Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

Pubblico oggi questo confronto tra il nostro Carmelo Musumeci e la domanda, molto critica, giunta da una sconosciuta.

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Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell’essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all’Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone “perbene” che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

Carmelo Musumeci

Aprile 2017

http://www.carmelomusumeci.com

Oltre la rabbia.. di Alfredo Sole

Questo è uno di quei momenti belli che il percorso con questo Blog ci regala. Ma Alfredo Sole ci ha già regalato altri momenti bellissimi (ad esempio andate a leggere il post al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/02/17/nessuno-e-solo-lettera-di-alfredo-sole-agli-amici-del-blog/).

E’ una persona particolare Alfredo Sole.. è uno di quei due-tre detenuti che conoscevo anche in fase pre-blog. Non scrive sempre.. ma è uno di quelli che sai sempre che c’è… che lui è là… che può sempre alzare la mano e dire “presente”, anche quando non parla.

La sua lettera di oggi parla di rabbia, odio, libertà. Avevo chiesto ad Alfredo se, onestamento, adesso sentisse in lui molto odio e rabbia, e se, potendo, infiggerebbe a qualcuno sofferenza.

E ne è uscita questa risposta. Limpida, sincera, “autentica” fin nel midollo. Alfredo, lo sentite in tutte le fibre di questa lettera.. Alfredo ha, in anni e annni di detenzione, intrapreso un duro viaggio interiore e confronto con se stesso. E tutto ciò lo ha portato a una maturità e ad un equilibrio che molte persone “a piede libero”, forse non raggiungeranno mai.

Vi lascio alla lettera di Alfredo Sole.

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Impegnativa la tua domanda, ma ti risponderò con sincerità. Anche perché la sincerità è l’unica cosa che mi rimane, o per meglio dire, è ciò che mi ha permesso di guardarmi dentro. Spesse volte mentiamo a noi stessi, per paura di guardarci dentro.

Avrei molti motivi per odiare, ma in passato ho odiato coì tanto da esaurire questo sentimento. L’odio distrugge lentamente, abbrutisce l’uomo e rende la mente sterile.

Nei primi anni della mia carcerazione, quando il fuoco del mio odio era ben acceso, non riuscivo a pensare ad altro se non al male che avrei voluto fare a chi mi aveva fatto del male. Una persona “normale”, la sera per addormentarsi cerca nella sua mente pensieri che possono farla riflettere. Io mi addormentavo cercando pensieri terribili, pensieri di cosa avrei fatto alle persone che odiavo, se ne avessi avuto la possibilità. Credimi, i film di orrore al confronto erano favole per bambini.

Col passare del tempo, nonostante il rancore non si attenuava, e forse non si è ancora attenuato, il sentimento di odio iniziò a diluirsi fino a diventare riflessione e in quella riflessione sull’odio ho scoperto che non facevo altro che farmi del male.

Adesso non risco più a odiare. Non sono diventato di certo un “santo”. Questo no, mentirei se affermassi il contrario. Da incendiario non posso trasformari in pompiere. Posso solo limitarmi a non appiccare più fuochi…

Ho messo da parte tutto ciò che poteva farmi del male. E l’odio fa male. Prima ancora di distruggere chi lo subisce, distrugge chi applica questo sentimento. La vita è troppo breve lasciare che l’odio se ne porti via una buona parte, a me l’ha portata via quasi tutta, e quella che rimane non la posso sprecare odiando.

Sapere che una persona che odio soffre, mi può fare felice? Mi verrebbe da risponderti che tutto sommato, se soffrisse, non per colpa mia, potrebbe anche farmi piacere. Ma conoscendo cos’è la sofferenza, perché la vivo, non posso augurarmi la sofferenza altrui.

(…)

Te l’ho detto, non sono un “santo”, e non lo diventerò mai, ma voglio vivere il resto della mia vita senza odiare più nessuno.

Questa è la risposta alla tua domanda, e non è una risposta “di circostanza”. E’ ciò che sono oggi.

Un caro abbraccio,

a presto

Alfredo

E tu chi sei?…. di Giovanni Zito

Giovanni farina alcune volte è carico di una malinconia che è densa, la senti tutta, oltre la stessa rabbia, come se fosse lontana, trascendente..  come chi parlando si innalza e diventa portatore di un messaggio profondo, di una spinta colletiva…

E’ comunque un testo molto amaro..

Voglio solo fare una citazione prima di lasciarvi alla sua lettura integrale..

L’art. 4bis forma fosse comuni, dove si possono ammassare persone, o deternuti. Oggi questa sepoltura emerge, esce dal proprio guscio, con tutte le sue energie.  Anche se si portano i traumi provocati da un sistema di cecità arbitraria. Lo stile di vita ormai svuotato.. Ma la mente è la cosa più complessa che esista.. ed è difficile da misurare”.

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Fiume denso di pensieri,

le urla dal silenzio di chi non ascolta,

corpi di uomini martoriati…

E tu chi sei?

E’ la domanda fondamentale su cui ogni persona si è interrogata. Chi sono io? Che cos’è questa cabina che racchiude la mia esistenza?

Col il tempo ci accorgiamo che gli altri sono entità separate da noi. Che, come noi pensano e si emozionanto. Impariamo anche che apparteniamo a un genere indefinito. Questa consapevolezza circola nel nostro corpo e influenzerà profondamente il nostro modo di essere ergastolani.

Spesso nella vita ci capiterà di rinforzarci o di indebolirci. A volte ho l’impressione di non essere all’altezza della situazione in cui oggi vivo, o di essere stupido. Proprio quando mi sento così, scrivo il mio stato d’animo.

Ci potrà capitare di non perderci, o di nn capire più chi siamo veramente. Questo affascinante territorio, l’inconscio, il cervello, le emozioni.. La vita è bella come diceva Roberto Benigni.. proprio perché non sta mai ferma e ci sorprende con le sue continue rivoluzioni, i suoi mutmenti. Una capriola l’ho fatto anche io, cambiando radicalmente.

Questo tracciato murario.. un episodio drammatico di cui faccio parte attiva.. di questa battaglia, dove l’ergastolano ostativo cerca la sopravvivenza.

Racconti, descrizioni, testimonianze.. di un quotidiano vivere estatico.

L’art. 4bis forma fosse comuni, dove si possono ammassare persone, o detenuti. Oggi questa sepoltura emerge, esce dal proprio guscio, con tutte le sue energie.  Anche se si portano i traumi provocati da un sistema di cecità arbitraria. Lo stile di vita ormai svuotato.. Ma la mente è la cosa più complessa che esista.. ed è difficile da misurare.

20 ANNI DI CARCERE NON BASTANO! Vogliono di più. E intanto si continua a morire nelle carceri italiane, perché così sono le leggi oggi. Si deve morire ogni singolo giorno per dire basta.. perché oltre alla tortura del fisico, si prendono quanche quelle mentali. Ogni sforzo è inutile, e le speranze di un uomo si spengono.

L’ergastolano ostativo fa parte di un sistema prepotente e distruttivo rispetto ai fini dell’art. 27 della nostra Costituzione. Possono cambiare i politici, i partiti, ma non il sistema repressivo nei confronti di chi ha scontato 20 anni di carcere duro e sofferto unitamente alle proprie famiglie.

Giovanni Zito

Per chi scaglia la prima pietra.. di Giovanni Zito

Certi passi, brani, immagini fanno parte dell’immaginario collettivo dell’essere umano, a prescindere dalle sue religioni, credenze, fedi e non fedi..

Come la parabola dell’adultera e degli “zelanti” con la pietra in mano… è di quei passaggi “scandalosi” per una mentalità puramente legalistice e ritributiva.

Chi vuole banalizzare parlerà di deresponsabilizzazione.. chi va più a fondo forse potrà “cavare” qualcos’altro.. al di là anche di ciò che volesse dire Gesù.. potrà volerci vedere un domanda radicale di onestà. Tu… puoi davvero essere aspro, inesorabile e violento con un tuo simile? Fino a che punto puoi esserlo? E ti sei guardato dentro?…prima di tirare ogni pietra… prima di erigere forche.. prima di lanciare pomodori..

La bella lettera del nostro Giovanni Zito, detenuto a Voghera (uno degli autori più prolifici del Blog) .. corre sulla scia della cometa di queste parole..

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Oggi questo mio testo vi farà capire ancora una volta ciò che sento dentro di me. Alcune onde saranno alte, ma voi seguite la scia del cuore, come avete sempre fatto. Perchè poi, alla fine, il motore siete voi. La montagna più alta, la forza vera, così non mi taglio con i ghiacci dell’inferno.

Vi abbraccio a tutti con affetto

Giovanni Zito

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Nel Vangelo di Giovanni si legge della donna adultera portata alla lapidazione. La storia si svolge a Gerusalemme. Il corteo della condannata incontra il forestiero Gesù, gli chiedeva un parere legale e ricevono la celebre frase di risposta:

“Chi di voi è senza colpa commessa, scaglierà la prima pietra”.

So il peso di queste pietre. Le porto dentro di me.. sento questo peso.

Anche di fronte al patibolo, con metà corpo già dentro alla fossa, un condannato deve credere ad una possibilità di salvezza.

L’ergastolano ostativo non ha salvezza, non ha diritto ad una speranza, visto che lo stato infligge una condanna che non potrà più scontare per tutta la sua durata di vita. Caino, primo assassio della storia sacra, sconta con il vagabondaggio il sangue di suo fratello, perché la vita tolta a un assassino non può pareggiare il conto. Invece raddoppia la perdita.

La mia coscienza vive anche di immagini e simboli. Di emozioni e suggestioni. Sono dunque conscio che il percorso della memoria è tutto in salita in questo angusto passaggio. E’ una responsabilità collettiva.

L’ergastolo ostativo fa scorrere degli annie del temopo.. il rischio è che l’oblio e la rimozione inghiottiscano la mia vita. Un paese democratico deve avere memoria delle pagine più buie di un uomo, per quella dignità della persona sancita dalla Costituzione.

Perché è ancora una selezione.. dentro o fuori.. vita o morte.. un’altra volta.

La memoria non invecchia, ma invecchiano le forme della sua storia perché tutto diventa automatico, provinciale e quindi insufficiente.

Ciò che sembra evidente alle persone, avrà sempre meno senso per i nostri familiari.

Cosa posso fare io, per dimostrare che, malgrado io abbia perso il conto degli anni che sfuano una storia.. è quando credo di essere capace di ricordare, comincio a non farlo più. Guardare fuori dalla finestra fa male. L’unico antidoto al sonno della coscienza è tenere sveglio il senso. L’unico modo di uscire dalla zona grigia sono messaggi senza voce sussurrati su fogl di carta.

E’ solo lo sfondo.. le pietre non possono ricordare per noi, perché le mani sono stanche, l’oscurità esiste anche oggi. Io dentro le mura e chi mi ha accusato: tutti gli altri fuori.

Il mio cuore che si ribella.. non si possono tenere gli occhi chiusi, mentre provo a pensare e  non ci riesco, mi scopro ignorante. Riflettere insieme.. comprendere.. per far sì che finisca la fame è il freddo… il significato di queste parole… l’inafferrabilità della vita di un ergastolano ostativo..

Adesso ho bisogno di risposte…

La fermata più lung di qeusto viaggio è stata quella su me stesso.. nella nebbia invernale l’Uomo Ombra scrive…

Io sono memoria.

Giovanni Zito

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