Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Non lasciate morire Gerri Giuffrida

 

Alcune settimane fa una persona che stimo molto, Ebe Quaranta, mi parlò della situazione drammatica di un ragazzo, che da più di quattro mesi stava in isolamento nel carcere di Opera. E le cui condizioni fisiche, e soprattutto mentali, erano arrivate al limite. Fui naturalmente d’accordo con lei che bisognava saperne di più e parlarne. E lei mi mise in contatto con la madre, Angela Fuma.

Il ragazzo si chiama Gennaro Giuffrida, detto “Gerri”. Ha 32 anni ed è nativo di Brindisi. Di lui la madre dice “Gerry,  un ragazzo come tanti, sognatore, appassionato di moto da strada,determinato ,socievole ,con un forte temperamento, facilmente influenzabile ,come tutti ha anche degli aspetti meno piacevoli ,come l’ essere superbo ,prepotente nei confronti della vita , ma anche insicuro su quello che riguardava l’ aspetto della sua famiglia, solo dopo aver subito il fatto e con grande rammarico (compiango i famigliari della vittima), ha capito il vero valore affettivo della vita dato che di figli ne ha due e una compagna che gli è accanto”.

Lo stesso Gerri nella lettera che ha inviato al Presidente della Repubblica scrive “Sono sempre stato un tipo debole, incapace di dire  no alla gente che mi chiedeva piccoli favori, ma questa mia bontà mi ha portato ad una vera e propria tragedia. Da quando avevo 17 anni ho iniziato a prendere psicofarmaci per ansia e attacchi di panico, ma la cosa che mi faceva stare ancora meglio era l’amore della mia famiglia. Nel tempo, però, gli psicofarmaci che prendevo aumentavano. Purtroppo il troppo amore della mia famiglia ha peggiorato la mia situazione, perché anche se facevo dei piccoli sbagli, loro  mi proteggevano fino alla morte”. Il riferimento all’ansia, agli attacchi di panico  e agli psicofarmaci, aiuta a comprendere la particolare fragilità di questo ragazzo, e la situazione delicatissima che già viveva, che poi il carcere, e il modo in cui è stato fatto valere nei suoi confronti, ha enormemente esasperato. In carcere infatti, così denunciano Gerri e la madre, sono avvenuti episodi brutali e intollerabili che sono andati a colpire una psiche già fragile ed insicura.

Il mio primo intento era pubblicare la lettera integrale che Gerri ha scritto al Presidente della Repubblica, nella quale ricostruisce tutta la sua vicenda, raccontando di come si svolgeva la sua vita, e di cosa lo ha condotto in carcere, per poi parlare di come si è svolta in buona parte la sua detenzione. Ma ho deciso di procedere in modo diverso. Essendo una lettera molto lunga… e dicendo la madre, in una lettera di accompagnamento, una serie di cose gravissime. Mettendo tutto insieme, si rischiava che non fosse data dovuta attenzione ad ogni aspetto della questione.

E le cose che scrive la madre sono troppo gravi per metterle in appendice ad una lunga lettera, rischiando che adesso qualcuno non le consideri come meritino.

Quindi procederò così.. inizierò citando alcuni stralci finali della lettera di Gerri, per poi pubblicare in buona parte la lettera che la madre Angela Fuma, mi ha inviato. In una successiva (e vicina) occasione, pubblicherò la lettera integrale che Gerri Giuffrida ha inviato al Presidente della Repubblica dove ricostruisce ciò che lo ha portato in carcere.

Che poi, ciò che veramente conta, ai nostri fini, è l’ingiustizia che Gerri subisce, a prescindere. La subirebbe anche se non fosse innocente. Lui e la famiglia affermano che è innocente, e noi diamo voce alla loro voce che afferma un’altra verità sostanziale rispetto a quella processuale. Ma su questo punto non possiamo certo dire noi ciò che è realmente avvenuto, possiamo solo augurarci che le ulteriori prove che adesso sembrano essere “utilizzate”, vengano prese in considerazioni, magari portando ad una riapertura del processo.

Ma quello su cui non facciamo sconti e su cui chiediamo chiarezza e giustizia totale.. E’ IL RISPETTO DELLA DIGNITA’ UMANA DI GERRY GIUFFRIDA. Il dovere morale che si faccia chiarezza sulla sua vicenda processuale, che si sappia  se abbia subito brutalità intollerabili, e che, soprattutto si intervenga ORA, perché ora si comprenda la situazione che sta vivendo Gerri, e si faccia in modo che questa non porti a un punto di non ritorno.

Gerri è in isolamento da mesi. Le sue sensazioni di panico ed ansia, e di debilitamento fisico, frutto di un percorso carcerario che è stato un calvario, rischiano di esplodere nella soffocante situazione dell’ isolamento che gli impostogli nel carcere di Opera. Le sue lettere ormai rivelano disperazione e pensieri suicidi.

Bisogna fare in modo che la sua vicenda diventi pubblica.

E pensavo anche che si organizzare un invio collettivo di lettere a Gerri, per sostenerlo psicologicamente ed emotivamente.

Adesso pubblicherò un brano finale tratto dalla lettera di Gerri al Presidente della Repubblica, e poi la lettera che la madre mi ha inviato, una lettera drammatica e disperata che racconta cose che, se fossero confermate, rappresenterebbero un’altra pagina nera della realtà del carcere in Italia.

La prossima volta pubblicherà per intero la sua lettera al Presidente della Repubblica.

Comunque la si pensi, questo ragazzo si sente sole e sta soffrendo. Stiamogli vicino.

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–Uno dei frammenti finali della lettera di Gerri Giuffrida al Presidente della Repubblica..

“Cinque mesi fa la Cassazione mi confermò la pena, e riuscirono ad ammazzarmi per la terza volta. Aspettavo solo i carabinieri che venissero a prendermi, e addirittura li chiamai io perché tardavano, e quella attesa, nel vedere la mia compagna e mio figlio forse per l’ultima volta, era tormentosa. Decisi che in carcere l’avrei fatta finita.

L’8 giugno mi portarono nel carcere di Villa Fastiggi, dove, come in ogni altro carcere, trovi appuntati che ti trattano come ad un animale. E a me non andava giù, perché ritenendomi ancora innocente, non potevo accettare le cose che loro mi chiedevano di fare, e quindi venivo punito.

Dopo una decina di giorni mi trasferirono al carcere di Fermo. Carcere infernale dove non c’è neanche lo spazio per fare due passi all’aria. I dottori mi visitarono. In dieci giorni avevo perso circa 8 kg, avevo attacchi di ansia e panico, e chiamavo sempre gli appuntati perché chiamassero il dottore, che si trovava solo dalle 11 del mattino alle 19 della sera. Poi se chiami una guardia e dici che stai male, c’è qualcuno che addirittura ti risponde, che quando muori poi ci si pensa.

Ora sono arrivato a perdere 25 kg in 4 mesi e 15 giorni, e il mio avvocato ha chiesto un periodo, che va dai sei mesi ai tre anni, agli arresti domiciliari, in modo da potere essere curato, dato che sono adesso 14 anni che, oltre all’aiuto della terapia, ho bisogno della gente a me vicina. Sto malissimo e piango e basta. Non ho più voglia di vivere. Non riesco nemmeno a vedere la televisione perché ci sono solo cattiverie.

E’ venuto un mio medico di parte, che mi ha visitato e ha descritto le mie precarie condizioni fisiche. Il magistrato ha chiesto il parere al dirigente sanitario del carcere che non mi ha mai visitato.”

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–Lettera della madre di Gerri Giuffrida

(…..) Dopo la condanna definitiva della Cassazione è stato portato al carcere di Pesaro provvisoriamente, perché lì non tengono detenuti con condanne definitive superiori  ai dieci anni. La stessa settimana è stato trasferito al carcere di Fermo. Lì fu un periodo infernale, cominciò a dimagrire vertiginosamente. Mandai subito la psichiatra accompagnata da una psicologa. Lo trovarono gravissimo, sia fisicamente che psicologicamente. Non aveva più muscolatura e non reagiva più agli stimoli (un marocchino nella cella si prese cura di lui, cercava di farlo mangiare cucinandogli un po’ di riso e lo copriva perché lui si stava lasciando morire).

Quindi accertarono  che avrebbe potuto fare un gesto inconsulto. Subito dopo, il nostro perito ha fatto una relazione che certificava le condizioni di mio figlio. L’avvocato ha mandato l’istanza con questa relazione al Tribunale di sorveglianza, chiedendo per un breve periodo i domiciliari, per dargli le giuste cure, ma l’istanza è stata rigettata per ben due volte. Alla terza volta lo hanno trasferito a Roma, in un carcere dove c’è un reparto in cui curano i detenuti ammalati. Il trasferimento avvenne a sua insaputa. Lo svegliarono di notte, dicendogli di vestirsi che doveva essere trasferito. Mio figlio fu preso dal panico, cominciò a piangere e a supplicare le guardie di lasciarlo lì perché stava vicino alla compagna e a suo figlio, e aveva paura di restare solo. Ma per tutta risposta lo picchiarono senza pietà, a calci e pugni in testa, e a calci nello stomaco e nei fianchi. E senza soccorrerlo lo portarono in quello stadio pietoso a Regina Coeli. Era messo così male che, quando arrivò, gli fecero firmare che si trovava già in quello stato e che loro non c’entravano niente. Poi lo chiusero per due giorni nudo per terra, in un buco al buio. Lì dentro non si respirava, mancava l’aria. Ci ha raccontato che cercava di respirare da una fessura. E a me che sono la madre, ogni volta che lo ricordo mi sanguina il cuore. Quando siamo stati avvisati per vie traverse del suo trasferimento, siamo partiti subito io e una mia amica per andarlo a trovare. Ci avevano preavvisato che non l’avemmo trovato in buone condizioni e che le guardie c’erano andate giù pesanti. Arrivammo a Roma col cuore in gola, disperate. Ma io non entrai, perché avevamo anche il bambino che aveva solo tre anni. Non potevamo fargli vedere il padre in quelle condizioni, perché mia nuora aveva capito la situazione critica. Puoi immaginare con che angoscia rimasi fuori. Infatti, quando mia nuora entrò vide che era pieno di ematomi giganti in tutte le parti del  corpo. La testa non si riconosceva, la faccia rovinata, sanguinava ancora dalla bocca, e tremava e piangeva. Non poteva muoversi né mangiare.

Avevamo deciso di denunciare tutto, ma siccome hanno minacciato mio figlio che avrebbe passato, in quel caso, guai ancora maggiori, visto che sarebbe dovuto tornare al carcere di Fermo, timorosi decidemmo di non denunciare più. Un mese dopo l’hanno riportato a Fermo. Quel mese  non è stato neanche un istante bene, non facevano altro che fargli raggi dalla testa ai piedi, e imbottirlo di medicinali, anche per la bronchite, che gli avevano fatto venire tenendolo in quello stato. Quel mese si è cibato solo di medicinali. Potete immaginare le conseguenze. Una volta arrivato al carcere di Fermo, le condizioni non miglioravano. Ormai era arrivato a pensare 49 kg tutto vestito, perdendo 25 kg del suo peso iniziale. Per cui decisero di trasferirlo ad Ascoli Piceno (sbattuto da un carcere all’altro come fosse un sacco di patate), dove sarebbe dovuto essere curato dato che lì c’erano i medici tutto il giorno (medici mai visti o quasi). Qui le condizioni peggiorarono ulteriormente, cominciarono ad aumentare le fobie, gli attacchi di panico, ed il bisogno d’aria, perché si sentiva soffocare. Per la disperazione ha scavato nel muro, ma subito dopo si è reso conto di quello che aveva fatto, ed i suoi compagni di cella hanno tentato di coprire il danno con una tenda, ma durante la perquisizione quel buco è stato scoperto e lui  è stato accusato di evasione. Lui non voleva scappare dal carcere, anche perché sapeva che era impossibile. E soprattutto c’era la speranza, se tutto andava bene, che da lì a poco lo avrebbero preso al carcere di Gorgona, dove avevano capito i suoi problemi ed erano disponibili ad aiutarlo.

Quindi, non considerando i problemi di mio figlio, lo sbattono ad Ancona, nel carcere di Montacuto. Ogni spostamento per lui era un trauma. Questo carcere era invivibile, si stava in condizioni pietose e lui chiedeva continuamente di essere spostato, altrimenti l’avrebbe fatta finita. Grazie ai nostri frequenti colloqui e alle lettere, siamo riusciti  a togliergli parzialmente questa idea dalla testa, anche se nella sua mente il pensiero ricorre continuamente. Il suo sfogo è stato quello di danneggiare la cella, forse sperando di farsi spostare da quel carcere infernale. Viene nuovamente accusato di danneggiamento di beni impropri, e spedito al carcere di Opera-Milano. Qui viene messo in punizione, con sei mesi di isolamento con il 14 bis. E la sua condizione ora è davvero drammatica. Nelle lettere continua scrivere che sta malissimo, e alla sua compagna continua a dire che si vuole ammazzare, che non ha senso vivere così. Noi siamo angosciati e viviamo con il terrore che da un momento all’altro possiamo ricevere una brutta notizia.

Voglio salvare mio figlio. Vorrei poterlo tenere a casa, per dargli  le cure di cui ha bisogno, perché con il nostro amore potrà venire fuori da questa depressione, pur scontando la sua pena. Se non è possibile tenerlo ai domiciliari, aiutatemi per una comunità riabilitativa idonea.

Non si può lasciare morire così un ragazzo tanto fragile, e per giunta innocente. Cosa possiamo fare di più di tutto quello che abbiamo fatto? Perché nessuno ci capisce?

Vi supplico. E’ il cuore di una mamma che vi scrive. Mio figlio se continua a stare in carcere muore. Aiutatemi a salvarlo.

Angela Fuma

Riflessioni di Domiria Marsano

Domiria Marsano è la prima detenuta ad avere scritto sul nostro Blog. Ad essa si da pochissimo aggiunta anche Lucia Bartolomeo. Entrambe dal carcere femminile di Lecce (Nuovo complesso Borgo San Nicola, per la precisione), che è stato il primo a stabilire una connessione col Blog, anche se certamente altri verranno.

Domiria ha cose da dire, e le sa dire bene, con uno stile ironico e vivace. Consiglio di leggere i suoi precedenti testi pubblicati sul Blog, compresa la lettera al Magistrato di Sorveglianza (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/24/6911/) , dove richiede che le vengano concessi permessi a tempi più ravvicinati tra l’uno e l’altro (come le accadeva in precedenza), anche a costo che i giorni di volta in volta concessi siano di meno, al fine di potere vedere la figlia più spesso.

Nel testo che pubblichiamo oggi, Domiria spazia su ambiti comunque interessanti, ma soprattutto l’ultimo merita una particolare condizione.

E’ una lettera idealmente rivolta ai commentatori del Blog e ai suoi lettori, ma che nel concreto interviene prendendo le mosse su due contributi apparsi sul Blog, rispettivamente a firma di Giovanni Zito (vai al link..  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/05/il-mio-nuovo-alloggio-di-giovanni-zito/) e di Pasquale De Feo (lei scrive Piero Pavone, ma credo si sia confusa, e il tenore dell’obiezione che lei fa mi fa venire in mento ciò che scrive Pasquale De Feo nel suo Diario di .. vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/31/diario-di-pasquale-de-feo-22-luglio-21-agosto/)

Nell’intervento che parte dal testo di Giovanni Zito, dopo la consueta ironia, c’è un passaggio molto interessante, anch’esso ironico, che si inserisce nell’allucinante contesto della sanità in carcere. Il riferimento è alla “ginecologa” (sigh) del carcere di Lecce e ad una sua prescrizione. Un pò si ride, e per un attimo sembra una di quelle commedie degli equivoci anni ’70, anche se poi si constata che è l’ennessima conferma della totale inefficienze del settore sanitario in carcere. I detenuti e le detenute, visto il livello sanitario intramurario (aspettate che aggiungo la frase di circostanza.. “con le dovute eccezioni..ecc…ecc…”), debbono solo pregare di non ammalarsi.

Il secondo intervento prende le mosse invece da un brano di Pasquale De Feo (ripeto, è una mia deduzione in base al tenore degli argomenti, anche se Domiria ha scritto Piero Pavone), tratto da uno dei suoi diari. Pasquale proponeva -nell’ambito di una sua visione di riforma integrale del sistema processuale e penitenziario- che i benefici scattassero automaticamente. Anche io allora espressi perplessità su una proposta del genere, e mi trovo, pienamente sulla stessa lunghezza d’onda di Domiria, che in questo suo testo la contesta fortemente. Descrivendo la sua stessa condizione giuridica, e il suo profilo sanzionatorio, indica la forte contraddittorietà inevitabile in ogni proposta di automatismo nei benefici.

Ma Domiria, non si ferma a questo, ed estende l’ambito del discorso. In sostanza, con frasi abbastanza forti, lei va a contestare, la sottovalutazione che sembrerebbe avvenire del mondo della criminalità organizzata, nell’ambito di alcuni scritti. C’è un passaggio molto forte…

“Dovremmo per questo passare dalla dittatura democratica alla camorra?”

L’obiezione di Domiria è fondata, e va fatta. Giusto una premessa. Spezzo una lancia per Pasquale, di cui non tutti conoscono la vicenda, ma che si tratta di una persona che ammesso, in modo radicale, i propri errori passati, e che ha intrapreso un COLOSSALE, percorso di rinnovamento, che dura ormai da anni, nell’ambito del quale è cresciuto culturalmente, umanamente, ed eticamente, attuando un netto mutamento di valori. Quindi non si tratta di un fiancheggiatore o simpatizzande della criminalità, anzi, è considerato un esempio di detenuto capace di rinnovarsi. Questo andava detto per giustizia, e per evitare ogni dubbio al riguardo. Detto ciò, è vero che negli scritti di Pasquale e di qualche altro detenuto, si avverte, alle volte, che, per la giusta motivazione di contestare gli abusi intollerabili dell’apparato giudiziario e penitenziario, si rischi di pervenire a un ordine di considerazioni per cui la criminalità organizzata sarebbe stata soprattutto uno specchietto per le allodole, al fine di criminalizzare il Sud e di attuare una politica emergenziale, e non qualcosa che comunque è esistito (ed esiste) e ha provocato danni enormi.

Da questo punto di vista concordo con Domiria. Dobbiamo, in maniera netta, dire che le bestialità giuridiche e penitenziarie non fanno però venire meno la reale natura di organizzazioni sanguinarie e brutali come mafia, ‘ndrangheta e camorra, e non rendono i partecipanti di atti di criminalità organizzata, di per ciò stesso vittime o prigionieri politici. Su ciò non ci debbono essere ambiguità. Lo stupro del diritto che avviene nei trubunali e nelle carceri, non significa però pensare che prima ci fosse un Walhalla sociale, un’età dell’oro, o un tempo pacifico.

Abbiamo di fronte due mostri insomma. Quello della criminalità. E quello del diritto e della Costituzione traditi. Nessuno dei due va edulcorato o legittimato.

Domiria conclude con una bellissima citazione di Pirandello.

Insomma, un testo -la lettera di Domiria- tutt’altro che scontato.

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Cari amici del Blog,

saluto e ringrazio Alessandra, La gazza ladra, Pina, Enzo, Grazia, Carlo e Laura. Il silenzio è d’oro, ma la parola è di platino! Le vostre sono per me diamanti che irradiano luce e colori.

Ho un messaggio per Giovanni Zito, in merito allo scritto “il mio nuovo alloggio”. Mi hai fatto fare un sacco di risate. Riuscire a far ridere qui è una gran cosa, anche se il ridicolo è l’avvertimento del suo contrario.

E’ trooooppo forte quello che scrivi e come lo descrivi. Se ti può consolare, nella città di Lecce, c’è il Nuovo complesso Borgo S. Nicola, poco barocco e molto “vintage”. Credo che la dicitura “Nuovo complesso” sia riferita al complesso di esistere che sorge nell’individuo dopo una lunga permanenza nel luogo.

Anche noi abbiamo il wc o cesso, come preferisci, di fronte al tavolo. Sarà una moda… ?!!

Però c’è la porticina. Porticina che delle volte è difficile da aprire perché urta il letto, giusto lo spazio per fracassarci le dita. Allego lo schema. Inoltre hanno scambiato la mia “casa” per un magazzino dove entrano, escono e depositano oggetti e persone!

Da noi il tempo è variabilissimo, delle volte piove dal cielo, altre, in alcune stanze, dal soffitto. Tutto rigorosamente in orario, quello delle docce! Anche per sentirti male devi essere regolato  tempo.. ti racconto una delle ultime, delle tante, riguardanti l’area sanitaria.

TITOLO: LA GINECOLOGA

Qualche giorno fa durante l’orario di pausa dal lavoro, una compagna mi chiama in disparte, imbarazzatissima. Aveva in mano una confezione di medicinali. Mi spiega che la ginecologa l’aveva visitata e le aveva prescritto delle “compresse” da inserire in vagina. Il problema era che avendole inserite per alcuni giorni, non si scioglievano e le creavano un “accumulo”. Stupefatta ho preso la confezione e ho letto le indicazioni… erano integratori alimentari di ferro!!! Ovviamente da somministrare per via orale!

Puoi facilmente immaginare il seguito della vicenda, il giro e rigiro della frittatina e la disapprovazione sul mio “servizio informativo”… in fondo la medicina è una scienza in continua evoluzione… ma, sarà… fosse stato un antistaminico magari c’era una qualche avvertenza J !!!

Comunque la prescrizione è stata annullata. Mi sembra di essere nel film “The Other”. Quale è il nostro e quale è l’altro mondo lo lascio alla libera interpretazione…

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Se possibile, vorrei dire due parole a Piero Pavone.

Premetto: non per ideologia politica vicina a Travaglio, che magari la mia è molto distante…

Tu credi che tutti i reati e le motivazioni degli stessi siano uguali? Benefici automatici? Che dici? Che messaggio stai passando?

Ti porto il mio personale esempio. Ho una condanna definitiva a 25 anni, 6 mesi e 15 giorni. Ti specifico per cosa. Una per art.  73 D.P.R. 309/90, ovvero spaccio, 4 anni. Tutto il resto è ricettazione di assegni di provenienza illecita. Come saprai la massimale per la ricettazione sono 8 anni. C’è un particolare, hanno aperto un procedimento per ogni assegno per un totale di 16 sentenze con una media di 2 anni ognuna. Secondo il tuo ragionamento dovrei pagare ed espiare alla stregua di chi ha violentato, ucciso, ecc. In più, non sono né A.S.1 né A.S.3, ma comune, eppure sottoposta alla medesime restrizioni. L’unica differenza sono le ore di colloquio, 6  anziché 4. Ne effettuo comunque 4, perché odio quella fredda e asettica sala colloqui.

C’è gente che sulle tragedie altrui costruisce montagne, nella legge e al di là di essa. Dovremmo per questo passare alla dittatura democratica alla camorra?? Ci sono altre alternative. Abbiamo sbagliato, non abbiamo capito che bisogna entrare nel sistema Stato, vivere nelle regole per poterle cambiare. Non si possono sovvertire le ingiustizie con altre azioni aberranti. Il 41 bis è una tortura. La strage di Falcone e Borsellino mostruosa. Non c’è differenza. Bisogna umanizzare. Lavorare duramente, trasmettere, comunicare. Imparare ad ottenere per merito e non per privilegio o violenza.

La goccia cinese è un metodo di tortura. Noi dobbiamo essere quella goccia, non sulla fronte altrui o per cagionare danno, bensì per formare un lago, un fiume, un mare di giustizia, dignità e amore. Soprattutto amore.

“L’uomo quando soffre, si fa una particolare idea del bene e del male, e cioè del bene che gli altri dovrebbero fargli e che egli pretende, come se dalle proprie sofferenze gli derivasse un diritto al compenso; e del male che egli può fare agli altri, come se parimenti, dalle proprie sofferenze vi fosse abilitato. E se gli altri non gli fanno bene quasi per dovere, egli li accusa e di tutto il male che egli fa quasi per diritto facilmente si scusa”

Pirandello

Ciao a tutti,

Domiria

Tempo congelato…. lettera di detenuti di Biella

Già un’altra volta avevamo pubblicato una lettera collettiva dei detenuti di Biella (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/18/lettera-dei-detenuti-di-biella/).

La lettera che pubblichiamo oggi viene sempre da Biella ed è partorita da tre autori, di due di questi è stato già pubblicato qualche testo in precedenza: Salvatore Rizzo (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/10/06/3351/) e Antonio Di Girgenti (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2010/09/22/vi-scrivo-da-dietro-le-sbarre-del-carcere-in-cui-muio-antonio-di-girgenti-da-biella/).

Questi autori (e questo vale anche per la lettera colletiva pubblicata a suo tempo) sembrano avere una particolare pacatezza, riflessività e “accoglienza” nello scrivere. Si sente che tentano il dialogo all’estremo, di porsi nel miglior modo possibile, di provare a usare argomentazioni più razionali e meno emotive possibili.

E, giusto per inciso, credo che il bello del Blog è anche questo.. una ricchezza di stili, dai più emotivi e passionali.. a quelli più razionali ed equilibrati, come la lettera che pubblico oggi.

Un passaggio è di particolare acutezza e capacità evocativa…quando viene scritto..

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo”.

E’ bella e forte questa immagine del tempo congelato in un determinato attimo, in quello che si è fatto in quell’attimo.. e poi divenuto un perpetuo presente..

Vi lascio alla lettera collettiva di Salvatore Rizzo, Antonio Di Girgenti, Ciro Bruno.. detenuti a Biella.

 

Siamo qui a chiedere un pò di spazio per le nostre opinioni, poiché pur non volendo sovrapporre la nostra voce a quella dei detenuti di altre Case di reclusione, crediamo sia necessario portare nuove riflessioni, proseguendo quel franco e leale rapporto costruito negli anni.

Non intervenire rappresenterebbe una sorta di diserzione morale da un progetto che desidera la promozione e lo sviluppo  di una rete sociale partendo da un pensarsi capaci di essere comunità anche quando oguno, con la sua specifica storia, vive in carcere.

Da sempre l’ergastolo ha rappresentato l’idea del paradoso con cui ogni sistema sociale tenta di provi rimedio, cambiano i governi, ma il problema riamane.

Pensato originariamente per sostituirlo alla pena di morte è diventato, nel corso degli anni, un investimento definitivo dove destinare i cittadini accusati di determinati reati (non entriamo nel merito delle sentenze) mediante una strana procedura di archiviazione ipocrita del problema, all’interno del quale un popolo di ghettizzati consuma attese inutili.

Esso è dunque tutt’altra cosa rispetto a ciò che recita l’art. 27 della Costituzione italiana (le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), una rappresentazione diversa e indefinita che oscilla dalla vendetta sociale alla mancata risocializzazione, teatro pubblico della crudeltà, sistema dificile da comprendere che porta in sé un sistema politico, sociale e culturale che sembra voglia reiterare un crimine ogni volta che si condanna una persona al “fine pena mai”.

Noi cittadini ergastolani abbiamo storie silenziose che non bisognerebbe dimenticae; quello che queste parole condividono è il gioco della separazione tra il legittimo e l’illegittimo, l’utile e  l’inutile, il colpevole e l’innocente.

Il mondo che ci accoglie è diviso in due: separato da crinali che assegnano un posto alle cose e alle attività del giudicare e del sentenziare, ma non certo del comprendere. Questo processo spiega il lento sfumare dell’interesse della critica veso quell’evidente crimine che è il “fine pena mai”.

E siamo al cuore del nostro problema: il carcere è per se stesso luogo di separazione che ogni sistema sociale ha dovuto costruire tutte le volte che ha dovuto difendersi, osservarsi e regolarsi. Ma in questo sistema cosa c’entra la violenza perpetua dell’ergastolo?

Che a rispondere, poi, a nome della società, sia la cultura penalistica, giudici, avvocati, carcerati, personale penitenziario, poco cambia, si parlerà di vendetta, difesa sociale, retribuzione, emenda, ma mai di “risocializzazione”.

In Italia si sostiene la certezza della pena; si dice che le pene, per lasciare aperte chances di risocializzazione, devono essere brevi; ma per costruire progetti di risocializzazione ci vogliono tempi lunghi. Si dice che la pena deve essere utile e, per essere tale, deve lasciare vive le speranze; ma poi si mantiene l’ergastolo che è una pena perpetua.

Con l’ergastolo, insomma, si definisce un’idea di tempo fermo paranoicamente a quello che si è consumato in un attimo: così la pena sarà definitiva per sempre sulla base di quello che avviene nel  breve tempo del delitto; questo episodio determinerà la vita di una persona: si sarà sempre quello che si è fatto in un attimo e se in quell’attimo la pratica burocratica ti avrà identificato con un articolo del codice (416 bis e 4 bis O.P.), l’arbitrio della punizione e della violenza diventerà gratuita alla stessa stregua del delitto. Questo vuol dire perdita delle garanzi del Diritto che equivale a segretezza incontrollabile.

Non è un caso che per risolvere il problema in questione alcuni stati europei hanno tentato di porvi rimedio (riuscendoci in parte) aprendo le carceri al controllo della Magistratura di Sorveglianza; non certo dell’attuale funzione del Magistrato  di Sorveglianza italiano, ridotto a spettatore del degrado, ma un Giudice posto in grado di vincolare l’Amministrazione penitenziaria al rispetto dei diritti inviolabii della persona detenuta.

Oggi i fronti aperti di una discussione pubblica sul carcere e sul “fine pena mai”, su come punire, sulla modalità di come sostituire la pena dell’ergastolo, devono riguardare, senza ipocrisie, cosa implichi in una comunità il bisogno di punizione e cosa sia un sistema fondato sulla legalità e sul diritto.

In parole povere non deve meravigliarci che il carcere sia il luogo dei paradossi che chiedono di restituire alla società il problema: così si era fatto negli anni ’70 intorno al problema della malattia mentale, per poi scoprire che la società è peggiore dei suoi manicomi.

Ci sono altre ragioni che ci possono spingere ora a nasconderci, a dimenticare il senso di responsabilità che all’origine ci siamo imposti di ricercare? Dobbiamo forse avere paura dei nostri limiti così da negare la legittima rivendicazione di un “IO”, di un “NOI” che vuole vivere e deve saper vivere nella collettività? La nostra risposta, sono certo condivisa da altri, è: NO!

Vogliamo chiudere qui questa nostra riflessione per dire che non possiamo essere prigionieri delle ossessioni e che laddove c’è uno spiraglio di luce non si devono chiudere le persiane schiacciando  le dita a chi osserva l’orizzonte, quello è atto profondamente ingiusto.

E allora, senza retorica, concedeteci tutta l’etica del dubbio e riprendiamo il cammino, riusciremo a comprenderci.

Un saluto a tutti voi che date voce alle singole identità

Salvatore Rizzo

Ciro Bruno

Antonio Di Girgenti

ERRATA CORRIGE SU MARIO TRUDU.. IL BLOG SI SCUSA COI LETTORI

Cari Amici, lettori, estimatori, commentatori del blog.. chiunque voi siate..

Ogni cammino in comune implica la fiducia assoluta. Poter sapere che chi hai di fronte sarà sempre onesto, magari sbaglierà, farà errori, cazzate e quant’altro.. ma mai deliberatamente, e sempre cercando di fare del suo meglio e di essere onesto. Anche se si trattasse di piccole cose, o che non incidono sul complessivo lavoro fatto, va sempre riconosciuta la realtà delle cose, e ammessi con chiarezza gli sbagli fatti.

Le persone possono fidarsi di te solo se sei al di sopra di ogni sospetto, se non si pensa che per “favorire il messaggio” sei disposto anche a chiudere un occhio su informazioni non del tutto chiare e complete o addirittura ad avallarle. La mancanza di verità non va bene, neanche se è.. “a fin di bene”. Patti chiari, li chiamo io. Voi siete qui e leggete, potete apprezzare, criticare, dialogare, contestare, porre tutto quello che volete. Ma sapete, a prescindere, che cercheremo sempre di dire la verità.. che mai coscientemente modificheremo i dati, o “tenderemo a dimenticare” aspetti di una vicenda, che ne danno però connotati, anche minimamente diversi. E se ci capiterà di sbagliare.. come, oggettivamente è successo nel caso di Mario Trudu, lo ammetteremo pubblicamente e porremo subito quelle che in realtà sono le informazioni esatte.

Amici miei tanti ergastolani ci scrivono, tante storie ballano su questo blog, non possiamo sempre controllare ogni storia nei suoi minimi dettagli, non siamo una squadra di detective ed intelligence che controlla costantemente ogni pagina, ogni storia, ogni retroscena. Piccoli intoppi, come questa volta, possono succedere. Le scuse vanno comunque fatte, perché chi gestisce un blog è comunque responsabile della veridicità di ciò che su di esso appare. Anche quando, come in questo caso, non c’è stata alcuna volontà di non dire. E anche sapendo che altri casi potranno capitare in futuro. Non potremo mai avere la certezza assoluta su tutte le storie che ci perverranno. E se in futuro accadrà, quando capiremo l’errore , provvederemo a riconoscerlo pubblicamente e a rimediare con le informazioni corrette..

Nei post precedentemente pubblicati su Mario Trudu  (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2009/11/28/mario-trudu-arrestato-il-12051979-ergastolano/  –  https://urladalsilenzio.wordpress.com/2009/11/28/mario-trudu-arrestato-il-12051979-ergastolano/), ergastolano detenuto attualmente a Spoleto, era emersa la rappresentazione, che in buona fede, noi e tantissimi altri consideravamo reale al cento per cento, la storia “ufficiale” diciamo.

Ossia che Mario Trudu fosse ininterrottamente in carcere dal 12 maggio 1979, in questo caso uno degli orrendi esempi di come opera l’ergastolo ostativo.

La realtà non è esattamente così. Sollecitato lo stesso Mario Trudu ha scritto una lettera, che leggerete qui sotto, in cui mette definitivamente in chiaro i termini della questione. Lui ingrandisce un pò le “riprese” che avremmo avuto da parte di altri.. In realtà non siamo stati “bacchettati”, giusto qualcuno ha fatto notare come la versione ufficiale non coincideva con altre notizie in merito. Ma anche se nessuno lo avesse fatto notare, nel momento in cui ci fossimo imbattuti nella realtà dei fatti, avremmo provveduto immediatamente a chiarirla.

Non vogliamo neanche colpevolizzare Mario Trudu. Quando entri in galera, a un certo punto la tua vita prende una tale direzione, così è stato nel suo caso.. che anche se poi alcuni periodi non fai esattamente galera, ma confino, latitanza, ecc.. nella tua mente, o almeno così è accaduto in Mario Trudu, tutto diventa confuso in un indistinta nebbia di galera.

Ma noi dobbiamo essere chiari. E allora…

NON E’ VERO, COME SI DISSE A SUO TEMPO, CHE  MARIO TRUDU E’ ININTERROTTAMENTE IN GALERA DAL 12 MAGGIO 1979, SENZA NEANCHE UN’ORA PASSATA FUORI, SENZA UN PERMESSO PREMIO ECC.

LA VERITA’ E’ CHE MARIO TRUDU ENTRO’ IN GALERA IL 12 MAGGIO 1979.

IL 21 GENNAIO 1986 FU PORTATO DA POLIZIOTTI IN BORGHESE IN CONFINO. GIA’ QUESTA NON E’ PIU’ GALERA IN SENSO CLASSICO. E’ SEMPRE UNA LIMITAZIONE DI LIBERTA’, MA NON GALERA.

POI DAL 21 GIUGNO 1986 AL 29 APRILE 1987 SI DARA’ ALLA LATITANZA. QUINDI STARA’ DIECI MESI A PIEDE LIBERO.. CERTO BRACCATO E INSEGUITO, CIO’ NON TOGLIE CHE STARA’ FUORI E NON IN GALERA.

IN QUESTI DIECI MESI SI RENDERA’ COLPEVOLE DEL SEQUESTRO DELL’INGEGNERE GAZZONI, IL QUALE, PER VIA DI UN CONFLITTO A FUOCO TRA MARIO TRUDU E IL FIGLIO DI GAZZONI, TROVERA’ LA MORTE.

VERRA’ NUOVAMENTE INCARCERATO.. MA ANCHE ALLORA NON STARA’ ININTERROTTAMENTE IN CARCERE SENZA “NEANCHE UN’ORA COL NASO FUORI”. PERCHE’ AVRA’ DUE PERMESSI PER MOTIVI DI STUDIO (AGGIUNGO CHE E’ UN CASO RARISSIMO CHE UN OSTATIVO POSSA AVERLI, CI SONO PERSONE CHE IN PIU’ DI DIECI ANNI NON RIESCONO AD USCIRE NEPPURE UN’ORA).. DUE PERMESSI, DI OTTO ORE CIASCUNO, DICEVO.. NEL MAGGIO 2004  E NEL NOVEMBRE 2005.

INSOMMA LA VERSIONE ORIGINARIA NE ESCE RADICALMENTE MUTATA.

Questa adesso è l’effettiva realtà dei fatti…

Io e il blog al completo chiediamo scusa..

Vi lascio alla lettera di Mario Trudu

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Carissimi amici,

provo un grandissimo dolore dentro di me, pensando a cosa provate per essere stati ripresi  a causa mia, per aver pubblicato miei scritti che a parere di molti non risultano a verità.

Proverò a spiegare dettagliatamente quanto è successo nel lunghissimo arco di tempo che va dal 12 maggio 1979 ad oggi.

Io Trudu Mario fui arestato il 12 maggio 1979,e dopo 6 anni e 10 mesi di carcerazione abbassarono il tetto massimo della carcerazione preventiva, che era allora di 10 anni e 10 mesi, portandola a 6 anni, quindi avendola superata già da parecchio tempo, avrebbero dovuto scarcerarmi, ma non andò così. Il 21 gennaio 1986 mi fecero scortare da poliziotti in borghese al confino, all’isola di Ustica (PA) (dove io a dispetto di molti non mi sono mai sentito un uomo libero, perché non lo ero, ed essendo che mi facevano l’ennesimo abuso confinandomi, l’ho visto peggio della galera). Il 18 giugno 1986 mi diedi alla latitanza sottraendomi agli obblighi a cui ero sottoposto, e nemmeno da latitante mi sono mai sentito un uomo libero, braccato, almeno che qualcuno non creda che confino e latitanza siano sinonimo di libertà. Per me, anche se soggettiva, era soltanto galera.

Ecco perché continuo ad affermare che il mio calvario è iniziato il 12 maggio 1979, e ancora oggi, 12 agosto 2010, non accenna a volere finire. In questi dieci mesi di latitanza, che vanno dal 21 giugno 1986 al 29 aprile 1987, ho sequestrato l’ingegnere Gazzotti Eugenio, e per tale reato sconto l’ergastolo, conseguenza della sua morte, essendo che lui rimase ferito nella sparatoria che avvenne tra me e il figlio del signor Gazzotti, che morirà 11 giorni dopo all’ospedale di Firenze.

Sono arrivato in questo carcere il primo settembre 2000, nel maggio 2004 ho avuto un permesso di otto ore per motivi di studio, che trascorsi qui a Spoleto con i miei famigliari, che per l’occasione vennero dalla Sardegna.

Stessa cosa nel novembre 2005, altre otto ore di permesso, sempre per motivi di studio, che trascorsi, parte a Perugia,e parte a Spoleto, sempre in compagnia dei famigliari.

Se pensate che per motivi di studio fui giudicato non pericoloso, mentre per cercare gli affetti familiari mi considerano tale.

Ragazzi, spero che la spiegazione che ho dato sia abbastanza comprensibile, perché io alle volte nello spiegare qualcosa sono un po’ tortuoso, e complico talmente le cose che per chi legge è difficile venirne a capo.

Vi chiedo scusa per avervi messo in difficoltà..

Grazie amici cari..

Mario Trudu

Per chiarezza

 
Da quando c’è il gruppo e c’è il blog mi capita di avere una infinità di discussioni.. o di ricevere email polemiche, o molto contestatorie. Molti dialoghi comunque, anche se duri e tosti, sono importanti e fanno crescere.
Alla luce anche di essi ci tengo a dire una cosa. Una cosa che è giusto dire per chiarezza.
Tutto il nostro discorso, la nostra battaglia contro l’ergastolo non significa acquiscienza verso niente. E non veicola una falsa indulgenza negatrice.
Il perdono, la crescita, l’espansione nascono anche dal coraggio di guardarsi dentro, riconoscere crude verità e andare avanti purificatisi dal fardello del passato.
Noi diciamo che l’ergastolano deve essere valutato sopratutto PER QUELLO CHE E’ DIVENTATO, PER QUELLO CHE E’ ORA.
E che comunque, nessuna pena deve essere senza fine o inumana.
Ma diciamo anche.. e se altri non fossero d’accordo.. per lo meno lo dico io.. che egli deve prendersi la responsabilità degli atti criminali e feroci quando gli ha commessi e attuare un serio e radicale processo di liberazione e purificazione interiore.
E’ vero che molte vite nascono già “pregiudicate”.. che gli ergastolani sono soprattutto manovalanza meridionale.. che nascere in certe famiglie e contesti vuol dire avere già quasi una bella pedata per violenze, delitti e patrie galere. Questo non va dimenticato.
Ma la riconciliazione sociale.. la riconciliazione che deve avvenire tra ergastolani e la parte più consapevole e aperta della società passa anche attraverso l’ammissione della responsabilità, di un certo grado di responsabilità dell’autore di delitti.. e il netto, radicale e definitivo distacco con la mentalità criminogena.
L’ergastolano deve avere il coraggio di ammettere.. di avere anche lui sbagliato.. di avere fatto atti brutali e commesso violenze inaccettabili.
E intraprendere un percorso di totale rinnovamento..
Cosa che ho visto spesso fare del resto.
La nostra lotta ha il volto limpido di chi crede nella speranza e nella dignità degli uomini.
Non abbiamo scheletri dell’armadiio.
La redenzione nasce anche dalla verità che rende liberi.
Senza indulgenze e compromessi.

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