Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Celle aperte in carcere- contraddizioni impreviste.. di Domiria Marsano

Aperte

Il testo di Domiria Marsano che leggerete tra poco ha qualcosa di raro.

Domiria la conosciamo da qualche anno. In carcere per reati finanziari, aveva da diversi mesi ottenuto la semilibertà. Semilibertà che recentemente le era stata revocata per via di alcune contestazioni, ma che le è stata da pochissimo “restituita”, avendo il Magistrato di Sorveglianza riscontrato che non erano, in effetti, venute meno le condizioni per la semilibertà.

Domiria è stata coraggiosa a inviarci le riflessioni che pubblico oggi. Coraggiosa perché è il tipo di riflessioni che può suscitare incomprensioni, e generare ostilità da parte di altri detenuti. Ed inoltre Domiria rivela -e non è la prima volta- la sua lucidità mentale, quella capacità di descrivere le cose, cercando di farlo il meno possibile come “parte”, ma da un punto di vista che possa essere il più obiettivo possibile.

Naturalmente questo non vuol dire che ciò che lei ha riscontrato nel carcere di Lecce sia estensibile a tutte le carceri italiane. Però va apprezzato per avere indicato, con tanta chiarezza, alcune delle problematicità, che una misura auspicata da tutti, noi compresi -ovvero le celle aperte- sta provocando.

In gran parte delle carceri, il regime ordinario di detenzione, prevedeva come “canonica” la regola delle celle chiuse. Il detenuto restava in cella tutto il giorno, a meno di .. ore d’aria.. corsi scolastici.. corsi di altro genere.. messa.. e.. (a seconda delle carceri).. sala hobby.. sala informatica.. palestra. Oltre ai casi di “socialità”, ad esempio in presenza di feste (Natale, Pasqua). Insomma.. la possibilità di uscire dalla cella era condizionata a “cose da fare”.. che sia passeggiare nell’ora d’aria, frequentare corsi, ecc.

Molti hanno spesso sostenuto come un regime carcerario più civile e degno, non può tenere un detenuto dentro una cella dalla mattina alla sera.. a meno di questi possibili eventi. Ma dovrebbe garantire una maggiore “socialità”. Ovvero rendere la possibilità di muoversi per il piano una regola, e le ore obbligatorie da passare in cella, una eccezione.

Anche io, personalmente, ho sempre auspicato che si riducesse il tempo obbligatorio da passare in cella. E che non vi fossero più gli estremi di chi, avendo poche opportunità di seguire corsi o altre iniziative, si ritrovava in cella fino a  quasi venti ore.

Da poco tempo nelle carceri si stanno sperimentando le “celle aperte”. Ovvero la possibilità per il detenuto, entro un determinato margine orario, di potere muoversi nel suo piano di sezione, e di non essere obbligato a stare chiuso in cella.

Domiria ci racconta di alcune problematicità che questo sta provocando.

Problematicità che, a dire il vero, mi sono state segnalate recentemente anche in qualche altro carcere.

In pratica, sembra che, con le “celle aperte”.. siano diminuiti drasticamente i detenuti che partecipano all’ora d’aria, e che siano diminuiti i detenuti che partecipano a tutte le altre iniziative.. corsi scolastici.. corsi d’altro genere.. la messa..ecc.

Sembrerebbe che, dopo anni e anni di un regime che faceva della cella, il proprio fondamentale ambito di vita, e che rendeva le occasioni di “socialità” una eccezione, l’improvvisa “apertura” delle celle abbia fatto venire in secondo piano tutte quelle occasioni di “respiro sociale” che sono sempre state ardentemente ricercate dai detenuti.

Domiria si è “ritrovata” in carcere proprio nei primi tempi di sperimentazione delle “celle aperte”. E lei ha riscontrato che questo ha portato un enorme aumento del tempo passato dalle detenute nelle celle delle loro compagne, a parlare e stare insieme. E una drastica diminuzione della partecipazione all’ora d’aria, e ad altre occasioni di “socializzazione”.

Chi vedesse nell’analisi di Domiria un fare da bastian contrario, o una facile critica del nuovo, prenderebbe una colossale cantonata. Domiria fa invece un ragionamento molto profondo… dove collega quanto ha visto avvenire con le “celle aperte”, a una “restrizione” che si è radicata nell’anima, a una sorta di “castrazione” provocata dal sistema carcerario nell’anima dei detenuti. Cito un passaggio di Domiria:

“Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo. Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.”

Ed è bellissimo il modo in cui Domiria conclude la riflessione precedente:

“Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.”

Il tempo è prezioso. Questo è il senso del discorso di Domiria. E’ normale, è comprensibile che dopo anni costretti a stare gran parte del proprio tempo in cella, un detenuto, una volta “aperte le celle”, senta la novità liberatoria di potere stare finalmente con i suoi compagni gran parte della giornata. Ma questo non deve spegnere la spinta al proprio auto-miglioramento.. allo studio… alle opportunità di crescita personale.. la spinta all’espansione.. a mettersi in gioco.

Non credo che la soluzione possa essere un ritorno alle “celle chiuse”; ma valutare, con equilibrio, che tipo di effetti stiano portando in tutta Italia gli effetti delle “celle aperte”, per -qualora le problematicità descritte da Domiria siano generalizzabili,   cercare di apportare degli interventi che possano incentivare il più possibile la partecipazione a tutte le opportunità di svolgere attività, e di partecipare ad occasioni di crescita morale ed intellettuale.

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Celle aperte:”occasione in fuga?”

 Pur rischiando:

1)il linciaggio da parte dei/lle miei compagni/gne di sventura;

2)di passare(come spesso mi è stato rimproverato) per un’ingrata nei confronti di chi impiegando molto tempo (circa 20 anni), lavoro e caricandosi di un ulteriore responsabilità, è riuscito ad applicare uno dei benefici previsti dalla legge Gozzini; mi accingo a scrivere quanto segue.

Nel carcere di Lecce, poco barocco e molto vintage, dal 20/09/13 nella sez. Femm., in via sperimentale, sono state aperte le celle dalle 8.30 alle 18.00. Ricordo la data in quanto quel giorno mi veniva sospesa la semilibertà e ho avuto modo, per 34 giorni, di vivere la detenzione con questa nuova apertura. La differenza è notevole, dato che prima si stava 20 ore su 24 nella cella 3×2.

Purtroppo,come si dice, non è tutto oro quello che luccica. Non è il voler a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo. Semplicemente lo scopo è quello della critica costruttiva. Nel caso specifico direi anche autocritica! La prima cosa che ho notato è: pochissime persone, spesso nessuna, utilizza più l’ora d’aria. Qui da noi non fa molto freddo e in ogni caso, quasi tutti, usufruivano, anche con tuoni e fulmini, della possibilità di muoversi, di far circolare il sangue, di respirare in un luogo aperto per apportare ossigeno al cervello… necessario per un suo buon funzionamento.

L’altra cosa è la scarsa voglia di partecipare ai corsi e in alcuni casi(rari) addirittura di non lavorare. Prima ogni occasione era buona per fare aprire quel cancello, adesso? Possibile che l’esigenza fosse solo quella di prendere il caffè con le amiche, farsi la fumatina e chiacchierare, ciarlare, chiacciherare…chiacchiere spesso sterili e causa di litigi.

In questo mese sono stata testimone già di un “accapigliamento”. Per carità è accaduto anche in passato a stanze chiuse. Le persone sono state punite, oggi come allora, fine della questione.

Se ci si sofferma facendo un’analisi più profonda non può non venire il dubbio che l’errore, la privazione di ieri, stia fruttando oggi. A stare chiusi per ore, giorni, mesi, in un piccolo spazio, gli orizzonti si accorciano. Quella chiusura si espande, ti entra dentro finendo con il limitare non solo il tuo corpo….

Pensare è doloroso, disimpari a farlo. Pensare non serve, c’è chi decide per te. Amare da dietro le sbarre ti logora; eviti. Scrivere, leggere, vedere il mondo di cui non fai più parte può renderti folle. Giorno dopo giorno inizi a chiudere e a chiuderti in quel piccolo spazio fatto di piccole cose sicure. Ti senti un precario della vita e crei certezze costruendoti un personale mondo di cristallo.

Ogni tanto fai capolino dal tuo cancello numerato perché la voglia di tornare non si spegne mai. Ed ecco la scuola, il lavoro, i colloqui, i corsi, la camminata all’aria.

Bisogna prepararsi per quel giorno bellissimo che arriverà. Arriverà e se avrai usato una piccola parte di quel tempo infinito per migliorarti e, comunque vada, avrai vinto.

Allora si può unire la chiacchiera sterile, la risata isterica con la ricostruzione. Per fare questo ci serve aiuto ma sopratutto volontà e impegno. Ho saputo che anche in altre carceri stanno sperimentando le celle aperte e sono alle prese con le stesse reazioni.

A Lecce ad esempio alcuni incontri con delle volontarie stanno avvenendo in sezione, nella saletta ricreativa. Probabilmente ciò non può avvenire sempre e dappertutto. Magari si potrebbe incentivare con un sistema premiante. Tipo,partecipazione attiva e per tutta la durata del corso un’ora di colloquio.

Niente è soltanto buono o solo cattivo.

La forza non sta nel tornare indietro ma nell’andare avanti e tracciare un sentiero.

Questa è la vera forza.

Domiria Marsano

Lettera di Domiria Marsano a Matteo Renzi

Renzis

La nostra Domiria era in semilibertà da diverso tempo ormai.

Ma la misura le è stata sospesa per delle contestazioni che le hanno fatto. Contestazioni che lei a sua volta contesta.

Dal carcere di Lecce -dove al momento è ritornata- ci ha inviato questa sua lettera per Matteo Renzi.

Una lettera in cui contesta le sue dichiarazioni su indulto e amnistia.

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Caro Renzi,

ho ascoltato il tuo comizio svoltosi proprio nella mia regione. 

Ho elaborato due ipotesi, o sei totalmente  cretino, o sei un grandissimo ipocrita. Propendo per la seconda ipotesi. E’ ovvio che indulto e amnistia sono solo un primo passo verso le riforme necessarie, affinché non si ricrei la situazione attuale.

L’autogoal, come dici tu, lo avete fatto nel 2006, perché avreste avuto tutto il tempo, dopo avere aperto i cancelli del carcere, di aprire ben altri cancelli…. quelli della grettezza, dell’avarizia, e dell’egoismo umano. Forse un giorno noi usciremo da queste porte, mentre altri rimarranno per sempre prigionieri di se stessi.

Come ti permetti di dire frasi tipo: “se concediamo  amnistia e indulto, come possiamo insegnare la legalità ai nostri giovani”?

Non so se ti rendi conto della corbelleria che hai detto. Per insegnare la legalità a qualcuno devi essere nella legalità. Le carceri italiane sono illegali, non so.. ti ricorda nulla Strasburgo, Corte Europe, ecc?

Tanto per fare una metafora un po’ pesante, è come pretendere che un mafioso insegni la legalità a un camorrista.

Mi pare fosse Montesquieu ad avere detto che per misurare la civiltà di una città, bisogna visitarne le carceri e gli ospedali.

No comment sugli ospedali, altrimenti apriamo un altro dibattito.

Riguardo le carceri italiane.. sono da medioevo e non credo che tu non ne sia a conoscenza.

Se sei veramente un giovane intraprendente, sveglio e onesto, usa altri mezzi per cercare consensi, non il massacro dei detenuti.

Sappi che nessuna trasformazione può avvenire senza armonizzare testa e cuore.

Domiria

Lucia Zampilli.. dal carcere di Lecce

Il carcere femminile di Lecce è un carcere che ha un rapporto speciale con questo Blog. Al momento tutte le nostre corrispondenti femminili vengono da lì:

Domiria Marsano..

Lucia Bartolomeo..

Mariella D’Amico..

Ci scrisse anche Antonella Ingravallo..

E adesso ci giunge questo testo di Lucia Zampilli.

Io non conosco la vicenda personale di Lucia. Non so, naturalmente se è colpevole o innocente del reato ascrittogli.

So però che vive certamente una situazione non facile. Non solo perché detenuta, ma perché ha un fibroadenoma al seno. Perché la sua situazione famigliare non è facile, con un marito con due by-pass e tre figli che si trovano senza la madre, soprattutto la più piccola.. Jennifer.. di cinque anni.

Quella che oggi pubblichiamo è una lettera che Lucia Zampilli ha inviato al Magistrato di Sorveglianza di Lecce. Non chiede la libertà tout court. Chiede un colloquio, per potere spiegare adeguatamente le sue ragioni, e potere avere la possibilità di stare un po’ più vicino a sua figlia, che ha una età nella quale la vicinanza della madre è essenziale.

Noi ci associamo alla sua richiesta.

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All’Attenzione dell’Illustrissimo Magistrato di Sorveglianza di Lecce

Oggetto: Memoria per richiesta di colloquio

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Preg. mo/a Magistrato di Sorveglianza

Sono detenuta dal 30/01/2012 a tutt’oggi, per provvedimento n. 1141/10 emesso dalla Corte di Appello di Lecce.

So che non servirà a cambiare la situazione dirle che sono innocente. Le anticipo il pensiero che potrebbe avere… “tutti i detenuti si definiscono innocenti.. vittime di abusi giudiziari.. se sei qui sei colpevole.. il resto sono storie”. 

Il problema non è essere dentro o fuori. Tutto qui. Qualcuno sta dentro, qualcuno sta fuori. In una sorta di strano “equilibrio”. Per il resto, colpevoli o innocenti, non importa. La costrizione del carcere, l’infinita ripetitività dei gesti, l’improvvisa riduzione del mondo, potrebbe quasi farti sentire leggero, sollevato dal peso della quotidianetà. Quando la quotidianetà ti sfinisce, quando  è quella di un marito cardiopatico con 2 by-pass e di tre figli; Valentina di anni 20, Cosimo di anni 18 e la piccola Jennifer di soli 5 anni.

A questo si aggiungono i problemi di salute inerenti le mia persona. Ho un fibroadenoma al seno sinistro con ferita, attualmente è costantemente infetta. Come certamente saprà, il contesto, senza colpevolizzare nessuno, non permette cure adeguate. Già tutto ciò basterebbe a rendere esausta una persona, stanca di ripetere parole che resteranno confiscate in un piccolo spazio e in un grande dolore.

Ma non posso non ascoltare il richiamo alla responsabilità, la richiesta silente e struggente della mia bimba, mia figlia. Da quando sono in carcere non mangia più, piange di continuo. Il suo viso, anziché fiorire, ogni giorno che passa diventa più minuto, pallido e spento. Ha bisogno di aiuto, ha bisogno di me.

Non posso restare inerme ad attendere le lungaggini burocratiche.

Quest’attesa logora me e soprattutto consuma Jennifer.

Ho presentato richiesta di misure alternative da qualche tempo. Allora, le chiedo, un colloquio, al fine di valutare la situazione e nella speranza di un intervento. 

Non sfuggo alla mia condanna, giusta o sbagliata, chiedo solo di essere vicina alla mia bambina. Il prezzo non può essere l’esistenza di Jennifer, il tempo non può essere l’eco di un’accetta sulla sua vita.

Permettetemi di restituire a mia figlia i colori pastello di un’innocente fiaba.

Confidando in una pronta risposta, ossequio.

Lecce 17 giugno 2012

Zampilli Lucia

Allargare gli orizzonti.. di Domiria Marsano

Ed eccola di nuovo..

la nostra Domiria Marsano… dal carcere di Lecce..

Giovanissima (solo 34 anni), ed uno spirito battagliero, ironico, acuto.. un “osso duro” direbbero alcuni…:-)

Trovo molto interessante lo scritto che ci ha inviato e che pubblico in questo post. Perché mostra una dinamica che si verifica molto più spesso di quanto non si immagini.

Quando un parente o un (cosiddetto) amico… si trova a parlare con un parente intimo di una persona detenuta e tira fuori il discorso, con l’aria saputella di chi    ha scoperto il “segreto di famiglia” (nei casi in cui naturalmente non lo sapeva già prima) e col tono da chi ti sta incastrando e vuole metterti in difficoltà. Anche se non vanno neanche dimenticati (e credo  siano molti di più) i “finti compassionevoli”, quelli che vanno da qualcuno della famiglia della persona detenuta e dicono “ho saputo.. quanto mi dispiace… deve essere tremendo per voi..ecc…”.. e dentro godono come cagne in calore, sguazzando nel pensiero di sentirsi superiori, e di infliggere una coltellata, con ogni carezza.

Comunque sia a tutto questo genere di personaggi.. Domiria ci tiene.. “cordialmente” si intende.. a dare una bella pedata..:-)

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Ciao Alfredo

ti chiedo di ospitarmi nel Blog non per vicende strettamente “carcerarie”, ma per mandare un messaggio ad alcuni visitatori dello stesso ed in particolare dei miei scritti.

Oggi, durante un colloquio, mia madre mi ha riferito che una persona (forse più d’una) ha avuto l’indelicatezza di formulare una frase, tipo accusa.. “Domiria è in carcere, ho letto tutto su internet”.

Il modo e il tono mi fanno pensare che non ha compreso nulla né del carcere né degli scritti.

Il carcere è il luogo della trasformazione  e dell’evoluzione per eccellenza. Per quanto possa sembrare un’ altra dimensione, ci vivono persone, le stese con cui abbiamo a che fare per giorni, mesi, o anni.

Non mi stancherò mai di ripetere che commettere un reato non è essere un reato.

Dirò di più, in carcere ci possono finire tutti, tenendo conto che la legge è opera dell’uomo mentre… la perfezione è divina.

Non è necessario violare le norme giuridiche per rendersi autori di azioni deplorevoli.

Il carcere non è il simbolo del degrado sociale e umano. Anche se molti vorrebbero che lo fosse e altri fanno di tutto affinché lo sia. Il degrado è la pochezza mentale e spirituale. Mi fanno solo pena, in quanto si precludono la crescita e la scoperta dell’autentico senso dell’esistenza.

Ad altri, poco coraggiosi, compresi i miei familiari, comunico che non ho nulla da nascondere. Non intendo avallare l’idea che si possano marchiare ed etichettare gli esseri umani. Altrimenti ce ne sarebbero tanti di marchi e di etichette da distribuire… meno onorevoli del “Made in carcere”…

Non mi sento di avere qualcosa in meno, ma, direi, in più e non mi riferisco alla fedina penale!

Non sono io ad essere chiusa “dentro”, ma loro ad essere chiusi “fuori”…. in prigioni ancora peggiori e da cui è ancor più difficile uscire.

“Il mondo in sé, ciò che esiste intorno a noi, non è unilaterale. Mai un uomo o un atto è interamente santo o interamente peccatore. La discontinuità che sembra esservi tra il mondo e l’eternità, tra il bene e il male, tra… il ‘dentro’ e il ‘fuori’ è un’illusione”.

Augurando “a tutti”… la libertà.

un saluto..

Domiria

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Condividiamo il pensiero della nostra compagna di sventura (siamo tutte detenute c/o la C.C. di Lecce): Lucia Bartolomeo (infermiera professionale); Lucia Domenica Zampilli (collaboratrice scolastica c/o materna); Antonietta Trazza (impiegata Enel); Letizia De Tullio (lavorante presso impresa di pulizie e collaboratrice domestica).

Lettera di Domiria Marsano a Barbara D’Urso

Oggi pubblico una lettera della nostra Domiria Marsano -detenuta nel carcere di Lecce- a Barbara D’Urso per contestare la facile disinformazione mediatica sui temi della sicurezza, delle carceri e della detenzione, che viene effettuata nel suo programma televisivo, come -aggiungo- in gran parte degli indigeribili polpettoni televisivi adibiti al rincoglionimento generale.

Domiria è una giovane donna, dotata di grande lucidità, acutezza, cultura e forza espressiva.

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Preg.ma  Sig.ra  Barbara D’Urso

Sono una donna detenuta nella casa circondariale di Lecce, luogo da cui le scrivo, facendo affidamento sulla sua, tante volte citata, obiettività professionale.

Ho seguito con grande disappunto ed amarezza gli interventi nel suo salotto di “Pomeriggio cinque”.

Sono impossibilitata a chiederle di ospitarmi.

Vorrei allora portare alla sua attenzione, a quella degli onorevoli ospiti della sua trasmissione, ma soprattutto all’opinione pubblica un’altra verità, e lo faccio attraverso questo scritto.

Pur comprendendo la lontananza di alcune persone dalla realtà carceraria, non è giustificabile l’informazione falsata e distorta.

La prima cosa che ci tengo a comunicare è: i 68.000 detenuti nelle carceri italiane non sono tutti “Zio Michele”, anzi, la grande maggioranza sono ben lontani da questo immaginario collettivo. La dovete finire di fare passare l’idea che gli ospiti delle patrie galere sono tutti assassini, psicopatici, stupratori, che di volta in volta identificate con il “caso mediatico” di turno. Se così fosse non assurgerebbero a “personaggi”, solo alcuni individui non farebbero più notizia. I riflettori non vanno puntati a convenienza su quanto si ritiene appetibile al fine di creare consenso e audience, spesso manifestando la percezione dei fatti.

Fermo restando che tutti, escluso nessuno, hanno diritto ad un trattamento rispettoso della dignità umana, perché diversamente vi macchiereste  della stessa colpa che additate. 

Mi permetto di sollevare obiezioni su quella che voi considerate popolazione detenuta. In carcere, purtroppo, non  resta chi ha commesso delitti efferati, in quanto il nostro antiquatissimo  codice penale è a tutela del patrimonio e non della persona. Per cui avviene che chi ha rubato, per dire, “formaggio e coca cola”, resta in galera per anni, e chi uccide se la cava con molto meno, infinitamente meno.

Non entro nel merito dei reati dei colletti bianchi, perché è vergognoso vederli transitare per pochi giorni negli istituti penitenziari e, ancor più spesso, mai. 

Se vuole, posso fornirle documentazioni sulle mie affermazioni.

Ed ecco che arrivo al punto, alla pietra dello scandalo, la cosiddetta “svuota carceri”. Nessuno si troverà a passeggio con pericolosi criminali. Sono già fuori, se mai sono entrati in carcere. Le misure alternative, anche più ampie del recente decreto, vengono raramente applicate nei tribunali di sorveglianza ed in quelli ordinari, stante la difficoltà di valutare caso per caso, causa sovraffollamento.

I magistrati nell’incertezza concedono quasi nulla, e abbondano nelle misure di custodia cautelare. A causa di questo ingorgo di lavoro, ci sono persone che pagano troppo e altri troppo poco. Questo è un meccanismo noto nel nostro Paese, dove tristemente sono vessati e bersagliati gli operai e tutelati i possidenti.

Condivido pienamente che la pena debba avere anche, e sottolineo ANCHE, una funzione espiativa, perché mi immedesimo nelle vittime, perché mi immedesimo nelle vittime, perché la pena sia concretamente congrua con quanto commesso, tenendo sempre presente anche l’altra funzione della pena, quella sociale così come richiamata nell’art. 27 della Costituzione italiana.

Tanto per citare anch’io “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria, l’applicazione deve essere proporzionale al reato commesso. Cosa che è molto, molto lontana da ciò che avviene! Alcuni parlamentari dovrebbero comprendere il senso e il valore  delle parole, e in conseguenza le gravità delle proprie affermazioni. Ovviamente escluso l’Onorevole Di Pietro, il quale ha ampiamente dimostrato con lo sproloquio in Parlamento “l’elevata cultura” e sicuramente per lui Beccaria è il suo fruttivendolo. Vorrei anche ricordare ad alcuni esponenti della Lega Nord che il reato di clandestinità è stato introdotto dalla Bossi/Fini.

Non capisco tutta quest’umanità globale da parte di chi, fino a “ieri” in q qualità di rappresentante politico, nell’esercizio delle sue funzioni, ha addirittura, in una città italiana, firmato un’ordinanza per togliere la panchina al fine di non far sedere gli stranieri. 

Concludendo, il mio desiderio è far sapere alla gente comune, la quale, sono convinta, non ha consapevolezza delle  condizioni illegali e disumane delle carceri, che a pagare sono i poveri disgraziati e non gli assassini della carne e della coscienza sociale.

In Italia la bilancia della giustizia è rotta da tempo. Riparatela!

Domiria Marsano

Lecce, 16 febbraio 2012

Disegni di Domiria Marsano

Ecco altri due bellissimi disegni di Domiria Marsano, detenuta a Lecce.

Il primo soprattutto è talmente “carico” da fare male…

Il modus operandi di un imperatore barese.. di Domiria Marsano

Come potete vedere dall’immagine, anche l’orango è sinceramente perplesso per la vicenda che ci racconta la nostra Domiria Marsano; che scrive dal carcere di Lecce, ed è da un bel pò di mesi presenza attenta e preziosa nel nostro Blog.

Circa le dinamiche surreali della vicenda che racconta, vi lascio alla lettura. Dico solo che in storie del genere emerge nettamente la profonda ingiustizia del nostro sistema, dove privilegi intollerabili vengono permessi, e si diventa feroci contro chi non può diffendersi.  Non solo il rigore è inversamente proporzionale al denaro e alla posizione sociale. Ma tante volte, non c’è neppure rigore, ma solo irrazionalità.

Mi piace inserire i testi di Domiria. Sia per quello che descrive, che per come lo descrive. Domiria ha un suo stile nello scrivere, ironico, letterario, indignato. 

Vi lascio all’ennesima vicenda kafkiana che proviende dal mondo lunare delle carceri e dei tribunali.

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IL MODUS OPERANDI DI UN IMPERATORE BARESE

Protagonista di questa storia è il tribunale di Bari, sezione del giudice per le indagini preliminari (GIP).

Una compagna di sventura è detenuta da circa un anno. Non possedeva  e non possiede nulla né all’esterno né all’interno della casa circondariale. I suoi vestiti sono generoso dono dei volontari.

Non effettua colloqui in quanto i familiari non hanno la possibilità economica di intraprendere un b reve percorso, quale è Bari-Lecce. Non possono inviarle denaro, tant’è che la stessa ha usufruito  del sussidio che il carcere, eccezionalmente,  concende una tantum, e per un massimo di 20 euro. La signora in questione attualmente svolge attività lavorativa, nonostante il sovraffollamento, essendo una delle prime in graduatoria.. proprio per lo stato in cui versa. Il compenso è così esiguo che a stento copre le spese di prima necessità.

Premesso questo, racconto quant’è “reale” la garanzia del diritto alla difesa.

Filomena (così si chiama) ha chieso di essere ammessa al gratuito patrocinio, ovvero di avere un avvocato a spese dello Stato. E’ un diritto civile costituzionalmente garantito, che consiste nell’assistenza penale gratuita delle persone che non dispongono dei mezzi economici per assicurarsi una difesa professionale su incarico (remunerato). Il pagamento di tali spese costituisce indubbiamente un’obbligazione di carattere patrimoniale, e lo Stato trova poi il titolo esecutivo nel provvedimento di condanna al rimborso.

L’istanza è stata rigettata. Soprendente è la motivazione. Quasi una caricatura gli accertamenti, tenendo conto che si tratta di un ufficio di indagini preliminari!

Costituendo le sentenze della Corte di Cassazione un precedente nella casistica, l’esimo giudice, il dott. Marco Guida, secondo il “costante orientamento” della Suprema Corte, espone:

“In materia di gratuito patrocinio, i redditi da attività illecita possono e debbono essere computati a tal fine ed accertati con gli ordinari mezzi di prova, tra cui anche le presunzioni semplici”.

l’Ill.mo giudice ritiene di avere fatto ricorso alle presunzioni semplici di cui all’art. 2729 c.c., come indicato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.11 del 30/03/92, tra le quali rientrano il tenore di vita dell’interessato, dei familiari conviventi, e qualsiasi fatto di emersione della percezione lecita o illecita dei redditi. Sostiene, quindi, che nel caso in esame emerge chiaramente che il soggetto ha subito due condanne per estorsione, per cui si può ragionevolmente presumere la sussistenza di una notevole fonte di guadagno.

Innanzitutto si tratta di due episodi, e non vedo proprio l’attualità delle fonti di guadagno. Non si tratta di una esponente della criminalità organizzata, per cui è consueta la continuazione dell’attività illecita. Nel caso in questione, forse, il dott. Guida ha letto un rigo sì e un rigo no, o peggio.. solo gli artt. contestati al reo. Trattasi infatti di persona tossicodipendente da anni, e la cospicua entità delle due estorsioni è rispettivamente di 40 euro e di 10 euro.

Anche avendo una fertile immaginazione e una buona dose di illogicità, presumendo:

– che l’illecito guadagno sia ancora in possesso dell’imputata,

– che siano stati perpetrati delitti della stessa specie, non accertati.

non supererebbe ugualmente il reddito (mi pare di euro 8000 anni) per accdere al gratuito patrocinio.

Bastava poi una semplice richiesta alla C.C. di Lecce, di  rapporto informativo, per accertare il “tenore di vita dell’interessato”…

Mi spiace solo, avendo il Dott. poca attitudine alla lettura, non potergli rivolgere la seguente domanda:

“Perchè infierisce su una persona che non ha neanche l’acqua da bere, dato che quella dei rubinetti del carcere è di colore marroncino e ‘presumibilmente’ dannosa alla salute, e non persegue i cortigiani disonesti che, unitamente ai clienti, criminali facoltosi, percepiscono la parcella e in aggiunta i denari anticipati dallo Stato?”

Credo che la sentenza della Cassazione  e il pronunciamento della Corte Costituzionale fossero diretti a perseguire proprio tali situazioni, affidando al buon senso del magistrato la singola valutazione dei casi.

La discrezionalità riconosciuta è per questo, non per ergersi ad imperatori arbitrari e negligenti.

Riflessioni e disegni di Domiria Marsano

Domiria Marsano, detenuta nel carcere di Lecce, e da alcuni mesi nostra nuova e preziosa amica, è quella che io definisco un.. talento.

Ha un mondo da esprimere e lo sai esprimere bene, con le parole e con i disegni.

E’ una donna giovanissima, ma che ha osservato attentamente se stessa ed il mondo. E’ anche una madre, e il rapporto con la figlia, da salvare e proteggere nonostante il carcere è il suo ottovolante, le sue montagne russe.

E’ di quelle persone che non riescono a farsi fagocitare da una ingrigente routine. Persone che vogliono stare al mondo, e dire la loro, e sentirsi vive, e aggrapparsi a ogni pianta per provare a salire il muro (tranquilli.. non si sta parlando di una evasione…).

Mi piace del suo scrivere anche che è schietto e sincero, senza farsi troppi problemi di “diplomazia”. Domiria ad esempio dice senza tanti tentennamenti, quello che sembra essere un problema diffuso nelle carceri femminili, in maniera decisamente maggioritaria che in quelli maschili..  l’enorme difficoltà della convivenza tra donne. Anche tra uomini la convivenza è assolutamente non facile. Ma sembra che tra donne essa raggiunga ulteriori gradi di esasperazione.

Accanto al suo testo.. ho inserito anche tre suoi bellissimi disegni. Come si accorgerà chiunque li visionerà, sono disegni che hanno un’anima.

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Il carcere è un luogo che spersonalizza gl individui, siano essi detenuti o operatori.

Anche se non è più in uso, un tempo anche i detenuti indossavano una sorta di divisa chiamata “camoscio”.

Ogni istituto ha un elenco di oggetti, vestiti e prodotti consentiti e non. Da un certo punto di vista ciò è necessario per la sicurezza e l’ordine, per l’insegnamento nel senso delle regole, per la correzione e ricostruzione della personalità… “deviata”…

Portare all’estremo questo concetto senza un supporto adeguato, demolisce totalmente l’individuo, creando un  evidente contrasto con l’art. 13 O. P., L. 354 del 26.07.75.

Art 13

1. Il trattamento penitenziario deve rispondere ai particolari bisogni della personalità di ciascun soggetto.

2. Nei confronti dei consannati e degli internati è predisposta l’osservazione scientifica della peprsonalità, per rilevare le carenze fisiopsichiche e le altre cause del disadattamento sociale. L’osservazione è compiuta al’inizio dell’esecuzione e proseguita nel corso di essa.

3. Per ciascun condannato  e internato, in base ai risultati dell’osservazione, sono formulate indicazioni in merito al trattamento rieducativo da effettuare ed è compilato il relativo programma, che è integrato o modificato sencondo le esigenze che si prospettano nel corso dell’esecuzione.

4. Le indicazioni generali e particolari del trattamento sono inserite, unitamente ai dati giudiziari, biografici e sanitari,nella cartella personale, nella quale sono successivamente annotati gli sviluppi del trattamento praticato e i suoi risultati.

5. Deve essere favorita la collaborazione dei condannati e degli internati alle attività di osservazione e di trattamento.

I regolamenti e le cose consentite sono uguali per uomini e donne… il carcere è un luogo pensato dagli uomini per altri uomini…

Spegnere in una donna la creatività, il gusto, l’attenzione, la cura per l’ambiente e per l’aspetto, è spesso devastante.

Significa perdere la femminilità, la propria essenza.

Nel carcere di Lecce, la Direzione, fortunatamente, presta particolare attenzione al ruolo di  mamma.

Circa un paio di anni fa, la Dott.ssa Rosaria Piccinni, dimostrando grande sensibilità, coadivutata dal cappellano, diede vita ad una associazione, “Lo specchio di Alice”, per permettere alle detenute madri, degli incontri con i propri figli, una volta al mese, in un ambiente diverso dalle sale colloqui. Un’iniziativa ben riuscita, continuata con impegno e dedizione dall’attuale Direttore, Dott.ssa Rita Russo.

Hanno così sopperito, in piccola parte, alle carenze istituzionali, che pur avendo promulgato alcune leggi, tipo la Simeone, art. 47 quinquies c.p., non si preoccupano del fatto che trovano scarsissima applicazione.

Le donne sono, tra di loro, meno tolleranti, essendo, per natura, tendenzialmente umorali. Avendo esigenze differenti dagli uomini, la convivenza in uno spazio troppo piccolo è molto difficile, complessa, sofferta. Avere in comune reati non significa uguaglianza di estrazione sociale, culturale, umana.

Quando però si crea armonia e un obiettivo comune da realizzare…. non me ne vo gliate…. i risultati sono superiori a queli dei “maschietti”.

E’ risaputo che la donna ne sa una più del diavolo!!!! Personalmente, all’inizio ho sofferto la privazione degli indumenti, prodotti e accessori.

In seguito ho superato questo “inconveniente”, ma ciò che continuo a sentire come una vera e propria vioelnza, è il dovere condividere la mia intimità. Non tutti abbiamo le stesse abitudini, la stessa igiene ambientale e personale. Inoltre, non si può mai acquistare, nè viene fornita dall’amministrazione, candeggina o detersivi al cloro… Dal profilo della tutela della salute è molto grave…

Non riesco, non riuscirò mai, credo, ad accettare questa promiscuità che spesso è motivo scatenante di tante incomprensioni con le compagne di sventura. Moltissime volte le infrazioni disciplinari in cui incorrono i detenuti, sono dovute all’esasperazione per la forzata convivenza.

Parlano i nostri politici… investire nell’edizilia carceraria. Magarii lo facessereo! Niente indulgenze e sconti al grande supermarket della giustizia.

Allora concretizzate! Ne avete avuto tutto il tempo all’epoca dell’indulto del 2006. Siamo nel 2011 e non ci sono ancora carceri italiane a nroma.

Chiediamo solo un piccolo spazio individuale in cui poter…. sfogliare i numerosi tramonti, e scalare le montagne delle nostre colpe…

 

 

 

Lo strano caso dell’indulto nel Tribunale di sorveglianza di Lecce.. di Domiria Marsano

Ecco la nostra agguerrita Domiria -detenuta a Lecce- da alcuni mesi compagna di viaggio del Blog, e prima donna ad avere scritto su queste pagine.

Domiria è una donna che ha qualcosa da dire, e lo dice. Ha passione e indignazione che si riversano nei suoi scritti, oltre ad un certo senso di ironia.

In questo testo parla delle strane alchimie che il Tribunale di sorveglianza di Lecce avrebbe nell’applicare la disciplina dell’indulto, e nel determinarne le sue conseguenze.

I versi finali sono i celebri versi di Dante che condannano gli ignavi.. quelli incapaci di prendere parte, di schierarsi nettamente, di dire la verità e ciò che è giusto senza compromessi.

Vi lascio al testo di Domiria Marsano..

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Mi sono imbattuta nell’ennesima stranezza dell’applicazione della legge, effettuata diversamente da una punta all’altra dello stivale, e ancora diversamente nel tempo, nel medesimo luogo.

Mi riferisco alla legge n. 241/06 del 29/07/06, meglio nota come “indulto”. L’indulto condona, in tutto o in parte, la pena inflitta. E’ di anni tre, ed è sottoposto a condizioni. La non commissione di reati per anni cinque dalla data di entrata in vigore della legge. Nel concorso di più reati si applica una volta sola. Decorso il termine diviene irrevocabile. La condizione del termine blocca gli effetti della legge.

Nei cumuli pena o nei provvedimenti degli uffici di esecuzione penale, viene riportata l’intera pena, poi, decurtata del condono, e viene specificato, “residuo pena”, “rideterminazione pena”, ecc..

Chi ha avuto la “fortuna” di vedersene notificare uno, sa di cosa parlo.

Proprio il giorno dell’entrata in vigore della l. 201/06, mi trovavo a varcare la porta dell’hotel Borgo S. Nicola, facendovi ingresso. Una miriade di gente varcava la stessa porta per uscire. Non potrò mai dimenticarlo. Ricordo perfettamente lo svuotarsi continuo e consecutivo delle celle. Questo è proseguito per alcuni mesi. Ciò era dovuto, oltre ad un fattore puramente numerico, di protollo delle richieste, anche al fatto che alcune persone, avendo dei residui pena superiori all’indulto concesso, di anni tre, dovevano  attendere le Camere di consiglio per potere accedere alle misure alternative. Esempio, cinque anni di pena definitiva, applicazione l. 201/06, residuo pena anni due, conseguente concessione dei affidamento, detenzione domiciliare, ecc.

Specifico che le Camere di consiglio avvenivano nel Tribunale di sorveglianza di Lecce. Infatti, chi è definitivo è assegnato di competenza al Tribunale di sorveglianza della città/carcere in cui si trova al momento dell’espiazione. Specifico che le Camere di consiglio erano effettuate dagli stessi magistrati attuali.

Passano gli anni. Per la precisione cinque, quelli successivi affinchè l’indulto diventi irrevocabile, 29/07/2011. Nessuno potrà in nessun caso revocare il condono. Eppure le cose cambiano… in meglio? No, a Lecce pare vada di moda camminare come i gamberi. Eppure la legge non parlava di applicazione sugli “ultimi” tre anni (tipo la cosiddetta “svuotacarceri”, un anno), quindi anche prima della fine dei termini della condizione, la legge produceva i suoi effetti. E’ così ed è stato così. Oggi, solo oggi, il Tribunale di sorveglianza di Lecce dice che l’indulto non va considerato ai fini delle misure alternative. Esempio, 10 anni di condanna, 3 di indulto, residuo pena 7. La metà dovrebbe essere 3 anni e 6 mesi, per accedere ad una semilibertà (a Lecce comunque per le donne non esiste un tale “reparto”, pura discriminazione). A Lecce ne occorrono sempre cinque. La metà 7 qui fa 5.

L’INDULTO A LECCE E’ UN SANTO SENZA ALI.

Questo non è e non può essere “un orientamento”.

La prima cosa che ti insegnano in una facoltà di giurisprudenza, che ti chiedono a quasi tutti gli esami, che ti ripetono fino alla nausea, è l’interpretazione della legge. Interpretazione letterale (senso proprio delle parole), dottrinale (quella dei giuristi), secondo ratio (a casi simili si applicano norme simili), e autentica…

L’unica assolutamente vincolante è quella autentica, detta così in quanto esprime LA VOLONTA’ DEL LEGISLATORE. Non credo sia necessario fare un excursus su come si promulgano le leggi, per ribadire un concetto: LA SOVRANITA’ SPETTA AL POPOLO CHE LA ESERCITA NEI MODI E NEI LIMITI PREVISTI DALLA COSTITUZIONE.

NON CI SONO IMPERATORI ROMANI.

IL GIUDICE NON CREA LA LEGGE.

Non volevo e non intendo fare una lezione di diritto agli onorevoli magistrati, non mi permetterei perchè non sono in grado, e soprattutto non ne hanno bisogno.

Se certi delle motivazioni, operato, convinzioni, devono esercitare il potere dato loro, quello della DISCREZIONALITA’. Non scegliere, non è una scelta. Un grande potere che, nel ruolo specifico, è gravato da una grande responsabilità.

.. E io che avea d’error la testa cinta,

dissi: Maestro, che è quel ch’i odo?

e che gent’è che par nel dul si vinta?

Ed elli a me: Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser senza infamia e senza lodo.

… Caccianli i ciel per non essere men belli,

ne lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli.

… Fama di loro il mondo esser non lassa,

misericordia e giustizia li sdegna,

non ragioniam di lor, ma guarda e passa.

… Poscia ch’io v’ebbi alcuni riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

Riflessioni di Domiria Marsano

Domiria Marsano è la prima detenuta ad avere scritto sul nostro Blog. Ad essa si da pochissimo aggiunta anche Lucia Bartolomeo. Entrambe dal carcere femminile di Lecce (Nuovo complesso Borgo San Nicola, per la precisione), che è stato il primo a stabilire una connessione col Blog, anche se certamente altri verranno.

Domiria ha cose da dire, e le sa dire bene, con uno stile ironico e vivace. Consiglio di leggere i suoi precedenti testi pubblicati sul Blog, compresa la lettera al Magistrato di Sorveglianza (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/24/6911/) , dove richiede che le vengano concessi permessi a tempi più ravvicinati tra l’uno e l’altro (come le accadeva in precedenza), anche a costo che i giorni di volta in volta concessi siano di meno, al fine di potere vedere la figlia più spesso.

Nel testo che pubblichiamo oggi, Domiria spazia su ambiti comunque interessanti, ma soprattutto l’ultimo merita una particolare condizione.

E’ una lettera idealmente rivolta ai commentatori del Blog e ai suoi lettori, ma che nel concreto interviene prendendo le mosse su due contributi apparsi sul Blog, rispettivamente a firma di Giovanni Zito (vai al link..  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/05/il-mio-nuovo-alloggio-di-giovanni-zito/) e di Pasquale De Feo (lei scrive Piero Pavone, ma credo si sia confusa, e il tenore dell’obiezione che lei fa mi fa venire in mento ciò che scrive Pasquale De Feo nel suo Diario di .. vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/diario-di-pasquale-de-feo-22-luglio-21-agosto/)

Nell’intervento che parte dal testo di Giovanni Zito, dopo la consueta ironia, c’è un passaggio molto interessante, anch’esso ironico, che si inserisce nell’allucinante contesto della sanità in carcere. Il riferimento è alla “ginecologa” (sigh) del carcere di Lecce e ad una sua prescrizione. Un pò si ride, e per un attimo sembra una di quelle commedie degli equivoci anni ’70, anche se poi si constata che è l’ennessima conferma della totale inefficienze del settore sanitario in carcere. I detenuti e le detenute, visto il livello sanitario intramurario (aspettate che aggiungo la frase di circostanza.. “con le dovute eccezioni..ecc…ecc…”), debbono solo pregare di non ammalarsi.

Il secondo intervento prende le mosse invece da un brano di Pasquale De Feo (ripeto, è una mia deduzione in base al tenore degli argomenti, anche se Domiria ha scritto Piero Pavone), tratto da uno dei suoi diari. Pasquale proponeva -nell’ambito di una sua visione di riforma integrale del sistema processuale e penitenziario- che i benefici scattassero automaticamente. Anche io allora espressi perplessità su una proposta del genere, e mi trovo, pienamente sulla stessa lunghezza d’onda di Domiria, che in questo suo testo la contesta fortemente. Descrivendo la sua stessa condizione giuridica, e il suo profilo sanzionatorio, indica la forte contraddittorietà inevitabile in ogni proposta di automatismo nei benefici.

Ma Domiria, non si ferma a questo, ed estende l’ambito del discorso. In sostanza, con frasi abbastanza forti, lei va a contestare, la sottovalutazione che sembrerebbe avvenire del mondo della criminalità organizzata, nell’ambito di alcuni scritti. C’è un passaggio molto forte…

“Dovremmo per questo passare dalla dittatura democratica alla camorra?”

L’obiezione di Domiria è fondata, e va fatta. Giusto una premessa. Spezzo una lancia per Pasquale, di cui non tutti conoscono la vicenda, ma che si tratta di una persona che ammesso, in modo radicale, i propri errori passati, e che ha intrapreso un COLOSSALE, percorso di rinnovamento, che dura ormai da anni, nell’ambito del quale è cresciuto culturalmente, umanamente, ed eticamente, attuando un netto mutamento di valori. Quindi non si tratta di un fiancheggiatore o simpatizzande della criminalità, anzi, è considerato un esempio di detenuto capace di rinnovarsi. Questo andava detto per giustizia, e per evitare ogni dubbio al riguardo. Detto ciò, è vero che negli scritti di Pasquale e di qualche altro detenuto, si avverte, alle volte, che, per la giusta motivazione di contestare gli abusi intollerabili dell’apparato giudiziario e penitenziario, si rischi di pervenire a un ordine di considerazioni per cui la criminalità organizzata sarebbe stata soprattutto uno specchietto per le allodole, al fine di criminalizzare il Sud e di attuare una politica emergenziale, e non qualcosa che comunque è esistito (ed esiste) e ha provocato danni enormi.

Da questo punto di vista concordo con Domiria. Dobbiamo, in maniera netta, dire che le bestialità giuridiche e penitenziarie non fanno però venire meno la reale natura di organizzazioni sanguinarie e brutali come mafia, ‘ndrangheta e camorra, e non rendono i partecipanti di atti di criminalità organizzata, di per ciò stesso vittime o prigionieri politici. Su ciò non ci debbono essere ambiguità. Lo stupro del diritto che avviene nei trubunali e nelle carceri, non significa però pensare che prima ci fosse un Walhalla sociale, un’età dell’oro, o un tempo pacifico.

Abbiamo di fronte due mostri insomma. Quello della criminalità. E quello del diritto e della Costituzione traditi. Nessuno dei due va edulcorato o legittimato.

Domiria conclude con una bellissima citazione di Pirandello.

Insomma, un testo -la lettera di Domiria- tutt’altro che scontato.

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Cari amici del Blog,

saluto e ringrazio Alessandra, La gazza ladra, Pina, Enzo, Grazia, Carlo e Laura. Il silenzio è d’oro, ma la parola è di platino! Le vostre sono per me diamanti che irradiano luce e colori.

Ho un messaggio per Giovanni Zito, in merito allo scritto “il mio nuovo alloggio”. Mi hai fatto fare un sacco di risate. Riuscire a far ridere qui è una gran cosa, anche se il ridicolo è l’avvertimento del suo contrario.

E’ trooooppo forte quello che scrivi e come lo descrivi. Se ti può consolare, nella città di Lecce, c’è il Nuovo complesso Borgo S. Nicola, poco barocco e molto “vintage”. Credo che la dicitura “Nuovo complesso” sia riferita al complesso di esistere che sorge nell’individuo dopo una lunga permanenza nel luogo.

Anche noi abbiamo il wc o cesso, come preferisci, di fronte al tavolo. Sarà una moda… ?!!

Però c’è la porticina. Porticina che delle volte è difficile da aprire perché urta il letto, giusto lo spazio per fracassarci le dita. Allego lo schema. Inoltre hanno scambiato la mia “casa” per un magazzino dove entrano, escono e depositano oggetti e persone!

Da noi il tempo è variabilissimo, delle volte piove dal cielo, altre, in alcune stanze, dal soffitto. Tutto rigorosamente in orario, quello delle docce! Anche per sentirti male devi essere regolato  tempo.. ti racconto una delle ultime, delle tante, riguardanti l’area sanitaria.

TITOLO: LA GINECOLOGA

Qualche giorno fa durante l’orario di pausa dal lavoro, una compagna mi chiama in disparte, imbarazzatissima. Aveva in mano una confezione di medicinali. Mi spiega che la ginecologa l’aveva visitata e le aveva prescritto delle “compresse” da inserire in vagina. Il problema era che avendole inserite per alcuni giorni, non si scioglievano e le creavano un “accumulo”. Stupefatta ho preso la confezione e ho letto le indicazioni… erano integratori alimentari di ferro!!! Ovviamente da somministrare per via orale!

Puoi facilmente immaginare il seguito della vicenda, il giro e rigiro della frittatina e la disapprovazione sul mio “servizio informativo”… in fondo la medicina è una scienza in continua evoluzione… ma, sarà… fosse stato un antistaminico magari c’era una qualche avvertenza J !!!

Comunque la prescrizione è stata annullata. Mi sembra di essere nel film “The Other”. Quale è il nostro e quale è l’altro mondo lo lascio alla libera interpretazione…

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Se possibile, vorrei dire due parole a Piero Pavone.

Premetto: non per ideologia politica vicina a Travaglio, che magari la mia è molto distante…

Tu credi che tutti i reati e le motivazioni degli stessi siano uguali? Benefici automatici? Che dici? Che messaggio stai passando?

Ti porto il mio personale esempio. Ho una condanna definitiva a 25 anni, 6 mesi e 15 giorni. Ti specifico per cosa. Una per art.  73 D.P.R. 309/90, ovvero spaccio, 4 anni. Tutto il resto è ricettazione di assegni di provenienza illecita. Come saprai la massimale per la ricettazione sono 8 anni. C’è un particolare, hanno aperto un procedimento per ogni assegno per un totale di 16 sentenze con una media di 2 anni ognuna. Secondo il tuo ragionamento dovrei pagare ed espiare alla stregua di chi ha violentato, ucciso, ecc. In più, non sono né A.S.1 né A.S.3, ma comune, eppure sottoposta alla medesime restrizioni. L’unica differenza sono le ore di colloquio, 6  anziché 4. Ne effettuo comunque 4, perché odio quella fredda e asettica sala colloqui.

C’è gente che sulle tragedie altrui costruisce montagne, nella legge e al di là di essa. Dovremmo per questo passare alla dittatura democratica alla camorra?? Ci sono altre alternative. Abbiamo sbagliato, non abbiamo capito che bisogna entrare nel sistema Stato, vivere nelle regole per poterle cambiare. Non si possono sovvertire le ingiustizie con altre azioni aberranti. Il 41 bis è una tortura. La strage di Falcone e Borsellino mostruosa. Non c’è differenza. Bisogna umanizzare. Lavorare duramente, trasmettere, comunicare. Imparare ad ottenere per merito e non per privilegio o violenza.

La goccia cinese è un metodo di tortura. Noi dobbiamo essere quella goccia, non sulla fronte altrui o per cagionare danno, bensì per formare un lago, un fiume, un mare di giustizia, dignità e amore. Soprattutto amore.

“L’uomo quando soffre, si fa una particolare idea del bene e del male, e cioè del bene che gli altri dovrebbero fargli e che egli pretende, come se dalle proprie sofferenze gli derivasse un diritto al compenso; e del male che egli può fare agli altri, come se parimenti, dalle proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri non gli fanno bene quasi per dovere, egli li accusa e di tutto il male che egli fa quasi per diritto facilmente si scusa”

Pirandello

Ciao a tutti,

Domiria

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