Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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L’Alchimia Spirituale… di Fabio Falbo

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Fabio Falbo -detenuto da poco a Bologna (prima era a Secondigliano)- ha la passione per i temi esoterici, occulti e simbolici.

In questo testo ci parla dell’alchimia spirituale e dei simboli della massoneria.

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IL GABINETTO DI RIFLESSIONE E L’ALCHIMIA SPIRITUALE

Il “profano” è introdotto nel “Gabinetto di riflessione”, un ridotto dipinto all’interno di nero, con un tavolo, uno sgabello, e uno scrittoio. Sul tavolo si trovano una caraffa d’acqua, del pane, due coppe. Una ripiena di zolfo, l’altra ripiena di sale. Sui muri una serie di simboli: una falce, una clessidra, un gallo, la parola V.I.T.R.I.O.L. . L’aspirante opera una “riflessione” e, cioé, nel senso etimologico della parola, un ripiegamento su se stesso.

Il profano rappresenta la materia prima della Grande Opera Alchemica. Il gabinetto di riflessione corrisponde all’alambicco dell’alchimista, al suo “uovo” filosofale, ermeticamente sigillato. Il profano vi trova il sepolcro tenebroso nel quale deve volontariamente morire ala sua esistenza passata.

Il profano rinasce quindi rinnovato: il Gabinetto di Riflessione realizza una specie di riassunto della creazione, essendo condizione primordiale per qualsiasi generazione l’assenza totale di luce solare.

Il candidato all’iniziazione è associato alle diverse operazioni successive dell’ “alchimia spirituale”. Egh rivive, come fa notare G.Pesigout, le tre trappe principali del processo alchemico: “le tenebre si infittiscono” (colore nero: fase di “putrefazione”); l’alba imbianca (pietra al color bianco); “la fiamma risplende” (pietra al color rosso).

I tre principi alchemici sono del resto rappresentati nel Gabinetto: lo zolfo, il sale e il mercurio (il giallo è un simbolo antico che rappresenta il dio Mercurio).

Quanto alla parola V.I.T.R.I.O.L., come ho già scritto, essa è l’anagramma della formula ermetica: Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem (Visita l’interno della terra, rettificando troverai la pietra nascosta).

E dice “J. Boucher”: “un invito alla riforma dell’ego (dell’io) profondo, che altro non è se non l’anima umana stessa, nel silenzio e nella meditazione”.

Il profano è “spogliato dei suoi metalli”, gli si toglie cioé tutto ciò che è di natura metallica (coltello, denaro, ecc.), in modo da ricondurre simbolicamente l’essere umano allo stato naturale (il metallo tolto rappresenta la civiltà, con tutto ciò che comporta di artificiale) e in modo da non intralciare gli influssi magici nei quali sarà posto l’aspirante. Poiché i metalli ostacolano la circolazione delle correnti magnetiche, si denuda quindi a parte sinistra del petto (segno di franchezza e di sincerità) e la gamba destra de candidato (segno di umiltà): Gli si toglie la scarpa sinistra (segno di rispetto) e gli si mette attorno al collo un nodo scorsoio, che rappresenta tutto ciò che trattiene il profano nel mondo in cui si trova. Questa è massoneria allo stato puro.

Le tre domande e il giuramento.

L’aspirante deve rispondere per iscritto a tre domande (che cosa l’uomo deve a Dio? Che cosa l’uomo deve a se stesso? Che cosa l’uomo deve agli altri?) e deve “redigere il suo testamento”. Dopo ha luogo la “preparazione fisica” descritta prima.

Il profano è quindi ammesso alle prove, dopo che gli è stata messa una benda sugli occhi, che gli vien tolta quando “riceve la luce”.

Alla fine il neofita presta giuramento nel nome de “Grande Architetto del’Universo” (o invocando il Libro delle Costituzioni). Il giuramento, scritto su un foglio di carta, viene quindi bruciato. Si ritiene che esso abbia in tal modo influenza sui quattro elementi:

carta (materia solida) – Terra

inchiostro (liquido)- Acqua

pronuncia (pronuncia)- Aria

combustione (combustione)- Fuoco

Nel momento in cui il neofita “riceve la luce”, egli è iniziato. Tutti i fratelli dirigono verso di lui la punta della loro spada, allo scopo di attirare verso il nuovo adepto le forze benefiche messe in gioco dai riti.

Caro Alfredo, questo è in linea di massima quello che succede nella massoneria.

Lo scopo della massoneria è “l’arte di costruire il tempio ideale”, e cioé di trasformare l’essere umano, di “sgrossare la pietra grezza”. Il profano “riceve la luce”, diventa “Apprendista”, poi “Compagno”; la “pietra grezza” diventa una “pietra cosmica”, che può “inserirsi nel tempio ideale”, ecc.ecc.

V.I.T.R.I.O.L…. di Fabio Falbo

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Fabio Falbo è uno dei detenuti emersi su queste pagine nel corso del 2012.

Era detenuto a Secondigliano e adesso  a Bologna.. stando all’intestazione della sua lettera. A meno che non si tratti di un trasferimento temporaneo, Bologna è la sua nuova “dimora”. Certo un passo avanti non da poco rispetto a Secondigliano.

Fabio è un appassionato di studi “particolari”… controinformazione, misticismo, esoterismo, simboli…

In questo pezzo ci parla di un simbolo molto noto in ambito esoterico.. un simbolo che è anche una sorta di “codice”.. V.I.T.R.I.O.L.

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In questa mia missiva voglio parlarti dell’esoterismo e della Cabala. E il medaglione che cela i segreti de “L’Ordine Osirideo Egizio”.

L’essenza dell’esoterismo e della Cabala si può definire in una sola parola, “Vitriol”. Da cui nasce  un film da poco uscito che è un tuffo nei segreti custoditi nella casa del grande maestro Giustiniano Lebano, primo sorvegliante della logica massonica Semezia. Decisero di ridare vita e tono ai riti massonici di “Memphis” e “Mistraim”,

Giurista, figlio di un avvocato, era un antiborbonico  iscritto alla “Giovine Italia”. Costruì asili nido e ospedali a Napoli, combatte il colera e fu il traduttore di Alexander Dumas, l’autore del Conte di Montecristo, che trasportò un carico di armi dalla Francia alla Sicilia, per dare sostanza ala spedizione dei mille di Giuseppe Garibaldi.

Comprò la villa a Torre Annunziata un anno prima di diventare Gran Maestro dell’Ordine. dopo la morte dei suoi tre figli, mentre sua moglie Virginia impazzi per il dolore della tragedia familiare fino a togliersi la vita. Tra quelle mura trascorse l’ultima parte della sua esistenza, quasi fino alla morte, avvenuta nel 1910.

Dentro nascose la parte più importante di un medaglione che, una volta ricomposto, avrebbe svelato i segreti della conoscenza, in grado di codificare il significato nascosto dell’acronimo <<V.I.T.R.I.O.L.>>, che sta per “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem), una scritta riportata nel gabinetto di riflessione  nel quale gli aspiranti apprendisti della Massoneria si preparano ai riti di iniziazione delle logge.

Un concetto cardinale dell’esperienze massonica che significa ermeticamente “Visita l’interno della terra per trovare la pietra nascosta”, ma che in sostanza rappresenta per l’iniziando un viaggio interiore al fine di conoscere la verità.

Il “Tesoro” di Giustiniano Lebano è quel medaglione che svela una serie numerica attraverso l’assemblamento delle quattro parti.

Ha una forma circolare con due facce incise e contornate da un serpente in bassorilievo che si morde la corda (l’Ouroboros).

Su una faccia c’è disegnato il quadrato magico del sole, caratterizzato dal fatto che la somma di ogni riga e colonna fa sempre “111”.

Sull’altra faccia c’è l’uovo alato con al centro la scritta <<Quod vixit Adam>>, sormontato dall’occhio al centro della piramide.

Ai lati delle ali ci sono due serie di nove stelle e sullo sfondo il mare.

Al pezzo nascosto  tra le mura di Villa Lebano si applicano quelli da cercare nei cimiteri di Portici e di Napoli. Tra questi, la Stella di Salomone a sei punte, sulla quale c’è incisa una svastica che rappresenta il sole.

Ruotando la stella sulla faccia del medaglione e facendo coincidere i due fogli con le cifre 1 e 11 del quadrato magico, viene fuori una combinazione di numeri segnati dalle sei punte della stella. tra quelli incisi sulla pelle del serpente. E’ il codice cabalistico che nasconderebbe il significato di “Vitriol”. La serie numerica (40, 52, 1, 14, 16, 39) che potrebbe svelare per sempre il mistero di Giustiniano Lebano.

Il mistero V.I.T.R.I.O.L.

Da dentro a dentro… da Giovanni Lentini a Carmelo

Sembrano somigliarsi le diaspore..

Per la rubrica “Da dentro a dentro” che pubblica lettere inviate a detenuti da altri detenuti, pubblico oggi questa lettera inviata da Giovanni Lentini -trasferito da poco ad Opera a Carmeno Musumeci.

Le diaspore si somigliano.

Abbiamo letto molto, in queste settimane, di detenuti spediti in altre carceri, quasi sempre con un radicale peggioramento del trattamento.

Macchina che funziona al contrario, l’apparato carcerario accalappia persone che, bene o male, un percorso lo stavano facendo da anni, che riuscivano, tutto sommato, a studiare, che aveva un briciolo di respiro e prospettiva, per farli ripiombare indietro, di nuovo nella terra di  nessuno, di nuovo a ricominciare dai centimentri della sopravvivenza; e il loro bagaglio accumulato da anni, sembra una chimera al contrario.

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Milano      23/10/12

Carmelo,

ho bisogno di un tuo consiglio.

Da quando sono qui ho fatto 30 domandine per un colloquio con il Direttore.
 Gli ho scritto una lettera spiegandogli tutto il percorso che ho fatto a Bologna (pittura, icone, computer, corso di filosofia, scuola, ecc.), ma ad oggi non ho avuto nesuna risposta. Sembra che sono arrestato da poco e non gliene frega niente a nessuno.

Ho fatto l’istanza per il PC e non mi rispondono proprio, né si né no. Mi ignorano. E’ assurdo. Mi segno in udienza con l’ispettore di reparto e non mi chiamano.

Ogni tanto fa udienza qualche brigadiere che mi palleggia ad un altro. Sono quattro mesi che vado avanti così.

Ho pensato anche di non andare a scuola (visto che è l’unica cosa che mi hanno concesso), ma poi penso che se lo faccio, gli faccio una cortesia.

Credimi, non so più se mandarli a fanculo….

In questo carcere non c’è nemmeno il garante dei detenuti, non so a chi rivolgermi.

Puoi sentire Ornella Favero, se conosce qualcuno qui in Lombardia che possa aiutarmi, che ne so, un garante… vedi tu.

Aspetto tue notizie.

Perdonami per lo sfogo, ma preferisco esternare l mio nervoso, scrivendo… perché so già che urlare non erve a nulla, se non solo a dare soddisfazione ai discepoli dell’Assassino dei Sogni di Opera.

Ti abbraccio,

Gianni

Una nuova disciplina dell’ergastolo ostativo?.. di Giovanni Lentini

Il nostro Giovanni Lentini è stato da poco trasferito dal carcere di Bologna a quello di Opera, e francamente non si è ancora capito in base a quale motivazione ciò sarebbe stato fatto.

In questo suo breve testo che ci ha inviato… e che è stato scritto mesi fa da Bologna… Giovanni racconta come le nuove normative avrebbero fatto venire meno il barbaro sistema dell’ostatività, a patto di avere scontato almeno metà della pena, e comunque non più di dieci anni.

Ma, si chiede dopo, perché queste norme non vengono applicate?

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Le norme esistono, perché non vengono applicate?

L’art. 4.bis, fino a poco tempo fa rendeva inapplicabili le misure alternative al carcere per i condannati per reati mafia o di terrorismo (salvo collaborazione con la giustizia).

Oggi, grazie ad alcune modifiche del codice dell’Ordinamento Penitenziario e con l’introduzione della L. del 15/07/2009 n. 94 sull’art. 4 bis O.P., ci sono delle norme (gli art. 21,co.1; l’art.30-ter, co.4, lett.C; e l’art. 50, co.2, ord. pen., che tra l’altro fanno specifico riferimento proprio al co.1 dell’art. 4 bis), che prevedono la concessione di benefici penitenziari, cioè, del lavoro esterno, dei permessi premio e della semilibertà, anche per i condannati per reati di mafia e/o terrorismo, dopo l’espiazione di almeno metà della pena e comunque di non oltre dieci anni di carcere e senza l’obbligo di collaborare con la giustizia.

Mi chiedo, perché molto spesso queste norme non vengono applicate, rendendo così impossibile un reinserimento sociale?

Chi è condannato all’ergastolo non ha un fine pena, è destinato a morire in carcere se non  vengono applicate le norme vigenti, rendendo così inefficace il fine rieducativo previsto dall’art. 27 della Costituzione italiana.

Bologna 15/03/2012

in fede 

Giovanni Lentini

Racconto di un sopruso nel carcere di Bologna.. di Benito Macrì

Tramite la nostra Pamela, che a sua volta l’ha ricevuto da Giovanni Lentini -detenuto nel carcere “La Dozza” di Bologna e amico storico di questo Blog- ci è giunto questo esposto che Benito Macrì -un compagno di Giovanni- ha inviato al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna.

Benito vuole che questo documento venga pubblicato, perché si sappia come la violenza fisica e psicologica sia una costante in tante carceri.

Nella storia che leggerete non c’è stato nessun pestaggio, ma stava per esserci se Benito non si fosse adeguato agli ordini perentori dell’ispettore, che non ha preso (stando a quello che racconta Salvatore) in nessuna considerazione le sue contestazioni (quelle che lo avevano portato a chiedere di parlare con l’ispettore).

Anche se non c’è stato pestaggio..stava per esserci.

Anche la violenza non consumata, è violenza, è strumento di pressione, di ricatto, sottomissione. Vedere gli agenti che si mettono i guanti di gomma, pronti a mettere in scena il rito “fatti i bicipiti col detenuto”.. minacciarla come si fa coi cani randagi..  è già di per se stesso un trauma, è come “strizzare” dentro una persona, strizzarla l’anima come un asciugamano bagnato.

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Al Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna Dott. Maisto

Il sottoscritto MACRì BENITO, nato a Crotone il 13/08/1970, attualmente detenuto presso la CC di Bologna, espone quanto segue affinché si vogliano fare accertamenti e, di conseguenza, prendere provvedimenti necessari per non far ripetere eventi umilianti, degradanti, poco edificanti e che non rientrano nel trattamento educativo previsto dall’ordinamento penitenziario.

Mercoledì 9 maggio 2012, alle ore 14:30 circa, sono entrato nel carcere della Dozza dopo aver fatto sosta, per 4 ore, in celle fatiscenti dell’accettazione, sono stato accompagnato al 3° piano sezione B del reparto di Alta Sicurezza. Erano le 18:30 quando mi è stato detto dall’agente di turno della sezione 3B di entrare nella cela 23. Io ho adagiato le borse contenenti i miei indumenti davanti la predetta cella, ho aspettato che l’agente mi aprisse il blindo per entrarvi;

quando l’agente ha aperto la cella, il detenuto che c’era dentro mi ha fatto notare che i posti erano entrambi occupati e che il suo compagno di cella era in ospedale e che sarebbe tornato il giorno dopo, e che, se fossi entrato io, lui sarebbe stato costretto ad andarsene in isolamento. Sentito tutto ciò e costatando che effettivamente i letti erano già sistemati con lenzuola personali, mi è sembrato brutto entrare in una cella dove entrambi i letti erano occupati: avrei dovuto disfare il letto del compagno detenuto per poterne avere uno mio (cosa che dopo sono stato costretto a fare).

Nello stesso tempo ho notato che il detenuto Schettino Alberto, ubicato nella cella 2 del 3° B, era stato declassificato e lo stavano accompagnando al 2° piano, quindi da lì a poco si sarebbe liberato un posto dove potermi sistemare senza creare disagi a nessuno.

Ho detto all’agente di poter essere ubicato nella cella 2. Lui mi ha detto che dovevo entrare per forza nella 23. Io gli ho detto che non potevo entrare in una cella dove non c’era nemmeno un letto dove potermi coricare ed ho chiesto di farmi parlare con un ispettore.

Dopo nemmeno 10-15 minuti, è arrivato un ispettore che con 7-8 agenti non mi ha dato nemmeno l’opportunità di esporre il problema che si era creato, mi ha invitato ad entrare in cella, io stavo cercando di spiegare cosa era successo, ma lui con toni perentori, ha ordinato agli agenti di mettersi i guanti e di chiudere i blindi delle altre celle (in modo che nessuno dei compagni detenuti vedesse cosa stava accadendo). Lui stesso ha messo i guanti e chiuso gli spioncini del blindo della cella 22. Quando ho visto tutto ciò ho capito che stavano per picchiarmi, mi sono impaurito e sono entrato in cella senza opporre alcuna resistenza.

Allora mi chiedo: cosa mi sarebbe successo se non fossi entrato in cella?

Per quanto sopra esposto, chiedo alla S.V. di voler prendere atto di quanto accaduto e prendere provvedimenti necessari per evitare che si ripetano violenze del genere.

A conferma di quanto esposto, si citano come testimoni i seguenti compagni detenuti del 3° B, che hanno assistito inermi all’infausta e umiliante vicenda.

*Si fa presente altresì che a causa di questo esposto, in data 18 maggio 2012 ho subito un consiglio disciplinare e mi sono stati inflitti 8 giorni di isolamento.

 Benito Macrì.

Ancora sul caso di Lucia Bartolomeo

Di Lucia Bartolomeo -detenuta a Lecce-  cominciammo ad occuparci il 4 ottobre dello scorso anno, quando pubblicammo una sua lunga lettera dove ricostruiva, fondamentalmente la sua intera vicenda (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/04/7376/).

Successivamente pubblicammo un altro post che faceva ulteriormente emergere, uno degli ambiti più delicati e dolorosi della vicenda di Lucia, quello del rapporto, ostacolato, con la figlia piccola (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/10/24/7648/).

Il 25 novembre pubblicammo una sua lettera, speditaci il 16 novembre dove ci comunicava che la Corte di Cassazione avesse annullato la sua sentenza di condanna, rinviando il tutto ad un nuovo procedimento di appello (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/11/25/7993/).

Adesso ci è giunta una ricostruzione, in forma sintetica, dell’intera vicenda dal punto di vista della sua “sostenibilità” probatoria. Ovvero un’analisi che va nel merito delle contestazioni fatte a Lucia, e della loro -secondo questa ricostruzione- insostenibilità. A inviarcela è stata Cinzia Gennarelli, che lavora per conto dell’agenzia investigativa  Eagle Keeper Service Group srl di Bologna è stata al tempo incaricata dall’Avv. Silvio Caroli del Foro di Lecce di occuparsi, da un  punto di vista investigativo, della sua vicenda. Fin da subito la Eagle Keeper Service Group si è adoperata per far affiorare le incongruenze e debolezze dell’impianto accusatorio.

Noi, pubblicando questa ricostruzione, non diciamo che essa debba necessariamente corrispondere a verità, ma ci ispiriamo al principio per il quale, è prezioso che di certe vicende, emergano anche “altre” valutazioni e ricostruzioni, oltre a quelle date ufficialmente dai media. Poi ognuno trarrà le libere valutazioni che vuole.

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Il grande dilemma è sempre quello: ma Ettore Attanasio era ammalato? E Lucia lo ha ucciso?

Le indagini, condotte da Eagle Keeper, hanno messo in evidenza una serie di fatti importanti legati proprio alla malattia di Ettore ed al suo ambiente di lavoro. Infatti, almeno uno dei colleghi ed amici di Ettore Attanasio si era ammalato, avendo sintomi simili a quelli manifestati dal marito di Lucia nel periodo di poco precedente alla morte. Dalle dichiarazioni rese da più di un teste, sia dell’accusa che della difesa, è evidente che Ettore Attanasio aveva una condizione di salute precaria e che soprattutto negli ultimi giorni prima della morte, appariva stranamente con un colorito “marrone”, lamentava sdoppiamento della vista, mancava di concentrazione, tanto che la stessa moglie Lucia Bartolomeo aveva ritenuto opportuno convocare una riunione di famiglia (con i fratelli e le sorelle di Ettore) per poter avere il loro supporto, affinché il marito accettasse il fatto di essere ricoverato urgentemente in ospedale e  sottoporsi a tutti gli accertamenti del caso. Ettore Attanasio non aveva alcuna intenzione di sottoporsi a controllo medico, nonostante – ricordiamo – la moglie fosse un’infermiera specializzata ed avesse il “giusto peso” nella preoccupazione di uno stato di salute non conforme.

Questo elemento, non banale, è stato riportato in tutte le dichiarazioni e fanno parte dei verbali dell’intera vicenda processuale e giudiziaria di Lucia Bartolomeo.

Altro elemento, non trascurabile e soprattutto sottolineato quale dubbio nella sentenza della Suprema Corte di Cassazione, è il quesito sulla causa della morte: la droga. La droga è stata concausa o è stato omicidio? Una risposta difficile da trovare nell’iter processuale, visto che non è ancora stato stabilito se Ettore Attanasio fosse malato o meno. Tra l’altro, è d’uopo osservare l’incongruenza fra le due sentenze: nella sentenza del 1° processo si afferma che Ettore Attanasio fosse sano e che la causa della morte era stata l’iniezione letale di eroina. Nella sentenza del Processo di Appello si afferma che Ettore Attanasio fosse malato e che la morte fosse sopraggiunta come concausa della droga. Ed oltre a questa incongruenza, la parte investigativa ha fatto anche notare che non si capisce quale possa essere il motivo per cui Lucia Bartolomeo convocò una riunione familiare a casa loro con la famiglia di Ettore affinché vedessero con i loro occhi lo stato del fratello ed ai quali chiese aiuto (perdeva i capelli, non faceva i lavori in campagna,..). Di questo c’è stata evidenza anche con la testimonianza di alcuni vicini di casa che hanno ribadito che Ettore non aveva alcuna intenzione di sottoporsi a controllo medico, in quanto sufficientemente adulto per decidere come disporre della sua vita.

Rimane dunque la vicenda di un giovane uomo che muore, con dell’eroina in corpo, senza aver però stabilito se l’assunzione fosse stata volontaria o meno.

Anche sul possibile movente della morte “precoce” di Ettore Attanasio vi sono parecchie ombre. Lucia Bartolomeo avrebbe ucciso il marito per poter vivere la sua storia d’amore con l’amante. Lucia aveva avuto un’altra storia d’amore prima dell’amante concomitante alla morte del marito; una storia d’amore durata più a lungo e dall’intensità maggiore, senza per questo averla indotta a “liberarsi” del marito. Non è di facile comprensione dunque come si possa addurre quale movente dell’ipotetica uccisione del marito, il fatto che Lucia aveva un amante, con il quale aveva una relazione di minore durata e con un coinvolgimento emotivo minore.

Un ulteriore elemento di “criticità” riguarda le indagini, forse condotte in modo approssimativo. Infatti non sono stati sequestrati i flaconi delle flebo che venivano somministrate ad Ettore Attanasio nel periodo antecedente alla sua morte, al fine di verificare se fosse avvenuto o meno il passaggio di eroina dal bolo.

E non è stata nemmeno tenuta in considerazione la testimonianza del padre di Lucia Bartolomeo che aveva visto Ettore Attanasio ancora vivo prima di coricarsi, spostando quindi le indagini per direzione ed obiettivo e dando per scontato che il padre di Lucia non potesse far altro che mentire. Ecco perché anche il lasso di tempo intercorso fra gli ultimi momenti di vita e l’orario del decesso ha avuto un significato diverso ed è stato dunque conformato alle esigenze di definizione dell’ora effettiva di morte dell’Attanasio.

Non va oltremodo dimenticato che l’eroina trovata negli organi, e non nel sangue, del defunto era la cosiddetta “eroina da strada” e non residuale e le lunghe indagini della Procura non hanno accertato chi dei due coniugi avesse potuto procurarsi tale tipologia di eroina. Lucia Bartolomeo non è mai stata collocata in zone di spaccio o di smercio di stupefacenti, né tanto meno è stata assimilata a personaggi del genere, a “pusher” che diventa inevitabilmente condizione sine qua non per potersi procurare, appunto, dell’eroina “da strada”. Sorge dunque spontanea la domanda “ma come si è procurata quindi la droga?” Vista la sua professione – infermiera – gli inquirenti hanno fatto sopralluoghi e perquisito tutti i possibili posti all’interno dell’ospedale, dove Lucia avrebbe potuto procurarsi la droga; sono stati esaminati possibili furti o scomparse di oppiacei e derivati all’interno dell’ospedale, dall’armadietto dei medicinali. Non si è scoperto nulla e tutto l’entourage medico e paramedico è stato interrogato per stabilire se Lucia Bartolomeo avesse potuto o meno procurarsi l’eroina in quella struttura sanitaria, sebbene il medico legale avesse classificato la droga rinvenuta negli organi di Ettore come “eroina da strada”, cioè tagliata “da spaccio” e quindi non potesse essere in alcun modo custodita all’interno di una struttura sanitaria.

A questo si legano le amicizie di Ettore Attanasio, che la difesa ha portato quali testi in Tribunale; si tratta di persone legate all’ambiente “criminale” locale, fra l’altro con precedenti specifici (spaccio di stupefacenti), come dichiarato dallo stesso Giudice della Corte di Appello. Non vi sono dubbi che queste persone fossero legate a Ettore Attanasio, tanto che il medesimo custodiva – pur essendo dotato di un cellulare e nell’era della tecnologia – una piccola agendina, ben “nascosta” all’interno del portafoglio con segnati a penna i numeri ed i nominativi proprio di quelle persone. Purtroppo non ci è mai stato dato modo di sapere, attraverso l’analisi dei tabulati telefonici, se Ettore avesse avuto conversazioni telefoniche con queste persone, elemento, invece, di grande rilievo.

E’ del tutto lecito quindi chiedersi perché Ettore volesse celare l’agendina con i nominativi proprio dei soggetti che la difesa ha chiamato a testimoniare con l’intenzione di mettere in luce che Ettore aveva amicizie più “consone” al fatto poi successo. Che Ettore Attanasio avesse amicizie e frequentasse ambienti legati in qualche modo alla criminalità, è un fatto risaputo. Lo stesso datore di lavoro, ad esempio, era dedito allo smaltimento di rifiuti più o meno tossici. Proprio nel periodo in cui avvenne il fatto, era stata condotta dalle Autorità un’importante indagine legata all’omicidio “Basile” che si ricollega proprio a quel territorio – Lecce – e al ritrovamento di scorie tossiche interrate e ben nascoste che avevano pesantemente inquinato il territorio; probabilmente le cause andavano ricercate in altri “siti”. Infatti, non fu mai chiarita la circostanza dell’”incidente” avvenuto in campagna, in compagnia di un amico di Ettore Attanasio, quando i due di notte utilizzando una pala meccanica,  furono “fermati” da un contadino e fu richiesto l’intervento dei Carabinieri della zona. Ci si chiede come mai Ettore, che era un riparatore di bidoni delle immondizie, si trovasse in aperta campagna di notte con un escavatore dell’azienda per cui lavorava.

Questi interrogativi, dubbi e circostanze non contestualizzate e soprattutto non attinenti al fatto contestato a Lucia Bartolomeo, unitamente a tanti altri, hanno probabilmente indotto la Suprema Corte di Cassazione a rivedere una sentenza così grave ed una “punizione” troppo pesante, considerando che in alcuni casi dei “rei confessi” devono scontare pene di gran lunga inferiori. Tutto lo staff di Eagle Keeper, così come l’intero pool difensivo, e soprattutto la famiglia Bartolomeo, ha creduto e crede nella totale innocenza di Lucia, che sicuramente ha avuto una “colpa” – se così si può dire –  quella di aver tradito il marito.. ma non si può condannare una persona al carcere a vita per un tradimento e soprattutto senza una prova certa.

 

Lettera disperata di Paola Valentino sul caso del marito Giuseppe Martena

Abbiamo già seguito  in varie occasioni il caso di Giuseppe Martena, detenuto attualmente nel carcere di Bologna. Perchè sappiate tutto ciò che è necessario sapere vi rinvio in particolare alla lettera che ci scrisse Giuseppe Martena (https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/ ) e al riepilogo che facemmo della questione, nell’atto di preparare una lettera pubblica di sostegno e denuncia, anche alla luce delle cose che ci aveva scritto la moglie, Paola Valentino (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/11/lettera-appello-sul-caso-giuseppe-martena-alla-luce-degli-ultimi-eventi/).

Oggi pubblichiamo quest’ultima disperata lettera  di Paola Valentino….

Questa donna sta pagando un prezzo enorme. Non è molto gravoso da un punto di vista economico spostarsi ogni volta per i colloqui. Ma è soprattutto il costante trauma psichico, che ha comportato gravi ricadute sul piano fisico e psichico (attacchi d’ansia, di panico, ecc..) che non la menttono in condizione di lavorare e rendono ancora più problematico il suo stato familiare in relazione al fatto che deve occuparsi di cinque figli.

Questa donna rischia di pagare un prezzo bestiale, con una catastrofe che ricadrà sull’intera famiglia… Lecce e Taranto sarebbe l’ideale. Ma almeno a Roma.

Nessuno sta dicendo che il marito è innocente. Si sta semplicemente dicendo che queste persone vanno trattate come esseri umani, anche se non sono… detenuti d’alto bordo, o amici di qualche potente, o persone con i riflettori mediatici addosso.

Lei non sta chiedendo la libertà per suo marito, e neanche particolari agevolazioni.

Chiede quello che non si dovrebbe neanche chiedere in un paese civile e umano. Chiede solo che suo marito possa scontare la pena in un luogo più vicino alla famiglia.

La burocrazia carceraria oltre a partecipare a convegni e lamentarsi sui problemi, potrebbe, almeno di tanto in tanto, cogliere l’occasione di provare a risolverlo un problema, quando è nelle sue facoltà, come in questo caso.

Continuiamo a sostere Paola Valentino, nella sua battaglia.

Di seguito la sua lettera..

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25/11/2011

Mi chiamo Paola Valentino ed oggi scrivo questa lettera come mio ultimo appello a questa societa’…
Mi dichiaro disperata, stanca, affaticata, sconcertata e DELUSA..dal sistema, dallo STATO, dalla Non-Giustizia, dalle amministrazioni politiche e non e dall’Italia.
Mi rivolgo alle più alte cariche, dal Presidente dello Stato , Ministro della Giustizia, Capo Amministrativo del Dap , alla Procura, alla d.d.a … ai cari Amici Radicali e a te Rita Bernardini , ma anche a chi come me conosce la realtà nuda e cruda del sistema ( infernale ) penitenziario.
Tutti hanno appreso tale dramma, gli istituti penitenziari sono al collasso, il sovraffollamento c’è ed è un dato di fatto spaventoso , tutti ne parlano e nessuno vuole far nulla, ignorano fingendo interesse e questo a scapito di chi non ce la fa più. Ho capito in che modo hanno deciso di alleggerire il problema, portando i detenuti al cedimento psicologico e ci sono riusciti…le carceri si svuoteranno solo in un modo e cioè con un suicidio si massa!
Di carcere si muore, potrebbero quanto meno riconoscere che oggi questa e’ diventata una malattia invalidante , come il CANCRO ma un cancro che non dà scampo, niente chemioterapia per i detenuti, niente esami approfonditi, niente ricoveri in ospedale..solo cavie di un sistema che non dà via d’uscita. Alla fine che ci importa di questi delinquenti vero? Se la sono cercata, vero? Attenti cara opinione pubblica giustizialista e dittatrice, che molti dei vostri figli ( figli dell’Italia-Bene) fuma lo spinello a vostra insaputa e per la legge italiana questo è un reato punibile penalmente, se dovesse comprarne 5 invece di uno ve lo sbattono in galera e poi farà parte anche lui di quei delinquenti che se la sono cercata..
Sono stremata, io moglie di un delinquente che all’eta’ di 19 anni cadde nel tunnel della tossicodipendenza e per procurarsi ( una dose ) si trovò ingarbugliato in una storia più grande di lui ..furto di un auto, questo e’ stato l’unico reato da lui commesso , e’ stato condannato a 26 anni e mezzo, questo per informare tutti quelli che pretendono la certezza della pena, più certa di così non si può…
Avete voluto il fine pena mai, bene , è ora che sappiate che il fine pena mai viene meno al momento in cui anche un capo promotore di un associazione mafiosa decide di collaborare , per passarla liscia gli basta mettere altri al posto suo, altri , non importa se innocenti o meno, basta che lo fà, lascia dichiarazioni abbastanza pesanti da distruggere quei ragazzi che lui stesso AVEVA AVVICINATO , ragazzi che avevano
((( ruoli marginali ))) riconosciuti anche in sede di giudizio, ma che si ritrovano a scontare delle pene pesantissime per dare la possibilità al Capo di uscire in libertà il prima possibile, per cui io mi ritrovo con un Boss che ha ammazzato e fatto ammazzare centinaia di persone, che ha terrorizzato interi paesi, che ha distrutto centinaia di famiglie , nascosto chissà dove, con la sua nuova identità, protetto insieme alla sua famiglia, con un lavoro assicurato che si gode la sua vita, mentre noi dobbiamo pagare x 26 anni e mezzo un furto di un auto???? Per voi questa è giustizia???
No , non ci stò più, ho perso le speranze, non so più dove aggrapparmi, le ho provate tutte, ho fatto mille richieste e mi vedo trattata come l’ultima delle donne, mi sono ammalata anche io di questo Cancro, la troppa Non-giustizia mi ha avvelenato il sangue, sono una madre e sono una moglie esasperata. Ho mille malattie, malori continui, non posso più essere una madre efficiente per i miei figli, non riesco più a lavorare in quanto la mia malattia non me lo permette, e che cosa fate per aiutarmi? Mi mandate l’unico punto di riferimento ( MIO MARITO ) a 900 chilometri di distanza? Allora non vi basta distruggere la vita di questi poveri sventurati figli della fame e della povertà, vi ci accanite pure!!!
Chiedo per l’ultima volta un aiuto..non pretendo nè una grazia, nè una riduzione della pena, vi chiedo e vi imploro di salvare la Mia Vita…ho un estremo bisogno che mio marito venga trasferito nel più breve tempo possibile in un carcere più vicino, che sia LECCE, che sia TARANTO che sia ROMA ( REBIBBIA )…sono gli unici tre posti dove io troverei appoggio e sostegno per poterlo andare a trovare.
Da oggi 25/11/2011 sono ufficialmente in sciopero della fame..vado in oltranza fino alla morte se sarà necessario, ma questa lettera non si fermerà , tutti dovranno sapere ,perchè già mi avete ucciso per metà , ma l’altra metà sarete sempre voi ad ucciderla…mi dichiaro al momento una vostra vittima e tale dovrò essere riconosciuta se arriverà la mia fine. Ai miei figli dovrà essere detto che la loro mamma e’ stata uccisa dallo Stato e dalla Non-Giustizia.
Ho aspettato e sperato con tutta me stessa, ma invano..sono troppi anni che siamo in attesa di una Sacra Riforma Della Giustizia, speravo in una comunicazione immediata di una Legge Eccezionale che ci liberasse finalmente dal TERRORE GIUDIZIARIO…pura illusione perche’ mai lo STATO dovrebbe tenderci una mano? Noi siamo gli ultimi, esistono le leggi a tutela dei Maiali, ma non esistono quelle che Tutelano L’uomo.
Profondamente Delusa
Valentino Paola

Per chi vorrebbe comunicare con me o sa’ come puo’ aiutarmi può contattarmi
Su questo indirizzo evalp79@yahoo.it
Tel 3297489652
Aiutatemi vi prego!!!

Riciclaggio alla Dozza.. di Giovanni Lentini

Giovanni Lentini, detenuto nel carcere di Bologna, e storico amico del Blog, ci ha inviato un pezzo sull’attività di riciclaggio dei rifiuti messa in opera alla Dozza, il carcere di Bologna appunto, e che sta vedendo l’attiva e convinta partecipazione dei detenuti.

Prima di lasciarvi al testo, voglio fare solo una citazione dal pezzo di Giovanni Lentini.

In un penitenziario, considerato per la maggioranza della società civile, “una cloaca”, dove bisogna tenere rinchiusi soggetti ritenuti pericolosi, il cosiddetto scarto della società, esseri umani che spesso vengono considerati solo dei numeri e differenziati secondo la tipologia di reato per il quale si trovano ristretti, non manca la sensibilità per la difesa ambientale.”

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Riciclaggio alla Dozza

I detenuti del reparto di alta sicurezza del carcere bolognese della Dozza, cercano di riciclare, ma questa volta non si tratta di riciclaggio di denaro sporco, come siamo abituati a leggere sulle pagine della cronaca dei quotidiani locali e nazionali, ma bensì di riciclaggio di carta e plastica.

In un penitenziario, considerato per la maggioranza della società civile, “una cloaca”, dove bisogna tenere rinchiusi soggetti ritenuti pericolosi, il cosiddetto scarto della società, esseri umani che spesso vengono considerati solo dei numeri e differenziati secondo la tipologia di reato per il quale si trovano ristretti, non manca la sensibilità per la difesa ambientale.

È cominciato tutto a causa di molti detenuti che buttavano rifiuti dalle finestre, e per evitare il montaggio delle grate, alcuni reclusi, due anni fa chiesero ad un docente del corso di ragioneria che frequentavano, di poter fare un corso di educazione ambientale, corso che si è tenuto con dei rappresentanti di HERA, e visto i risultati ottenuti, si può affermare che è stato molto edificante, “anche se le grate schermate sono state montate ugualmente”.

Appena finito il corso formativo, un detenuto ha chiesto di poter fare come volontario la raccolta della carta, dopo le varie richieste burocratiche inoltrate alla direzione dell’istituto, (Dott.ssa Ione Toccafondi e Comandante Roberto Di Caterino), è stato autorizzato ad uscire dalla cella un’ora al giorno per poter fare il giro delle altre celle e raccogliere giornali, cartacei vari e plastica, che vengono immagazzinati in un’apposita saletta e che ogni mese gli addetti alla pulizia dell’aria verde, provvedono a svuotare.

Si può dedurre che la raccolta differenziata in carcere, non è solo un modo per rendersi utile per il resto della società civile, salvaguardando l’eco sistema ambientale, ma soprattutto una scusa per uscire dalla cella, dove sono rinchiusi per 20 ore al giorno, e per spezzare la monotonia e l’ozio che pervade le intere giornate carcerarie dell’attuale sistema penitenziario italiano.

Si è trovata da subito grande disponibilità da parte di tutti i detenuti a mettere da parte carta e plastica, ciò significa impegnare altro posto nelle celle strettissime, questo è un grosso sacrificio in più che si trovano ad affrontare i reclusi, se si considera che nella maggior parte delle celle sono ubicati tre detenuti e non possono stare in piedi tutti e tre contemporaneamente per il poco spazio disponibile, ma che come si è appena detto hanno dimostrata sensibilità, interesse e impegno.

Le uniche difficoltà si sono incontrate e si incontrano tutt’ora, a reperire sacchi idonei per differenziare i rifiuti.

Sappiamo che il comune di Bologna ha stanziato dei fondi per regolarizzare e retribuire i detenuti addetti a tale lavoro di raccolta differenziata, ma ad oggi per arcani motivi, purtroppo non si è concretizzato nulla. Speriamo che presto si definirà tutto nel migliore dei modi e potremo avere degli appositi contenitori da posizionare in ogni piano del carcere in modo da rendere più efficace la nostra iniziativa esportandola nel resto dell’istituto. Questo è il nostro obiettivo.

Bologna, 20/09/2011

 Lentini Giovanni

Lettera-appello sul caso Giuseppe Martena (alla luce degli ultimi eventi)

Amici, già in un recentissimo post avevo richiamato il caso di Giuseppe Martena, di cui ci eravamo dedicati a suo tempo, alla luce di recenti eventi riportatici dalla moglie (vai al link..https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/08/09/il-caso-giuseppe-martena-ultimi-eventi/). Successivamente, in coda allo stesso post, sono arrivati ulteriori chiarimenti da parte della moglie.

Alla luce di tuttoi il complessivo materiale sulla vicenda, abbiamo preparato una nuova lettera appello che stiamo facendo circolare con i nostri canali. Abbiamo pensato di inserirla anche sul Blog. Per chiunque la voglia ricevere il documento word per stamparla e inviarla a chiunque vuole (giornali, associazioni, ecc.) me la richieda all’email.. erasmuszed77@yahoo.it.

Come ho scritto anche altre volte, noi non molliamo mai certe storie. La pazienza non ci manca assolutamente.

Vi lascio al testo integrale della nuova lettera-appello.

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Buona giornata,

Vogliamo sottoporre alla vostra cortese attenzione la vicenda del detenuto Giuseppe Martena.

 

C’eravamo già occupati a suo tempo di Giuseppe Martena, e, in connessione, di sua moglie Paola Valentino (per il post vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/). Essendo il suo caso un caso che ci stava a cuore, preparammo anche una lettera-denuncia-appello che con un gruppo di persone cercammo di diffondere, far circolare, giungere ad Associazioni, giornali ecc.

Il testo di quell’appello era..:

 

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APPELLO PER IL CASO GIUSEPPE MARTENA

Buona giornata.

Siamo un gruppo di persone impegnate nella lotta contro le ingiustizie e per la tutela dei diritti umani. Crediamo che ognuno di noi abbia il dovere non di stare a lamentarsi tutto il tempo, ma di agire nel suo piccolo per una realtà migliore. Anche con piccoli gesti. Crediamo che sia un dovere stare vicini alle persone in difficoltà, e spenderci perché sia dato rispetto e giustizia anche a chi è

facile disprezzare o stigmatizzare.

Vogliamo sollevare alla vostra cortese attenzione il caso di Giuseppe Martena, ergastolano, attualmente detenuto nel carcere di Bologna. Giuseppe Martena ha recentemente scritto una disperata lettera di aiuto al Blog Le Urla dal Silenzio (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).
Giuseppe Martena si divide tra Bologna, dove è al momento detenuto, e gli spostamenti al carcere di Taranto, per un secondo procedimento, in corso presso il Tribunale di Lecce.
Il vero dramma di Giuseppe Martena però è la grandissima distanza dalla famiglia. Distanza che per essere colmata richiederebbe spese di viaggio che la famiglia non è in grado di sostenere. Questa situazione dura da 7 anni, ed è ormai diventata insostenibile per Giuseppe e per sua moglie, Paola Valentino. Si tenga conto anche del fatto che vi sono cinque figli, che portano il peso del trauma che comporta vivere in una situazione come questa. La moglie poi è vicina al tracollo psichico. E su Giuseppe Martena grava non solo la sofferenza di non potere vedere quasi mai i suoi familiari, ma di sapere anche della sofferenza della moglie e di sentirsi impotente.
Ogni loro richiesta, appello, ricorso, supplica.. è caduta nel vuoto o ha avuto esito negativo.
Sottolineiamo come Giuseppe Martena, sebbene la sua richiesta originale fosse quella di essere trasferito nel carcere di Taranto, si accontenterebbe anche di essere trasferito in un carcere che perlomeno fosse meno distante dalla propria famiglia rispetto ad adesso. Ad esempio nel carcere di Roma Rebibbia, dove potrebbe anche sperare di lavorare e aiutare un po’ la famiglia e contribuire ai

loro viaggi per andare a trovarlo.

Noi vi chiediamo di dare voce a questa vicenda e/o di segnalarla a eventuali soggetti che possano contribuire a una sua risoluzione, o almeno a dare una qualche speranza a questa famiglia devastata

dal dramma.

Siamo sicuri di parlare con persone capaci di sentire in se stesse quel dovere morale di non dimenticare chi vive, per un motivo o per un altro, una situazione di grande difficoltà o di ingiustizia.
Vi ringraziamo per la vostra attenzione e per tutto quello che potrete fare
Per altri dettagli vi rimandiamo alla lettura della lettera contenuta nel Blog (ripeto il link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).

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La situazione di Giuseppe continua a restare grave. E anzi.. avvengono eventi spiacevoli.. dove non è chiara la differenza tra il caso e il dolo.. non sono chiare le sfumature.. non sono limpide le dinamiche.

Recentemente la compagna di Giuseppe Martena, Paola Valentino ci ha comunicato che:

 

– In data 26/07/2011 suo marito Martena Giuseppe detenuto presso la casa circondariale di Taranto ha avuto un grave incidente mentre provvedeva alla cucina , riportando un importante ustione alla gamba e al piede sinistro.

– Nonostante le sue richieste non e’ stato trasferito in ospedale.

– Successivamente, Giuseppe è caduto, ed a quel punto è stato trasferito presso l’ospedale Santissima Annunziata.

– Presso il suddetto veniva visitato da un medico il quale (secondo quanto riferisce la moglie) rimase sconcertato dalla gravita’ dell’ustione in questione. Ricordiamo ancora che il personale e il responsabile sanitario del carcere non avevano ordinato il trasferimento in ospedale, alludendo a un atteggiamento simulatorio dello stesso Giuseppe. Ipotesi come abbiamo visto, smentita dal sanitario dell’ospedale Santissima Annunziata.

– Inoltre il personale medico del Santissima Annunziata aveva disposto un intervento chirurgico per esportare due ernie del disco che lo tormentano da anni, ma stranamente e’ stato dimesso e trasportato immediatamente al carcere di Bologna facendogli affrontare 10 lunghe ore di viaggio, e prendendosi la responsabilità morale e giuridica delle conseguenze connesse al mancato intervento.

 

Questi sono i fatti su cui richiediamo la vostra attenzione.

Ma vogliamo anche riportare un estratto delle dichiarazioni della stessa Paola Valentino, per mostravi fino a cosa deve ricorrere una persona (una moglie) per fare rispettare un suo semplice diritto, per potere avere un semplice colloquio (col marito), per avere delle elementari informazioni sul suo stato di saluto:

 

vi racconto dell’episodio dell’ultimo colloquio..ho chiesto mezza giornata libera alla mia datrice di lavoro, mi metto in macchina e mi faccio coraggio, in quanto l’ansia non mi fa stare bene quando devo guidare per tanto tempo, il mio paese con il carcere dista 130 km ..arrivo finalmente al carcere , mi fermo al primo gabbiotto per dare il nominativo e mi chiedono di attendere , altri 3 quarti d’ora sotto il sole e finalmente mi chiamano, mi avvicino e mi sento dire che per motivi organizzativi non potevo fare colloquio.

Non esagero quando vi dico che sono impazzita..volevo capire che cosa fossero questi motivi organizzativi , ma non ne volevano sapere..a quel punto dopo un altra ora di insistenza da parte mia , mi sono sentita male ero disperata e piangevo in modo isterico, conclusione a mali estremi , estremi rimedi e mi sono seduta per terra al centro del cancello scorrevole, unica entrata ed uscita per i blindati e per le macchine di avvocati e giudici.

Non vi dico che cosa e’ successo dopo..una coda di mezzi bloccati, tutti fuori ed io che piangevo, mi hanno minacciata, mi dicevano che avrebbero chiamato i carabinieri, che mi avrebbero denunciata , arrestata, che mi avrebbero tolto i colloqui, che l’avrebbero fatta pagare a mio marito..io chiedevo solo spiegazioni, spiegazioni che sono arrivate solo quando e’ arrivato un giudice per le indagini preliminari, che doveva entrare e mi ha vista li per terra, gentilmente si e’ avvicinato, mi ha presa x mano, mi ha fatto spostare al fresco ed ha chiesto il motivo del mio gesto…bene, dopo qualche minuto e’ uscito l’ispettore per dirmi che mio marito era caduto ed era in ospedale, ora mi dite cosa gli costava a loro avvertirmi subito dell’accaduto? cosa avevano da nascondere? Ma non e’ finita li’…e’ nostro diritto andare a fare colloquio in ospedale e questi mi dicono che non potevo perche’ non c’era una guardia penitenziaria donna disponibile per seguirmi in ospedale x la perquisizione, incredibile..in pratica mi sono andata a sedere di nuovo per terra e ci sono rimasta fino alle 15:00 , fino a che qualcuno ha pensato di chiamare il 118 perché  era palese che io stessi morendo dalla disperazione, quando il direttore ha visto tutto il casino che succedeva fuori, mi ha autorizzato il colloquio in ospedale e pensate un po’, la perquisizione mi e’ stata fatta da un infermiera..questo per farvi capire, che volere e’ potere e che avrebbero potuto muoversi subito visto che quello era un mio diritto. dalle 9:00 del mattino sono riuscita a vedere mio marito alle 16:00 ..sconcertante vero?”

Lasciamo a voi ogni commento su questo estratto.

Alcune domande sarebbe d’obbligo in questo caso:

1-      Perché il carcere di Taranto, per bocca dei suoi responsabili sanitari ha parlato di simulazione e chiesto la revoca del permesso concesso dal Magistrato di Sorveglianza a Giuseppe Martena.. nonostante il personale medico dell’ospedale Santissima Annunziata abbia riscontrato la gravità delle condizioni dello stesso Giuseppe Martena

2-      E’ casuale la caduta, in seguito all’ustione, del suddetto Giuseppe Martena?

3-      E’ un comportamento opportuno, moralmente e giuridicamente legittimo, trasferire rapidamente nel carcere di Bologna il suddetto Giuseppe Martena, dopo che il personale dell’ospedale aveva disposta un intervento chirurgico nei suoi confronti?

4-      E’ accettabile in un Paese democratico e civile che la moglie di un detenuto per avere informazioni e  (a cui aveva diritto, e che era stato legalmente previsto) col marito deve essere costretta, presso il tribunale, a distendersi per terra al centro del carrello scorrevole bloccando il passaggio di blindati e macchine di avvocati e giudici, sentendosi nel frattempo dire che l’avrebbero denunciata, arrestata, che le avrebbero tolto i colloqui, che gliela avrebbero fatta pagare a suo marito? E visto che dopo questo atto estremo le informazioni le sono state date, perché non dargliele subito?

E’ accettabile in Paese democratico e civile che, la stessa donna, successivamente all’azione su indicata, sia stata costretta a sedersi di nuovo in terra, sempre presso il tribunale, per ore, per potere avere il colloquio (regolarmente già previsto ricordo) col marito in ospedale, e che anche qui dopo minacce varie il colloquio le sia stato concesso? Se il colloquio non poteva essere davvero concesso, allora non si sarebbe potuto concederglielo neanche dopo le proteste. Se invece lo si è concesso, lo si poteva concedere anche prima.

 

Alla luce dei fatti originari, e degli ultimi sviluppi, rinnoviamo, con ancora più forza, l’appello originario.

Noi vi chiediamo di dare voce a questa vicenda e/o di segnalarla a eventuali soggetti che possano contribuire a una sua risoluzione, o almeno a dare una qualche speranza a questa famiglia devastata.

Consapevoli, inoltre, che l’emersione di storie e dinamiche del genere, potranno servire come monito e garanzia nei confronti di mille altre storie simili, e di molte altre vicende del genere che accadranno in futuro, se queste vicende accadranno nell’indifferenza generale.

 

Per qualunque richiesta di informazione e comunicazione in merito, vi lasciamo

–          Sia i recapiti della moglie di Giuseppe Martena, Paola Valentino:   

cellulare:            3297489652.

indirizzo email: evalp79yahoo.it

–           Sia i recapiti del Blog Le Urla dal Silenzio:

cellulare:            3405571962

            indirizzo email:  erasmuszed77@yaho.it

Vi ringraziamo ancora per la cortese attenzione.

Distinti saluti.

Il caso Giuseppe Martena.. ultimi eventi…

C’eravamo già occupati a suo tempo di Giuseppe Martena, e, in connessione, di sua moglie Paola Valentino (per il post vai al link… https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/). Essendo il suo caso un caso che ci stava a cuore, preparammo anche una lettera-denuncia-appello che con un gruppo di persone cercammo di diffondere, far circolare, giungere ad Associazioni, giornali ecc.

Il testo di quell’appello era..:

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APPELLO PER IL CASO GIUSEPPE MARTENA

Buona giornata.

Siamo un gruppo di persone impegnate nella lotta contro le ingiustizie e per la tutela dei diritti umani. Crediamo che ognuno di noi abbia il dovere non di stare a lamentarsi tutto il tempo, ma di agire nel suo piccolo per una realtà migliore. Anche con piccoli gesti. Crediamo che sia un dovere stare vicini alle persone in difficoltà, e spenderci perché sia dato rispetto e giustizia anche a chi è

facile disprezzare o stigmatizzare.

Vogliamo sollevare alla vostra cortese attenzione il caso di Giuseppe Martena, ergastolano, attualmente detenuto nel carcere di Bologna. Giuseppe Martena ha recentemente scritto una disperata lettera di aiuto al Blog Le Urla dal Silenzio (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).
Giuseppe Martena si divide tra Bologna, dove è al momento detenuto, e gli spostamenti al carcere di Taranto, per un secondo procedimento, in corso presso il Tribunale di Lecce.
Il vero dramma di Giuseppe Martena però è la grandissima distanza dalla famiglia. Distanza che per essere colmata richiederebbe spese di viaggio che la famiglia non è in grado di sostenere. Questa situazione dura da 7 anni, ed è ormai diventata insostenibile per Giuseppe e per sua moglie, Paola Valentino. Si tenga conto anche del fatto che vi sono cinque figli, che portano il peso del trauma che comporta vivere in una situazione come questa. La moglie poi è vicina al tracollo psichico. E su Giuseppe Martena grava non solo la sofferenza di non potere vedere quasi mai i suoi familiari, ma di sapere anche della sofferenza della moglie e di sentirsi impotente.
Ogni loro richiesta, appello, ricorso, supplica.. è caduta nel vuoto o ha avuto esito negativo.
Sottolineiamo come Giuseppe Martena, sebbene la sua richiesta originale fosse quella di essere trasferito nel carcere di Taranto, si accontenterebbe anche di essere trasferito in un carcere che perlomeno fosse meno distante dalla propria famiglia rispetto ad adesso. Ad esempio nel carcere di Roma Rebibbia, dove potrebbe anche sperare di lavorare e aiutare un po’ la famiglia e contribuire ai

loro viaggi per andare a trovarlo.

Noi vi chiediamo di dare voce a questa vicenda e/o di segnalarla a eventuali soggetti che possano contribuire a una sua risoluzione, o almeno a dare una qualche speranza a questa famiglia devastata

dal dramma.

Siamo sicuri di parlare con persone capaci di sentire in se stesse quel dovere morale di non dimenticare chi vive, per un motivo o per un altro, una situazione di grande difficoltà o di ingiustizia.
Vi ringraziamo per la vostra attenzione e per tutto quello che potrete fare
Per altri dettagli vi rimandiamo alla lettura della lettera contenuta nel Blog (ripeto il link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/03/16/lurlo-di-giuseppe-martena/).

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La situazione di Giuseppe continua a restare grave. E anzi.. avvengono eventi spiacevoli.. dove non è chiara la differenza tra il caso e il dolo.. non sono chiare le sfumature.. non sono limpide le dinamiche. Proprio oggi infatti sul nostro gruppo facebook  e su altri spazi arriva questa lettera della moglie di Giuseppe Martena, Paola Valentino..

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Alla cortese attenzione di TUTTI :
in data 26/07/2011 il mio convivente Martena Giuseppe detenuto presso la casa circondariale di Taranto ha avuto un grave incidente mentre provvedeva alla cucina , riportando un importante ustione alla gamba e al piede sinistro, nonostante le sue richieste non e’ stato trasferito in ospedale privandolo delle cure necessarie.
L’istituto ha avanzato l’ipotesi di una s…imulazione , ma non credo che sia LEGALE negare le cure necessarie ad un uomo basandosi su delle IPOTESI tra l’altro infondate in quanto l’ustione e’ palese e molto grave. In oltre a causa delle sue proteste probabilmente esasperate dalle condizioni ha avuto un rapporto disciplinare in cui viene figurato come ( simulatore ) e come ( indesiderato) , di conseguenza il Magistrato di Sorveglianza gli ha revocato un permesso ex art. 30 che gli aveva precedentemente concesso a causa delle mie precarie condizioni di salute e devo dire che il tutto mi sconcerta e mi confonde portandomi a non capire chi rispetta la legge e chi NO.
Qui si parla chiaramente di accanimento.
Il mio convivente post-ustione e’ caduto e questo perche’ non era in grado di camminare anche se potrei avanzare delle ipotesi anche io, pensando e dichiarando che probabilmente e’ stato spinto, ma non mi permetto e vado avanti..e’ stato trasportato in ospedale dove i medici avevano disposto un intervento chirurgico per esportare due ernie del disco che lo tormentano da anni, ma stranamente e’ stato dimesso e trasportato immediatamente al carcere di Bologna facendogli affrontare 10 lunghe ore di viaggio.
A prescindere dalle IPOTESI questo resta un atteggiamento DISUMANO!
ESASPERATI da anni di abusi di questo tipo chiedo aiuto a tutti, PARTITO DEI RADICALI,. GARANTI X LA SALUTE , AVVOCATI e tutti coloro che mi possono affiancare ed aiutare a rendere pubblico l’accaduto e denunciare il tutto alla CORTE EUROPEA.
Sono a vostra disposizione per ogni eventuale approfondimento.

Paola Valentino
Tel 329/7489652
Evalp79@yahoo.it

Iniziano le domande che dovremmo farci e fare (e che faremo):

1)- Si inizia con l’ustione di Giuseppe Martena mentre provvedeva alla cucina. L’istituto parla di simulazione… è proprio così?

2)- E’ realmente fondato il rapporto del Magistrato di Sorveglianza che gli ha negato il permesso datogli in ragione delle precarie condizioni di salute della moglie? La valutazione del Magistrato si è basata su analisi e valutazioni concrete e “de visu” o solo sulle comunicazioni della Direzione del carcere?

3)- Anche una “eventuale” simulazione, è sufficiente per revocare un permesso dato in relazione alle precarie condizioni della moglie?

4)- Riguardo alla “caduta” successiva di Giuseppe Martena… Giuseppe è realmente caduto o, fuor di metafora, è stato spinto,o… detto meglio..”è stato cortesemente spinto a cadere”? Solo una domanda.. in ragione anche della epidemia molto diffusa nelle carceri.. di “cadute casuali dalle scale”… davvero sbadatissimi questi detenuti….

5) Successivamente Giuseppe e’ stato trasportato in ospedale dove i medici avevano disposto un intervento chirurgico per esportare due ernie del disco che lo tormentano da anni, ma.. invece di procedere con l’operazione, come logica vorrebbe e come è prassi medica consueta una volta che ci si trova dinanzi alla situazione conclamata.. Giuseppe e’ stato dimesso e trasportato immediatamente al carcere di Bologna facendogli affrontare 10 lunghe ore di viaggio. La domanda è.. perchè è accaduto? C’è qualche motivazione non chiara? Qualcuno (si sa la gente pensa sempre a male…) potrebbe pensare che non fossero convenienti i riscontri medici e ciò che poteva derivarne per il carcere… ecco perchè sarebbe utile che il carcere rispondesse.

Si tratta di una vicenda in movimento, e vedremo cosa accadrà nel tempo. Intanto abbiamo voluto fare una sintesi dell’intera vicenda, alla luce degli ultimi eventi e dell’appello disperato della moglie.

Crediamo che queste cose vadano comunque rese note. Crediamo che l’ultima vicenda raccontata ponga interrogativi che meritano una risposta. Crediamo che, anche se gli ultimi eventi non presentassero alcuna contraddittorietà e censurabilità in sè, rimarrebbe la gravità della situazione in cui è costretto a vivere Giuseppe Martena… e, in conseguenza, la moglie (che ha anche altre problematiche), e i figli.

Cercheremo di fare conoscere questa vicenda, e chiediamo a voi, amici e lettori del Blog, di fare lo stesso.

Grazie

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