltà perderebbe di senso.

L’articolo 22 del codice penale italiano è una norma di legge che regola il modo in cui un ergastolano deve rispettare la sua pena. Quando i magistrati di sorveglianza sono chiamati a fare rispettare tale legge, scrivono: “L’art. 22 c.p. è una norma di legge tassativa che non prevede forme di deroga da parte dell’amministrazione penitenziaria”. Quella “norma di legge tassativa” ha un significato abbastanza chiaro. Non c’è pericolo di fraintenderla o addirittura di non comprenderla, a meno di essere cerebrolesi. Ma, ogni volta che in carceri diverse sorge lo stesso problema, l’amministrazione penitenziaria fa di tutto per eludere una precisa legge. Qui, nel carcere di Milano Opera, fino ad oggi, almeno per quella fascia di detenuti considerati pericolosi, l’articolo 22 del codice penale è stato rispettato. Fino a quando qualche benpensante non ha deciso che, tutto sommato, basterà ammassare i detenuti dell’AS1 in un’unica sezione, ed ecco che per magia, come un prestigiatore che tira fuori un coniglio dal cilindro, ricava 50 posti letto, non curante che per questo gioco di prestigio dovrà infrangere una norma tassativa.

Nelle prossime settimane tutto il nostro padiglione dovrà spostarsi in un altro padiglione, e quelli che sono lì, i cosiddetti “comuni”, passeranno nel nostro. In questo passaggi l’amministrazione penitenziaria, che sia quella locale o nazionale, vorrebbe guadagnarci 50 posti in più, accatastando gli ergastolani tutti in un’unica sezione, messi di conseguenza in due per cella, violando l’art. 22, appunto, che obbliga all’isolamento notturno. In più, in due in una cella passata per una sola persona, dove lo spazio non è certo uno dei pregi… Tanto per fare un esempio, il bagno è così piccolo che per piegarti in avanti e lavarti il viso sul lavandino devi aprire la porta alle tue spalle, altrimenti non puoi piegarti. Questo è il quadro. Avete presente i box delle scuderie? Dove si vedono tutte quelle teste di cavalli messi in fila che escono fuori dalla porta… Beh, quella di certo è una bella vista.. la differenza è che a loro dai box escono fuori le teste, mentre se si passa di mattino nei corridoi delle sezioni, mentre tutti si stanno lavando la faccia nel lavandino, si vede che a noi fuori dalla porta del bagno-box escono i culi. Queste celle sono già abbastanza umilianti per una sola persona, pensate come potrebbero essere se abitate da due. Messa un’altra branda rimarrebbe dalla finestra alla porta del bagno un corridoio non più largo di 60 centimetri, e uno “spiazzo” di due metri per un metro davanti al cancello. Due persone non potranno stare contemporaneamente all’impiedi.

Per detenuti abituati a stare da soli in cella da non meno di 20 anni quello spazio, seppure angustio e spesso umiliante, è diventato l’unico mondo vivibile e irrinunciabile. Sarebbe non solo un oltraggio alla dignità del detenuto, ma da criminali violare una legge per convenienza, incuranti del male che verrebbe inflitto.

Gli esseri umani hanno uno “spazio vitale” personale, intimo, che non può essere  violato se non con il proprio consenso. Pensate all’abbraccio fra due persone, ciascuno viola lo spazio dell’altro (lo spazio vitale), ma con reciproco consenso. A volte questo spazio viene violato con tacito consenso, come quando ad esempio si sale su un pullman affollato, ma è tolleranza che si sa destinata a durare poco. Ma se quello stesso spazio vitale venisse violato… non so, mentre siete fermi ad aspettare lo stesso pullman, verrebbe percepito come aggressione alla persona.

Ancora un motivo del perché non si debba violare una norma di legge tassativa. La detenzione non è una vacanza, è la soppressione sistematica dell’individuo in quanto uomo, l’allontanamento da una società democratica per un regime più o meno totalitario. Spesso si è costretti a sottostare a regolamenti che non lasciano spazio a una logica che li possa giustificare. Di conseguenza il detenuto è costretto a subire il carcere e non “viverlo” in conformità con quelle stesse leggi che regolano la carcerazione.

E’ già difficile vivere in queste condizioni per quei detenuti che tutto sommato hanno un fine pena e possono concentrare tutta la loro forza di sopravvivenza nell’attesa che la pena giunga a termine. Un ergastolano non ha una scadenza pena, non ha un punto fermo nel tempo e nello spazio da cui trarre forza per sopravvivere. E’ costretto a cercarsi un mondo fittizio, tutto suo e lo fa all’ombra della sua solitudine.

Nel momento in cui questo mondo viene violato con la forza introducendo un altro detenuto nel suo spazio vitale, crolla quel mondo che, seppur fittizio, fatto di illusioni, di false speranze, con l’unica realtà di una privacy inviolabile, e unica fonte di forza per sopravvivere ad una pena che non ha fine.

Più di venti anni di solitudine non possono essere cancellati con un colpo da prestigiatori.

Se oggi non siamo disposti a spartire quel poco spazio in cui viviamo, non è per un “capriccio” dell’ergastolano. Il nostro isolamento è stato imposto dalle leggi italiane. In 20, 25, 30 anni di carcere siamo sempre stati giudicati così pericolosi da non poter condividere con un altro essere umano, ma solo con i propri fantasmi. Credetemi, io e i miei fantasmi siamo già troppi. Una cella davvero affollata.

Non c’è e non debbono esserci convenienze, una legge, in quanto tale, va sempre rispettata. Se accettassi di scontare la mia pena all’ergastolo in una cella doppia, sarei complice di chi viola l’art. 22 cp. E io non ho intenzione di violare una legge che per 23 anni ha fatto comodo a chi me l’ha imposta e che adesso, sempre per comodità, vorrebbe violarla.

Alfredo Sole

Carcere di Opera

Ottobre 2013

Abele e Caino contro la “Pena di Morte Viva”

Ergastolo

Gli uomini ombra (ergastolani ostativi) si uniscono ai radicali per promuovere il referendum per l’abolizione dell’ergastolo.

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I radicali, a venticinque anni dalla morte e a trenta dall’arresto di Enzo Tortora, ci riprovano e il “Comitato Promotore del Referendum” presieduto da Marco Pannella ha depositato presso la Corte di Cassazione una serie di quesiti referendari per una “Giustizia Giusta”, fra cui l’abolizione dell’ergastolo.

Da alcuni anni è nato tra gli uomini ombra (gli ergastolani ostativi, come si chiamano tra loro) un vero e proprio movimento, spontaneo e autonomo, che lotta per l’abolizione della “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo l’ergastolo ostativo, che ti vieta qualsiasi possibilità di liberazione se non collabori, mettendo un altro in cella al posto tuo).

E in questa battaglia di civiltà e di diritto gli uomini ombra e i radicali lotteranno insieme.

Ecco alcune dichiarazioni di Carmelo Musumeci, uno degli uomini ombra che da anni combatte per fare conoscere in Italia (patria del diritto romano e della cristianità), la “Pena di Morte Viva”:

Imprigionare una persona per sempre è come toglierle tutto e non lasciarle niente, solo la sofferenza e la disperazione, perché con l’ergastolo la vita diventa una malattia. La “Pena di Morte Viva” supera i limiti della ragione e fa diventare gli uomini esclusivamente corpi parlanti. L’ergastolano non può guardare in faccia il futuro. Può solo guardare il tempo che va via. Per questo molti di noi, se potessero scegliere, preferirebbero morire subito, adesso, in questo momento, piuttosto che nel modo orribile, progressivamente e infinitamente spaventoso, di morire un po’ tutti i giorni.

Gli ergastolani più fortunati riescono ancora a sognare: i nostri sogni sono le uniche certezze della nostra vita e spesso sogniamo di riuscire ad avere un fine pena. Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma non ci fermiamo solo qui. Siamo anche per la certezza della fine della pena, per avere un calendario in cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano.

Molti di noi non sanno più chi sono, dove sono, né dove stanno andando: non abbiamo nessun domani, solo un passato che non passa  corriamo verso la morte. Aiutateci a fermarmi. Aboliamo l’ergastolo. Fate vivere anche noi.

Per questo chiediamo a tutti i famigliari, amici, parenti degli ergastolani, ma anche, e soprattutto, a tutti i cittadini che vogliono vivere in un Paese civile, di firmare per promuovere il Referendum sull’abrogazione dell’ergastolo ostativo e tutti gli altri referendum radicali per una Giustizia Giusta.

FIRMA I REFERENDUM

PRESSO LE SEGRETERIE E GLI UFFICI ELETTORALI DEL TUO COMUNE.

http://www.referendumgiustiziagiusta.it/

I REFERENDUM SI POSSONO FIRMARE PRESSO LE SEGRETERIE E GLI UFFICI ELETTORALI DI TUTTI GLI OLTRE 8000 COMUNI D’ITALIA. 

INFORMATI PRESSO IL COMUNE SUGLI ORARI E IL LUOGO PRECISO.

SE HAI PROBLEMI SEGNALACELI SUBITO A

info@referendumgiustiziagiusta.it

Rita Bernardini, Marco Pannella, Sergio D’Elia, e Carmelo Musumeci (ergastolano ostativo).

 

Salvatore Pulvirenti risponde ai commenti

buioss

Pubblico oggi la risposta ai commenti che sono giunti alla lettera di Salvatore Pulvirenti che abbiamo pubblicato il 20 settembre (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/09/20/una-prigione-senza-luce-salvatore-pulvirenti-dal-carcere-di-nuoro/).

Salvatore è stato uno di quei detenuti, componenti della sezione A.S.1 di Spoleto che, dopo lo smantellamento della sezioni, sono stati sballottati come tanti pacchi postali in mezza Italia. Lui fu tra quelli che finirono nel carcere di Badu e Carros a Nuoro. Un ergastolano che – come è previsto dalla legge- era in cella singola a Spoleto ed era arrivato a conseguire, con tanti sacrifici, il diploma è stato di colpo “spogliato” di tutto il suo percorso, mandato in una destinazione lontanissima, e messo in cella con quattro ergastolani.

Lui chiamò la sua sezione “una prigione senza luce”. Voglio citare questo passaggio tratto dalla lettera di cui prima ho indicato il link.:

“Ho definito questa sezione: prigione senza luce. Sono messo nel piano terra, una sezione aperta da poco. Dalla finestra c’è un muro alto 15 metri. I passeggi sono piccoli e i muri alti.”

Ed è dalla “prigione senza luce” che Salvatore ha inviato questo suo breve ma intenso messaggio di risposta a coloro che avevano commentato la sua lettera.

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Rispondo dal “carcere senza luce” di Nuoro a Pina, Alessandra Lucini, Francy, Maria Chiara. Care amiche de Blog scrivo e rispondo con un po’ di ritardo. Volevo ringraziarvi per il sostegno morale che mi avete dato scrivendomi. So che per voi è difficile capire la realtà carceraria, ma purtroppo è così. Io credo che con i detenuti che scrivono e ingiustizie subite in carcere e l’aiuto che viene da voi amiche e amici de Blog, col tempo qualcosa potrebbe cambiare nel senso positivo. Ma ci vorrà del tempo affinché questo possa avvenire. Secondo un mio pensiero sarebbe giusto e doveroso sforzarci tutti, in modo che i nostro e vostro futuro sia migliore.

Vi ringrazio nuovamente e vi esprimo i più sinceri auguri di buone feste, da parte di Pulvirenti Salvatore.

Giovanni Mafrica… continua a Parma la violazione dei diritti dei detenuti

Giovanni Mafrica è uno dei diciotto ergastolani, che, a partire dalla fine di luglio sono stati sballottati come pacchi postali in mezza Italia, in seguito allo smantellamento della sezione Alta Sicurezza 1 di Spoleto.

Coloro che hanno avuto la sorte peggiore, sono quelli finiti nel grigio carcere dormitorio di Badu e Carros in Sardegna e nel famigerato carcere di Parma, su ormai esiste praticamente una letteratura di testimonianze, documentazioni, interventi esterni, che gli permettono di fregiarsi dello squallido primato di esssere uno dei peggiori carceri d’Italia. E va dato atto della coerenza… nel mantenere, nel corso degli anni, l’appartenenza nella lista dei peggiori.

Giovanni Mafrica fin dall’arrivo nel carcere di Parma, si è trovato bruscamente regredito nella prosecuizione del trattamento, ed ostacolato nella sua concreta dinamica esistenziale.

In lettera del 17 agosto segnalava come veniva bruscamente troncato il suo cammino scolastico, e reso inefficace il suo diritto allo studio, non essendoci a Parma alcun corso scolastico (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/08/17/da-giovanni-mafrica-trasferito-nel-carcere-di-parma/).

In lettera del 3 ottobre chiedeva che fosse garantito il suo diritto alla salute, permettendogli di fare una visita medica di cui aveva bisogno (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/03/ricorso-di-giovanni-mafrica-al-magistrato-di-sorveglianza/).

Nel post pubblicato da Nadia il 22 ottobre era fatto presente come Giovanni fosse stato messo in isolamento perché rifiutava la cella a due, in quanto detenuto ergastolano, e i detenuti ergastolani.. per chi non lo sapesse.. hanno diritto alla cella singola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/10/22/salviamo-giovanni-mafrica-dallassassino-dei-sogni-di-parma/).

Oggi pubblichiamo parte della sua ultima lettera giuntaci, seguita da una istanza al Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Regione Emilia Romagna (e per conoscenza ad altri soggetti) dove chiede il rispetto del suo diritto, in quanto ergastolano, alla cella singola.

Nella lettera che pubblichiamo prima dell’istanza, veniamo a conoscenza del fatto che, dal 3 ottobre, Giovanni Mafrica è sottoposto a continue misure di isolamento. E che, anche per questo, aveva fatto dieci giorni di sciopero della fame e di sospensione della terapia.

Giovanni Mafrica viene punito… questo deve essere chiaro.. e sottoposto a misure di continuo isolamento perché sta chiedendo una cosa stabilita dalla legge.. ovvero il diritto per gli ergastolani alla cella singola. L’art. 22 del c.p. stabilisce l’isolamento diurno per i detenuti ergastolani.

La cella singola per gli ergastolani ha anche un evidente fondamento morale. Una pena estrema, come quella che può durare un’esistenza o comunque, tanti anni, per la sua estrema durezza, deve essere accompagnata da quel minimo di “respiro” rappresentato dal potere almeno avere uno spazio esistenziale più idoneo, con una stanza singola, maggiore libertà di azione quindi, momenti per stare in silenzio, per avere uno spazio vitale un po’ più decente.

Giovanni Mafrica sta solo reclamando un diritto e conducendo una battaglia per la legalità.

Ha il nostro sostegno, e ci attiveremo per contribuire alla sua battaglia.

Di seguito lo stralcio della sua lettera e la sua istanza.

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Parma 17.10.12

Caro Alfredo (..) Qui è un casino.

Ti informo che dal 3 ottobr sono sottoposto a continuo isolamento. Ho fatto 10 giorni di sciopero della fame. Per protestare contro l’ubicatura della mia persona in stanza in 2. Le ragioni le troverai nell’allegata istanza.

Questo è stato voluto, Alfrdo, perché scrivo e lotto per avere riconosciuto ciò che statuisce la Carta Costituzionale, ovvero diritti.

Hanno trovato il cavillo per isolarmi, che schifo!

Ho mandato un telegramma a Nadia per informarla dello sciopero della fame e altro. L’ha ricevuto? Fammi sapere.

Altresì, nello stesso giorno, ne ho fatto uno anche all’onorevole Rita Bernardini. Possibile sapere se l’ha ricevuto?

(…) Gli organi di vigilanza non vigilano. Ma non demordo! Sto scrivendo a tutti. Se puoi chiama il garante dei detenuti della regione Emilia Romagna. Per informarti della situazione. L’ho incontrata il 6 ottobre e le ho spiegato il tutto.

Pensa che l’istanza di trasferimento del 2 agosto, sai quando l’hanno inviata? Il ottobre, sic! Fallo sapere al garante, se la senti. Intervite come associazione? Si configura come abuso d’ufficio un tale ritardo?

Aspetto tue… chiudo così la spedisco oggi.

Un caro abbraccio.. a presto..

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Al provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria Emilia Romagna- dott. Piero Buffa

e p. c.

al Presisdente della Repubblica,

al Ministro della Giustizia,

al Magistrato di Soverglianza di Reggio Emilia,

all’onorevole Rita Bernardini,

Al Garante dei diritti del detenuto- regione Emilia Romagna- avv. Desi Bruno,

Al’Ufficio educatori,

Il sottoscritto Giovanni Mafica, ristretto presso il reclusorio di Parma, denuncia quanto segue:

Che in data 3 ottobre veniva messo in stato di isolamento preventivo, poiché lo scrivente non acconsentiva ad ubicarsi in stanza in 2. Per questo fa presente al suo ufficio che lo scrivente ha intrapreso lo sciopero della fame e il rifiuto della terapia. Forma di proteta pacifica. In quanto la Direzione vuole imporgli l’ubicazione in stanza a 2, non tendendo conto che lo scrivente, essendo ergastolano, deve essere ubicato in stanza singola, applicando l’isolamento notturno contenuto nell’art. 22 Codice Penale. Per altro norma di elgge tassativa, che non prevede forme di deroga da parte dell’Amministrazione Penitenziaria.

Che la stanza in 2 persone non rispetto il metraggio statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Altresì, fa presente che la detta stanza ha il bagno piccolisimo, senza finestra per dare aria e non consente alcuna privacy, tenuto conto che bisogna lavarsi, farsi la barba, con la prota aperta. Diversamente, per la ristrettezza delo stesso bagno, tale porta non si chiude o, nel caso in cui si chiudesse, sarebbe praticamente impossibile rispettare quanto appena detto nel pieno rispetto della dignità del singolo.

Ritenuto che ciò lede i diritti primari della persona,

CHIEDE:

Alla S.V. di volere intervenire affinché allo scrivente non vengano riservati trattamenti non conformi ai parametri, sia dell’Ordinamento Penitenziario, sia della Costituzione.
Ciò perché, il detenuto, in qualità di inividuo e cittadino, gode di diritti inalienabili e imprescindibil, ed ogni forma di ingerenza o sopruso è indegna ed immorale, oltre che contraria alle leggi della Repubblica.

Fiducioo in un  suo diretto intervento le invio doverosi saluti.

Parma 04.10.2012

In fede,

Giovanni Mafrica

Detenuti di Padova offrono lavoro gratuito

Questa è una grande idea.

Ho sempre pensato che qualcosa del genere era da proporre. E credo che già in qualche altro carcere qualcuno abbia avuto idee del genere.

I detenuti dell’Alta Sicurezza 1 di Padova offrono gratuitamente il loro lavoro alla collettività di Padova. Per qualunque esigenza sociale; che sia coltivare la terra, aiutare gli anziani, dare una mano agli ammalati, pulire i parchi, e qualunque altra esigenza sociale possa esservi.

Non è questo un modo intelligente e costruttivo di fare scontare (parte) della pena? Un modo che dà a queste persone un senso di autostima, di dignità, la consapevolezza di potere essere utili, e di come l’azione sociale arricchisca il proprio essere. Ed un modo che da’ alla collettività una utilità concretamente percepibile, specie in questi tempi di smobilitazione sociale.

Non è meglio che lasciare queste persone parcheggiate in questi grandi dormitori carcerari, nell’ozio e nell’impotenza.. per anni, decenni, a volte per intere vite?

Sosteniamo proposte di questo genere, possono contribuire ad aprire una breccia nel cemento.

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“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia” (William Shakespeare)

Forse molti non sanno che nell’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamiamo noi) di Padova ci sono 28 uomini in un regime giuridico chiamato AS1. Di cui 20 Uomini Ombra (gli ergastolani come li chiamiamo noi), alcuni ininterrottamente da circa venti e trent’anni in carcere, chiusi, emarginati, ghettizzati in un carcere dentro un altro carcere con il divieto di svolgere qualsiasi attività di relazione, lavorativa e creativa fuori dalla propria sezione.

Gironi fa avevamo letto un interessante articolo dal titolo: “Brasile: in carcere pedala per accorciare la pena. ‘ Per i detenuti, ogni tre giorni di pedalate la pena si riduce di un giorno. Per produrre energia elettrica, che viene immagazzinata in batterie e poi utilizzata di sera per illuminare la passeggiata lungo il fiume di Santa Rita do Sepucai, zona finora al buio, abbandonata”. (fonte: Euronews).

A differenza dei detenuti brasiliani, non non vogliamo nessuno sconto di pena, anche perché molti di noni non hanno nessun fine pena e non hanno nessun calendario in cella perché gli ergastolani ostativi sono condannati a morire in carcere.

Dalla lettura di questo articolo però abbiamo pensato: a che serve per la società tenerci murati vivi, senza fare nulla, dal mattino alla sera, dalla sera al mattino, per mesi, per anni, e per secoli? La vita media si sta allungando ed insieme alla vita, purtroppo, si sta allungando anche la nostra pena.

Abbiamo pure pensato: possibile che i “buoni” che chiedono giustizia, ma che in realtà vogliono vendetta sono così sciocchi che preferiscono tenerci murati vivi senza fare nulla, piuttosto di metterci nelle condizioni di essere utili per la comunità, per produrre energia umana per ripagare il male che abbiamo fatto?

E ai detenuti più cattivi e colpevoli per sempre c’è venuta l’idea di offrire attività di volontariato ai cittadini di Padova.

Ne abbiamo parlato con il cappellano del carcere di Padova, Don Marco (Pozza):

Padre, veda fuori chi ha bisogno di coltivare un campo, pulire un giardino, pitturare una stanza, assistere un ammalato. Ne parli con la Magistratura di Sorveglianza di Padova e, accompagnati da lei, ci porti fuori ad accudire i cittadini più poveri ed ammalati di Padova. La Repubblica Italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell’attività di volontariato come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo e ne promuove lo sviluppo.

E lui è rimasto entusiasta dell’idea e s’è reso disponibile ad interloquire con la Magistratura di Sorveglianza, con i cittadini di Padova e con le istituzioni locali.

Abbiamo scritto anche alla Comunità dei frati di Sant’Antonio, per aiutarci a realizzare e concretizzare il nostro progetto di ripagare il male facendo del bene e non come fa lo Stato con noi, che ripaga il male con altro male.

E adesso aspetteremo che qualcuno dei buoni, al di là del muro di cinta, si impegni a promuovere ed organizzare un programma di attività di volontariato da parte dei detenuti A.S.1 in favore dei cittadini di Padova.

Molti di noi pensano che aspetteranno invano, perché non credono ai miracoli, ma anche quelli che non ci credono ci sperano.

Un sorriso tra le sbarre.

I detenuti ed ergastolani del regime/circuito A.S.1 di Padova.

Settembre 2012

La diversità è una ricchezza… di Domenico D’Andrea

Un testo di Domenico D’andrea, detenuto a Padova, uno dei nuovi amici che quest’anno sono apparsi sul Blog. Domenico si è dedicato allo studio e alla conoscenza con una dedizione disumana, arrivando a “raccogliere” due lauree e due master, cosa credo sia un record europeo. Crede tantissimo nella riconciliazione e nel rapporto umano, e costruisce velieri, magnifici, fatti a mano in ogni loro elemento,e per chi volesse o regalare qualcosa di vera qualità e aiutare anche un detenuto che combatte da anni contro le ristrettezze economiche può ordinargliene uno (per saperne di più sui suoi velieri vai al link.. ).

Domenico scrive anche dannatamente bene, e ve ne accorgerete da un testo come quello che pubblico oggi, scritto in occasione dell’iniziativa “La diversità è una ricchezza”, organizzata dal Comune di Padova.

L’arte, la diversità, i cunicoli di uomini condannati ad un eterno presente, il buio della desolazione, la lotta per il riscatto, arte come  grande madre, i bagliori che dal cuore salgono.

Il testo va da momenti di lucida e tagliente descrizione della deprivazione di certi mondi, come quando Domenico scrive.

“Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. “

E momenti di irruzione, quando la luce prende la parola, come in questo passaggio..

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

“La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.”

Un testo magnifico, assolutamente da leggere.

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Ci sono tanti modi per essere considerati un diverso e di intendere la diversità ma spesso, quando le diversità incontrano gli estremi dell’impossibile, il diverso diventa invisibile e lo si può trovare solo in un “non luogo”, cioè in un luogo dove nessuno osa mai entrare nemmeno con la fantasia. Ma questo “non luogo” abitato da “diversi” esiste. Qualcuno lo chiama braccio della morte, qualcuno lo chiama ergastolo bianco, altri lo chiamano O.P.G. ma sono luoghi non molto distanti dalle vostre case dove vi sono rinchiuse persone destinate a morire perché lo prevede una legge.

Il carcere a vita non è poi così diverso dalla pena capitale, ed uno stato civile non può e non deve manifestare l’aberrante bisogno di infliggere sofferenza legale per esigenze di controllo sociale.

Generalmente la reazione sociale verso chi ha commesso un determinato tipo di crimine è una reazione sociale violenta forse peggiore del crimine commesso che l’ha scatenata.

Questo breve tema vorrei dedicarlo a tutte le persone “diverse” che a causa di una pena aberrante, prevista da una legge di un paese civile, si vedono costrette a morire in carcere, agli ergastolani innocenti, ai condannati alla pena capitale che hanno ucciso senza mai aver voluto uccidere, agli ergastolani che non hanno saputo o voluto barattare con lo stato il proprio ergastolo con quello di altri. Cioè a tutte quelle persone che da “diversi” stanno morendo fisicamente e lentamente per dare soddisfazione e retribuzione alla società.

Gli oltre 1500 ergastolani, gli oltre 2.000 internati che vegetano negli ancora numerosi ospedali psichiatrici giudiziari italiani e le tantissime persone in attesa di una esecuzione capitale hanno il tuo stesso volto, la tua stessa voce, la tua stessa anima ma non avranno mai più la possibilità di vedere un cielo stellato, l’azzurro del mare e gli uccelli del cielo e ciò che li accomuna è che entrambe sanno di dover morire in carcere ed entrambe non sanno quando dovranno morire. L’amico giorno gli servirà per svuotare il corpo, l’amica notte gli servirà per svuotare l’anima e morirà solo quando sarà depauperato di tutto il suo spirito, di tutti i suoi sentimenti e di tutti i suoi averi, ecco perché gli ergastolani solitamente vengono mandati a morire sempre lontani dalla propria casa, dalla propria famiglia e dai propri affetti.

I diversi di cui vi parlo hanno una percezione del tempo distorta, sono condannati a vivere il tempo che passa in una maniera contorta e dolorosa finalizzata solo all’attesa della propria morte. Determinando una dimensione ansiogena di disorientamento e di continua inadeguatezza, insieme ad una percezione di perdita di controllo sulla quantificazione dei segmenti temporali e delle corrispondenti quantità ed intensità delle energie erogate dal corpo. Scarsità ed abbondanza di tempo risultano perciò in continua tensione tra loro. Per queste persone il tempo è talmente abbondante, data la rigidità deprimente e depauperante del contesto, da risultare annullato da una totale espropriazione, cosi che la tensione tra scarsità ed abbondanza si stempera e si dissolve in una dimensione tanto rigida quanto rarefatta. Il tempo è talmente riempito da una rigidità, routinaria immodificabile, da essere vissuto come tempo assolutamente invasivo e saturo da non lasciare spazio ad alcuna iniziativa del soggetto. Il tempo che vive questo diverso assorbe ogni dialettica e riduce tutte le configurazioni discorsive ad una sola, e il diverso parla sempre e solo di galera dalla mattina alla sera perché, lo svuotamento del tempo, ha svuotato anche tutte le parole e lo svuotamento del tempo corrisponde con lo svuotamento delle idee e dei discorsi possibili accentuando il disorientamento, l’ansia, la deprivazione, l’avvilimento del sé, il senso di impotenza e di perdita della propria vita.

Per l’ergastolano, per il condannato alla pena capitale e per l’internato nell’ospedale psichiatrico giudiziario la lacerazione percettiva con il tempo esterno appare incommensurabile e irreversibile. La dimensione in cui veniamo proiettati appare collocarci in un “non luogo” assimilabile solo all’inferno dantesco, dove ogni misura appare dissolta e ogni senso del reale definitivamente perduto. Anche questo aspetto temporale rende l’afflittività di queste persone disumana ed abnorme da essere considerata una tortura perenne, centuplicando la perdita di ogni accettabile e ragionevole proporzione tra la pena e il reato commesso.

Una definizione più o meno approssimativa di “tortura” è rappresentata da un tormento psicologico e corporale di varia specie che si infliggeva un tempo ad un accusato o condannato per ottenere una confessione o qualcos’altro che oggi potremmo definire retribuzione.

Il carcere a vita non è  migliore della pena di morte, anzi sotto molti aspetti può considerarsi peggiore poiché una lunga agonia tormentata da una sottile forma di tortura psicofisica anticipa la morte. Tanto è vero che proprio per questo motivo, anche i padri dell’illuminismo, in Francia, aumentarono la pena introducendo la pena di morte nel codice penale del 1791 e fu escluso l’ergastolo poiché giudicato più intollerabile e si previde come sanzione più grave, dopo la morte, la pena di 24 anni.

Il superamento dell’ergastolo e della pena capitale e dell’ internazione negli O.P.G. è anche un atto di civiltà imposto da ragioni di carattere etico-politico. L’ergastolo infatti non è assimilabile ad una pena che potrebbe retribuire la società, ma è una pena qualitativamente diversa, assai più simile alla tortura e alla pena di morte. È una pena capitale anche nel senso della “capitas deminutio” del diritto romano, in quanto è una privazione anche della vita futura e non solo della libertà come dovrebbe essere intesa. È una pena eliminativa che esclude per sempre la persona da ogni forma di società organizzata e umana. È una morte civile che anticipa prima la morte dell’anima e poi la morte del corpo.

Quanto più giovane sarà la persona condannata tanto più lo strazio e il dolore inflitto produrrà i suoi effetti retributivi verso la società. L’ergastolo, la pena capitale e l’internamento in un O.P.G. hanno fame e sete di giovani. Il fatto che non si debba mai più uscire dal carcere, che non si possano fare più cose e gesta normali nel mondo libero, se costituisce evidentemente il punto di forza e insieme il tratto comune per il mantenimento di certe pene, non può costituire di per se sufficiente garanzia di retribuzione e di proporzione della pena rispetto al reato commesso, così come vorrebbe il principio fondante della funzione retributiva della pena. Infatti è evidente come la lunga agonia che precede la morte in carcere sia sostanzialmente tanto più elevata, quanto maggiore è la durata della vita della persona in stato di detenzione. Un giovanissimo che viene condannato alla pena dell’ergastolo retribuisce di più alla società rispetto ad un condannato adulto o anziano che potrebbe retribuire poco perché pochi sono i giorni che gli restano da vivere. È meglio una fine spaventosa inflitta con la pena capitale che uno spavento senza fine inflitto con un ergastolo.

Il carcere a vita e la pena capitale sono esperienze vitali altamente psicotraumatizzanti che possono dar luogo alla slatentizzazione di molteplici forme di patologie mentali e fisiche che spingono la mente del soggetto, spesso, ad ammalarsi di diverse forme di patologie neuropsicologiche e ad impazzire prima con l’eutanasia della mente e dopo con la morte fisica. L’ergastolo può  favorire  la messa in atto di meccanismi psicotici a causa di uno scompenso di un io, già prima fragile, che non riesce a mantenere più il suo precario equilibrio per l’isolamento, per le preoccupazioni legate al fatto che ha commesso, per la paura che l’ambiente può provocare, per la rottura degli abituali legami, per le frustrazioni, per il contatto continuo ed inevitabile con persone insolite e violente, o per altri analoghi fattori psicologici connessi col vivere un esperienza cosi peculiare, quale quella della certezza di dover morire in carcere.

L’abolizione della pena di morte sostituita con la pena dell’ergastolo ha voluto mettere solo a riparo le coscienze del legislatore che non ha più voluto rivestire i panni del boia. “non uccidiamoli più ma lasciamo che si uccidano da soli”. Questo in riferimento a tutta la questione gravissima dei suicidi in carcere.

Innanzi tutto l’essere posti in carcere e vivere nell’ambiente carcerario son già di per sé fattori dotati di alto significato psicotraumatizzante, e pongono chiunque in una condizione vitale particolarmente difficile, dotata di un elevata quantità di stress. Tutti i cinque sensi, di cui un essere umano per natura ne è dotato, non trovano la loro massima espressione. Scattano fattori particolarmente e comprensibilmente disturbanti dovuti dall’isolamento dalla società, dal regime di vita imposto, la lontananza dagli affetti, la paura di perdere tutto ciò che si possiede, l’incertezza della quantità di vita che rimane da vivere e la generale afflittività che questi tipi di pena comportano. Spinta automatica verso il suicidio.

Quindi l’ergastolano, il condannato a morte e l’internato vivono la loro esperienza in un modo non storico poiché il loro tutto si risolve con un “numero” nel loro presente, senza che ne resti una strana frazione del loro vissuto. Siamo persone non più in grado nemmeno di fingere, di non nascondere nulla per apparire in ogni momento “qui ed ora” in un tutto e per tutto come ciò che siamo diventati, quindi non possiamo essere nient’altro che sinceri davanti a ciò che ci aspetta. Mentre l’uomo, l’uomo invece ancora resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato alzando le mani per invocare i migliori diritti per l’umanità, non ascoltando e non guardando però un suo simile che dal patibolo chiede “perché”.

Siamo davvero alle soglie della modernità? La coerenza etica di uno stato di diritto cede spesso di fronte all’utilità materiale dei risultati, non importa a quale prezzo, cioè al prezzo ancora più atroce della vita stessa. L’ergastolo e la pena capitale rappresentano solo uno sfogo necessario ad un incomprimibile ed irrazionale bisogno di vendetta sociale. La pena dell’ergastolo e la pena capitale, in quanto pene che concretizzano una sorta di eliminazione della persona da parte dell’autorità statale, non può che risultare in contrasto con tutti i principi più nobili della nostra costituzione. L’articolo 2 della nostra carta costituzionale riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo. L’articolo 27 sancisce il principio della funzione rieducativa della pena … e per rieducazione non si può non intendere risocializzazione e reinserimento con piena reintegrazione dell’individuo

L’eccesso di giustizia è la peggior forma di ingiustizia. L’esilio che confina l’esistenza nel solo ricordo. Ma anche dall’oblio del “non luogo” nascono dei fiori. La rabbia reagisce, emerge la razionalità e anche il volgo e il mondo scientifico cominciano a credere in buona fede che questi diversi, questi invisibili, non siano più un organismo muto e paralitico o privo di lingua o di mani, solo perché la legge gli ha imposto di tacere e di diventare invisibili cadaveri che camminano. Ma siccome che nessuna legge, per quanto sostenuta dalla sua forza, può contro la natura delle cose, così quest’organismo parla, si muove, partorisce arte e idee a dispetto di tutte le leggi. Questo risveglio si genera per le vie meno note, sempre sotterranee e nascoste. L’arte di noi diversi nasce sulle mura del carcere, sugli orci da bere, sui ferri battuti del letto, sui margini dei libri che ci danno con l’idea di moralizzarci, sui fogli di carta si sviluppano disegni. Sulle tele immacolate si dipingono i quadri. Stuzzicadenti, fiammiferi e vecchie forchette diventano arte, scultura, opera.

Ogni opera artistica compiuta da questi diversi è un crimine non commesso.

Storie raccontate, poesie pensate, graffiti sciorinati, ed ecco che l’arte ideata da un diverso, invisibile e condannato a morte, prende forma con le voci di una realtà senza tempo e senza spazio. Sempre pericolosamente affacciati sul baratro di una decadenza fatta di atrofizzazione di ogni elemento creativo e di rinuncia al futuro. Ossia, in ultima istanza, di un fecondo ritorno alla vita stessa identificata con l’agire nell’arte in uno stato di incosciente oblio.

I diversi di cui vi racconto non sanno più cosa sia l’ieri, cosa sia l’oggi e così dall’alba al tramonto, di giorno aspettando la notte e di notte aspettando il giorno che viene, di giorno in giorno, legato brevemente con il suo doloroso piacere di vivere un altro giorno di più, aggrappato allo spinoso istante che giunge e lo travolge. È in quell’istante che questo diverso invisibile esprime se stesso. Sguardo fisso, espressione assente, mille pensieri tormentano il cervello alla ricerca di una via d’uscita, uno sbocco che dia finalmente pace ai deliri di idee che affollano la mente. Quello che si avverte è la presenza di un energia dirompente, pronta ad esplodere, un senso di inquietudine, di angoscia, frustrazione, rabbia. Il bisogno di qualcosa che non si riesce a soddisfare. Un esigenza che diventa quasi incontrollabile e solo la scarica di questa energia può impedire di impazzire.

I sensi si acuiscono e ogni piccola emozione è amplificata al massimo. La percezione del  corpo è ovattata e i confini dello stesso si espandono. Ma ecco che la visione si fa sempre più nitida e il frastuono iniziale si trasforma in quella che potrei definire “un’illuminazione”. Il progetto è chiaro, basta un occhiata alla tela bianca che  si ha di fronte per riconoscere i propri desideri.

Come in uno stato di trance, si muove il pennello sferrando un colpo deciso su quel rettangolo immacolato, violandone la sua purezza, e un altro ancora e ancora e ancora alla ricerca di quella forma perfetta tanto desiderata. Una rapida successione di colpi, quasi volesse penetrare il quadro per scoprirne l’essenza, in modo tale da compiere il viaggio  all’interno di se stessi, alla ricerca della nostra  vera natura. Quando l’opera d’arte di un diverso è compiuta avviene la compensazione.

All’improvviso la carica si affievolisce lasciando spazio alla quiete, alla tranquillità, donando uno stato di piacere misto a soddisfazione e fierezza, quasi una condizione di estasi mentale. Anche solo guardando l’opera, ci sarà  possibile rievocare quello stato di piacere, e non importa se è passato diverso tempo.

La quiete però non dura a lungo. A poco a poco, il ricordo di quei momenti svanisce e il bisogno di sperimentare di nuovo quelle emozioni, e l’esigenza di ricerca interiore, riaffiora inesorabilmente.

Dal milio verde dei bracci della morte, dalle sezioni zeppe di ergastolani che dovranno morire in carcere, dai lettini di contenzione dei manicomi giudiziari arrivano le opere artistiche più belle. Il passaggio di messa in opera dell’artista non è poi cosi diverso dall’atto del crimine che avrebbe  commesso.

Il vedere ciò che fa male all’uomo spesso ci gratifica, ma rispetto all’animale colui che si gratifica si vanta della sua umanità giacché questo soltanto egli vuole e lo vuole però in vano. È un principio biologico che l’individuo sparisca quando le sue imperfezioni gli impediscono di sopportare l’azione naturale dell’ambiente (morte naturale). C’è però differenza tra l’ordine biologico è l’ordine morale. Il primo agisce spontaneamente secondo le regole della natura umana. Mentre nel secondo caso, l’individuo, pur essendo fisicamente idoneo alla vita sociale, viene soppresso per opera ed in forza di una legge dell’uomo, cioè artificialmente.

Cosi non va bene. La legge non può fare in modo che l’esistenza di un essere umano diventi solo un interrotto “essere stato”, contraddicendo e negando se stessa.

È un miracolo quando l’istante spezza le catene, eccolo presente, eccolo già sparito. Prima arriva un niente, dopo un altro niente e torna e ritorna come un fantasma turbando la quiete del prossimo istante che viene a negare l’essenza di un esistenza. L’essere umano che non ha la forza di dimenticare il passato, che vede ovunque diversi è un uomo che non crede nemmeno a se stesso.

La diversità è un a ricchezza. I diversi, condannati al carcere a vita e quelli condannati alla pena di morte, esprimono il loro vissuto, il loro presente, il loro cambiamento attraverso e solo attraverso l’arte. Giuseppe, Pier Vito, Giacomo, Sergio, Mario, Marco, Paolo, Jacopo, Danilo, e tanti altri raccontano se stessi per mezzo dell’arte. Persone invisibili che devono morire in carcere, i diversi,  voglio diventare visibili attraverso le loro opere e attraverso queste si affacciano al mondo civile solo per dirvi che sono ancora vivi e ve lo dicono con l’arte.

Questo piccolo mondo di diversi invisibili non chiede di essere cancellato dall’umanità con un colpo di spugna. Il diverso che ve lo dice con l’arte manipola le sue idee come se fosse uno scultore che deve modellare il materiale che ha scelto per creare l’opera e poi lo dispone in maniera simbolica per rivedere il suo passato. Non è un percorso facile perché riguarda un cambiamento interiore che l’invisibile manifesta con l’arte. Solitamente tutti questi diversi una volta richiusi in carcere, in attesa della morte, scoprono un improvvisa passione per la pittura, per il disegno o per la letteratura poetica.

Giuseppe, Pier Vito, Marco, non dipingono più esseri umani dotati di arti, in una maniera inconscia e convulsiva al posto delle mani dipingono pennelli quasi a volerci dire che quelle mani non serviranno mai più per fare del male ma sono utilizzate e dedicate all’arte.

Ogni opera d’arte compiuta è un crimine non commesso.

Diciamolo con l’arte. Anche i diversi invisibili condannati al carcere a vita chiedono di interrompere questi omicidi legalizzati, che non danno certo un esempio di legalità, spesso lo dicono con l’arte che l’atrocità  per retribuire altre atrocità con le leggi di uno stato democratico non dovrebbero alimentare il fiero esempio specie quando la morte civile inflitta ad un proprio simile viene data con studioso e coscienzioso volere burocratico.

“Pro Patria” Ascanio Celestino, l’amico degli uomini ombra

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questa volta Carmelo Musumeci scrive un  articolo partendo da un’intervista ad Ascanio Celestini sul suo ultimo monologo teatrale “Pro Patria”. Uno spettacolo che Ascanio sta portando in giro in questi mesi e tra le tantissime cose interessanti che dice citiamo:

“I morti e gli ergastolani hanno una cosa in comune, non temono i processi.

I morti perché non possono finire in galera.  Gli ergastolani perché dalla galera non escono più.”

Finalmente qualcuno che ha capito, verrebbe da dire… In effetti questo è uno spettacolo che andrebbe rappresentato ovunque, cominciando al  Parlamento, al Governo, passando per il Quirinale e anche per il Dap …perchè come dice Celestini, prima di giudicare bisognerebbe sapere cosa significa la galera oggi.

Carmelo Musumeci e Ascanio Celestini si conoscono e scrivono uno dell’altro da parecchio anni. Oggi è Carmelo che risponde all’intervista di Ascanio:   

“Pro Patria”

Ascanio Celestino,  l’amico degli uomini ombra

 

Il cuore ha le sue prigioni che l’intelligenza non apre”. (Marcel Jouhandeau)

La settimana scorsa Ascanio Celestini mi ha mandato questa dedica:

–      A Carmelo che dopo un po’ di mie parole ora legge anche la mia pessima calligrafia. Avanti!

Ascanio.

 

È noioso e patetico che un prigioniero, un uomo ombra,  parli e scriva spesso di carcere.

Ed è pure noioso che un uomo ombra parli e scriva sempre di ergastolo, ma è bellissimo che lo faccia  Ascanio Celestino, un uomo libero con l’amore nel cuore.

 

Alla vigilia del suo spettacolo “Pro Patria” alla domanda “Quindi dopo aver raccontato la resistenza e la fabbrica, il manicomio, questa volta  punti lo zoom sulla galera?”  lui risponde:

(…) Sono tutte istituzioni molto simili fra loro (…) Se osserviamo l’evoluzione del nostro paese attraverso la cultura legata alla giustizia, più che alla prigione, purtroppo scopriamo che il paese non è andato molto avanti, anche rispetto allo stesso Cesare Beccaria, che condannava la tortura e  la pena di morte, come se l’ergastolo non fosse peggio. Noi del resto abbiamo superato la tortura e  la pena di morte solamente in parte, perché il 14bis e il 41bis sono forme di  tortura, e nelle nostre galere vi sono soggette più di mille persone. Potrebbero godere di un regime migliore solo se facessero il nome di qualcun altro: il “pentito” è una figura che esiste solo in Italia, forse anche perché è un paese cattolico. Tra le storie che ho raccolto per lo spettacolo, ho conosciuto uno che è finito in galera dieci anni dopo un omicidio commesso assieme al fratello più grande. Quando esce di galera  emigra dal sud al nord e cambia vita. Dopo dieci anni il fratello viene arrestato, ma fa il suo nome e si assicura l’impunità.  (…)

 

Ascanio, scusa se all’intervista aggiungerei che l’ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio,  quello che se  non collabora e non diventa un “pentito”,  è il solo essere nell’universo che sa dove morirà: in una cella, coperto fra sbarre e cemento;

che non sempre le leggi coincidono con la giustizia,  perché non è giusto acquistare la libertà prendendola da un altro;

che l’Italia è il paese più condannato dalla Corte europea dei diritti umani, si può dire più criminale dei delinquenti abituali,  e per giunta  a piede libero;

che si parla spesso di criminalità, ma non si parla quasi mai di criminalità politica e istituzionale organizzata;

che sicuramente senza la mafia dei poteri forti non esisterebbe neppure la mafia sottoposta al regime di tortura del 41bis, del 14bis e del 4bis;

che un uomo ombra a differenza di tutti gli altri umani non può più guardare avanti, può solo guardare indietro.

 

Grazie Ascanio, di essere uno dei pochi amici dei colpevoli e cattivi per sempre. Il mio cuore ti manda un sorriso fra le sbarre della mia cella.

 

Carmelo Musumeci

Uomo ombra del carcere di Spoleto, febbraio 2012

www.carmelomusumeci.com

Lettera degli ergastolani in lotta per la vita.. di Carinola

“Gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola”, ci hanno inviato, tramite Carmelo, questa lettera collettiva, scritta in forma individuale (nel senso di un testo che formalmente è in prima persona e ogni ergastolano sottoscrive.. ma che è unitario in quanto verrà sottoscritto da tutti gli ergastolani, e rappresenta la loro presa di posizione collettiva).

Questa lettera è inviata ufficialmente a una serie di autorità e soggetti ricoprenti un particolare ruolo.. Presidente della Repubblica.. Ministro della Giustiza.. Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.. Garante dei detenuti.

Ma essa è considerata rivolta anche all’opinione pubblica, perchè conosca la situazione che tanti ergastolani vivono.

Nel testo c’è una fortissima contestazione verso l’operato del Magistrato di Sorveglianza “responsabile” della Casa di Reclusione di Carinola, e la cui sede “d’ufficio” è a Santa Maria Capua a Vetere.

In sostanza, gli ergastolani di Carinola contestano al Magistrato di sorveglianza di agire in violazioni del diritto e della Costituzione.

Vi lascio alla lettera collettiva de.. gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola.

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Ecc.mo Presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura

Ecc.mo Ministro della giustizia.

Ecc.mo Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.

Dott.ssa Adriana Tocco Garante dei detenuti della Regione Campania.

Il sottoscritto … nato a … il … detenuto .. nel carcere di Carinola (CE), con pena definitiva dell’ergastolo, intende denunciare la violazione della legge 26 lugliio 1975, n.354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, più specificatamente quelle che sono “le funzioni e i provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza” sancite dall’art. 69.

Il Magistrato di Sorveglianza, non rispondendo alle istanze avanzate da moltissimi detenuti, che da anni le hanno presentate, vanifica quei diritti e quella tutela giurisdizionale attribuitile dalla Costituzione (Titolo IV-Sezione I e II- articolo 101 e ss.), impedendo di fatto di poter ricorrere nelle sedi superiori, quali il Tribunale di Sorveglianza e la Corte di Cassazione.

Nel carcere di Carinola ci sono circa 180 ergastolani che sono detenuti ininterrottamente dai 15 ai 30 anni di pena. E da oltre 20 anni nessun ergastolano beneficia di permessi ex art.30, permessi premio ex art. 30 ter, semilibertà; pur se in Istituti di pena di altre regioni, gli ergastolani usufruiscono a pieno titolo di tutti i benefici previsti dalla legge penitenziaria.

Il Magistrato di Sorveglianza ignora le modifiche apportate dal legislatore a seguito dell’entrata in vigore della legge 23.4.2009, n.38.. che ha modificato l’art. 4 bis O.P., e della legge 15.07.2009, n.94 che ha modificato l’art. 30 ter co.4 lett. c O.P.  Tra le due norme è riscontrabile un’antinomia in quanto la prima prevede una impossibilità assoluta di fruire di permessi premio, mentre la seconda norma stabilisce che il condannato può fruire di premessi premio dopo avere espiato metà pena, o, comunque, dopo avere espiato dieci anni di pena.

Considerato:

1) Che i criteri di risoluzione delle antinomie elaborati, quasi unanimemente, dalla teoria generale del diritto sono il criterio gerarchico (lex superior derogat lex inferiori), quello di specialità (lex specialis derogat lex generalis) e quello temporale;

2) Che anche nell’ordinamento giuridico italiano, i criteri per la risoluzione delle antinomie sono quelli indicati ai sensi dei principi desumibili dal sistema normativo previsto dalla Costituzione (criterio gerarchico) e dall’art. 15 delle preleggi, che esplicitamente richiama il criterio temporale e, più implicitamente, richiama il criterio di specialità (“Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perchè la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge anteriore”);

3) Che nel caso concreto è possibile fare riferimento esclusivamente al criterio di specialità ed a quello temporale, poichè entrambe le norme appartengono al medesimo corpo normavivo;

4) Che la norma di cui all’art. 30 ter co. 4 lett. c O.P., è estressamente rivolta a disciplinare i permessi premio e l’ammissibilità delle relative istanze, nei casi dei reati ostativi, deve essere considerata speciale rispetto a quella rivolta a disciplinare, in generale, le condizioni di ammissibilità di tutti i benefici penitenziari, per cui l’istanza di permesso premio deve essere considerata ammissibile se il detenuto, condannato per i reati previsti dall’art. 4 bis co. 1 O.P. ha espiato metà della pena, oppure dieci anni in caso di ergastolo.

Il Magistrato di Sorveglianza, invece, le istanze le dichiara inammissibii sottraendosi a quei doveri d’ufficio impostigli dalla Costituzione e dalla legge.

Questa ulteriore violazione, oltre ai principi stabiliti dalla legge penitenziaria in materia di benefici, nega la massima espressione dei Padri Costituenti che all’art. 27 comma 3 sancirono “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. ll Magistrato di Sorveglianza di questi principi se ne fa carta straccia.

Uno dei Padri del diritto italiano, Francesco Carnelutti, in uno scritto, “La voce di S. Marco”, così si esprimeva: <<Il processo non finisce con la condanna, ma si continua con la rieducazione che avviene all’interno dei vari istituti; la sua sede si trasferisce dal tribunale al penitenziario, ma deve essere chiaro, nell’interesse della civiltà, che chi ha sbagliato deve essere rieducato e restituito alla società>>. 

Qui a Carinola si è equiparato il penitenziario al camposanto, dal momento che noi ergastolani usciamo solo da morti. Invece, il penitenziario deve essere equiparato ad un ospedale, dove la condanna rappresenta la malattia e da qui ripartire con la diagnosi, che gli operatori penitenziari tutti, fino a giungere al Magistrato di sorveglianza che rappresenta il primario, si adoperino per dimettere il condannato-malato. E’ chiaro che il pensiero del grande giurista Carnelutti richiamava il principio de dell’art. 27 comma 3 della Costituzione, che qui, purtroppo, è ignorato.

Già in precedenza i detenuti di Carinola si sono rivolti alle Istituzioni competenti esponendo simili problematiche, ma il C.S.M. ha risposto che “in base all’art. 2 del D.L. gs, 23 febbraio 2006, n. 109 l’attività di interpretazione di norme del diritto e quella di valutazione del fatto e della prova non danno luogo a responsabilità disciplinare”. Il giudice è soggetto soltanto alla legge (art. 101 Cost.), ma il C.S.M. può disporre, su proposta della prima commissione, che è organo diverso e separato dalla sezione disciplinare, il trasferimento d’ufficio del magistrato “quando per qualsiasi causa indipendente da loro colpa, non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza ed imparzialità a sensi dell’art. 2 R.D. 31 maggio 1946, n.511”.

Il presente esposto tratta una problematica completamente diversa dalla precedente. Riguarda l’omissione dei doveri d’ufficio da parte del Magistrato di sorveglianza di S. Maria Capua Vetere, di rispondere alle istanze presentate a vario titolo e per ragioni diverse dalla maggior parte dei detenuti. Tale comportamento, oltre a violare la legge, mira a vessare inutilmente i detenuti affinchè desistano dal fare richieste che non solo non avranno risposta, ma, se l’avranno, sarà negativa. Ciò si palesa non solo contrario alle norme interne, ma anche alle norme di Diritto Sovranazionale in tema di Diritti Umani e di rispetto della dignità dell’uomo, considerato che un detenuto è sullo sesso piano di tutti gli altri uomini.

Quanto fin qui esposto, ovviamente, non lascia trasparire lo stato d’animo in cui vive un detenuto che ha scontato moltissimi anni e che si chiede se  sia giusto continuare a coltivare quella speranza per se e per i propri cari sulla base dei principi enunciati dalla Costituzione e dalle leggi, oppure se dopo avere pagato così ampiamente il debito per le proprie colpe deve lasciarsi morire essendo l’unico modo per potere riacquistare la libertà.

SI CHIEDE

di intervenire a porre fine al modus operandi del Magistrato di sorveglianza, affinché vengano applicati tutti quei principi che in uno Stato di Diritto qual’è il nostro Paese, non possono essere vanificati.

Carinola,

IL CONDANNATO ALL’ERGASTOLO………………………………………….

 

 

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