Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Lettera a Marco Liorni.. da Nellino

Il nostro Nellino -Francesco Annunziata, detenuto a Catanzaro- ci invia una lettera per Marco Liorni, conduttore della trasmissione “La vita in diretta”, dove contesta un classico della disinformazione televisiva.. ovvero spacciare a malcapitati telespettatori l’idiozia per cui in Italia si sconterebbero quasi sempre peni brevissime, e l’ergastolo non esisterebbe.

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Alla cortese attenzione della trasmissione di Rai Uno: “La vita in diretta” , condotta da Marco Liorni.

Egr. Sig. Liorni,

io sono un ragazzo detenuto e colpevole da 15 anni.

Mi chiamo Francesco Annunziata, sono stato arrestato poco più che diciottenne e ritenuto colpevole di tanti reati e delitti nell’ambito della criminalità organizzata. Le ragioni, le cause e gli effetti delle azioni per le quali è stata accertata la mia penale responsabilità, sono superflue e inutili allo scopo di questa mia lettera.

Una breve presentazione era necessaria per introdurre l’argomento e funzionale all’esigenza di informarla su alcune inesattezze profferite da numerosi suoi ospiti. Ospiti illustri, padri del diritto, esimi professionisti del mondo giuridico.

Mi rivolgo a lei, poiché suppongo che non sia in possesso delle nozioni adeguate per correggere i suoi ospiti. Sicuro che l’avrebbe fatto, non fosse altro che per la sua comprovata onestà professionale ed anche per rispetto alla professione di giornalista che svolge.

Quindi, ogni giorno, non solo nella sua trasmissione, avviene sistematicamente  una mistificazione della realtà. Il diritto-dovere di cronaca si tramuta in disinformazione. Ma contribuisce a creare quel clima di paura  ed insicurezza congeniale a tutte le dittature, cosa ahimé esistente in Italia da venti anni. Dopo il ventennio fascista, c’è il “Ventennio Berlusconiano”. In uno Stato di polizia come lo è l’Italia, la propaganda che avviene è resa possibile dal controllo dei maggiori mezzi di informazione è la caratteristica fondamentale delle peggiori dittature.

Voglio sperare che lei non sia complice delle menzogne profferite all’interno della trasmissione che conduce.

Egr. Sig. Marco Liorni, la informo e la prego di accertarsi se quanto esposto corrisponde al vero.. che in Italia se c’è una cosa che esiste questa è.. solo la certezza della pena e non, come sbandierato in ogni dove e ad ogni occasione, il contrario. Signor Liorni, non bisogna essere degli scienziati per capire che quella è una bugia, basta fare una semplice considerazione sullo stato attuale delle carceri in Italia: sovraffollate. E’ logica elementare, se fosse così facile uscire dal carcere, questa condizione di sovraffollamento non esisterebbe.

Ovviamente questo  è solo uno degli aspetti più elementari che le espongo a sostegno della tesci che purtroppo c’è tanta disinformazione.

Altro punto dolente, dolentissimo, è la questione della pena in Italia. Nella sua trasmissione si è ascoltato che in Italia la pena dell’ergastolo non esiste, che in realtà l’ergastolo non lo sconta nessuno perché tra l’indulto e vari sconti di pena, al massimo un “delinquente” rimane in carcere non più di otto anni e quattro mesi. Sa cos’è peggio? Che a fare queste affermazioni sono anche persone che conoscono bene tale questione, come magistrati, avvocati e criminologi onnipresenti, che spesso sono a contatto con questa realtà. Ebbene caro signor Liorni, riferisca a queste persone che se fosse vero quanto subdolamente sostenuto con i loro calcoli cervellotici, c’è qualcosa  che non va, perché, ad esempio, io che non sono stato condannato all’ergastolo, sono in carcere da 15 anni, quindi com’è possibile? Ho già scontato due volte la pena che loro sostengono si sconti per un ergastolo. Ed allora…

Le illustro com’è la situazione in Italia rispetto alla pena dell’ergastolo. In Italia, oggi, un condannato all’ergastolo deve solo morire per uscire. Signor Liorni, ha capito? Un ergastolano, oggi, in Italia, per uscire dal carcere, DEVE MORIRE. O mettere un altro al suo posto. Ovvero lo Stato Italiano, lo Stato di diritto, lo Stato civile usa il ricatto: o collabori con la “giustizia” o muori. In diritto questo si definisce tortura. L’Italia è uno dei più attivi paesi per la moratoria contro la pena di morte e ne fa giustamente un vanto. Perché?

Non è forse meglio morire che essere certi di dover trascorrere tutta la vita in carcere senza alcuna possibilità di uscire? Non è forse meglio morire che “vivere” in un eterno presente? Sì! Perché l’ergastolano non ha passato, non ha futuro, è costretto a vivere in eterno. 

Riferisca ai suoi esimi ospiti che in Italia ci sono persone entrate in carcere nel lontano 1983 e non sono più uscite. Riferisca ai suoi ospiti che, pur volendo considerare il “ricatto” una forma accessibile per ritornare in libertà, per poterne beneficiare è necessario essere colpevoli e una società civile non può scartare a priori la possibilità che si possa essere innocenti. A maggior ragione l’Italia, dove statisticamente il 50% dei reclusi poi risultano non colpevoli. Voglio dire: se uno è colpevole e fa il nome di qualcun altro esce. Se uno è innocente di chi fa il nome? 

Terribile!

Il colpevole ha la possibilità di ritornare libero. L’innocente no!

Riferisca ai suoi ospiti che l’Italia è l’unico paese in Europa e forse nel mondo, esclusi alcuni stati degli Usa, dove vige una pena a vita, che altro non è che una pena di morte.

La informo e la prego di verificare quanto le espongo: in paesi come la Norvegia, il Portogallo, la Spagna, l’ergastolo è stato eliminato. L’ Islanda non ha mai avuto ergastolani. In Irlanda si può uscire dopo 7 anni, in Olanda dopo 14, in Svezia dopo la commutazione della pena, in Svizzera dopo 15 anni, in Austria dopo 15 anni, in Belgio dopo 14 anni, a Cipro dopo 10 anni, in Danimarca dopo 10/12 anni,  in Francia dopo 15 anni, in Grecia dopo 20 anni e invece in Italia, la patria del diritto, esiste la possibilità in astratto che, dopo 26 anni e MAI, proprio MAI per quei reati commessi avvalendosi delle condizioni tipiche delle associazioni mafiose.

Signor Liorni, MAI!

E’ possible secondo lei chiedere la certezza della pena per una pena che non si sa quando finisce? La prego, non mi dica che nel resto d’Europa non esistono le organizzazioni criminali perché sappiamo entrambi che non è così.

Ricordi che coloro i quali da ergastolani sono ritornati in libertà e prendete ad esempio come persone che sono ritornate a delinquere, sono persone che ha rimesso in libertà lo Stato stesso traendone vantaggi, come il plurinominato “mostro del Circeo”.. è uscito perché collaborante, ha dato a quel magistrato quello che voleva e quel magistrato lo ha fatto uscire. Come Brusca e tanti altri che si prendono ad esempio come ergastolani in libertà, ma si omette di dire che quelle persone, pur essendosi macchiate di numerosi delitti, sono state liberate per comodità dallo Stato e non perché meritevoli, non perché hanno capito gli errori eventualmente commessi in passato.

Quindi, egr. Signor Liorni, ora lei sa, pertanto quando qualcuno dei suoi ospiti si pronuncerà in inesattezze, non esiti a correggerlo, non diventi suo complic, da una corretta informazione tutti ne trarranno giovamento.

Cordialità

Francesco Annunziata

Catanzaro

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L’URLO di MARIO TRUDU, in carcere dal 1979

La lettera che inseriamo oggi è di Mario Trudu, un pastore sardo condannato all’ergastolo e in carcere dal 1979. Quella di Mario Trudu è una delle storie più emblematiche, più drammatiche, una di quelle storie che un paio d’anni fa ci hanno dato la spinta per creare questo Blog e per dare voce a questi sepolti vivi. Se abbiamo chiamato “Urla dal Silenzio” questo blog, lo abbiamo fatto anche pensando alla storia di Mario che, esclusi i 10 mesi di latitanza tra ’86 e l’87, vive in carcere da 32 anni. Senza nessuna prospettiva di non morire lì dentro. Mario Trudu è un uomo rassegnato, ma non abbastanza, forse è la rabbia a tenerlo ancora vivo. Eppure anche lui ha chiesto la morte al posto dell’ergastolo  ostativo e ha chiesto di essere fucilato in piazza a Spoleto (città dove sta attualmente scontando l’ergastolo) per dare soddisfazione a tutti coloro che i delinquenti li vogliono vedere morti, anche dopo 32 anni di carcere… Invece il Tribunale gli ha risposto che la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento Penitenziario, nè dalla Costituzione. Bel Paese il nostro,  ci battiamo per abolire la pena di morte negli altri Stati ma nelle nostre prigioni ci si suicida e si muore come mosche e se sei ergastolano e non scegli di usare la giustizia per tirarti fuori, morirai di sicuro  in carcere. Ma  lo Stato non vuole la parte del boia: o lo fai da solo o muori ogni giorno in attesa della fine dei tuoi giorni.

Vi lascio a questa drammatica testimonianza di Mario Trudu:     

 

A scrivere è Mario Trudu. Nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana. Mi trovo in carcere dal maggio del 1979 con una condanna all’ergastolo. Scrivendo questo testo non lo faccio pensando di poter ottenere qualcosa, ma per informare, perché qualcuno in più venga a conoscenza della situazione in cui si trovano le persone che sono recluse, come me,  con una condanna all’ergastolo ostativo. Siamo coloro che ogni giorno affrontiamo la nostra tragedia, la nostra vita senza speranza, eppure, lottiamo e combattiamo per una vita migliore. Mi preme dire a coloro che si trovano nella mia medesima situazione, e verso coloro che eventualmente vi si troveranno in futuro, che bisogna fare qualcosa.
Troppo spesso si sente parlare di certezza della pena, ma occorrerebbe parlare di certezza della morte, perché in Italia chi è condannato alla pena dell’ergastolo ostativo può essere certo che la propria morte avverrà in carcere. Spesso si sente nei salotti televisivi qualche politico che batte i pugni sul tavolo inneggiando alla certezza della pena. A questi vorrei gridargli in faccia che la mia pena è talmente certa da giungere fino alla morte. Solo certe menti malate e distorte possono riuscire a superare l’insuperabile. Non si può introdurre come è stato fatto nel 1992 la norma dell’art. 4 bis O.P. (che nega i benefici penitenziari se non metti un altro in cella al posto tuo) e renderla retroattiva, applicarla cioè a reati commessi diversi lustri prima. Lo stesso vale per l’art. 58 ter O.P.(persone che collaborano con la giustizia),  uno scempio per uno stato che si definisce di diritto. Da quando nell’Ordinamento Penitenziario è stato introdotto questo articolo, se vuoi ottenere i benefici penitenziari, sei obbligato a “pentirti”, lasciando in questo modo che si dimentichi che rieducarsi (se errori ci sono stati in passato) non significa accusare altri, ma cambiare dentro di sé. Il pentimento che pretendono loro è l’umiliazione. Per loro collaborazione significa perdita di dignità, fuoriuscire dalla sfera umana. Come può collaborare chi ha è stato vittima di processi compiuti con la roncola nei cosiddetti periodi di “emergenza” in cui contava solo la parola dell’accusa e dove i testimoni della difesa venivano sistematicamente arrestati e processati anche loro? L’Italia, dagli anni ottanta ad oggi, pare essere un paese in emergenza perenne.
Si può negare ad un condannato all’ergastolo,  dopo che ha scontato già trent’anni di carcerazione, la possibilità di ottenere un permesso? Il due settembre del 2009 il Tribunale di Sorveglianza d Perugia, a una mia richiesta di tramutare la mia condanna all’ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”. All’ergastolano, viene dunque proibito anche di scegliere di morire perché si vuole che affronti la vendetta dello Stato fino all’ultimo dei suoi giorni.
Io ho sempre creduto che gli unici che avrebbero potuto pretendere vendetta nei miei confronti fossero la famiglia Gazzotti, l’uomo che ho sequestrato e che a causa di quella mia azione quel povero uomo morì. Solo loro credo che possano fare e dire tutto ciò che vogliono nei miei confronti, ne hanno tutti i diritti. Sicuramente trent’anni di carcere formano un altro uomo, perché oltre ai valori ed abitudini che già possiedi, ne assorbi altri e rielaborandoli ne ricavi una ricchezza. La pena dell’ergastolo per chi la vive come me, è crudele e più disumana della pena di morte, perchè quest’ultima dura un istante ed ha bisogno di un attimo di coraggio, mentre la pena dell’ergastolo ha bisogno di coraggio per tutta la durata dell’esistenza di un individuo, un’esistenza disumana che rende l’uomo “schiavo a vita”.
Occorre prendere coscienza che l’ergastolano ha una vita uguale al nulla e anche volendo spingere la fantasia verso previsioni future,  resta tutto più cupo del nulla. Si parla spesso del problema delle carceri, ma non cambia mai nulla (o forse qualcosa cambia in peggio e il problema del sovraffollamento delle carceri lo dimostra). I suicidi nelle carceri sono proporzionalmente in numero maggiore di diciassette volte rispetto a quelli che avvengono nel “mondo esterno”. I “signori” politici dovrebbero pensare veramente per un attimo al disgraziato detenuto che non può morire in carcere per vecchiaia. Parlo dei politici perché la responsabilità è loro, perché se la legge del 4 bis non viene cambiata siano consapevoli che noi ergastolani ostativi dal carcere non potremo uscire mai: che diano risposta a questa domanda questi “signori”!.
Sto sognando, lo so! Purtroppo un ergastolano può solo sognare.
Fino ad oggi la mia trentennale carcerazione è stata interrotta da soli dieci mesi di latitanza ( periodo che va da giugno del 1986 ad aprile del 1987). Venti anni fa entrai nei termini per poter usufruire dei benefici penitenziari e da allora ho iniziato a presentare diverse richieste per poterli ottenere, ma sono state respinte sistematicamente tutte fino a quando nel2004 mivenne concesso un permesso con l’art- 30 O.p. (otto ore libero, senza scorta) per partecipare alla presentazione di un CD-ROM sulle fontane di Spoleto,  realizzato in carcere da noi alunni del quarto anno dellIistituto d’arte. Trascorsi quelle ore di permesso a Spoleto insieme ai miei familiari venuti appositamente dalla Sardegna,  ed in compagnia di alcuni professori. Nel novembre del2005 mifu concesso un altro permesso, questa volta di sette ore, per la presentazione di una rivista sui vecchi palazzi di Spoleto,  che avevamo prodotto in carcere. Trascorsi quelle ore a Perugia sempre con i miei familiari. A questo punto mi ero convinto che il fattore di pericolosità sociale attribuitomi fosse oramai decaduto e di conseguenza mi illusi che, di tanto in tanto, mi sarebbe stato concesso qualche permesso utile a curare gli affetti familiari. Purtroppo non fu così, perché dopo quell’ultimo permesso tutte le mie richieste furono respinte. Inizia a questo punto a chiedere con insistenza un trasferimento in un carcere della mia regione di appartenenza, affinché i miei familiari potessero avere meno disagi ad ogni nostro incontro, ma nulla da fare: la prima richiesta fu rifiutata e le successive non ebbero mai risposta. Ho presentato a più riprese richieste di permesso necessità per poter andare a far visita a mia sorella Raffaella che non vedo dal 2004 e che non si trova in condizioni per poter affrontare lunghi viaggi, ma anche queste vengono negate motivando che lei non si trova in pericolo di vita. Sono contento che mia sorella non sia in pericolo di vita. Sono state tante le mie richieste per un avvicinamento a colloquio al carcere di Nuoro, dove mi sarebbe stato possibile incontrare mia sorella, l’ultima l’ho presentata il due maggio 2011. Ma non mi hanno ancora risposto.
 
Mario Trudu
 

L’angolo di Letizia

Oggi, davvero giornata “al femminile”..

Dopo il pezzo su Padre Gelso che mi ha inviato Tonia Tripodi, ho trovato anche il pezzo di Letizia per la sua rubrica. Molti di voi, dopo il testo sulla “remissione del debito” mi hanno chiesto altri testi su questioni tecniche e normative riguardo al mondo penitenziario.. Letizia se ne occuperà nei prossimi numeri.

Vi lascio alle sue parole..

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“La certezza della pena”

Questa frase la sentiamo spesso, altrettanto spesso viene utilizzata impropriamente da chi si arroga di poteri che non ha, spesso la si usa perché ormai è una frase fatta e quindi senza fatica partorisce voti, applausi, clamore… ma quanti davvero usano questa frase come proclama, come scusa, mettendola anche in discorsi in cui non c’entra ma “fa figo” leggerla… sanno davvero cosa significa? A me succede spesso, in realtà è un gioco che faccio fin da piccola… mi piace sillabare le frasi e a volte anche le parole…

“La” va bè, articolo determinativo singolare femminile, niente di che…, poi abbiamo “certezza” il vocabolario gli associa questo significato: “l’esser certo”, così ho cercato “certo” e qui abbiamo più significati: [detto di persona] che è convinto della verità di ciò che afferma – che non può essere messo in dubbio in quanto dato di fatto storico concreto – [detto di cosa] che avverrà sicuramente – cosa certa… quest’ultimo significato è quello che mi ha più colpito e che mi sembra più adattabile, a meno che in base al primo significato non ci basiamo su convinzioni, non parliamo di fatti storici, né nel terzo caso prevediamo il futuro.

Quindi: “cosa certa”…. e poi il sostantivo più complicato: “pena”: danno fisico o morale inflitto a chi ha commesso il male o è ritenuto colpevole… oppure: afflizione; compassione.

Compassione… lo dice il vocabolario! Ricordiamocene!

Se metto insieme tutto a mio modo, mi chiedo come tante… troppe persone possano mettere in dubbio la certezza della pena. Vuol dire semplicemente che non hanno mai visto un carcere che sia un circondariale, una reclusione, un opg o quant’altro. Mai visto, proprio mai.

Perché io che invece l’ho visto, io che invece non mi ritengo dotta, non userei mai impropriamente questa frase, perché è una frase che non ha senso, nessun senso, e nessun riscontro con la realtà.

Io vedo ogni settimana detenuti con pene lunghissime, faccio un progetto con degli uomini condannati all’ergastolo che sulla loro posizione giuridica alla voce scadenza pena, hanno la parola: MAI oppure qualcuno dotato di pura ironia si è inventato questa data 99/99/9999… non è una battuta… si trova davvero anche questo su alcuni fascicoli.

La mia migliore amica, sulla posizione giuridica del suo compagno legge: 21/07/2028.

Lei, e anche lui sono abbastanza “certi” di quella data, quindi mi chiedo…: forse il ministro Carfagna, Bruno Vespa, Barbara D’Urso, il nostro presidente del consiglio S.Berlusconi, il ministro della giustizia A. Alfano insieme a tutti i sapientoni che utilizzano questa frase come intercalare, non hanno mai letto un fascicolo o una posizione giuridica?? E come si fa a parlare di cose che non si sono mai viste  ne vissute?? Io non so se sia bello andare in mongolfiera… penso sia bello, suppongo sia emozionante, ma non lo so con certezza.

Questo è il punto, almeno a parere mio… chi usa questa frase si basa su supposizioni, non su dati certi. Perché io che invece so di cosa parlo in questo caso, posso asserire con assoluta certezze che le pene sono più che certe in Italia, e i tanto famigerati sconti su cui ci sarebbe tanto da discutere, non sono così scontati. Esiste la liberazione anticipata, 45 giorni ogni semestre se hai una condotta regolare e corretta e se dimostri partecipazione alle attività trattamentali. Non c’è altro.

L’indulto di cui tantissimi parlano, sapete come viene utilizzato nelle condanne lunghe??

Ve lo spiego: i tre anni di condono, vengono scalati dal fine pena. Ad XY che ha un fine pena nel 21/05/2024 gli viene ricalcolata la data di fine pena a 21/05/2021. Tutto qui… non viene fatto un cumulo con gli anni già scontati per dar modo ad XY di accedere a taluni benefici, o eventuali misure alternative.

E poi mi chiedo, chi parla di questa mancanza di pena certa in Italia, ha mai letto i rigetti dei permessi premio scritti dai magistrati di sorveglianza?? Alcuni sono vere e proprie barzellette.

L’anno scorso ho letto un rigetto cattivissimo, scritto con tanto fervore da far paura, se si pensa che il detenuto arrestato a 19 anni, aveva compiuto dieci anni di carcere senza contare la liberazione anticipata e date le gravi condizioni famigliari chiedeva un permesso premio… il magistrato, oltre a ricordargli e citare la sentenza di 11 anni prima, sosteneva con assoluta fermezza che il detenuto stesse ancora scontando un reato ostativo e che a prescindere da tutto, questo gli bloccava la possibilità di accedere all’esperienza premiale.

Solo dopo aver fatto gentilmente notare al cortesissimo magistrato che il detenuto aveva finito di scontare il reato ostativo nel 2004, e che per questo motivo aveva anche avuto possibilità di avere l’indulto in toto, si è ricreduta su parte del rigetto.

Non era una fattura, o un assegno sbagliato, si stava discutendo della vita di qualcuno.

Adesso, cari politici e cittadini scettici, con assoluta certezza vi urlo a gran voce che in Italia la pena è assolutamente certa. E se esistono dei casi eccezionali, che poi fatalità diventano plateali sono tutti previsti dal nostro codice penale che si ricorda l’era del mio bisnonno, ma se nessuno lo ha mai cambiato vuol dire che ci va bene così…

Letizia

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