Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera appello dei detenuti studenti di Bologna

Oggi siamo “tematici”, e pubblichiamo un altro testo che proviene dal Carcere “Dozza” di Bologna.

Questa è una lettera collettiva che ci invia il nostro Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba -entrambi detenuti a Bologna- ma che può considerarsi espressione di una riflessione, valutazione e denuncia comune a tutti gli studenti detenuti del carcere di Bologna, appartenente al circuito dell’Alta Sicurezza.

Questa lettera è stata già inviata a soggetti determinati che ricoprono particolari ruoli, ed è stata mandata anche a noi per essere pubblicata.

Il fatto che leggerete è il FALLIMENTO  dell’istruzione scolastica in carcere. E’ il fallimento della stessa idea di istruzione.

Nell’ultimo anno scolastico, a fronte di una richiesta di iscrizione al corso di ragioneria, pervenuta da 50 detenuti, solo 18 hanno potuto iscriversi.

E, preparatevi a sgranare gli occhi… nella stessa si è tenta di svolgere un programma che che va dal primo al quinto anno di corso e che richiederebbe cinque classi o (come propongono i detenuti) almeno tre classi.

Standard scolastici di questo tipo credevamo di leggerli solo in qualcuno di quei libri della letteratura italiana dell’ottocento, o in qualche film del neorealismo degli anni ’50.

Va detto, per onestà, che non si può gettare la croce solo ai singoli carceri, ma che esiste in Italia una questione enorme, che è quella della spesa pubblica, in un sistema feroce che, tramite divinità quali il Debito pubblico di fatto succhia la capacità della spesa agli stati.. costringendoli a tagliare all’infinito, nell’orbita di diktat economici imposti dal sistema bancario e finanziario.

Comunque sia, ciò non toglie che il carcere di Bologna deve tentare di tutto, per garantire a questi detenuti una istruzione decente, e che se c’è da tagliare alcune spese, ci si indirizzi verso spese non di preziosissima ricaduta sociale, come quelle relative all’istruzione.

Prima di lasciarvi alla lettera-denuncia-appello degli studenti detenuti di Bologna, un pensiero per il nostro Giovanni Lentini, che da sempre è una presenza di valore in questo Blog.

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Al Direttore della Casa Circondariale della Dozza

Al Dirigente dell’Istituto ISIS Keines di Castelmaggiore

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale

Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale

All’ufficio Garante del Comune di Bologna

All’ufficio Garante della Regione Emilia Romagna

All’ufficio dell’assessore della scuola e della cultura della Regione Emilia Romagna

Gli studenti detenuti della sezione Alta Sicurezza della “Casa Circondariale Dozza” di Bologna desiderano mettere a conoscenza gli enti citati in epigrafe della situazione attualmente presente nella struttura penitenziaria.

Secondo gli scriventi la rieducazione e il reinserimento sociale per i condannati, previsti dall’art. 27 della Cost., non possono non passare attraverso una formazione scolastica, un’istruzione che sensibilizzi in modo particolare coloro che si sono macchiati di un reato. Questa sensibilizzazione è mirata al rispetto delle istituzioni, del bene pubblico e della società nella sua completezza.

Crediamo fermamente, per questo motivo, che la scuola in carcere dovrebbe essere un obbligo per tutti i detenuti e non uno strumento per pochi privilegiati. Uno strumento per valutare il percorso di reinserimento sociale, che diversamente verrebbe vanificato.

Quello che si è verificato in questo ultimo anno scolastico (2011/2012), è che per motivi economico/organizzativi, sono ad un numero ridotto di 18 detenuti è stato permesso di frequentare il corso di ragioneria, a fronte di una richiesta che supera le cinquanta unità; senza contare che nelle sole sezioni di Alta Sicurezza siamo oltre cento detenuti che, se ne avessero l’opportunità, sarebbero sicuramente determinati a frequentare la scuola.

Questo non è il solo problema, in quanto ci troviamo ad avere una sola classe in cui contemporaneamente viene svolto o si tenta di svolgere, un programma che va dalla prima alla quinta classe, con evidente frammentazione e con il risultato che la maggior parte degli studenti ha difficoltà a seguire le lezioni. Gli stessi professori si trovano in grande disagio, cercando di far fronte alle frequenti richieste, rispetto alle difficoltà di comprensione che scaturiscono dalla frammentazione dei programmi svolti contemporaneamente per cinque classi.

Ora ci chiediamo: come è possibile con queste premesse aspirare ad un reinserimento sociale?

Se pensiamo che tutto questo avviene in una città come Bologna, una città tradizionalmente attenta al sociale, in cui la scuola per diversi secoli è sempre stata il fiore all’occhiello, una credenziale per la città stessa, in cui è nata la prima Università al mondo.

Non riusciamo a comprendere come si possa venir meno di fronte ad una esigenza così importante.

Ci chiediamo quale direzione si voglia prendere e, prima di tutto, quale decisione di fronte a questa prospettiva.

Per i motivi sopra citati, gli studenti detenuti a cui si aggiungono tutti coloro che hanno fatto espressamente richiesta tramite domanda scritta di poter essere inseriti nella scuola di ragioneria, chiedono che, per il prossimo anno scolastico, vengano garantite almeno tre classi, in modo da permettere la frequenza a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta, così da potere avere una prima classe per il biennio, una seconda classe per III° e IV°, e una classe per la sola V° in previsione dell’esame di Stato.

Confidiamo in un accoglimento della presente richiesta, perché crediamo che le istituzioni vogliano favorire la rieducazione e il reinserimento sociale dei condannati, e concretizzare ciò che è sancito dalla normativa vigente.

Gli studenti/detenuti delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B della Casa Circondariale di Bologna.

Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba

Anfitrione a Bologna

Il 20 giugno 2008 presso il carcere della “Dozza” di Bologna andò in scena “6 cartoni animati per Anfitrione” tratto dall’opera di Heinrich von Kleist. Alle spalle di questo spettacolo vi sta il laboratorio teatrare “Un teatro libero”, promosso annualmente presso il carcere bolognese dall’associazione La città invisibile. La regia di “6 cartoni animati per Anfitrione”, e anche la conduzione del laboratorio teatrale è stata del regista Massimilano Cossati.

Perchè vi parlo di questo? Perché racconto questo evento e questa opera? Perché per i detenuti dell’Alta Sicurezza di Bologna, ha rappresentato tanto essere coinvolti in questo progetto, è stata una esperienza che li ha toccati profondamente, una esperienza di ricchezza, di crescita.

Giovanni Lentini ci teneva tanto che io vedessi questa rappresentazione e mi ha inviato il cd. Dopo alterne peripezie sono riuscito a vederla e devo dire chè davvero un’opera potente. Qualcosa molto distinto da tante rappresentazioni teatrali (anche pregevoli) che mi è capitato di vedere. Vedremo nel tempo di inserirla su qualche portale, tipo Youtube.

Comunque Giovanni e gli altri detenuti avevano piacere che si parlasse di questa esperienza. E più sotto leggerete.. una loro lettera collettiva che parla di questo percorso… e poi alcune considerazioni più ampie sul senso (e non senso) dell’opera da parte degli organizzatori.

Dulcis in fundo… come si diceva una volta.. c’è il nostro apprezzamento per ogni strumento che valorizzi le potenzialità, soprattutto di coloro che rischiano di essere spenti e marginalizzati.. l’apprezzamento verso tutto ciò che conduce fuori…dall’ombra…

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Bologna, 11.04.2008

Non è difficile per noi trovare valide motivazioni che sappiano imprimere senso e significato alla nostra partecipazione al laboratorio teatrale allestito da alcuni mesi nella sezione di alta sicurezza del carcere “La Dozza” di Bologna.

Per noi il teatro in carcere significa uscire dalla cella, riempire questo tempo vuoto e appesantito dall’insostenibile percezione dell’inutile; significa allargare la nostra visuale usando gli occhi dell’anima o indirizzare il nostro pensiero alla vita che pulsa vigorosa malgrado queste mura tentino di comprimerla e di ridurla in schiavitù. Ma non renderemmo onore al vero se ci limitassimo a queste scarne frasi stereotipate che investono la condizione del detenuto sempre e comunque.

Per noi l’approccio con il teatro visto e vissuto da dentro, come protagonisti, cucito sulla nostra pelle ha significato entrare in contatto con un mondo assolutamente nuovo e sconosciuto che ci ha rivelato tutta la sua grandezza e la sua potenza.

In tutte queste ore sempre troppo corte che abbiamo dedicato fino ad oggi alla comprensione del testo e dell’opera teatrale che ci è stata proposta, e alla preparazione di una futuribile quanto auspicabile messa in scena dell’opera stessa, abbiamo imparato ad osservare le cose, gli altri, noi stessi da diverse angolature e distinte prospettive.

Siamo andati oltre l’inflessibile logica delle parole per scoprire il ritmo nascosto che le muove e dà loro consistenza; abbiamo riconosciuto la forza di sentimenti e delle emozioni veicolati dalla parola e dal gesto; abbiamo incontrato l’uomo, noi stessi, la nostra umanità nei personaggi che siamo stati chiamati ad interpretare e nella storia che essi ci raccontatno; abbiamo imparato che comunicare è vita e che la vita è comunicazione. Ci siamo resi conto del forte potenziale creativo che siamo riusciti ad esprimere, sia individualmente sia collettivamente e di cui forse, prima d’oggi non avevamo nessuna consapevolezza.

Non siamo attori né abbiamo la pretesa di diventarlo. Abbiamo i nostri limiti, spesso ci dimostriamo incostanti, indisciplinati, per la disperazione del nostro brillante e pazientissimo maestro d’arte, ma ci siamo impegnati a lavorare con serietà ed entusiasmo e siamo intenzionati a portare a termine il progetto teatrale a cui abbiamo aderito.

A voi giudicare il risultato.

I detenuti del braccio A e B della sezione Alta Sicurezza della Casa Circondariale Dozza di Bologna:

Raffaele Catapano

Giuseppe Celentano

Giuseppe Gemito

Gerardo Grieco

Francesco Gumari

Giovanni Lentini

Michele Pontolillo

Claudio Giuseppe Virgilio

 

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Nessuna sicurezza all’Alta Sicurezza.

Fin dal giorno in cui a lezione ci siamo fatti due risate sull’immacolata concezione; che anche a questo allude Anfitrione.

Ma insieme all’eresia che serba in cuore, pare un dramma in cui anzitutto nessuno si capisce, nessuno capisce, nessuno può capire e nessuno perciò rimane soddisfatto. Nemmeno Giova, che per farsi amare un pò su questa terra gli tocca travestirsi da uommo e destreggiarsi in folli giochi di parole che nessuno capisce. Non apire: più chiaro di così non poteva essere, il nocciolo del problema. Poiché per quel che riguarda l’amore, per quel che riguarda Dio e il Destino, per quel che riguarda me stesso che è tutto quel che ho, non so che dire, non posso capire, non trovo soddisfazione. Se non nei numeri – quelli che  si sognano, da giocarsi alla fortuna; o negli oroscopi.

Il diritto a capire non c’è concesso: al suo posto viene questo congegno drammatico serrato di rimandi, riflessi, doppi, alternanze di umani stupori e risate, perfetto come fosse astratto – ma invece  è vero – aritmetica/ritmica pura di battute, scene e retroscena sciaccianti, preciso come un teorema, in continuo movimento come un sistema: calcolare ogni permutazione possibile tra schiavo e padrone, e moglie e marito, e uomo e dio. 6 personaggi in cerca di capire. 6 set per il punto-partita, 6 voci del verbo essere e nonessere. 6 è uguale a “tu sei uguale”. A che? A dio. Creato a immagine e somiglianza di me? Un congegno così lo vogliamo vedere, toccare. 6 facce sono poi quelle del dado che decide la sorte del gioco. Anche nel gioco dei soldatini, che dall’Alta Sicurezza ci abbassiamo a giocare riparati solo da figurine di cartone, soldati o pezzi di un presepe a cartoni animati. Ben poco sicuri, si diceva, e infatti alla fine di ogni sfida questi piccoli uomini di cartone sono da buttare. I cartoni sono animati, sono dunque cartoni animati gli uomini che usiamo per ripararci. Allora è spettacolo “per grandi e piccini”, per manovratori/manovrati, per tentativi di capire, per tentativi di memorizzare queste lunghissime battute, questi vorticosi scambi e – quasi senza saperlo – per grandi libertà. Si aggiungano, da sotto, da sopra o d’accanto, molte frustate. Un presepe, sì, e anche un campo di battaglia, un tavolo per duri interrogatori.

Solo con Kleis il tema di Anfitrione raggiunge questa superba rappresentazione, una vicenda di infinit edomande tragici travestimenti travestta da commedia degli equivoci, in cui la beffa è invocare il cielo per chiedere l’aiuto di Dio, che invece è lì, ha preso il tuo posto. Dio Destino!

Gli antichi Dei, i nostri destini astrologici, i martiri cristiani, tutti sono inscritti in costellazioni: costellazione è Ercole stesso, il feto fatale, il bambino divino, frutto delle seno della benedetta tra le donne, Alcmena prescelta da Giova che per averla e ingravidarla, sapendola tanto fedele al marito Anfitrione, è costretto a rubare l’aspetto di lui. E lei ora aspetta due figli, uno del marito e l’altro dell’amante, e ha due Anfitrioni davanti e deve scegliere. Ecco la superbezza e la spietatezza di Kleist: nella sua versione del mito Giove si innamora e Alcmena deve scegliere tra l’uomo e il dio, e corre disperata verso l’ultima battuta, quell’ach che è un’afasia, la doglia di Alcmena, la madre di un Dio, che non può scegliere. Veramente un racconto Senza Fine, o fini – senza alcun giudizio, di morale. Un racconto votato – insieme a Kleist – al suicidio.

“L’adulterio-grazia, l’inganno-grazia sono tirati fino in fondo, al raccapriccio. Ciò vuol dire l’esplosione della personalità, caos nell’essere sé. Seppure nella speranza che ciò sia pur sempre la via del divino, del conoscersi integralmente”, scriveva Arnalado Picchi nel programma di sala del suo Anfitrione nel 1999. Anche questo abbiamo perseguito. E ad Arnaldo Pichi, maestro di molti e anche nostro, è dedicato questo lavoro fiiume pieno di parole, cioè di tentativi, eppure nato da un desiderio di arrivare più in là, a “comprendersi” – che si potrebbe figurare come un entrare nell’altro e posare un seme divino. Nulla a che vedere con le deboli tracce che lascia il solo tentativo di “capirsi”.

Se io postessi entrarminel petto, afferrare il mio pensiero e con le mani, senza altra aggiunta, deporlo nel tuo,allora sarebbe appagato ogni intimobisogno della mia anima. E anche a te amico, mi pare, non rimarrebbe altro da desiderare. (H.v. Kleist “lettera di un poeta ad un altro”)

Auguri di buon compleanno Giuseppe Martena.. da parte di tua moglie

Questo testo mi è giunto totalmente inaspettato sulla mia casella di posta elettronica, alle 4:15 di notte… il titolo era “vorrei poter fare gli auguri al mio amore dal vostro sito“… il mittente era.. Paola Valentino… e il testo chel leggerete è della moglia di Giiuseppe Martena, detenuto alla “Dozza”, il carcere di Bologna.

E una dolce brezza, nonostante tutto il dolore che vibra in questa lettera.. una dolce brezza mi attraversa il cuore, per tutto l’amore che in essa è contenuto. In questi giorni a volte cupi, dove molte storie continuano a subire l’accanimento dei Cani Lupo.. dà sempre forza sentire manifestarsi il Potere dell’Amore.

Giuseppe Martena non è esattamente un ergastolano. Da quanto penso di avere capito, prima o poi uscirà. Ma questo non è un problema per il Blog. Il Blog parla “fondamentalmente” di ergastolani (ostativi in particolare), e di persone che scontano carcerazioni dure o in regimi “speciali”.. ma non è dogmatico, e in contesti particolari, o dove c’è una determinata occasione o un senso profondo, può sconfinare anche in altri territori del Mondo Carcere.

Paolo Valentino magari crede che il dono lo facciamo noi a lei. Ma è anche lei che lo fa a noi.. ci regala questa lettera magnifica.. queste note di dedizione totale.. E regalerà anche un momento indimenticabile al marito, quando saprà che il suo compleanno è stato “festeggiato” anche sul Blog.

Ma non voglio parlare più…

Vi lascio a questa meravigliosa lettera…

Buon compleanno Giuseppe Martena.. e grazie Paola Valentino.. per questo momento che ci hai regalato..

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” Il mio compagno si chiama Martena Giuseppe ed e’ attualmente detenuto nella casa circondariale DOZZA di Bologna, ” oggi e’ il suo 32 esimo compleanno e dobbiamo trascorrerlo cosi’, non si poteva fare diversamente, i colloqui sono solo di mercoledi’ e poi la distanza mi permette di andarlo a trovare solo una volta al mese.

Non e’ facile essere la compagna di un detenuto, ma questo e’ risaputo…Amarlo , aspettarlo, seguirlo, rispettarlo come merita e’ come  ritrovarmi catapultata in uno stato di conservazione, vado avanti come meglio posso, il lavoro è diventato la mia  priorita’, devo lavorare per guadagnare, devo lavorare tanto per tenere la mente occupata, meno penso, meglio e’ perche’ da un momento all’altro la tristezza, la malinconia, l’angoscia mi possono far cadere in uno stato depressivo spaventoso da rischiare di far male a me stessa…Amare un uomo detenuto e’ straziante, perche’ l’amore , se e’ vero, se e’ grande strazia gia’ di per se! Lo stato di conservazione prende il sopravvento, la mattina mi sveglio e sono molto meccanica, mi alzo e comincio la giornata guardando quella foto sul comodino, quello sguardo mono espressivo, sempre uguale…LUI e’ li, non hai altro, solo quella foto e da li non lo vedi mai arrabbiato, mai triste, mai disperato..non traspare l’orrore che si nasconde dietro ed il mio primo gesto e’ quello di dire BUON GIORNO AMORE MIO, ma con la morte nel cuore, perche’ poi mi giro e guardo quella meta’ del letto sempre intatta e mi concedo due secondi, mai di piu’, per pensare al suo viso abbandonato nel sonno sopra a quel cuscino. Aspettarlo… giorno dopo giorno non  penso ad altro, prima o poi finira’, me lo  ripeto in continuazione, prima o poi deve tornare a casa, la sua vita e’ questa e non e’ nato li’ dentro per morire li dentro, dovra’ tornare!!!

 Seguirlo… per tutta la buona volonta’ che io possa avere, questo mi viene anche impedito, devo accontentarmi di sole 3 ora al mese, perche’ e’ distante, perche’ lui e’ detenuto a Bologna ed io vivo a LECCE ,  e’ costoso, ed e’  devastante tutto cio’ , 3 ore al mese e 10 minuti di telefonata alla settimana..e’ tutto cosi’ limitato, cosi’ riduttivo, e’ tutto cosi’ doloroso..

Rispettarlo in tutti i sensi, completamente, vivere per lui e di lui..non esiste altro, non si puo’ avere una vita al di fuori di questo, e non per divieto, ma perche’ una vita senza il proprio Amore che vita e’ , cosi’ in automatico i detenuti diventano due, il reato lo si paga in due, la pena la si sconta in due..” NEL BENE E NEL MALE “ in amore funziona cosi’…!

Ehhh gia’ …il mio uomo non e’ con me, non posso consolarmi, in quanto non e’ partito in missione in Afghanistan  e non e’ nemmeno partito per lavorare fuori come tanti altri..il mio uomo vive nella torre, e muri, e porte blindate e guardie ci separano…e’ giusto cosi’, deve pagare il suo debito con la societa’, ha sbagliato a 20 anni vivendo in una realta’ molto difficile, ma deve pagare..cosi’ si decide che bisogna privarlo della liberta’ , del tempo e dell’esistenza stessa, ma perche’ deve privarsi anche di me, perchè???

E’ per questo che la mia vita e’ sospesa quanto la sua in un modo di esistere che ha sempre troppo vuoto intorno.

3 ore al mese, tutto ruota intorno a queste tre ore…me le devo far bastare , tre ore preziosissime durante le quali devo farci stare tutto , tenerezza, confronto , notizie e spesso anche silenzio…ho imparato ad essere molto abile, devo usare ogni suo gesto, ogni suo sguardo , il suo tono di voce, le sue braccia che mi stringono, tutte le parole che mi dice e anche quelle che non mi dice, il profumo della sua pelle , il calore delle sue mani..solo cosi’ poi posso dare un senso alla nostra storia , perche’ finite quelle tre ore, mi ritrovo di nuovo catapultata in una vita che non voglio, una vita senza di lui..solo quelle tre ore mi ridanno la percezione che lui esiste veramente e che non e’ solo il frutto della mia immaginazione. DIO…. quanto male fa la fine del colloquio, mi ritrovo li pensando che dovra’ passare un altro lunghissimo e interminabile mese prima di rivederlo, e l’angoscia prevale su tutto. Eppure c’e’ quella vigilia , il giorno prima del colloquio e le poche ore antecedenti che è tutto un insieme di gesti e pensieri..sento il mio stato d’animo sospeso, emozionato..sto’ li attenta ad ogni minimo dettaglio, non mi deve sfuggire niente, non devo perdere il passo o niente sara’ adeguado alla situazione… la preparazione e’ piu’ mentale che fisica e mi ritrovo di nuovo li’ ,percorro quel lunghissimo viale, ho in mano le borse con tutto quello che gli dovra’ servire in quel mese, vestiti che mi ostino a stirare perfettamente, ma che una vota passato il controllo le ritrovi tutte aperte, rigirate e stropicciate, ma in cuor mio so’ che le ho coccolate per lui e questo mi consola un po’..percorro quel viale e mi ritrovo li’, si comincia con l’attesa, ti guardi intorno e vedi solo gente che soffre come te, abbassi lo sguardo e aspetti..un minuetto di gesti e frasi che si ripete, sempre uguale, nomi pronunciati come se fossimo tutti dei soldati in fila pronti per marciare, ordini impartiti, voci severe, domande risposte e poi mani sulla mia persona, uno spettacolo sempre uguale. Mi auto convinco che non mi deve importare nulla  di quel luogo e di quella realta’ , sento solo i battiti del mio cuore sordi dentro al mio petto e desidero con tutta me stessa che nemmeno un pezzetto della mia dignita’ venga perso nelle varie fasi di quel passaggio obbligatorio. Dopo di che non mi resta che ricomporre subito il mio cuore e aspettare di sentire il nome del mio uomo…e da quel momento in poi e’ solo gioia, la chiave gira nella porta e finisce l’intero mese fatto di quell’attesa..e con esso finisce la non-esistenza. Incontro i suoi occhi, le sue braccia mi stringono a lui e in quell’abbraccio c’e’ di tutto, e poi c’e’ quel bacio cosi’ dolce e mai rassegnato , appena le sue labbra si poggiano sulle mie mi sento fortunata e dimentico ogni fatica, ma d’istinto ti guardi intorno e non puoi che renderti conto che e’ una continua , impercettibile violazione  quella che vive la mia persona, obbligata a mettere in pubblico ogni sguardo, ogni sorriso, ogni gesto tenero, ogni minima effusione, tutto e’ intimita’, anche un sorriso o una lacrima , ma in quel contesto l’intimita’ ti viene negata. Tre ore, sembrano tante vero? Non vi posso far capire quanto passano in fretta , vedi quella guardia che entra nella sala con quei fogli in mano e lo guardi sperando che sia entrato per chiamare qualcun altro , ma invece chiama lui, ed una fitta al cuore te lo blocca per alcuni istanti, l’atmosfera diventa fredda, la mente non riesce piu’ a controllare quello che sta accadendo, il mio uomo mi pronuncia parole , ma non riesco ad elaborarle, si raccomanda e continua a ripetermi che tutto questo finira’, che mi ama, e che vuole che io sia tranquilla e poi si dissolve ed io resto li’ al centro della sala e ogni volta mi chiedo come faccio ad accettare , mi stupisco del mio resistere a quell’estrema voglia di piangere e di urlare, di riuscire a trattenere il dolore, di sopportare che me lo portino via , che lo portino in un’altra dimensione , in cui io non posso nulla.

Mi manca maledettamente, ho bisogno di lui, siamo molto giovani ancora e abbiamo una vita da ricostruire..quel ragazzo di 20 anni non c’e’ piu’ e al suo posto ora ce’ un uomo che in questa giornata ha compiuto 32 anni, un uomo che ha sofferto, un uomo che ha pagato, un uomo che ha capito a sue spese gli errori fatti in passato e non vuole piu’ sbagliare, un uomo che ha bisogno di me, del mio amore, della mia totale dedizione, del mio appoggio e supporto, un uomo che sogna solo di ritornare a casa e vivere una vita dignitosa con la sua famiglia che lo aspetta ..un uomo che chiede solo di essere messo alla prova, un uomo che nessuno vuole ascoltare !

Oramai questo amore vive e cresce solo grazie all’unico mezzo a nostra disposizione che non ha limiti di tempo…tutti i giorni ci cerchiamo in quei fogli e in quell’inchiostro…le nostre lettere sono parentesi di vita , le aspettiamo con ansia, controlliamo i tempi e i modi in cui ci vengono consegnate.

Io le osservo giacere nelle mani del postino e gia’ mi parlano di lui, scorro su di esse e so con certezza , quello che vive lui, quello che pensa, quello che prova. Riconosco il suo umore , mi soffermo su ogni singola parola che mi scrive e ancor di piu’ su quello che mi tace. Gli scrivo tantissimo anche io e benedico la carta , la penna e quella grafia che si dispone sul foglio dando forma ai nostri pensieri, alle nostre emozioni, alle nostre paure e non temo il giorno in cui le parole potrebbero farsi logore e suonare vuote, non si stancheranno mai e nemmeno il tempo diventato ormai troppo lungo puo’ nulla.

Io mi chiamo Paola e questa e’ un piccolo riassunto di questa difficile , ma grandissima storia d’AMORE…

Amo alla follia Il mio GIUSEPPE e guai a chi me lo tocca e a chi spreca parole sul suo conto, vivo di lui e per lui e cosi sara’ fino a che avro’ un cuore che batte!

Sconteremo questa pena e lui tornera’ da me e ci vivremo la nostra vita come meritiamo di viverla!

Quest’ anno volevo che gli arrivassero degli auguri speciali…perche’ il 12/10/1978 Dio ha deciso di far nascere il Mio ANGELO , e nonostante la sofferenza e la condizione io non smettero’ mai di ringraziarlo, perche’ lui e’ tutta la mia vita ed e’ la cosa piu’ bella che la vita mi abbia mai regalato!

Ti amo incredibilmente anima mia..TANTISSIMI AUGURI dalla tua sempre piu’ innamorata Signora Martena J

 

 

Lettera-denuncia dei detenuti del carcere Dozza

Amici, Giovanni Lentini, detenuto a Bologna.. mi ha inviato questa lettera collettiva, dei detenuti del carcere “Dozza” di Bologna appunto.. riguardo all’ennesimo caso di imperizia, superficialità e pessimo svolgimento delle proprie funzioni.. cosa che non riguarda solo le carceri, ma anche.. dato che siamo in tema.. ospedali, cliniche e pronti soccorsi.

Pietro Folgieri è morto di infarto.. penso soprattutto all’infermiere che, quando l’ha visitato, l’ha congedato con burocratiche frasi di routine… “nulla di grave”.

Non è semplicemente il fare polemiche. E’ qualcosa di più profondo e che coinvolge tutti noi. E’ la “disattenzione”, il passare avanti, il non tenere  a nulla, l’essere sciatti, distratti, sempre persi nei propri bisogni e interessi. Chi vive così vive male e nella sua bolla non vede gli altri, sono semplici ostacoli tra lui e se stesso. L’infermiere forse non aveva tempo da perdere, vedeva un altro numero, un altro detenuto co me mille altri.

Una storia del genere non deve essere una spinta solo a incazzarsi verso questa morte che in parte deriva anche dalla complicità di persone come queste… ma anche a fare i conti con la  nostra ignavia, la nostra pigrizia, la nostra distrazione e sciatteria morale. 

Vi lascio alla denuncia collettiva scritta dai detenuti delle sezioni AS3°A e 3°B del carcere della “Dozza”.. e presentata al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. Maisto Francesco.

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Preg.mo Dott. Maisto Francesco

Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna

Signor presidente, i detenuti della casa circondariale “Dozza” delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B, si rivolgono a lei come massimo garante non solo per i diritti e i doveri giurisdizionali dei detenuti, ma anche per i diritti alla salute e alla vita in carcere (troppi detenuti stanno morendo in carcere). Ieri sotto i nostri occhi abbiamo visto morire un nostro compagno ancora in età giovanile. Nel pomeriggio ha accusato malori al torace, è stato accompaganato nel reparto infermeria, dove è stato viistato da un infermiere, che come ti routine, ti congeda con l’immancabile frase (nulla di grave). E’ un metodo per non chiedere l’intervento del medico.

Fatto sta che il detenuto Pietro Folgieri si è accasciato nel corridoio della sezione davanti alla sua cella, e, solo in questo caso, gli infermieri che gli hanno dato i primi soccorsi, hanno chiesto l’intervento del medico che è arrivato dopo circa 15 minuti e non ha potuto fare altro che constatarne il decesso per infarto.

Sappiamo che per salvara la via ad un infartuato i soccorsi devono essere celeri, che non trovino scusanti di comodo. Questo detenuto si trovava in questa sezione da due anni, e dalla cartella clinica si denota che era un soggetto a rischio di infarto, avendo i valori del  colesterolo superiori alle norme, cioè a 480.

Dott. Maisto, questa iniziativa non è per scopi di polemica. Sappiamo bene che il nostro compagno non tornerà in vita. Ma è per salvaguardare la nostra salute in carcere.

Confidiamo in lei per sensibilizzare gli orgnani preposti affinché tragedie simili non accadano più. Certi di un vostro tempestivo intervento, porgiamo i nostri cordiali saluti.

Con osservanza

i detenuti del carcere “Dozza” delle sezioni AS3°A e 3°B.

La situazione carceraria della Dozza

Giovanni Lentini, detenuto a Bologna,  mi ha inviato una sua piccola relazione, scritta con un altro detenuto, Raffaele Catapano, circa la situazione carceraria della Dozza, che sarebbe il carcere di Bologna. Questo testo lo hanno scritto nell’ambito del loro ruolo di studenti-carcerati.Testi come questi sarebbero importanti anche se riguardassero solo un carcere, in questo caso quello della Dozza. Ma in realtà descrivono situazioni in buona parte estendibili a tutto il pianeta carcerario italiano, come quelle relative all’igiene, al trattamento e alle sezioni speciali.

Aggiungo che si tratta di problematiche “classiche”, che non sono le sole presenti in alcune carceri. Carceri come quello di Bologna sono, con tutte le loro mancanze e inefficienze, non nello stato di totale illegalità in cui versano altri istituti, con diffuse angherie, prevaricazioni e violenze. Questo vuol dire che alcuni detenuti oltre già a dover sopportare le pesanti questioni poste da Lentini e Catapano nel loro testo, ne hanno davanti anche altre, ancora più odiose se possibile.

LA SITUAZIONE CARCERARIA DELLA DOZZA

Se si facesse una ricerca di tutti quelli che entrano in carcere, alla fine si scoprirebbe che, in maggioranza, alla base di tutto, c’è stato un disagio sociale. Sicuramente ha una grossa influenza anche il posto dove si è nati o cresciuti. Fatta questa premessa, arriviamo al dunque.

Considerando che la maggioranza della popolazione detenuta è composta da giovani e spesso con poca cultua scolastica, con un pò di volontà si potrebbe migliorare sia la vita in carcere, sia il recupero di una grossa percentuale degli stessi. La scuola in carcere sta facendo la sua parte, ma da sola non basta. Si dovrebbero impiegare le varie categorie del volontariato che orbitano intorno al carcere per organizzare dei seminari, e discutere dei vari argomenti sociali e culturali.

Anche i corsi professionali hanno la loro rilevanza. La maggioranza dei detenuti nella loro vita non ha mai lavorato, per cui una volta fuori dalle mura del carcere, con tutta la buona volontà che possono avere, è difficile che si inseriscano nel mondo del lavoro. Perciò già dal carcere si deve iniiare questo percorso lavorativo. Serve non solo ad insegnare loro un mestiere, ma anche a far capire il valore che hanno i soldi guadagnati onestamente.

Attualmente, con la scusa che c’è la crisi economica, in carcere lavorano appena il 5%. La restante parte della popolazione detenuta, a parte una esigua minoranza che frequenta la scuola, rimane chiusa nelle celle 20 ore su 24, buttati sui letti a guardare la televisione; quando le celle dovrebbero servire solo per il pernottamento. Per il poco spazio che c’è, è impossibile stare in piedi. L’alternativa è sdraiarsi sui letti. Celle progettate per ospitare un singolo detenuto, sono occupate da tre, e a volte anche da quattro.

Il miglioramento del predetto servizio del volontariato certamente consentirebbe di stimolare attività di partecipazione ed incentivi al lavoro, a quella popolazione detenuta che, oggi, affronta il percorso detentitvo in uno stato di assoluta immobilità ed inerzia. Peraltro ristretta, come sopra citato, in celle la cui occupazione talvolta è satura e, già da tempo, al limite della capienza.

Negli ultimi anni la vita in carcere è peggiorata, e ciò è dovuto anche al sovraffollamento, ma soprattutto alla noncuranza delle istituzioni.

Sinteticamente riportiamo alcune problematiche che affliggono i detenuti:

* SANITA’: scarseggia la specialistica e i medicinali. Gli unici farmaci che abbondano sono gli psicofarmaci, che non fanno altro che peggiorare lo stato psicofisico del detenuto, rendendolo incapace di fare qualsiasi cosa.

* AFFETTIVITA’: non ci sono spazi dove poter trascorrere qualche ora di colloquio tranquillamente con i propri cari. Le poche ore di colloquio (quattro ore mensili) si svolgono in salette insieme a numerosi detenuti e parenti. Sembra quasi di essere ad un mercato rionale.

* EDUCATORI: la figura dell’educatore è fondamentale per programmare ed iniziare un piano trattamentale per il reinserimento del detenuto. Purtroppo ci sono detenuti che da anni non hanno mai avuto la possibilità di avere un colloquio con gli stessi. Di conseguenza, taluni pur essendo nei termini per usufruire di misure alternative, si vedono rigettare le richieste per la mancanza della sintesi carceraria sul comportamento del detenuto.

* TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA: ultimamente la matricola è intasata di rigetti con motivazioni anomale. Cosa che provoca un ingorgo totale, bloccando tutto il sistema penitenziario. Detenuti che già usufruivano di benefici (permessi premi, semilibertà e così via..) si sono visti rigettare le istanze, senza nessun motivo che possa giustificarne la negazione.

* IGIENE: anche questo è un tasto dolente della situazione carceraria della Dozza. Sporcizia ovunque, dalle scale che portano ai passeggi, ai locali adibiti alle docce, alle celle che non vengono pitturate regolarmente e sono prive di pavimentazione, alla mancanza di illuminazione sia artificiale sia naturale. Quella n aturale è oscurata dalle grate che sono state montate da poco. Quella artificiale viene erogata sono nelle ore pomeridiane. Non ci sono più frigoriferi per conservare gli alimenti acquistati tramite il sopravvitto, quindi si è costretti a tenere gli alimenti in cella, con le drastiche conseguenze che ne derivano (vanno a male e provocano cattivo odore).

* DIFFERENZIAZIONE DELLE SEZIONI IN AS1, AS2. AS3, E CIRCUITI COMUNI. Viene spontaneo citare la famosa frase scritta da Leonardo Sciascia, “la vera mafia è l’antimafia”. Creano allarmismo sociale ovunque. Hanno iniziato con creare allarme nelle regioni del sud, poi sono passati al nord. Adesso sono arrivati addirittura a creare allarme sociale nelle strutture penitenziarie, inventandosi la differenziazione dei detenuti. Sarà un’ulteriore emarginazione sociale. “Un’emarginazione nell’emarginazione”. Sarà ancora più difficile il reinserimento per queste categorie. Sicuramente si assisterà ad una riduzione delle già poche attività culturali e ricreative esistenti. Negli anni ’80, con l’applicazione dell’art. 90, l’apertura delle sezioni differenziate, e l’apertura dei cosiddetti “braccetti della morte” (piccole sezioni dove venivano ubicati non più di 5 detenuti) crearono il terrore, ma fortunatamente non ebbero lunga durata, perché abolite con l’approvazione della legge Gozzini. Adesso, a distanza di anni, non solo li stanno ripristinanoo, ma addirittura inasprendo. Si parla tanto di integrazione, socializzazione e di parità di diritti; ma restano solo chiacchere. Chi verrà inserito in questi circuiti non potrà avere gli stessi diritti degli altri. Sarà escluso da tutte le attività svolte nella struttura del carcere. Quindi diventerà impossibile attuare un piano trattamentale. Da venti anni esiste il famoso 41bis, una vergogna non solo per come vengono trattati i sottoposti, ma soprattutto per i figli costretti a vedere i propri genitori attraverso un vetro divisore.

* CULTO: chi è ubicato nelle sezioni di alta sicurezza non può avere accesso nella Chiesa Cattolica per poter partecipare alle sante messe, che vengono celebrate regolarmente ogni domenica.

Se c’è l’intenzione di far morire i detenuti in carcere si deve avere il coraggio di modificare l’art. 27 della nostra Costituzione italiana, e l’aart. 354 dell’ordinamento penitenziario. Oggi in Italia esiste una pena del carcere a vita, una pena perpetua che ti fa restare recluso fino alla morte. Questa si chiama Ergastolo Ostativo. L’art. 27 della Costituzione italiana recita testualmente “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. La legge nà 354 O.P. afferma che nei confronti del condannato e degli internati deve essere attuato un trattamento rieducativo che tend, anche attraverso i contatti con l’ambiente esterno, al reinserimento sociale degli stessi. Se non vengono attuati questi principi costituzionali a cosa servono i Tribunali di Sorveglianza? A cosa servono gli educatori? A cosa servono gli assistenti sociali? A questo punto tanto vale abolirli. Almeno si risparmiano energie umane ed economiche.

Marzo 2010

Gli studenti/detenuti    Lentini Giovanni e Catapano Raffaele

dell’IIS Keynes, sez. distaccata

c/o la Casa Circondariale “Dozza” – Bologna

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