Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Vi prego, aiutate mio figlio

ansia-e-solitudine

Quando Annamaria Rosati mi ha scritto alcuni frammenti della sua vicenda e della dolorosa vicenda di suo figlio, le ho telefonato e mi sono fatto raccontare questa storia.

Questa donna non va lasciata sola.

Chiunque può intervenire per aiutarla e aiutare suo figlio, va sollecitato a fare qualcosa.

Chi è questo ragazzo che ora sta per perdere una gamba?

Potevi essere tu, poteva essere tuo figlio. Questo ragazzo è stato lasciato solo, senza protezione, senza difesa. Con un disturbo bipolare, con un grave problema a una gamba, nessuno l’ha seguito, nessuno l’ha tutelato. Lo si è solo buttato in carcere, per sputarlo fuori ancora più destabilizzato. Poi ha commesso altri reati e ha pregiudicato un’altra gamba. Ma di chi è davvero la colpa di quei reati?

Fosse nato in un’altra famiglia, in un altro contesto, sarebbe stato curato fin dall’inizio, sarebbe stato seguito, sarebbe stato protetto. Non sarebbe stato tenuto a muoversi perennemente con le stampelle e con una gamba gonfia che adesso rischia di perdere. Non sarebbe stato tenuto con un disagio interiore sempre più forte senza nessun VERO intervento. E la madre? Non si sarebbe trovata costretta a lavorare in un call center erotico per poter lavorare.

L’unica persona che ha davvero aiutato Annamaria e che la sta aiutando è Giovanni Tripodi, un avvocato del gratuito patrocinio del foro di Roma, che, senza venire pagato naturalmente, si sta davvero impegnando per questa vicenda. Un esempio di quello che vuol dire fare l’avvocato con onore.

Adesso deve essere chiaro ciò che NON deve avvenire. E NON deve avvenire che questo ragazzo perda una gamba e che, per questo e per altro, la sua vita venga segnata fino in fondo.

E’ un ragazzo giovane che merita dignità e speranza. Come li merita la madre.

Chiunque può fare qualcosa, chiunque può intervenire, dovrà farlo.

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Raccontami la tua vicenda Annamaria.

Mi chiamo Annamaria, sono una donna di 48 anni e vivo a Roma. Ho sempre avuto una vita “normale”; fino a 4 anni fa quando la mia vita si è trasformata a causa della vicenda giudiziaria in cui  siamo stati coinvolti io e mia figlio. Io sono stata arrestata circa 4 anni fa per un reato da me non commesso. Sono stata accusata di essere la mandante di una estorsione di una aggressione con un tentato omicidio. Come esecutore materiale fu imputato mio figlio che all’epoca aveva 18 anni, e altre due persone, solo che queste due persone furono scagionate per mancanza di prove. Premetto che il mio fu un processo del tutto indiziario.

Comunque, il giorno dell’arresto erano le cinque di mattina, dovevo andare al lavoro, e alla porta ho avuto la sorpresa di trovare 12 carabinieri, sei pattuglie dei carabinieri sotto casa mia,  e non capivo. Loro mi dissero all’epoca che dovevo andare alla caserma di Civitavecchia per dei chiarimenti e che in giornata sarei comunque tornata a casa. Invece sono stata portata direttamente nel carcere di Civitavecchia, in attesa del processo di I° grado, perché avrei potuto falsare le prove. Sono stata sottoposta alla carcerazione preventiva. E’ durata un anno la mia permanenza nel carcere di Civitavecchia. Immaginatevi una donna che si era alzata per andare a lavorare, e si è ritrovata in carcere, con il figlio agli arresti domiciliari. Con il figlio semi-invalido all’epoca. All’epoca era già seminvalido, non del tutto come lo è adesso.

Per via di questa vicenda mia figlia dovette lasciare Perugia dove frequentava l’università e venne da noi. Noi eravamo l’unica famiglia che aveva. Di colpo si è ritrovata la madre e il fratello in galera. In pratica ha fatto un po’ da tramite tra noi e il mondo esterno. Una ragazza che all’epoca aveva 23 anni.  Anche lei si è ritrovata catapultata in una vita abbastanza strana.

Alla fine del processo di primo grado, io e mio figlio veniamo condannati, le altre persone vengono scagionate perché estranee al fatto. Un processo senza prove; solo  indizi. Io vengo condannata a 4 anni di reclusione, e mio figlio a due anni e sei mesi. Entrambi eravamo incensurati. Io non ho mai commesso un reato in vita mia. Ho sempre lavorato per vent’anni. Ero una cuoca. All’epoca lavoravo per la Pellegrini S.P.A. In carcere mi è arrivò la lettera di licenziamento. Durante le prime due sentenze, tra il primo e il secondo grado, ho avuto i domiciliari. Il magistrato mi rifiutò addirittura il permesso di uscire una volta a settimana per fare la spesa per il mio sostentamento.

Successivamente entrambi dai domiciliari siamo passati all’obbligo di firma. Io tutti i giorni, avevo l’obbligo di firma quotidiano, e mio figlio tre volte a settimana. Senonché il ragazzo aveva già cominciato la sua trasformazione. Da quando ero uscita dal carcere aveva già perso trenta chili, e ogni tanto ci dava giù con l’alcool. Premetto che mio figlio ha sempre avuto disturbi di bipolarismo. Un disturbo che non è gravissimo; e se viene curato e seguito da persone competenti, le persone affette da questa patologia possono fare una vita quasi “normale”e ci si può convivere. Però tutto questo non è successo, mio figlio è stato lasciato solo, e nel tempo è peggiorato sempre di più, anche per via dell’alcol. Un giorno venne arrestato perché fu trovato in giro in stato di ebbrezza che minacciava le persone con dei coltelli. Quindi, non avendo adempiuto agli ordini di firma dettati dal magistrato, fu portato in carcere. Dopo tre mesi di carcere mio figlio è uscito. Nel frattempo erano passati quasi due anni da quando ero stata arrestata, ed ero sempre senza lavoro. Il mutuo sono quasi tre anni che non lo pago più; non ho soldi. Ho perso il lavoro, ho perso tutto. Ho ripreso all’inizio un po’ a fare la cuoca, perché non sapevo proprio come sopravvivere. Però niente da fare, avendo l’obbligo di firma, non potevo coprire delle turnazioni troppo lunghe e non volevo raccontare la mia storia agli altri.  L’Italia è un posto pieno di pregiudizi. Mi hanno impedito di trovarmi un lavoro decente. Mi sono arrangiata a lavorare con queste società interinali. Trovai l’unico lavoro che mi è stato possibile trovare e che mi consente non di vivere, ma di sopravvivere, perché si guadagna pochissimo. Lavoro in un call center erotico. Praticamente sono un’operatrice del sesso, faccio psicoterapia sessuale al telefono, con i più grandi porci italiani. Però va bene così. E’ l’unico lavoro che ho trovato. A me mi sta bene, non mi vergogno a dirlo.

Nel frattempo mio figlio è uscito dal carcere e ha continuato con i suoi disagi. Era sempre più magro. Lui aveva un handicap a una gamba, all’epoca la gamba destra. Quando aveva 17, cadde da un terrazzo di otto piani. Si salvò la vita perché rimase appeso con un polpaccio a uno spuntone, i suoi amici per salvargli la vita, lo tirarono da questo spuntone e perse il muscolo della gamba. Comunque, cominciò a fare reati. In carcere lo avevano incattivito; perché la giustizia in Italia, invece di salvare un ragazzo, lo ha reso più aggressivo e pericoloso.  Comprava delle armi, e ha cominciato a minacciare le persone anche con spade. Arriviamo al suo primo tentato omicidio; perché lui  è stato complessivamente accusato di due evasioni e di due tentati omicidi. Lui aveva una ragazza di Ostia -che anche adesso non c’è più, ha la sua vita, non può stare appresso a mio figlio- e andò a trovare questa ragazza, “evadendo” dagli arresti domiciliari. Durante questa evasione diede un calcio alla vetrata della stazione di Ostia facendo cadere tutta la vetrata sull’altra gamba, lesionandosi tutti i tendini della gamba sinistra. E’ stato operato, però non ha più ripreso l’uso della gamba. Attualmente zoppica,  si muove con le stampelle e ha una gamba gonfia. Secondo me c’è anche il principio di qualche infezione. Dopo l’intervento alla seconda gamba, l’ortopedico mi disse di fare delle terapie costosissime. Anche se ho l’esenzione al ticket, ogni radioterapia costava 50 euro e lui ne doveva fare dieci; figuriamoci se me lo potevo permettere. Andavamo avanti con stampelle, con fasciature, ma la gamba si gonfiava sempre di più. E mio figlio non riusciva neanche più ad appoggiarla.

E poi c’è anche il problema del cibo. Lui ha smesso di mangiare quando è uscito dal carcere. Io non ho potuto cucinare per quasi due anni a casa mia, perché anche solo l’odore del cibo, lo innervosiva, mi buttava tutto dal balcone. Lui era arrivato addirittura a mangiare una mela, delle foglie di insalata. Lui prima di mangiare si pesava, si mangiava una mela, si allenava un’ora per smaltire i grassi secondo lui accumulati, e poi si ripesava, e poi era in pace con se stesso. Era diventato magrissimo. Qgni tanto cercavo di farlo mangiare, approfittando del fatto che c’erano degli amici suoi, e allora lui non poteva schierarsi contro di me, perché secondo lui ero io la causa del suo male, ero io che lo facevo diventare ciccione. Praticamente le persone, soprattutto i ragazzi che hanno questi disturbi, tendono ad odiare la madre. Quindi tutte le colpe sono della madre. Ma va bene, io ho accettato questo, perché ho capito che non era con tutto se stesso che mi odiava. C’era una parte di se che mi odiava. E una parte di sé che mi amava come non mai. E comunque ha continuato a peggiorare sempre di più, beveva, ecc. Fino al giorno in cui andò a trovare con le stampelle la sua ragazza ad Ostia. Il padre non ha mai accetto mio figlio; figuriamoci se qualcuno può accettare un ragazzo del genere. Pensa che prima che mio figlio cominciasse ad avere questi disturbi sia fisici che mentali mio figlio era un ragazzo allegro, anche molto carino, molto simpatico. Praticamente lo hanno rovinato. Era andato a trovare la ragazza.. con le gambe fasciate e le stampelle; perché ormai non cammina più. Non ha quasi più nessuna delle due gambe e se continua così rischia di perderla in maniera permanente la gamba danneggiata. Il padre della ragazza lo  ha minacciato, dandogli calci sulla gamba malata. Mio figlio per rispetto della sua ragazza è rimasto inerme. Finché il padre ha rotto una bottiglia, gli ha fatto una cicatrice sul collo e gli ha detto “se non te ne vai ti uccido”. Mio figlio ha tirato fuori il coltello e l’ha pugnalato. Per fortuna che quest’uomo si è salvato. Questo è il suo secondo tentato omicidio. Ritornò a casa ma i carabinieri vengono, lo prendono e lo portano in carcere. Io ho fatto il possibile per stargli vicino.

Nel frattempo io ho cambiato avvocato, perché non avevo più soldi. Ora ho un avvocato bravissimo, che meriterebbe una medaglia. E’ un avvocato calabrese del gratuito patrocinio. L’ho trovato per caso su internet. Un bravissimo avvocato del foro di Roma, patrocinante in Cassazione. La prima volta che sono stata nel suo studio, vidi un fila di vu cumprà, e allora mi sono sentita a mio agio. E mi sono detta “finalmente un avvocato come si deve”. Da allora sono sempre stata seguita da lui. Non mi ha mai chiesto soldi, anche perché non ne ho. E mi ha detto che comunque potevo essere salvata in tempo se fossi stata seguita da un avvocato decente, però ha preso in mano la situazione e mi ha fatto togliere le firme dopo due anni e a febbraio avrò finalmente la Cassazione. Ma ormai non ci spero più, la Cassazione mi darà la terza e ultima condanna e dovrò scontare gli ultimi due anni di pena che mi sono stati sospesi. Non tutti sanno che, firmando, la pena si ferma, rimane “sospesa”. Quindi fino alla nuova ordinanza del giudice io sono in una situazione di stallo.

L’avvocato ha fatto in modo che  mio figlio venisse trasferito in comunità. Dal carcere di Civitavecchia mio figlio doveva assolutamente essere trasferito in una comunità. Lui non aveva e  non ha bisogno di un carcere, ha bisogno di una comunità con persone che sanno che tipo di problematiche ha e come comportarsi. Io saprei come fare, però sono la madre e non sono all’altezza. Non sono la figura idonea per potere aiutare mio figlio. C’è un rapporto di odio e amore tra di noi. Nel frattempo mia figlia si è molto allontanata da me e non voglio più coinvolgerla in questa storia. Io ho perso due figli. Io avevo due figli e ora sono sola.

Nel frattempo, tramite questo avvocato, mio figlio riesce ad entrare in una comunità, la comunità di San Cesareo, in provincia di Fano, nelle Marche. E’ una comunità terapeutica per tossicodipendenti, alcolisti e ragazzi affetti da problemi psicologici, come mio figlio.  Io non sapevo niente. Un giorno stavo andando in carcere e mi arrivò la telefonata della comunità, dicendomi che mio figlio era là già da dieci giorni, ma non avevano saputo come contattarmi. Dopo dieci giorni quindi riuscii a parlare telefonicamente con mio figlio. Quando lo sentii quella prima volta, mio figlio era molto diverso, era “dopato”, era talmente imbottito di psicofarmaci che stentava a parlare. Praticamente mi chiedeva aiuto, diceva “sto così.. ho firmato..vado via…non voglio stare qui..”. Gli operatori mi hanno detto che potevo chiamare tutti i venerdì alla stessa ora, però non ci potevo andare. A parte che non potevo andare perché avevo le firme. Io per due anni non mi sono potuta allontanare da Roma. Comunque,a prescindere da ciò, io non sarei potuta andare finché non avessi ricevuto l’invito della stessa comunità, perché i pazienti della comunità non possono avere contatti con i famigliari finché non lo dicono loro.

Il venerdì successivo telefonai e gli operatori mi dissero“eh dobbiamo fare una riunione per suo figlio, suo figlio non è in grado di stare in comunità, ci sono state già due risse”. E io ho detto “voi siete una comunità, che cosa volevate? Il figlio di Padre Pio. Se sta in una comunità un motivo ci sarà. Mio figlio è così. Voi siete in grado di aiutarlo?”.

Quanto telefonai il secondo venerdì, mi dissero che era evaso dalla comunità, ma lo avevano recuperato dato che aveva fatto poca strada, lui non cammina, si muove con le stampelle.

-“Ma lo avete portato a fargli visitare la gamba?”

-“Signora ci vuole il permesso del magistrato?”

-“Ma che cazzo state dicendo? Mio figlio sta perdendo la gamba. Che cazzo di magistrato ci vuole?”

-“Noi senza il permesso del magistrato non possiamo portarlo da nessuna parte.”

Il terzo venerdì mi dissero che lo avevano trasportato nel carcere di Pescara, perché non poteva stare in comunità.

Mio figlio mi avevano detto che lo avevano mandato ad un carcere .. ma non riuscivo a capire quale carcere.. poi, un po’ per l’avvocato, un po’ perché mi sono messa a urlare al telefono, mi hanno dato l’indirizzo del carcere dove stava mio figlio, e dove tuttora ci sta, il cercare di Pesaro. E allora mi sbrigai a prendere la sua cartella clinica dall’ospedale di Ostia, dove aveva subito l’intervento alla gamba e l’avvocato, tramite fax,  l’ha mandata al magistrato che si occupa di mio figlio, per avere l’urgente trasferimento almeno nel centro clinico di Rebibbia o di Regina Coeli, per farsi curare e salvare questa gamba.

Nel frattempo non so se mio figlio ha preso peso, se continua a mangiare, se continua a riempirsi di tatuaggi. Perché durante la sua detenzione ai domiciliari, mio figlio si era costruito una macchinetta con le sue mani, si era comprato della china e si era riempito il corpo di scarabocchi, disegni di ogni tipo. Se li faceva da ubriaco, cose oscene, io ogni volta che lo vedevo restavo sconvolta.

Io, come ti dicevo prima, sono convinta che sarò condannata anche in Cassazione e sicuramente sarò mandata ai servizi sociali. Premetto che sono l’unico sostentamento di mio figlio. Se vengo meno io, mio figlio è abbandonato in carcere, col rischio di perdere una gamba e col rischio dei suicidi in carcere o di cose come l’anoressia. Mio figlio è anoressico, ha gravissimi problemi di alimentazione. Ma nessuno dice niente.

Io che faccio? A chi mi rivolgo? Sto perdendo la casa. Ho un cassetto pieno di raccomandate della banca, tutte rate insolute del mutuo. E chi ce l’ha i soldi per pagare? Io da un momento all’altro mi aspetto che mi cambiano la serratura e non potrò più entrare in casa mia. Che faccio?

Ormai non mi aspetto più niente da nessuno. Ma, visto anche il periodo, figuriamoci a chi gliene può fregare di una persona che è stata rinchiusa in carcere. Sono stata giorni senza mangiare, perché non avevo da mangiare. Mi sono rivolta anche a strutture di volontariato, col cavolo che danno.

Quando io e mio figlio eravamo ai domiciliari, la mia famiglia mi portava un po’ di spesa, ma mi è stata vicina fino a un certo punto, poi mi hanno detto “basta, in questo guaio ti ci sei cacciata tu e tu te ne esci”. Inoltre mio figlio non è ben visto neanche nella mia famiglia. Mio figlio non è ben visto da nessuno. Non è accettato da nessuno. Io sono la madre e quindi tendo a difenderlo e vengo vista di cattivo occhio anch’io.

La caritas inizialmente mi portava un pacco con pasta, riso e cose del genere. Quando sono uscita dai domiciliari e avevo l’obbligo di firma, per loro io ero libera e sostanzialmente autosufficiente. Ma comunque anche se lavoro, e prendo 500 euro, non sono tornata alla normalità. Ho un figlio sulle spalle, una figlia che non ho potuto aiutare. E questa è una cosa che mi ha distrutto, perché purtroppo io ne ho due di figli. Ho dovuto non dare a una figlia per dare all’altro. Perché per potere stare dietro a mio figlio, non potevo dare a mia figlia le attenzioni che avrebbe dovuto avere.

Comunque le buste della Caritas alla fine si erano ridotte a due pacchi di pasta e una scatola di pomodori. E io dicevo “Invece della pasta, datemi da qualcosa di fresco (frutta o verdura) o anche solo del latte, perché mio figlio il latte lo beve, ma la pasta e il pomodoro non li sopporta”. Ma a loro non importava. Non ci sono più andata perché per due pacchi di pasta, e sentirsi anche umiliata, non ne valeva lapena.

Tramite l’assistente sociale, finii in una lista del comune di Roma con un servizio di sostegno gestito da volontari di sinistra che una volta al mese mi portano un pacco. Almeno questo pacco è da cristiani.. portano caffè, olio, te.. cose più a livello umano. Non sono quei due schifosi pacchi di pasta. Anche se adesso il pacco è diventato più scarso perché dicono che hanno meno fondi.

Adesso sono sola, sono tre mesi che non vedo mio figlio, non so più le sue condizioni fisiche. Mio figlio mi scrive. Adesso ha bisogno di un pacco per il periodo di Natale, non so se riuscirò a mandarglielo, perché non ho  soldi. Mio figlio ha molto freddo. Dice che lì fa molto freddo, non esce all’aria perché dice che lì c’è il ghiaccio. Ha detto che il carcere è completamente  diverso dalle altre carceri.

Forse c’è la possibilità che venga trasferito a Pisa, dove c’è sempre un carcere ma dove c’è anche un grande centro clinico. E forse finalmente potrà curarsi questa gamba. Ma c’è il rischio che finché resta in carcere riprenda con risse interne e l’avvocato mi ha detto che a quel punto mio figlio rischia l’OPG. Voi sapete cos’è l’OPG per un ragazzo di 21 anni? Vuol dire che chi entra là, esce tra vent’anni.

Mia figlia ormai si è allontanata. Mio figlio è in carcere, soffre psichicamente, praticamente cammina con le stampelle, e rischia da un momento all’altro di perdere una gamba. Io cerco in qualche modo di aiutarlo con quel poco che guadagno in un call center erotico, l’unico lavoro che ho potuto trovare.

Mi sento sola, abbandonata da tutti. Che posso fare?

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Emilio Quintieri sulla vicenda del ministro Cancellieri e della detenuta scarcerata

Cancellieri

L’amico Emilio Quintieri, ha scritto una riflessione sulla recente vicenda che ha generato una pioggia di polemiche sul Ministro della Giustizia Rosanna Cancellieri, per essersi attivata per fare passare dalla carcerazione preventiva agli arresti domiciliari Sonia Ligresti, ragazza, tra l’altro, che in passato aveva sofferto di anoressia, e che in carcere aveva smesso di mangiare.

Considero importanti le riflessioni che, al riguardo, il nostro Emilio fa.

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In Italia, tanti Illustri Avvocati, invece di indignarsi e di protestare perché ancora oggi, specie nelle Carceri e nei confronti dei detenuti che si trovano in custodia cautelare in attesa di giudizio, vengono praticati quei metodi di indagine inquisitoria che esistevano come procedimento legale fino alla metà del XVIII secolo nei giudizi penali, prima che fosse abolito per merito soprattutto di Cesare Beccaria, si indignano e protestano vibratamente perché il Ministro della Giustizia, dopo aver ricevuto una segnalazione di una persona detenuta in condizioni incompatibili con lo stato di restrizione carceraria, l’abbia “girata” al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria per quanto di competenza.

E’ noto a tutti che, ancora oggi, nella procedura penale, la tortura è un mezzo probatorio nonostante sia illegale e proprio per questo motivo non si vuole introdurre il delitto che punisce tale comportamento nel Codice Penale perché i primi ad essere puniti sarebbero gli Agenti ed Ufficiali di Polizia Giudiziaria ed i Pubblici Ministeri.

E’ noto a tutti che lo strumento della custodia cautelare venga utilizzato in maniera spregiudicata per costringere la persona indagata/imputata a rendere dichiarazioni auto ed etero accusatorie approfittando delle condizioni psicofisiche e delle circostanze di tempo e di luogo.

Questi Illustri Avvocati che oggi fanno tanto rumore contro il Ministro Anna Maria Cancellieri mi domando cosa abbiano mai fatto e cosa faccino attualmente per far cessare questi metodi illegali da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente.

I comportamenti di questi Avvocati, invero, da tempo sono assai noti. Li denunciò persino in Parlamento nel 1948 Piero Calamandrei, un grande Giurista e Deputato Socialista. 

” … Gli Avvocati interpellati mi hanno risposto in via confidenziale, ma mi hanno fatto promettere di non dir pubblicamente i loro nomi, perché essi sanno che se, nel rivelare quei metodi, precisassero dati e circostanze, verrebbero a danneggiare i loro patrocinati : li esporrebbero a rappresaglie, a persecuzioni, forse a imputazioni di calunnia, perché di fronte alle loro affermazioni non si troverebbe il testimone disposto a confermare che quanto dice l’imputato è vero. Accade così che il difensore, anche quando sa che il suo patrocinato è stato oggetto di vera e propria tortura per farlo confessare, lo esorta a sopportare e a tacere, a non rivelare in Udienza quei tormenti ai quali, in mancanza di prove, i Giudici non credono. Ho parlato di questo anche con qualche Magistrato, anche con Giudici istruttori. Uno di essi mi ha detto : “Mi sono trovato talvolta di fronte a casi inesplicabili. Ho visto, per esempio, studiando i verbali raccolti dalla Polizia, un imputato che in dieci verbali si è mantenuto sempre negativo; all’undicesimo verbale, improvvisamente, ha fatto una confessione piena e particolareggiata; ma al dodicesimo verbale si è ritrattato e in seguito si è mantenuto ostinatamente negativo. Allora ho interrogato l’imputato per chiedergli il perché di questi mutamenti e quello mi ha risposto : “quando fui libero di rispondere secondo verità dissi di no : ma una volta, quella volta, non potei reggere al dolore : e dissi di si”.

Quindi, consiglierei a questi Illustri Avvocati, che oggi fanno tante chiacchiere sul Ministro Anna Maria Cancellieri di adempiere al meglio ai loro doveri e visto che sono presenti numerosi nei due rami del Parlamento di adoperarsi a legiferare per porre fine a questi insopportabili abusi da parte delle Forze di Polizia e della Magistratura Inquirente, introducendo il delitto di tortura nel nostro Ordinamento rivendendo anche l’uso e l’applicabilità delle misure cautelari custodiali e delle intercettazioni telefoniche e ambientali in applicazione di quei diritti fondamentali inviolabili sanciti dalla Costituzione e tanto sbandierati da tutti quanti.

Meccanismi distorti e proposte di riforma.. di Fabio Falbo

Fabio Falbo -detenuto a Secondigliano- è uno degli ultimi amici ad avere fatto la comparsa su questo Blog. Il 28 luglio abbiamo pubblicato il suo primo testo, che trattava di “poteri occulti” (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/28/tempi-oscuri-di-fabio-falbo/).

Quella che pubblico oggi è una lunga lettera caroca di indignazione per il funzionamento dei meccanismi giudiziari, specie per quello della custodia cautelare. 

Si comprende quando Fabio abbia a cuore questi temi e il testo è interessante e corredato anche da alcune sue proposte di riforma. Giusto  per la spinta a mettere tanti argomenti insieme, potrebbe, in taluni frangenti apparire non molo chiaro.

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Caro Alfredo,

Oggi voglio scrivere su una tematica che è la ferita più grande e sfregia il volto della democrazia di questo “Stato di Diritto”. Si discute, infatti, di “carcerazione preventiva”, e di “libertà provvisoria”, di persone condannate al carcere preventivo, dal male provvisorio al mezzo improprio.

In Italia, ciò che dovrebbe essere una misura del tutto eccezionale (extrema ratio), la chiamano custodia cautelare, questa misura priva il presunto innocente della sua libertà e oggi viene usata e abusata come una vera pena da infliggere al sospettato, un modo questo per rovesciare il principio della presunzione di innocenza, così asfaltando, loro, lo stato di diritto. Prima della sentenza di condanna è la carcerazione preventiva che deve essere considerata provvisoria, la libertà provvisoria, in quanto tale, non può e non deve mai essere ritenuta provvisoria, poiché “l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva” (articolo 27 Costituzione).

Oggi, quando qualche politico casca nella custodia cautelare c’è mobilitazione. Quel che mi rincresce è che ci sia una “corporativizzazione del sentimento”, se così posso dire. Cioé che si mobiliti per gli aderenti alla propria “casta”, dimenticandosi dei “senza voce”.

Questo comportamento ha tutti gli strumenti giuridici per essere giustificato, ma è evidente che si tratti di una prassi sull’orlo del precipizio.

Purtroppo, la verità che bisogna avere il coraggio di dire è che la custodia cautelare è un male necessario, che cozza con la presunzione d’innocenza.

Questa misura deve essere applicata solo in caso di flagranza di reato, ma per il resto dei casi, cioè quelli basati su indizi, deve valere la presunzione di innocenza. 

La custodia cautelare deve essere l’eccezione. Oggi, invece, se ne fa un uso, non voglio dire improprio, ma certamente esagerato. I numeri relativi alla carcerazione preventiva in Italia rispecchiano la drammaticità di quelli del pianeta carcere. Circa 67.000 detenuti stanno stipati in penitenziari che ne potrebbero contenere 45.000.

Il 42% di coloro che sono dietro le sbarre è in attesa di giudizio (il doppio della media europea) e ben 13.000 sono le persone del primo grado di cui la mia persona fa parte.

Se questo trend attuale viene confermato, la metà di coloro che si trovano oggi in custodia cautelare risulterà, infine, innocente, con grave danno alle loro vite e grave danno all’erario.

Voglio riportare alcuni articoli della stampa estera in merito al sistema giustizia e carceri. Questo è il giudizio condiviso dal 75% della stampa estera. Lo sottolinea la ricerca “Allarme carceri italiane tra luci ed ombre”.. l’immagine dei nostri penitenziari sulla stampa estera presentata il 19 luglio 2012 in Parlamento.

Nelle critiche, durissime, raccolte monitorando oltre cento testate internazionali, dal New York Times al Guardian, si fa riferimento costante al sovraffollamento e alle condizioni di vita “disumane” dei detenuti. Questi giornali esteri condannano le carenze strutturali: 6 detenuti in media in cella hanno riservati 2 metri quadrati di spazio ciascuno, in luogo dei 7 previsti dal comitato europeo. 864 tentativi registrati nell’ultimo biennio, dopo il sovraffollamento, a indignare la stampa estera e l’allarmante tasso di suicidi nelle nostre carceri.

– El Pais scrive: “150 spagnoli soffrono il collasso delle carceri italiane, nelle quali vivono 25.000 detenuti in più rispetto alla loro capacità. Molti si dicono pronti a confessare un reato non commesso, pur di andarsene da questo inferno”.

– News.de scrive: “Sono 110 i tedeschi rinchiusi in prigione in Italia. D’estate il caldo è insopportabile e le celle sono sovraffollate. Circa la metà delle popolazione detenuta italiana e in carcere preventivo in attesa del giudizio.

– The Guardian scrive: “Molti dei casi -‘1000 decessi’- registrati nelle carceri italiane tra gennaio 2002 e maggio 2012, di cui il 56% è morto suicida eil 22% per malattia. Questi casi non sono stati trattati dai media tradizionali.

A tal proposito voglio precisare che ogni giorno i vari TG Mediaset trattano argomentazioni del tipo: L’orsetto bruno…, la… (parola non comprensibile) chiamata Samantha a largo in Liguria e ferita…, il canile Green Hill, perché poveri animali soffrivano. Ultimo episodio tra i tanti è stato lo zoo  Roma che per il caldo  hanno distribuito, come è giusto che sia, i gelati, ecc.ecc. Non a caso in Italia non esiste in reato di tortura per noi esseri umani, ma esiste il reato di  tortura per gli animai, all’art. 727 C.P. Con questo mi fermo qui per…

– The Washington Post scrive: “Secondo alcune stime ci vogliono 20 anni per imporre una sentenza penale. 10 anni per risolverne una civile. Nonostante la straordinaria mole di lavoro arretrato, i giudici si prendono tre mesi di ferie.

– ABC scrive: “A Poggioreale, con 2700 prigionieri, per 1300 posti di capienza massima, i detenuti rischiano pesanti vessazioni: bruciature di sigarette sulle braccia, percosse, insulti, ecc.ecc.

– Frankfurter Allgemeine scrive: “L’abuso di intercettazioni da parte di alcuni magistrati italiani è un assoluto spreco di denaro. Non mancano coloro che in queste faccende di lucrano, come personaggi della giustizia o delle forze di polizia.

– Le Monde  Le Figaro scrive: Si rimprovera un po’ tutto alla giustizia italiana. La si definisce forte con i deboli e debole con i forti. Con i suoi errori, la giustizia italiana ormai è simile alla commedia dell’arte.

Mi fermo qui per non allungare la lista nera di questo “Stato di diritto”, come viene definito agli occhi della gente onesta. Ma si può solo definire uno “Stato illegale”, dal carattere delinquenziale, perché la vera lotta dei diritti civili sta proprio nel non commettere questi delitti elementari.

Ho spedito delle mie missive a vari parlamentari per modificare ad esempio un articolo  dell’ordinamento penitenziario al “Consiglio Disciplinare”, che viene fatto in merito ad un rapporto. Questo significa la perdita dello sconto di pena di 45 giorni ogni semestre. 

Come funziona questo Consiglio di Disciplina e da chi è formato? Si forma un’apposita commissione formata da un educatore, il medico, l’ispettore, il Direttore e il Comandante. Questi signori esaminano insieme le risultanze dei fatti. E’ presente il detenuto senza alcuna possibilità di essere assistito da un avvocato. Possiamo immaginare che ci siano detenuti in grado, per istruzione e capacità comunicative, di esprimere efficacemente le proprie ragioni, ma altri, forse la maggioranza, questa possibilità non ce l’hanno e vengono penalizzati davanti a detto consiglio disciplinare. In questo modo viene violata la nostra Costituzione, in più la presenza di un avvocato sarebbe doverosa.

Altro problema è la richiesta da parte del detenuto di un permesso premio al Magistrato di Sorveglianza. Se il giudice rigetta tale richiesta, il detenuto può fare ricorso entro 24 ore dalla notifica. Ora mi chiedo, come può il detenuto fare ricorso? E se questa notifica viene fatta il sabato? La matricola del carcere non lavora, per questo motivo il detenuto rimane con questa altra ingiustizia.

Altre proposte di legge che vanno fatte sono relative gli artt. 275, 303, 294, 310, 453 del Codice di Procedura Penale. L’art. 275 è (criteri di scelta delle misure); l’art. 303 (termini di custodia cautelare); l’art. 294 (interrogatorio della persona sottoposta a misua cautelare personale); l’art. 310 (appello); l’art. 453 (casi e modi di giudizio immediato).

Voglio schematizzare in estrema sintesi queste modifiche. La durata congressuale della custodia cautelare in carcere non deve superare i sei mesi, non come accade ora, quattro anni. Gli interrogatori dei detenuti devono avvenire sempre alla presenza di un giudice. L’interrogatorio deve essere fatto dal G.I.P.che l’ha messo in custodia cautelare.Il collegio dell’appello del riesame non sia composto dagli stessi giudici del primo grado. Il PM deve essere obbligato a chiedere il giudizio immediato entro trenta giorni dall’esecuzione della misura cautelare e deve chiedere la liberazione dell’indagato al fine da consentire una corretta esplicazione del diritto alla difesa. In Italia invece succede che dal momento dell’arresto preliminare, coloro sottoposti a tale misura, devono essere scarcerati o rinviati a giudizio entro l’anno.

Si tratta di una battaglia di civiltà.

La Corte Europea dei diritti umani (CEDU) ha condannato l’Italia 2121 volte per violazione della Convenzione Europea dei diritti umani. La sentenza del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha constatato in 475 casi la violazione della Convenzione Europea da parte dell’Italia per i ritardi nella corresponsione dell’indennizzo per eccessiva durata dei processi. La Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha comunicato all’Italia 2166 sentenze per “casi pendenti”, dei quali 1651 con almeno una violazione dell’art. 1 paragrafo 6 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, che sancisce “Il diritto ad un processo giusto in un arco di tempo ragionevole”.

Voglio fare riflettere le tante persone che vogliono capire questi meccanismi. Le dichiarazioni di pseudo collaboratori come possono essere definite? Confessioni Spontanee? Non credo.

Persino i giudici dell’inquisizione furono portati a chiedersi quanto potessero essere attendibili le parole o le confessioni di persone prostate da un periodo di tortura.

C’è un ulteriore aspetto di cui tenere conto, la pressione esercitata dalla TV, dall’opinione pubblica, soprattutto in relazione a casi clamorosi. 

Il giudice deve valutare l’allarme sociale che provoca un individuo colto in flagranza di reato. In caso di delitti avvenuti alla luce del sole è chiaro che la custodia cautelare  sia un atto dovuto.  Nei casi di personaggi la cui vicenda ha carattere solo indiziario “la cautela del Magistrato deve essere doppia, se non tripla”.

Se questo non fosse, dovremmo ammettere che la custodia cautelare o è una forma utilizzata per vincere la frustrazione dei magistrati che comminano anticipatamente pene che forse domani non ci saranno.. “oppure -fatto inammissibile- che sia solo un metodo per estorcere confessioni”.

A questo punto, però, non rimarrebbe che constatare che la storia non ha insegnato niente a questo “Stato di diritto”. Ancora oggi  la situazione è rimasta uguale o peggiorata.

 

 

Perchè ho abbandonato la toga dopo 42 anni- parla il giudice Edoardo Mori

–(integrazione inserita il 23 febbraio 2013)

Intervengo per modificare questo post, per correggere un nostro sbaglio.

Quando pubblicai questo post, non avevo pubblicato la fonte originaria dell’intervista al giudice Edoardo Mori. L’amico Pasquale De Feo aveva condiviso con noi questa interessante intervista e io la pubblicai e negligentemente non ricercai la fonte.

Qui abbiamo l’abitudine a sapere riconoscere i nostri errori quando li facciamo.

L’intervista all’ex magistrato Edoardo Nori fu pubblicata su “Il Giornale” il 18 settembre 2011, a firma del giornalista Stefano Lorenzetto (link.. http://www.ilgiornale.it/news/e-giudice-si-tolse-toga-non-sopportavo-pi-l-idiozia-troppi.html)–

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Questa sconvolgente intervista ce l’ha fatta conoscere il nostro Pasquale De Feo.

E la sua importanza è tale che l’ho tolta dal suo diario per farne un  post apposito.

E’ un clamoroso atto di denuncia del sistema giudiziario italiano, fatto da chi -Edoardo Mori, magistrato lo è stato -in modo instancabile e apprezzatissimo- per 42 anni.

Quello che racconta è lo sfacelo totale. 

Una delle sue dichiarazioni..

«Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Ed eccone un’altra…

«La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

E ancora un’altra..

<<i periti offrono ai Pm le risposte desiderate, gli forniscono le pezze d’appoggio per confermare le loro tesi preconcette. I Pm non tollerano un perito critico, lo vogliono disponibile a sostenere l’accusa a occhi chiusi. E siccome i periti sanno che per lavorare devono far contenti i Pm, si adeguano>>.

Edoardo Mori -uno di quegli uomini precisi, scrupolosi e dallo stile impeccabile che sembrano appartenere a un secolo precedente- se ne è andato dalla magistratura con un senso di disgusto. Racconta di come troppe volte si è fatto e viene fatto totalmente carta straccia del diritto.

E’ davvero estremamente raro che un Magistrato, specie se ha svolto ruoli importanti, faccia dichiarazioni di questo livello.

Ecco perché crediamo che questa intervista vada letta.

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Magistrati, alzatevi! Stavolta gli imputati siete voi e a processarvi è un vostro collega, il giudice Edoardo Mori. Che un anno fa, come in questi giorni, decise di strapparsi di dosso la toga, disgustato dall’impreparazione e dalla faziosità regnanti nei palazzi di giustizia. «Sarei potuto rimanere fino al 2014, ma non ce la facevo più a reggere l’idiozia delle nuove leve che sui giornali e nei tiggì incarnano il volto della magistratura. Meglio la pensione».

Per 42 anni il giudice Mori ha servito lo Stato tutti i santi i giorni, mai un’assenza, a parte la settimana in cui il figlioletto Daniele gli attaccò il morbillo; prima per otto anni pretore a Chiavenna, in Valtellina, e poi dal 1977 giudice istruttore, giudice per le indagini preliminari, giudice fallimentare (il più rapido d’Italia, attesta il ministero della Giustizia), nonché presidente del Tribunale della libertà, a Bolzano, dov’è stato protagonista dei processi contro i terroristi sudtirolesi, ha giudicato efferati serial killer come Marco Bergamo (cinque prostitute sgozzate a coltellate), s’è occupato d’ogni aspetto giurisprudenziale a esclusione solo del diritto di famiglia e del lavoro.

Con un’imparzialità e una competenza che gli vengono riconosciute persino dai suoi nemici. Ovviamente se n’è fatti parecchi, esattamente come suo padre Giovanni, che da podestà di Zeri, in Lunigiana, nel 1939 mandò a farsi friggere Benito Mussolini, divenne antifascista e ospitò per sei mesi in casa propria i soldati inglesi venuti a liberare l’Italia.

Mori confessa d’aver tirato un sospirone di sollievo il giorno in cui s’è dimesso: «Il sistema di polizia, il trattamento dell’imputato e il rapporto fra pubblici ministeri e giudice sono ancora fermi al 1930. Le forze dell’ordine considerano delinquenti tutti gli indagati, i cittadini sono trattati alla stregua di pezze da piedi, spesso gli interrogatori degenerano in violenza. Il Pm gioca a fare il commissario e non si preoccupa di garantire i diritti dell’inquisito. E il Gip pensa che sia suo dovere sostenere l’azione del Pm».

Da sempre studioso di criminologia e scienze forensi, il dottor Mori è probabilmente uno dei rari magistrati che già prima di arrivare all’università si erano sciroppati il Trattato di polizia scientifica di Salvatore Ottoleghi (1910) e il Manuale del giudice istruttore di Hans Gross (1908). Le poche lire di paghetta le investiva in esperimenti su come evidenziare le impronte digitali utilizzando i vapori di iodio. Non c’è attività d’indagine (sopralluoghi, interrogatori, perizie, autopsie, Dna, rilievi dattiloscopici, balistica) che sfugga alle conoscenze scientifiche dell’ex giudice, autore di una miriade di pubblicazioni, fra cui il Dizionario multilingue delle armi, il Codice delle armi e degli esplosivi e il Dizionario dei termini giuridici e dei brocardi latini che vengono consultati da polizia, carabinieri e avvocati come se fossero tre dei 73 libri della Bibbia.

Nato a Milano nel 1940, nel corso della sua lunga carriera Mori ha firmato almeno 80.000 fra sentenze e provvedimenti, avendo la soddisfazione di vederne riformati nei successivi gradi di giudizio non più del 5 per cento, un’inezia rispetto alla media, per cui gli si potrebbe ben adattare la frase latina che Sant’Agostino nei suoi Sermones riferiva alle questioni sottoposte al vaglio della curia romana o dello stesso pontefice: «Roma locuta, causa finita». Il dato statistico può essere riportato solo perché Mori è uno dei pochi, o forse l’unico in Italia, che ha sempre avuto la tigna di controllare periodicamente com’erano andati a finire i casi passati per le sue mani: «Di norma ai giudici non viene neppure comunicato se le loro sentenze sono state confermate o meno. Un giudice può sbagliare per tutta la vita e nessuno gli dice nulla. La corporazione è stata di un’abilità diabolica nel suddividere le eventuali colpe in tre gradi di giudizio. Risultato: deresponsabilizzazione totale. Il giudice di primo grado non si sente sicuro? Fa niente, condanna lo stesso, tanto – ragiona – provvederà semmai il collega in secondo grado a metterci una pezza. In effetti i giudici d’appello un tempo erano eccellenti per prudenza e preparazione, proprio perché dovevano porre rimedio alle bischerate commesse in primo grado dai magistrati inesperti. Ma oggi basta aver compiuto 40 anni per essere assegnati alla Corte d’appello. Non parliamo della Cassazione: leggo sentenze scritte da analfabeti».

Soprattutto, se il giudice sbaglia, non paga mai. «La categoria s’è autoapplicata la regola che viene attribuita all’imputato Stefano Ricucci: “È facile fare il frocio col sedere degli altri”. Le risulta che il Consiglio superiore della magistratura abbia mai condannato i giudici che distrussero Enzo Tortora? E non parliamo delle centinaia di casi, sconosciuti ai più, conclusi per l’inadeguatezza delle toghe con un errore giudiziario mai riparato: un innocente condannato o un colpevole assolto. In compenso il Csm è sempre solerte a bastonare chi si arrischia a denunciare le manchevolezze delle Procure».

Il dottor Mori parla con cognizione di causa: ha dovuto subire ben sei provvedimenti disciplinari e tutti per aver criticato l’operato di colleghi arruffoni e incapaci. «Dopo aver letto una relazione scritta per un pubblico ministero pugliese, con la quale il perito avrebbe fatto condannare un innocente sulla base di rivoltanti castronerie, mi permisi di scrivere al procuratore capo, avvertendolo che quel consulente stava per esporlo a una gran brutta figura. Ebbene, l’emerita testa mi segnalò per un procedimento disciplinare con l’accusa d’aver “cercato di influenzarlo” e un’altra emerita testa mi rinviò a giudizio. Ogni volta che ho segnalato mostruosità tecniche contenute nelle sentenze, mi sono dovuto poi giustificare di fronte al Csm. E ogni volta l’organo di autogoverno della magistratura è stato costretto a prosciogliermi. Forse mi ha inflitto una censura solo nel sesto caso, per aver offuscato l’immagine della giustizia segnalando che un incolpevole cittadino era stato condannato a Napoli. Ma non potrei essere più preciso al riguardo, perché, quando m’è arrivata l’ultima raccomandata dal Palazzo dei Marescialli, l’ho stracciata senza neppure aprirla. Delle decisioni dei supremi colleghi non me ne fregava più nulla».

–Perché ha fatto il magistrato?

«Per laurearmi in fretta, visto che in casa non c’era da scialare. Fin da bambino me la cavavo un po’ in tutto, perciò mi sarei potuto dedicare a qualsiasi altra cosa: chimica, scienze naturali e forestali, matematica, lingue antiche. Già da pretore mi documentavo sui testi forensi tedeschi e statunitensi e applicavo regole che nessuno capiva. Be’, no, a dire il vero uno che le capiva c’era: Giovanni Falcone».

–Il magistrato trucidato con la moglie e la scorta a Capaci.

«Mi portò al Csm a parlare di armi e balistica. Ma poi non fui più richiamato perché osai spiegare che molti dei periti che i tribunali usavano come oracoli non erano altro che ciarlatani. Ciononostante questi asini hanno continuato a istruire i giovani magistrati e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Ma guai a parlar male dei periti ai Pm: ti spianano. Pensi che uno di loro, utilizzato anche da un’università romana, è riuscito a trovare in un residuo di sparo tracce di promezio, elemento chimico non noto in natura, individuato solo al di fuori del sistema solare e prodotto in laboratorio per decadimento atomico in non più di 10 grammi».

–Per quale motivo i pubblici ministeri scambiano i periti per oracoli?

«Ma è evidente! Perché ».

–Ci sarà ben un organo che vigila sull’operato dei periti.

«Nient’affatto, in Italia manca totalmente un sistema di controllo. Quando entrai in magistratura, nel 1968, era in auge un perito che disponeva di un’unica referenza: aver recuperato un microscopio abbandonato dai nazisti in fuga durante la seconda guerra mondiale. Per ottenere l’inserimento nell’albo dei periti presso il tribunale basta essere iscritti a un ordine professionale. Per chi non ha titoli c’è sempre la possibilità di diventare perito estimatore, manco fossimo al Monte di pietà. Ci sono marescialli della Guardia di finanza che, una volta in pensione, ottengono dalla Camera di commercio il titolo di periti fiscali e con quello vanno a far danni nelle aule di giustizia».

–Sono sconcertato.

«Anche lei può diventare perito: deve solo trovare un amico giudice che la nomini. I tribunali rigurgitano di tuttologi, i quali si vantano di potersi esprimere su qualsiasi materia, dalla grafologia alla dattiloscopia. Spesso non hanno neppure una laurea. Nel mondo anglosassone vi è una tale preoccupazione per la salvaguardia dei diritti dell’imputato che, se in un processo si scopre che un perito ha commesso un errore, scatta il controllo d’ufficio su tutte le sue perizie precedenti, fino a procedere all’eventuale revisione dei processi. In Italia periti che hanno preso cantonate clamorose continuano a essere chiamati da Pm recidivi e imperterriti, come se nulla fosse accaduto».

–Può fare qualche caso concreto?

«Negli accertamenti sull’attentato a Falcone vennero ricostruiti in un poligono di tiro – con costi miliardari, parlo di lire – i 300 metri dell’autostrada di Capaci fatta saltare in aria da Cosa nostra, per scoprire ciò che un esperto già avrebbe potuto dire a vista con buona approssimazione e cioè il quantitativo di esplosivo usato. È chiaro che ai fini processuali poco importava che fossero 500 o 1.000 chili. Molto più interessante sarebbe stato individuare il tipo di esplosivo. Dopo aver costruito il tratto sperimentale di autostrada, ci si accorse che un manufatto recente aveva un comportamento del tutto diverso rispetto a un manufatto costruito oltre vent’anni prima. Conclusione: quattrini gettati al vento. Nel caso dell’aereo Itavia, inabissatosi vicino a Ustica nel 1980, gli esami chimici volti a ricercare tracce di esplosivi su reperti ripescati a una profondità di circa 3.500 metri vennero affidati a chimici dell’Università di Napoli, i quali in udienza dichiararono che tali analisi esulavano dalle loro competenze. Però in precedenza avevano riferito di aver trovato tracce di T4 e di Tnt in un sedile dell’aereo e questa perizia ebbe a influenzare tutte le successive pasticciate indagini, orientate a dimostrare che su quel volo era scoppiata una bomba. Vuole un altro esempio di imbecillità esplosiva?».

–Prego. Sono rassegnato a tutto.

«Per anni fior di magistrati hanno cercato di farci credere che il plastico impiegato nei più sanguinosi attentati attribuiti all’estrema destra, dal treno Italicus nel 1974 al rapido 904 nel 1984, era stato recuperato dal lago di Garda, precisamente da un’isoletta, Trimelone, davanti al litorale fra Malcesine e Torri del Benaco, militarizzata fin dal 1909 e adibita a santabarbara dai nazisti. Al processo per la strage di Bologna l’accusa finì nel ridicolo perché nessuno dei periti s’avvide che uno degli esplosivi, asseritamente contenuti nella valigia che provocò l’esplosione e che pareva fosse stato ripescato nel Benaco dai terroristi, era in realtà contenuto solo nei razzi del bazooka M20 da 88 millimetri di fabbricazione statunitense, entrato in servizio nel 1948. Un po’ dura dimostrare che lo avessero già i tedeschi nel 1945».

–Ormai non ci si può più fidare neppure dell’esame del Dna, basti vedere la magra figura rimediata dagli inquirenti nel processo d’appello di Perugia per l’omicidio di Meredith Kercher.

«Si dice che questo esame presenti una probabilità d’errore su un miliardo. Falso. Da una ricerca svolta su un database dell’Arizona, contenente 65.000 campioni di Dna, sono saltate fuori ben 143 corrispondenze. Comunque era sufficiente vedere i filmati in cui uno degli investigatori sventolava trionfante il reggiseno della povera vittima per capire che sulla scena del delitto era intervenuta la famigerata squadra distruzione prove. A dimostrazione delle cautele usate, il poliziotto indossava i guanti di lattice. Restai sbigottito vedendo la scena al telegiornale. I guanti servono per non contaminare l’ambiente col Dna dell’operatore, ma non per manipolare una possibile prova, perché dopo due secondi che si usano sono già inquinati. Bisogna invece raccogliere ciascun reperto con una pinzetta sterile e monouso. I guanti non fanno altro che trasportare Dna presenti nell’ambiente dal primo reperto manipolato ai reperti successivi. E infatti adesso salta fuori che sul gancetto del reggipetto c’era il Dna anche della dottoressa Carla Vecchiotti, una delle perite che avrebbero dovuto isolare con certezza le eventuali impronte genetiche di Raffaele Sollecito e Amanda Knox. Non è andata meglio a Cogne».

–Cioè?

«In altri tempi l’indagine sulla tragica fine del piccolo Samuele Lorenzi sarebbe stata chiusa in mezza giornata. Gli infiniti sopralluoghi hanno solo dimostrato che quelli precedenti non erano stati esaustivi. Il sopralluogo è un passaggio delicatissimo, che non consente errori. Gli accessi alla scena del delitto devono essere ripetuti il meno possibile perché ogni volta che una persona entra in un ambiente introduce qualche cosa e porta via altre cose. Ma il colmo dell’ignominia è stato toccato nel caso Marta Russo».

–Si riferisce alle prove balistiche sul proiettile che uccise la studentessa nel cortile dell’Università La Sapienza di Roma?

«E non solo. S’è preteso di ricostruire la traiettoria della pallottola avendo a disposizione soltanto il foro d’ingresso del proiettile su un cranio che era in movimento e che quindi poteva rivolgersi in infinite direzioni. In tempi meno bui, sui libri di geometria del ginnasio non si studiava che per un punto passano infinite rette? Dopodiché sono andati a grattare il davanzale da cui sarebbe partito il colpo e hanno annunciato trionfanti: residui di polvere da sparo, ecco la prova! Peccato che si trattasse invece di una particella di ferodo per freni, di cui l’aria della capitale pullula a causa del traffico. La segretaria Gabriella Alletto è stata interrogata 13 volte con metodi polizieschi per farle confessare d’aver visto in quell’aula gli assistenti Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro. Uno che si comporta così, se non è un pubblico ministero, viene indagato per violenza privata. Un Pm non può usare tecniche da commissario di pubblica sicurezza, anche se era il metodo usato da Antonio Di Pietro, che infatti è un ex poliziotto».

–Un sistema che ha fatto scuola.

«La galera come mezzo di pressione sui sospettati per estorcere confessioni. Le manette sono diventate un moderno strumento di tortura per acquisire prove che mancano e per costringere a parlare chi, per legge, avrebbe invece diritto a tacere».

–Che cosa pensa delle intercettazioni telefoniche che finiscono sui giornali?

«Non serve una nuova legge per vietare la barbarie della loro indebita pubblicazione. Quella esistente è perfetta, perché ordina ai Pm di scremare le intercettazioni utili all’indagine e di distruggere le altre. Tutto ciò che non riguarda l’indagato va coperto da omissis in fase di trascrizione. Nessuno lo fa: troppa fatica. Ci vorrebbe una sanzione penale per i Pm. Ma cane non mangia cane, almeno in Italia. In Germania, invece, esiste uno specifico reato. Rechtsverdrehung, si chiama. È lo stravolgimento del diritto da parte del giudice».

–Come mai la giustizia s’è ridotta così?

«Perché, anziché cercare la prova logica, preferisce le tesi fantasiose, precostituite. Le statistiche dimostrano invece che nella quasi totalità dei casi un delitto è banale e che è assurdo andare in cerca di soluzioni da romanzo giallo. Lei ricorderà senz’altro il rasoio di Occam, dal nome del filosofo medievale Guglielmo di Occam».

–In un ragionamento tagliare tutto ciò che è inutile.

«Appunto. Le regole logiche da allora non sono cambiate. Non vi è alcun motivo per complicare ciò che è semplice. Il “cui prodest?” è risolutivo nel 50 per cento dei delitti. Chi aveva interesse a uccidere? O è stato il marito, o è stata la moglie, o è stato l’amante, o è stato il maggiordomo, vedi assassinio dell’Olgiata, confessato dopo 20 anni dal cameriere filippino Manuel Winston. Poi servono i riscontri, ovvio. In molti casi la risposta più banale è che proprio non si può sapere chi sia l’autore di un crimine. Quindi è insensato volerlo trovare per forza schiaffando in prigione i sospettati».

–Ma perché si commettono tanti errori nelle indagini?

«I giudici si affidano ai laboratori istituzionali e ne accettano in modo acritico i responsi. Nei rari casi in cui l’indagato può pagarsi un avvocato e un buon perito, l’esperienza dimostra che l’accertamento iniziale era sbagliato. I medici i loro errori li nascondono sottoterra, i giudici in galera. Paradigmatico resta il caso di Ettore Grandi, diplomatico in Thailandia, accusato nel 1938 d’aver ucciso la moglie che invece si era suicidata. Venne assolto nel 1951 dopo anni di galera e ben 18 perizie medico-legali inconcludenti».

–E si ritorna alla conclamata inettitudine dei periti.

«L’indagato innocente avrebbe più vantaggi dall’essere giudicato in base al lancio di una monetina che in base a delle perizie. E le risparmio l’aneddotica sulla voracità dei periti».

–No, no, non mi risparmi nulla.

«Vengono pagati per ogni singolo elemento esaminato. Ho visto un colonnello, incaricato di dire se 5.000 cartucce nuove fossero ancora utilizzabili dopo essere rimaste in un ambiente umido, considerare ognuna delle munizioni un reperto e chiedere 7.000 euro di compenso, che il Pm gli ha liquidato: non poteva spararne un caricatore? Ho visto un perito incaricato di accertare se mezzo container di kalashnikov nuovi, ancora imballati nella scatola di fabbrica, fossero proprio kalashnikov. I 700-800 fucili mitragliatori sono stati computati come altrettanti reperti. Parcella da centinaia di migliaia di euro. Per fortuna è stata bloccata prima del pagamento».

–In che modo se ne esce?

«Nel Regno Unito vi è il Forensic sciences service, soggetto a controllo parlamentare, che raccoglie i maggiori esperti in ogni settore e fornisce inoltre assistenza scientifica a oltre 60 Stati esteri. Rivolgiamoci a quello. Dispone di sette laboratori e impiega 2.500 persone, 1.600 delle quali sono scienziati di riconosciuta autorità a livello mondiale».

–E per le altre magagne?

«In Italia non esiste un testo che insegni come si conduce un interrogatorio. La regola fondamentale è che chi interroga non ponga mai domande che anticipino le risposte o che lascino intendere ciò che è noto al pubblico ministero o che forniscano all’arrestato dettagli sulle indagini. Guai se il magistrato fa una domanda lunga a cui l’inquisito deve rispondere con un sì o con un no. Una palese violazione di questa regola elementare s’è vista nel caso del delitto di Avetrana. Il primo interrogatorio di Michele Misseri non ha consentito di accertare un fico secco perché il Pm parlava molto più dello zio di Sarah Scazzi: bastava ascoltare gli scampoli di conversazione incredibilmente messi in onda dai telegiornali. Ci sarebbe molto da dire anche sulle autopsie».

–Ci provi.

«È ormai routine leggere che dopo un’autopsia ne viene disposta una seconda, e poi una terza, quando non si riesumano addirittura le salme sepolte da anni. Ciò dimostra solamente che il primo medico legale non era all’altezza. Io andavo di persona ad assistere agli esami autoptici, spesso ho dovuto tenere ferma la testa del morto mentre l’anatomopatologo eseguiva la craniotomia. Oggi ci sono Pm che non hanno mai visto un cadavere in vita loro».

–Ma in mezzo a questo mare di fanghiglia, lei com’è riuscito a fare il giudice per 42 anni, scusi?

«Mi consideri un pentito. E un corresponsabile. Anch’io ho abusato della carcerazione preventiva, ma l’ho fatto, se mai può essere un’attenuante, solo con i pregiudicati, mai con un cittadino perbene che rischiava di essere rovinato per sempre. Mi autoassolvo perché ho sempre lavorato per quattro. Almeno questo, tutti hanno dovuto riconoscerlo».

–Non è stato roso dal dubbio d’aver condannato un innocente?

«Una volta sì. Mi ero convinto che un impiegato delle Poste avesse fatto da basista in una rapina. Mi fidai troppo degli investigatori e lo tenni dentro per quattro-cinque mesi. Fu prosciolto dal tribunale».

–Gli chiese scusa?

«Non lo rividi più, sennò l’avrei fatto. Lo faccio adesso. Ma forse è già morto».

Intervistato sul Corriere della Sera da Indro Montanelli nel 1959, il giorno dopo essere andato in pensione, il presidente della Corte d’appello di Milano, Manlio Borrelli, padre dell’ex procuratore di Mani pulite, osservò che «in uno Stato bene ordinato, un giudice dovrebbe, in tutta la sua carriera e impegnandovi l’intera esistenza, studiare una causa sola e, dopo trenta o quarant’anni, concluderla con una dichiarazione d’incompetenza».
«In Germania o in Francia non si parla mai di giustizia. Sa perché? Perché funziona bene. I magistrati sono oscuri funzionari dello Stato. Non fanno né gli eroi né gli agitatori di popolo. Nessuno conosce i loro nomi, nessuno li ha mai visti in faccia».

Si dice che il giudice non dev’essere solo imparziale: deve anche apparirlo. Si farebbe processare da un suo collega che arriva in tribunale con Il Fatto Quotidiano sotto braccio? Cito questa testata perché di trovarne uno che legga Il Giornale non m’è mai capitato.
«Ho smesso d’andare ai convegni di magistrati da quando, su 100 partecipanti, 80 si presentavano con La Repubblica e parlavano solo di politica. Tutti espertissimi di trame, nomine e carriere, tranne che di diritto».

–Quanti sono i giudici italiani dai quali si lascerebbe processare serenamente?

«Non più del 20 per cento. Il che collima con le leggi sociologiche secondo cui gli incapaci rappresentano almeno l’80 per cento dell’umanità, come documenta Gianfranco Livraghi nel suo saggio Il potere della stupidità».

–Perché ha aspettato il collocamento a riposo per denunciare tutto questo?

«A dire il vero l’ho sempre denunciato, fin dal 1970. Solo che potevo pubblicare i miei articoli unicamente sul mensile Diana Armi. Ha chiuso otto mesi fa».

Diario di Pasquale De Feo 22 ottobre – 21 dicembre

Eccoci con uno degli appuntamenti principali di questo Blog. Il diario di Pasquale De Feo -detenuto a Catanzaro- per il mese di dicembre. Da quando ha preso corpo questo appuntamento mensile con Pasquale, la sua rubrica è cresciuta nell’apprezzamento generale.

Pasquale crea ogni volta un “piccolo libro” dove ci porta nel suo mondo. Un mondo che ha i confini del carcere sullo sfondo. Ma  spesso la mente riesce ad andare anche oltre questi confini, ed emerge l’uomo integrale con le sue riflessioni sulla politica, l’economia, la società, la geopolitca. Ed emerge il caleidoscopio delle sue emozioni, delle sue  tensioni morali, delle sue indignazioni. E magari sarà anche “immaturo” come qualcuno sostiene, ma noi vediamo la persona che ci prova, ci prova a non vivere di silenzi, a mettere in moto la mente, ad agganciare il mondo, a sentirsi uomo tra gli uomini. E magari scriverà parole di fuoco per le ingiustizie che subisce un popolo lontano da noi un continente. Ma in quel momento Pasquale sente di appartenere a quel popolo, sente che quella ingiustizia grava anche su di lui.

Certe valutazioni di Pasquale possono essere contestabili, ma c’è sempre la generosità e l’onestà di chi ci mette la faccia, e non lascia perduta nessuna occasione di dire anche solo una parola in più. E quell’ultima parola detta ai tempi supplementari, e prima dei calci di rigore può fare la differenza.

Il diario di Pasquale De Feo va letto e tutto e tutti i momenti hanno un loro valore, ma, come al solito, già in fase di presentazione, citerò qualche brano.

Innanzitutto un chiarimento che Pasquale ci tiene a dare..

“Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito”  (24 novembre)

In un altro Passaggio Pasquale parla della problematica vicenda di un detenuto tunisino, dal nome di Khalil Jarraya..

Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. (…) . Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo, prov. di Cosenza.” (30 novembre)

Quindi, chiunque voglia scrivere a questo detenuto tunisino, sulla cui vicenda processuale gravano forti dubbi, ha l’indirizzo per farlo.

Successivamente Pasquale riporta una vicenda emblematica..

“L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”.  (4 dicembre)

Quante volte la carcerazione preventiva viene usata come strumento di intollerabile pressione, volto anche a spezzare la volontà. Quanti casi del genere avvengono davvero? Quanti non verranno mai mesi noti, magari perchè il detenuto che li riguarda vale come il due di picche?

In un altro punto è un contesto emblematicamente inquietante quello che emerge..

Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava. ” (15 dicembre)

E’ vero che il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto nelle carceri è nelle mani -da oltre 3o anni- della ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A.? E questo incide sul livello dei prezzi che, in relazione al sopravvitto, viene contestato in molte carceri? E se questo monopolio è reale, perchè non si è mai pensato a scalfirlo? E quante sono coloro che, limpidamente o meno, nelle varie carceri, traggono vantaggio da questo sistema?

Adesso uno di quei momenti che sono portatori di speranza, una di quelle chicche che Pasquale pesca grazie alle sue infinite onnivere letture che attingono a più fonti possibili:

“Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti. ” (14 dicembre)

E adesso facciamo la nostra immersione nei “territori” del carcere di Catanzaro. Ad un certo punto Pasquale scrive..

“Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. ” (16 dicembre)

Ci sarà questa divina illuminazione?… 😀

Sempre riguardo a Catanzaro, Pasquale conclude il diario di questo mese con questo momento… alla fine del quale ci sono anche i suoi auguri per tutti gli amici del Blog.

“C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti”

Stare senza i riscaldamenti, specialmente in giorni di freddo intenso, è una condizione disumana. C’è davvero da sperare che fatti del genere non riaccadano.

Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. mese di dicembre.

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Oggi sempbra che si siano apere le cataratte del cielo, sta facendo tanta acqua che tutte le falde d’acqua strariperanno per la troppa acqua che riceveranno. Tutti quelli che lamentavano siccità e poca acqua perché porta neve suei monti, sono stati smentiti. I tg hanno riportato notizie con video in vai parti d’Italia, in in particolare nel Sud, strade cehe sono diventate fiumi, interi paesi allagati, alcuni isolati, in provincia di Messina sono successi dei morti per una frana. Ormai l’emergenza annuale è diventata ordinaria. Se non faranno  un piano nazionale, intervenendo ogni anno, ci saranno emergenze che causeranno disastri e lutti.  –  22/11/2011

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L’Arabia Saudita nei TG viene sempre indicata come un paese islamico moderato. Alcuni mesi fa ci furono commenti entusiastici, perché nel 2015 avrebbero concesso il voto alle donne. Ogi trovo un piccolo articolo in  cui la “Commissione saudita sulla virtù” ha stabilito che gli occhi sexy vanno coperti, e pertanto mascherati con il burqa integrale. Questa dittatura malsana coperta da una sorta di teocrazia Wahabita, una frangia islamica… invece di andare avanti, torna indietro nel Medioevo. I media occidentali coprono questi questi paesi che hanno ditatture crudeli, perché ritenuti amici; e alimentano risentimenti sproporzionati contro paesi che non lo  meritano, solo perchà non ritenuti amici o, detto meglio, servi dell’Occidente.  23/11/2011

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Tempo fa scrissi nel diario riguardo alle condanne presso il Tribunale di Parma per il caso Bonsu, il ragazzo di colore pestato dalla polizia municipale di Parma e fatto oggetto di scherno razzista. Erano stati condannati tutti, tra cui anche il loro comandante. Siccome all’epoca, nel 2008, mi trovavo al carcere di Parma, nei quotidiani e nella TV locale si  parlò molto di questo episodio. Mi dissero che il comandante inquisito era la moglie del Direttore del carcere di Parma. Tra l’altro tutto il carcere commentava questo episodio. Oggi mi ha scritto un’amica di Parma, che legge il diario e mi ha fatto notare l’errore. La moglie del Direttore era il comandante, ma ad essere inquisita e condannata a 7 anni e 6 mesi fu la vicecomandante. Purtroppo scrivevano sempre comandante e questo mi indusse all’errore. Mi scuso con la signora. Credo che la precipitazione nello scrivere fu dovuta al ricordo non troppo felice del marito. Nella sua lettera, l’amica Luciana mi ha mandato gli articoli di quotidiani per gli auguri a Padre Celso. Per i suoi 80 anni gli hanno peaparao un llibro con 200 lettere scritte da tutti quelli che gli vogliono bene. Ho partecipato anche io con una mia lettera. Padre Celso è il parroco del carcere di Parma. La Chiesa che intendo io è quella dei religiosi come Padre Celso, Suora Assunta, Don Guiro, ecc… persone che hanno comportamenti vicini agli insegnamenti di Gesù.. “ama il prossimo tuo”.. o almeno rispettalo. Non condivido il potere farisaico e machiavellico della Chiesa del Vaticano.  –  24/11/2011

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Ho già menzionato alcune volte i volontari di Parma, che occupano un posto speciale nel mio cuore, sono delle persone stupende. C’è Gianfranco, una persona meravigliosa a cui voglio molto bene. Ci tenevo a rammentarlo, perché ogni volta che mi scrive mi insegna con i suoi comportamenti il significato dell’amore per il prosimo. Non potrò mai ringraziarlo abbastanza per ciò che mi trasmette.  –  25/11/2011

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Il padre di Giuliano, il ragazzo ucciso dal G8 di Genova, ha dichiarato, dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto De Gennaro, che in Italia c’è la casta degli intoccabili. L’ex capo della Polizia De Gennaro, era stato accusato dal Questore di Genova.. che aveva dichiarato di avere agito in base agli ordini del suo capo, appunto De Gennaro. Poi ritrattò. Ma c’erano anche le intercettazioni che confermavano la sua colpevolezza. Se anche non ci fossero le accuse e le intercettazione, è impensabile che un evento di portata mondiale come Il G8 non fosse coordinato dal capo della polizia, ma purtroppo queste cose succedon solo in Italia. Ormai è intoccabile da venti anni. Ora lo è ancora di più, essendo il capo dei servizi segreti.  –  26/11/2011

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Qualche settimana fa sia i TG che i quotidiani davano risalto a un’operazione di arresti e sequestri di beni dal valore di 350 milioni a Reggio Calabria. I titoloni “La ‘ndrangheta… affoga nel gasolio”, e i video girati dai TG che mostravano in pompa magna i funzionari che avevano fatto l’operazione. Due fratelli che avevano una ditta per la distribuzione del gasolio per la Calabria, e negli ultimi anni si stavano espandendo in tutta Italia.. li accusavano di avere evaso le tasse, avendo venduto il gasolio come agricolo con l’iva ridotta al 10%. Siccome tra gli intermediari c’erano un paio di persone ritenute vicine a due clan, questo ha ceato la motivazione per gli arresti  e il sequestro della ditta per la distribuzione del gasolio. Un imprenditore meridionale dovrebbe chiedere, a tutti quelli che acquistano i suoi prodotti, quali siano le le loro amicizie, il paese e il certificato penale.. una cosa assurda. Ieri sera, il TG regionale di Rai Tre dava la notizia che i due fratelli Camostra, della ditta di gasolio, erano stati scarcerati. Questi episodi succedono  solo nel Meridione. Nel Nord non si sento queste notizie. Trempo fa vidi su Report, la trasmissione di Rai Tre condotta dalla Gabanelli, che in provincia di Vicenza circa duecento aziende avevano evaso le tasse e portato all’estero circa due miliardi di euro. Né ci furono arresti, né sequestrarono le aziende. Il mio personale pensiero è che tutte le imprese che rimangono nell’ambito regionale non avranno nessun problema. Come iniziano a diventare nazionali, c’è subito pronto un PM per bloccare questi imprenditori coraggiosi. In particolar modo  certi settori soggetti a monopolio non possono essere toccati.  –  27/11/2011

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In Sardegna il consiglio regionale ha emanato un ordine del giorno per licenziare quei mascalzoni di Equitalia che stanno saccheggiando l’isola e mandando sul lastrico migliaia di famiglie e portando alla chiusura di una buona parte delle aziende dell’isola. Molti cambiamenti sono iniziati per la fame e le tasse onerose. Auguro ai sardi la stessa cosa, e che le loro lotte mettano fine al rastrellamento economico che li sta riducendo in miseria.  –  28/11/2011

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Ho letto che per il furto di 20 gamberoni in un supermercato una persona è stata condannata a 2 anni e 2 mesi. La proporzione è molto squilibrata se messa a confronto con le condanne di tute le ruberie varie degli scandali italiani degli ultimi trent’anni. Tra banchieri, imprenditori, politici, religiosi e i vecchi boiardi di stato, con somme sempre milionearie, le loro condanne rasentano il ridicolo, rispetto alle pene che vengano comminate tutti i giorni al popolino. I magistrati quando affermano che la loro indipendenza è sacra, che sono giusti ed equilibrai, e che non fanno distinzioni tra le persone che inquisiscono, se la suonano e se la cantano da soli, perché oramai non ci crede più nessuno.  –  29/11/2011

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Mi è arrivato l’opuscolo di Olga, mi ha colpito una lettera di un tunisino che risiedeva in Italia sposato con quattro figli. L’hanno accusato di terrorismo, art. 270 bis, un famigerato articolo simile all’art. 416 bis. Difficilissimo dimostrare la propria innocenza. L’hanno condannato a 7 anni e 2 mesi. Ha già scontato 3 anni e 3 mesi. Sua moglie, con i 4 figli, è stata cacciata di casa. Dopo varie peripezie, con la caduta del dittatore Ben Alì, la moglie è potuta ritornare in Tunisia con i figli dei vecchi suoceri. La sua colpa è di essere un musulmano praticante, e siccome in Italia certi comportamenti sono diventati reati, ne ha pagato le conseguenze. Ora si trova nel carcere di Rossano Scalo (CS) in una sezione AS2. L’ex ministro Alfano nel 2009, con una circolare, ha creato tre circuiti: AS1, AS2, AS3. L’AS2 è per i politici, ed è suddivisa in quattro tipi di sezione: anarchici, islamici, brigate rosse o di varie estrazioni i sinistra, e l’ultima è per i politici di destra. Ci sono sezioni con 2-3 persone, come il carcere di Terni. La sezione AS2 per i politici di destra comprende due persone. Infine l’AS3 sostituisce l’ex AS. Si viene allocati in questa sezione perché si rientra con ill reato co un’aggravante nel famigerato art. 4 bis, e di conseguenza si diventa “mafioso”. Il tunisino in questione si chiama Khalil Jarraya. Lui e i suoi compagni sono talmente poveri che non hanno niente, neanche prodotti per l’igiene personale e hanno problemi anche con la biancheria invernale. In più il carcere non gli passa la fornitura mensile con la scusa che non hanno soldi, approfittando del fatto che non conoscono i loro diritti più elementari. La tortura non è solo quelal fisica, ma c’è anche quella psicologica, che è ben peggiore di quella fisica. In questo caso approfittano del ruolo e dell’autorità che hanno per opprimere e limitare questi sventurati. Chiunque volesse aiutarli, questo è l’indirizzo: Khalil Jarraya – Contrada Ciminata Greco n.1 – Cap. 87067 – Rossano Scalo (Cosenza).  –  30/11/2011

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TV e quotidiani hanno dato la notizia che Lucio Magni, scrittore e giornalista, fondatore de “Il manifesto” è andato in Svizzera per mettere fine ai suoi giorni con l’eutanasia. Dopo la morte della moglie, la depressione lo aveva svuotato di ogni energia. Dicono di lui che abbia forgiato il suo destino. E lo ha fatto anche nell’andarsene, decidendo lui come e quando mettere fine alla sua esistenza. Ancehe non conoscendolo, provo una grande ammirazione per un uomo coerente con il suo vissuto fino alla fine. Per esercitare il diritto naturale all’eutanasia è dovuto andare in Svizzera. Perché non ha potuto farlo in Italia? Semplicemente perché abbiamo dei politici molto piccoli che si genuflettono a tutto quello che ordina il Vaticano. Una cappa sinistra e oscurantista che mantiene in  Paese indietro nel progresso. Monsignor Sgreccia, voce della Chiesa, ha dichiarato che “non siamo padroni della nostra vita”. Si sbaglia di grosso perché noi siamo l’unico proprietario della nostra vita, e non ci possono essere proprietari padroni della nostra vita. Si dovrebbe mettere un articolo nella Costituzione dove si stabilisca che ogni persona ha il diritto di disporre liberamente della propria vita, senza vicnoli di legge e di dogmi religiosi, così sparirebbero tutte l eleggi dettate dal Vaticano ai nostri politici su eutanasia, aborto, pillole anticoncezionali, ricerca sulle staminali, ecc. Arriverà mai quel giorno? Mi auguro di sì.  –  1/12/2011

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Il Papa ha dichiarato che appoggerà tutte le iniziative per l’abolizione della pena di morte. Se rammento bene, il Vaticano non solo non ha mai abolito formalmente la pena di morte, ma in una enciclica del Papa precedente, non solo non aveva condannato la pena di morte, ma in alcuni casi la riteneva necessaria. Vorrei dire al Papa che in Italia c’è la pena di morte e lui non ha mai detto niente in proposito, anche se noi ergastolani gli abbiamo fatto una petizione in merito. L’ergastolo è peggiore della pena di morte, che ha bisogno di un coraggio momentaneo, mentre l’ergastolo è una pena di morte che dura tutta l’esistenza. I rivoluzionari francesi nel redarre il nuovo codice penale, nel 1791, conservarono la pena di morte, ma abolirono l’ergastolo perché lo ritenevano disumano. Aldo Moro, contrario all’ergastolo, disse in una lezione all’università, “la pena perpetua è umanamente inaccettabile”. In Italia è stata istituzionalizzata la tortura nell’esecuzione della pena (art. 41 bis) da circa 20 anni. Neanche in questo caso il Papa ha mai detto niente. Certe tematiche non possono essere guardate con l’ipocrisia della politica. La religione dovrebbe avee un’etica supeiore ad ogni logica di potere.  2/12/2011

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Un lungo articolo su un quotidiano  rammentava la strage nel Vaticano del capo delle guardie svizzere che uccise la moglie e una guardia svizzera. Il tutto fu archiviato in 48 ore. Si disse che la vicenda era stata il frutto di un raptus della guardia svizzera. Un sardo, Nino Arconte, che ha fatto parte di Gladio e dei servizi segreti, racconta una storia del tutto diversa. Il capo delle guardie svizzere, colonnello Estermann, ex spia della Stasi all’interno del Vaticano, era a conoscenza di segreti inconfessabili del Vaticano. Aveva paura e voleva fuggire negli Stati Uniti con un’altra identità, e aveva contattato Arconte, nel suo sito, tramite il suo sito. Gli aveva dato appuntamento in Corsica, ad Ajaccio, dal 4 maggio per una settimana dove si sarebbero incontrati tutti quelli che avevano gli stessi prroblemi. Il 4 maggio 1998 successe la strage in Vaticano; gli impedirono di fuggire. La messinscena fu montata per chiudere suito le indagini sull’omicidio del colonnello Alais Estermann. La pistola in uso alle guardie svizzere era una calibro 9,41. Il proiettile del suicidio della guardia svizzera era un calibro 7. Questo dimostra che non fu omicidio-suicidio, ma una strage, e usarono il ragazzo per addossargli la colpa e completare l’opera teatrale. Ha ragione Assange, il “padre” di Wikileaks. Mettere le mani sull’archivio del Vaticano farebbe succedere un terremoto in tutto il mondo, e si dovrebbero riscrivere pezzi di storia.  –  3/12/2011

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L’ex direttore del carcere di Massa, Salvatore Iodice, arrestato per le ruberie sui lavori che si stavano facendo nel carcere, ha dichiarato: “sono stato arrestato e portato a Prato. Ho vissuto in isolamento in un ambiente angusto e malsano. In piena estate, sotto il letto crescono i molluschi. Ero guardato a vista 24 ore su 24, senza alcuna possibilità di ricevere lettere. Ho chiamato a casa solo dopo 30 giorni. A farmi compagnia c’erano tantissimi scarafaggi e insetti di ogni tipo. Se nessuno mi darà una spiegazione, sarò portato a credere che la carcerazione sia stata usata come fosse uno strumento di torturà. Ho subito una carcerazione umiliante e degradante. Chi toglie la libertà ad una persona, ha l’obbligo morale di garantirgli i diritti minimi. Ogni PM con esperienza, sa che in quelle condizioni si dice il vero o il falso pur di uscire dalla disperazione. Alcuni carcerati hanno sottoscritto una petizione perché potessi essere trasferito nella loro sezione. Mi era rimasta la loro pietà e la professionalità e sensibilità della psichiatra e dello psicologo”. Vorrei chiedere al direttore Iodice, se lui ha mai pensato a tutte le persone che hanno subito lo stesso trattamento quando comandava il carcere di Massa. Credo che non è diverso dal direttore del carcere di Prato, dove si trova detenuto. Inoltre, la pietà o, meglio detto, l’umanità dei carcerati nei suoi confronti, lui l’ha mai avuta per i carcerati di Massa? Non credo che lui abbia avuto questi sentimenti umani nei confronti dei detenuti. I Direttori, come altrettanto i Magistrati, dovrebbero trascorrere un mese in carcere da detenuti, in modo da capire cosa significa essere rinchiusi ed essere espropriati di tutto.  –  4/12/2011

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Nei giorni scorsi mi è rimasta molto impressa la indecente campagna mediatica contro Giovanni Scattone, che nel 1997 fu accusato dell’omicidio di Marta Russo, accaduto nell’Università de La Sapienza di Roma. Non voglio entrare nel merito della colpevolezza o dell’innocenza di Scattone. Avendo seguito il processo, e letto qualche anno dopo le dichiarazioni di alcuni pentiti sulla stampa, che asserivano che l’omicidio di Marta Russo fu uno scambio di persona. La stessa assomigliava alla figlia di un pentito siciliano, e sbagliarono persona. Quello che non capisco è perché si accanirono contro Scattone e il suo coimputato. Sono i classici misteri italiani; si trovano dei colpevoli per coprire la verità. E’ palese che qualcuno ha fatto uscire la notizia ad arte, perché non si parla dell’università, il luogo dove è stata uccisa Marta Russo, ma del liceo che ha frequentato. Scattone ha scontato la pena di 5 anni e 4 mesi. Non avendo l’interdizione dai pubblici uffici, può esercitare qualunque lavoro. L’inserimento consiste nel fatto che dopo avere scontato la pena si possa avere piena libertà di fare qualunque lavoro, e aprire qualsiasi attività. Purtroppo non è così, perché la pena prosegue all’infinito.  –  5/12/2011

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Trovo un piccolo articolo su un quotidiano nazionale.. “Conte assolto dopo vent’anni”.. “Nessun rapporto con la camorra”. Carmelo Conte, socialista, è stato ministro delle aree urbane. Era uno dei componenti della direzione del P.S.I. di Craxi. Conte abita ad Eboli, in provincia di Salerno, a pochi km dal mio paese, nella zona di Salerno Sud chiamata la “Piana del Sole”. Fu accusato da vari pentiti, che in via diretta o indiretta hanno accusato anche me. Ogni volta che leggo notizie di assoluzioni sono felice, perché sono tanti gli innocenti che finiscono nelle grinfie della magistratura. La loro colpa è di non avere  mezzi a sufficienza per potere contrastare lo strapotere della magistratura, ma principalmente quello delle procure, o perché si è recidivi, drogati, stranieri, ecc. Allora si diventa il colpevole ideale. E’ naturale chiedermi perché per tanti poveri cristi gli stessi pentiti erano credibili, invece per i politici non lo sono più? In Campania ci sono stati una ventina di politici di alto livello accusati da questi pentiti: Gava, Scotti, Conte, Patriarca, Donati, ecc. Sono stati tutti assolti dopo che i processi sono stati rinviati alle calende greche. Credo che l’anomalia del nostro Paese sia la magistratura. Massimo rigore  per il popolino e massima impunità per il potere.  –  6/12/2011

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Ho finito di leggere il libro “Mala Italia”, un libro stampato 40 anni fa. Sono racconti della fine ‘800 e inizio ‘900. Nel gergo in cui sono scritti i racconti non mi piacciono. Sembrano articoli giornalistici per rendere sensazionali le notizie. Inoltre si rimarca come un fatto ovvio e naturale che si nasce cattivi e delinquenti. Cesare Lombroso ha inquinato molto le menti di chi ha scritto i racconti –vari autori- con le sue assurde teorie, che hanno alimentato razzismi e persecuzioni alla miseria. Con alchimie varie e acrobazie cervellotiche faceva combaciare ogni cosa alle sue terribili tesi, che tante sciagure hanno causato per tutto il ‘900. Alcuni racconti mi hanno colpito. La miseria di alcuni quartieri a Firenze, Milano e Roma; e per questa estrema povertà, coloro che nascevano in quei quartieri erano ritenuti nati criminali, magari perché dediti per necessità al furto per sopravvivere. I lombrosismo esasperato. Il fanatismo religioso in una famiglia di un paese in Sicilia; buona parte della famiglia impazzì e commisero un atroce delitto familiare. Il racconto che più mi ha colpito è stato quello sui vigilati speciali, un girone dantesco della perduta gente. Una volta entrato in quel circuito, la legge non li abbandonava mai, li seguiva fino al funerale. Erano perseguitati tutta la vita e trattati peggio degli schiavi perché i carabinieri potevano prenderli a qualsiasi orario, anche in malo modo, e portarli in guardiola. Erano costretti a rubare per non morire di fame, perché come trovavano lavoro i carabinieri informavano il padrone che (il tipo che aveva trovato lavoro) era un vigilato speciale, e questi lo licenziava. Una condanna perpetua simile all’ergastolo. Oggi non è tanto diverso, perché ci sono –anche dopo avere scontato la pena- le misure di sicurezza. Queste sono divise in quelle detentive e quelle da liberi. Quelle detentive sono “casa di lavoro e colonia agricola”. Quelle da liberi “libertà vigilata, sorveglianza speciale, sorveglianza con l’obbligo di soggiorno, e libertà controllata”. Le misure di sicurezza vengono date anche ad incensurati liberi. Queste misure ostacolano la possibilità di rifarti una nuova vita, perché ti inchiodano a rimanere nel brodo di cultura dove hai sbagliato. Non ti danno la possibilità di portare avanti un’attività perché l’apparato repressivo fa di tutto per farla chiudere, e alla fine ci riescono sempre, usando anche mezzi poco ortodossi, ti impediscono di cambiare città e di espatriare. Un circuito vizioso che non ha mai fine. Il metodo viene da lontano, anche se è passato oltre un secolo, nella sostanza non è cambiato niente. Lo Stato contribuisce a livello industriale affinché la recidiva sia alimentata in perpetuo.  –  7/12/2011

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Tempo fa furono dedicati amp servizi televisivi e pagine intere per glorificare un’operazione chiamata “Faraone”, per la dimora faraonica dell’imputato, con il sequestro del suo patrimonio calcolato in 110 milioni di euro. Lo ritenevano un prestanome di un clan locale. Oggi leggo che è stato tutto dissequestrato e l’imputato assolto. Questi imprenditore aveva la forza economica di potersi difendere, ma quante persone non hanno questa forza. La legge La Torre perché non viene usata anche per i politici e i direttori ministeriali alla “Poggiolini”, sindacalisti, magistrati, religiosi, imprese vicino ai partiti, funzionari di Stato in divisa e no? Credo che pochi saprebbero giustificare la provenienza dei loro patrimoni. L’Italia è un Paese dove la corruzione è molto diffusa. Veniamo dietro al Ghana. Grosso modo sono circa un centinaio di migliaia di euro che alimenta la corruzione ogni anno. Dove finiscono questi soldi? Nei patrimoni delle persone citate. Come mai nessuno fa niente per cercarli? Semplicemente perché la corruzione è così estesa che sono coinvolti tutti; anche le istituzioni coinvolte nella ricerca dei capitali illeciti. Per questi motivi c’è bisonno di “mostri” da sacrificare e da dare in pasto all’opinione pubblica.  –  8/12/2011

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Leggo un articolo sull’ex ministro Alfano. Il giornalista evidenzia nell’articolo che, quando è invitato e viene intervistato, l’unica cosa di cui si vanta è di rivendicare l’inasprimento con nuove norme del carcere duro, il famigerato 41 bis. Questa sua rivendicazione la fa in ogni intervista, come fosse il suo fiore all’occhiello. Si ricorderà che in un suo intervento disse “abbiamo reso il carcere duro durissimo, e dovranno morirci dentro”. Un ministro che fa queste affermazioni si giudica da sé. Il giornalista nel suo articolo cerca di far riflettere. Il carcere duro è in contrasto con la tradizione giuridica italiana che costituzionalmente assegna alle carceri la rieducazione e non la repressione e la tortura, pertanto enfatizzare questo provvedimento da parte dell’ex ministro è indegno del ruolo che occupa anche ora, segretario del partito di maggioranza relativa. Il quotidiano La Repubblica che ha pubblicato questo articolo scritto dal giornalista Nino Alongi, è uno dei giornali che ha sempre difeso il 41 bis, chiamato impropriamente carcere duro, perché il nome appropriato è carcere di tortura, essendo che con il 41 bis è stata istituzionalizzata la tortura. Ha ospitato articoli di Roberto Saviano in cui affermava con chiarezza che anche se il 41 bis violava la Costituzione, era necessario. E’ paradossale che in uno Stato di diritto si ritenga necessaria la tortura. Questo dimostra il livello di democrazia e di civiltà del “signor” Saviano. L’articolo del giornalista Alongi lo annovero nella campagna antiberlusconiana in cui La Repubblica si è sempe contraddistinta. Pertanto il 41 bis in sé e per sé non è di alcuno interesse per il giornalista e il quotidiano, ma è usato solo per attaccare il delfino di Berlusconi. Il 25 ottobre il quotidiano regionale Calabria Ora ha pubblicato un articolo con una mia intervista, e devo dare merito al giornalista Luigi Guido che ha scritto a chiare lettere  quello che avevo detto, e cioè che il 41 bis è una tortura. La Repubblica non lo farà mai per non dispiacere alle procure, che tra l’altro lo usano anche come tortura per estorcee le confessioni. Con questi mezzi hanno creato Scarantino (il pentito della strage del giudice Borsellino), ma quanti Scarantini ci sono in Italia? Tanti! E migliaia di innocenti nelle carceri.  –  9/12/2011

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Anche oggi c’è il sole e la temperatura è mite, per me che soffro un po’ il freddo è una manna, perché sto bene in un clima non rigido. Per questo motivo non risento del caldo in estato. Lo sopporto bene, e poi mi piace perché non c’è bisogno di tanta biancheria, bastano magliette e pantaloncini. Guardo affascinata i paesi cardi dell’America latina, ma adoro i paesi scandinavi per la loro civiltà, l’attenzione al bene comune e il loro stato sociale, ma ci fa troppo freddo. La soluzione sarebbe di trascorrere sei mesi in un paese scandinavo durante la primavera-estate, e sei mesi in un paese dell’America latina, così sarei sempre in un clima caldo.  –  10/12/2011

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Mentre leggevo Panorama del mese scorso, ho letto un articolo intitolato “Quel pasticciaccio orribile di via D’Amelio”, una intervista all’avvocatessa Rosalba Di Gregorio, che ha diferso quattro imputati su sette del primo processo sulla strage di via D’Amelio, quella del giudice Borsellino, scaturito dalle dichiarazioni del pentito Vincenzo Scarantino, che portato all’isola di Pianosa, gulag o lager non fa differenza, dove i detenuti venivano torturati, e Scarantino non resistendo dichiarò tutto quello che volevano gli inquirenti. L’avvocatessa Di Gregorio nella sua intervista fa capire con i fatti, che già dal 1995 i PM di Palermo e di Caltanissetta sapevano che Scarantino non sapeva niente della strage, ma volevano dei colpevoli, non ha importanza se innocenti. In questo contribuì anche la Procura di Torino. Le procure in questione occultarono e fecero sparire le prove che scagionavano gli imputati. L’avvocatessa Di Grigorio non essendosi arresa alle prepotenze delle procure, è stata attaccata con notizie false, e in ultima analisi con l’accusa al marito di associazione mafiosa. I pentiti sono monopolio delle procure, e li usano come meglio credono, anche in modo non ortodosso. Qualche mese addietro, quando è scoppiato questo scandalo, perché il pentito Spatuzza si è autoaccusato della strage e ha dato tutte le prove della sua colpevolezza, gli imputati sono stati scarcerati. Le procure di Palermo e Caltanissetta hano gridato al complotto e hanno aperto una inchiesta, per trovare chi ha distorto le indagini, e hanno tirato in ballo funzionari delle istituzioni che nel frattempo erano morti, hanno alzato un polverone, e poi tutto è ritornato nel silenzio. E’ normale ciò perché non potevano indagarsi da soli, essendo che sono loro che hanno distorto e condiziona ogni cosa, per fare condannare degli innocenti che loro sapevano fossero tali. Una colpa gravissima per dei magistrati. Oggi sono delle icone intoccabili, con un potere al di sopra della legge, ma un giorno la storia li condannerà per tutti gli abusi e i soprusi che hanno fatto.  –  11/12/2011

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Julian Assange capo di Wikileaks ha dichiarato che siamo tutti spiati, perché vengono tenuti sotto controllo PC e cellulari. Ha messo in rete la documentazione per provare ciò che ha affermato. C’è da credergli, il personaggio l’ha dimostrato. Ci sono decine di aziende private che controllano il mercato delle intercettazioni. L’Italia è uno dei paesi che ha più aziende che sono impegnate in questo controllo capillare. Queste tecnologie vendute ai regimi dittatoriali diventano delle armi micidiali, perché controllano tutto e non c’è nessuna libertà, e vengono usare anche per la repressione politica. Nei paesi Occidentali queste tecnologie sono usate per eliminare qualunque privacy. Finché la rete non sarà censurata, avremo queste notizie che interessanto almondo intero.  –  12/12/2011

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Il fratello dell’ex mnistro della giustizia, Angelino Alfano, Alessandro Alfano, è stato inquisito perché avremme comprato gli esami di economia. La dipendente addetta ad inserire gli esami falsi nella memoria dell’Università ha confessato tutto ed è stata licenziata. Un ministro tecnico  l’anno scorso, per una cosa simile si dimise da tutte le cariche. Questo signore che è segretario generale della Camera di commercio di Trapan, non si dimetterà, anzi Alfano lo aiuterà in futuro a fare carriera e ad avere incarichi sempre più prestigiosi. Come siamo lontani dalla cultura del rispetto delle istituzioni che vige nei paesi del Nord Europa.  –  13/12/2011

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Certe notizie per la nostra cultura ci colpiscono molto, anche se in alcuni paesi sono fatti normali. Nelle Samoa americane, paradiso polinesiano, avendo 25 gradi di temperatura tutto l’anno, e la squadra di calcio più scarsa del mondo, è ultima nel Ranking Fifa, al 204simo posto. Dopo 30 partite e altrettante sconfitte n gare ufficiali, con i 12 goal segnati e i 229 incassati, hannno vinto una partita, battendo il Tonga per 2 a 1, per la qualificazione ai mondiali del 2014. Ma la notizia non è la vittoria, ma che il difensore centrale della squadra è un transessuale. Mi sono immaginato un fatto del genere in Italia, strali da tutte le parti, le associazioni dei benpensanti, la federazion ecc.,  titoloni sui quotidiani sportivi e non, una cagnara alimentata dai conservatori. Per cultura, nel Paese in questione, è accettato come un fatto normale il terzo sesso. Nella lingua samoana sono chiamati “Fa’afafine”, tradotto è “come una donna”. Non sono discriminati, possono fare ciò che vogliono, qualunque lavoro e praticare ogni sport. Il primo ministro del Paese, in carica dal 1998, ha dichiarato che “i transessuali sono gloriosi e splendidi miracoli di Dio”. Nessuno del popolo samoano ha avuto da ridire. Ritornando alla nostra cultura, ricordo che da ragazzino al catechismo mi insegnavano che gli esseri umani “sono a immagine e somiglianza di Dio”, ma credo che nella realtà, prima di arrivare alla cultura samoana  ne dovrà passare di acqua sotto i ponti.  –  14/12/2011.

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Quando alcune volte scrivo che le carceri e il loro sistema somigliano alle segrete medievali, non mi sbaglio, perché vengo a sapere, in uno scritto che mi hanno mandato, che c’è la ditta Arturo Berselli & Co. S.P.A., con sede amministrativa a Milano, che hai il monopolio delle forniture alimentari e del sopravvitto delle carceri dal 1930. Con la scusa della sicurezza, il Ministero consegna l’appalto a questa ditta. Addirittura è intervenuta l’Unione Europea per infrazione ai principi di libertà sul tema della tutela della concorrenza. Ma per tenersi buoni l’Europa, hanno varato una norma, prima un decreto del Ministero della Giustizia e poi del governo, anche per superare una procedura di infrazione dell’Unione Europea, in modo da fare rimanere le cose così come stanno. Questa ditta è in regime di monopolio da 80 anni, e nessuno interviene. Il parlamento fa finta di niente, e i ministri che si succedono si prodigano affinchè questa ditta continui ad avere il monopolio e non abbia fastidi di nessun genere. I prezzi sono alti, i prodotti imposti, la qualità scarsa e il peso variabile, ma non si riesce a smuovere niente. Oggi capisco il perché, la ditta è talmente protetta che ha l’impunità assicurata. Un detenuto di Velletri Ismail-Ltaief faceva il cuoco nella cucina. Ha fatto una denuncia perché i pacchi delle forniture del vitto segnavano 300, ma ne venivano scaricati 60 dalla ditta. Hanno cercato di fermarlo, e per ritrattare gli hanno offerto 15.000 euro. Ciò dimostra il letamaio che ha creato questa ditta sulla fornitura del vitto e sui prodotti  della spesa del sopravvitto. Tutto ciò gli è possibile solo con la corruzione a tutti i livelli, dal Ministero alle singole carceri. Una volta ho letto che i posti più illegali del nostro Paese sono le carceri con tutto il sistema. Chi l’ha scritto non si sbagliava.  –  15/12/2011

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Stamane è venuto il vescovo per la messa di Natale, in rappresentanza della Direzione c’erano cinque educatrici, la mia non c’era. Dopo la mesa c’è stato il rinfresco con i dolci che ha fatto Fabio, un ergastolano come me, molto bravo a fare i dolci. Il vescovo ci ha detto che il discorso firmato da tutti noi della sezione e letto da Nellino durante la messa, l’avrebbe messo sotto il calice durante la messa a Natale, affinché la luce di Cristo ricadesse su di noi. Gli ho risposto indicandogli che la luce dovrebbe ricadere sull’area tratta mentale, sbagliando ho detto operativa, ma si è capito lo stesso, essendo che le educatrici presenti erano a due metri da  noi al tavolo del rinfresco, affinchè la luce gli faccia aprire nelle relazioni l’apertura extramuraria, per farci ritornare dai nostri cari. Dopo che ha mangiato un pasticcino, ho avuto cinque minuti di dialogo con il vescovo, e gli ho spiegao il motivo dela mia risposta, che non aveva capito. Gli ho detto che il più fresco di galera tra i presenti sta da dieci anni. Invece sbagliavo, perché sta da quindici anni; gli altri venti e trent’anni. Gli ho spiegato che dall’ergastolo non si esce, e che è una pena di morte diluita nel tempo. Gli ho spiegato che le pene alternative sono automatiche solo per i pentiti o, meglio detto, collaboratori di giustizia e i confidenti. Ci vorrebbero tutti come Giuda, ad accusare gli altri e a metterli al nostro posto, moltiplicando le sofferenze. Gli ho parlato del 41 bis che è un regime di tortura, che la Chiesa dovrebbe intervenire dicendo qualceh parola contro questa inciviltà indegna. Un mio compagno gli ha detto ch enel 41 bis li fanno mangiare poco. Ho visto lo stupore nella sua espressione, ma non ha detto niente. La mia impressione è che sia rimasto un po’ imbarazzato, credo che non si aspettasse questi discorsi. Sono del parere che tutte le occasioni –quando vengono persone dall’esterno- bisogna prenderle al volo, e fare loro questi discorsi, perché non sanno niente, hanno concetti recepiti dai media, che falsificano la realtà.  –  16/12/2011

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Ho letto l’ultima circolare del Ministero. Ne avevano dato notizia i TG e avevo letto qualche articolo sui quotidiani. Si tratta di aprire e tenere le celle aperte tutta la giornata. Come al solito, la montagna ha partorito un topolino. Ha escluso i regimi AS-1,2 E 3; e anche il 41 bis ovviamente.

E’ un discorso solo per i detenuti comuni, ma anche tra loro ci sono di distinguo, essendo stati etichettati con colori, bianco-verde-rosso. I bianchi sono aperti senza eccezioni. I vedi devono avere delle valutazioni periodiche. I rossi devono avere l’autorizzazione dal commissario. Non sono hanno creato altra burocrazia, ma va a finire che creano altri regimi, come successe con l’ex E.I.V.C. che poi diventò E.I.V., ed ora A.S.1. Tanti detenuti diventano pericolosi con la burocratizzazione dei regimi. I detenuti dell’AS-2 e 3 si trovano in questi circuiti perché hanno un reato che rientra nell’art. 4 bis O.P., oppure basta un’aggravante, anche un furto, pertanto non è la mera supposizione di pericolosità del soggeggo, ma è il reato, un comma di un reato o un’aggravante. Noi dall’AS1 siamo in questo regime percè eravamo nel 41 bis; parcheggiati in assenza del nulla. Non cambieranno mai le cose, fino a quando il ministero sarà monopolio di Pm, ex-direttori delle carceri, della polizia penitenziaria e dei suoi sindacati. Insieme formano una burocrazia discrezionale tipica dei mandarini cinesi, e si oppongono ferocemene ad ogni riforma.  –  17/12/2011

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Nelle carceri tutto è impontato sulla “sicurezza interna”. Questa parola “magica” consente di alimentare oppressione e limitazioni indiscriminate, senza nessun controllo, anzi con la complicità degli organi preposti alla tutela dei detenuti. La sicurezza è usata per violare, negare, sospendere ed espropriare i diritti. Usata come unica risposta ad ogni richiesta; usata come chiave per eludere ogni richiesta; usata per rendere cieca ogni regola; la violenza della giustiza soffoca ogni cosa. In nome della sicurezza si sono commesse e si continuano a commettere mostruose ingiustizie. Viene usata per spersonalizzare l’identità dei detenuti, e per gestirl più agevolmente. In ogni contesto, le persecuzioni sono state sempre costruite con le parole e i concetti del diritto. In questo caso i baroni di turno interpretano e in alcuni casi si inventano le norme per creare sofferenza, per avere visibilità mediatica. Ormai lo fanno senza nessuna vergogna, come fosse un comportamento normale. Le norme penitenziarie, insieme alla disciplina imposta, sono state stravolte e rese antisociali; pertanto più che la rieducazione, il trattamento quotidiano insegna ad essere al di fuori della società. In nome della sicurezza, il carcere non solo pretende di isolare i detenuti dalla società, ma pretende anche di isolare i detenuti tra loro stessi. Credo che nessuno abbia mai visto un cane legato alla catena diventare buono. Il carcere dovrebbe essere  un luogo dove si organizza un servizio, invece il servizio è totale, perché i detenuti si alimentano di odio, rabbia e rancore, per i diritti negati, l’oppressione e le frustrazioni che ne scaturiscono. Il legislatoree o il ministo dovrebbero intervenire per porre una limitazione all’uso distorto del concetto della parola sicurezza.  –  18/12/2011

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In TV alcune trasmissioni, in pompa magna dicevano che Equitalia aveva recuperato nove miliardi di tasse inevase. Oggi leggo un articolo in cui lo Stato deve altri settanta miliardi alle imprese, principalmente alle piccole imprese che hanno anche il problema della stretta creditizia delle banche. Molte imprese chiudono perché da una parte lo Stato non le paga e dall’altra i “gabellieri” di Equitalia li aggrediscono in ogni modo, e moltiplicano le cifre peggio  degli strozzini, e tutto lo si fa passare come un fatto legale. I politici sbraitano  demagogicamente per non perdere consensi, ma in realtà non fanno niente, pensano solo a che i loro privilegi non vengano toccati. Basterebbe una semplice legge. Le imprese che sono creditrici nei confronti dello Stato, li possano decurtare dalle tasse che chiede Equitalia. Si eviterebbero tante ingiustizie, fallimenti e tanta disperazione.  –  19/12/2011

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Leggo su un quotidiano che il 98% degli alberi di Natale, il 92% dei regali eil 97% degli addobbi natalizi, vengono da Yiwu, una città cinese. Questa città in 10 anni è diventata la seconda città più ricca della cina. Credo che in nessun altro prodotto ci sia un monopolio così alto. Tutto ciò è possibile perché lì non hanno leggi da rispettare.. circa operai, ambiente, sicurezza, sindacati, ecc. Ogni tanto ci fanno vedere le scene di sequestro nei porti, ma è tutta scena, perché è una goccia nell’oceano. Arrivano milioni di tonnellate di merci, non solo natalizie, ma anche certificate e pericolose. Se venissero costruite qui in Italia, andrebbero tutti gli organi quotidianamente a controllare, e nelle condizioni della città cinese, non solo chiuderebbero le aziende, ma farebbero multe e forse anche arresti. Ricordo che una volta le città di Napoli e dintorni erano considerate la Cina d’Europa. Oggi tutti quei laboratori vengono fatti chiudere, perché ritenuti organici alla camorra. La camorra è usata come il prezzemolo, lo si può mettere su ogni pietanza. Chissà chi ha interesse affinché arrivino dalla Cina milioni di tonnellate di merci non certificate e prodotte da “schiavi”, e non si possno fabbricare in Italia, con milioni di disoccupati che ci sono nel nostro Paese.  –  20/12/2011

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C’è gran fermento in sezione, tutti a farsi la doccia, essendo che è arrivata l’acqua calda. Siamo stati alcuni giorni senza acqua calda e con i termosifoni spenti. Si era rotta la caldaia, e bisognava aspettare l’autorizzazione per fare entrare il tecnico  per farla aggiustare. In questi giorni faceva molto freddo, e continua a farlo. Ci sono state proteste con la battitura, perché il freddo era pungente ed entrava nelle ossa. Riscaldavo l’acqua in cella e andava in  doccia per lavarmi, ma faceva troppo freddo che subito dopo lavato mi congelava. I termosifoni accesi hanno riscaldato la cella, ed è tutta un’altra cosa. Patisco il freddo e lo soffro più degli altri. Faccio gli auguri di Buon Natale a tutti gli amici che mi seguono sul Blog, e che il nuovo anno vi porti tutto ciò che desiderate. Un affettuoso abbraccio a tutti.  –  21/12/2011

Terra desolata… di Sebastiano Milazzo

Sebastiano Milazzo.. da mesi a Carinola (carcere situato nella non inviabile classifica dei più detestati).. trasferito da Spoleto, sembra perchè fu tra coloro che si opposero alla pratica (illegale e immorale) di adibire la cella di un ergastolano con un altro posto letto.

Sebastiano Milazzo che cercava di essere trasferito più vicino alla famiglia.. madre, moglie e i due figli, che non vedeva da quasi due anni (anche perchè la madre e la moglie non stanno bene).. chiedeva di potere scontare la pena in un carcere della Toscana, e invece lo hanno inviato molto più lontano di dove era prima.

Sebastiano Milazzo, il cui percorso penitenziario.. ineccepibile e molto lodato.. non è servito a niente.. ennesima riprova di una gestione della detenzione che dell’inefficienza ha fatto uno dei suoi marchi distintivi.

Vi lascio al brano, che ci ha recentemente inviato..

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Condivido le ragioni dello sciopero di Marco Pannella cui anche io partecipo dal 31/05, condivido l’invocazione dell’amnsitia, ma ci vorrebbe ben altro in questo paese.

La Giustizia, così come le carceri sono allo sbando soprattutto perchè l’atto di credere nei valori del Diritto e della Costituzione non è solo questione di volontà, ma anche d’intelletto. Qualità poco presenti in un paese dove l’intera classe politica, di destra e di sinistra, e la stessa magistratura, negli ultimi anni hanno fatto di tutto per devastare la giustizia e il sistema penitenziario. La politica per perseguire il consenso ha creato una matassa di leggi che hanno finito per ripudiare l’ottimo codice elaborato nel 1989 da emeriti giuristi, molti dei quali eroi della resistenza. la magistratura da parte sua, salvo eroici casi isolati, si è assunta l’onere di placare le insicurezze della gente provocate dalle ondate di paure diffuse dalla politica e dalle partigianerie mediatiche.
Lo ha fatto usando in abbondanza la carcerazione preventiva, cancellando di fatto le misure alternative previste dalle leggi e cancellando la liberazione condizionale introdotta dal codice Rocco, approvato e firmato da Benito Mussolini. Ma quel che è più grave è che noi detenuti siamo stati lasciati alla mercè di un sistema penitenziario privo di regole certe e controlli di legalità, che poi è la vera causa del numero crescente di suicidi. Tutto questo non giova a nessuno, ed è avvenuto nell’indifferenza generale. La mancanza di regole certe , oltre al sovraffollamento che noi detenuti dobbiamo subire e i soli agenti penitenziari e operatori devono gestire come possono determina che ogni galera diventa mondo a sè che decide, in piena autonomia, le condizioni in cui si sconta la pena e la sua durata.
Lo sappiamo bene noi ergastolani, fatti diventare gli schiavi moderni di un sistema penitenziario sommerso che affonda nella sua sommersione e trascina con sè le nostre vite e le nostre speranze. Per effetto di una norma, l’articolo 4 bis, siamo stati esclusi da ogni beneficio penitenziario, indipendentemente da ciò che siamo o siamo diventati dopo 20/30 anni di detenzione. Non possiamo ottenerli se non scambiamo la nostra libertà con quella di un altro, chi no0n vuole scendere su questo terreno per motivi di coscienza o perchè condannato ingiustamente, ipotesi possibile, è costretto a vivere e morire in carcere non per ciò che ha commesso, se lo ha commesso, ma per non essere diventato un delatore. Usare la delazione come unico criterio di valutazione del ravvedimento è il meccanismo più cinico e crudele che la politica potesse inventare e la magistratura applicare per sollevarsi dal compito di decidere quando un individuo può essere reinserito.
Noi sappiamo quanto contano i condizionamenti mediati dai magistrati e gli stessi operatori del carcere, ma questo è un meccanismo che trasforma l’ergastolo in una pena peggiore della pena di morte. In una pena senza fine e senza scopo, nonostante l’art. 3 e 27 della Costituzione. Una tortura sottile che tiene le nostre esistenze sempre in bilico tra delusioni e speranze, a una vita inchiodata ad una quotidianità sempre uguale a se stessa, che ci costringe a seguire lo scorrere del tempo come dei deportati, in una terra senza Re e senza Regno, che si avviano verso la sospirata fine. Tutto ciò ha del disumano. Non si può avere una costituzione che afferma che la pena deve tendere alla rieducazione e al reinserimento, quando la prassi lascia come unica tappa da raggiungere quella della morte. Sarebbe più onesto cancellare quegli articoli se non si condividono, al posto di affermare, come spesso avviene, che l’ordinamento penitenziario è improntato al recupero del condannato. Non è vero, basta leggere le statistiche o visitare qualche carcere.
 
Saluti,
 
Sebastiano Milazzo
 
Carinola, 11/06/2011
 

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