Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

Pubblico oggi questo confronto tra il nostro Carmelo Musumeci e la domanda, molto critica, giunta da una sconosciuta.

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Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell’essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”.  Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.

Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.

Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.

Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.

Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all’Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.

Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.

Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone “perbene” che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad  altro potere.

Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.

Buona vita.

Carmelo Musumeci

Aprile 2017

http://www.carmelomusumeci.com

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Lettera della professoressa Olimpia Ammendola a Domenico D’Andrea

La professoressa Olimpia Ammendola è la docente di filosofia che sta accompagnando questo percorso di confronto dei ragazzi della quinta liceo napoletana nel loro confronto con di detenuti, innescato dalla pubblicazione -il 25 dicembre- di una lettera che loro ci inviarono (vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/12/25/8310/).

Fino ad adesso in questa discussione sono intervenuti.. Carmelo Musumeci (detenuto a Spoleto) Francesco Annunziata (detenuto a Catanzaro), Alfredo Sole (detenuto ad Opera), Domenico D’Andrea (detenuto a Padova), Pasquale De Feo (detenuto a Catanzaro), Giovanni Arcuri (detenuto a Roma Rebibbia).

(vai ai link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/08/lettere-di-risposta-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/ e  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/12/alfredo-sole-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/  e   https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/18/domenico-dandrea-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/21/pasquale-de-feo-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/

https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/02/23/giovanni-arcuri-risponde-ai-ragazzi-della-quinta-liceo-napoletana/)

In questo post pubblico la lettera della professoressa Olimpia Ammendola, che ha trovato particolarmente stimolante la lettera di Domenico D’Andrea, e ha voluto inviargli la sua risposta.

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Gentile sig. D’Andrea,
Sono la docente dei ragazzi della quinta liceo di Napoli. Le scrivo, oltre che per accogliere il suo invito al confronto, per ringraziarla del dono che ha fatto a me e ai miei ragazzi. Mi riferisco alla sua lunga e straordinaria testimonianza su di un problema di cui noi tutti sappiamo essere un elemento che disonora la comunità civile tutta: il problema delle condizioni degli istituti di pena. Essere al corrente di qualcosa non è però la stessa cosa che viverla, e purtroppo vi sono alcune cose che soltanto vivendole si comprende appieno fino a che punto può arrivare l’orrore e la capacità dell’essere umano di infliggere il dolore ad una altro essere umano. Lei con la sua lettera ci ha reso partecipi di un dramma, ci ha coinvolti nel suo problema che soltanto chi vuole illudersi, può pensare che è un problema che riguarda i carcerati, soltanto chi è superficiale può pensare che certe cose a lui non possano accadere. Hanna Harendt ci ha insegnato che non esiste nessun bene di cui non siamo compartecipi e nessun male di cui non siamo corresponsabili. L’umanità che è dietro le sbarre non è un’altra umanità, è la nostra umanità, quella a cui apparteniamo tutti. Le sbarre del carcere vorrebbero rappresentare una barriera : fuori i buoni, dentro i cattivi, fuori il bene dentro il male. La storia , quella del passato, e la nostra attualità ci dicono che non è così. Con questo non si vuole affermare che chi ha commesso un delitto non debba pagare il proprio debito alla società, ma la società nel far pagare questo debito non può e non deve degradare l’essenza umana. La società odierna ci ha abituati a identificare l’individuo con l’azione che egli compie. Non abbiamo mai capito la lezione di Giovanni 23° quando disse che occorreva distinguere l’errore dall’errante. A qualcuno potrebbe apparire comodo questo ragionamento, ma la verità è che chi conosce la realtà della giustizia in Italia e la situazione degli istituti di pena sa molto bene che quanto più ci si accanisce sull’errante, tanto più si occulta l’errore. Se veramente avessimo a cuore la lotta alle nefandezze che il cuore umano può compiere, le strategie messe in campo sicuramente non sono quelle descritte da lei. Cesare Beccaria, nei delitti e nelle pene non ha mai sostenuto l’abolizione della pena, anzi. Ma la pena non è lo scopo della giustizia, la pena è uno strumento, un mezzo per redimere chi ha sbagliato. Il filosofo Hegel parla di necessità della pena non per rieducare bensì per restituire la razionalità all’ordine che è stato violato. In ogni caso è un mezzo. Il fine è il ristabilimento della ragione. Commettere un crimine è smarrire la ragione. Non può la comunità umana alimentare lo smarrimento della ragione rispondendo alla disumanità con altrettanta disumanità , anzi con più disumanità, perdendo di vista la pietas, la compassione, il valore del bene. Nella sua lettera io ho letto sicuramente risentimento e rabbia, ma anche tanta compassione e chi riesce a commuovere e a commuoversi nonostante l’inferno, penso che si sia già in gran parte riscattato. Io credo che sarebbe bello pensare che i familiari delle vittime potessero incontrare coloro che hanno causato la morte dei loro cari e avessero la capacità di guardarsi negli occhi dimodochè ognuno potrebbe prendere contatto e accogliere l’inferno dell’altro. Soltanto quando capiremo che l’inferno dell’altro è il nostro inferno, che l’altro è un pezzo di noi, allora forse avremo fatto un passo avanti nella conoscenza di noi stessi. Ringrazio lei, il signor Trudu che ci ha consentito di cominciare questo viaggio e tutti i detenuti che non hanno perso la speranza di vedere la fine del loro inferno. Noi dal canto nostro non possiamo che aprire il nostro cuore a chi ha tanto bisogno di sentire il calore umano e la forza della solidarietà. Accogliamo il suo invito a vederci, faremo il possibile per venire a trovarla. A presto.

Olimpia Ammendola

Dichiarazione d’amore.. lettera e poesie di Emidio Paolucci

Emidio Paolucci è uno tra i recentissimi amici del Blog.. Blog che cresce, si espande costantemente e ottiene fiducia e consenso, man mano che il tempo passa.

Emidio è detenuto a Pescara, una storia detentiva particolare e travagliata alle spalle.. e un temperamento e una concezione politica e sociale di stampo anarchico. Ama scrivere poesie. E le sue poesie devo dire che mi piacciono particolarmente.. in quanto non cercano una astratta armonia classica.. nè un impalpabile surrealismo.. sono poesie di sangue, eros, corpo, carne.. dannatamente vive.. Cito un brano della seconda delle sue due poesie che pubblico oggi.. tanto per capirci..

Ci sono ore del giornno e della notte

che sono ferite macchiate di poesia,

dove io non accetto niente,

non escludo niente,

che non abbia il tuo nome.”

Vi lascio alle sue due poesie che mi ha mandato recentemente, ma le faccio precedere dalla sua lettera di saluto.. che è molto bella e merita di essere letta.

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18 maggio 2011

Ciao Alfredo,

Ho ricevuto la tua gradita lettera. Ti avevo inviato altre due poesie, e alcuni aforismi, prima di ricevere la tua lettera.

Ho letto di come è nato il Blog, e mi complimento con voi per quanto fate e per le possibilità che date ai detenuti d far sentire la loro voce, in special modo agli ergastolani.

Ho pubblicato anche io per Informacarcere, ma il vostro Blog è più dinamico. Ho fatto fare delle ricerche da mia sorella, che mi ha stampato alcune pagine del Blog. E mi è piaciuto molto. Poi.. su MAI DIRE MAI ho visto il tuo indirizzo e ti ho scritto.

Mi chiedi delle mie simpatie anarchiche. Non sono sempre stato anarchico. Lo sono diventato. Ero comunista. Poi, attraverso un percorso  che io chiamo di coscienza, ho capito che lo Stato, le autorità, comunque si presentino, qualsiasi colore politico esse sventolano, sono sempre i responsabili  delle ingiustizie e delle disuguaglianze. Un tribunale che sia democratico e ostenti la croce, che sia popolare e ostenti la falce e il martello (per fare un esempio).. sarà sempre un tirbunale che tutelerà determnati settori a discapito delle libertà altrui. Credo fortemente nella libertà individuale e sono contro ogni forma di reclusione. In sostanza sono contro il carcere.

A me il carcere ha rovinato la vita (come a tanti altri). Ero un diciottenne (1985) con tanti sogni e poca esperienza. Ora ho 44 anni, e da allora è stato un continuo ritorno in carcere, rifiutando la logica del lavoro salariato. Ho accumulato condanne su condanne. Sono stato detenuto in Spaggna (3 anni), in Belgio (per estradizione). In Belgio sono stato detenuto in sezioni speciali dove non esistevano servizi igienici e acqua. Detenuno in Alta Sicurezza e sezioni psichiatriche in Italia. Attualmente mi trovo in carcere dal 24 febbraio (…)

Ho tanti problemi, ma non mi arrendo. Scrivo e leggo il più possibile. La mia cultura e la mia educazione l’hanno fatta la strada e la galera. Cerco di comunicare anche attraverso una lettera, per non soccombere allo schifo del carcere. Carcere che divora ogni cosa.. affetti, sentimenti, vita.

Il carcere è inutile e dannoso. Le frasi di monito che compaiono sui pacchetti di sigarette andrebbero affisse fuori ogni carcere.

Per quanto riguarda Carmelo, non lo conosco personalmente, però conosco la sua situazione e le sue lotte attraverso i suoi scritti.

Come ho detto, sono contro il carcere e questa società che è schiava di logiche politiche che fanno del correzionalismo e dell’incarcerazione un uso scontato, per far fronte a problemi che essa stessa genera, dove il detenuto soffre inerme una politica penitenziaria di ricatto e coazione. Il discorso  è lungo, io l’ho affrontato in un mio scritto (“Il carcere è inutile”) dove denuncio lo schifo delle logiche peniteziarie.

Di più che dire? Approfitto per inviarti altre due poesie. Se vuoi posso inviarti qualche articolo scritto da me e una foto. Come detto scrivo, e non mi dispiace scrivere e confrontarmi con altri.

(..)

Ciao Alfredo, è stato un piacere leggerti, ti saluto unitamente a tutti gli amici del Blog, con il mio saluto ribelle libertario.

Emidio Paolucci

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DICHIARAZIONE D’AMROE

In un giorno di consumato sentimentalismo,

i miei corpi cavernosi ripleti di sangue

agognano le tue profondità.

E’ un giorno di poesia impura,

come un letto disfatto,

come il tuo sesso,

come il mio sesso dopo avere fatto l’amore,

come la malinconia di una bestia

innamorata della vita,

che ormai non percepisce più  contatto umano,

come il desiderio d’amore,

di sesso,

di passione.

Sequesne ormai in bianco e nero,

in un giorno di  devastato sentimentalismo.

Questa è la mia dichiarazione d’amore.

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CI SONO ORE

Ci sono ore del giorno e della notte

dove l’estremo desiderio di te,

mi seduce e mi afferra profondamente.

Tracce di carne e di mani sciupate

nel dovere dell’amore.

Sesiderio, gusto, tatto, olfatto, vista, udto,

senza freni si abbandonano tra le tue dolci superfici.

Le tue profondità,

che io raccolgo nelle mie mani,

sulla mia pelle.

Tu durissima soavità,

tu poesia disseminata di zucchero grezzo,

impronta carnale,

consistenza e risorsa dei miei sensi.

Tu frutto perfetto di meraviglie indimenticabili.

Ci sono ore del giornno e della notte

che sono ferite macchiate di poesia,

dove io non accetto niente,

non escludo niente,

che non abbia il tuo nome.

Incontri.. di Nuvola

NUVOLA.. è Giovanni Leone.. dal carcere di Voghera.. Nuvola è il suo nome “d’arte”… il simbolo di un’anima che si aggrappa al cielo e riesce comunque a volare, nonostante mille ferri, ostacoli e limiti. Nome che nacque nei giorni tetri del 41 bis, dove, in pratica sepolto vivo.. l’unica cosa che gli dava forza.. era un lembo di cielo, con pezze di nuvola, che riusciva ad intravedere dalla finestrella della cella.. da qui… NUVOLA.

Giovanni Leone è come in una dimensione sospesa.. un’anima bambina.. non infantile.. bambina.. che negli anni ha accentuato un proprio viaggio verso una innocenza e un idealismo sorprendenti. Lui è là con i suoi colori, matite e penne… e insegue voli di farfalle, fa disegni di mani stretta, parla del  mondo e della vita…. nonostante recluso, il suo pensiero non si rintana, ma va agli altri.. agli altri che sono là fuori e di cui potrebbe fregarsene.. ma vuole dire loro la sua, la sua come un costante appello all’amore, alla comprensione, alla fiducia, al rispetto e ai legami profondi.

E’ questa generosità che sorprende…. questo riuscire ad alzarsi oltre i propri limiti.. per tracciare schizzi bambini.. e parabole del cuore, semplici, quasi irreali dal loro non essere attese, con un linguaggio da favola.. e un sorprendente candore (sì, non riesco a trovare una parola migliore di condore in questo caso) che fa il suo effetto in luoghi dove si vive quotidianamente la violenza, la sofferenza, la disillusione.

Vi lascio a quest’altro brano di Giovanni Leone (il disegno che vedrete è suo, ed era accompagnato a questo testo).. NUVOLA.. carcere di Voghera.. ma anima del mondo..

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A volte ci scontriamo con persone che hanno il cuore freddo, e in quel momento c’è bisogno di aprire le gabbie della nostra mente, in quanto le parole possono essere stolte… e non fanno altro che alimentare le ferite del cuore, poichè non puoi fare nulla per poterle cambiare e alleviare il dolore che continua a strusciarti  intorno al problema.

Quando si viene colpiti da una notizia.. quando sei sconvolto e le ondizioni non ti permettono di comunicare con le persone a te care, che possono palcare la tua brama di affetto e di amore.

Perchè la vita è un continuo confronto con il prossimo, in qualsiasi contesto che il luogo ci offrirà. Anche le diversità che abbiamo dentro possono servire per il cammino fatto con la ragione.

Poichè in confronto all’immenso universo la terra è piccolissima. Infatti per l’essere, “il fattore del cielo e della terra”, tutti gli esseri del mondo non sono he una minusola goccia d’acqua in un bicchiere. Perciò bisogna onoscersi bene, stimarsi, ma soprattutto amarsi. Ciò renderà i rapporti molto più coinvolgenti. Desiderio di vivere e spiritualità si fondono insieme per raggiungere il massimo piacere nell’amore per la vita.. e la conoscenza, inoltre, aiuta con il crescere dentro della qualità del rapporto con te stesso. Infatti conoscere molto bene i problemi, ciò che si può e ciò che non si  deve fare.. e soprattutto quali sono le modalità per raggiungere la massima ragionevolezza possibile nel piacere della vita.. 

L’amore è qualcosa di molto speciale, unico, che scatta senza che possa essere programmato o anche solo previsto. Non si può pensare di forzare la scoperta del vero amore.

Vivere una vita disinibita, conoscendo il maggior numero possibile di persone, usando l’ipocrisia.. non ti aiuterà certo a stare bene. O per lo meno non sarà come sarebbe seguire finalmente la strada miglore…. Questo ce lo rivelereà tutta una serie di altre cose piccole e confuse o il nostro io infallibile?

L’istinto valuterà per noi.. ma la preghiera ci dà la possibilità di esprimere al nostro padre celeste i nostri pensieri e sentimenti più intimi. L’umiltà ci spingerà inoltre a eprimerci di tutto cuore con sincerità nelle opere dell’amore.

Giovanni Leone

Voghera

20-1-2011

Da dentro a dentro.. da Alfio a Carmelo

Alfio, detenuto a Carinola, manda questa lettera a Carmelo, ma allo stesso tempo la manda a noi. Essa si collega a una sua precedente lettera a Carmelo pubblicata sul Blog (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/11/13/da-dentro-a-dentro-da-alfio-a-carmelo/), dove insieme all’apprezzamento facevo alcune considerazioni, in qualche modo critiche, ma di una critica costruttiva. E Alfio in questa ultima lettera che pubblichiamo oggi, ritorna su quelle considerazioni, offrendo ulteriori chiarimenti.

Credo che sia una lettera molto interessante. Giusto alcune riflessioni a mia volta. Io credo che Alfio abbia sacrosantemente ragione quando dice che per decenn la Chiesa, soprattutto  meridionale, è stata il megafono e il compagno di merende della Mafia e del malaffare, strettamente legata con rapporti incestuosi con la peggiore politica dell’epoca, ovvero con il partitone della Democrazia Cristiana (ma gli altri partiti non erano certo congreghe di santi.. neppure a sinistra erano tutti immacolati..).

Su questa rievocazione non posso che dargli completa ragione. Dirò di più. Magari il peggio che si potesse dire della Chiesa sia il suo essere parte integrante di un sistema di malaffare, corruzione, clientelismo, e degrado sociale. La Chiesa ha fatto ben peggio. E lo ha fatto non ventanni fa. Lo ha fatto, in suoi ampi settori (mai generalizzare..) fino a pochi anni fa. Ossia la Chiesa è stato il più grande incubatore della pedofilia e degli abusi sui minori. I crimini commessi contro i minori da appartenenti al mondo cattolico sono stati di una quantità indescrivibile e rappresentano una bestiale caduta, verso la quale non è ammissibile alcuna indulgenza. Ci vorranno decenni di umiltà, trasparenza e purificazione per riscattarsi dagli orrori commessi verso ragazzi e bambini indifesi. E ci vorranno grandi riforme, come una radicale trasmutazione dei seminari, spesso luogo di incubazione di repressioni e patologie sessuali, e magari consegnare al museo delle cere una “costruzione medioevale” come l’obbligo del celibato. Quindi Alfio non pensare che qua si sia docili e miopi verso la Chiesa. O che si considerino i preti come esseri perfetti e immacolati. Le magagne ci sono state, ci sono e ci saranno (si spera sempre di meno). E naturalmente lo ripeto, e lo dice anche Alfio, vanno ricordati anche tutti quei preti e monaci che si fanno il mazzo per i poveri, gli abbandonati e gli ultimi.

Quindi, Alfio siamo d’accordo sull’analisi “patologica”. Non mi convince invece il fatto che debba essere Don Ciotti e persone come lui a fare autocritica sulla Chiesa meridionale dei decenni passati. Non credo che si possa pretendere questo da lui, né che poi servirebbe a tanto. Al massimo.. se proprio qualcosa sarebbe stato bello che Don Ciotti “aggiungesse” ai discorsi (meritevoli) che solitamente fa.. magari.. poteva pure dedicare due paroline a quegli ergastolani che rischiano di non uscire mai dal carcere.. o a chi è torturato nel 41 bis. Certo questo gli avrebbe alienato molte simpatie dei “duri e puri”, di coloro che vogliono distinguersi per “rigore” antimafia, mentre spesso si distinguono per disumanità e strumentalizzazione politica (ricordando Sciascia.. verrebbe voglia di dire.. che una vera antimafia è cosa più seria di alcuni “antimafiosi da salotto”..).

Comunque detto ciò vi lascio alla lettera, piena del suo solito acume e spirito battagliero, del “militante” Alfio, dal carcere.. anzi “prigione”, come scrive lui, di Carinola.

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Prigione di Carinola    4.12.2010

Caro Carmelo,

mi giunge gradita la tua lettera del 26.11.2010. Ti ringrazio. E insieme ringrazio Alfredo, Sandra e Pina per essere intervenuti sul mio scritto dello scorso 19 ottobre. Convengo: la critica è salutare. Non solo per chi la esprime, ma anche per chi la riceve.

Certamente i miei scritti non possiedono il dono della chiarezza. Sono la conseguenza di pensieri che nella mia mente corrono in ongi dove. Come i passeggeri della metropolitana, nelle ore di punta. Questo è il mio limite. Non sono un intellettuale (è superfluo anche precisarlo), tutt’al più mi riconosco in un  manovale della penna.

Alfredo, ad esempio, ha colto nel mio scritto le tare della militanza, dell’ideologie e, aggiungo io, dell’anticlericalismo. E “c’ha azzeccato”” (come direbbe Di Pietro).

Però, non per replicare, ma soltanto per chiarire, io non ho criticato Don Ciotti per ciò che dice, ma per quel che tace. Ad esempio, tace sul dato storico che in tutte le chiese (particolarmente nel Meridione) degli anni ’50 e fin oltre gli anni ’70, nei periodi elettorali, insieme ai santini, si distribuivano i fac-simili con l’indicazione di voto per un “certo partito” gradito a tante persone, protagoniste di corruzioni nella politica, nella pubblica amministrazione, e nella criminalità di tutte le marche del Suditalia.

Io ho 60 anni e sono stato testimone diretto del ventennio di malaffare concertato nei templi religiosi, laddove i credenti (moltissimi analfabeti) venivno persuasi che la DC fosse il partito della “Croce di Cristo”, anziché il partito che ha “messo in Croce” il popolo italiano.  Vedi, caro Alfredo, io da Don Ciotti un cenno di autocritica a questo riguardo  me la sarei aspettata. Anche dal Papa.

Ripeto, e chiudo sull’argomento, la mia non ha voluto essere una replice, ma un tentativo di chiarimento di quel segmento della mia lettera a Carmelo del 19.10.2010, eccessivamente dura e irriverente verso tutti quei preti che in assoluta precarietà spendono la loro vita per ridurre le sofferenze di chi non ha pane, non ha casa, e non ha lavoro: i “senza tutto”, invisibili ombre, come quelle raccontate nel libro di Carmelo.

Io sono un “diavolo” (e per giunta “rosso”), vivo nell’inferno e la mia visione delle cose sicuramente ne risente.

Ancora grazie a tutti, e un abbraccio militante a Carmelo.

Alfio

Vi scrivo da dietro le sbarre del carcere in cui muio… Antonio Di Girgenti, da Biella..

Grazie a una nostra collaboratrice ci è giunta questa lettera di Antonio Di Girgenti, detenuto a Biella. In un certo senso è propio una “lettera pubblica”, di quel genere di lettere con le quali ti rivolgi ad una comunità e fai un discorso di ampio respiro.

Voglio solo citare il momento finale..

Chiudo questa mia esposizione con una richiesta civile: quella che tutti i cittadini possano contribuire a dare senso alle vite dei condannati, al lavoro che potremmo svolgere se ne venisse data l’opportunità. Un’attività che possa anche andare oltre la misura del tempo, cosa che è possibile al momento in cui le nostre idee di dialogo e confronto potrebbero favorire lo sviluppo delle intelligenze e delle competenze.”

E’ anche uno degli scopi, nel suo piccolissimo, di questo Blog. Come di tante altre realtà. Naturalmente ci sono tanti che preferiscono che cali semplicemente il silenzio, e che non si parli di carcere e carcerati. Ci sono quelli che hanno costruito le loro carriere sullo status quo, e quelli che non vogliono grane.

Ma non è quella la tavola  a cui siederemo…

Vi lascio alla lettera di Antonio Di Girgenti, carcere di Biella..

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VI SCRIVO DA DIETRO LE SBARRE DEL CARCERE IN CUI MUIO

Un auspicio e una speranza possibile: incontrare una comunità di uomini e donne disposta ad ascoltare ciò che la consuetudine vuole invisibile e promuovere un’idea capace di far comunicare i caratteri e le attitudini di noi soggetti privi della libertà con le realtà sociali presenti nel territorio, soprattutto con quelle che si mostrano più attive nella promozione di una cultura sicuramente garantista, i cui pensieri sul confronto per le problematiche giuridiche e sociologiche, sull’affettività, sulla dignità della persona, sui suoi diritti fondamentali, sul valore della vita e della sua integrità.. sono ritenuti elementi essenziali della vita sociale e l’evento ci consente di promuovere lo sviluppo della nostra onestà intellettuale per difendere il diritto a scontare una pena che abbia una finalità risocializzativa rivolta al futuro.

Un pensiero condiviso da molti, poiché importante sotto l’aspetto etico e morale, ma il grande dibattito che in questo momento scuote le coscienze è incentrato su argomenti molto differenti nei loro contenuti. Questioni che riguardano le condotte criminali da punire, e con quali pene, nonché la valutazione sul funzionamento della giustizia; argomenti, queti, che se discussi con equilibrio e serenità potrebbero contribuire a risolvere alcuni problemi che riguardano la precarietà attuale della giustizia. Sfortunatamente, come spesso accade, sospinti dai mezzi di comunicazione di massa, i cittadini tendono ad oscillare, a seconda dell’accaduto, fra atteggiamenti repressivi senza condizioni e manifestazioni garantiste. Tuttavia, questo clima politico pervasivo e pericoloso ha contribuito ad alimentare, anche nei confronti dell’abolizione dell’ergastolo, un allarme ingiustificato che ha creato confusione, incertezza e paura, anche tra chi era solito, avendone la capacità intellettuale, aprire dibattiti e confronti sulla giustizia.

Mi chiedo allora, forse con un pizzico di rassegnazione, se la nostra non sia una società che ha perduto la dimensione del diritto e quindi delle regole che assicurino il rispetto di ciascuno nei confronti dell’altro, fino ad arrivare nel profondo del rispetto per i detenuti.

Sia beninteso, questo lo ribadisco con forza, che non è mia intenzione aprire una discussione sul diritto penale, cosa che non mi compete. Anche se ne fossi capace, avrei bisogno di uno spazio di cui non dispongo. Voglio con questo scritto solo mostrare la fatica di una civiltà che sembra abbia iniziato a scivolare verso una involuzione che sa di decadenza, un tempo in cui se le leggi sono sfavorevoli, in pochi giorni si riscrivono ad personam, un tempo in cui gli avvocati sembra non abbiano i mezzi per garantire il diritto di difesa sei loro assistiti.

Sono consapevole, insomma, che sia necessario invertire questo percorso andando dalla civiltà dell’emergenza a quella del rispetto. Usando il diritto come strumento  di garanzia, affinché sotto il vestito della legalità sia possibile attivare il principio secondo cui le garanzie della legge devono valere per tutti, per i più deboli, soprattutto per quei soggetti  a cui non è consentito o a cui manca la capacità di chiedere di essere rispettati nei loro diritti. Penso alle detenute che scontano una pena con il figlio di pochi mesi. Penso a situazioni in cui le persone in attesa di giudizio restano in carcere senza speranza per anni e sanno che nulla potrà mutare quella situazione, fino al punto da desiderare per niente e ammalarsi di carcere. Penso alle celle affollate, a persone ammassate che brancolano ormai prive di qualsiasi programma, se non calcolare il tempo che passa inutilmente. Penso a noi soggetti ergastolani, costretti a una detenzione senza la minima garanzia di un progetto di reinserimento. Non posso non ricordare gli ergastoli bianchi che vengono scontati all’interno degli ospedali psichiatrici giudiziari che hanno una popolazione che supera i 1000 reclusi. Persone catalogate come malati di mente e anche delinquenti. Già queste due definizioni di per sè costituiscono un chiaro segno di ingiustizia, perché se uno è ritenuto malato ha diritto ad essere curato. Questi paradossalmente sono luoghi che, similmente al carcere, posseggono una sorta di “follia” che mostra quanto la giustizia, nel suo elaborato complesso di leggi, possa essere precaria e disumana.

All’umo, per sua natura umana, non devono essere negati la possibiltà del reinserimento e il diritto del ritorno nella società, ma soprattutto non deve essere mai escluso il dubbio che possa esserci stato un errore di valutazione nella sua condanna, dubbio che, in un Paese democratico, deve essere presente nell’agire umano, preservando da giudizi nei quali è in gioco la vita delle persone detenute.

Ci sono realtà diverse dallo scenario che si è tracciato? Forse è così, ma è onesto evidenziare che è sempre cosa giusta tutelare la dignità della persona, qualunque sia la sua condizione giuridica. Tenere conto di cosa significhi finire sotto processo, e trovarsi di conseguenza in una condizione di totale incertezza riguardo al proprio futuro, che può essere scardinato da una sentenza di condanna con effetti drammatici anche per la famiglia. Tutto questo deve portare a processi rapidi e giusti, non a mettere tra parentesi intere vite lasciandole immerse nell’impossibilità di agire e di andare avanti, magari dopo un errore da riparare, ma che, in ogni caso, non deve segnare la fine di ogni speranza.

Chiudo questa mia esposizione con una richiesta civile: quella che tutti i cittadini possano contribuire a dare senso alle vite dei condannati, al lavoro che potremmo svolgere se ne venisse data l’opportunità. Un’attività che possa anche andare oltre la misura del tempo, cosa che è possibile al momento in cui le nostre idee di dialogo e confronto potrebbero favorire lo sviluppo delle intelligenze e delle competenze.

Antonio Di Girgenti               sezione AS1

Biella 31 agosto 2010

Persone che fanno la differenza

Voglio condividere con voi questa lettera che mi ha inviato Tonia Tripodi, sorella di Carmelo Tripodi, detenuto nel carcere di Parma e a cui abbiamo dedicato un post (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/05/08/carmelo-tripodi-in-sciopero-della-fame-carcere-di-parma-ancora-fuorilegge/)

Condivido questa lettera perché ho sempre creduto nelle persone che possono “fare la differenza”. In quelle persone che anche in un contesto che pare segnato e inesorabile nel suo spegnere ogni scintilla vitale e speranza, sanno lasciare un segno, anche quando magari non si vede. Anche quando vale solo per poche persone. Ma valesse anche per una sola persona. Quel segno resterà. Mi piace talvolta dare spazio  a persone si questo genere, che non ristagnano in un cinismo disilluso, limitandosi solo a ragliare alla luna il proprio rancore, ma che ci provano, che danno parte di sé, con generosità, semplicemende spendendosi senza pensare a un tornaconto. Abbiamo già parlato di persone del genere (come Nadia). E oggi, grazie alla nostra recente amica Tonia, dedichiamo questo post a Padre Gelso, con le stesse parole usate da Tonia, e che tra poco riporterò.

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Voglio iniziare la lettera con le stesse parole che ha usato mio fratello la prima volta che mi ha  parlato di lui:

“Padre Gelso è quello che c’è di bello in questo carcere”…mi ha detto proprio così, ancora io non avevo  avuto il piacere di conoscerlo di persona, sapevo che andava in carcere tutte le mattine a salutare tutti i detenuti, che ci andava in bici, che era presente anche durante i giorni di festa…in quelle occasioni  anche per celebrare la messa.

Poi un giorno, mentre ero in fila davanti allo sportello del rilascio colloqui, vedo entrare un signore dal sorriso rassicurante che salutava le persone con un certo garbo,  di altri tempi oserei dire…ho capito da come era vestito che era un prete, poi ho sentito qualcuno che diceva: -“è arrivato Padre Gelso”. In quel momento mi sono tornate in mente tutte le frasi che mi erano state dette, è come se la mia mente avesse voluto fare un rapido confronto tra il “sentito” e la persona in carne ed ossa. E… non solo ho capito che i vari commenti corrispondevano all’uomo che stavo guardando ma che , anzi, c’era dell’altro, qualcosa mi diceva che c’era di più in quella persona…

Quello sguardo sincero e pulito non lasciava dubbi, quel modo affabile mi faceva pensare alla fortuna che avevano i detenuti a conoscere una persona così… ci troviamo in un momento socialmente negativo, è difficile fare amicizie, le persone  non guardano più negli occhi dell’interlocutore , vanno sempre di fretta e  non hanno il tempo di regalare un sorriso, quindi  Padre Gelso mi sembrava una creatura extraterrestre…

Ne ho approfondito successivamente la conoscenza, un po’ tramite mio fratello e un po’ perché lo chiamavo per avere notizie, di tanto in tanto, al telefono soprattutto durante i periodi di malattia di Carmelo, cioè  influenze, mal di denti ecc ecc (due telefonate al mese di dieci minuti scarsi ciascuna,  a cui ha diritto un detenuto dell’AS1  dopo 15 anni di detenzione sono troppo poche, parecchio della quotidianità sfugge ai familiari e spesso sfuggono cose molto importanti come appunto eventuali problemi di salute).

Ho capito che Padre Gelso restituisce a quei ragazzi, un ruolo…quello che non sono riusciti ad avere fuori, quello che la società non ha saputo dare loro, e quello che le stesse famiglie hanno negato…cioè il ruolo di persona prima di tutto.

Ho la presunzione di immaginare che parecchi dei ragazzi  lo prendono come esempio; anzi chissà quanti di loro, sovrappongono l’ immaginane di  Gelso a quella del loro padre pensando che avrebbero voluto un padre così, sensibile; chissà quanti…prima di andare a dormire lo ricordano insieme ai familiari, aggiungendo quello che è mancato nelle proprie famiglie:la capacità di comprensione, quella che  sarebbe servita a evitare tutto quello  che è successo; la capacità di dialogare con serenità che sarebbe servita a evitare la ricerca delle amicizie carismaticamente finte; la dolcezza che appiana i conflitti, che li risolve in positivo non invece in negativo come è successo milioni di volte…

Chissà quanti di quei ragazzi lo immaginano al posto del padre che non hanno mai conosciuto; e chissà quanti desidererebbero essere padri come lui, riuscire a parlare ai figli guardandoli negli occhi, serenamente, far capire che si hanno  sbagliato ma saranno sempre vicini ai propri figli, ora nel modo giusto; chissà quanti prendono spunto dai  suoi modi di fare  per  trasmettere ai propri parenti, in quelle poche occasioni d’incontro, la persona nuova…

Colgo l’occasione per dire che queste sono le persone giuste che dovrebbero stare a contatto con i detenuti…il cambiamento è possibile quando il confronto è con il diverso portatore di positività; se un uomo percepisce di esistere attraverso l’altro e dalla relazione con l’altro…questo “altro” deve essere necessariamente  Gelso o  quanti come lui.

Vorrei attraverso il vostro blog, ringraziare  Gelso e a chi gli permette di essere vicino ai detenuti.

Tonia Tripodi

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