Le Urla dal Silenzio

La speranza non può essere uccisa per sempre.

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Il mio castello.. di Alfredo Sole

Alfredo Sole non ci inviava pezzi da un pezzo (sì.. lo so che sembra un gioco di parole…:-).. In un certo senso la routine sfiancante del carcere sembrava avergli depotenziato la fantasia e l’ispirazione (proprio di questo lui parla nella sua ultima lettera che pubblicammo…. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2011/07/07/scrivere-di-alfredo-sole/) pur lui continuando, comunque, a fare altro.. ad esempio gli esami alla Facoltà di Filosofia, a cui è iscritto.

Ma Alfredo è di quelli che hanno una pelle dura, di quelli che non si possono mai davvero “addormentare”… di quelli che hanno un animo che prima o poi ritorna sempre fuori. E uno come lui non potrà mai davvero smettere di scrivere..

Eccoci un suo nuovo pezzo.. di recentissima creazione..

Una poesia dedicata a un momento particolarissimo della sua infanzia. Quando, da bambino, si arrampicava presso le rovine di un castello nei pressi di Racalmuto, suo paese di origine. E lì immaginava avventure, battaglie, spade e principesse. ATTENZIONE: L’IMMAGINE CHE HO MESSO IN APERTURA DEL POST E’ UNA FOTO PROPRIO DEL CASTELLO DI RACALMUTO, PROPRIO DI QUEL CASTELLO TRA LE CUI ROVINE IL PICCOLO ALFREDO SOLE GIOCAVA…:-)

Molto vivida questo squarcio infantile.. questa pagine che ricorda alcuni momenti della letteratura italiana dell’800. E mi ricorda, in Spirito, anche una Canzone dei Litfiba.. scritta nei loro tempi migliori.. BAMBINO, si chiama.. cercate anche il video su Youtube.

E adesso vi lascio ad Alfredo Sole, al suo castello, e alle sue avventure da bambino. Prima della poesia faccio precedere da un estratto della sua lettera, in cui parla proprio di questa poesia e di ciò che la ha ispirata.

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Caro Alfredo, ho appena finito il mio pezzo. Un ricordo di quando ero bambino e mi dilettavo nel castello a inventarmi battaglie. Avevo la campagna a due passi. Quel castelluccio era il mio “parco giochi”, seppur molto pericoloso.

Non so se può essere “piacevole” scritto così, quasi in rima, ma mi piace la cadenza nella scrittura. E’ come un ritmo musicale.

Questo ricordo l’ho tirato fuori leggendo un libro sulla storia di Racalmuto. Alla fine c’erano delle foto, vecchie foto. Ho rivisto i miei luoghi d’infanzia e quel castello mi ha fatto ricordare di quando scorrazzavo tra le sue rovine, sempre speranzoso di trovare un tesoro nascosto.

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IL MIO CASTELLO

Ricordo, sì ricordo la mia infanzia quando

fanciullo salivo sul monte Castelluccio

pericoloso per un bambino giocare in un

castello diroccato.

Mi era proibito, ma io

non ascoltavo.

Agevolato dalla vicinanza con

la casa di campagna

facevo del castelluccio il mio

luogo preferito.

Alte mura si ergevano minacciose

su quella collina; ma quel gigante

di pietra a me non faceva paura

e tra le sue mura il signore

ne diventavo.

Arrampicandomi tra le sue ferite

del tempo, nel punto più alto mi

sistemavo  pur da lì scrutare l’arrivo

del nemico saraceno.

All’imbrunire, da baldo cavaliere

.. (parola non chiara) di spada battevo.

Mi distoglievo da quella fantasia di

bambino solo quando le ombre diventavano

minacciose.

Il sole nel suo tramontare rendeva

il luogo spettrale e lì iniziavo ad

avere paura.

Buie stanze dovevo attraversare,

mi facevo coraggio, in fondo ero appena

stato un Cavaliere! Così mi avviavo tra

le sue rovine.

Scender le scale era più pericoloso,

nel mezzo erano crollate, e un piede

in fallo sarebbe stato rovinoso.

Uscito fuori all’aperto con i brividi di paura

ancora addosso,

progettao già l’avventura che

avrei ricercato.

Così trascorrevo l’estate in quel

meraviglioso posto,

ma l’infanzia presto finisce

e d quel luogo di antiche battaglie,

non ne rimane altro che un

lontano ricordo.

Ritornai al castello da grande,

ma nulla era più così affascinante.

Niente draghi da eliminare, nè principesse

da salvare.

Il tempo dei sogni era finito

e io mi preparavo ad andare incontro

al mio crudele destino. Ma un’ultima

volta volli salire su quelle vette,

il luogo preferito di me bambino,

da quella altezza contemplai l’assoluto

silenzio estivo, rotto solamente dal

lieve rumore del vento che con

il suo alito caldo accarezzava il

mio volto.

Vidi la valle tingersi di color

sgargianti,

al tramontar del sole all’orizzonte,

tal il piacere su ai miei occhi che

una lacrima scese sul mio volto.

Ma tutto finì quel giorno, nel

mio castello non avrei fatto più

ritorno.

Alfredo Sole

Dialogo tra due diavoli all’inferno (Gerti e Carmelo)- sesto scambio

I dialoghi tra i due diavolacci.. questi satanassi “cattivissimi” di nome Gerti Gjenerali e Carmelo Musumeci, continuano. E man mano che avanzano, cresce anche il livello, che comunque è sempre stato alto.. con questi due Bandidos, senza patria come diceva una volta, che sembrano trapiantati in parte da un film americano, in parte da un romanzo sovietico, e tutto fruttato in salsa italiana.

Quale è una delle forze di questi dialoghi?

Carcerati che non parlano di carcere. Allora è sbagliato parlare di carcere? Sarei da internare se lo dicessi (ma anche se non lo dicessi direbbe Groucho Marx..:-).  Ma è il percorrere altri “binari”, di tanto in tanto, che piace. Noi siamo abituati ad ognuno, sia singolo o gruppo, che parla di se stesso e del suo mondo. E ci sta tutto. Di che volete che parli.. che ne so.. un difensore dei diritti delle balene.. se non delle balene? Ma quasi sempre restiamo legati solo al nostro mondo, in una eterna contemplazione dell’identico.

Pensiamo al carcere. Quasi tutti i luoghi in cui si parlano di carcere.. parlano apputo di.. carcere. Anche alcune giuste tematiche sembrano essere ormai quasi un ritornello retorico.. “basta col sovraffollamento”. Giusto. Urliamolo! Ma sovvertiamo anche noi stessi di tanto in tanto. Non esiste solo il detenuto “problematico” e con “problemi”.. l’eterno oggetto di conferenza di dotti testoni (dio li benedica) che parlano dei problemi della giustizia. NOn esiste solo il ruolo. Solo il ruolo rende la persona unidimensionale.

La bellezza di questi dialoghi è LA LORO ARIA DI LIBERTA’. Gerti e Carmelo si permettono la LIBERTA’ di parlare come UOMINI A TUTTO TONDO.. di cosettine come… Dio, i libri, le persone che ci influenzano, la libertà. E nel farl si sentono più liberi, per un momento meno inchiodati al loro stesso ruolo. E’ una forma di “evasione” se volete. Evasione spirituale e mentale, non evasione  che ti impasticchi amico mio..:-). Non vogliamo farcelo entrare nella zucca questo. In buona fede vediamo solo dei disperati, solo dei carcerati a tutto tondo. Parliamo di loro, sì per difenderli.. ma sempre OGGETTIVANDOLI. Più spazio, più aria, più libertà.. sono alcuni dei sensi in filigrana e sullo sfondo di operazioni come queste, come questi dialoghi..

E’ bello che si parli di libri. Sia Carmelo che Gerti sono dei tracannatori di libri. Vi assicuro che è raro trovare gente che legga quanto loro. Dei divoratori. Non è anche questa “risocializzazione”. Qualcuno dei sapienti che gestiscono la Macchina, non dovrebbe metterci il naso ogni tanto? Ne ricaverebbe qualche notizia in più oltre a impantanarsi in rituali burocratici.

E poi c’è Dio. Carmelo è sul versante “non credente”.. ma un pò come l’Ivan dei Fratelli Karamazov, di quel genere di atei non indifferenti e sazi, ma nostalgici, incazzati anche, a loro modo molto più spirituali di tanti sepolcri imbiancati e di tanto sdolcinato tanfo da sacrestia. Ma non importa quali siano le rispettive credenze. Non importano tanto neanche i temi trattati.

MA COME VENGONO TRATTATI. QUEL SENSO DI METTERSI A VISO APERTO L’UNO CON L’ALTRO. LA SERIETA’ IRONICA.. IL DRAMMA CHE SI MISCHIA AD UN SORRISO.. LA FRASE STORICA QUANDO MENO TE L’ASPETTI.. LA SENSIBILITA’ TRA PIEGHE DI DUREZZA.

Ci sono tanti passaggi notevoli.. ne segnalo giusto due.

Quando Gerti scrive a un certo momento..

“Nei momenti bui della mia vita, io di solito mi irrigidisco, cioè io la chiamo “Rientrare nella falange”:  mi rivolgo al mio spirito,  non alla mia anima,  ben sapendo che l’anima mia perduta è soltanto mediatore tra il mio corpo e il mio spirito.”.. bhe fa pensare.. anche questa distinzione tra spirito e anima.. e tra anima perduta.. sembra un discorso di filosofia yogica, sufimo o neoplatonismo…sicuramente è un discorso insolito..

Oppure quando Gerti chiede a Carmelo..

Gerti: Chi è la persona che ti ha influenzato più di tutti nella tua vita?

Carmelo: Il mio cuore.

E qui c’è tutto Carmelo.. il fare il finto tonto rifilandoti però un momento profondo.. l’ironia che si abbraccia con l’idealismo..

Vi lascio al sesto scambio del Dialogo tra Carmelo Musumeci e Gerti Gjenerali

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Dialogo fra due diavoli all’inferno

di gerti gjenerali e carmelo musumeci

 

Capitolo sesto

 

Gerti: Qual è il genere di libri che leggi e qual’ è l’ultimo che hai letto?  

Carmelo: Purtroppo la maggioranza dei detenuti legge poco e sprecano il tempo in cose inutili, parlano di calcio, di veline, di attrici e mantengono la propria ignoranza.

Io invece leggo molto e di tutto, ma preferisco i libri di fantascienza.

Noi siamo anche quello che leggiamo.

 Ho appena finito di leggere un libro che mi ha consigliato Mita di Ray Bradbury dal titolo “Fahrenheit”.

Ho iniziato subito a leggere un altro libro,  perché i libri mi fanno vivere la vita che non ho più.

Gerti: C’è solo un bene: il sapere. E un solo male: l’ignoranza. Lo diceva un filosofo che è stato avvelenato dai cosidetti giudici del popolo “democratico “. Mi sono sempre piaciuti i libri di storia e i classici, però leggo un po’ di tutto. Porto questa passione dal mio Paese e devo ringraziare i miei familiari. No ti sto a dire quanti ne leggo,  se no passo per un topo di biblioteca. L’ultimo libro che ho letto è di James Hillman  “Il codice dell’anima” . Ora ho ricominciato  un vecchio libro che avevo già letto un po’ di anni fa di Anne e Daniel Meurois —Givaudan titolo: “Racconti D’un viaggiatore astrale”. I libri sono i miei fedeli compagni di vita,  senza di essi la mia vita sarebbe una vita di solitudine.

 

Gerti: Qual’ è il difetto che odi di più di un essere umano?

Carmelo: L’invidia.

Gerti: Potrei dire la vanità, o magari l’egoismo, potrei dire che odio l’ipocrisia o la falsità, ma quello che non tollero in modo assoluto è la mancanza di coerenza.

 

Gerti: Nei momenti bui della vita a chi ti rivolgi con le tue preghiere?

Carmelo: Sono un “Senza Dio”.

I senza Dio non pregano.

I Senza Dio non hanno bisogno di nessun Dio.

Non ne hanno bisogno perché non hanno paura né della vita né della morte.

Ormai è da tanti anni che mi sono strappato di dosso Dio.

Tanto tempo fa l’ho mandato via da me e lui se n’è andato.

S’era Dio forse sarebbe rimasto. 

Nei momenti bui mi rivolgo solo alle persone che amo.

Getti: Nei momenti bui della mia vita, io di solito mi irrigidisco, cioè io la chiamo “Rientrare nella falange”:  mi rivolgo al mio spirito,  non alla mia anima,  ben sapendo che l’anima mia perduta è soltanto mediatore tra il mio corpo e il mio spirito. Non penso al mio Dio come Quancuno che mi possa punire: Dio non punisce mai. Ci penso io a me stesso, mi auto-massacro da solo, perché so molto bene che non c’è peggior punizione di quello che uno fa a se stesso. Io sono il mio pensiero, quindi colpevole di ogni brutta situazione in qui mi trovo. So anche che tanta gente preferisce dare la colpa al fato o ad un altro, visto che è la cosa più facile e più sicura. Disturbare il grande capo mi sembra un po’egoistico. Giacché ognuno di noi è libero perché responsabile di ogni sua azione.

 

Gerti: Chi è la persona che ti ha influenzato più di tutti nella tua vita?

Carmelo: Il mio cuore.

Gerti: Amico diavolo non fare il furbo, ho detto persona non organo vitale. Anche tu mi potresti tirare fuori che ogni uomo è un universo a se e che gli organi sono dei pianeti, poi mi potresti infilare il discorso del settimo “chakra” e del “loto dai mille petali”. La luce nella tua mente. Scherzo. Ho capito, oh… si che ho capito.

La persona che mi ha influenzato di più senza dubbio è mio padre, appunto segretario comunista anche lui.

 

Gerti: S’eri libero, dove saresti andato in vacanza?

Carmelo: Dove sono sempre, nel cuore dei miei due nipotini, dei miei figli e della mia compagna.

Gerti: Se ero libero sarei andato dove è nato mio padre, nel sud Albania: è un posto molto tranquillo dove di fronte c’è l’isola di Corfù. Mi piace perché è un posto dove io andavo da piccolo e ho dei ricordi bellissimi,  soprattutto ricordi di pace e serenità.

Probabilmente per questo che sogno ad occhi aperti la mia vacanza tranquilla lontano da tutto e da tutti.

 

Gerti: Cosa ti senti di essere di più: un lupo o una colomba?

Carmelo: Mi sento di essere Zanna Blu, un lupo libero e cattivo che preferisce guardare la realtà che sperare per non disperare.

Gerti: Dentro di me so molto bene di essere stato un predatore, un lupo, potrei esserlo tutt’ora: chi lo sa? Ma ora riconosco un altro lato del mio essere colomba, tranquillo e libero,  anche se sembra brutto dirlo in un posto falso e ipocrita come questo, dove la realtà della vita di ogni santa mattina è una testata in pieno viso. Lo vedo,  lo riconosco perché non vivo più nell’odio e nei conflitti. Ora c’è un’altra stagione nella mia vita, la stagione della pace e della serenità con tutti. A volte mi piace pensare che sono sempre un lupo, ma un lupo stanco di tante battaglie e mi sa che sono un lupo senza denti.               

 

 

 

intervento di Maria Luisa Boccia

Maria Luisa Boccia è una donna da sempre impegnata per le cause sociali e per le battaglie sui diritti. Docente e scrittrice, con una propensione particolare al tema del femminile nella politica e nella società, è stata anche, fino alla scorsa legislatura, senatrice della Repubblica. Ha preso a cuore la condizione dei detenuti, e si è impegnata per restituire a loro dignità e condizioni di vita decenti. In contatto, tra l’altro, con il nostro Carmelo Musumeci, che mi fatto avere un suo testo dedicato alle battaglie degli ergastolani.
Ed è illuminante quando lei pone la questione del valore “intrinseco” di ogni singolo essere umano, e della necessità, quindi, della “concretezza”. Perché uscire dall’eterno conteggiare costi, benefici, vivi e morti è il primo passo per la possibilità di essere realmente umani. Non esiste il “problema” degli ergastolani. Esistono gli ergastolani. E ognuno di essi è un Volto. Finché cerchi di risolvere il “problema”, vedi ancora le tue teorie e i grandi numeri. E puoi considerare sacrificabile una causa che non presenti milioni di vittime. Ma è quando “riconosci” il singolo uomo, il singolo ergastolano, che comprendi come le statistiche non bastino più, e che non si dovrebbe voltare la testa, neanche se ne fosse rimasto solo uno. Come scrive nel testo più sotto Maria Luisa Boccia:

“Dovremmo guardare alle singole vite deprivate per sempre di dignità umana. Se anche fossero poche, pochissime, sarebbe comunque un costo troppo alto.”

Ho dovuto procedere a qualche taglio. Essendo un testo inusuale per il blog, la lunghezza originaria rischiava di allontanare alcuni lettori da questa “incursione” da un punto di vista sociale e politico. La “riduzione” non rappresenta quindi una mancanza di interesse per le parti tolte, ma la volontà di rendere il testo leggibile da un numero maggiore di persone, tenendo anche conto che è un genere di scritto che si differenzia dai contributi pubblicati finora.

Sono pagine che meritano. Specie tenuto conto della cappa di conformismo, viltà e acquiescienza che avvelenano la politica italiana. E hanno, tra gli altri meriti, quello di far vedere come ci sono persone che non accettano sirene-norcolettico e pensieri dominanti.

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In questi anni sono stati gli ergastolani a  porre con forza ed intelligenza la questione dell’ abolizione dell’ergastolo. In particolare voglio ricordare la campagna “Mai dire mai” dell’autunno del 2007. Consisteva in una lettera al Presidente della Repubblica, di poche righe. “Io – seguiva il nome- chiedo che la mia condanna sia tramutata in pena di morte, perché sono stanco di morire un poco ogni giorno.”. Le lettere inviate  furono moltissime,  da quasi   tutti gli ergastolani detenuti in carcere. Ne inviavano una copia  anche a me, al Senato. E fu a seguito di una mia lettera che il presidente Napoletano rispose, rinviando al Parlamento di intervenire nel merito. Il quotidiano “La Repubblica”  dedicò una pagina alla  notizia, e la riprese successivamente con interviste e dati. Suscitando così reazioni ed interventi di altri giornali. Ne parlarono anche alcune tv e radio straniere. Allora mi colpirono  le reazioni, pressoché univoche,  di giuristi e politici sulla stampa.  Con quegli argomenti, contrari all’abolizione dell’ergastolo, dobbiamo confrontarci ancora oggi.

Il primo argomento è che l’ergastolo è  una condanna simbolica. Di fatto, si dice, non lo sconta più nessuno, grazie alle misure premiali di vario tipo. E’ del tutto falso. Nel 2007  gli ergastolani detenuti, erano 1.294, cifra fornita dal Ministero della Giustizia. Ed aumentano le condanne all’ergastolo, nonostante si registri una riduzione  dei reati per i quali è previsto. Ma l’allarme sociale è tenuto vivo, con l’argomento che non c’è più certezza della pena. Si può delinquere anche in modo grave, dal momento che se pure si è  processati e condannati, si resterà il carcere  poco tempo. La prima urgenza, dunque, è quella di  ristabilire la certezza della pena. Non solo. La  pena deve essere alta, per dissuadere dal crimine. Insomma le leggi devono prescrivere più carcere, anche più ergastolo, i giudici devono emettere sentenze più severe,   le condanne devono essere applicate senza sconti. Come ha osservato giustamente Patrizio Gonnella su Il manifesto, si vorrebbe trasformare tutti i detenuti in ergastolani.

E’ una deriva che  si è manifesta. Se  consideriamo la questione dell’ergastolo all’interno  dell’ articolato sistema con cui si produce il  “governo della paura”, attraverso lo scambio tra sicurezza  – promessa-  e libertà – limitata –, risulta evidente come per contrastarlo sia indispensabile modificare il senso comune.  Viceversa da anni l’unica iniziativa che vi è stata è quella di presentare ad ogni legislatura proposte di legge per l’abolizione dell’ergastolo. Una riforma, ovviamente, indispensabile. Ma che non può realizzarsi  solo con una maggioranza parlamentare.  Anche oggi l’ostacolo principale non consiste nei rapporti di forza in Parlamento, del tutto sfavorevoli. Detto altrimenti non ci sarà mai una maggioranza favorevole all’abolizione se non cambia l’orientamento culturale nella società. Se non si mette al centro dell’iniziativa politica sull’ergastolo una diversa rappresentazione del carcere, in generale  della pena.  Bisogna spostare  l’opinione pubblica, innanzitutto democratica e di sinistra, per poter cambiare le norme. Creando un circuito virtuoso tra cultura del diritto, cultura politica ed immaginario sociale. Da troppo tempo la sinistra ha  abbandonato questa dimensione della politica. Più carcere, e pene più dure non servono a prevenire e reprimere. Ma a fabbricare paura, per ottenere consenso. E dunque  la prima esigenza è quella di spezzare l’isolamento del carcere.

Per questo scopo il testo di Aldo Moro offre una serie di spunti, davvero straordinari. Perché parla il linguaggio della vita, della condizione umana, evidenziando i nessi con i principi di una civiltà del diritto. Quelli scritti nella nostra Costituzione.

“La pena – scrive Moro- è rivolta al passato. Non è richiesta da quello che potrebbe avvenire, ma da quello che è accaduto”. Quindi non ha alcuna funzione preventiva, o dissuasiva. E’ un’inversione a 360 gradi rispetto al clima in cui siamo immersi, per cui sembra che tutto si debba, e si possa, prevenire, grazie ad una più dettagliata definizione dei reati , e ad un pervasivo controllo sociale. Ed abbiamo dimenticato che lo Stato è autorizzato a punire  solo in via eccezionale.. Solo come reazione a qualcosa che è accaduto. Non per governare situazioni e rapporti sociali sempre più complessi. Neppure per prevenire  reati. Tantomeno per dissuadere  soggetti  “ a rischio” di commetterli.

La pena, continua Moro, è retribuzione mai vendetta. Sembra un’idea acquisita, condivisa dai più. Non è così. Basta pensare al coinvolgimento delle vittime e dei loro familiari nella discussione sulla giusta pena. Ad esempio per i provvedimenti di grazia. O sull’ amnistia per determinati reati. Ho molto apprezzato  il recente disegno di legge dell’on. Sabina Rossa  nel quale si propone di non condizionare più al parere dei familiari la concessione della grazia. Finché si continua a ritenere determinante, per considerare “equa” la pena inflitta la colpevole,  il perdono, o il sentimento di giustizia delle vittime e dei familiari, la pena resta impregnata del gusto, amaro, della vendetta. E si stabilisce un circuito perverso tra sfera politica e sfera privata, poiché un atto  istituzionale  per essere legittimo deve essere approvato da privati cittadini.

Perversa è la confusione tra privato e pubblico, non certo la dimensione personale della politica. Non andrebbe mai dimenticato che la pena, quale essa sia, affligge una persona in carne ed ossa. Questo è il punto centrale della riflessione di Moro sulla pena, sul suo significato, la sua modalità, in una società modellata dalla civiltà del diritto. Per Moro la pena è meritata in quanto chi la patisce è un soggetto “libero e responsabile”. La pena, si badi, non solo il reato è ancorata alla libertà. Moro si interroga sulla posizione all’interno del consesso civile in cui viene a trovarsi  chi ha compiuto un atto libero, ma vietato. E’ da questa prospettiva che definisce il significato e la misura della pena. La pena infatti è una limitazione della libertà. Come tale è sempre,  soprattutto, un intervento sulla persona. Questo aspetto non può essere né rimosso, né alterato da altre considerazioni. Come ad esempio la funzione sociale di dissuasione rispetto ai potenziali colpevoli; o quella di risarcimento rispetto alle potenziali vittime; o quella di rassicurazione rispetto ad un opinione pubblica, a torto o a ragione allarmata.

Come privazione della libertà la pena non può che essere limitata. In alcun modo dovrebbe essere lesiva della dignità della persona. La condizione di  soggetto  libero e responsabile può essere fortemente ridotta, ma non del tutto cancellata.  Per questo Moro insiste sulla “quantità e qualità della pena” , da stabilire per legge. Il margine di discrezionalità affidato al giudice non può essere troppo ampio,  in un ambito così essenziale per la civiltà dei rapporti tra cittadini/e ed istituzioni, qual è quello del potere di una privazione di libertà.

La pena deve essere proporzionata, per quantità e qualità, perché diversamente dal reato che può essere disumano nella sua  efferatezza, la pena non può essere né crudele né disumana. E’ quanto prescrive esplicitamente la Costituzione. Ma è l’argomentazione di Moro che  merita interesse, per la stringente coerenza. Il presupposto della libertà responsabile opera nel giudizio di colpevolezza, e dunque nella legittimità della pena  ed opera  come criterio di proporzionalità della pena, per  limitare la privazione della libertà, ovvero della  stessa umanità della persona.

Per Moro come per gli ergastolani, protagonisti della campagna “Mai dire mai” l’ergastolo è una pena più crudele della pena di morte, perché è una privazione illimitata di libertà. Per questo il “fine pena mai”  è una  condizione di vita disumana. E’ privazione di vita, perché vivere senza libertà e senza responsabilità, non è vita umana.

Restando all’ergastolo.Si può vivere per sempre reclusi, senza essere privati di umanità?  Come si vive senza nessuna possibilità di ritrovare i rapporti, gli affetti,la comunicazione e gli scambi con gli altri esseri umani, non reclusi, e con  il mondo? E’ vita, o non è un morire senza fine? Penso che le brevi e secche righe della lettera degli ergastolani al capo dello Stato vadano prese sul serio. Non sono un espediente, utile a dare enfasi al problema dell’ergastolo. Descrivono una condizione vissuta, giorno dopo giorno. Ci dicono cosa sia, nella quotidianità, la pena senza fine. Come sia privo di senso vivere, se non si può neppure immaginare un domani.

Nessuno dovrebbe essere privato in modo così radicale della libertà. Di questo dovremmo parlare,  per porre  in concreto, il problema dell’abolizione dell’ ergastolo, Dovremmo parlare all’amore per la libertà che è in ogni essere umano. Trovare il modo di tradurre le questioni  dal linguaggio del diritto a quello della vita. Perché di vite concrete,  di persone incarnate  si tratta. E’ quello che fa Moro per insegnare ai suoi studenti cos’è il diritto penale, e  perché l’ergastolo non è giustificabile, per i principi del diritto  come per quelli  della vita.

E invece… siamo alla “macabra contabilità” del bilancio costi e benefici. Quanto ci costano le carceri piene, e quanto spendiamo per ogni ergastolano. Quanti sono gli ergastolani e quanti di loro  scontano per intero la pena. Se la media degli anni vissuti in galera è di 40-50 anni, o invece di 30. In questo caso, perché abolirlo, visto che si è già realizzata la massima riduzione  prevista nei disegni di legge? In fondo, anche accettando la cifra ufficiale, 1.294  non è un gran numero, in un mondo  dove le cifre che colpiscono l’immaginazione  si aggirano sulle centinaia di migliaia, se non sui milioni.

Come Moro dovremmo guardare alle singole vite deprivate per sempre di dignità umana. Se anche fossero poche, pochissime, sarebbe comunque un costo troppo alto. E’ un principio fondamentale della democrazia liberale che una norma deve essere abrogata se anche uno solo  ne patisce iniquamente. E che la qualità di un ordinamento giuridico si misura sulla condizione delle minoranze, non della maggioranza.

Se anche una sola vita patisce una pena disumana,  in contrasto ad ogni principio di giustizia, deve interessarci. Perché è colpito un bene indivisibile qual è la libertà personale.  Sono convinta che se sapremo parlare il linguaggio dell’amore per la vita e per la libertà potremo spezzare la spirale paura-sicurezza che porta ad un  ricorso crescente al penale, all’innalzamento delle pene ed inasprimento del regime carcerario.     

 Maria Luisa Boccia

  

 

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