Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

Archivio per il tag “disciplina”

Tutte le persone che devo ringraziare, nel giorno della svolta… di Domenico D’Andrea

grazias

L’ultima lettera che il nostro Domenico D’Andrea mi ha scritto, comincia così:

“Carissimo Alfredo, con grande gioia ti comunico che la camera di consiglio del 28 maggio è andata meglio di quanto mi aspettavo. In pratica, il tribunale di Sorveglianza ha accolto le mie richieste e le ha ribadite nell’ordinanza dicendo appunto che la vittima (di 17 anni) è deceduta per soffocamento e non per mano mia; che era un mio diritto tacere nel processo e che nella mia piena confessione, anche se non ho collaborato, sono stato in grado almeno di chiarire tutto; (..) e che pertanto il mio atteggiamento a considerato alla stregua della collaborazione per garantire, anche a chi non ha collaborato, il resinserimento e la rieducazione. Ti manderò presto copia dell’ordinanza (…)”

Domenico lo conobbi con la lettera che pubblicai il 5 giugno 2011 (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/06/05/sono-domenico-dandrea/). Una lettera che mi colpì tantissimo. 

Domenico non vedeva i genitori da anni. Non vedeva i figli da anni.

Domenico parlava dei magnifici velieri che costruiva. 

Domenico parlava delle sentenze della Cassazione che raccoglieva per essere utile a sé e agli altri.

Domenico parlava dell’atroce mal di denti che lo tormentava da anni.

Domenico.. allegava a quella lettera un curriculum. Era la prima (e ultima) volta che un detenuto mi inviava un curriculum! E leggevo che aveva due lauree, tra cui una in giurisprudenza. E due master, tra cui uno in criminologia. 

Dall’arrivo di quella lettera nacque una intensa corrispondenza. Domenico ci inviò anche tanti pezzi per il Blog, che abbiamo sempre regolarmente pubblicato.

Intanto il percorso di Domenico continuava, con volontà, passione, disciplina. Fece altri master, si impegnò in altre iniziative, continuò ad aiutare gli altri, e non cessò mai la sua battaglia legale.

Adesso è intervenuta una sentenza che sembra aprirgli, finalmente, le porte di un futuro.

Domenico ha preparato una lettera, nella quale desidera ringraziare tutti coloro che lo hanno aiutato in questi anni.

Ed è questa lettera che pubblico oggi.

——————————————————————————-

In cuor mio sapevo che la mia vita non poteva finire così. Che, prima o poi sarebbero arrivati dei “Simone da Cirene” che mi avrebbero aiutato a portare questo palo di tortura sino alla svolta tanto sperata.

Il mio cuore, però, rimaneva sempre appesantito dal ricordo di Riccardo Cefola e della sua famiglia.

Oggi la svolta, e oggi mi sento di ringraziare, a cuore aperto, tutte le persone che hanno contribuito, perché lo hanno voluto, preteso e desiderato, affinché io non morissi in carcere e riacquistassi, anche se, per ora, parzialmente, la libertà.

L’ordine non è per importanza.

-RINGRAZIO I MIEI GENITORI, che ormai sono passati, nel giro di pochi anni, l’uno dall’altro, a miglior vita. Li ringrazio per essermi stati vicini senza farmi mancare mai nulla e mi scuso con loro per il peso della vergogna che hanno dovuto portare addosso per causa mia.

-RINGRAZIO ANCHE MIA SORELLA, I MIEI NIPOTI E MIO COGNATO che mi hanno aperto la porta della loro casa facendomi sentire il calore di una famiglia quando ormai avevano compreso che una famiglia non l’avevo più.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO LEONARDO PACE, di Potenza, per essersi prodigato, con grande competenza professionale, a dare una svolta alla mia vita. In lui percepivo di continuo quel gran senso di amorevole amicizia che mi faceva sentire orgoglioso di lui.

-RINGRAZIO IL DOTT. GIULIO VASATURO di Latina, criminologo presso l’università La Sapienza di Roma, per avere creduto in me sin dal primo giorno in cui ci siamo conosciuti e per avermi stimolato e sostenuto nel mio percorso accademico. Se sono diventato quel che sono diventato è anche merito suo.

-RINGRAZIO ALFREDO COSCO di Catanzaro, per avermi aperto più volte una finestra sul mondo, per le opportunità editoriali che ha saputo darmi e per avermi fatto venire la voglia di scrivere, per avere creduto in me, per avermi più volte chiamato “amico mio” e per avermi spinto a conservare tutte le sue note di stima nei miei confronti.

-RINGRAZIO LA PROFESSORESSA DANIELA LUCHESI per la varie iniziative che assieme abbiamo portato avanti con successo e determinazione e per aver più volte mostrato fiducia nei miei confronti, per  avere chiesto alla magistratura di sorveglianza la mia presenza in alcune sue iniziative editoriali esterne. Una fiducia difficile da tradire.

-RINGRAZIO IL DOTT. MARCELLO BORTOLATO, Magistrato di Sorveglianza, che, nel massimo rispetto della legge e della legalità, ha saputo porre l’accento anche su quel sentimento di umanità che lo ha spinto a vedere e rivedere la mia posizione giudiziaria con il lanternino affinché  potesse restituire la vita ed un futuro a chi una vita ed un futuro non l’aveva più. Mi sento di anticipare che persevererò nel dimostrargli un certo rispetto e nel ricambiare la fiducia concessami.

-RINGRAZIO I MIEI FIGLI: Gerardo per avermi riaperto le braccia e Donato per quello che ancora sta portando dentro a causa mia. Se non sono potuto essere un buon padre per loro, con questa svolta cercherò di essere almeno un buon amico.

-RINGRAZIO L’AVVOCATESSA ANNAMARIA MARIN di Padova che, al pari dell’avvocato Pace, con grande professionalità ha sposato la mia causa da diversi anni, standomi vicino nella buona e nella cattiva sorte fino al raggiungimento del risultato sperato. La ringrazio per la sua sensibilità, serietà,sincerità e professionalità mostrata nei miei confronti.

-RINGRAZIO L’AVVOCATO FRANCO CAPUZZO di Padova, perché, pur non essendo mai stato il mio difensore di fiducia, ha sempre saputo mostrare, a tutti, me compreso, il suo lato umano e la sua competenza professionale sia di persona, venendomi a trovare anche solo per chiedermi “come stai?” o per via epistolare, con un semplice  augurio natalizio trasmettendomi un tacito “io ci sono” che mi rasserenava molto.

-RINGRAZIO IL VOLONTARIO MASSIMO MARINI, ministro di culto dei testimoni di Geova, per avermi trattato, da sempre, come un fratello e per non avermi mai fatto mancare nulla, sempre nel rispetto delle norme carcerarie e riconfermando la grande fiducia che nutre nei miei confronti.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR GIUSEPPE MOSCONI, dell’università di Padova, cosa dire di lui? Con il suo sostegno e la sua presenza sono arrivato a conseguire ben 4 master dandomi l’opportunità  di affinare le mie competenze professionali certamente spendibili per avere un buon futuro. Certamente gli devo molto e qualsiasi altra parola spesa per lui sarebbe superflua vista la sua spiccata semplicità, umiltà e sincerità.

-RINGRAZIO VINCENZO D’APICE, del carcere di Augusta. Grazie ad un suo suggerimento ben documentato sono riuscito ad avviare un procedimento per la commutazione del mio ergastolo a reclusione, per la sua serietà e generosa disponibilità resta uno dei pochi detenuti che merita la mia stima e la mia considerazione, soprattutto perché dai suoi scritti emerge una forma mentis molto distante da eventuali futuri propositi criminosi. A lui auguro un presto ritorno in libertà.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR KALID RAZZALI,  IL PROFESSOR PACE E TUTTI I COLLEGHI DI STUDI per avermi dato l’opportunità di conseguire il master “studi sull’Islam d’Europa”. ma soprattutto per avere mostrato nei miei confronti tanto affetto e considerazione, organizzando una festa in mio onore, coinvolgendo anche i figlioletti delle colleghe mussulmane, che sono stati presenti con bellissimi bigliettini ricchi di disegni, poesie e pensieri per me. Ma soprattutto per avere tutti sottoscritto una petizione per vedermi concessa 

 

E NADIA DELLA GIUSTINA. La loro umiltà mi ha insegnato tante cose. Non hanno mai detto. Hanno sempre fatto tante belle cose per me senza mai vantarsene e senza farmele pesare. Insieme ad altre persone che avevano solo sentito parlare di me, ma hanno pregato incessantemente. Se solo nel do ci fossero più persone  come loro, sarebbe certamente un mondo migliore.

-RINGRAZIO IL PROFESSOR TURCHI GIAMPIERO, docente presso la cattedra di psicologia dell’ateneo padovano e direttore del master in mediazione penale. La reciproca fiducia e il reciproco rispetto sono cominciati prima ancora che ci incontrassimo. Man mano che le istituzioni elevavano barriere nei miei confronti, etichettandomi, lui non le abbatteva, le demoliva a calci  e pugni allo scopo di restituirmi la dignità che meritavo, portandomi spesso in carcere i colleghi dei relativi master affinché io interagissi con loro per affinare le mie competenze professionali. Anche a master terminato continua a portarmi studenti per confronti costruttivi. La prima volta che lo ascoltai in audio durante l’appello disse: “è con orgoglio che vi comunico che c’è un altro vostro collega che non può frequentare, si chiama Domenico ed è detenuto…”.

-Ed infine, ma non per ordine di importanza, ringrazio: NADIA DELLA GIUSTINA, ANTONELLA BUTTA, ELISA PESCAROLO, DORIS UGGIOLI, KETTY SPLENDORE, ANGELA SENIGAGLIESI e tutte le altre amiche che sono venute spesso a trovarmi in carcere. Alcune di loro facendo grossi sacrifici. Ringrazio alcune di queste mamme per avere consegnato i loro bambini tra le mie braccia sin dal primo giorno di colloquio. Ringrazio alcune di loro per avermi fatto vivere sogni ed emozioni bellissime, mai provate prima. Altre ancora le ringrazio semplicemente per avere scelto di essere amiche sempre presenti nel bene e nel male.

Grazie a tutti per avermi dato la speranza di un futuro migliore.

Periferie della vita (prima parte) … di Pierdonato Zito

periferie

Pierdonato Zito è qualcuno diventato davvero Uomo.

Ardua è la strada per diventare Uomini… è un viaggio fin nelle profondità della notte, oltre tutti i vicoli oscuri, oltre i muri coperti di simboli di morte. E’ un viaggio in tutte le catene, quelle che ci hanno messo all’esterno di noi e quelle che abbiamo messo dentro di noi. E’ un andare dove ci sono solo deserti e ogni pozza d’acqua sembra un miraggio. E’ un vivere il tempo senza farsi prosciugare dal tempo. E’ un cogliere il cuore quando l’altro entra in noi e noi entriamo nell’altro e non dimenticare mai quei momenti. E’ sapere ricordare senza sfrondarsi nell’oblio, ma anche senza farci spezzare dalla nostalgia. E’ la capacità di non farsi distrarre dalle onde, eppure, nonostante tutto amarle quelle onde. E’ tenere viva la propria indignazione, ma arrivare ad amare anche la necessità. Amare la necessità.. invece di maledirla.

E’ tenere accesa una passione… che ti soffi alle spalle… come un fuoco sacro che viene da lontano e che non morirà anche sotto la pioggia che sferza giorni sempre uguali.

E’ la perenne Disciplina. Dedizione e Disciplina, come legno secco che si intaglia col tempo, che intagli col tempo.. in un forgiarti perenne, dove ogni conquista è sudore e Dono.

E’ tutto questo e tanto altro che ti porta a diventare Uomo.

Qualunque sia la storia di Pierdonato prima del carcere, in carcere, in tutti questi anni è diventato Uomo.

Passano lunghi intervalli tra un testo e l’altro che ci invia, ma ogni volta è un testo che non si dimentica.

Il modo in cui i suoi pensieri incedono sulla carta, lo stesso stile, è pregno di cultura classica, nello spirito dei classici greci – romani. Il ritmo è pacato e armonioso, la forma sobria, il pensiero profondo. Nessuna frase sembra fuori posto. Nessuna parola a caso. Tutto concentrato. Tutto essenziale.

Pierdonato ci ha inviato anche molte riproduzioni delle sue opere.

E altri suoi testi.. che hanno sempre il sapore… di lunghe lettere.. a futura memoria.. dove non c’è attualità o frenesia.. ma ritorno in se stessi, ritorno nel senso della vita, nel senso degli incontri, nel senso della memoria, nel senso dei volti, degli sguardi.

Sono lettere di quelle che ti aspetteresti di leggere in qualche grande romanzo russo, di quelli che vivono nel tempo.

E questo ultimo testo di Pierdonato è talmente bello che ho voluto non pubblicarlo tutto in una volta, ma dividerlo in due parti, di cui oggi pubblico la prima.

————————————————–

Siamo a metà luglio. E’ sera. Fuori è ormai buio. A quest’ora siamo tutti chiusi nelle nostre celle. C’è un silenzio totale. Per via del caldo ho la finestra aperta. Questo mi permette di ascoltare in lontananza il… chiurlare di un assiolo. Questo piccolo uccello rapace notturno che da tempo si aggira nei dintorni qui del carcere di Voghera, con il suo “canto” mi tiene quasi compagnia a quest’ora della sera. Al di là della finestra, nascosto nell’ombra, forse su uno degli alberi che costeggiano le mura del carcere.

E’ noto che il passato sopravvive nelle immagini, negli odori, nei sapori e, come in questo caso, anche nei “suoni”. Questo in particolare mi riporta d’improvviso al magico luogo dell’infanzia in un paesino del Sud dell’Italia, quando nelle stesse sere d’estate ascoltavo questo misterioso canto notturno, accompagnato dalle rassicuranti spiegazioni di mia madre. I ricordi si materializzano lentamente, come bolle che risalgono in superficie da un fondale buio.

La notte quando tutto tace e le luci sono spente, capita allora di passare in rassegna mentalmente oggetti, gesti, atmosfere, stati d’animo che ci appartengono, che abbiamo attraversato e vissuto, e che viviamo o che comunque non ci sono più nel reale.

Tutte queste cose se ne stanno in un cantuccio della nostra memoria. Ciascuno di noi ha il suo “inventario” dover frugare e contemplare. Ritrovarli questi ricordi, queste sensazioni, sia pure nella memoria, serve forse al gioco della vita.

Scomparire è destino di tutto quello che esiste. La nostra società, la nostra cultura, quindi la nostra vita sono fondate sul nuovo: su notizie e mode che sorgono e scompaiono senza lasciare traccia.

Come vecchie fotografie sbiadite dal tempo, mi appaiono i tanti paesi e borghi della mia regione, sonnacchiosi sulle gialle colline d’argilla, verdi di grano in primavera e bionde d’estate. In autunno e nell’inverno, invece, i colori mutano e così i paesi, quasi sempre incoronati da una rocca su borghi medievali, assomigliano sempre più a presepi. Ed è proprio in quel lembo d’Italia che io nacqui.

Mentre sto scrivendo è passato l’agente per il suo abituale giro di controllo. Ha dato una rapida occhiata a me e alla cella dallo spioncino; mi ha puntato il raggio di una piccola torcia negli occhi, mi ha salutato ed è andato oltre. Aveva una barba poco curata e baffi cespugliosi, ma occhi gentili che, da sotto le sopracciglia incolte, irradiavano una calma riflessiva. Sento i suoi passi progressivamente che si allontanano.

Torna così di nuovo il silenzio assoluto.  E con esso le mie riflessioni. Mi colpisce un pensiero improvviso e spaventoso:.. io non ho un fine pena, se non abrogano l’ergastolo… io sono destinato a morire in carcere. Questo pensiero costringe la mia mente dolorante a riavvolgere le immagini degli ultimi istanti che ho vissuto da uomo libero.

Era un caldo pomeriggio di giugno del 1995, quando vidi passare velocemente, di fronte al cancello dell’abitazione dove ero alloggiato, un uomo armato di pistola, unitamente sentii un fragore di auto avvicinarsi e voci concitate.

Impiegai poco a realizzare cosa stava succedendo: mi avevano localizzato e stavano effettuando l’accerchiamento. Il mio destino stava per compiersi. Infatti da lì a poco più di qualche minuto, la mia vita imboccò una strada ed un viaggio senza mai più ritorno.

Sono trascorsi lunghissimi anni da allora. Il mondo esterno si è nel frattempo trasformato a grande velocità sotto i miei occhi, mentre io sono rimasto chiuso in questo cubo di cemento e di ferro, a guardare dalla finestra la vita che passa.

Dal paradiso all’ìnferno il passo è breve mi disse un detenuto calabrese che incontrai nel carcere di Secondigliano, a Napoli, dove fui subito trasferito. Lì, chiuso in isolamento, passai drasticamente da uno stato di libertà ad uno di totale costrizione. Ero chiuso tra quattro pareti spoglie, solo, con i miei pensieri. Il futuro si prospettava davanti a me come una incognita non calcolabile, avevo cioè di fronte a me un percorso che non conoscevo.

Avevo la sensazione di avere di fronte un grande spazio che dovevo riempire. Cominciarono allora lunghissimi soliloqui con me stesso. In primis dovevo reggere l’urto e restare in piedi. Non era per niente facile. Gli psichiatri chiamano il timore di restare da soli <<autofobia>>, mentre Pascal dice che forse tutta l’infelicità umana consiste proprio nel non saper stare da soli in una stanza. Chiaramente la mia era uno stato di costrizione il che era diverso.

Quando si vive isolati e senza relazioni con gli altri, si è pervasi da un’ansia tale che si fa fatica a sviluppare un sentimento della propria identità. In questi lunghi anni di permanenza in questi luoghi ho drammaticamente visto e sentito molti detenuti suicidarsi. La detenzione è anche volta alla riflessione critica del proprio vissuto, senza autocommiserazione e senza scadere in quello che gli psicologi chiamano “l’egocentrismo della vittima”. Ma se non aiutata può diventare sterile e portare anche al suicidio. Va perciò aiutato nel percorso di crescita.

Ero solo in cella, con poca aria, poca luce, poco spazio e pensavo che ogni uomo ha assoluta necessità di provare un sentimento di sé, un senso di identità. Impazziremmo se non avessimo questo senso di noi stessi. Tutto quanto possiedo, comprese le mie cognizioni, il mio corpo, i miei ricordi costituisce il mio io.

Scrivere sulla perdita della libertà e sulla privazione della “vita normale” che ho sperimentato su me stesso, è un argomento piuttosto complesso. I primi tempi, provavo una nostalgia molto forte di tutto, soprattutto delle persone che mi erano vicine. E poi nostalgia di atmosfere e di luoghi a me cari.

(FINE PRIMA PARTE)

Navigazione articolo